La Cina userà i big data come strumento di controllo?

Il 5 Luglio del 2009, nella provincia cinese Xinjiang, improvvisamente Internet smise di funzionare. Il governo decise di “spegnerlo” nel tentativo di disperdere una serie di proteste, finendo così col tenere i cittadini offline per 10 mesi. Un funzionario descrive oggi quella scelta come “un serio errore… Ora siamo anni indietro nel tracciare i terroristi in quell’area“.

(La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto in precedenza ipotizzato)

Aeon Magazine ha dedicato un articolo su quello che sta facendo — o vorrebbe fare — il governo cinese per sfruttare i dati raccolti tramite social network e internet per conoscere i propri cittadini:

Ren (uno pseudonimo), un nativo di Beijing, ha speso i suoi anni del college in Occidente difendendo ferventemente la Cina online. Al contrario, adesso dichiara: “Ho capito che non sapevo cosa stava succedendo, ci sono così tanti problemi ovunque“. Ora è tornato in Cina, e lavora per il governo. Sostiene che monitorare i social media sia la maniera migliore per il governo di conoscere i cittadini e di rispondere all’opinione pubblica, permettendo così un totalitarismo “responsabile”. Gli ufficiali corrotti possono essere identificati, i problemi locali portati all’attenzione dei livelli più alti, e l’opinione pubblica può essere ascoltata. Allo stesso tempo, i dati possono essere analizzati per identificare la formazione di gruppi pericolosi in certe aree, e per prevedere certi incidenti (proteste) prima che avvengano.

Ora che ci siamo liberati dei “grandi Vs“, dice Ren, “dovremmo preoccuparci di quello che dicono le persone normali“. I “big Vs” sono gli utenti più seguiti, e verificati, di Weibo e altri social network, personaggi famosi, ma anche “intellettuali” che sono stati sistematicamente eliminati negli ultimi tre anni. Avendo eliminato gli opinion leader e le ideologie alternative, il governo può finalmente utilizzare le lamentele del pubblico come fonte di informazione, invece che come sfida a se stesso.

(Leggendolo, mi è venuto in mente un talk di Maciej Cegłowski, di Pinboard)

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Notizie da altri luoghi, e segnalazioni rapide.

Mobile Isn’t Killing the Desktop Internet. «According to Mr. Haile, mobile devices are actually “unlocking” new Web time in the morning and the evening, while desktop traffic remains dominant during weekdays.»

The Web of Alexandria. «We, as a species, are currently putting together a universal repository of knowledge and ideas, unprecedented in scope and scale. Which information-handling technology should we model it on? The one that's worked for 4 billion years and is responsible for our existence? Or the one that's led to the greatest intellectual tragedies in history?»

Web vs. native: let’s concede defeat. «I feel we’ve gone too far in emulating native apps. Conceding defeat will force us to rethink the web’s purpose and unique strengths — and that’s long overdue.»

Streaming Unicorns.. Tipo Periscope, ma per lo schermo dell'iPhone (ovvero un'app per fare livestreaming *solo* di quello)

Screentendo. Trasforma qualsiasi sezione dello schermo in un'area di gioco di Super Mario.

A web whiteboard. Lavagna collaborativa molto bellina, basata su browser.

It took 17 years, but PayPal is finally becoming a mobile payments company. Il 30% dei pagamenti via PayPal è avvenuto su mobile.

Difendere la privacy

Gabriel Weinberg, fondatore e CEO di DuckDuckGo:

Abbiamo imposto limiti alla finanza, all’industria farmaceutica, a quella dei trasporti e alle telecomunicazioni. Perché non metterli anche all’online tracking? Dovrebbero esserci del limiti, specialmente ora che la tecnologia digitale si sta lentamente inserendo in più parti della nostra vita, e i dati raccolti diventano più e più importanti.

La question del dibattito dovrebbe essere: quali limiti? L’idea di raccoglierne quanti più possibili e rivelarne pochi deve sparire, c’è una via di mezzo fra “la massima collezione possibile di dati” e “il minimo necessario”. Ecco alcune cose che potremmo fare. Le aziende (e i governi) dovranno esplicitamente dichiarare e dirvi cosa ne faranno delle vostre informazioni personali. Devono permettere opt-out. Potrebbero anche fornire all’utenza un controllo granulare sui propri dati. Potrebbero persino dirvi cosa ci guadagnate in cambio di un certo pezzo di informazione. Ci sono molte opzioni.

