Il lato oscuro del .io

I domini con estensione .io sono molto popolari di recente, soprattutto presso le startup. GigaOM rivela un dettaglio piuttosto negativo a loro riguardo: pur facendo riferimento alle Isole Chargos, i soldi ricavati dalla loro registrazione vanno interamente al Regno Unito:

The .io country code top-level domain is pretty popular right now, particularly among tech startups that want to take advantage of the snappy input/output reference and the relative availability of names — Fusion.io, Wise.io and Import.io are just a few examples. But who benefits from the sale of .io domains? Sadly, not the people who ultimately should.

While .tv brings in millions of dollars each year for the tiny South Pacific island nation of Tuvalu, and .me benefits Montenegro, the people of the British Indian Ocean Territory, or the Chagos Islands, have no such luck. Indeed, profits from the sale of each .io domain flow to the very force that expelled the Chagossian or Ilois people from their equatorial land just a generation or two ago: the British government.

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Giappone

L’amato (da chi legge) blogger se ne va in Giappone per due settimane. Fra le mete: Tokyo, Mt. Fuji (solo per registrare i passi con il Jawbone UP), Kyoto, Osaka, Kobe.

Il che significa: fino al 18 Luglio le pubblicazioni rallentano, diventano sporadiche e irregolari.

Siccome vi mancherò, ecco una serie di surrogati di me stesso. Per foto di cose a base di matcha, o per foto di enormi quantità di ramen: philapple su Instagr.am. Per tweet inutili su cosa faccio: @philapple1. Per varie cose che potrei scrivere sul viaggio: il mio Tumblr.

  1. Se avete suggerimenti, sono ben graditi

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Leftovers: cose non pubblicate (30 Giugno)

Questo materiale — pubblicato a cadenza settimanale — è riservato agli iscritti alla membership. Scopri cos’è la membership (ne rimarrai affascinato: è una cosa bellissima), oppure se già ce l’hai: effettua il login.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno ?

La privacy è morta

Ben Thompson:

Facebook is a great example: the utility of Facebook is directly correlated with how many people you know who are also using Facebook, and the only way to maximize that number is to make the service free, supported by advertising. Google is in a similar boat: the efficacy of search is in many ways tied to how many people are using search. Queries and clicks are the raw grist for Google improving its algorithm, and the more the better, which means making queries free.

Il modello di business — da molti criticato — di Facebook e Google di dare via i propri servizi gratuitamente per così affidarsi alla pubblicità per i ricavi, è in realtà necessario per molti degli strumenti a cui ci affidiamo che non potrebbero funzionare altrimenti.

Purtroppo è un modello di business che torna a nostro vantaggio in molte situazioni, ma comporta anche una perdita: la nostra privacy.

The net result is an iron circle in which advertisers pay free apps and sites, who in turn provide significant benefit to consumers, who in exchange surrender targeting info about their demographics and preferences: you cannot take away any one of these components without taking away all of them. Unless we as a society are willing to give up all of the benefits provided by search, social networks, and the free dissemination of information, then we will give up our privacy.

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Non è sufficiente che sia intelligente

Khoi Vinh spiega perché nel caso dei dispositivi indossabili — smartwatch, fitness tracker, Google Glass, iWatch e Android Wear — il design gioca un ruolo ancora più importante, una cosa che dovrebbe risultare ovvia. Indossiamo oggetti che non hanno alcuno scopo, se non quello estetico, e qualsiasi smartwatch dovrà prima di tutto essere bello, se pretende di avere successo.

When technology companies look at goods that are built from the outside in, they generally see irrationality and inefficiency, a broken market just waiting to be corrected and “disrupted.” They believe that they can engineer so much value into these items that people will be swayed to buy goods built from the inside out, that the promise that drives hardware and software—“adopt this and benefit from its utility”—will convince people to upend their sartorial habits. This is how you get products like Google Glass, which assumes that consumers prize utility so much that they’re willing to look like they have no interest whatsoever in having intimate relations with another human being.

L’articolo solleva un’altra questione a mio parere interessante: la varietà in questo settore è fondamentale. Spesso utilizziamo orologi e oggetti di questo tipo per identificarci. Basteranno le funzionalità a farci rinunciare ad essa, oppure Apple/Google/Microsoft/Samsung dovranno trovare un modo di offrire su ampia scala un grande numero di alternative? (In quest’ultima direzione stanno provando ad andare i Google Glass, con partnership esterne e un ampio numero di opzioni)

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TinyCarrier: crowdsourcing delle spedizioni

Immaginate di avere bisogno di un documento, pacco o oggetto, e di vivere lontano da casa. Ne avete bisogno quanto prima, e le poste tradizionali non sarebbero in grado di consegnarvelo in tempo. O forse potrebbero, ma l’opzione risulterebbe costosa.

