Verso una teoria della distrazione

What if, in fact, we’re not very good at being distracted? What if we actually don’t value distraction enough? It may be that, with our mobile games and Twitter feeds and YouTube playlists, we’ve allowed distraction to become predictable and repetitive, manageable and organized, dull and boring—too much, in short, like work. — Joshua Rothman sul New Yorker, A New Theory of Distraction

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Vita e morte di un iPhone

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Vita e morte di un iPhone

Quando Siri diventerà un AI superintelligente questo sarà ciò che vedrà.

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Il prossimo Apple Watch (speriamo sia lontano)

Circolano già rumors sul prossimo Apple Watch. Mark Gurman, su 9to5mac, dice che potrebbe avere una fotocamera frontale (per videochiamate via FaceTime) ed essere più indipendente dall’iPhone — ad esempio riuscendosi a collegare direttamente al WiFi. La seconda cosa sarebbe bellissima, la prima del tutto superflua.

Al di la di questo — ho ricevuto il mio meno di una settimana fa, e chi ha voglia di parlare di rumors del prossimo Apple Watch quando il primo ancora non è in vendita in molti Apple Store? — l’unico rumors interessante è quello relativo alla data di lancio. Si parla di 2016, e quasi quasi spero si vada a metà 2016 se non oltre.

Il ciclo annuale di ricambio dei nostri device non è sostenibile per ogni prodotto. Ha senso per l’iPhone, contesterei che abbia senso per l’iPad, ma sono quasi convinto non abbia senso per un wearable. L’Apple Watch non vuole proporsi come mero gadget, la tecnologia interna è solo parte della motivazione dietro l’acquisto: componente altrettanto fondamentale è lo stile, il design; in altre parole l’orologio in quanto tale.

Apple vende l’Apple Watch paragonandolo agli orologi tradizionali, e offrendo modelli costosissimi. Se vuole che questa strategia abbia successo deve anche, a parer mio, staccarsi dal ciclo annuale di aggiornamenti — spesso un obbligo, più che una necessità. Per riuscire a proporre l’Apple Watch come un orologio deve anche riuscire a renderlo più duraturo del tempo. Non dico che non debba diventare obsoleto, ma che per lo meno non lo diventi nel giro di un anno.

Un aggiornamento all’OS, come quello in arrivo in autunno, potrebbe essere più che sufficiente, un buon modo per accontentare gli scontenti. Per l’Apple Watch con FaceTime invece possiamo aspettare.

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Chi difende i tuoi dati dalle intrusioni dei governi

La Electronic Frontier Foundation ha dato un voto a diverse aziende, a seconda di come rispondono alle richieste dei governi di fornire i dati dei loro utenti, e di come difendono e avvisano quest’ultimi in caso ciò avvenga.

Apple, come Dropbox, è — secondo i parametri utilizzati dalla EEF — virtuosa. Al contrario, Google, Microsoft e Amazon non se la cavano granché. Anche Slack non è ottimo, nonostante abbiano recentemente aggiunto la dichiarazione dei diritti umani ai loro TOS.

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Richiedere file via Dropbox

Da alcuni giorni è possibile richiedere file da Dropbox, che chiunque può inviare — anche chi non è iscritto al servizio. Utile quindi per scambiarsi file pesanti, che siano foto della recente vacanza o materiale importante. L’ho appena provato e funziona molto bene (i file vanno a finire all’interno di una cartella del proprio Dropbox).

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

‘Ho letto tutti i termini di servizio e voglio morire’

Alex Hern si è letto per il Guardian tutti i termini di servizio dei servizi che usa. Ha deciso che per una settimana avrebbe dovuto, prima di utilizzare uno fra i tanti servizi a cui è già iscritto, leggersi il contratto che al momento dell’iscrizione aveva ignorato. Significa che di prima mattina, appena acceso l’iPhone, ha dovuto leggersi pagine e pagine di condizioni da rispettare — scoprendo che la semplicità tipica di Apple non si ritrova nei suoi documenti legali (che anzi non sono neppure aggiornati: quello di iOS contiene tuttora un riferimento a Google Maps). Poco dopo ha dovuto utilizzare Gmail: contrariamente a quel che si potrebbe pensare, quelli di Google sono invece piuttosto semplici e scritti in un inglese chiaro da capire.

