Ordinare un caffè a San Francisco

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Ordinare un caffè a San Francisco

Un video che prende in giro la third coffee wave, ovvero quei locali (simili a Blue Bottle, considerati un po’ degli Starbucks 2.0) molto curati e hipster, in cui il caffè viene trattato con misticismo, la temperatura dell’acqua meticolosamente misurata e i chicchi — rigorosamente di origine singola, e sempre di tostatura chiara — coccolati prima di venire macinati. Chi ci ha avuto a che fare capisce di cosa parlo, e il cruccio1.

(Queste righe sono scritte da uno che macina i chicchi ogni mattina con la Porlex, che non è elettrica; e poi ha pure una AeroPress — come ben tutti sanno — e una Hario Buono. Diciamo che sono solo un pochettino meglio del tipo nel video.)

  1. Londra è un’altra città che ne è piena

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Netstalgia

Il New York Times ha dedicato un articolo a Animated Text, il blog nostalgico di una web designer ricco di gif animate, <blink> e scritte multicolori terribili (nel resto del suo tempo fa siti responsive, e al passo con i tempi). Il web di molti anni fa, quello Geocities, insomma.

Più che il contenuto dell’articolo, è bellissima la presentazione:

Geocities

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BuzzFeed e il vestito

Vi ricordate di Snow Fall? L’articolo interattivo — ricco di infografiche (spesso in d3.js), con una storia sviluppata tanto in forma testuale quanto multimediale, sfruttando le tecnologie offerte dal web. Nei mesi successi molti provarono a replicarne il successo — spesso riproponendone gli effetti senza i contenuti, o gli effetti senza una riflessione dietro sull’effettiva (in)utilità degli stessi.

La potenza di Snow Fall risiede nella perfetta sinergia tra il testo e gli elementi interattivi, studiati appositamente per uno specifico contenuto o informazione. Molti hanno provato a standardizzarli, semplificando la creazione di “storytelling interattivi”, il tutto semplicemente riproponendo l’effetto di scrolling ritardato (una specie di parallax scrolling all’acqua di rose) o altri meramente grafici; senza grande successo insomma.

Oltre a ciò, Paul Ford crede per replicare Snow Fall occorra replicare il New York Times, un’organizzazione organizzata per costruire quel genere di cose1:

The thing about “Snow Fall” is that it went way off the grid—not the visual grid, but the technological grid. It was its own weird thing, with its own weird code, created by a completely weird digital department that was connected to the much larger, slightly-less-weird digital department, all of it inside one of the world’s weirdest news organizations—that was flexing its muscles in a very specific way. (If you don’t like “weird” think “unique.”) In any case no one but the Times could have created something like that andgathered the attention that it gathered. My proof is that no one had done so before. 620 8th Ave, where the Times is headquartered, is custom-built for things like that.

Tutta questa premessa per arrivare a BuzzFeed. Qual è invece il ruolo di BuzzFeed? Ahimé, bisogna tirare in ballo il vestito che ieri ci ha terrorizzati, o meglio: una conseguenza del vestito. Questa: le 25 mila visite che BuzzFeed ci ha ricavato.

Il ruolo di BuzzFeed è catturare quelle visite, e per farlo hanno costruito un’organizzazione unica dietro che da anni ne perfeziona l’arte:

La ragione per cui BuzzFeed esiste — la vera, attuale, ragione — è quella di raccontare, in maniera completa, tutte le cose ridicoli e folli che si diffondono su Internet. Dalla sua fondazione (2006) è diventato una “platform company”, con un team tecnico molto ampio, un team editoriale enorme, un team dedicato ai soli contenuti audiovisivi, un’agenzia pubblicitaria, molti giornalisti e tantissimi soldi dalla California.

Quello a cui ho assistito, quando ieri ho dato uno sguardo alla consistente copertura che BuzzFeed stava dedicando al vestito, è la pratica di un’arte che BuzzFeed sta affinando dal 2006. Sono maestri in quella forma. Se credete che si tratti di sole cazzate, va bene — anche io credo si tratti perlopiù di cazzate. Ma non hanno creato un’organizzazione che andasse solamente a trovare, e a parlare, del vestito, ne hanno creata una che lo identificasse, documentasse e ne catturasse il traffico [25 milioni di visite!].