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Medium è anche per le cose corte

Ieri Medium ha introdotto un cambiamento piuttosto significativo (e altri, che ritrovate nell’annuncio ufficiale): la possibilità di creare rapidamente un post direttamente dall’homepage. Pubblicazione e scrittura immediata che agevolano dei post più corti. Ev Williams spera ciò permetta a Medium di diventare un luogo adatto sia ad articoli long-form — tradizionali di un magazine, a cui frequentemente Medium si è paragonato — sia ad articoli/pensieri che ricordino piuttosto i post di un blog:

It was not our intention to create a platform just for long-form content or where people feel intimidated to publish if they’re not a professional writer or a famous person (something we’ve heard many times). We know that length is not a measure of thoughtfulness.

Williams ha specificato che al contrario di Twitter, a cui Medium si avvicina con questo aggiornamento, Medium non è per aggiornamenti di stato, o per parlare fra amici, quanto piuttosto per idee e storie. Mentre l’attenzione di Twitter è sul “cosa sta succedendo adesso“, Medium vuole proporsi come luogo sul quale poter condividere facilmente le proprie idee (hanno semplificato le cose togliendo i “titoli” ai post brevi, spesso d’impiccio1).

Un blog, insomma (internamente, queste release è stata appellata “bloggy Medium“), senza barriere d’ingresso.

* * *

Riguardo all’articolo “Medium è superfluo“: Medium, come Blogger prima (per citare un altra creazione di Ev Williams), vuole facilitare la creazione dei contenuti, rimuovendo qualsiasi frizione vi possa essere fra la scrittura e il bottone pubblica.

Tuttavia, sostenere che le funzioni offerte da Medium per la pubblicazione di un testo siano “superiori” alla concorrenza per facilità d’uso è opinabile. È Medium più facile da usare di Tumblr? Boh. È più veloce? Boh, di nuovo. Medium è sicuramente più bello — tipograficamente, e sotto ogni aspetto partendo dalla presentazione dei testi.

Medium rientra nella numerosissima categoria di strumenti con cui pubblicare un testo online, e al contrario di molti di questi (di nuovo, Tumblr) priva l’utente di molte opzioni — e del controllo dei propri testi.

Comunque, dopo tutta questa cosa — e dopo averne parlato male a lungo: se volete aggiungermi su Medium questo è il mio account (normalmente non scrivo, ma condivido gli articoli che apprezzo).

  1. Confermo.

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Cos’è Il Post

Anna Momigliano di Rivista Studio ha passato una mattina nella redazione de Il Post, per poi raccontare come funziona:

Il Post – primo punto – spiega. Ogni suo pezzo articola, o se non altro si sforza di farlo, fatti e interpretazioni in modo fruibile e puntuale. Tutto è molto chiaro, le opinioni sono separate dagli eventi, c’è sempre un riassunto delle puntate precedenti. Gli “spiegoni del Post” sono diventati un genere giornalistico a sé stante, al punto che si trova in giro pure qualche parodia. Una formula Google-friendly, che sembra fatta apposta per intercettare le domande sui motori di ricerca da parte di chi vuole capirci qualcosa, e che ha il pregio di saper tenere informato su quello che succede in Italia e nel mondo anche chi non si informa regolarmente («dai giornali non si capisce mai di cosa si parla, se non hai già seguito la vicenda» è una delle lamentele che sento più spesso da alcuni conoscenti disinnamorati della stampa, persone istruite e non necessariamente under-40. Ecco, a questo problema Il Post offre una soluzione).

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Il dilemma di Twitter

CIT.

Twitter is two things. It is a concept — everyone in the world connected in real time — that’s so obvious in retrospect that it is impossible to imagine it not existing. It is also a product that has had a rough time living up to that concept. […] “For users that use Twitter and are able to set up an account and follow the right people it provides really disproportionate value. […] We have all of this great content, but today what…you actually see is a function of when you’re checking your phone, who you happen to follow, if you know the right hashtags, that sort of thing.”