Il problema, comunque, è secondo Hern la differente forza contrattuale fra le due parti in causa, l’utente e l’azienda. Il primo, anche leggendosi tutte le condizioni e prestando attenzione a ogni clausola, non può comunque che o accettare o rifiutare l’intero documento:

The problem is that reading the terms and conditions simply doesn’t help. Sure, you find out how pitifully small your rights are compared to those that even a medium-sized company will reserve when you use its product. But the issue isn’t just one of obscurity: it’s also a problem with the power relationship. With no negotiating power, it ends up being mostly depressing reading.

Finding out that Sony can brick my console at will if they decide I haven’t downloaded the software update quickly enough doesn’t give me any power to fight back. I can’t offer them £50 extra for a console that doesn’t come with that clause, nor can I jump ship to a competitor with better terms – because one doesn’t exist.

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Slack per gli amici

Slack è una ‘chat’ per le aziende, un modo per comunicare e restare aggiornati con i propri colleghi, una specie di Twitter privato. È molto usato e apprezzato, al punto che diversi iniziano ad adottarlo con amici, in famiglia e per tenersi aggiornati con persone che condividono i loro interessi. È raro che un prodotto per il business venga adottato anche al di fuori dell’ambito lavorativo e ciò dovrebbe rivelare la bontà del prodotto. Io stesso lo utilizzo sia per lavoro sia per ‘chiacchierare’ con un gruppo di blogger e gente conosciuta in rete.

Slack è organizzato in gruppi (ogni azienda è un gruppo di utenti, privato) al cui interno ci sono diversi canali. È molto potente per quanto riguarda le integrazioni con altri servizi web e, di nuovo, ricorda abbastanza un Twitter chiuso e contenuto, fatto di utenti selezionati.

Scrive Fast Company:

This is a very odd way for someone to talk about enterprise software. Occasionally a consumer-facing product like Dropbox expands into the workplace, but rarely do people bring tools designed for their companies into their personal lives. But now it seems Slack is becoming an exception. Users have appropriated the platform for extracurricular use cases like staying in touch with groups of friends, backchanneling at events, and creating chat rooms around interests like books or entrepreneurship—or dating. In addition to being a place to work, Slack is becoming a virtual hangout spot.

Un po’ di tempo fa Frank Chimero scrisse di come Twitter fosse passato dall’essere un luogo tranquillo, in cui incontrarsi con gli amici, a un posto trafficato e pubblico. Slack è quel Twitter che è andato perso, la veranda prima che si trasformasse in strada.

Più volte sono stato tentato di creare un gruppo Slack di Bicycle Mind: qualcuno ci verrebbe? Se ci sono abbastanza commenti/interessati lo si fa :)

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Di cosa hai paura?

Secondo Benedict Evans, il tema al centro dei due recenti eventi di Apple e Google, il WWDC e il Google I/O, rivelerebbe anche il timore principale di entrambe le aziende. Il Google I/O è stato dedicato più che altro a mostrare cosa Google può fare con la mole di dati che raccoglie, e come i suoi algoritmi possano estrarre “intelligenza” da questi; il WWDC  è stato focalizzato su App Search, iBeacons, e altri kit di sviluppo che aiutano gli sviluppatori.

Mentre per Google il timore principale è quello, un giorno, di perdere “l’intelligenza” che distingue il suo motore di ricerca e gli altri servizi che fornisce, per Apple è quello che gli sviluppatori se ne vadano e di poter perdere, come un tempo, il vantaggio sull’App Store:

For Apple, I’d suggest the fear is that the developers leave. This is what happened in the 90s and it was a key part of the company’s near-death experience (and arguably Apple only survived because the web made the lack of Mac apps matter less as a reason to buy a computer). Once developers start leaving you’re in a vicious circle that’s very hard to reverse (this is where Windows Phone is now). Today the iOS ecosystem is smaller than Android in absolute users and downloads, but has 7-800m live device, which is three times the size of the PC install base in 1995, and twice as much app store revenue per user as Google Play. More importantly, perhaps, the users are highly concentrated in key locations – Chase isn’t going to abandon its iPhone app because there are 500m Android users in China. So right now the ecosystem looks sustainable, but that could change. Developers can leave. That’s Apple’s existential fear.