  1. Popular Mechanics ne ha scritto nel dettaglio poche settimane fa, su come funziona ed è organizzato dentro il New York Times

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Robear

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Robear

Robear è un orso robot (perché???), si prende cura degli anziani in Giappone.

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L’Intelligenza Artificiale va in sala giochi

Circa un anno fa, Demis Hassabis (co-fondatore di DeepMind) presentò a “First Day of Tomorrow”, una conferenza su tecnologie “disruptive”, un programma capace di imparare da solo a giocare a Breakout (un videogioco di Atari del 1976) e altri videogiochi:

Dopo un’ora di gioco, il programma è più o meno abile quanto me, il che significa che non è granché — ma sta scoprendo i rudimenti del gioco. Dopo altri 30 minuti, e 200 round, l’A.I. è diventato talentuoso: perde la palla solamente ogni tre o quattro round. Il pubblico ride; simpatico, no?

Poi succede qualcosa. Al 300esimo gioco, l’A.I. inizia a smettere di perdere la palla. Il pubblico inizia a mormorare.

Quello che succede poi? Il programma inizia a fare uso di una mossa che nessuno — nemmeno i creatori del videogame — aveva mai immaginato. Ore dopo aver incontrato il suo primo videogame il programma ha imparato a giocarci meglio di qualsiasi membro del pubblico, senza il minimo aiuto di un umano, senza alcuna istruzione su come vincere o muoversi nel gioco.

(Qui c’è il paper pubblicato su Nature)

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Il problema dell’obsolescenza dell’Apple Watch Edition

La questione di come Apple gestirà l’obsolescenza dell’Apple Watch Edition  — il cui prezzo di partenza si suppone attorno ai 10.000 dollari — è ancora irrisolta. I Rolex durano una vita — come può l’Apple Watch, un computer, mantenere una promessa anche remotamente simile? L’ipotesi più “popolare” è che Apple fornisca agli acquirenti dell’Apple Watch Edition un programma per aggiornare i componenti interni — l’S1 (che Apple definisce “un computer in un chip“) ma anche i sensori, e già la cosa si fa più complessa e meno realistica.

Su iMore, però, si chiedono semplicemente se Apple non ignorerà il problema, non facendo alcuna promessa del genere — del resto, si parla di una fascia di mercato che non ha problemi a spendere fra i $10.000 e i $20.000 per un orologio:

Apple could solely go after the high-end fashion market, say “These customers have no qualms about paying $15,000 every two years,” and be done with it. Or the company could invest in some sort of long-term support for its Edition customers. And even after writing all this, I’m still no closer to figuring out which one the company will pick. The former model favors Apple’s traditional business model, just at a much higher income bracket. The latter feels more like an Apple move, to support its customers and give them the best experience possible.

(Certo, secondo me un prodotto del genere che non dura perde un po’ la sua aurea magica. Un Rolex, per quanto bello, che durasse solo due anni non sarebbe l’oggetto che è diventato — né verrebbe regalato in tante occasioni proprio perché dura una vita.)

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I nativi digitali preferiscono leggere su carta?

Un articolo del Washington Post dice di sì:

“You just get so distracted,” one student said. “It’s like if I finish a paragraph, I’ll go on Tumblr, and then three hours later you’re still not done with reading.”

There are quirky, possibly lazy reasons many college students prefer print, too: They like renting textbooks that are already highlighted and have notes in the margins.

Il fatto che li preferiscano non implica una necessaria superiorità dei libri di carta; molte delle motivazioni — elencate nell’articolo — sono il classico e ben noto “odore della carta” e il fruscio delle pagine.

(Il futuro dei libri è nel browser?)

