Cosa non voglio dall’iWatch: le notifiche

Tutti i wearable in commercio si sono concentrati sulle notifiche push, presentandosi come un ulteriore device su cui riceverle — più facilmente, più insistentemente. Secondo John Moltz l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è di essere interrotti ulteriormente: se ci saranno, dovranno riuscire ad essere meno fastidiose che sull’iPhone, e sicuramente non potranno venire presentate come la feature principale del device.

I don’t want notifications. It’s OK if they’re there as long as I can turn them off (or down). I don’t want to be distracted any more than I already am by my phone. My kid sends me 10,000 Game Center notifications a day. My MacBook Air frequently informs me of FaceBook activity that I could not possibly care less about. If I have those on my wrist I will go insane and I will somehow spontaneously combust, possibly taking out several kittens and puppies nearby. Nobody wants that. Most of the wearables so far seem heavily focused on notifications because many are driven by Android which desperately wants you to keep using the software in order to get your activity data and/or show you ads.

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Progettare la banca del presente

Banche importanti come la Deutsche Bank (con cui ho esperienza diretta) offrono un’esperienza terribile su internet. Il sito sembra sia stato disegnato una decina di anni fa. Di applicazioni per iPhone meglio non parlarne.

Lo studio di design Heist + Data ha provato a immaginare le cose che oggi ci si aspetterebbe, e desidererebbe, da una banca: un modo rapido e semplice di trasferire soldi ai propri amici dall’iPhone, un sito web che non somigli a un foglio di calcolo, un’applicazione per gestire i propri soldi e le transazioni — dal budget mensile fino alle più piccole spese.

Ci sono molte opportunità che si stanno lasciando sfuggire. Non si tratta di immaginare la banca del futuro, ma quella che dovremmo già avere oggi — quella del presente. In breve: somigliare di più a Square, e fare di tutto per semplificarsi:

There is no doubt that over the next 5 to 10 years innovations like wearable technology and digital currencies will play a major role in the evolution banking. But when it comes to meeting the immediate needs of the millennial generation, the solution is much simpler. By redesigning the mobile-banking experience

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Neptune

Questi hanno aggiunto un cinturino allo smartphone e credono di aver fatto — bastava quello! — uno smartwatch. Il titanico oggetto è per davvero in vendita.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno ?

Leggere per scriverne

Scattiamo fotografie con lo scopo di condividerle. Facciamo cose pensando a come potremo parlarne sui social network, pubblicizzarle su Facebook attraverso un check-in o mostrarle su Instagr.am con una foto. E purtroppo, alcuni, finiscono anche con leggere articoli per riscriverli. È una sensazione in cui, nell’ultimo anno, mi sono ritrovato: quella di star leggendo un buon pezzo e — prima ancora di finirlo — pensare ripetutamente “devo scriverne“.

Riccardo Mori ne ha appena scritto (quella cosa di cui stiamo parlando: l’ho appena rifatta):

I’ve called this phenomenon the RTWA Syndrome, where RTWA stands for “Read To Write About.” It happens like this: I’m reading a book, or an article, or something I’ve found on the Web, and while reading it I can’t help thinking “I have to write about this. I have to save this stuff, take notes, because I have to write about this later. It’s good material for an article on my blog or for my magazine, etc.” […]

It makes me feel like I’m just some sort of sieve, filtering all the inputted information to create an output.

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La recensione del Motorola 360

Video: La recensione del Motorola 360

Probabilmente lo smartwatch più carino in commercio, se non altro fino a martedì prossimo. Per funzionalità superiore al Pebble, senza dubbio. Ha un difetto, però, per il quale non ne considererei l’acquisto: una batteria che fatica a durare un giorno intero.