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Introduzione a San Francisco

San Francisco

Una sessione del WWDC dedicata a introdurre San Francisco, il nuovo font di OS X e iOS.

Consiglio di guardarla, perché vengono spiegate le differenze fra le diverse famiglie tipografiche (ad esempio, in cosa differisce San Francisco Compact, in uso su Apple Watch, dall’originale) e si entra nei dettagli — e nelle motivazioni — dietro San Francisco.

A presentarla è Antonio Cavedoni, che è bravissimo e spiega molto bene — anche per chi di tipografia sa poco o nulla.

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La Cina e i robot in rapido arrivo

Martin Ford scrive sul NY Times che l’automatizzazione sta avvenendo molto più in fretta del previsto — e di quanto avvenga in Europa o America — in Cina. Foxxcon, ad esempio, ha intenzione di automatizzare circa il 70% della sua forza lavoro entro tre anni:

In 2014, Chinese factories accounted for about a quarter of the global ranks of industrial robots — a 54 percent increase over 2013. According to the International Federation of Robotics, it will have more installed manufacturing robots than any other country by 2017.

Midea, a leading manufacturer of home appliances in the heavily industrialized province of Guangdong, plans to replace 6,000 workers in its residential air-conditioning division, about a fifth of the work force, with automation by the end of the year. Foxconn, which makes consumer electronics for Apple and other companies, plans to automate about 70 percent of factory work within three years, and already has a fully robotic factory in Chengdu.

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L’intervista di John Gruber a Phil Schiller

Da un paio d’anni mi sono lentamente sempre più disaffezionato ai keynote di Apple. Li seguo, sto attento a tutto quel che succede, spesso mi entusiasmo per i contenuti (i prodotti presentati o features discusse), ma ne apprezzo sempre meno l’esecuzione: il modo in cui il tutto è presentato, abbastanza sofferente da seguire per l’alto numero di battute (ma sono necessarie? A quale pro? Che Apple è un’azienda divertente?) e per i toni eccessivamente eccitati (tutto è grandioso, ogni update — anche il più stupido — ha bisogno di essere preceduto da un “fantastico” per essere descritto); entrambe cose che mi rendono il keynote meno umano e più costruito.

Per questo, l’intervista di John Gruber a Phil Schiller è una ventata d’aria fresca. Gruber è riuscito a intervistare, per un episodio del suo podcast (The Talk Show), Phil Schiller, il quale si è reso disponibile a rispondere a qualsiasi domanda Gruber desiderasse. Gli ha chiesto perché vendano ancora iPhone da 16GB (pare per convincerci ad utilizzare iCloud!), cosa ne pensa — e se crede esista — sul declino della qualità del software Apple e quando vale la pena compromettere la sottigliezza di un device a favore della batteria. Schiller ha risposto in maniera onesta, genuina, e dimostrando di leggere e ascoltare molte delle voci che discutono e parlano di Apple online.

Come scrive Marco Arment (una delle voci che Schiller ha menzionato):

Apple is just people. Their usual communication style makes that hard to see and easy to forget.

Phil’s appearance on the show was warm, genuine, informative, and entertaining.

It was human.

And humanizing the company and its decisions, especially to developers — remember, developer relations is all under Phil — might be worth the PR risk.

L’episodio è online. Guardatelo, è molto meglio del keynote di lunedì.

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Le notizie, dopo il web

Il futuro delle notizie sembra essere quello di vivere dentro canali tematici, distribuite su diverse piattaforme. Se così fosse i siti, e le testate stesse, perderebbero ulteriore importanza come destinazione e le piattaforme, sociali e non, diventerebbero i nuovi intermediari.

