Come funziona Product Hunt

Un articolo su Medium racconta come funziona Product Hunt, un sito che negli ultimi due anni è diventato abbastanza centrale per introdurre e far conoscere il proprio prodotto, utilizzato come piattaforma di lancio da startup e indipendenti — se una nuova applicazione riesce a ottenere, dalla comunità di Product Hunt, un discreto numero di upvote è garantito un traffico di interesse e di visite.

Ma, come racconta l’articolo di Ben Wheeler, per molti di questi prodotti la comunità di Product Hunt è una farsa: non finiscono in homepage perché gli utenti del sito li hanno votati, ma perché si sono accordati in anticipo con un superuser che, dotato di privilegi speciali, può postare direttamente nella home del sito senza dover attendere l’approvazione degli utenti del sito:

Browse Product Hunt listings, and reach out to the curators who posted them, and you will find a great many were posted by prior arrangement with the creators. Ryan Hoover emphasized to me that the central Product Hunt team itself conducts these arrangements only rarely, but wouldn’t say how much of the time the curators arrange featured postings for products they’re linked to.

Sarebbe carino se Product Hunt segnalasse questi prodotti — con un badge, o una scritta — almeno da saperlo e comunicarlo al visitatore. Sembra altrimenti che tutto funzioni ad upvote, e il successo o meno di un prodotto sia nelle mani degli utenti, quando in realtà il processo è ben poco trasparente (prima di leggere questo articolo, io stesso — che visito Product Hunt svariate volte al giorno — ignoravo tutto ciò)

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Elon Musk su OpenAI

Steven Levy ha fatto una chiacchierata con Elon Musk (e Sam Altman) per capire meglio che piani hanno per OpenAI:

I want to return to the idea that by sharing AI, we might not suffer the worst of its negative consequences. Isn’t there a risk that by making it more available, you’ll be increasing the potential dangers?

Altman: I wish I could count the hours that I have spent with Elon debating this topic and with others as well and I am still not a hundred percent certain. You can never be a hundred percent certain, right? But play out the different scenarios. Security through secrecy on technology has just not worked very often. If only one person gets to have it, how do you decide if that should be Google or the U.S. government or the Chinese government or ISIS or who? There are lots of bad humans in the world and yet humanity has continued to thrive. However, what would happen if one of those humans were a billion times more powerful than another human?

Musk: I think the best defense against the misuse of AI is to empower as many people as possible to have AI. If everyone has AI powers, then there’s not any one person or a small set of individuals who can have AI superpower.

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Esperimenti geometrici con i Google Cardboard

Tornando ai Google Cardboard: 100Spher.es offre una serie di paesaggi geometrici e virtuali abbastanza disorientanti.

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OpenAI: una no-profit per creare un’intelligenza artificiale buona

Elon Musk, Sam Altman e un numero piuttosto cospicuo di nomi della Silicon Valley ha presentato OpenAI, una no-profit dedicata ad avanzare lo stato dell’intelligenza artificiale senza concentrarsi sui profitti, ma sul “bene” che l’umanità può derivarne (se volete spaventarvi, c’è una serie di lunghi post del blog Wait but Why che spiega cosa potrebbe succedere nel caso vada tutto storto).

OpenAI:

Because of AI’s surprising history, it’s hard to predict when human-level AI might come within reach. When it does, it’ll be important to have a leading research institution which can prioritize a good outcome for all over its own self-interest.

We’re hoping to grow OpenAI into such an institution. As a non-profit, our aim is to build value for everyone rather than shareholders. Researchers will be strongly encouraged to publish their work, whether as papers, blog posts, or code, and our patents (if any) will be shared with the world. We’ll freely collaborate with others across many institutions and expect to work with companies to research and deploy new technologies.

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Il dilemma etico delle macchine che si guidano da sole

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Il dilemma etico delle macchine che si guidano da sole

Come deve comportarsi una macchina che si guida da sola, in caso di incidente? Deve massimizzare la sicurezza di chi la guida — tentando di salvare il guidatore/passeggero ad ogni costo — oppure optare per un’incidente che causa la morte del numero minore di persone — magari, così facendo, decidendo una brutta sorte per il guidatore?