P.S. L’UI di Android Wear non è per niente male

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Il nuovo robot aspirapolvere di Dyson

Video: Il nuovo robot aspirapolvere di Dyson

Dyson ha lanciato il proprio robot aspirapolvere, il Dyson 360 Eye, sviluppato nel corso degli ultimi 16 anni:

Il Dyson 360 Eye è il risultato di molti anni di lavoro e di studio delle cose che fino a ora non hanno funzionato negli altri robot, almeno secondo James Dyson e il suo gruppo di ingegneri. […] Dyson ha collocato al di sopra del suo aspirapolvere robot una fotocamera che ha una visione a 360° della stanza in cui si trova (da qui il nome 360 Eye): sceglie inoltre tre punti di riferimento da utilizzare per sapere sempre in che punto si trova dell’ambiente che sta pulendo.

(In poco più di un mese, il secondo post dedicato a un aspirapolvere su questo blog.)

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Un altro lamento su Twitter

Alan Jacobs:

The complaints have increased in frequency and intensity, and now are coming more often from especially thoughtful and constructive users of the platform. There is an air of defeat about these complaints now, an almost palpable giving-up. For many of the really smart people on Twitter, it’s over. Not in the sense that they’ll quit using it altogether; but some of what was best about Twitter — primarily the experience of discovery — is now pretty clearly a thing of the past. […]

So I’m doing what, it seems to me, many people are doing: I’m getting out of the street. I’ll keep my public account for public uses: it’ll be a place where I can link to posts like this one, or announce any event that’s of general interest. But what I’ve come to call Big Twitter is simply not a place for conversation any more.

Come si era detto pochi giorni fa: Twitter è sempre meno piacevole da usare: il rumore è più potente del segnale. Grazie al Twitter di un po’ di tempo fa ho conosciuto e conversato con molte persone che oggi stimo: non posso dire lo stesso di quello odierno. Il mio account di twitter oggi è meno personale di un tempo, e più pubblico. Come il servizio.

È ricco di link a cose che ho scritto o letto, ma è piuttosto povero di riflessioni e conversazioni.

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Siamo sempre in pubblico

CIT.

We allow people access to us 24/7. We’re always in public, constantly checking an anonymous comment box, trying to explain ourselves to everyone, and trying to win unwinnable arguments with strangers who don’t matter in our lives at all. Marco Arment

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La durata di un URL

Un utente di Pinboard ha provato a importare sul servizio una sua vecchia collezione di bookmarks, datati fra il 1995 e il 1997. Quello che ha scoperto — sarebbe meglio dire: ci ha riconfermato — è che i permalink non sono poi così permanenti: il 91% degli indirizzi salvati a distanza di 17 anni non esiste più.

However, despite reporting 200 on the rest, many URLs weren’t the original content. As one example, “serve.com” was a web host named DataRealm, and is now an American Express prepaid card. As another, a VRML tutorial is now a video about birth control. Some of these 200s are only so because of repeated 3xx redirections to ultimately unrelated content, or because of domain name hoarders serving ads

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Le notizie del giorno, nella tua inbox

Da un paio di settimane Bicycle Mind vi invia — se volete, se vi iscrivete, se mettete la vostra mail qua — una newsletter giornaliera contenete tutte le notizie del giorno. Significa: dei link selezionati a mano e con cura dal sottoscritto (possono essere applicazioni, o notizie, o articoli di approfondimento) + un elenco di tutte le notizie pubblicate su alcune fonti selezionate e, generalmente, molto valide. Per sapere tutto quello che c’è da sapere.

In altre parole si tratta dal News River che trovate a questo indirizzo, ogni mattina nella vostra inbox. Fate una prova, iscrivetevi.

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Git per i dati

Dat è un progetto che ha come obiettivo quello di creare un sistema di version control per i dati. Un git per i dati, così che sia possibile tenere traccia di tutti i cambiamenti e sincronizzare gli stessi fra diversi database. Mi sembra un’idea ottima, che potrebbe avere un ampio utilizzo con gli open data:

Ogden’s original inspiration for DataCouch was GitHub, the popular code-hosting and collaboration service. Using GitHub, developers can copy open-source projects so that they can make their own versions, known as forks, and submit those changes for approval by the original developers. He wanted to inspire a similar spirit in data, enabling developers to copy and modify data sets, and submit changes back to the government. But he realized that he was missing a big part of what makes GitHub work: Git itself.

