Machine Learning sulle emoji

Quasi la metà dei commenti scambiati su Instagr.am sono emoji (in Finlandia la percentuale rispetto a messaggi testuali arriva al 60%); spesso adottate, come hanno scoperto quelli di Instagr.am, a discapito non di una prosa forbita ed elegante ma dello slang tipico di internet (xoxo, omg, lol, ahah o eheh). L’emoji, insomma, non rimpiazza una parola ricca di significato ma il lol tanto abusato — pazienza, quindi. Forse anche meglio.

Dato il loro uso pervasivo, Instagr.am ha cercato di analizzarle, provando a individuare lo spettro di significati che ogni emoji si porta dietro, come queste si associno fra loro. Già è difficile capire i significati che 👯 si porta dietro rispetto a 💃, ma in che modo un cuore 💚  si distingue da uno 💛?

Having learned a good representation for emoji, we can begin to ask questions about similarity. Namely, for a given emoji, what English words are semantically similar? For each emoji, we compute the “angle” (equivalently the cosine similarity) between it and other words. Words with a small angle are said to be similar and provide a natural, English-language translation for that emoji.

Continua a leggere sul blog di Instagr.am.

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RightFont: un font manager per Mac

Applicazione

RightFont: un font manager per Mac

Non è molto più potente di quello che il Mac integra di default, ma è sempre a portata di mano dalla barra dei menù per fornire una veloce (e utile) anteprima dei font installati.

Punto di forza principale, RightFont si integra con la Creative Cloud di Adobe per permettervi di gestire anche i font di TypeKit a cui avete accesso. Riconosce anche quelli che avete installato da Google Font.

Nota a margine: da quando TypeKit permette di utilizzare i propri font sul Mac è diventato indispensabile, per me.

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‘Elon Musk è un figo’

Tim Urban di Wait But Why ha ricevuto un giorno, all’improvviso, una chiamata da Elon Musk. Elon — che probabilmente legge il suo ottimo blog — voleva incontrarlo, per parlare e discutere dei progetti in cui è coinvolto. Sarebbe a dire: trasporto ad alta velocità, pannelli solari, automobili, energia rinnovabile e, uhm, mandare razzi nello spazio. Elon Musk, come racconta Tim, dopo essersi staccato da PayPal ha iniziato nell’arco di pochi anni Tesla, SpaceX e SolarCity:

In 2002, before the sale of PayPal even went through, Musk starting voraciously reading about rocket technology, and later that year, with $100 million, he started one of the most unthinkable and ill-advised ventures of all time: a rocket company called SpaceX, whose stated purpose was to revolutionize the cost of space travel in order to make humans a multi-planetary species by colonizing Mars with at least a million people over the next century.

Mm hm.

Then, in 2004, as that “project” was just getting going, Musk decided to multi-task by launching the second-most unthinkable and ill-advised venture of all time: an electric car company called Tesla, whose stated purpose was to revolutionize the worldwide car industry by significantly accelerating the advent of a mostly-electric-car world—in order to bring humanity on a huge leap toward a sustainable energy future. Musk funded this one personally as well, pouring in $70 million, despite the tiny fact that the last time a US car startup succeeded was Chrysler in 1925, and the last time someone started a successful electric car startup was never.

And since why the fuck not, a couple years later, in 2006, he threw in $10 million to found, with his cousins, another company, called SolarCity, whose goal was to revolutionize energy production by creating a large, distributed utility that would install solar panel systems on millions of people’s homes, dramatically reducing their consumption of fossil fuel-generated electricity and ultimately “accelerating mass adoption of sustainable energy.”

L’articolo nato dall’incontro, e quelli che seguiranno, sui vari argomenti affrontati, sono da leggere. Il primo è dedicato più a Musk stesso che ai progetti in cui è coinvolto. Ne viene fuori che è — ma già lo sapevate se avevate guardato la presentazione del Powerwall, capace di stupire seppur priva del teatrino, enfasi e esagerazioni a cui Apple sta un po’ eccedendo — una persona meravigliosa.

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Quelli che rompono lo scrolling

Pure Apple lo fa. Provate a navigare nella pagina del Mac Pro, e fatemi sapere se è stato divertente (perché per me è solamente frustrante).

Bloccare lo scrolling della pagina, o variare il suo naturale comportamento, rompe l’usabilità di un sito. Mi fa pensare che sia successo qualcosa di strano. Per un messaggio più forte e chiaro, Patrick Gunderson ha creato un CodePen in cui invece dell’evento di scrolling ha modificato il puntatore — la velocità con cui si muove.

Brutto? E certo che è brutto! Perché né l’uno né l’altro andrebbero toccati.

