Questo sito usa i cookie, che strano!

Un nuovo regolamento per una presunta maggiore tutela dei dati dei visitatori, impone a siti come questo — a qualsiasi sito, piccolo o grande — di mettere un fottuto banner da qualche parte nella pagina che, in maniera alquanto molesta, vi informi dell’ovvio — ovvero che questo sito è un sito, e in quanto tale usa i cookie. Io i cookie li uso per velocizzare il caricamento delle pagine e, ovviamente, anche e soprattutto per scopi maligni come raccogliere quanti più dati possibili su di voi, che poi rivendo a una dozzina di aziende che mi inondano regolarmente di soldi.

Il provvedimento è in vigore da oggi, e non è che sia così semplice adeguarsi. Che Futuro ha raccolto in cinque punti le cose da sapere, ma basta notare che occorrerebbe fornire un’informativa breve (il famigerato banner) e una estesa, ricca di informazioni su cosa fanno e a cosa servono i cookie che il sito usa — notate, se avete un bottone like di Facebook, un video di YouTube, o embed esterni di cui nemmeno siete responsabili dovete comunque includerli nell’informativa

Come ben scrive Gianluca Diegoli (che ha iniziato una petizione), temo che invece di generare più consapevolezza in tema di privacy questo provvedimento porterà molti a considerare i cookie pericolosi e a accettare o rifiutare il banner informativo il più in fretta possibile (specialmente da mobile, dove in alcuni casi occupa metà pagina!):

Le persone normali — mia mamma, mia sorella — penseranno che i cookie siano specie di virus, quando invece, al massimo, ti fanno vedere il banner di un sito invece che di un altro — e senza ovviamente sapere nulla dei tuoi dati davvero sensibili. E che ancora una volta, dalla stampa tradizionale uscirà la sensazione che “internet è pericolosa”, e ne avevamo proprio bisogno, nel paese occidentale più arretrato online d’Europa.

La profilazione vera, cioè i dati di acquisto li conoscono quelli della GDO o i siti da cui avete comprato, flaggando controvoglia senza leggere una richiesta di ok alla “vera” profilazione o facendo una carta fedeltà.

Se si voleva fare qualcosa in difesa della privacy bisognava andare da Google e simili, o piuttosto costringere il browser a informare il visitatore — come certe estensioni già fanno — di quali dati un sito sta collezionando su di lui. Oltretutto, concentrarsi sul web ignorando le applicazioni — che hanno accesso a rubrica, fotografie e dati più sensibili — è alquanto strano.

Ma costringere qualsiasi sito ad aggiungere la medesima funzione, provocando problemi a gestori di piccoli siti (molti senza conoscenze tecniche), possibili multe sproporzionate e di fatto non aiutando in alcun modo a generare una maggiore consapevolezza in tema di privacy? Che provvedimento inutile.

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Zero rating, zero neutrality

Il Consiglio europeo sta contrattando con gli operatori telefonici per un pacchetto di riforme che aboliscano il roaming in Europa. Nella trattativa però, a rimetterci, sembra il principio di net neutrality. Le telecom vorrebbero, in cambio dell’abolizione del roaming, quello che viene chiamato zero rating e che già affligge l’offerta dei nostri operatori telefonici. Lo zero rating è quella cosa per cui esistono piani tariffari che includono traffico illimitato per un certo servizio o provider, con cui l’operatore ha stretto un accordo. Immaginatevi questo: che oltre a minuti di chiamate, un numero di sms e un paio di GB di traffico su Internet, un piano includa anche due ore di ascolto di Spotify.

Spiega Luca De Biase:

 La realtà è che il roaming è una tassa incomprensibile dal punto di vista tecnologico. E che la net neutrality è una precondizione per lo sviluppo innovativo. […] Se passasse questa pratica la rete verrebbe balcanizzata non per via giuridica ma attraverso una giungla di offerte commerciali in competizione tra loro (ti dò un mega, 300 sms, due ore di chiamate e Spotify, il mio concorrente di dà un mega, 350 sms e YouTube con un euro in più di me…). Internet dovrebbe essere più facile di così: ma le logiche della protezione commerciale messe in atto dagli operatori la stanno complicando sempre di più. Se non ci chiariamo questa faccenda, quando arriverà l’offerta di Facebook, già proposta in molti paesi in sviluppo – traffico gratis ma vai solo su Facebook e pochi altri siti decisi da Facebook – che cosa diremo in Europa?

