Tutte queste primevoltità

La Storia, senza pudore, è entrata anche nella vita privata. Chissà se è colpa di certi francesi; quando abbiamo letto le vite private nel Medioevo di Jacques Le Goff, abbiamo subito pensato: prepariamo anche la nostra vita quotidiana per un Le Goff del futuro che ci studierà. Quindi, quella che Carlo Emilio Gadda chiamava la primavoltità, e cioè quella serie di eventi che nella vita di un singolo individuo accadono una sola volta con il sapore dell’inedito — il primo giorno delle elementari, il primo bacio, il primo canestro, il primo incidente in motorino, il primo tradimento — ecco, tutto questo, nel clima di rappresentazione storica che ci circonda, abbiamo cominciato a viverlo come un fatto epocale, da tramandare ai posteri. Scriviamo sui social con enfasi, e ci hanno detto che le nostre pagine sono incancellabili, rimarranno per sempre. E non fa niente allora, se tutte queste primevoltità capitano a ognuno, senza distinzione di epoche, latitudini ed età. Non ce ne importa: se la comunichiamo immediatamente al mondo, in qualche modo stiamo contribuendo alla Storia, o quantomeno alla microstoria (se proprio si conserva un po’ di umiltà). Aboliamo lo storico, Francesco Piccolo

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Attraverso i Google Cardboard

Ho provato la realtà virtuale, e per farlo mi è bastato il mio iPhone e un pezzo di cartone. Il pezzo di cartone sono i Google Cardboard, un prodotto lanciato da Google quasi due anni fa e recentemente aggiornato per funzionare in ugual modo sia con Android che con iPhone1.

Sono la via più economica per dare uno sguardo dentro la realtà virtuale senza dover investire troppi soldi. Quelli che ho scelto io, su Amazon, costano £15 e sono prodotti da I Am Cardboard. Infatti Googla rilascia semplicemente le specifiche tecniche: a produrli, i Cardboard, sono altre aziende.

I Cardboard sono, di fatto, una scatoletta di cartone con delle lenti e, sul fronte, un vano in cui riporre lo smartphone. Si assemblano in pochi attimi, hanno un aspetto che non intimorisce, e basta portarseli agli occhi per iniziare ad usarli — avendo cura di aprire, prima, sul dispositivo, una delle applicazioni apposite. La seconda iterazione dei Cardboard presenta un bottone sul lato superiore per navigare all’interno delle applicazioni, o per spostarsi dentro i vari paesaggi virtuali. Per camminare, si preme quel bottone (che altro non fa che tappare sullo schermo al posto vostro). Tutte le rimanenti interazioni col device avvengono, beh, muovendo la testa — sfruttando il giroscopio.

Stando alle mie precedenti, limitate, esperienze con i Samsung Gear VR sono rimasto piacevolmente stupito per la qualità che, per così poco, è possibile ottenere. Non sono perfetti — entra un po’ di luce dai lati, e in certi casi/con certe app lo schermo dell’iPhone non è molto a fuoco — ma per qualcosa fatto di cartone e a questo prezzo davvero non ci si può lamentare.

L’applicazione ufficiale di Google è interessante le prime volte che li si usa, per esplorare le potenzialità. Offre un kaleidoscopio, alcuni oggetti 3D e altre cose fatte più che altro per impressionare. Dopo, a parte tirarla fuori quando degli amici vogliono provarli anche loro per la prima volta, si rivela abbastanza inutile.

Al contrario, un ottimo lavoro l’ha fatto Vrse, che ha creato dei brevi video, a 360° gradi. Il New York Times ha recentemente avviato una collaborazione con Vrse, e per questo poche settimane fa ha lanciato un’app che contiene diversi documentari immersivi (ha anche inviato a ciascun abbonato al cartaceo, per promuoverla, un Cardboard gratuito). I documentari su New York Times VR sono belli, affascinano, informano e sperimentano con questo nuovo mezzo in un modo interessante — forse, aiutano anche ad empatizzare di più con le notizie. Mi raccomando: le cuffie sono d’obbligo per un’esperienza più immersiva.