Matthew Panzarino, Twitter’s Dilemma

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Il nuovo Pebble Time

Pebble ha presentato un nuovo Pebble, in pre-ordine su Kickstarter a $159 (il prezzo di vendita finale sarà $199) e con display e-paper a colori. Il design ricorda un Tamagotchi, come scrive The Verge, e secondo me riesce a rispettare la natura del primo modello: uno smartwatch semplice, economico e dal design non ricercato, ma giocoso.

Uso il Pebble da un anno, e l’unico modo in cui può, forse, avere un briciolo di possibilità di sopravviere all’Apple Watch è posizionandosi come alternativa economica, e quasi dumb, all’Apple Watch. Siamo su un altro livello — il nuovo OS non mi dispiace, ma l’interazione, animazioni e semplicemente le capacità dell’orologio sono molto limitate in confronto a un Apple Watch.

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Cosa succederà alla televisione

Il documento in cui Netflix delinea la propria posizione nel futuro — e la direzione in cui la TV sta andando — merita una lettura. Inizia con una breve dichiarazione:

Le applicazioni stanno rimpiazzando i canali,

e gli schermi stanno proliferando.

Un po’ come il giornalismo non avrà bisogno di giornali di carta, nel futuro i programmi televisisi non avranno bisogno della televisione — se non altro nella sua forma attuale. Mentre i contenuti prodotti per la televisione continuano a generare molto interesse, la linearità tradizionale del mezzo — il modo in cui i canali offrono un programma in un determinato momento della giornata — inizia a venire meno apprezzata.

Secondo il documento di Netflix (Long Term View), la velocità (crescente) di Internet e la vendita (crescente) di Smart TV, tablet e smartphone avvieranno un processo che lentamente porterà la televisione tradizionale (lineare) ad essere guardata sempre meno, in favore di una televisione non-lineare, nella quale i canali si trasformeranno in applicazioni — BBC iPlayer è l’esempio più interessante e meglio riuscito al momento in Europa. Questo nuovo modello offre diverse opportunità di “disruption”.

Per Netflix l’opportunità è quella di essere un canale — e come tale di offrire una determinata selezione di film, a loro dire i migliori, a un determinato prezzo senza fronzoli e sorprese. L’obiettivo è quello di essere un’alternativa appetibile alla pirateria, offrendo un servizio economico, immediato e curato. Non vogliono competere per quantità con HBO, Amazon e altri colossi che entreranno nel mercato, sanno che non riusciranno a eguagliare il loro catalogo; vogliono batterli curando l’offerta («Instead of trying to have everything, we should strive to have the best in each category. As such, we are actively curating our service rather than carrying as many titles as we can»).

Vogliono essere un canale di intrattenimento. In quest’ottica, in questa visione di Netflix come “canale” (piuttosto di un iTunes dei film), la decisione di produrre materiale originale (serie TV) acquista molto senso:

We believe we have a major advantage over our linear competitors when it comes to launching a show. The networks need to attract an audience on a given night at a given time. We can be much more flexible. Because each show on Netflix is not competing for scarce prime-time slots like on linear TV, a show that is taking a long time to find its audience is one we can keep nurturing. This allows us to prudently commit to a whole season, rather than just a pilot episode. In addition, we are able to provide a platform for more creative storytelling (varying run times per episode based on storyline, no need for week to week recaps, no fixed notion of what constitutes a “season”). We believe this makes it easier for us to attract creative talent.

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Lo stato del web design in Giappone

Uno sviluppatore web, che da cinque anni risiede in Giappone, ha raccontato cosa è cambiato nel suo mestiere spostandosi là:

I frequently ride the train in-between rush hour. I do a lot of people watching then. People are open books of nonverbal queues, it’s so much fun. On Wednesday I counted three books among 46 people, six people dozing off and 37 handheld communication devices of some sort, across all ages.

The number of cell phone owners in Japan soared to nearly 110 million people last year. That’s 86% of the total population. Think of that in terms of Japan’s mass transit commuters with time to chill on the train; it’s a great opportunity to socialize and shop, two things Japan does well.