Questa è la strada suggerita da BuzzFeed, che dallo scorso Agosto ha una nuova divisione di venti persone, BuzzFeed Distributed, che si occupa solo di quello: creare contenuti per altre piattaforme. Non link verso il loro sito, ma contenuti nativi per Tumblr, Facebook, Snapchat, etc. È la stessa strada suggerita dagli Instant Articles di Facebook e dal nuovo Apple News 1.

In merito, il Nieman Lab ha commentato l’arrivo di Apple News così:

It’s another sign that 2015 really is the Year of Distributed Content. It’s not just social platforms like Facebook and Snapchat that are interested in taking in your content — it’s the device platforms they themselves squat on. […]

The broader narrative is clear: Individual news apps and individual news brands aren’t the point of contact with news any more. They’re all feeding into broader platforms. The loss of power for publishers in that exchange is obvious; the potential benefits remain mostly undiscovered.

Come scrive Tim Carmody, le notizie sono diventate parte dell’OS, un’utility del sistema. Il futuro della stampa è sempre meno legato al web, al punto che secondo Matt Galligam potremmo parlare di un’era post-web delle news, spostandoci da un’esperienza pull-based (siamo noi ad andare a cercarci le notizie, da un browser) a un’esperienza push-based (le notizie ci vengono recapitate, senza dover andare a cercarle). Il browser perde importanza, così come il web, così come chi le notizie le produce:

Simply put, the future for most is distribution and aggregation paired with a native reading experience.

Apple News, Facebook Instant Articles, Snapchat Discover are all examples of this trend. No longer will we be loyal to any one news provider, but rather, we’ll be loyal to the places that deliver us news right within the products we love. It will be a tumultuous time and a rude awakening for anyone believing that they can shore up their traffic and keep people coming back to their properties alone.

Se le notizie abitano su Facebook, e ci vengono recapitate invece che essere noi a doverle andare a cercare, a chi interessa più da dove vengono? La provenienza, e la testata, di un contenuto saranno meno rilevanti — mentre gli algoritmi che ci consigliano, organizzano e smistano l’informazione compieranno sempre più scelte editoriali. Come sottolinea Baekdal, la perdita di importanza del brand delle testate avverrà a vantaggio delle piattaforme, in maniera simile a quanto successo con Spotify o Netflix. Nessuno dice “vado a vedermi un film della Universal Pictures“, quanto piuttosto “vado su Netflix“. A vincere sarà anche il singolo contenuto — un po’ quanto già avviene su Medium.

Se questo fosse il futuro ci sono molti problemi da risolvere. Il web garantiva uguaglianza, chiunque poteva inserirsi nel panorama informativo senza doverlo chiedere a nessuno, o aspettare un invito, mentre molte di queste alternative lanciano con partnership con testate selezionate. Internet è di tutti, queste piattaforme no. E mentre le grandi testate — Guardian, New York Times e simili — hanno accesso a questi nuovi “panorami informativi”, tutte le altre voci restano fuori. Un’alternativa al web deve — dovrebbe, si spera — offrire altrettanta apertura.

Il web offre anche un ottimo sistema per linkare l’informazione fra sé. Al contrario, molte delle soluzioni proposte dalle piattaforme sono chiuse, così che una notizia non esiste fuori dalla piattaforma, o non può essere vista se non si è dentro, con un certo OS o browser. Aspettarsi che una persona, per informarsi, debba installare una certa applicazione o adottare un certo sistema è ingiusto.

Ma forse il problema principale riguarda i contenuti stessi: Apple, Facebook, Google interferiranno mai, ponendo limiti? Saranno piattaforme editoriali — ovvero compiranno scelte editoriali — o lasceranno ogni decisione alla stampa? Apple da sempre controlla cosa può e non può finire nel suo App Store: non mi stupirei se decidesse che un certo tipo d’informazione non è adatto al suo Apple News, che una certa immagine non va bene o è troppo violenta (una cosa difficile da stabilire in questo campo, che può facilmente degenerare in censura — dato che ciò che è offensivo per noi può non esserlo per altri).