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Un ‘CMD + I’ migliore

GUARDA L'IMMAGINE

CMD + i

La finestra informativa del Mac, quella che appare facendo CMD + I su un file selezionato, è densa di informazioni che potrebbero venire presentate all’utente in maniera migliore, dando più importanza a quelle principali e visualizzandole in maniera meno tecnica, in modo da renderle più familiari (e meno ostili) all’utente.

Su Behance c’è chi ha provato a suggerirne una possibile alternativa, che personalmente preferisco alla via adottata da Apple.

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Lode a Citymapper

Da quando ho installato Citymapper sul mio iPhone, Google Maps (e, per quel che vale, Apple Maps) ha iniziato a prendere polvere. Se non altro, per spostarsi in città. Citymapper integra sotto un unico tetto tutti i possibili mezzi di spostamento — autobus, metropolitana, bici pubbliche, Uber e qualsiasi altra opzione a disposizione, a seconda della città in questione. Trova le fermate vicino all’utente, fornisce il tempo d’attesa per il prossimo mezzo ed è rapida da utilizzare perché comprende alla perfezione in che modo un’applicazione di questo genere deve funzionare — in che modo, in situazioni di questo tipo, le informazioni devono venire presentate all’utente.

Google Maps, a confronto, sembra sbagliare in ogni occasione. È lenta, poco integrata con i mezzi pubblici, e non così intelligente: dove Citymapper fornisce varie opzioni per ogni percorso, con tutte le possibili varianti — autobus, metro, taxi, etc. — Google Maps ne dà una, e non sempre la migliore. Citymapper è più integrata con l’ambiente circostante, e di conseguenza offre indicazioni più accurate.

Se non l’avete mai provata (dato che funziona solo in alcune città; supporta Londra, Barcellona, Parigi, Berlino e Madrid in Europa) Zach Hamed ne ha scritto su Medium una lunga lode con confronto con Google Maps in varie situazioni. Citymapper vince, e giustamente. Casi diversi necessitano applicazioni diverse, e mentre Google Maps continua ad essere okay per le indicazioni stradali in auto, in città non sceglierei altro.

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Una funzione

Quando provò ad acquistarli, Steve Jobs li avvertì: siete una funzione, non un prodotto. L’altro giorno Dropbox ha abbassato i prezzi di storage, per  adeguarsi alla concorrenza, e seppure la notizia sia ottima per noi, per Dropbox stessa il cambiamento potrebbe rivelarsi un po’ meno positivo. Google, Apple e Microsoft possono ridurre drasticamente i costi di storage perché questo rappresenta solo una funzione, legata ai loro prodotti. Nel caso di Dropbox, al contrario, lo storage è il loro prodotto. Commenta Ben Brooks:

Dropbox very much has to make money, which is a problem when it comes down to competing on price. Because if you can afford to ‘sell’ a feature at a loss, then pricing doesn’t matter to you, but when that feature is your business you simply must make money. And that feature in this case, very much is Dropbox’s business.

Funzionare meglio non sarà sufficiente a sopravvivere. Sia perché le differenze fra Dropbox e la concorrenza si assottigliano, sia perché chi possiede la piattaforma o il prodotto può offrire un servizio migliore in quanto, appunto, proprietario. Si pensi a Apple con Continuity: chi l’ha provato sostiene funzioni alla perfezione, ed è esattamente una delle innovazioni e feature che potrebbero differenziare Dropbox dalle alternative. Peccato l’abbia fatto Apple, in anticipo.

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I limiti di internet che ci hanno portato a Facebook

Mike Caulfield, in un commento a questo post:

You look in 1993 and see Guido Van Rossum and Berners-Lee arguing that instead of an IMG tag there should be a general “include”, that would allow you to pull together pieces of multiple sites together from multiple MIME types. Twenty years later, there’s still no include.

You see Shirky and Weinberger talking in 2003 about how the web was designed to connect pages, not people, and the groups forming were essentially hacks on top of that. But that power to connect people doesn’t get built into the protocols, or the browser, or HTML. It gets built on servers.

