Richieste alle startup

Y Combinator, uno dei più importanti e famosi incubatori di startup, ha stilato una lista di richieste per le startup. Idee e settori che rispetto al loro potenziale, e alle opportunità di disruption1 che offrono, non attirano l’interesse di molte startup.

Very few startups write software for government.

But the government is a very large customer with very bad software. In addition to better software for existing processes, we’re also interested in how the Internet can enable new categories, like crowdfunding for social services.

(“Parlano solo di colori“)

  1. Chiedo scusa.

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GoSquared per Pebble

Un’applicazione per Pebble che riporta quanti visitatori sono attualmente connessi al proprio sito. Si basa su GoSquared, che è un servizio di statistiche ottimo — che questo blog usa da anni.

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La qualità del software Apple

Russell Ivanovic:

While Apple’s hardware continues to impress me, their software has gone downhill at a rapid pace. iPhoto is an unusable mess with the volume of photos I now have. Aperture has been discontinued and is badly lagging behind in terms of both performance and features. iTunes takes forever to launch, and is bloated mess of way too many features and functions. iCloud is still a mess that I wouldn’t dream of storing my important data in. iOS 7 crashed so often that I became intimately familiar with the Apple logo that appeared every time it did. iOS 8 fixed the crashing, but introduced thousands of little paper cut like bugs. I used to install updates from Apple the second they came out, now I wait a few days to see if they are actually any good.

Sottoscrivo: la qualità del software rilasciato da Apple è peggiorata negli ultimi anni. Da esempi evidenti e vergognosi come iPhoto, alla stabilità e qualità dell’OS intero. iOS 8 mi sta dando molti problemi, ed è (spesso) di una lentezza esasperante.

Sembra non riescono a stare al passo con l’hardware: che iOS 8 sia stato rilasciato solo per combaciare con il lancio dell’iPhone 6, nonostante sia sotto molti aspetti (non iniziamo nemmeno a parlare di iCloud) acerbo.

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Estetica e funzionalità

L’Apple Watch è difficile da capire, e alcune strategie intraprese da Apple — come il prezzo del modello dorato — resteranno probabilmente incomprese dalla comunità tecnologica per un bel po’. La ragione è che l’Apple Watch è sia un device, un prodotto dell’industria tecnologica, sia un orologio — ma Apple vuole e spinge quanto più affinché venga percepito come appartenente più a quest’ultima categoria, che alla prima.

Il primo Apple Watch sarà probabilmente acquistato perlopiù da geek, ma obiettivo di Apple è che diventi un orologio per la massa. Non per una massa di geek e appassionati di tecnologia, ma per la massa di consumatori attenti alle tendenze e all’estetica. Nel suo articolo dedicato all’oggetto Matt Gemmel l’ha spiegato molto bene: un orologio credibile deve partire dall’estetica e compromettere le proprie funzionalità in favore di quest’ultima. È il processo opposto che sta alla base di qualsiasi prodotto tecnologico; si deve dare più importanza all’aspetto dell’oggetto che alle sue funzioni, e se necessario sacrificare quest’ultime.

Apple’s products exist on a spectrum between the two natural design-tensions of functionality and aesthetics, with most existing as close to the halfway mark as possible. All other things being equal, Apple will sacrifice functionality in order to heighten aesthetic appeal (and more subtly, user experience) every time. That’s the right choice. Count the number of ports on your MacBook and compare it to any PC laptop for proof of that.

Traditional tech products exist squarely at the functional end of the spectrum, but watches exist at the aesthetic end.

L’Apple Watch non è un prodotto dell’industria tecnologica. Prima iniziamo a pensare ad esso come un ad un orologio, e meno come ad uno smartwatch, e più ne capiremo il contesto e strategia.

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GifBook

Un servizio per stampare gif su piccoli libretti, sotto forma di flipbook.

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Nessuno ha un’idea ben chiara sull’Apple Watch

CIT.

People don’t like what they don’t understand and so far, nobody understands the Apple Watch. I’m not even sure anybody can; we just don’t know enough about it at this point. In the absence of a valid reference, many are sure to dismiss it as either irrelevant or flawed, simply because it doesn’t conform to their own existing preconceptions. Álvaro Serrano

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The Physical Web

The Physical Web è un progetto di Google per creare uno standard su cui basare l’internet delle cose. Al momento la maggior parte degli oggetti connessi a internet richiedono un’applicazione a parte per funzionare. La cosa non è fattibile su ampia scala, e il problema diviene particolarmente evidente con la tecnologia iBeacon: immaginate di dover scaricare un’applicazione prima di potervi interfacciare con qualsiasi oggetto, prima di poter sapere gli orari della fermata del bus o prima di sfruttare gli iBeacon di un negozio. Scomodo e caotico.