Mentre quando è un umano alla guida, la reazione a un incidente viene appunto interpretata come una reazione, una macchina che si guida da sola prenderà una decisione, stabilita magari anni prima da chi l’ha programmata. Mettiamo Tesla facesse macchine che salvano il maggior numero di persone, mentre Apple si concentrasse sulla vita del guidatore: voi quale comprereste?

È, questo, il classico problema del carrello ferroviario.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Forevery: Google Photos per la libreria fotografica dell’iPhone

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Forevery: Google Photos per la libreria fotografica dell’iPhone

A pochi minuti dall’installazione di Forevery, già mi sento di raccomandarla. Forevery è Google Photos per la libreria fotografica dell’iPhone: un’applicazione che aiuta a cercare e trovare le fotografie scattate, tramite l’API di Clarifi per il riconoscimento visivo.

L’applicazione divide le fotografie in varie macrocategorie — persone, luoghi, posti — ciascuna con all’interno album più specifici. Col tempo, potete insegnare all’algoritmo a riconoscere persone specifiche, paesaggi o oggetti. Permette anche di ritrovare le proprie foto cercandole a parole, tramite tag associati automaticamente — ad esempio, sunset dovrebbe restituirvi tutte le originalissime foto di tramonti che avete scattato.

(Non ho idea di come si comporti dal punto di vista della privacy, suppongo però solo i metadata associati a un’immagine vengano caricati siccome il processo iniziale di setup si è rivelato piuttosto veloce)

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La nuova custodia con batteria di Apple

Apple ha presentato la propria custodia con batteria incorporata, in grado di aggiungere all’iPhone un giorno di vita. Utile, ma tanto — ma proprio tanto — brutta. Con una gobba sul retro. Sembra, da tanto è brutta, che nemmeno si siano posti il problema di come produrre una custodia + batteria non inguardabile.

Si aggiunge al tanto, ma proprio tanto, brutto dock per Apple Watch presentato poche settimane fa. Spero la lista di accessori inguardabili non si allunghi.

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Focus, il content blocker di Mozilla per iOS

Applicazione

Focus, il content blocker di Mozilla per iOS

Appena lanciato:

Focus users can control what to block, including three types of trackers: ads, social, and analytics. Users can also block “other content trackers,” which essentially turns on full blocking. This option is very strict, to the point that Mozilla warns this can result in some webpages not loading correctly.

Si basa sulle regole di Disconnect.me (l’applicazione per Mac — sempre volta a proteggere la privacy dell’utente in rete — è piuttosto efficiente, la sto provando da oggi).

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Swift nel browser

IBM:

The IBM Swift Sandbox is an interactive website that lets you write Swift code and execute it in a server environment – on top of Linux! Each sandbox runs on IBM Cloud in a Docker container. In addition, both the latest versions of Swift and its standard library are available for you to use.

Grazie ad IBM, potete giocare con Swift nel browser.

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L’hype è fondato

Gus Mueller, sviluppatore di Acorn, ha scritto un post entusiasta sulla Apple Pencil. In sintesi: per 20 anni ha sempre utilizzato tablet Wacom per lavori grafici, senza mai trovare un’alternativa altrettanto valida. Settimana scorsa ha provato l’accoppiata iPad Pro e Apple Pencil e, per la prima volta, è rimasto piacevolmente stupito da una stylus:

I got the Apple Pencil (which is Apple speak for a stylus) and an iPad Pro. This new tablet from Apple has the hardware support needed to make a useful stylus. Hardware support that has been missing for five long, very long, agonizing years.

And It’s God Damn Amazing.

It feels absolutely right. Super low latency, palm rejection, and … it just works.

Is it the same as drawing in my sketchbook? No. Of course not. I’m rubbing a plastic tip across a glass screen.

It’s still God Damn Amazing though.

Dello stesso parere, pare essere Christopher Phin:

Let me be completely clear: this is the best digital drawing tool there has ever been. Better than a Wacom Intuos, better than a Wacom Cintiq, and better, by a margin so wide it’s downright comical, than any other stylus for iOS or Android.

Actually, let me be even clearer: pair this stylus with the iPad Pro – the only device it currently works with – and at a hardware level, it’s capable of a fluidity and unthinking naturalness that genuinely comes as a shock. You have never used anything so quick, so lovely, so wonderfully analogue.