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Tiff: un sito per confrontare due font

Un sito per confrontare due font diversi fra loro, visualmente, sovrapponendo l’uno all’altro. Supporta tutti i font di Google Fonts.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Il paradosso di Fermi, spiegato facile

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Il paradosso di Fermi, spiegato facile

Tratto da un (ottimo) post di Wait But Why.

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Apple sta lavorando a qualcosa di grosso

Neil Cybart (il cui blog, Above Avalon, raccomando di aggiungere al feedreader1) nota come Apple stia spendendo 2 miliardi di dollari per trimestre fiscale in R&D (Research & Development); 10 miliardi l’anno.

Secondo Neil, questo indica che Apple è al lavoro su qualcosa di grosso; un prodotto totalmente nuovo. In passato, infatti, un aumento di investimenti in R&D è sempre stato mirato verso un obiettivo preciso. Al contrario di Google o Microsoft, le quali investono in R&D con lo scopo di “provare” molteplici progetti ambiziosi, Apple scommette su un unico prodotto e direzione:

This method is more sensible because Apple has a functional organizational structure with a culture based on placing few, but extremely large, product bets. There is little evidence to suggest that Apple has altered the way it approaches new product development and R&D expenditures. In the past, the bulk of Apple’s R&D program has been focused on specific projects and goals. This stands at contrast with a strategy of setting up a number of R&D labs with no clear directive other than to find future products. If Apple is spending R&D, it is a good bet they have a specific goal in mind for those dollars.

Non ci siamo ancora ripresi dall’Apple Watch, ma Apple potrebbe già star lavorando a qualcosa di totalmente nuovo.

  1. O a qualsiasi cosa usiate, se siete fra quelli che hanno abbandonato gli rss per alternative inferiori.

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Applebot, il crawler di Apple

Si sospettava da tempo che Apple avesse un web crawler, per analizzare e trovare le pagine in rete; oggi ne è arrivata conferma quando Apple ha pubblicato un documento relativo a Applebot, il suo crawler appunto.

Applebot serve per i risultati di Siri e Spotlight:

Applebot is the web crawler for Apple, used by products including Siri and Spotlight Suggestions. It respects customary robots.txt rules and robots meta tags. It originates in the 17.0.0.0 net block.

User-agent strings will contain “Applebot” together with additional agent information. For example:

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L’assistenza diabolica di Samsung

Spesso, nelle recensioni, o nella scelta di un prodotto rispetto a un altro, la qualità dell’assistenza tecnica e del supporto forniti dall’azienda produttrice vengono ignorati. Apple offre un’ottima rete di supporto attraverso i Genius Bar degli Apple Store ed è molto prone a venire incontro al cliente (personalmente ho avuto un MacBook con scheda logica difettosa, da loro riparato gratuitamente a distanza di 3 anni dall’acquisto). La stessa cosa si può dire di Amazon, che fa dell’assistenza ai clienti un proprio punto di forza (ed in effetti, di nuovo nella mia piccola esperienza personale, si sono sempre rivelati veloci ed efficaci).

Tutto questo lo dice un giornalista del New York Times che un giorno si è ritrovato ad avere a che fare con l’assistenza di Samsung, a causa di un forno difettoso, e… Apriti cielo: nell’arco di cinque mesi gli hanno mandato un tecnico a casa sette volte prima di rassegnarsi e constatare che il forno era non solo rotto, ma pure pericoloso. Nonostante questo hanno accettato di emettere un rimborso (parziale) solo dopo numerose email e chiamate, ma soprattutto con questa clausola:

Samsung said that to process my refund, I had to destroy the power cable for the oven and send a picture of the severed wire to prove I was no longer using the unit. The next day, a customer service representative called to clarify I actually did not have to destroy the cord.

Per dimostrare che il forno è rotto e non può più essere utilizzato, Samsung chiede che il cavo di alimentazione venga danneggiato (e che gliene venga mandata prova).

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Apple Watch, la recensione di uno di parte

Gianluca Neri ha provato l’Apple Watch per Wired. La sua recensione è molto divertente, da vero adorabile “fanboy”:

Buongiorno a tutti, mi chiamo Gianluca e sono un early adopter.

(coro: “Ciao Gianluca”)

Significa che, quando Apple decide di lanciare un nuovo prodotto nel mondo ignorando l’Italia (leggi: ogni-singola-volta), vengo preso dalla frenesia di possedere quel particolare prodotto nel più breve tempo possibile. È – tipo – una malattia. Ma posso uscirne quando voglio. Che potrà mai succedere se anche questa volta metto in piedi un’assurda strategia basata su fantasiosi e quanto mai complicati stratagemmi per procurarmi dall’altra parte del globo un gadget che prima o poi (spesso, purtroppo, poi) sarà disponibile a qualche chilometro da casa? Un’ultima volta, giuro, e poi basta. Come vi dicevo, mi chiamo Gianluca e sono un fiero possessore di Apple Watch.