TinyCarrier è un nuovo servizio che vuole provare ad offrire un’alternativa alle poste tradizionali: invece di affidare il vostro pacco a poste italiane, DHL o TNT lo affidate a una persona che sta per partire per il luogo di destinazione, che è iscritta al servizio e ha deciso di rendere disponibile ad altri un pezzetto della propria valigia.

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L’uomo che trasformò la carta in pixel

Video: L’uomo che trasformò la carta in pixel

Un breve video, molto semplice da comprendere e al contempo informativo, su Claude Shannon e la teoria dell’informazione.

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Quanto usi l’iPhone?

App: Quanto usi l’iPhone?

Moment è un’applicazione per iPhone che tiene traccia in automatico di quanto usate lo smartphone. L’interfaccia è molto semplice, con un grafico che mostra i minuti (o ore) totali di utilizzo giorno per giorno. L’applicazione offre anche la possibilità di ricevere delle notifiche quando si esagera nell’utilizzo, come “sono solo le 11 di mattina e hai utilizzato l’iPhone per due ore“.

Fatemi sapere quanto siete dipendenti.

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Anziani reagiscono ai Google Glass

Video: Anziani reagiscono ai Google Glass

Immaginate i Google Glass e vostra nonna: come li userebbe? E li userebbe, soprattutto? In questo video hanno provato a darli in mano a un po’ di persone anziane, per vedere la loro reazione.

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Vivere con il Fitbit

David Sedaris racconta sul New Yorker quello che succede quando comprate un activity tracker, come il Fitbit:

I was travelling myself when I got my Fitbit, and because the tingle feels so good, not just as a sensation but also as a mark of accomplishment, I began pacing the airport rather than doing what I normally do, which is sit in the waiting area, wondering which of the many people around me will die first, and of what. I also started taking the stairs instead of the escalator, and avoiding the moving sidewalk. [...]

During the first few weeks that I had it, I’d return to my hotel at the end of the day, and when I discovered that I’d taken a total of, say, twelve thousand steps, I’d go out for another three thousand.

“But why?” Hugh asked when I told him about it. “Why isn’t twelve thousand enough?”

“Because,” I told him, “my Fitbit thinks I can do better.”

(David Sedaris è uno scrittore, piuttosto divertente)

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Non c’è bisogno di “podcast network”

Marco Arment spiega perché i “podcast network” sono in declino. La ragione è semplice: nel momento in cui creare e distribuire un podcast diventa sempre più semplice e economico, non è più necessario affidarsi a un network che si prenda in carico quel lavoro e quel costo che il software ha comunque eliminato.

La terza, se non principale, ragione per cui certi scelgono un network invece di sviluppare un progetto indipendente è la visibilità che il network può essere in grado di dare. Questa può servire al lancio iniziale — con la pubblicità, e il bacino di utenti affezionati — ma non sostiene un podcast di per sé:

Discoverability is overrated. The real way to get more listeners is to make a great, relevant show. The best content tends to be found, but it takes hard work and dedication. Each episode of ATP takes about 10–12 person-hours of work,2 and we’ve been doing it every week for the last 70 weeks. Our show is successful primarily because we put a lot of effort into it and have chosen a topic that fits our existing audience and the current podcast market well.

Having a “built-in audience” from two 5by5 shows didn’t sustain Neutral. It peaked at about 1,000 listeners — when we ended Neutral, the audience for the weeks-old ATP was already 15 times larger and skyrocketing.

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Non sei la tua cronologia

Floodwatch è un’estensione per Chrome che monitora e registra tutte le pubblicità che vi vengono mostrate, così da creare una cronologia che riveli in che modo i pubblicitari vi vedono — come siete categorizzati, come variano le pubblicità in base ai siti che visitate, età e sesso.

Lo scopo di Floodwatch è quello di raccogliere quanti più dati possibili sulla pubblicità online, per poi utilizzarli per studiare la pubblicità online: le pratiche in uso, e per scoprire se vi sono delle discriminazioni in corso verso certi utenti.

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“Come non essere uno stronzo su Internet”, con Jerry Seinfeld

Video: “Come non essere uno stronzo su Internet”, con Jerry Seinfeld

Jerry Seinfeld elenca — in questo video per WIRED — le regole per utilizzare senza risultare fastidiosi internet, smartphone e vari device.

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Te la ricordi la blogosfera?

Davide Piacenza ha raccontato la blogosfera italiana, come era anni fa, fra il 2002 e il 2008:

In testa alla carovana degli avventurieri c’erano anche il già citato MantelliniAndrea BeggiEnrico Sola (allora soprattutto Suzukimaruti), Luca SofriAntonio SofiLeonardo TondelliLuca ContiMafe de BaggisGianluca Neri e autori che scrivevano sotto pseudonimi come Squonk,LivefastPersonalità Confusa. Tutte queste voci, che magari a qualcuno non diranno nulla, per buona parte degli anni Duemila hanno filtrato, amplificato e veicolato il dibattito su Internet e l’innovazione. Non è un’esagerazione o un’iperbole: c’erano i blog. Si parlava dei blog. E lo si faceva sui blog. [...]

