Quanto conta fare 10.000 passi al giorno?

Siccome grazie a Apple Watch, iPhone, Fitbit, etc. ci è venuta un po’ a tutti la fissa dei passi giornalieri, Cardiogr.am (un’applicazione che misura il battito cardiaco) ha provato ad analizzare i dati raccolti dai propri utenti cercando di capire la differenza che fa camminare rispetto ad altre attività. Non molta: conta più l’intensità  (ovviamente i dati vanno interpretati con cautela).

L’altra notizia è che so come interpretare i dati sul battito cardiaco che il mio Apple Watch raccoglie. Più o meno, potrei estinguermi prima di raggiungere pubblica con il cursore:

Your heart rate while at rest—not moving, but not necessarily sleeping—has been shown to be a strong measure of overall health. A Chinese study showed the risk of dying of any illness went down by 9% for every 10 bpm decrease in resting heart rate. If your resting heart rate is below <75bpm, your chance of sudden cardiac death is halved. Even beyond cardiovascular health, a resting heart rate of <70bpm reduces your chance of cancer.

The good news is resting heart rate is highly modifiable. Exercise strengthens the heart muscle, so that it can pump the same volume of blood with fewer strokes. Marathon runners sometimes achieve resting heart rates in the 40’s.

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Come usano Snapchat i teenagers

Ben Rosen, di BuzzFeed, ha preso sua sorella di 13 anni e l’ha osservata utilizzare Snapchat:

ME: Tell me what your day is like on Snapchat.
BROOKE: When I wake up, I have about 40 snaps from friends. I just roll through and respond to them.
ME: How do you respond? Like, “haha good one, Elsbitch”?
BROOKE: No conversations…it’s mostly selfies. Depending on the person, the selfie changes. Like, if it’s your best friend, you make a gross face, but if it’s someone you like or don’t know very well, it’s more regular.
ME: I’ve seen how fast you do these responses… How are you able to take in all that information so quickly?
BROOKE: I don’t really see what they send. I tap through so fast. It’s rapid fire.

Impressionante. Sono su Snapchat da poco più di un mese, e l’unica cosa che faccio è postare in My Story — la storia pubblica che tutti gli amici vedono. Ho inviato pochissimi snaps a persone specifiche.

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La nuova applicazione di Quartz è una chat

Quartz ha lanciato la sua prima app per iPhone, ed è in sostanza una chat, una conversazione guidata con un bot sulle ultime notizie del mondo. È diversa da qualsiasi altro esperimento fatto in questo ambito, e mi pare abbia senso. Ha senso se si pensa alla posizione centrale che le notifiche occupano oggi, per ricevere informazioni — oltretutto, una UI perlopiù testuale funziona in ugual modo su iPhone, su Apple Watch, ed è potenzialmente traducibile anche per Siri.

Nieman Lab:

“We had that hunch that it could be an engaging interface,” said Zach Seward, Quartz’s executive editor and VP of product, and a former Nieman Lab staffer. “One thing that’s nice about it is the simplicity. The content type is always messages, and that’s always true whether you’re getting the message inside the app or as a notification.”

Tutto ciò è possibile grazie alla API di Quartz. Nel caso ve lo fosse perso, Quartz si autodefinisce una API: non mettono l’articolo tradizionale al centro di tutto.

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Operator, la nuova font monospace di Hoefler & Co

Jonathan Hoefler:

About two years ago, H&Co Senior Designer Andy Clymer proposed that we design a monospace typeface. Monospace (or “fixed-width”) typefaces have a unique place in the culture: their most famous ancestor is the typewriter, and they remain the style that designers reach for when they want to remind readers about the author behind the words. Typewriter faces have become part of the aesthetic of journalism, fundraising, law, academia, and politics; a dressier alternative to handwriting, but still less formal than something set in type, they’re an invaluable tool for designers. […]

The command-line editor — these days, home to so many people who design things — could really be improved by a fully fixed-width typeface. What if, in addition to shedding the unwanted baggage of the typewriter, we also looked to the programming environment as a place where type could make a difference? Like many screen fonts before it, Operator could pay extra attention to the brackets and braces and punctuation marks more critical in code than in text. But if Operator took the unusual step of looking not only to serifs and sans serifs, but to script typefaces for inspiration, it could do a lot more. It could render the easily-confused I, l, and 1 far less ambiguous.