Negli anni ho provato a convincere tanti amici coetanei (20 — 25 anni) a usare un Kindle, e il successo è sempre stato discreto fuori dal mio circolo di geek di twitter (quelli che ho convinto l’hanno abbandonato — finendo con il tornare sui cartacei). Vivo con altri sei universitari (non luddisti, eh: hanno tutti un Mac e un iPhone) e solo uno di loro ha Kindle da un paio di mesi — e l’ha già abbandonato. Forse è un falso problema; i libri di carta non sono meglio degli ebook, ma non credo esista ancora un ebook che eguagli l’esperienza di lettura su carta sotto ogni aspetto. Non solo l’esperienza di lettura, ma anche di presentazione. Più che dimostrare la superiorità dei libri su carta, ciò che questa “preferenza” dimostra è che c’è ancora molto da fare e migliorare nell’esperienza d’uso degli eBook per renderli appetibili a tutti.

Ci sono cose utili che gli ebook non sanno fare bene (come permettere appunti a margine), problemi legati ai device di lettura (il Kindle è buono ma non “eccellente” — la tipografia ad esempio fa schifo. Punto.) e cose apparentemente secondarie — la forma e la presentazione — che, pur se importantissime per un lettore, gli ebook quasi ignorano. Gli ebook avrebbero bisogno della stessa cura — nella copertina e sotto ogni altro aspetto — che i cartacei ricevono. L’esperienza d’uso potrebbe, insomma, essere migliore.

Per dire che io me ne strafrego dell’odore della carta e pure delle pagine che frusciano. La “fisicità” del libro di carta è scomoda sul bus e mi occupa un discreto spazio nella tracolla. Eppure, nell’ultimo anno, ho comprato solo romanzi di carta. Non che vi sappia spiegare il perché di questa cosa (se non che poi stanno bene sulla mensola)

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La Cina userà i big data come strumento di controllo?

Il 5 Luglio del 2009, nella provincia cinese Xinjiang, improvvisamente Internet smise di funzionare. Il governo decise di “spegnerlo” nel tentativo di disperdere una serie di proteste, finendo così col tenere i cittadini offline per 10 mesi. Un funzionario descrive oggi quella scelta come “un serio errore… Ora siamo anni indietro nel tracciare i terroristi in quell’area“.

(La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto in precedenza ipotizzato)

Aeon Magazine ha dedicato un articolo su quello che sta facendo — o vorrebbe fare — il governo cinese per sfruttare i dati raccolti tramite social network e internet per conoscere i propri cittadini:

Ren (uno pseudonimo), un nativo di Beijing, ha speso i suoi anni del college in Occidente difendendo ferventemente la Cina online. Al contrario, adesso dichiara: “Ho capito che non sapevo cosa stava succedendo, ci sono così tanti problemi ovunque“. Ora è tornato in Cina, e lavora per il governo. Sostiene che monitorare i social media sia la maniera migliore per il governo di conoscere i cittadini e di rispondere all’opinione pubblica, permettendo così un totalitarismo “responsabile”. Gli ufficiali corrotti possono essere identificati, i problemi locali portati all’attenzione dei livelli più alti, e l’opinione pubblica può essere ascoltata. Allo stesso tempo, i dati possono essere analizzati per identificare la formazione di gruppi pericolosi in certe aree, e per prevedere certi incidenti (proteste) prima che avvengano.

Ora che ci siamo liberati dei “grandi Vs“, dice Ren, “dovremmo preoccuparci di quello che dicono le persone normali“. I “big Vs” sono gli utenti più seguiti, e verificati, di Weibo e altri social network, personaggi famosi, ma anche “intellettuali” che sono stati sistematicamente eliminati negli ultimi tre anni. Avendo eliminato gli opinion leader e le ideologie alternative, il governo può finalmente utilizzare le lamentele del pubblico come fonte di informazione, invece che come sfida a se stesso.

(Leggendolo, mi è venuto in mente un talk di Maciej Cegłowski, di Pinboard)

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Difendere la privacy

Gabriel Weinberg, fondatore e CEO di DuckDuckGo:

Abbiamo imposto limiti alla finanza, all’industria farmaceutica, a quella dei trasporti e alle telecomunicazioni. Perché non metterli anche all’online tracking? Dovrebbero esserci del limiti, specialmente ora che la tecnologia digitale si sta lentamente inserendo in più parti della nostra vita, e i dati raccolti diventano più e più importanti.