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Il difficile compito di Unicode

L’ultima versione di Unicode codifica 113 mila caratteri diversi. Codifica i caratteri di quasi qualsiasi sistema di scrittura a noi conosciuto, persino quelli dell’aramaico, dell’alfabeto fenicio o di Lineare A (un linguaggio che non è neppure stato decodificato ad oggi). E codifica le emoji, inserendone di nuove ogni anno.

Ben Frederickson ha dedicato un interessante articolo sulle complessità che si celano dietro il compito di cui Unicode è investita:

Unicode is crazy complicated, but that is because of the crazy ambition it has in representing all of human language, not because of any deficiency in the standard itself. Human language is a complicated messy business, and Unicode has to be equally complicated to represent it. Thankfully we have people writing those long standards on how to display bidirectional strings appropriately, or sort strings, or the security implications of all this – so that the rest of us don’t have to think about it and just use standard library code to handle instead.

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Il mio sito ha 20 anni

Il sito di Jeffrey Zeldman compie vent’anni, questa settimana:

Today, because I want people to see these words, I’ll repost them on Medium. Because folks don’t bookmark and return to personal sites as they once did. And they don’t follow their favorite personal sites via RSS, as they once did.

Today it’s about big networks.

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Il futuro dei wearable, senza interfaccia grafica

Pur non avendo alcuna esperienza personale in merito, credo Siri risulti molto più utile su Apple Watch che su iPhone — offre un modello d’interazione immediato, senza possibilità di distrazione, adatto a reperire quel tipo d’informazione concisa che uno va a ricercare su smartwatch. Non siamo ancora arrivati al punto da poter fare tutto per comandi vocali (dato che Siri non funziona perfettamente), ma credo l’idea di un’assistente vocale acquisti su smartwatch non solo più utilità, ma risulti anche più normale (mentre raramente parlo all’iPhone, non credo avrei problemi a parlare all’orologio).

Project Soli di Google — presentato in occasione del Google I/O, e nato dentro il laboratorio ATAP, “Advanced Technology and Projects” — è un altro passo in questa direzione. Google ha miniaturizzato in un minuscolo chip di 9 millimetri quadrati un radar, in grado di determinare i movimenti che facciamo con la mano, e come muoviamo le dita, identificando così gesture di vario tipo. Ad esempio, sfiorare due polpastrelli fra loro, come a indicare la rotazione di una rotella, può indicare il desiderio di variare il volume.

Date le dimensioni, il chip potrà essere inserito in smartwatch, smartphone e wearable di dimensioni ridotte e offrire un modello d’interazione che non richiede una UI.  Con le stesse intenzioni è nato dentro ATAP un altro progetto, Project Jacquard, che vuole trasformare i nostri vestiti nell’interfaccia. Il progetto è già capace di creare tessuti in fibra conduttiva capaci di comunicare con lo smartphone, e Google ha già stipulato una partnership con Levi’s per produrre i primi abiti “intelligenti”. Basta scorrere la mano lungo la manica della camicia, per avviare un’azione sullo smartphone.

Project Soli e Jacquard offrono nuovi modelli d’interazione per l’internet delle cose, suggerendo anche che per certi wearable un’interfaccia grafica possa essere un di più, una complessità aggiuntiva, un impedimento alla loro efficacia.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Origami Robot

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Origami Robot

Un robot piccolissimo, inizialmente piatto, capace di piegarsi come un origami. È poi in grado di camminare, nuotare e eventualmente dissolversi.

(Via IEEE Spectrum)

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Google Photos: Gmail per le foto

Con Google Photos (disponibile anche per iPhone), presentato ieri al Google I/O, Google vorrebbe fare alle foto ciò che ha fatto alle mail con Gmail: liberarci dall’ansia di stare finendo lo spazio, fornire un servizio che organizzi autonomamente la nostra collezione fotografica e ci aiuti a districarci in essa senza buttare via ore.