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QuickShot

Applicazione

QuickShot

QuickShot è uno screenshot manager per Mac. Invece che andarvi a finire nel desktop — e ad accumularsi lì — QuickShot salva gli screenshot in una cartella da voi scelta. QuickShot vive nella menù bar del Mac, e da lì vi permette di selezionare e trascinare gli screenshot dove vi servono, dandovi rapido accesso ad essi.

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100 giorni di font

Per 100 giorni, ogni giorno, Do-Hee Kim proverà a creare una nuova pagina web1 utilizzando di font diversi fra quelli disponibili su Google Font, pubblicando il risultato su 100daysoffonts.com.

Siamo già al 27esimo giorno dall’inizio dell’esperimento e il risultato è ottimo. È bello da ammirare, ma anche utile se avete problemi d’abbinamento o volete scovare dei font buoni su Google Font.

Relativo: Quanto durerà Google Font?

  1. Stile splash page

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La libreria del futuro, cartacea e digitale

Matteo Scurati si è occupato, per Bookrepublic e librerie.coop, all’interno del Supermercato del futuro di Expo, della creazione di un concetto di libreria che vada oltre, e riunisca, la dicotomia digitale e cartaceo, l’idea che la scelta sia o l’uno o l’altro formato. Ne ha scritto su Medium:

Entrare in una libreria fisica per acquistare un libro cartaceo ottenendo immediatamente la copia digitale, dovrebbe essere la norma. Ed è la norma solo se pensiamo che l’editore vende contenuti, aldilà della forma su cui il lettore vorrà usufruirne.

Se riportiamo il lettore all’interno delle librerie e se lo facciamo con la promessa che è la sua voglia di leggere al centro dell’esperienza (e non la mia voglia di pensare che il mercato andrà in un certo modo), avremo fatto un primo passo decisivo.

Anche la recentemente riaperta e ristrutturata libreria Rizzoli in Galleria a Milano è basata su idee simili — come racconta Enrico Sola:

Il fine è stato quello di trasformare la normale libreria in uno spazio di animazione della lettura. A differenza del classico sito di e-commerce di libri che lavora molto sulla comfort zone, ovvero su cose che si avvicinano al già conosciuto, noi abbiamo voluto lavorare su due parole chiave: serendipity, quindi l’incontro con cose inattese e di qualità, e discovery, ovvero la scoperta di qualcosa che non è di tua conoscenza. Questi concetti si concretizzano sul layout dei tre piani della libreria, nell’alternarsi dei temi e delle sezioni che permettono di ibridare gli interessi e vedere cose che online non vedresti. E poi ovviamente nel lavoro di assistenza del team di librai.

La libreria si occupa insomma di vendere un contenuto, che verrà poi usufruito dove (e come) il lettore meglio crede. Acquistando un libro di carta si ha anche accesso all’ebook, che può essere letto via web (similmente a un esperimento di Penguin, che mette il browser al centro della lettura) o su un e-reader. L’esperienza di lettura stessa diventa quindi fluida, e può essere portata avanti su più device: di sera, a casa, sul cartaceo; la mattina, in metropolitana, sullo smartphone via browser; in altre situazioni su un e-reader.

Mettendo il contenuto al centro, invece dell’oggetto libro, è possibile sia ridare una funzione alle librerie (non minacciate dal futuro dei libri di carta perché non legate solamente alla carta) sia, come scrive Matteo, ripensare l’edizione digitale, che ad oggi è stata molto influenzata dal cartaceo. Così evitando, ad esempio, soluzioni skeumorfiche (l’effetto delle pagine che frusciano).

Uno dei problemi nel creare un’interfaccia digitale — di qualsiasi tipo, che si tratti di un calendario, una rubrica o un libro — è, come scriveva Matt Gemmel, l’avere come riferimento la controparte analogica, che solo poiché è venuta prima si impone sul digitale. Un’interfaccia skeumorfica — e una libreria che consideri il libro solamente come un oggetto fisico, di carta —rappresenta un fallimento di visione, o peggio, scrive Gemmel, “di capitalizzazione del nuovo medium“; un’opportunità persa:

We forget that physical objects are also just specific embodiments – or presentations – of their content and function. A paperback book and an ebook file are two embodiments of the text they each contain; the ebook isn’t descended from the paperback. They’re siblings, from different media spheres, one of which happens to have been invented more recently. The biggest intellectual stumbling-block we’re facing is the fallacy that just because physical embodiments came first, they’re also somehow canonical. The publishing industry is choking itself to death with that assumption, despite readily available examples of innovative, digitally-native approaches.