La cosa che però più mi affascina, e di fatto ciò che mi fa tornare e spinge verso i Cardboard, è Street View. L’applicazione (anche quella per iOS, da Ottobre) ha un bottone per la realtà virtuale: premendolo, adatta Google Street View ai Cardboard permettendo così di camminare per le vie di qualsiasi città. L’altro ieri avevo nostalgia di Pisa — non ci vado da un po’, e volevo rivedere le vie che due anni fa percorrevo tutti i giorni — così mi sono fatto un giro per la città; poco fa invece gironzolavo per le strade di Tokyo. Col bottone — quello menzionato, posto sul lato superiore dei Cardboard — si cammina. Per il resto, basta meravigliati girare la testa a destra e sinistra per guardarsi attorno.

Google non ha dato molta importanza ai Cardboard — li considerano più che altro, credo, un esperimento. Eppure io lo trovo un esperimento meglio riuscito dei, ad esempio, Google Glass. I Cardboard sono l’esempio di un prodotto che mi aspetterei da Google. Sono eccitanti e futuristici, aperti e quasi gratuiti. Semplici, ma pure nella loro semplicità riescono a stupire.

Li consiglio.

  1. La versione 1 dei Cardboard funzionava maluccio con l’iPhone

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Apple Faces: wallpaper per Apple Watch

È un vero peccato che la watch face che consente di impostare uno sfondo personalizzato — un’immagine a scelta dalla propria libreria fotografica — non permetta però di mostrare sullo schermo alcuna informazione a parte l’ora e la data. Tutte le complicazioni — attività, meteo, batteria, etc. — non sono disponibili in questa watch face, fatto che la rende piuttosto inutile.

Se però di tutto ciò non vi interessa nulla, il sito Apple Faces raccoglie dei wallpaper molto carini.

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iOS è meno usabile di un tempo?

Don Norman e Bruce Tognazzini, due persone abbastanza importanti nel campo dell’usabilità, il primo ad Apple fino al 1996, il secondo ad Apple durante i primi anni, hanno scritto un articolo molto critico nei confronti di Apple concentrandosi, soprattutto, su iOS:

Today’s Apple has eliminated the emphasis on making products understandable and usable, and instead has imposed a Bauhaus minimalist design ethic on its products.

Unfortunately, visually simple appearance does not result in ease of use, as the vast literature in academic journals on human-computer interaction and human factors demonstrates.

Apple products deliberately hide complexity by obscuring or even removing important controls. As we often like to point out, the ultimate in simplicity is a one-button controller: very simple, but because it has only a single button, its power is very limited unless the system has modes.

Condivido parti del pezzo, non tutto — ma è comunque una lettura interessante. Scrivendo di Apple spesso viene menzionato uno dei dieci principi per un buon design di Dieter Rams: “Good design is as little design as possible”. Ma, appunto, questo è solamente il decimo. Ci sono anche gli altri nove da ricordare:

  1. Innovative
  2. Makes a product useful
  3. Aesthetic
  4. Makes a product understandable
  5. Unobtrusive
  6. Honest
  7. Long-lasting
  8. Thorough down to the last detail
  9. Environmentally friendly
  10. As little design as possible

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Facebook Video è basato sul furto

Video

Facebook Video è basato sul furto

Molto del successo di Facebook video è dovuto a video rubati e metriche strambe: come spiega il breve video di Kurgesagt, utenti normali ricaricano video trovati altrove, presi da altre piattaforme (spesso, YouTube), rubandoli ai creatori originali. Facebook lascia che questi video ottengano milioni e milioni di visualizzazioni — guadagnandoci in pubblicità e mostrandosi abbastanza reticente (e lento) nel rimuoverli.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Twitter ancora non ha capito a cosa serve

All’inizio Twitter era un luogo molto diverso da ciò che è diventato. Non c’era nessuna pretesa di informare, ma tutto si riduceva a dire ciò che si stava facendo. I primi tweet di Jack Dorsey furono “a pranzo” e “sto disegnando”. Un chiacchericcio, futile seppur divertente, insomma.

Poi, soprattutto grazie agli sviluppatori e all’entusiasmo di certi utenti, Twitter si è evoluto. Sono arrivati gli hashtag. I retweet. I link. Ciascuna delle componenti che oggi è parte fondamentale di Twitter non è venuta da Twitter, ma dagli utenti di Twitter. Twitter è diventato, contrariamente a Facebook, un luogo che si visita con intenti ben mirati: non con l’intenzione di trovare materiale a caso, ma con quella di restare aggiornati su ciò che ci interessa — attraverso una rete di contatti faticosamente costruita, basata sugli interessi.