Il paragone con Gmail è di Bradley Horowitz, vice presidente di “Streams, Photos, e Sharing” a Google, ovvero a capo del nuovo Google Photos:

We aspire to do for photo management what Gmail did for email management. Gmail wasn’t the first email service. But it offered a different paradigm of how one managed one’s inbox. We want to do that for photo management: To give you enough storage so you can relax and not worry about how much photo bandwidth you’re consuming, and enough organizing power so you don’t have to think about the tedium of managing your digital gallery. It will happen for you transparently, in the background. I don’t think there’s another company on earth that can make that claim.

Google promette di archiviare e conservare qualsiasi foto, senza imporre limiti di spazio; al contrario la iCloud Photo Library offre solamente 5GB di spazio gratuito, una scelta abbastanza deludente dato che l’uso di iCloud è oramai essenziale per trarre pieno vantaggio da iOS. Essendo piuttosto scontento di qualsiasi soluzione abbia ad oggi provato (Carousel di Dropbox e iCloud Photo Library sono le due più recenti) penso darò a Google Photos una chance.

Oltretutto, Google Photos sfrutta machine learning per migliorare la libreria fotografica. Assistant suggerisce edit autonomamente, e possibili modi di organizzare le foto dell’ultimo viaggio. Negli ultimi anni, a causa dell’iPhone, la mia libreria si è appesantita di foto scattate senza pensarci, senza alcuna pretesa artistica ma con il solo scopo di immortalare il momento: organizzarle è un disastro, e se questa cosa di Google funziona potrebbe essere la soluzione che da tempo attendo. Google dovrebbe essere in grado di riconoscere il soggetto nelle foto, permettendo così di ricercarle rapidamente. Un po’ come Gmail ci ha liberato dalle cartelle, Google Photos potrebbe liberarci dagli album fotografici consegnandoci una libreria fotografica automaticamente organizzata.

Certo, c’è il solito problema della privacy — soprattutto dato che si tratta di Google. Steven Levy, che ha intervistato Horowitz in occasione del lancio, gli ha chiesto se proveranno ad utilizzare le informazioni raccolte in altri prodotti — o se Google Photos è un silos staccato dal resto. Al momento non c’è alcuna integrazione con altri servizi di Google, ma Horowitz non esclude la possibilità che in futuro questi dati possano venire sfruttati:

The information gleaned from analyzing these photos does not travel outside of this product — not today. But if I thought we could return immense value to the users based on this data I’m sure we would consider doing that. For instance, if it were possible for Google Photos to figure out that I have a Tesla, and Tesla wanted to alert me to a recall, that would be a service that we would consider offering, with appropriate controls and disclosure to the user. Google Now is a great example. When I’m late for a flight and I get a Google Now notification that my flight has been delayed I can chill out and take an extra hour, breathe deep.

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‘Serve una consapevolezza collettiva’

Mantellini, per una politica delle reti che porti innanzitutto tutti a riconoscere l’importanza delle reti (una cosa scontata altrove):

La politica delle reti non si fa nei convegni. Non si fa raccontando sui giornali i casi di eccellenza. Non si fa aggiungendo aggettivi agli articoli della Costituzione. Non si fa ripetendoci fra noi quanto il digitale sia sexy. Non si fa con le startup. Non si fa con le stampanti 3D. Non si fa su Twitter. La politica delle reti non è mobile first, al contrario andrebbe ancorata da qualche parte. Possibilmente dentro le nostre teste.

La politica delle reti inizia riconoscendo un abisso. Che è quello dell’arretratezza digitale complessiva di questo Paese rispetto alle altre Nazioni europee. Un abisso che andrebbe meglio studiato e che negli ultimi anni è perfino peggiorato. Peggio di noi in Europa oggi solo la Grecia e la Bulgaria. […]

Oggi 5 italiani su 10 dicono che a loro Internet non interessa. Che non gli serve, che non sanno che farsene. In questa affermazione risiede il ritardo principale dell’Italia.

Il divario digitale italiano è, soprattutto, un divario culturale.

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Stai prendendo il caffè nel momento sbagliato

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Stai prendendo il caffè nel momento sbagliato

Il momento migliore per bere il caffè non è appena alzati.

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‘Perché non uso Helvetica’

Suggerisce delle buone alternative (purtroppo tutte costose!):

I’d try Akzidenz Grotesk, which was the original favourite of the Swiss Style pioneers and is the typeface that Helvetica was largely based upon. It’s twice as old as Helvetica which obviously makes it twice as cool.