Siti che noi giudicheremmo un disastro, sovraccaricati di contenuto, nel web design giapponese sono la norma.

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Perché a Apple interessa il ‘fashion’

Dustin Curtis:

Quanto l’automobile venne inizialmente immessa sul mercato, era praticamente impossibile da usare e letteralmente impossibile per la maggior parte delle persone da acquistare. Per circa i primi trent’anni, l’automobile ha lentamente migliorato in potenza, stile e facilità d’uso. Ogni modello era principalmente caratterizzato da dei miglioramenti tecnologici — performance leggermente migliori, interni più confortevoli, costo più accessibile. Verso il 1935 la macchina iniziava ad essere completata e definita — nelle funzioni.

Dal 1940 qualcosa è cominciato a succedere: gli acquirenti di automobili hanno smesso di focalizzarsi sulle funzioni — concentrandosi sul design esteriore, per riflettere la loro personalità.

Dustin paragona la situazione in cui si trovò l’industria automobilistica allora con la situazione in cui si trovano oggi computer, smartphone e wearable device. È un’analogia che aiuta a capire perché Apple si stia interessando al fashion:

Computer e smartphone sono stati storicamente venduti in base alle performance, dimensione dello schermo, durata della batteria [etc.]. Ma negli ultimi due anni credo che abbiano finalmente raggiunto l’equivalente del 1945 per le automobili: tutti i device in vendita oggi possono fare più o meno decentemente qualsiasi cosa l’utente desideri. Il computer è “feature-complete”.

I vari modelli in mercato si giustificano oggi più a causa di diverse preferenze e personalità dell’utente, che per funzioni. Le specifiche tecniche continuano a perdere d’importanza.

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Sul prezzo dell’Apple Watch

Gruber spiega perché — secondo le sue stime — il prezzo dei modelli della collezione Edition sarà attorno ai $10,000 (in partenza!):

Apple Watch Edition is a luxury wrist watch. Apple’s ambitions in this arena, I am convinced, are almost boundless. They’re not entering the market against Rolex, Omega, and the rest of the Swiss luxury watch establishment with disruptive prices. They’re entering the market against those companies going head-to-head on pricing, with disruptive (they think) features.

Again I point you to someone from the watch world, Grail Watch’s Stephen Foskett, who points out that gold watches typically cost $10-15,000 more than the same watch in stainless steel — and tens of thousands more if they come with a gold bracelet. Even if I’m wrong about Apple having gold Link Bracelets lying in wait as an April surprise, I don’t think a $10,000 starting price for Apple Watch Edition is even a step out of line for the watch industry.

Apple vuole posizionare l’Apple Watch a fianco di altre alternative di lusso, presentandolo come un prodotto dell’industria della moda1. A tal proposito, rimando a un altro pezzo su quello che “il mondo dell’informatica” non capisce del fashion:

The tech world is infatuated with fashion. This is because fashion has something tech seriously wants: the ability to create and sustain demand for products that are—let’s face it—kind of useless. […]

Selling function isn’t something the fashion industry typically does. It sells a story, an identity, a new look. Why should you throw out all your skinny jeans and invest in flares? Because the powers that be have decided that a flared silhouette is important right now and suddenly skinny jeans just don’t feel quite right. They look dated. You don’t look very cool in them. You buy the flares.

(A margine: personalmente, non sono per nulla entusiasta che Apple faccia un orologio da $10,000.)

  1. Sarà interessante vedere come risolveranno il problema dell’obsolescenza, ancora aperto

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L’Apple Watch cambierà le notifiche

Gli smartphone hanno introdotto nelle nostre vite notifiche di ogni tipo, trasformandole da uno strumento utile ad uno per il marketing, abusato dalle applicazioni per autopromuoversi (o promuovere i loro contenuti). Servivano a informarci di un evento importante, e sono diventate un altro modo per cercare di attrarre la nostra attenzione.