(Twitter mi ha stancato)

C’è la sensazione che nonostante tutto ciò l’azienda Twitter ancora sia ferma al chiacchericcio. Il passaggio da stella a cuore per indicare i preferiti è l’ennesimo indizio che l’azienda Twitter ancora possa non aver capito appieno come Twitter viene utilizzato dai propri utenti.

L’indizio principale, quello che più mi preoccupa perché potrebbe distruggere il valore di Twitter, è il desiderio di voler somigliare a Facebook. Scrive Baekdal:

Twitter never got it, and still don’t understand it.

Twitter still thinks people are using Twitter to chitchat. The reality, though, is that most of the value that Twitter creates is from people who are communicating instead. We are not chatting on Twitter. We are communicating. And we are communicating about things and topics around us. […]

When people use Facebook, they are often on a break and do not have any specific interest or intent. So the snack like content that BuzzFeed produces is perfect for that moment.

But people don’t use Twitter like that. We use Twitter to stay up-to-date about the things that are important to us. You don’t use Twitter if you are just bored. We use Twitter because we are interested. […]

The main problem for Twitter, of course, is that it is still entirely focused on scale, a situation demanded by its investors who doesn’t like that is only worth 18% of Facebook. And Twitter is currently running at a massive loss.

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Aerial per Mac

Il bellissimo screensaver per Apple TV con riprese aeree di varie città in momenti diversi della giornata è adesso disponibile anche per Mac OS. Installato subito.

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L’anti-Turing test

Facebook M, l’assistente virtuale di Facebook, è un AI oppure ha dietro delle persone che compongono manualmente le risposte? Se lo è chiesto Arik Sosman, dato che le richieste che M è in grado di soddisfare sono di gran lunga più complesse di quelle a cui Siri, Google Now, Cortana o qualsiasi altro degli assistenti virtuali esistenti riescono a comprendere.

Alla domanda esplicita (“sei un AI oppure c’è un umano che ti scrive le risposte?”), Facebook M dice di usare e venire aiutato dall’intelligenza artificiale, senza altri dettagli. Ma Sosman, con l’inganno, è riuscito ad andare a fondo della questione facendosi chiamare da M:

M was calling from +1 (650) 796–2402. As can be seen on the photo, the automatic reverse-lookup matched that number to Facebook. Thus, here we are. We have definitive prove that M is powered by humans. The next question is: Is it only humans, or is there at least some AI-driven component behind it? As to this problem, I’ll leave it as a homework assignment for the reader to figure out. In the meantime, I shall enjoy having my own free personal (human) assistant.

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L’iPad per scrivania

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L’iPad per scrivania

Horace Dediu descrive l’iPad Pro come l’iPad per desktop.

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Isolamento

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Isolamento

Smettiamola di dire che la tecnologia isola.

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Perché le icone delle app nelle notifiche dell’Apple Watch sono a volta rotonde, a volte quadrate?

Be’, o lo si legge oppure è abbastanza impossibile intuirlo. Io neppure mi ero accorto che alcune fossero tonde, ed altre invece quadrate.

Comunque Mac Kung Fu ha la risposta:

Round notification icon: If the icon is round then it’s a notification you can action on the phone because you’ve a Watch version of that app installed. For example, if it’s a Mail message then you will be able to tap the notification to reply to the mail there and then.

Square notification icon: If the icon is square then there is no Watch app for that particular notification. Essentially, the notification is being “echoed” from your iPhone, and all you’ll be able to do is tap to dismiss it.

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Parcheggiare le tab

Il Nielsen Norman Group descrive una pratica che ha riscontrato essere in uso soprattutto fra i millennials (che brutta parola), nel modo di navigare su internet: l’apertura in successione di un numero elevato di tab, durante una ricerca o in preparazione di un acquisto, che vengono parcheggiate nel browser per venire visitate con maggiore attenzione in seguito. Quindi elementi simili  — come i risultati più interessanti trovati a seguito di una ricerca — raccolti in una finestra del browser, organizzati per tab.

Ho letto l’articolo con interesse, perché sembra descriva il mio modo di navigare su internet. Che si tratti di un acquisto su Amazon, della scrittura di un articolo, di una semplice ricerca su dove passare la serata o cosa cucinare, apro una finestra del browser e in poco tempo mi ritrovo con una decina di tab aperte che in seguito — finita la fase di ricerca — visito una per una, con più calma, per valutarne la validità.