Khoi Vinh, a sua volta, sembra molto positivo. Nel suo post ha incluso però una serie di funzionalità mancanti, o azioni difficili da svolgere, che rallentano i lavori su iPad. Principalmente:

  • Una clipboard robusta
  • Un file manager più robusto
  • Possibilità di installare font propri sul device
  • Un’alternativa al rullino fotografico. Al momento, per spostare immagini da un design all’altro occorre salvarli nel ruling fotografico, mischiandoli a foto con cui non hanno nulla a che fare

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Sketch lascia il Mac App Store

Un paio di settimane fa Dan Consuell (fondatore di Realmac Software) ha stilato una lista di alcune delle principali applicazioni per Mac non distribuite tramite il Mac App Store — come: Coda, Dropbox, f.lux, Chrome, etc…

Nonostante esista da sei anni, scriveva Dan, il Mac App Store tuttora non ha in catalogo molti dei software migliori che il Mac, come piattaforma, ha da offrire (software che continuano a trovare successo fuori dallo store ufficiale).

Alla lista, già lunga (Dan ne ha individuate 68), di queste applicazioni si è andata ad aggiungere, oggi, Sketch:

There are a number of reasons for Sketch leaving the Mac App Store—many of which in isolation wouldn’t cause us huge concern. However as with all gripes, when compounded they make it hard to justify staying: App Review continues to take at least a week, there are technical limitations imposed by the Mac App Store guidelines (sandboxing and so on) that limit some of the features we want to bring to Sketch, and upgrade pricing remains unavailable.

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La crittografia va difesa, anche se la usano i terroristi

Dan Gillmor, tradotto da Valigia Blu:

Un giorno si potrebbe venire a sapere che un terrorista ha usato sistemi potenti di criptaggio, e la risposta giusta sarebbe: “Sì, lo ha fatto, ma dobbiamo comunque proteggere questi sistemi di criptaggio, perché indebolirli peggiorerebbe soltanto le cose.” Perché? Perché il criptaggio è davvero una questione semplice, non importa quanto funzionari legislativi desiderosi di diffondere la paura o politici codardi e ostinatamente ignoranti vadano sbandierando sul bisogno di backdoor nelle comunicazioni protette. La scelta è fondamentalmente binaria per molti esperti in materia. Non si possono alterare i sistemi di criptaggio in maniera significativa senza renderci tutti meno sicuri, perché i cattivi poi sfrutteranno le vulnerabilità introdotte nel processo. Non è una questione di sicurezza verso privacy, come gli esperti hanno spiegato ormai innumerevoli volte, è una questione di sicurezza contro sicurezza. […]

È triste, ma pochi media mainstream hanno cercato di spiegare il problema del criptaggio in modo aderente alla realtà. Citare persone che mentono è già abbastanza brutto, ma non spiegare la realtà può essere anche peggiore.

I giornalisti, in generale, non hanno ricordato al pubblico che usiamo sistemi potenti di criptaggio ogni giorno facendo shopping online. Non hanno spiegato perché i whistleblower, che con coraggio raccontano al pubblico e alla stampa il pessimo comportamento dei governi, delle corporation o di altre grandi istituzioni, sono in grave pericolo in uno stato di sorveglianza. Non hanno unito i puntini fra la copertura sensazionalistica dell’episodio di hacking alla Sony e il bisogno delle aziende di fare affari in modo sicuro, ad esempio. Abbiamo bisogno di sicurezza maggiore e migliore nelle nostre vite, non minore e peggiore.

L’argomento “la crittografia è pericolosa perché anche i terroristi possono farne uso” è alquanto stolido: togliere la crittografia di default ci renderebbe tutti più insicuri, ma non impedirebbe a organizzazioni terroristiche di ricorrervi. Queste potrebbero utilizzare gli strumenti distribuiti da altri paesi, dove la crittografia non sarebbe illegale, o costruirsene di propri (e di fatto, lo fanno).