Secondo Neil Cybart l’Apple Watch sistemerà in parte il problema trasformandole: da indicatore di un messaggio al messaggio stesso. Se infatti fosse necessario estrarre l’iPhone dalla tasca ad ogni notifica ricevuta sull’Apple Watch, a che pro averne uno? Neil si immagina la notifica post-Apple Watch così:

2016: A double tap on the wrist from Apple Watch informing us that our significant other is leaving the store.

La taptic engine dell’orologio giocherebbe un ruolo fondamentale, agevolando l’uso di una sorta di codice morse personale:

I would expect the definition of a notification to once again include haptic feedback (vibration) with Apple Watch. In such an example, a simple tap on the watch face would produce a silent vibration on the recipient’s wrist (assuming they are wearing Apple Watch). That tap, or a series of long and short taps, can both serve as a notification and message.

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Cosa pensa il tuo iPhone di te

Le confessioni di un iPhone 6 (appartenente a tale Kyle), pubblicate da iMore:

Il compleanno della mamma di Kyle era ieri. Gliel’ho ricordato tante volte, ma non l’ha mai chiamata né gli ha mai inviato un messaggio. Spero che la mamma di Kyle abbia avuto un buon compleanno.

A me invece non mi hanno ancora aggiornato. A volte le mi applicazioni si bloccano. Spero che Kyle non pensi sia colpa mia. Spero che Kyle mi aggiorni.

E due mesi dopo, dallo stesso diario:

Kyle mi ha messo una custodia gigantesca addosso. Mi fa enorme. Dice che è perché la mia batteria non dura niente. Poco importa che Kyle si dimentichi di caricarmi tutte le volte e poi vada in giro a dire ai suoi amici che la mia batteria fa schifo. Pure le Field Notes mi hanno preso in giro. Che vergogna.

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Il database delle SIM

The Intercept ha rivelato come NSA e GCHO (l’omologa britannica) siano entrate in possesso delle chiavi di sicurezza delle SIM prodotte da Gemalto — chiavi che vengono utilizzate per criptare ogni conversazione e dato scambiato su rete mobile:

American and British spies hacked into the internal computer network of the largest manufacturer of SIM cards in the world, stealing encryption keys used to protect the privacy of cellphone communications across the globe, according to top-secret documents provided to The Intercept by National Security Agency whistleblower Edward Snowden.

The hack was perpetrated by a joint unit consisting of operatives from the NSA and its British counterpart Government Communications Headquarters, or GCHQ. The breach, detailed in a secret 2010 GCHQ document, gave the surveillance agencies the potential to secretly monitor a large portion of the world’s cellular communications, including both voice and data. […]

With these stolen encryption keys, intelligence agencies can monitor mobile communications without seeking or receiving approval from telecom companies and foreign governments. Possessing the keys also sidesteps the need to get a warrant or a wiretap, while leaving no trace on the wireless provider’s network that the communications were intercepted. Bulk key theft additionally enables the intelligence agencies to unlock any previously encrypted communications they had already intercepted, but did not yet have the ability to decrypt.

Gemalto produce circa 2 miliardi di SIM l’anno, per circa 450 diversi operatori. Fra questi c’è TIM. Peggio ancora: Gemalto produce anche chip NFC — in uso su tessere, carte di credito e passaporti elettronici.

(Via Daring Fireball)

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Medium.com è superfluo?

Matthew Butterick (l’autore del bellissimo Butterick’s Practical Typography) ha risposto a un post uscito su Medium alcuni giorni fa, in cui l’autore illustrava come le macchine da scrivere abbiano contribuito a imbruttire la tipografia. L’argomento del post di Butterick non sono tanto le macchine da scrivere, quanto Medium stesso, e perché esista (una questione interessante, secondo me).

L’idea di uno YouTube dei testi può sembra buona — ma il costo di pubblicazione di un articolo, o gestione del design, è praticamente zero. Secondo Butterick, al web odierno Medium non aggiunge nuove possibilità: ne chiude e basta, limitando le opzioni, racchiudendo tutto nella stessa confezione. Medium priva gli autori del controllo sui propri pezzi, sulla loro presentazione e distribuzione. E nonostante Medium dia molta attenzione alla tipografia e alla presentazione, questa rimane identica per ogni testo: se il ruolo della tipografia è migliorare il testo per il lettore, testi differenti richiedono tipografia differente.