The Physical Web vuole proporre uno standard, supportato a livello dell’OS, che ci permetta di parlare con qualsiasi device senza che questo ci debba prima costringere a installare qualche inutile software:

The number of smart devices is going to explode, and the assumption that each new device will require its own application just isn’t realistic. We need a system that lets anyone interact with any device at any time. The Physical Web isn’t about replacing native apps: it’s about enabling interaction when native apps just aren’t practical.

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Il rumore del cinturino

Vogue ha avuto l’opportunità di provare l’Apple Watch prima del keynote, presentato a loro da Ive stesso. Ne deriva un lungo articolo su Jonathan Ive, che rivela le sue ossessioni e personalità:

As you watch Ive walk off, politely thanking people, you recall that he closed up his private presentation by asking you to listen closely to a watchband as it is pulled off and then reconnected. “You just press this button and it slides off, and that is just gorgeous,” he was saying. He encouraged you to pause. “But listen as it closes,” he said. “It makes this fantastic k-chit.” He was nearly whispering. And when he said the word fantastic, he said it softly and slowly—“fan-tas-tic!”—as if he never wanted it to end. This is perhaps Ive’s greatest achievement: not that we can get our email more readily, but that we can stop to notice a small, quiet connection.

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Flic: bottoni bluetooth

Flic è un bottone per l’iPhone, che si collega ad esso via bluetooth. Può essere applicato a una porta, alla scrivania, o con una clip ai propri jeans. La risposta varia a seconda di come lo si è configurato: può avviare la riproduzione di musica, essere usato per scattare una fotografia, leggerci le notizie del mattino, fingere una chiamata in arrivo sull’iPhone o ordinare una pizza. O potete premerlo ogni volta che bevete un caffè, per tenerne traccia. Le opzioni sono illimitate. Ne potete possedere più di uno, e a ciascuno associare un’azione differente.

Flic non è ancora in commercio, ma l’idea è attraente. L’idea è simile a Tile, ma a mio parere meglio eseguita e con più opzioni d’uso. Suppongo sfrutti la tecnologia iBeacon, e venga configurato attraverso un sistema simile a IFTTT. Se avrà un canale IFTTT sarà fantastico.

Verrà presto lanciata una campagna di crowdfounding, mentre al momento è possibile lasciare la propria email nell’homepage per essere fra i primi a riceverlo.

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Pebble può, da oggi, funzionare come contapassi

L’ultimo aggiornamento al firmware del Pebble, rilasciato oggi, aggiunge all’orologio le funzionalità principali di un Fitbit o Jawbone UP. Potrà analizzare e registrare l’attività dell’utente in background, costantemente e senza grande impatto alla batteria dell’orologio (o così dicono). Jawbone stessa ha realizzato un’applicazione per Pebble che funziona in totale autonomia, senza dover possedere UP1.

È stato anche risolto uno dei problemi che avevo elencato nella recensione, ovvero l’impossibilità di lanciare — attraverso una combinazione di tasti — una o due applicazioni (le preferite) in maniera immediata, senza dover passare dal menù.

È una piccolo update che aggiunge molto a Pebble, che da oggi è inoltre in vendita a un prezzo ridotto: $99. Non so cosa ne sarà di Pebble una volta che l’Apple Watch sarà in commercio, ma io lo trovo — sarò strano — bello. Geek, ma geek come un Casio: può piacere. Ha un aspetto geek retrò2  che mi piace. Il sito — appena ridisegnato — sembra presentarlo alla stessa maniera.

Forse un’alternativa, economica, e poco seria, all’Apple Watch? Una specie di Swatch, ma smart?

  1. A proposito di Jawbone: a inizio settimana hanno aggiornato l’applicazione per iOS per funzionare senza alcun braccialetto UP, semplicemente sfruttando i dati raccolti dallo smartphone. I device per il fitness tracking probabilmente hanno i giorni contati, dato che i medesimi dati possono — o potranno — essere raccolti dallo smartphone e smartwatch.
  2. Sì, neppure pure io un’idea chiara di cosa voglia dire scrivendo ciò.