In difesa di quest’assurdità ho letto uno degli articoli più stupidi su cui mi sia capitato di posare gli occhi negli ultimi anni, sul Telegraph solo settimana scorsa, dal sobrio titolo “Perché la Silicon Valley sta aiutando gli jihadisti?“. Di seguito un allucinante paragrafo:

What will it take? 129 dead on American soil? 129 killed in California? What level of atrocity, what location will it take for the Gods of Silicon Valley to wake up to the dangerous game they are playing by plunging their apps and emails ever deeper into encryption, so allowing jihadists to plot behind an impenetrable wall? […]

It goes back to Edward Snowden, the weaselly inadequate whose grasp for posterity has proved a boon for Isil. They should be gratefully chanting his name in Raqqa, for it was Snowden’s revelations about government surveillance methods that triggered this extraordinary race towards deeper encryption.

Provo vergogna a copiare e incollare quelle frasi su queste pagine — mi chiedo come si possa concepire di scriverle. La risposta di TechDir è alquanto ficcante:

How many hacked credit cards, medical information and email accounts will it take for the Gods of Silicon Valley to wake up and recognize they need to better protect user data. Because that’s what’s actually happening. Encryption is not about “allowing jihadists to plot behind an impenetrable wall” it’s about protecting your data. […]

But, more to the point, undermining encryption makes everyone significantly less safe. The whole idea that weakening encryption makes people more safe is profoundly ignorant.

La sorveglianza di massa non è la soluzione al terrorismo, e il modo in cui la stampa generalista la sta affrontato è piuttosto sconfortante. Considerato poi che sono argomenti che, generalmente, suscitano sbadiglio.

Credere che si possa stare, sorvegliando tutti, completamente sicuri è un’idea fanciullesca. Non bisogna, come scrive Luca De Biase, rinunciare alla libertà:

Si può sostenere che la riduzione di libertà introdotta con la sorveglianza di massa possa essere temporanea, fino alla fine della guerra. E che aumenti le probabilità di scoprire e contrastare i terroristi. Oppure si può sostenere che quella riduzione di libertà tende poi a diventare stabile e che la sorveglianza di massa non faccia che aumentare il potere dei servizi segreti. L’esperienza aiuta a capire quale sia la valutazione giusta.

L’esperienza americana è chiara. La sorveglianza tecnologica “di massa” era stata introdotta, con Echelon, molto prima dell’11 settembre 2001. E la Nsa aveva iniziato il suo progetto di sorveglianza via internet prima del più terribile atto di terrorismo della storia americana. Secondo alcune inchieste (vedi Washington Post), in più occasioni è stato provato che le notizie potenzialmente utili per fermare i terroristi erano in possesso dei servizi americani, archiviate da qualche parte e non utilizzate a dovere. Anche per la scarsa collaborazione tra servizi, dovuta a una certa loro idea di potere. Dopo di allora, l’attività di sorveglianza di massa dell’Nsa si è sviluppata oltre ogni senso del limite, come ha provato Edward Snowden. E il tentativo di sradicare la sorveglianza di massa operato in qualche occasione dall’attuale amministrazione si è arenato di fronte al “ricatto” dei servizi formulato in modo tale da far pensare che ridurre quella sorveglianza significhi aumentare i rischi di attentati.

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L’iPhone, spiegato facile

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L’iPhone, spiegato facile

Nei giorni scorsi è uscito Thing Explainer, il nuovo libro di Randall Munroe (lo stesso dietro a xkcd) dedicato a spiegare le cose complesse in termini semplici, adoperando solamente i 1.000 vocaboli più comuni della lingua inglese.

Fra le cose spiegate, c’è l’iPhone (hand computer, lo chiama il libro).

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Apple rimuoverà l’entrata per le cuffie dall’iPhone?

Si mormora Apple abbia intenzione di rimuovere, dal prossimo iPhone, l’entrata per le cuffie — che si collegherebbero all’iPhone, di conseguenza, o tramite la porta Lightning o via bluetooth. Delle cuffie con porta lightning esistono di già, ed è probabile che tutte le altre acquistate prima, o che non si adegueranno, potranno fare uso di un adattatore venduto a caro prezzo da Apple.

Quest’intenzione, venendo da Apple, non stupisce troppo. Scrive Gruber:

This would be a totally Apple-y thing to do. The standard headphone jack is old (ancient, really), thick, and deep. The only thing good about it is compatibility with existing headphone, and “compatibility with old stuff” is never high on Apple’s list of priorities.