Ma quanto è bella?

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La Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio, vent’anni dopo

Sono passati vent’anni da quando John Perry Barlow scrisse la Dichiarazione d’indipendenza del Cyberspazio. La lesse a Davos, in Svizzera, l’8 Febbraio del 1996. In questo video, del 2013, la rilegge:

Quanto dichiarato è ancora attuale e valido — le motivazioni dei governi per limitare la libertà in rete sono le stesse di allora: copyright e sicurezza (terrorismo). È un discorso che può suonare altisonante, retorico, ma che personalmente mi ha lasciato — tutte le volte che l’ho letto — speranzoso e combattivo.

In un post su Boing Boing dell’altro giorno, Barlow ha riflettuto sul testo a vent’anni di distanza:

Actually, things have turned out rather as I expected they might 20 years ago. The War between the Control Freaks and the Forces of Open-ness, whether of code, government, or expression, remains the same dead heat it’s been stuck on all these years.

Which is enough to make me believe that my vision of an Internet that will one day convey to every human mind the Right to Know all that curiosity might propel them toward, a “world where anyone, anywhere may express his or her beliefs, no matter how singular, without fear of being coerced into silence or conformity.”

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Perché usiamo Internet da ubriachi

Vincenzo Latronico:

Sì, sappiamo che dovremmo usare password più lunghe e difficili, e usarne di diverse in ogni diversa occasione, e aggiornare regolarmente tutti i software, e installare sempre gli antivirus che spesso non servono a niente, perché le minacce più gravi sono le più nuove. Dovremmo, dovremmo.

Però poi ci diciamo: perché qualcuno dovrebbe attaccare proprio me? Perché dovrebbero provare a indovinare la mia password, a infilarsi nella mia USB stick? Luciano Floridi, uno dei massimi teorici di etica informatica, ha detto che in rete nessuno si sente Moby Dick: tutti si sentono sardine, protetti dal banco tutt’intorno. Con uno spirito simile spesso lasciavo aperta la porta del mio vecchio appartamento, quando dovevo prestare le chiavi a degli ospiti, confidando che nessuno sarebbe arrivato all’ultimo piano della mia scala nella mia palazzina solo per provare la maniglia di una porta a caso nella speranza di trovarla aperta.

Come moltissime analogie usate per capire le questioni della rete, anche questa sembra intuitiva ma non funziona.

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Amazon Echo è un successo?

Se lo domanda un articolo di Quartz:

The idea of talking to gadgets in your home that feature artificial-intelligence-powered assistants is still in its early days, but it’s an easy trend to spot. On various devices, Apple has implemented its Siri assistant, Google has Google Now, and Microsoft offers Cortana. Compared to those companies, Amazon still seems an unlikely challenger. But Echo is starting to look like the most elegant consumer product of the genre, at least for the home. Amazon’s foresight and execution has been impressive, especially in partnering with other products and companies.

Boh. Però tutto ciò mi ricorda un tweet di alcune settimane fa, di tale Marshall Huss. Marshall Huss ha un Echo in casa, che com’è supposto che sia sta sempre acceso e sull’attenti — sempre in ascolto in modo da essere pronto a rispondere ad un’eventuale domanda. Huss, una sera, parlando con sua moglie, le menziona la necessità di acquistare un apriscatole. Più tardi, questo è quello che vede su Facebook:

UPDATE: Pare la motivazione fosse un’altra, mi fanno notare.

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La caduta di Nokia: un ultimo sguardo a Windows Phone

Nel 2000, pre iPhone, la capitalizzazione di mercato di Nokia raggiungeva i $245 miliardi. Nel 2013, post iPhone, Nokia viene acquistata da Microsoft per 7.5 miliardi di dollari. L’acquisto ha costretto Nokia a restare legata a Windows Mobile e l’ha portata alla situazione (diciamo, con un eufemismo, non ideale) in cui si trova oggi.