La question del dibattito dovrebbe essere: quali limiti? L’idea di raccoglierne quanti più possibili e rivelarne pochi deve sparire, c’è una via di mezzo fra “la massima collezione possibile di dati” e “il minimo necessario”. Ecco alcune cose che potremmo fare. Le aziende (e i governi) dovranno esplicitamente dichiarare e dirvi cosa ne faranno delle vostre informazioni personali. Devono permettere opt-out. Potrebbero anche fornire all’utenza un controllo granulare sui propri dati. Potrebbero persino dirvi cosa ci guadagnate in cambio di un certo pezzo di informazione. Ci sono molte opzioni.

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Medium è anche per le cose corte

Ieri Medium ha introdotto un cambiamento piuttosto significativo (e altri, che ritrovate nell’annuncio ufficiale): la possibilità di creare rapidamente un post direttamente dall’homepage. Pubblicazione e scrittura immediata che agevolano dei post più corti. Ev Williams spera ciò permetta a Medium di diventare un luogo adatto sia ad articoli long-form — tradizionali di un magazine, a cui frequentemente Medium si è paragonato — sia ad articoli/pensieri che ricordino piuttosto i post di un blog:

It was not our intention to create a platform just for long-form content or where people feel intimidated to publish if they’re not a professional writer or a famous person (something we’ve heard many times). We know that length is not a measure of thoughtfulness.

Williams ha specificato che al contrario di Twitter, a cui Medium si avvicina con questo aggiornamento, Medium non è per aggiornamenti di stato, o per parlare fra amici, quanto piuttosto per idee e storie. Mentre l’attenzione di Twitter è sul “cosa sta succedendo adesso“, Medium vuole proporsi come luogo sul quale poter condividere facilmente le proprie idee (hanno semplificato le cose togliendo i “titoli” ai post brevi, spesso d’impiccio1).

Un blog, insomma (internamente, queste release è stata appellata “bloggy Medium“), senza barriere d’ingresso.

* * *

Riguardo all’articolo “Medium è superfluo“: Medium, come Blogger prima (per citare un altra creazione di Ev Williams), vuole facilitare la creazione dei contenuti, rimuovendo qualsiasi frizione vi possa essere fra la scrittura e il bottone pubblica.

Tuttavia, sostenere che le funzioni offerte da Medium per la pubblicazione di un testo siano “superiori” alla concorrenza per facilità d’uso è opinabile. È Medium più facile da usare di Tumblr? Boh. È più veloce? Boh, di nuovo. Medium è sicuramente più bello — tipograficamente, e sotto ogni aspetto partendo dalla presentazione dei testi.

Medium rientra nella numerosissima categoria di strumenti con cui pubblicare un testo online, e al contrario di molti di questi (di nuovo, Tumblr) priva l’utente di molte opzioni — e del controllo dei propri testi.

Comunque, dopo tutta questa cosa — e dopo averne parlato male a lungo: se volete aggiungermi su Medium questo è il mio account (normalmente non scrivo, ma condivido gli articoli che apprezzo).

  1. Confermo.

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Cos’è Il Post

Anna Momigliano di Rivista Studio ha passato una mattina nella redazione de Il Post, per poi raccontare come funziona:

Il Post – primo punto – spiega. Ogni suo pezzo articola, o se non altro si sforza di farlo, fatti e interpretazioni in modo fruibile e puntuale. Tutto è molto chiaro, le opinioni sono separate dagli eventi, c’è sempre un riassunto delle puntate precedenti. Gli “spiegoni del Post” sono diventati un genere giornalistico a sé stante, al punto che si trova in giro pure qualche parodia. Una formula Google-friendly, che sembra fatta apposta per intercettare le domande sui motori di ricerca da parte di chi vuole capirci qualcosa, e che ha il pregio di saper tenere informato su quello che succede in Italia e nel mondo anche chi non si informa regolarmente («dai giornali non si capisce mai di cosa si parla, se non hai già seguito la vicenda» è una delle lamentele che sento più spesso da alcuni conoscenti disinnamorati della stampa, persone istruite e non necessariamente under-40. Ecco, a questo problema Il Post offre una soluzione).