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Cosa c’è dentro l’alimentatore del Mac

C’è più di quello che uno si aspetterebbe, persino un microprocessore. Ken Shiriff l’ha smontato per spiegarne il contenuto:

One unexpected component is a tiny circuit board with a microcontroller. This 16-bit processor constantly monitors the charger’s voltage and current. It enables the output when the charger is connected to a Macbook, disables the output when the charger is disconnected, and shuts the charger off if there is a problem. This processor is a Texas Instruments MSP430 microcontroller, roughly as powerful as the processor inside the original Macintosh.

Consiglio di leggere l’articolo per intero, contiene dettagli piuttosto interessanti. Mi preme mostrare qua, soprattutto, la foto in cui Ken mette a confronto il costosissimo caricabatterie originale (venduto, in Italia, a €89) con una delle tante imitazioni acquistabili in rete, a circa un quarto del prezzo:

Scrive a proposito Ken:

The imitation charger has about half the components of the genuine charger and a lot of blank space on the circuit board. While the genuine Apple charger is crammed full of components, the imitation leaves out a lot of filtering and regulation as well as the entire PFC circuit. The transformer in the imitation charger (big yellow rectangle) is much bulkier than in Apple’s charger; the higher frequency of Apple’s more advanced resonant converter allows a smaller transformer to be used.

La prossima volta che vi si rompe rifletteteci un po’ di comprare una copia su eBay. E ricordate: se è solo il cavetto ad essere danneggiato, allora serve il Sugru — non un nuovo alimentatore.

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La peggiore app dell’App Store

Allen Pike ha recensito una delle tante app nell’App Store che si inceppano ogni due minuti, sono piene di pubblicità, e semplicemente non fanno nulla se non fregare l’acquirente:

I must say, Music Player & Playlist Playtube manager is a truly remarkable app. Its novel colour scheme of black, gold, grey, and coral breaks new ground. The various bugs that immediately present themselves prove that this developer understands how important it is to “always be shipping”. Perhaps most notably, in a market suffering a race to the bottom, this developer showed true entrepreneurial spirit by charging $3 and putting up a full-screen modal advertisement every few seconds.

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Come aggiustare tutto

Motherboard ha intervistato il fondatore di iFixit. Il risultato è un interessante racconto della guerra fredda che Apple e iFixit (più in generale: chiunque si azzardi ad aprire un oggetto per ripararlo) stanno combattendo.

The first time you open an electronic, it stops being a magical black box and you see it’s just a bunch of things plugged together,” Wiens said. “A plumber is not necessarily better at plumbing than me, he’s just faster and more consistent. That’s the case with a lot of this stuff. […]

The disappearance of tools from our common education is the first step toward a wider ignorance of the world of artifacts we inhabit,” Crawford wrote in the book. “And, in fact, an engineering culture has developed in recent years in which the object is to ‘hide the works,’ rendering many of the devices we depend on every day unintelligible to direct inspection.

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Bicycle Mind su Medium

Oramai certe cose vanno a finire (anche) su Medium. Bicycle Mind esiste anche la, seppur in forma limitata. Seguitelo, se vi va (e già che ci siete, un altro click e seguite anche il sottoscritto).

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Il nuovo WordPress, senza PHP e con un’applicazione per Mac ufficiale

WordPress:

The new WordPress.com codebase, codenamed “Calypso,” moves WordPress.com away from MySQL and PHP. It’s built entirely in JavaScript, and communicates with WordPress.com only using our REST API. This means the new WordPress.com is a browser-based client for our API, just like any other application built on top of it — lighter, faster, and more flexible for a mobile-focused world.

È completamente in JavaScript, basato su REST API 100% aperte. In altre parole, fa a meno di PHP e MySQL. Ma.tt, sul proprio blog, motiva la decisione di abbandonare le fondamenta utilizzate fino ad ora così:

The basic paradigms of wp-admin are largely the same as they were five years ago. Working within them had become limiting. The time seemed ripe for something new, something big… but if you’re going to break back compat, it needs to be for a really good reason. A 20x improvement, not a 2x. Most open source projects fade away rather than make evolutionary jumps.

So we asked ourselves a big question. What would we build if we were starting from scratch today, knowing all we’ve learned over the past 13 years of building WordPress? At the beginning of last year, we decided to start experimenting and see.