La navigazione viene così divisa in due fasi: una di ricerca, in cui l’utente scandaglia una lista di risultati — decidendo quali aprire in una tab e quali ignorare — e una di digestione dell’informazione, in cui l’utente visita e valuta ciascuna delle tab raccolte.

Questa pratica ha dei vantaggi — per esempio quello di non dovere aspettare che le pagine si carichino (tanto verranno visitate più tardi) ma, soprattutto, di potersi concentrare sulla ricerca e poi lettura dei risultati, invece che cambiare continuamente tipologia di attività.

I consigli del Nielsen Norman Group per venire incontro agli utenti? Eccoli:

  • Permettere l’apertura dei link in una tab. I siti che non lo fanno, sono maligni.
  • Avere una buona favicon e un buon titolo, affinché si capisca dalla tab di cosa si tratta.
  • Aiutare il visitatore a capire dove si trova in relazione al resto del sito, con breadcrumbs.

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Su unicorni e startup

David Heinmeier ha creato Ruby on Rails e fondato, più di dieci anni fa, Basecamp. Basecamp è un software per coordinare e collaborare su un progetto, recentemente completamente ridisegnato. Basecamp ha avuto negli anni un discreto successo, ma non ha mai disruptato nulla, né è mai diventato un unicorn ricevendo milioni su milioni da investitori.

E, scrive David, va bene così. Va bene fondare una startup senza nemmeno avere l’ambizione di possedere tutto — e purtroppo questa cosa va specificata perché il gergo degli investitori, e le loro aspirazioni, sembrano essere diventate le uniche possibili aspirazioni di qualsiasi startup dei giorni nostri.

In un recente post David Heinmeier racconta come la narrazione della Silicon Valley stia rovinando l’ambiente delle startup, presentandosi come l’unica possibile via di successo:

It didn’t disrupt anything. It didn’t add any new members to the three-comma club. It was never a unicorn. Even worse: There are still, after all these years, less than fifty people working at Basecamp. We don’t even have a San Francisco satellite office!

I know what you’re thinking, right? BOOOORING. Why am I even listening to this guy? Isn’t this supposed to be a conference for the winners of game startup? Like people who’ve either already taken hundreds of million in venture capital or at least are aspiring to? Who the hell in their right mind would waste more than a decade toiling away at a company that doesn’t even have a pretense of an ambition for Eating The World™.

Well, the reason I’m here is to remind you that maybe, just maybe, you too have a nagging, gagging sense that the current atmosphere of disrupt-o-mania isn’t the only air a startup can breathe. That perhaps this zeal for disruption is not only crowding out other motives for doing a startup, but also can be downright poisonous for everyone here and the rest of the world.

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L’hack da un milione di dollari

Zerodium disse, un po’ di tempo fa, che avrebbe dato un milione di dollari a chi fosse riuscito a trovare un bug in iOS e, sfruttandolo, prendere possesso, remotamente, dell’iPhone di una terza persona. Stando a un loro tweet di un paio di giorni fa pare ci sia stato un gruppo di hacker che è riuscito a bypassare la sicurezza di iOS, con un exploit partito da Safari, Chrome o un messaggio di testo.

Come spiega TidBITS, lo scopo di Zerodium non è ovviamente quello di comunicare ad Apple la falla, quanto piuttosto rivenderla a terzi — agenzie governative, o chi altri si mostri interessato:

If Zerodium sounds like an arms dealer, you are exactly correct. This kind of activity isn’t illegal, but it isn’t exactly ethical, especially since these companies withhold exploit details from software vendors, to ensure they remain unpatched for as long as possible. This is quite different than “bug bounty” firms who intermediate between security researchers and software firms and outsource communications, negotiations, and validation of vulnerabilities and exploits. A bug bounty is cash paid by a company to researchers who find security issues in their products. It provides an incentive for researchers (and others) to report the bugs to the vendor for patching instead of making them public or selling them to bad guys.

Zerodium is a dangerous entrant into the market since they alter the economics of online security: now researchers can make more money by selling their bugs to Zerodium than notifying the vendor. Governments and other groups have long paid for exploits, but a broker increases the value of certain exploits, and will sell to multiple buyers, spreading the risks to users. This could pressure buyers to use their exploits more often and more quickly since they don’t know or trust other buyers, which may create a “race to exploit” before the value of their investments are lost.