Or maybe I’d use Neue Haas Grotesk, which bears Helvetica’s original name and is intended to be far closer to it’s original 1957 design than modern digitised interpretations. It just looks a bit nicer.

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Jonathan Ive lascerà Apple?

Stephen Fry ha chiaccherato con Ive, sulla promozione a Chief Design Officer — un nuovo ruolo ad Apple, appositamente creato:

When I catch up with Ive alone, I ask him why he has seemingly relinquished the two departments that had been so successfully under his control. “Well, I’m still in charge of both,” he says, “I am called Chief Design Officer. Having Alan and Richard in place frees me up from some of the administrative and management work which isn’t … which isn’t …”

“Which isn’t what you were put on this planet to do?”

“Exactly. Those two are as good as it gets. Richard was lead on the iPhone from the start. He saw it all the way through from prototypes to the first model we released. Alan has a genius for human interface design. So much of the Apple Watch’s operating system came from him. With those two in place I can …”

I could feel him avoiding the phrase “blue sky thinking”… think more freely?”

“Yes!”

Secondo Ben Thompson è l’inizio del distacco di Ive da Apple. Abbandonare una posizione di management giornaliero per “pensare più liberamente” è un indizio; ammettere di volere “viaggiare di più” è un altro. Questo articolo, così come quello apparso a Febbraio sul New Yorker e quello più recente dell’Aprile scorso su Wired, serve anche ad introdurre e familiarizarci con le due persone che (fra due anni?) potrebbero sostituirlo, Alan Dye e Richard Howarth.

Il momento non potrebbe essere più opportuno, a Apple Watch appena uscito è probabile che almeno per i prossimi due anni non ci sia alcun grosso prodotto in vista per Apple. Secondo Thompson, Apple sta pianificando l’uscita di Ive da tempo, e la sta orchestrando in modo da evitare i fiumi di articoli (sull’imminente fallimento) che in molti scrissero quando Tim Cook prese il posto di Steve Jobs.

Scrive Joe Cieplinski (che è dello stesso parere di Ben):

A person such as Jony Ive can’t just retire from Apple one day. He or she must transition, over the course of a year or more, so as to cushion the impact on the stock price, public perception, etc.

Start by making it look like a “promotion.” Then spend the next several months talking up the accomplishments of his replacements. (I wouldn’t be surprised if we started seeing Howarth and Dye featured in upcoming design videos and/or appearing on stage at Apple keynotes.)

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Dettagli tipografici

L’autore di typedetail.com cercherà di “annotare” un font diverso al giorno, evidenziandone le particolarità. È un progetto molto bello, che ne ricorda uno recente, e simile: 100 giorni di font.

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La fine della privacy

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La fine della privacy

Un breve video sulla storia della privacy, con Snowden, Marc Goodman e Vint Cerf.

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Quartz è una API

Quartz si definisce una API: va dove sono i lettori, e nella forma più appropriata al mezzo. Al centro di tutto questo non c’è il sito, un indirizzo specifico a cui raggiungerli, ma il brand — che ciascun lettore conosce in maniera diversa (i lettori della newsletter in un modo i visitatori del sito in un altro):

So when we say Quartz is an API, we don’t mean publish once and send it everywhere. We mean Quartz can go anywhere our readers are, in whatever form is appropriate. What’s most striking about that is what sits in the middle: our brand. In this environment, it’s the most important thing: We are a guide to the new global economy for smart, worldly people. That drives our editorial mission, our product vision, and our commercial business. And the specific forms that takes is the challenge we’re all here to tackle. Most of all, this will require us to be excellent at what’s in the center, what we call Quartz and all that it stands for: insisting on bold and creative decisions, a user-first approach, being excited by change, and serving an audience of global business professionals.

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Facebook è per le notizie?

Baekdal ha ben riassunto i miei dubbi con gli Instant Articles di Facebook:

What many publishers don’t seem to understand is that Facebook is incredibly limited in terms of the behavior its audience has. People don’t go to Facebook for news. Instead, people primarily only use Facebook when they are having a quick break. That means that the audience is coming to Facebook without a specific intent. And because there is no specific intent, there is also almost no loyalty.