Invece di wp-admin, è possibile gestire il proprio blog (i propri blog) da un’unica interfaccia: quella di wordpress.com (che, fra l’altro, è diventato open source). È l’opzione di default per i blog su wordpress.com, mentre può essere attivata via Jetpack sui blog installati sul proprio spazio, tramite wordpress.org.

Spiegano:

Is this a new WordPress?

This is a new interface for WordPress, in use now at WordPress.com and in the desktop app. It’s a modern take on how to write and manage content, that retains the same open source WordPress at its central core, powering everything through our REST API.

Will this be replacing WP-Admin?

We’re laying an entirely new foundation for a generation of apps and services built on WordPress — but whether the Calypso codebase eventually becomes part of core WordPress and replaces WP-Admin is up to the WordPress community.

Qui c’è il dietro le quinte dello sviluppo. L’applicazione per Mac, invece, si trova qua.

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Lo Steve Jobs di Sorkin

Steve Jobs, il film, è vagamente basato su Steve Jobs, l’uomo. E questo su ammissione stessa di Sorkin, il regista, come ha ricordato in più e più interviste. A Steven Levy, per esempio, ha risposto così:

This isn’t The Steve Jobs Story. And it was never intended to give you all the facts about Steve’s life. And your first clue to that  —  because I want to make sure that the audience wasn’t mistaking it for anything else  —  is that we made no attempt to have the actor in any way do a physical impersonation of Steve Jobs. He doesn’t look like Steve Jobs, we didn’t ask him to speak like Steve Jobs. There is a joke about “insanely great” but I didn’t write in any of the Jobs-isms. It’s just not that movie.

Ok, non un documentario, non è una biopic. Riprende solo un frangente della vita di un uomo, seppur quel frangente sia adattato — con eventi e situazioni mai verificatesi — alle necessità della storia che Sorkin si è inventato, contenga diverse finzioni e inesattezze, e finisca col ridurre la personalità di Steve Jobs a pochi schemi collaudati: il bastardo intrattabile abbandonato dalla famiglia, il padre che non ha riconosciuto la figlia, presentato come il direttore d’orchestra che non sa fare bene nulla se non comandare gli altri e distorcere la realtà. È un po’ una soap opera, anche per la scelta degli eventi su cui il regista si è focalizzato: il rapporto padre e figlia, tagliando fuori tutto il resto.

Sorkin semplifica Steve Jobs, riconducendolo a quel poco su di lui che il pubblico già sa — riportando la sua figura dentro le letture trite e ritrite che i media hanno dato di Steve Jobs, di fatto non aggiungendo nulla di proprio nella comprensione di questa figura: chi è stato e cos’ha fatto. Non aggiunge nulla né sul lato umano — anzi, lo riduce a uno stronzo arrogante, pieno di sé, incapace di migliorarsi — né su quello innovativo e tecnologico — alla fine, uno si domanda come quest’uomo abbia potuto portarci il Macintosh, l’iPod, l’iPhone, etc. Cos’ha fatto Steve Jobs, e perché in molti lo rimpiangono? Andate a vedere il film e ne uscirete più confusi di prima, senza una risposta, probabilmente con una piccola convinzione: che il successo, Steve Jobs, non se lo sia meritato.

Steve Jobs esce sminuito dal film. Non si capisce cosa faccia, a che serva, perché sia stato importante o cosa abbia portato a Apple se non un’ossessiva ossessione per i dettagli e una personalità urtante. NeXT è, secondo Sorkin, il piano diabolico e personale per tornare dentro Apple — non un’azienda che ha avuto un’esistenza propria per 12 anni. Pixar non esiste. E l’iPhone non viene nemmeno menzionato perché il film si ferma al 1998. La maggior parte dei dialoghi che occupano grande rilievo nel film — con Hertzfeld, Wozniak e Sculley — sono inventati. Ah, e tutti, più o meno, non lo sopportano.