Relativo: Come il Regno Unito immagina le biblioteche del futuro

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Transformify

Questo tool è quasi magico, per quanto è facile da usare: prende una lista (tipo un CSV) e la ristruttura come volete voi, semplicemente partendo da un esempio che gli avete fornito. Tutto quello che dovete fare è dirgli come la prima riga deve venire trasformata; i dati che volete mantenere — come devono venire trasformati — e la struttura che volete dargli.

(Non si è capito molto? Andate a provarlo.)

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Tesla fa macchine o batterie?

Quando si pensa a Tesla Motor si pensa a un’azienda automobilistica, ma Tesla dovrebbe essere considerata prima di tutto un produttore di batterie.

Per tre ragioni, secondo Jeremy Welch: per l’innovazione che hanno apportato proprio in questo campo, perché ciò gli permette di entrare in altri settori e mercati (vedi l’annuncio di ieri) e perché quando sei un produttore di veicoli elettrici  il componente più complesso con cui hai a che fare non è più il motore, ma la batteria della macchina:

In an ICE-centered automotive world, the engine is the most complicated and important component. As a result of the complexity of ICE engines, most modern car companies maintain ownership of engine design and manufacturing, marketing and branding, sales channels (via their own dealers), and final assembly, but outsource almost all other components of the car.

Electric motors are much simpler than their ICE counterparts. Some estimates place the number of components on an ICE engine at 200+ (including pistons, spark plugs, belts, coils and more), compared to less than 10 on a comparable electric motor. This comparison is a little over-simplified, but the point still stands: electric vehicles are much less complicated than their Internal Combustion Engine counterparts.

In an EV centered world, energy storage is the most complicated problem, and battery technology takes center stage. Tesla has developed significant expertise in the battery space while building their cars, and they can now leverage this expertise to enter other battery-dependent markets.

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La nuova pubblicità di Samsung. O Apple. Boh?

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La nuova pubblicità di Samsung. O Apple. Boh?

Son seri? Il tutto detto pure in un finto accento inglese, per imitare Jony Ive! Mentre guardate il video: ricordatevi dell’allineamento.

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Elon Musk presenta il Tesla Powerwall

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Elon Musk presenta il Tesla Powerwall

Wow, da guardare. Oltretutto il keynote è piuttosto ben fatto; mi è piaciuto più di qualsiasi keynote di Apple degli anni recenti.

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Il peso dei colori

A volte i blog su Apple pubblicano notizie assurde; e a me le notizie assurde piacciono. A quanto pare a seconda dei colori il cinturino Sport dell’Apple Watch varia di peso. Serve saperlo? Certo, che domande.

Per capirci, per un modello da 42mm:

Bianco = 51 grammi
Blu = 48g.
Verde = 48g.
Rosa = 46g.
Nero = 40g.

Bene, è tutto.

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Internet è silenziosa

Bellissimo pezzo di Mantellini:

Io penso da sempre che Internet sia uno spazio silenzioso. Come un libro, come un quotidiano sfogliato alla luce di una lampada, la rete è sempre stata per me un luogo notturno e senza rumori. Così facendo disegna un confine, non solo acustico, con la TV o la radio, il cui linguaggio principale è stato da sempre mediato da gradi più o meno assordanti di invadenza.

Sebbene nel tempo il suono, quello dei formati digitali come l’mp3 e delle piattaforme audiovideo come Youtube, fino a quello degli attuali servizi di streaming musicale, è andato affermandosi in maniera sempre più ampia e la rete di sole parole e immagini dei primi tempi si è trasformata in un luogo del tutto differente, le interfacce hanno sempre scelto accuratamente di essere il meno intrusive possibile: Internet è rimasto un oggetto notturno.

Perché questo sia accaduto, in un mondo nel quale tutti urlano e strepitano, non è difficile da capire: perché essere in rete è rapidamente diventata la più complessa delle esperienze multisensoriali e come tale può essere governata solo da noi stessi. Moltissime persone leggono le notizie su una pagina web mentre ascoltano una playlist su Spotify, altri scrivono un tweet mentre seguono un programma tv, altri ancora semplicemente preferiscono stare in silenzio di fronte alla luce del loro monitor o del loro tablet. Per tutto costoro e per molti altri l’invadenza dell’audio non richiesto è una intrusione netta della propria sfera personale.

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Breve accenno

A distanza di due anni dall’ultima puntata di Brevi accenni la mia voce tentennante, piena di pause e ripensamenti è tornata su un podcast: Gianfranco, Stefano e Simone mi hanno invitato settimana scorsa a parlare di privacy — e cose a caso — nel podcast, Metro.

Io mi sono divertito molto a registrarla. Se vi va di ascoltarla, la trovate qua qua.  È lunga 50 minuti, nonostante io asserisca all’inizio di non riuscire a stare dietro ai podcast più lunghi di 20 minuti.

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