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Medium è un social network

Il passaggio da strumento di scrittura, con focus su contenuti longform al punto dal portare all’acquisto di Matter e assemblare una redazione, a social network è stato annunciato da Ev Williams pochi giorni fa. Medium sarebbe soprattutto la rete sociale — i commenti, le interazioni e condivisioni, un luogo che permette a dei contenuti di trovare dei lettori.

Scrive Ev:

In the last few months, we’ve shifted more of our attention on the product side from creating tool value to creating network value. What does this mean? Obviously, one form of that value is distribution. And there’s no doubt that something published on Medium has a higher likelihood to find an audience than the same thing published on an untrafficked island on the web. […]

That’s why I say Medium is not a publishing tool. It’s a network. A network of ideas that build off each other. And people.

La facilità di scrittura e pubblicazione (che Medium può sì vantare, ma che anche Tumblr e molte altre alternative offrono) non è il punto di forza principale — la ragione per cui tanti scelgono Medium è invece il social network Medium, il fatto che un contenuto su Medium ha più possibilità di venire letto e diventare popolare che uno ospitato su un blog personale sconosciuto. Medium è sempre stato, soprattutto, uno strumento per promuovere un contenuto.

Dopo questo annuncio l’attenzione data da Medium all’aspetto sociale aumenterà; secondo le fonti di BuzzFeed già ci sarebbero stati dei cambiamenti per Matter e altre pubblicazioni che Medium possiede, soprattutto una spinta maggiore verso la produzione di contenuti che portino facilmente a condivisioni (come quiz).

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La storia della caduta di BlackBerry

Il Wall Street Journal ha pubblicato un interessante estratto di “Losing the Signal“, un nuovo libro dedicato alla caduta di BlackBerry a seguito dell’arrivo dell’iPhone.

In questi paragrafi, la reazione dell’allora CEO di BlackBerry al keynote del 2007, quello in cui Steve Jobs presentò l’iPhone:

Mike Lazaridis was home on his treadmill when he saw the televised report about Apple Inc.’s newest product. Research In Motion’s founder soon forgot about exercise that day in January 2007. There was Steve Jobs on a San Francisco stage waving a small glass object, downloading music, videos and maps from the Internet onto a device he called the iPhone.

“How did they do that?” Mr. Lazaridis wondered. His curiosity turned to disbelief when Stanley Sigman, the chief executive of Cingular Wireless joined Mr. Jobs to announce a multiyear contract with Apple to sell iPhones. What was Cingular’s parent AT&T Inc. thinking? “It’s going to collapse the network,” Mr. Lazaridis thought.

The next day Mr. Lazaridis grabbed his co-CEO Jim Balsillie at the office and pulled him in front of a computer.

“Jim, I want you to watch this,” he said, pointing to a webcast of the iPhone unveiling. “They put a full Web browser on that thing. The carriers aren’t letting us put a full browser on our products.”

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Emoji che saranno

Unicode ha presentato le 38 emoji candidate a diventare parte dello standard Unicode 9.0, che dovrebbe arrivare a metà del 2016. Ci guadagniamo un’emoji per i selfie, una per pinocchio e un gufo.

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Non buttare le foto sfuocate

Ultimamente ho un po’ perso interesse nelle varie applicazioni per editare foto e appiccicarci filtri sopra, per renderle magicamente e solo apparentemente migliori. Credo sia una conseguenza dell’aver ridotto l’uso di Instagr.am: se le foto non vanno online, ma esistono solo per me, allora migliorarle con il filtro giusto sembra improvvisamente non necessario1.

Mi interessa invece che mi ricordino un momento, e per farlo una foto senza filtro è migliore di una con filtro, e forse una sfuocata e scattata senza pensarci è addirittura preferibile e più genuina di una premeditata.

Su Wired, Joe Brown è dello stesso parere:

These unpublished images are every flavor of bad: blurry, poorly framed, unflattering, uninteresting. But they are an honest record of my life—because that camera in my pocket is with me and paying attention almost all the time.

So after that awful/wonderful evening, I made a pact with myself: I don’t delete photos anymore. I got the largest-capacity iPhone, upgraded my Dropbox account, and uploaded every pic I could find. I use the Carousel app to organize them—it batches images by date and captures location.

  1.  Credo sia successo anche perché ho comprato un iPhone da 64GB, e all’improvviso non ho più dovuto scegliere quale foto tenere, e quale cancellare

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Non ne hai avuto abbastanza?

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