Ogni storia su Medium si presenta in ugual modo — come proveniente più da Medium, che da un autore specifico. Personalmente, non capisco chi ha un blog e decide di pubblicare pezzi su Medium, a meno che non lo si faccia per ottenere una maggiore diffusione. Perché a questo Medium si riduce: a uno strumento per promuovere un “contenuto”. Medium non è uno strumento per la scrittura, ma per la promozione della scrittura.

Medium serve a creare l’illusione che tutto quello che sta al suo interno faccia parte di un ecosistema editoriale. Medium vorrebbe, come il New York Times, riuscire a conferire autorità ad un pezzo semplicemente mettendoci il suo logo. Funziona anche grazie ai (pochi) autori che Medium paga per produrre contenuti, che ne portano altri attratti dal “prestigio” della piattaforma.

Medium, scrive Butterick, è marketing al servizio del marketing:

In verità, il prodotto principale di Medium non è una piattaforma per la pubblicazione, ma la promozione della stessa. Questa promozione porta lettori e scrittori sul sito. Questi generano i contenuti e i dati che servono ai pubblicitari. Ridotto così, Medium è semplicemente marketing al servizio di altro marketing. Non è un “posto per le idee”. È un posto per i pubblicitari. È, quindi, totalmente superfluo.

“Ma cosa mi dici riguardo a tutti gli articoli scritti su Medium?” La misura dell’inutilità non risiede negli articoli. Piuttosto, risiede in ciò che Medium aggiunge alla scrittura e agli articoli. Ricordate la questione iniziale: in che modo Medium migliore Internet? Non ho trovato una singola storia su Medium che non avrebbe potuto esistere altrettanto bene altrove.

La retorica con cui il sito viene presentato — il posto in cui scambiarsi le idee, una specie di conferenza TED testuale — serve a promuovere un sito di cui potremmo tranquillamente fare a meno.

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Beam: il proiettore intelligente

Beam,the smart projector and LED light that fits in any light socket.

Beam (Kickstarter) è un proiettore connesso a Internet e all’iPhone. L’idea è quella di trasformare qualsiasi superficie in uno schermo, uno schermo che mostri informazioni rilevanti all’ora e alla situazione:

Beam can turn any flat surface into a big screen. It is a powerful projector equipped with a smart computer, all inside a beautifully designed casing.

You can play games, watch movies or share content from your smartphone or tablet. Beam will assist you in your daily activities, like wake you up in the morning with the latest news and your agenda or show you your social updates when you come home.

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Le nuove applicazioni di IFTTT

Ho appena perso una buona ora a provarle, e seppur non sappia ancora bene come sfruttarle appieno le potenzialità sono molte. IFTTT è un buon servizio, ma anche molto geek, e queste applicazioni aiutano a semplificarlo dividendo le ricette in due differenti categorie: IF (girano in background e in automatico, quando avviene qualcosa su un servizio — ad esempio quando qualcuno vi tagga su facebook o mettete un mi piace su una foto) e DO (si avviano con un tap), quelle appena introdotte dalle 3 nuove applicazioni.

L’idea è che siano un bottone: una volta premuto, avviene qualcosa. IFTTT ha introdotto 3 applicazioni per 3 differenti bottoni:

  • Do Button. Letteralmente un bottone. Con un tap avviate un’azione.
  • Do Camera. Scattate una foto, e IFTTT la manda dove volete.
  • Do Note. Scrivete una nota, e la mandate a IFTTT per farci qualcosa.

Un esempio scemo, che tira in ballo i caffè. Con Do Button poteste creare un bottone per tenere traccia di quanto ne bevete: ogni volta che verrà premuto IFTTT aggiungerà a un file di testo su Dropbox (o a un foglio di calcolo su Google Drive) una riga, contenete data e ora del momento delizioso (IFTTT permette di aggiungere anche altri dettagli, come latitudine, longitudine, o immagine della vostra posizione con Google Maps). Do Camera e Do Note funzionano nella stessa maniera, ma si attivano dopo aver scattato una foto o scritto una breve nota.