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Sul futuro di Apple e Google

Non so quale delle considerazioni che Steve Cheney ha scritto, sul futuro di Google e Apple, riportare perché sono tutte estremamente interessanti. Quindi andate a leggervi l’articolo per intero.

Android is now the operating system of the world. It dominates any non-Apple, non-PC application. We still think of Android as a smartphone OS. But almost everything truly smart will run Android – new TVs, IoT devices, your home appliances etc. […]

It’s provocative to think about where Apple and Google each go next. In mobile there’s a term called ‘permissionless innovation’, the basic  premise of which is you don’t need anyone else’s permission to innovate. The beauty of the modern mobile era is that it isn’t held back by anti-innovators like the carriers or monopolists like Microsoft and Intel who gated the pace of innovation in previous platform eras. The mobile stack has decoupled these previous incumbents from control.

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L’evoluzione della scrivania

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Come si è evoluta la nostra scrivania, dal 1984 a oggi, mano a mano che varie attività le sono state sottratte dal computer (via @linuz90)

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Quanto è dipendente dall’iPhone l’Apple Watch?

A Blog To Watch, un blog dedicato a orologi, ha recensito l’Apple Watch. Le considerazioni sulla qualità dell’oggetto, dalla prospettiva di una persona abituata a recensire Rolex, sono molto interessanti e, soprattutto, positive. Non è la prima recensione di un appassionato di orologi che si dichiara positivamente impresso dal design dell’Apple Watch.

La recensione include anche alcuni dettagli interessanti, come una (semi) risposta a una delle mie domande non risposte sull’oggetto: quanto sarà indipendente dall’iPhone?

A good example is during exercise. Apple indicated to me that you don’t need to take your phone around with you while you exercise, unless you require GPS functions. The Apple Watch can store some media, such as songs, independently on the device (the internal storage of the Apple Watch has yet to be announced), and it can track a lot of exercise and movement data without being connected to an iPhone. Once paired again, the Apple Watch shares data with the host apps on the phone.

Apple actually made clever use of the Apple Watch’s relationship with the iPhone. Apple Watch users will install an Apple Watch app on their iPhone, which will be used to download apps onto the watch as well as likely manage Apple Watch settings. A user’s iPhone is also used to help with computational demands. Apple cleverly pushes a lot of processor needs to the phone in order to preserve Apple Watch battery life. Thus, the Apple Watch is snappier, with longer battery life because a lot of tasks can be off-loaded to the host phone.

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Il ritorno dei podcast

Negli ultimi anni sembra che i podcast siano ritornati un auge, da trasmissioni per pochi appassionati a qualcosa di più grande e più facilmente fruibile dal pubblico generale (nonostante per me continuino ad essere generalmente troppo lunghi e con poco editing). La facilità è dovuta sia agli smartphone, che a connessioni mobili più veloci e economiche e, soprattutto, si deve a tool sia di ascolto che di creazione che ne hanno facilitato l’esistenza e diffusione.

Ne scrive il Washington Post:

Despite some early enthusiasm, podcasts faded in popularity in the early 2000s, partly because of the many steps required to download them and play them in a vehicle. The introduction of the iPhone in 2007 changed that, making podcasts as convenient to access as a Netflix show. It’s easier to play them in cars, too, as automakers build wireless media functions into more and more models. And faster WiFi and mobile data speeds have made podcasts a snap to stream. […]

This is where radio syndication was 30 years ago, and this is just the beginning,” said industry veteran Norm Pattiz, chief executive of celebrity podcast channel PodcastOne. “What Netflix did for video is what podcasts are doing for radio today.

Mi mancano i tempi di Brevi accenni, e da un po’ di tempo sto considerando l’idea di ricominciare a registrare un podcast.

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L’applicazione di Post-it

App: L’applicazione di Post-it

Post-it ha trovato un modo intelligente di coniugare il digitale con l’analogico. L’applicazione permette di catturare, organizzare e condividere i propri Post-it. Questi si inseriscono nell’applicazione attraverso la fotocamera: inquadrando la parete in cui li avete incollati, l’applicazione riconoscerà in automatico ogni singolo Post-it e lo importerà al suo interno — fino a 50 alla volta.