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Il dilemma di Twitter

CIT.

Twitter is two things. It is a concept — everyone in the world connected in real time — that’s so obvious in retrospect that it is impossible to imagine it not existing. It is also a product that has had a rough time living up to that concept. […] “For users that use Twitter and are able to set up an account and follow the right people it provides really disproportionate value. […] We have all of this great content, but today what…you actually see is a function of when you’re checking your phone, who you happen to follow, if you know the right hashtags, that sort of thing.”

Matthew Panzarino, Twitter’s Dilemma

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Il nuovo Pebble Time

Pebble ha presentato un nuovo Pebble, in pre-ordine su Kickstarter a $159 (il prezzo di vendita finale sarà $199) e con display e-paper a colori. Il design ricorda un Tamagotchi, come scrive The Verge, e secondo me riesce a rispettare la natura del primo modello: uno smartwatch semplice, economico e dal design non ricercato, ma giocoso.

Uso il Pebble da un anno, e l’unico modo in cui può, forse, avere un briciolo di possibilità di sopravviere all’Apple Watch è posizionandosi come alternativa economica, e quasi dumb, all’Apple Watch. Siamo su un altro livello — il nuovo OS non mi dispiace, ma l’interazione, animazioni e semplicemente le capacità dell’orologio sono molto limitate in confronto a un Apple Watch.

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Cosa succederà alla televisione

Il documento in cui Netflix delinea la propria posizione nel futuro — e la direzione in cui la TV sta andando — merita una lettura. Inizia con una breve dichiarazione:

Le applicazioni stanno rimpiazzando i canali,

e gli schermi stanno proliferando.

Un po’ come il giornalismo non avrà bisogno di giornali di carta, nel futuro i programmi televisisi non avranno bisogno della televisione — se non altro nella sua forma attuale. Mentre i contenuti prodotti per la televisione continuano a generare molto interesse, la linearità tradizionale del mezzo — il modo in cui i canali offrono un programma in un determinato momento della giornata — inizia a venire meno apprezzata.

Secondo il documento di Netflix (Long Term View), la velocità (crescente) di Internet e la vendita (crescente) di Smart TV, tablet e smartphone avvieranno un processo che lentamente porterà la televisione tradizionale (lineare) ad essere guardata sempre meno, in favore di una televisione non-lineare, nella quale i canali si trasformeranno in applicazioni — BBC iPlayer è l’esempio più interessante e meglio riuscito al momento in Europa. Questo nuovo modello offre diverse opportunità di “disruption”.

Per Netflix l’opportunità è quella di essere un canale — e come tale di offrire una determinata selezione di film, a loro dire i migliori, a un determinato prezzo senza fronzoli e sorprese. L’obiettivo è quello di essere un’alternativa appetibile alla pirateria, offrendo un servizio economico, immediato e curato. Non vogliono competere per quantità con HBO, Amazon e altri colossi che entreranno nel mercato, sanno che non riusciranno a eguagliare il loro catalogo; vogliono batterli curando l’offerta («Instead of trying to have everything, we should strive to have the best in each category. As such, we are actively curating our service rather than carrying as many titles as we can»).

Vogliono essere un canale di intrattenimento. In quest’ottica, in questa visione di Netflix come “canale” (piuttosto di un iTunes dei film), la decisione di produrre materiale originale (serie TV) acquista molto senso:

We believe we have a major advantage over our linear competitors when it comes to launching a show. The networks need to attract an audience on a given night at a given time. We can be much more flexible. Because each show on Netflix is not competing for scarce prime-time slots like on linear TV, a show that is taking a long time to find its audience is one we can keep nurturing. This allows us to prudently commit to a whole season, rather than just a pilot episode. In addition, we are able to provide a platform for more creative storytelling (varying run times per episode based on storyline, no need for week to week recaps, no fixed notion of what constitutes a “season”). We believe this makes it easier for us to attract creative talent.