Non ho una conclusione, ma pare ovvio una cosa si sia capita: il passaggio dal web — un luogo aperto, in cui chiunque può inserirsi — alla piattaforma con canali tematici stile televisione non mi entusiasma.

  1.  Se avete un blog/sito è già possibile registrarlo come un canale — anche in lingua diversa da quella inglese — e pubblicare al suo interno via RSS. Nonostante questo nelle FAQ Apple specifica che al momento i contenuti devono essere in lingua inglese. Per creare articoli simili a quelli mostrati durante il keynote — pieni di effetti, animazioni urticanti e altri arzigogoli inutili — invece bisognerà aspettare l’arrivo dell’Apple News Format.

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Elon Musk vuole fornire Internet dallo spazio

SpaceX ha chiesto al governo degli Stati Uniti di poter iniziare i test per un nuovo progetto per inviare il segnale di Internet dallo spazio. Il piano prevede di inviare circa 4.000 satelliti nello spazio, che dovrebbero riuscire a fornire Internet ad alta velocità a tutto il mondo. Altri (Bill Gates, fra loro) hanno intrapreso simili progetti in passato, senza molto successo, ma SpaceX dovrebbe riuscire a ridurre i costi di manutenzione e gestione dei satelliti grazie ai suoi razzi.

Scrive il Washington Post:

The satellites would be deployed from one of SpaceX’s rockets, the Falcon 9. Once in orbit, the satellites would connect to ground stations at three West Coast facilities. The purpose of the tests is to see whether the antenna technology used on the satellites will be able to deliver high-speed Internet to the ground without hiccups.

Se tutto andasse bene, SpaceX potrebbe iniziare a offrire il servizio fra cinque anni.

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Cose belle (e di minore importanza) che iOS 9 porterà con sé

  • È disponibile un’applicazione per accedere ai file salvati su iCloud Drive — occorre attivarla da Impostazioni.
  • Ah, si può fare una ricerca dentro Impostazioni adesso. Buona cosa, ci sono un bel po’ di robe lì dentro.
  • Find my Friends e Find my Phone sono integrati nel sistema. È la volta che il primo inizia a venire usato?
  • Si può tornare indietro nel sistema. Questo a me succede di continuo: apro un link in una mail, leggo, e poco dopo torno alla mail. Vado e torno di continuo fra due applicazioni. Con iOS 9, quando un’applicazione vi spingerà in un’altra applicazione ci sarà un bottone “indietro” piccolo piccolo, in alto a sinistra.
  • Share appare adesso a fianco di copia e incolla.
  • Non la uso da anni, ma con iOS 9 proverò a dare a Note una seconda chance (permette di inserire immagini, disegni e anteprime dei link. Insomma, è migliorata molto.)
  • iOS 9 introdurra l’upload dei file da Safari — evviva!
  • Se poggiate l’iPhone con schermo rivolto verso il basso, questo dovrebbe capire che illuminare lo schermo è inutile e di conseguenza lasciarlo spento, anche con l’arrivo di una notifica.
  • Il passcode sarà di 6 cifre.
  • L’iPad è diventato serio. Non solo perché finalmente è possibile avere davanti agli occhi due applicazioni alla volta — addio incessante click del bottone home! — , ma anche perché il supporto a tastiere esterne è migliorato (così come il supporto agli shortcut da tastiera: Option + Capslock).
  • La modalità “Low Power” per iPhone che dovrebbe permettere di guadagnare fino a tre ore extra di batteria.

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Perché gli smartphone Android scattano foto inferiori degli iPhone

Vice Motherboard:

Android phones do have good cameras, but what we need is better software. RAW support allows us to see what these cameras are technically capable of, but until we can trust phone makers to invest in quality processing algorithms, Android cameras will continue to lag behind Apple and Microsoft’s.

In altre parole, molti smartphone Android hanno ottime fotocamere e sensori; il problema è nel modo in cui il software li usa. Quando si scatta una foto, lo smartphone automaticamente riduce la mole d’informazione iniziale (un file .raw) in un file JPEG, a seconda delle impostazioni che il produttore ha dato — aggiustando luce, tonalità e nitidezza. Come si vede dalle foto dell’articolo, la qualità della foto varia di conseguenza da produttore a produttore, e non sempre è correlata alla qualità dell’obiettivo.