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Ello: il social network etico

Sta ricevendo molta attenzione, negli ultimi giorni, Ello. Ello è un nuovo social network, dal design molto minimale, fondato su un manifesto in cui essenzialmente dichiara di non basare il proprio modello di business sulla pubblicità. L’obettivo è quello di essere visti in maniera diversa da Facebook, e ricorda App.net negli intenti.

È sia Facebook che un blog, un po’ Twitter e un po’ Tumblr: i post possono essere brevi e essenziali come un tweet, o lunghi quanto un articolo. Le persone possono essere aggiunte come amici, o inserite in “noise“. Queste ultime non compariranno nella home page, ma in una sezione a parte. L’editing dei post avviene tramite markdown, e le conversazioni come su twitter (anche se poi vengono organizzate come commento ai post). Al momento non offre molte funzioni che ci siamo abituati ad aspettarci da un social network — come messaggi privati — e nemmeno ha un’applicazione per iPhone (o Android).

È, di nuovo, estremamente essenziale: nella grafica e nelle funzioni. Eppure sta avendo successo e ha registrato un numero crescente di utenti negli ultimi giorni. A me piace, ma ho la sensazione che possa essere perché è piccolo e nuovo. In quanto tale, non è ancora caotico come Facebook — o come lo è diventato Twitter — e ha un numero selezionato di utenti (è in beta, e richiede un invito per iscriversi). Comunque, se volete mi trovate qui.

Ello

C’è un problema però: il manifesto su cui è basato è molto vago, e seppure dichiari in maniera chiara di non volersi affidare al modello pubblicitario (= vendita dei dati dei propri utenti) per sostenersi, non fornisce nemmeno un’alternativa esplicita e seria di come intenda fare soldi. Al contrario, si è scoperto che ha accettato 435.000 dollari da un gruppo di venture capitalist. Come ha commentato Andy Baio:

At the moment, Ello is a free, closed-source social network, with no export tools or an API, fueled by venture capital and a loose plan for paid premium features. I think it’s fair to be skeptical.

Continuerò ad usarlo nei prossimi giorni, sperando che i dubbi vengano chiariti e che i principi su cui è fondato vengano rispettati. Se così fosse, Ello potrebbe essere un ottimo social network. Il primo basato su questi principi che sembra stia riuscendo ad avere successo.

(Se volete provarlo ho degli inviti. Lasciate un commento a questo articolo1 e ve ne mando uno.)

  1. Magari con una vostra opinione su Ello? ;)

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Apple Pay e l’Europa

Come Passbook, Siri (tuttora estremamente limitata in lingua italiana) e molti altri servizi che Apple ha lanciato negli ultimi anni, Apple Pay sembra essere stato pensato per gli Stati Uniti prima, e per il resto del mondo dopo. Non sappiamo quando e se arriverà in Europa, anzi: potrebbe benissimo succedere che chi acquista un iPhone 6 oggi non riesca a sfruttarne il chip NFC per mesi e mesi, e magari neppure prima dell’arrivo di un nuovo iPhone 6S.

Macworld inoltre ipotizza che i vantaggi, per gli utenti europei, siano relativi. L’uso delle carte di credito è differente, e spesso ne possediamo una sola (non decine, come mostra il video di lancio di Apple Pay):

On its website, Apple touts that fact that Apple Pay will save you time, by not forcing you to search for your wallet and then find the right card. These concerns, too, are specific to the United States. On average, Europeans carry only 1.46 payment cards (more than two thirds of which are debit cards). In the US, people have more than twice as many cards; 14% of Americans had more than ten cards in 2007. Credit cards are much less common in Europe (though adoption rates vary by country), and most people only have payment cards with their banks.

A riguardo: ho fatto un esperimento applicando un chip NFC al mio Pebble. Pagare per la metropolitana, i bus e quegli acquisti impulsivi e minori che facciamo senza riflettere risulta davvero semplice e immediato con un orologio. Lo stesso vale con uno smartphone: credo l’NFC possa rivelarsi utile anche per l’utenza europea — anche se possiede meno carte di credito, e ne fa un uso più moderato. Il grosso punto interrogativo di Apple Pay è quando?

Sono stato in grado di sfruttare l’NFC grazie al fatto che mi trovo a Londra: non credo avrei potuto fare lo stesso in Italia, o in una qualsiasi altra città inglese. Come Passbook, Apple Pay rischia di rimanere una tecnologia utile e bella in teoria, ma in pratica adottata da nessuno.