(Si possono fare cose molto più interessanti di quella appena descritta. Può anche essere utile.)

Tutte ovviamente possono contenere più di un bottone — uno swipe laterale permette di scambiarli. L’interfaccia è semplicissima, in modo da velocizzare l’input il più possibile. Al punto che ogni applicazione può contenere un massimo di tre bottoni (un limite fastidioso).

Do è una versione di IFTTT non automatizzata (le ricette si avviano quando voi fate qualcosa), ma che riesce comunque a risultare immediata.

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Il nuovo mercato di Apple

Ben Thompson suggerisce che l’Apple Watch — assieme alle fondamenta poste da iOS 8, con HealthKit e HomeKit — sia parte di una strategia per portare iOS in ogni ambito della nostra vita, e trasformarlo lasciandosi in parte dietro l’iPhone e gli smartphone:

And a new market is exactly where the iPhone is headed: Apple is on the verge of leaving the narrowly-defined smartphone market behind entirely, instead making a play to be involved in every aspect of its consumers’ lives. And, if the importance of an integrated experience matter more with your phone than your PC, because you use it more, how much more important is an integrated experience that touches every detail of your life?

In fact, if there is a flaw in this vision, it’s that even pulling an iPhone from your pocket is too cumbersome. What if you could interact with your home, your car, retail, the cloud, or even your own body with something even more personal and accessible?

Come ricorda Ben, solamente fino a un paio di anni fa la rete era inondata di discussioni su come — e se — iOS sarebbe riuscito a sopravvivere ad Android; Clayton Christensen (The Innovator’s Dilemma) ha sempre sostenuto che i primi prodotti di un’industria nascente — solitamente chiusi e estremamente controllati — vengono con il maturare del settore rimpiazzati da alternative più aperte e integrate. La tesi di Ben Thompson è che Apple abbia costruito un ecosistema aperto secondo certe regole, e stia funzionando:

From  the hardware perspective the iPhone is quite modular. Apple has 785 different suppliers, and while not all of them contribute to the iPhone, the vast majority do, making everything from screws to memory to camera lens assemblies. In fact, while I don’t know how many suppliers are in the Samsung supply chain, I’d wager it’s fewer than the iPhone’s, simply because Samsung itself is a component manufacturer. In other words, from a pure hardware perspective, it is Samsung that is more integrated than Apple. […]

Apple products have many modular components wrapped inside an integrated experience

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Saver Screensson

Screensaver

Saver Screensson creates unique patterns on your display by randomly stacking vector stencils to create a virtually infinite, but aesthetically consistent set of possible outcomes. Screensson contains 340 individual images and 19 predefined color palettes, generating countless multilayered compositions.

Ho ridotti i minuti di inattività necessari affinché lo screensaver si avvii, come conseguenza di Saver Screensson. Erano anni che non cambiavo screensaver al Mac — o che me ne interessavo.

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Hocus Focus

Applicazione

Hocus Focus

Hocus Focus aiuta a tenere lo schermo del Mac pulito nascondendo in automatico le finestre delle applicazioni non in uso da diversi minuti (a seconda delle preferenze dell’utente), lasciando così visibili solamente quelle su cui si sta lavorando.

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La realtà virtuale in architettura

Su Reddit un utente ha raccontato di come abbia sfruttato la realtà virtuale (con gli Oculus Rift) per permettere a un architetto di testare il proprio progetto di un edificio, ancora da costruire:

The architect sat down, I explained the 360 controls and what the camera did. After he put it over his head he tried to look up using the controller, and asked me if that was possible. I told him to just look up with his head, after that it was silent for a good 2 minutes. He carefully walked around, completely silent. Normally this man would talk a lot, constantly and really hard. My colleagues looked up with a weird expression, “I’ve never seen him quiet”.

Then a soft “unbelievable” came out of his mouth. “I didn’t expect this”, “not at all”. in the period of 15 minutes he occasionally broke the silence with;

“How is this already possible”, “I get it now, I’m so happy I didn’t put more bridges in the main hall”, “I can now finally see how important it is that this wall is yellow”, “I got to change that, amazing that I can finally see it”, “this opens so much to me”. And some more reactions like that.

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