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jazz.computer

Una composizione interattiva che varia con lo scrolling della pagina. È pure abbastanza piacevole da ascoltare.

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Literata, la font di Google per gli ebook

È una notizia di alcune settimane fa (non so come me la sono persa): Google ha commissionato a TypeTogether (quelli che della bellissima Adelle) una font adatta specialmente a testi lunghi, da utilizzare per gli ebook 1. Il risultato è Literata:

Jose Scaglione and Veronika Burian of TypeTogether included characteristics common to the typefaces typically used by book designers for fiction titles, so the reading experience is familiar, but updated them to bring new movement and feeling to the font,” Beavers says. “The shapes of features of letters, like terminals and outstrokes, all are firmly formed for reading on screens, but are softened for smooth movement across a line.

La font di Google, Literata

Purtroppo non è ancora disponibile su Google Fonts, ma dicono arriverà (seppur entro 18 mesi — un po’ lunga l’attesa).

  1. Nello stesso periodo Amazon rilasciava Bookerly, la sua custom font per ebook

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I buoni e i cattivi

“You might like these so-called free services, but we don’t think they’re worth having your email or your search history or now even your family photos data-mined and sold off for God knows what advertising purpose.” — Tim Cook

Trovo abbastanza fastidiosa la dichiarazione di Tim Cook sulle altre aziende cattive della Silicon Valley che rivendono i nostri dati. Se è vero che l’uso che Google fa dei dati che raccoglie va ben oltre anche solo le intenzioni di Apple, non credo Apple, o Tim Cook, si trovino nella condizione di fare la morale a Google o altre aziende . Oltretutto l’uso dei dati degli utenti è inevitabile per prodotti come Google Photos che grazie al machine learning riescono a organizzarci la libreria fotografica senza alcuno sforzo.

Apple dovrebbe fare più di queste cose, restando ovviamente lontana dai pubblicitari. Del resto Siri ha bisogno dei dati degli utenti per funzionare, e tutto sta (beh, non che sia facile) nel riuscire a trovare un bilancio, fra schedare gli utenti e quantità di dati minimi necessari per offrire un servizio decente. Il commento di Gruber, sotto questo punto di vista, è condivisibile:

Apple needs to provide best-of-breed services and privacy, not second-best-but-more-private services. Many people will and do choose convenience and reliability over privacy. Apple’s superior position on privacy needs to be the icing on the cake, not their primary selling point.

Se Apple vuole competere con Google, deve riuscire a uguagliare l’offerta offrendo prodotti altrettanto validi — anche nella cloud e sul web dove, ahimè, non sempre ci riesce. La privacy deve essere la ciliegina sulla torta, non il solo punto di forza. Nessuno — a parte un paio di geek — sceglierà iCloud perché è migliore per la privacy, ma in molti sceglieranno Google Photos perché offre spazio illimitato e organizza senza alcuno sforzo le foto.

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Cortex, il nuovo podcast di CGP Grey

CGP Grey, quello dei video, ha iniziato un podcast con Mike Hurley sulla produttività — come organizza le proprie giornate, il proprio lavoro e come si costringe a farlo (Grey registra da tempo anche un altro podcast, Hello Internet).

Normalmente queste cose non le ascolto, ma per CGP Grey ho fatto un’eccezione . E pare abbia fatto bene, perché la prima puntata era interessante e piacevole.

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Netflix arriverà in Italia ad Ottobre

Ottima notizia, anche se con VPN io mi trovo benissimo — avendo accesso a un catalogo enorme. Come l’offerta UK rispetto a quella USA, mi aspetto che il Netflix italiano offra meno film rispetto a quello originale, americano.

Stanno tuttavia facendo qualcosa per risolvere le lacune e differenze fra i vari Netflix. Riporta Variety:

“We don’t have regional buying teams anymore,” he said. In negotiations with studios, Netflix is asking for global rights “or we’re not interested at all.”

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Non ne hai avuto abbastanza?

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