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Sponsorship su Bicycle Mind

Se qualcuno avesse un prodotto, un’applicazione o più precisamente un qualcosa da oggi può presentarlo e proporlo ai meravigliosi e colti lettori di questo blog attraverso la sponsorship. Una sponsorship (esclusiva, della durata di una settimana) include un post dedicato e lo spazio pubblicitario subito sotto l’header.

Si legga di più in merito qua.

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Una nota sui commenti

A inizio estate avevo riaperto i commenti su Bicycle Mind. Questi funzionavano grazie a Discourse, un software che ritengo molto promettente e che tiene conto di molti dei problemi legati ai commenti. È un forum (quand’è l’ultima volta che ne avete visitato uno?) adatto all’internet moderna: bello da usare e con alcuni accorgimenti che, almeno in teoria, dovrebbero permettere e stimolare discussioni sane e intelligenti, riducendo quanto più possibile il rumore. Su Bicycle Mind funzionava previa registrazione, fattore che ha ridotto drasticamente il numero di commenti ma che, al contempo, ha fatto sì che quelli ricevuti si siano rivelati pertinenti e interessanti da leggere. Per me, e spero anche per i lettori.

Ora però lo abbandoniamo. Perché? Perché il funzionamento è un po’ macchinoso — i commenti risiedevano su un’altra pagina, non erano immediati né da leggere né da inviare — e principalmente perché il costo del servizio ne supera l’utilizzo. Alcuni blog hanno adottato Discourse con successo, ma ritengo che per funzionare la comunità alla base debba essere molto più ampia di quella che questo blog può raggiungere. Ma, seppur senza Discourse, i commenti resteranno (come potete notare qua sotto) sfruttando semplicemente le funzionalità di WordPress. Saranno sempre letti e eventualmente moderati, nel caso fra di essi ne finiscano alcuni inopportuni.

Perché questo cambio di rotta, negli ultimi mesi? Perché questo ritorno dei commenti dopo averli a lungo criticati? Mi sono reso conto che, seppur inquinati da troll e commenti monosillabici (LOL), ci sono fra i commenti alcune gemme che “ampliano” il contenuto di un articolo. I commenti sono un po’ come il resto dell’internet: per l’80% spazzatura, ma poi c’è quel 10% che ti fa apprezzare che esistano.

Lo spazio per i commenti non è per attaccare altri lettori che la pensano diversamente, o per insultarmi, ma per avviare una discussione: supportando degli argomenti, o spiegandomi perché ho torto (come spesso accadrà) offrendo delle spiegazioni. È facile capire se stai scrivendo un commento interessante, che aggiunge valore all’articolo, o semplicemente schiacciando i tasti della tastiera; nessun commento che sia critico e efficace verrà mai cancellato.

Insomma: fatene buon uso.

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Violare il copyright è naturale

Massimo Mantellini ha scritto un libro, “La vista da qui: appunti per un’internet italiana“, in qui c’è un capitolo dedicato ad alcune questioni relative al diritto d’autore. Il Post ne ha ripubblicato un estratto:

Lawrence Lessig, a nome di alcune associazioni culturali che davanti alla Corte Suprema si opponevano a questa ennesima estensione [estensione della durata del copyright di altri vent’anni, per evitare che Topolino e altri loro prodotti diventassero di pubblico dominio nel 2005], propose alla Corte un calcolo prodotto dal professor Mark Lemley dell’Università della California, che io cito ogni volta che posso e che con Topolino c’entra apparentemente assai poco. Si tratta di un conteggio rapido che rende molto bene un’idea altrimenti difficile da capire.

Nel 1930 sono stati editi in America 10.027 libri; quanti di questi erano ancora in circolazione nel 2000? Il numero esatto è 174. I restanti 9853 libri non generavano quindi alcun introito per i loro autori o per i loro eredi. Se nel 2005, come previsto dalla precedente norma, quei 9853 libri fossero passati nel pubblico dominio avrebbero potuto essere stampati da chiunque, ma anche messi online, trascritti, utilizzati liberamente senza alcuna limitazione. Moltiplicate quel numero per i vent’anni della nuova copertura, moltiplicateli per il novero di altri contenuti (musica, testi teatrali, film, ecc.) e otterrete il peso esatto di quanta cultura condivisa è stata sottratta ai cittadini per tutelare gli interessi della Walt Disney Corporation e di altri soggetti analoghi.

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