Aaron Sorkin ha deciso di fare un film leggermente basato su Steve Jobs, dipingendolo in luce negativa. Sceglie eventi a proprio piacimento e ne scarta altri a suo dire irrilevanti. Come scrive Walt Mossberg:

Sorkin chose to cherry-pick and exaggerate some of the worst aspects of Jobs’ character, and to focus on a period of his career when he was young and immature. His film chooses to place enormous emphasis on perhaps the most shameful episode in Jobs’ personal life, the period when he denied paternity to an out-of-wedlock daughter.

Dirò una cosa: il film, per quelle due ore in cui mi sono trovato chiuso al buio nella sala cinematografica, mi è piaciuto. È suddiviso in tre scene principali, che si svolgono poco prima di un keynote: quello del lancio del Macintosh, quello del lancio di NeXT e il keynote del 1998 in cui Steve introduce il primo iMac, trasparente. Al solito con Sorkin, tutto ruota attorno ai dialoghi serranti e scontri incalzanti. Dialoghi e situazioni, però, perlopiù inventate.

Nel buio della sala, il film mi ha preso. Poi, una volta finito, mentre le luci tornavano in sala e mi avviavo all’uscita, ho colto i mormorii degli altri spettatori. Il sentimento generale, avrebbe potuto riassumersi in: “hai visto che gran bastardo?” E “e quindi perché lo celebriamo?“.

E questo mi ha dato un gran fastidio. Perchè Sorkin può anche ripetere centomila volte che non si tratta di una biopic, a The Verge e Medium, ma lo spettatore medio non andrà a leggersi The Verge o Medium: uscirà piuttosto dalla sala cinematografica convinto di essersi visto una sintesi di quella che è stata la vita di Steve Jobs, e di averne compreso persona e idee. Dato che il film s’intitola Steve Jobs e in nessun momento, nella pellicola, un disclaimer avvisa lo spettatore che i fatti narrati nel film non si sono mai svolti il dubbio non viene mai instillato nello spettatore. È inutile che poi Sorkin si difenda nelle interviste: magari un avviso sulle fabbricazioni, nella pellicola, all’inizio o alla fine lo si sarebbe potuto mettere, no?

Il mio problema con lo Steve Jobs di Sorkin è — come scrive FastCompany — che il film aiuta a solidificare una lettura e comprensione dell’uomo Steve Jobs molto semplicistica. Lo Steve Jobs dipinto da Sorkin non avrebbe mai potuto salvare Apple: è una caricatura, costruita e tenuta in piedi grazie a molte omissioni. È la narrazione da bar di Steve Jobs, la mitologia, quella che verte attorno agli episodi di scontro e discordia ma tralascia tutti i pezzetti importanti che gli hanno permesso di diventare Steve Jobs, di costruire Apple e di costruire se stesso.

Come scrivono su FastCompany:

The film’s title character is a one-trick pony, a grandstanding egotist who gets great work out of people by charming them or berating them. Humans stand in the way of his unchanging genius, at least until that unconvincing reunion with Lisa at the end. It’s an old and unsophisticated view that’s been trotted out since the early days of Apple. The fact that Sorkin’s dialogue crackles with energy under Danny Boyle’s direction doesn’t make it any more authentic.

The Steve Jobs portrayed in Steve Jobs could never have saved Apple. In the perpetually changing technology industry, simple stubbornness is the kiss of death. Sorkin has created a caricature, an entertaining and modern take on the archetypal tortured business genius. It’s kind of fun, especially for people who don’t know much about how business gets done. But characters like the “Steve Jobs” of this movie don’t last long in business—they burn out, or they get thrown out.

Nelle intenzioni di Sorkin potrebbe non esserci mai stata quella di tentare di capire cosa abbia permesso a Steve Jobs di diventare Steve Jobs, di passare dallo Steve Jobs ventenne arrogante e pieno di sé a qualcosa di più. Sorkin si ferma lì: allo Steve Jobs iniziale. Non c’è evoluzione.

È triste sapere che un mucchio di gente lascerà una sala cinematografica convinta di conoscere quella che, di fatto, è una finzione. Lo Steve Jobs di Sorkin aiuta a cementificare una narrazione attorno alla figura di Steve Jobs che in questi anni non ha fatto che semplificarlo e ridurlo. Il film sarà anche tecnicamente ottimo, e la storia narrata ben congegnata, ma non si possono ignorare i danni che fa attorno alla narrazione e comprensione della figura di Steve Jobs.

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