Ci fu l’ondata primigenia di incontri ed eventi ad hoc, tutti con nomi che testimoniano l’ossessione per il nuovo strumento: le BlogFest di Gianluca Neri/Macchianera e, soprattutto, i Barcamp. In tutti questi luoghi prevalevano oggetti, simboli e codici poi rimasti legati a quel mondo: le moo card, biglietti da visita su misura diventati uno status symbol; il caffè espresso tra un panel e l’altro, con annessa occasione per socializzare; l’inevitabile scambio di link alla fine dell’incontro, per sigillare sul blogroll il neonato rapporto. Il mondo dei blog in Italia, essenzialmente, per un certo periodo rimase assimilabile, per conformazione e dinamiche interne, a un gruppo di amici allargato.

Mi ricordo con nostalgia i vari BarCamp a cui ho partecipato. Nel 2006 il sottoscritto aveva sui 15 anni; aveva appena aperto questo blog su WordPress.com (si chiamava Mac Blog) e si ritrovava a saltare un giorno di scuola per finire a Torino, Bologna o altrove per incontrare gente che conosceva inizialmente solo tramite Internet. Ho partecipato a BarCamp, BlogFest e MacDay. C’erano poi le Pandecene e altri eventi minori. Ho incontrato la maggior parte delle persone che oggi conosco e seguo su internet in quegli anni.

Mi ricordo quegli incontri — più o meno chiunque era più grande di me — con la “blogosfera” italiana, mi hanno permesso di conoscere e farmi conoscere da persone che ammiravo (per quanto io fossi poco sociale, e molto silenzioso). Un po’ mi mancano, ma lo spirito e la rete che forma la “blogosfera” odierna non è più quello di un BarCamp — non è più una piccola rete di amici.

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Withings Activité

Il nuovo activity tracker di Withings ha l’aspetto di un classico orologio da polso, e lo è con una piccola aggiunta: la capacità di contare i passi, registrare le ore di sonno 1 e di sincronizzarsi all’iPhone via bluetooth.

La batteria dura un anno.

  1. Supporta anche gli smart alarm, una funzione presa dal Jawbone UP

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Perché Amazon ha fatto un telefono?

Farhad Manjoo lo ha chiesto a Jeff Bezos in un’intervista. Letta: continuo a non capirlo.

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Steve Jobs e il Giappone

Nobuyuki Hayashi racconta un aneddoto su Steve Jobs, e la sua passione per il sushi — che amava consumare in un piccolo ristorante di Palo Alto:

You might have heard Steve Jobs was very impatient. But if it were for Toshio’s sushi, Steve could wait for 30 minutes. [...] Steve loved the place so much and often visited there alone for lunch. Seat No.1 at the counter (shown above) was his favorite seat and even when he visited without reservation, he seemed upset when that seat was taken.

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Una caratteristica interessante del nuovo smartphone di Amazon

Amazon offre, con il suo smartphone, backup illimitato e gratuito delle proprie fotografie. È una feature fantastica, e un’opportunità che per qualche ragione Apple si è lasciata sfuggire (iCloud costa tanto, e lo spazio gratuito iniziale è ridicolo):

I cannot believe that given the ever-shrinking price of storage in the cloud, one of the major players hasn’t offered free, unlimited photo uploads before. It should be table stakes given all the other monetization angles these phones provide to their parent companies. And now I have a feeling it will be thanks to Amazon’s Fire Phone.

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L’intervista del New York Times a Jonathan Ive

“È difficile rimanere pazienti mentre fan e investitori chiedono dove sia la prossima grande iCosa?”

Honestly, I don’t think anything’s changed. People felt exactly the same way when we were working on iPhone. The iPhone was broadly dismissed. The iPod was broadly dismissed. The iPad was probably more copiously written off as a large iPod.

My focus is incredibly narrow. I can’t talk with any authority other than design and development of product. When I look back over the last 20 years, you have this sense that, you’re working on something that’s incredibly hard, when you’re working on it, you don’t know whether it’s going to work out or not.

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Woof!

Degli investitori hanno gettato al vento 1 milione di dollari per Yo, un’applicazione che serve a importunare i propri amici inviandogli uno “Yo“. Ovvero: invece di inviare loro un messaggio, Yo vi permette di contattarli con uno “yo”. Senza contesto, senso e significato — giusto per ricordargli che siete vivi (vi ringrazieranno sicuramente).

Secondo me l’idea l’hanno avuta da un episodio di The Office. Non va a finire bene.

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