La situazione sarebbe diversa se Nokia avesse adottato Android? L’analisi di Venture Beat merita una lettura:

In the end, Nokia hoped that Windows Phone would make it stand out in a sea of Android and iOS devices — and it did, but not in the fashion it had wanted. Instead, Nokia customers watched their once-mighty brand slowly fade into irrelevance, eventually getting consumed by its ill-chosen partner.

The mobile landscape is littered with manufacturers who lost their way, from Palm to BlackBerry to HTC to Danger. No company is too big to fail, and those that react too slowly to shifts in tastes and preferences can quickly find themselves struggling to catch up. Often, the only path forward requires choosing from a set of unpalatable options. Thanks in part to Stephen Elop’s Rolodex, Nokia’s storied handset division wound up in the arms of Microsoft, a fatal embrace.

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Come prepararsi all’inevitabile timeline editoriale

Mantellini:

Quando una piattaforma di rete, una di quelle che utilizziamo quotidianamente come Facebook, Google o Twitter, ci propone (o ci impone) un algoritmo che seleziona per noi dentro il suo grande cervello, tenta di entrare, più o meno gentilmente, dentro il nostro percorso decisionale. Ottimizza. Ci racconta che quella magia è per noi ma evidentemente non sempre è così. Semplicemente quell’algoritmo, come moltissimi di quelli che è possibile incrociare in rete, perturba le nostre scelte, sostituisce criteri decisionali suoi ai nostri. Ottimizza.

La bacheca cronologica è faticosa ma riserva molte soddisfazioni.

La timeline non cronologica è, per come la vedo io, inevitabile: mentre a me e altri utenti geek di Twitter può piacere così com’è ora, uno dei problemi di Twitter è sempre stato quello di essere faticoso da approcciare: dà molto, ma solo a patto di dedicargli molto tempo e sforzi (e anche noi, comunque, ci aiutiamo con Nuzzel e altri programmi che di fatto — tramite algoritmi — decidono cosa è interessante e cosa meno). Il problema, se mai, ci sarà se questa verrà imposta e diventerà l’unica opzione possibile.

A tal proposito, alcuni giorni fa leggevo la specifica, in discussione al W3C, del formato micropub che dovrebbe favorire la creazione di timeline cronologiche non-centralizzate:

Micropub is an open API standard that is used to create posts on one’s own domain using third-party clients. Web apps and native apps (e.g. iPhone, Android) can use Micropub to post short notes, photos, events or other posts to your own site.

Per funzionare farebbe affidamento a POSSE, un modello di pubblicazione promosso (come il formato micropub) dall’IndieWebCampPublish (on your) Own Site, Syndicate Elsewhere. Ovvero pubblichi il micropost sul microblog ospitato sul tuo dominio e varie integrazioni lo distribuiscono sulle piattaforme esistenti. In altre parole, il sito personale sta al centro delle piattaforme sociali, di distribuzione.

Micropub è un’API per Twitter sul proprio dominio. Twitter ha avuto per anni un monopolio sulla timeline, ma ora che vuole essere più come Facebook e meno quello che è vale la pena esplorare strade alternative.

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Tipoteca Italiana

Video

Tipoteca Italiana

(via @gustomela)

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Quale, fra i due siti possibili, stai disegnando?

Una presa in giro ai siti delle startup, che si somigliano un po’ tutti fra loro.

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Cattiva usabilità: il Wi-Fi pubblico in Italia

Nelle mie ultime due visite in terra italica ho avuto seri problemi nel connettermi al Wi-Fi pubblico (il caso più recente con il Wi-Pi pisano; prima di allora in aeroporto). La cosa è assurda perché è probabile che un turista ne abbia più bisogno di uno del luogo, non avendo alternative, ma per il turista è quasi impossibile farne uso.

Il problema è il solito: a connessione avvenuta viene richiesto di registrarsi. La registrazione non consiste, come in altri luoghi un po’ più al passo coi tempi, in una semplice email, ma in un numero di telefono.  Spesso, se il numero non è italiano la cosa si complica: o non si può proseguire, e semplicemente la registrazione “si rompe”, o (come nel caso del WiPi sopra menzionato) mi chiedono carta di credito 1.