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earbud.fm

Dalla NPR, una lista in continuo aggiornamento di puntate di podcast che vale la pena ascoltare.

Come una radio, ma fatta da podcast selezionati.

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Copied: copiare da Mac, incollare su iPhone

Applicazione

Copied: copiare da Mac, incollare su iPhone

Copied è un Clipboard Manager per iOS e OS X. Ha delle feature interessanti, come la possibilità di organizzare i frammenti copiati in liste1, ma ciò che me l’ha fatto scaricare e subito apprezzare è la velocità con cui le due app, quella per iPhone e quella per Mac, si sincronizzano fra loro.

Significa che è velocissimo copiare qualcosa su Mac e ritrovarselo sull’iPhone, pronto a venire incollato — o viceversa.

  1. Mettiamo stiate ricercando informazioni su un determinato argomento: potete creare una nuova lista e in automatico, qualsiasi cosa copiate, verrà salvata al suo interno

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Il significato di un’icona

Twitter ha cambiato l’icona per indicare i preferiti, da stellina a cuoricino. E che cambia a noi? Cambia che mettere un cuore rappresenta un’azione diversa, e più forte, del dare una stellina. Mentre la vecchia icona andava ad assumere significati diversi per utenti diversi — molti la usavano per segnarsi tweet da rivistare più tardi — un cuore rappresenta un sentimento ben preciso, indica qualcosa che ci è piaciuto.

Purtroppo, ovviamente, questo cambiamento interesserà anche i tweet e preferiti vecchi — quindi tweet che avete segnato con intenzioni diverse. Scrive Dave Winer:

A problem with the rebranding of Favorite as Like are all the historical favorites we’ve created, and the symbol that Twitter has chosen for Like.

On Facebook, there is no Heart for liking. They use a thumb-up. A lot of thought must have gone into this. We like things we don’t actually like, and shrug off the confusion. But labeling it with a red heart pushes it further.

Example: You may have Favorited something about a terrorist group, but would you have clicked on a red heart? At the very least that’s going to take some getting used to.

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Amazon introduce la consegna entro un’ora a Milano

Si usa un’applicazione a parte, con un catalogo molto limitato1. È gratuita entro due ore, o si paga 6,9 euro per la consegna entro un’ora.

In entrambi i casi, è disponibile solo per gli abbonati a Amazon Prime.

  1. Se non altro, quando tentai di farne uso a Londra, il catalogo si rivelò così striminzito che non trovai alcunché da ordinare

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Sopraffatto da internet

CGP Grey si sente sopraffatto dalla quantità di cose da leggere, guardare e scoprire su internet:

Many years ago, the college version of myself had a vague sense of ‘being overwhelmed’ he couldn’t pin down to anything specific.

His workload hadn’t increased: he was just attending summer courses to clear requirements so there was less to do than a normal dual-major semester.

With less work why did it feel like there was more to do and why did it take him longer to accomplish less? […]

Arguments about the quality of news aside, he came to realize the ‘overwhelmed’ problem wasn’t about the number of things to do, but was about the number of things he let into his brain. The news is a rather effective vehicle for delivering a large number of small things: each story a single guest arriving to a party.

Individually the guests don’t make a lot of noise, but adding one by one makes the collective volume creep up in a way unnoticeable until you take a break from the conversation and realize that it’s way too loud in here.

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Sei cose da migliorare della Apple TV

iMore:

App developers can’t link to their tvOS apps right now. Nor can you share a link from tvOS to your device. Or share much of anything, really.

This wouldn’t be such a problem, except the brand-new tvOS App Store has yet to offer any sort of lists or categories beyond the Featured and Purchased tabs. So if you’re looking for new apps, you either have to find it on the Featured tab or you have to manually search for it.

Fra tutte mi colpisce il fatto, alquanto assurdo, che non esista un URL delle applicazioni. L’unico modo per trovare un’app è, per ora, digitare il nome sulla scomoda tastiera virtuale della Apple TV, e ricercarla. Se sei uno sviluppatore, e hai creato un sito per promuovere la tua app, non hai modo di indirizzare gli utenti ad essa se non sperando che ne memorizzino il nome — e abbiano voglia di digitarlo manualmente.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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