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Lo stato del web design in Giappone

Uno sviluppatore web, che da cinque anni risiede in Giappone, ha raccontato cosa è cambiato nel suo mestiere spostandosi là:

I frequently ride the train in-between rush hour. I do a lot of people watching then. People are open books of nonverbal queues, it’s so much fun. On Wednesday I counted three books among 46 people, six people dozing off and 37 handheld communication devices of some sort, across all ages.

The number of cell phone owners in Japan soared to nearly 110 million people last year. That’s 86% of the total population. Think of that in terms of Japan’s mass transit commuters with time to chill on the train; it’s a great opportunity to socialize and shop, two things Japan does well.

Siti che noi giudicheremmo un disastro, sovraccaricati di contenuto, nel web design giapponese sono la norma.

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Perché a Apple interessa il ‘fashion’

Dustin Curtis:

Quanto l’automobile venne inizialmente immessa sul mercato, era praticamente impossibile da usare e letteralmente impossibile per la maggior parte delle persone da acquistare. Per circa i primi trent’anni, l’automobile ha lentamente migliorato in potenza, stile e facilità d’uso. Ogni modello era principalmente caratterizzato da dei miglioramenti tecnologici — performance leggermente migliori, interni più confortevoli, costo più accessibile. Verso il 1935 la macchina iniziava ad essere completata e definita — nelle funzioni.

Dal 1940 qualcosa è cominciato a succedere: gli acquirenti di automobili hanno smesso di focalizzarsi sulle funzioni — concentrandosi sul design esteriore, per riflettere la loro personalità.

Dustin paragona la situazione in cui si trovò l’industria automobilistica allora con la situazione in cui si trovano oggi computer, smartphone e wearable device. È un’analogia che aiuta a capire perché Apple si stia interessando al fashion:

Computer e smartphone sono stati storicamente venduti in base alle performance, dimensione dello schermo, durata della batteria [etc.]. Ma negli ultimi due anni credo che abbiano finalmente raggiunto l’equivalente del 1945 per le automobili: tutti i device in vendita oggi possono fare più o meno decentemente qualsiasi cosa l’utente desideri. Il computer è “feature-complete”.

I vari modelli in mercato si giustificano oggi più a causa di diverse preferenze e personalità dell’utente, che per funzioni. Le specifiche tecniche continuano a perdere d’importanza.

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Sul prezzo dell’Apple Watch

Gruber spiega perché — secondo le sue stime — il prezzo dei modelli della collezione Edition sarà attorno ai $10,000 (in partenza!):

Apple Watch Edition is a luxury wrist watch. Apple’s ambitions in this arena, I am convinced, are almost boundless. They’re not entering the market against Rolex, Omega, and the rest of the Swiss luxury watch establishment with disruptive prices. They’re entering the market against those companies going head-to-head on pricing, with disruptive (they think) features.

Again I point you to someone from the watch world, Grail Watch’s Stephen Foskett, who points out that gold watches typically cost $10-15,000 more than the same watch in stainless steel — and tens of thousands more if they come with a gold bracelet. Even if I’m wrong about Apple having gold Link Bracelets lying in wait as an April surprise, I don’t think a $10,000 starting price for Apple Watch Edition is even a step out of line for the watch industry.

Apple vuole posizionare l’Apple Watch a fianco di altre alternative di lusso, presentandolo come un prodotto dell’industria della moda1. A tal proposito, rimando a un altro pezzo su quello che “il mondo dell’informatica” non capisce del fashion:

The tech world is infatuated with fashion. This is because fashion has something tech seriously wants: the ability to create and sustain demand for products that are—let’s face it—kind of useless. […]

Selling function isn’t something the fashion industry typically does. It sells a story, an identity, a new look. Why should you throw out all your skinny jeans and invest in flares? Because the powers that be have decided that a flared silhouette is important right now and suddenly skinny jeans just don’t feel quite right. They look dated. You don’t look very cool in them. You buy the flares.