Per un Wi-Fi. Normalmente, se mi serve, mi serve per controllare al volo un’informazione. Per scaricare una mappa o cercare un orario. L’uso che farebbe, insomma, uno in visita — un turista. Se per farlo devo essere armato di carta di credito, e impiegare 15 minuti a registrarmi, allora lascio stare.

Il risultato è che, per me, che non ho un numero di telefono italiano, il Wi-Fi pubblico potrebbe anche non esistere, dato che mi risulta completamente inutilizzabile e inaffidabile.

  1. A cui ha fatto seguito, due minuti dopo, chiamata dalla HSBC per chiedermi se qualcuno me l’avesse rubata.

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Com’è cambiata l’UX dei principali siti negli anni

Un sito mostra come sono cambiati i principali servizi web che utilizziamo oggi — Twitter, Spotify, Dropbox, etc. — negli anni.

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TaskPaper 3

Applicazione

TaskPaper 3

Spesso, nonostante nella prima schermata del mio iPhone figurino ClearDue e Trello (per blog e lavoro), va a finire che mi appunto le cose da fare dentro una semplice nota testuale. Trovo facile, nel pianificare la giornata, riassumere tutto quello che devo fare e che devo ricordarmi in un’unica nota testuale, piuttosto che andarlo a cercare dentro un’app — dove sarebbe meglio organizzato. Ha il vantaggio di non forzare nessun modello d’organizzazione, e di essere solamente .txt.

HogBaySoftware sta lavorando a TaskPaper 3 per Mac, una nuova versione di TaskPaper, un’app che supporta una specie di markdown per le cose da fare. Così che potete mischiare todo e testo.

Manca una controparte per iOS ma su Mac potrebbe rivelarsi, per me, la soluzione ottimale.

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L’arte del commit

A List Apart ha pubblicato un estratto del nuovo libro di A Book Apart, Git for Humans:

The purpose of a commit message is to summarize a change. But the purpose of summarizing a change is to help you and your team understand what is going on in your project. The information you put into a message, therefore, should be valuable and useful to the people who will read it.

As fun as it is to use the commit message space for cursing—at a bug, or Git, or your own clumsiness—avoid editorializing. Avoid the temptation to write a commit message like “Aaaaahhh stupid bugs.” Instead, take a deep breath, grab a coffee or some herbal tea or do whatever you need to do to clear your head. Then write a message that describes what changed in the commit, as clearly and succinctly as you can.

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Il rebranding di Uber

Brand New:

The previous logo was so thin it would crumble at the slightest sneeze. The wordmark lacked a lot of weight to be of good use in small screens and the wide letter-spacing forced it to take up too much space, making it necessary to make it smaller, making it barely readable. I’ve always disliked the little curl on the “U” but other than that, it was a mostly innocuous logo. […]

The bigger issue with the redesign — far more troubling — than the logo redesign is the app icon. In this case the app icon gets more action than the logo itself. That’s the first interaction from most users. If I wasn’t a fan of the curl in the “U” of the old logo I was even less of a fan of the inward serifs of the old icon. But, hey, it was a “U” for Uber and it was shiny like the badge on the grill of a car. The new icon is completely unidentifiable in any way as Uber other than it saying “Uber” underneath.

Mi piace la nuova scritta (la vecchia non l’ho mai apprezzata molto), sono un po’ più perplesso sull’icona. Il concetto di atomi e bits attorno a cui il rebranding è incentrato è anche piuttosto confuso e poco convincente (WIRED ha un lungo pezzo su com’è nato). Uber è passato dall’essere un servizio elitario, di lusso, al presentarsi come un’alternativa appetibile al trasporto pubblico. È pur sempre un’alternativa premium, ma non è così esclusivo come un tempo e l’intenzione è quella di diventare sempre più conveniente come modo e mezzo di trasporto.

Il rebranding forse poteva evitare questa analogia confusa — bits e atomi — e concentrarsi solo su quest’altro aspetto.

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Cosa rende un caffè ‘buono’

Arstechnica va abbastanza nel dettaglio, e nel tecnico, su cosa costituisca una buona tazza di caffè:

Purists might assume that clean, distilled water with no contaminating chemicals would brew the best cup. But, according to a recent study, added positive ions, often found in “hard” water, are good at grabbing the flavorful compounds in coffee. In particular, calcium and magnesium ions were best at snatching flavor compounds without otherwise altering the coffee taste.