It’s almost like the web’s inability to connect people, places, and things was the ultimate carve-out for corporations. [I]f the connections have to live on a single server (or server cluster) then the company who controls that server wins.

Come sottolinea Frank Chimero, l’assenza di un protocollo per connettere le persone ha permesso la nascita di Facebook, la difficoltà d’uso degli RSS hanno facilitato l’ascesa di Twitter e l’inesistenza del tag <include> nell’HTML ha portato alla creazione di Pinterest: ogni azienda che è riuscita a monopolizzare un settore di internet è stata in grado di farlo per una mancanza nel protocollo, nelle specifiche o nell’interfaccia.

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Un’app per affidare i propri messaggi a sconosciuti

Video: Un’app per affidare i propri messaggi a sconosciuti

Miranda July — regista di film un po’, diciamo, bizzarri — ha lanciato un’applicazione per la quale ha girato un corto di 10 minuti. L’applicazione è un WhatsApp di altri tempi: consegna messaggi, ma non via internet: di persona. Quello che fa l’applicazione, che è anche alla base del corto (e viene utilizzata nello stesso), è prima informarci su quali utenti del servizio si trovano in prossimità del destinatario del messaggio, poi affidare il messaggio in questione all’utente da noi selezionato; il quale dovrà recapitarlo al destinatario originale, riportandoglielo a voce (e magari metterci l’enfasi necessaria).

Funziona ovviamente quando in molti in uno stesso luogo la stanno utilizzando (sul sito web c’è un elenco dei luoghi che ne sponsorizzano l’uso). Oppure in un corto: le situazioni risultanti sono abbastanza divertenti e surreali.

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Il prossimo iPhone potrebbe integrare la tecnologia NFC

Alcune fonti lo hanno rivelato a WIRED:

The company’s next iPhone will feature its own payment platform, sources familiar with the matter told WIRED. In fact, that platform will be one of the hallmark features of the device when it’s unveiled on September 9. We’re told the solution will involve NFC.

Sono minimo due anni che si attente l’arrivo dell’NFC sull’iPhone; quando uscì l’iPhone 5, in molti si domandarono come mai Apple non avesse ne avesse inserito il supporto. Finalmente (forse) ci siamo.

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Abbigliamento

Il settore che più potrebbe risentire dei “device indossabili” — e le loro varie derivazioni — potrebbe essere quello dell’abbigliamento:

It’s obvious that as a computer becomes wearable it will affect the industry that currently is hired to also be worn: apparel.

Apparel is the word describing every garment, shoe and accessory product sold and amounts to about $1.2 trillion/yr. This amount of money is not spent only to protect the wearer from the elements–any more than the money spent on telecommunications is spent to convey vital information. Most of the value in apparel, perhaps 80%, is spent on solving psychological needs.

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L’iWatch non sarà un orologio

AAPL Orchard:

It is possible Apple will initially sell a wearable device similar to a fitness band, but focused on the much broader and mainstream subject of health, only to expand the lineup in subsequent years with various editions, price points, and styles. I have a growing suspicion that Apple’s wearables category will not be comprised of just one or two models but an array of devices as wearables will usher the era of fashion into personal technology. Apple’s recent retail hires support my thesis that a new way of thinking is required to sell a range (maybe up to dozens?) of wrist devices.

Come altri, le ipotesi sull’ipotetico iWatch è che: non sia un iWatch, quanto piuttosto un accessorio indossabile stile Jawbone UP. Come vari rumors confermano, potrebbe venire presentato fra due settimane — l’effettiva data di lancio sul mercato, però, potrebbe essere più distante.

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Cose che restano

CIT.

My blog’s older than Twitter and Facebook, and it will outlive them. It has seen Flickr explode and then fade. It’s seen Google Wave and Google Reader come and go, and it’ll still be here as Google Plus fades. When Medium and Tumblr are gone, my blog will be here.

The things that will last on the internet are not owned. Plain old websites, blogs, RSS, irc, email. — Brent Simmons, Waffle on Social Media

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