(A margine: personalmente, non sono per nulla entusiasta che Apple faccia un orologio da $10,000.)

  1. Sarà interessante vedere come risolveranno il problema dell’obsolescenza, ancora aperto

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L’Apple Watch cambierà le notifiche

Gli smartphone hanno introdotto nelle nostre vite notifiche di ogni tipo, trasformandole da uno strumento utile ad uno per il marketing, abusato dalle applicazioni per autopromuoversi (o promuovere i loro contenuti). Servivano a informarci di un evento importante, e sono diventate un altro modo per cercare di attrarre la nostra attenzione.

Secondo Neil Cybart l’Apple Watch sistemerà in parte il problema trasformandole: da indicatore di un messaggio al messaggio stesso. Se infatti fosse necessario estrarre l’iPhone dalla tasca ad ogni notifica ricevuta sull’Apple Watch, a che pro averne uno? Neil si immagina la notifica post-Apple Watch così:

2016: A double tap on the wrist from Apple Watch informing us that our significant other is leaving the store.

La taptic engine dell’orologio giocherebbe un ruolo fondamentale, agevolando l’uso di una sorta di codice morse personale:

I would expect the definition of a notification to once again include haptic feedback (vibration) with Apple Watch. In such an example, a simple tap on the watch face would produce a silent vibration on the recipient’s wrist (assuming they are wearing Apple Watch). That tap, or a series of long and short taps, can both serve as a notification and message.

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Cosa pensa il tuo iPhone di te

Le confessioni di un iPhone 6 (appartenente a tale Kyle), pubblicate da iMore:

Il compleanno della mamma di Kyle era ieri. Gliel’ho ricordato tante volte, ma non l’ha mai chiamata né gli ha mai inviato un messaggio. Spero che la mamma di Kyle abbia avuto un buon compleanno.

A me invece non mi hanno ancora aggiornato. A volte le mi applicazioni si bloccano. Spero che Kyle non pensi sia colpa mia. Spero che Kyle mi aggiorni.

E due mesi dopo, dallo stesso diario:

Kyle mi ha messo una custodia gigantesca addosso. Mi fa enorme. Dice che è perché la mia batteria non dura niente. Poco importa che Kyle si dimentichi di caricarmi tutte le volte e poi vada in giro a dire ai suoi amici che la mia batteria fa schifo. Pure le Field Notes mi hanno preso in giro. Che vergogna.

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Il database delle SIM

The Intercept ha rivelato come NSA e GCHO (l’omologa britannica) siano entrate in possesso delle chiavi di sicurezza delle SIM prodotte da Gemalto — chiavi che vengono utilizzate per criptare ogni conversazione e dato scambiato su rete mobile:

American and British spies hacked into the internal computer network of the largest manufacturer of SIM cards in the world, stealing encryption keys used to protect the privacy of cellphone communications across the globe, according to top-secret documents provided to The Intercept by National Security Agency whistleblower Edward Snowden.

The hack was perpetrated by a joint unit consisting of operatives from the NSA and its British counterpart Government Communications Headquarters, or GCHQ. The breach, detailed in a secret 2010 GCHQ document, gave the surveillance agencies the potential to secretly monitor a large portion of the world’s cellular communications, including both voice and data. […]

With these stolen encryption keys, intelligence agencies can monitor mobile communications without seeking or receiving approval from telecom companies and foreign governments. Possessing the keys also sidesteps the need to get a warrant or a wiretap, while leaving no trace on the wireless provider’s network that the communications were intercepted. Bulk key theft additionally enables the intelligence agencies to unlock any previously encrypted communications they had already intercepted, but did not yet have the ability to decrypt.

Gemalto produce circa 2 miliardi di SIM l’anno, per circa 450 diversi operatori. Fra questi c’è TIM. Peggio ancora: Gemalto produce anche chip NFC — in uso su tessere, carte di credito e passaporti elettronici.

(Via Daring Fireball)

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