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Il prossimo iPhone avrà una fotocamera doppia?

Dice MacRumors che il prossimo iPhone grande, il 7 Plus (e solo quello), potrebbe avere una fotocamera doppia — il che comporterebbe belle cose, come zoom non solo digitale, prestazioni migliori in ambienti poco illuminati e possibilità di cambiare focus all’immagine.

Se così fosse, mi toccherebbe se non altro considerarlo. Sarebbe fastidioso però se il device piccolo, che tanto piccolo non è (l’iPhone non Plus), diventasse di serie B.

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La narrativa di Apple non funziona più?

Wall Street giudica le aziende in base alle storie che queste si fabbricano; i profitti valgono ma fino a un certo punto, altrimenti non si spiegherebbe come sia possibile la quotazione di Amazon (che ha profitti bassissimi) o il fatto che AAPL, l’azienda che nell’ultimo trimestre fiscale ha registrato 18,4 miliardi di dollari di profitti (ovvero, il profitto più grande che un’azienda abbia mai registrato in un trimestre), sia in discesa. Nello stesso trimestre Google (Alphabet, okay…), che ha superato ieri Apple in borsa diventato la società con più capitalizzazione di mercato al mondo, ha registrato $17.3 miliardi di dollari.

Secondo Neil Cybart, la storia che Apple racconta agli investitori non funziona più. Apple è sempre stata giudicata per numero di device venduti, ma il numero di device venduti ha (forse, probabilmente) raggiunto un picco: ne hanno venduti così tanti che sarà difficile venderne di più. Apple stessa ha detto che si aspetta un declino delle vendite, per la prima volta in 13 anni. Crescere, però, è anche il parametro più importante secondo Wall Street.

Per questa ragione, Apple deve trovare una narrativa che non sia più basata sul numero di device venduti, ma su un altro valore che rassicuri gli investitori e dimostri che l’azienda sta crescendo. Cybart suggerisce di sfruttare come metrica la “user base”, quell’enorme numero di utenti fedeli che periodicamente, perché soddisfatti della qualità dei prodotti Apple, aggiornano il loro iPhone, iPad o Mac acquistandone un modello nuovo:

Apple disclosed there are one billion devices that have engaged with Apple services over the past 90 days. In addition, management introduced a new services revenue total called Installed Base Related Purchases, which reflects the total amount spent on content and services in the Apple ecosystem, including the revenue remitted to third-party app developers and certain digital content owners. Exhibit 2 highlights management’s first attempt at forming a new Apple narrative that moves beyond hardware unit sales.  […]

Apple’s strength is hardware, and a long-term narrative should include hardware in some respect. Considering that Apple’s mission statement revolves around coming up with new products, hardware is very important. Instead of focusing on hardware unit sales growth, Apple could look at adoption rates within its user base as a metric to monitor. If there is evidence that a new hardware product, such as Apple Watch, is seeing steady adoption within the Apple user base, the takeaway could be that Apple is succeeding with its mission statement. This metric would also go a long way in validating Apple relevancy and user loyalty.

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AMBER: un plugin per evitare il linkrot sul proprio blog

Ho per lungo tempo cercato un plugin che mi aiutasse a preservare le pagine a cui linko su queste pagine, e mi evitasse lo scenario corrente: linkrot pervasivo negli archivi del blog. I permalink, in realtà, sono molto poco permanenti. Provate a leggere un post di alcuni anni fa, dagli archivi, e molto probabilmente conterrà un link ad una pagina che non esiste più — perché è stata spostata, perché la piattaforma su cui il contenuto era stato pubblicato è stata chiusa o venduta, perché il blog non esiste più, o per altre ragioni ancora.

Fortunatamente il Berkman Center for Internet & Society se ne è uscito con un progetto, Amber, che aiuta a evitare la situazione corrente. Amber è distribuito anche sotto forma di plugin di WordPress: installandolo, il vostro blog conserverà uno snapshot (una copia) di ogni pagina a cui linkate — rendendola così accessibile in futuro, qualunque cosa succeda al sito originario, che sia o meno conservato sull’Internet Archive.

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