Copied: copiare da Mac, incollare su iPhone

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Copied: copiare da Mac, incollare su iPhone

Copied è un Clipboard Manager per iOS e OS X. Ha delle feature interessanti, come la possibilità di organizzare i frammenti copiati in liste1, ma ciò che me l’ha fatto scaricare e subito apprezzare è la velocità con cui le due app, quella per iPhone e quella per Mac, si sincronizzano fra loro.

Significa che è velocissimo copiare qualcosa su Mac e ritrovarselo sull’iPhone, pronto a venire incollato — o viceversa.

  1. Mettiamo stiate ricercando informazioni su un determinato argomento: potete creare una nuova lista e in automatico, qualsiasi cosa copiate, verrà salvata al suo interno

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Il significato di un’icona

Twitter ha cambiato l’icona per indicare i preferiti, da stellina a cuoricino. E che cambia a noi? Cambia che mettere un cuore rappresenta un’azione diversa, e più forte, del dare una stellina. Mentre la vecchia icona andava ad assumere significati diversi per utenti diversi — molti la usavano per segnarsi tweet da rivistare più tardi — un cuore rappresenta un sentimento ben preciso, indica qualcosa che ci è piaciuto.

Purtroppo, ovviamente, questo cambiamento interesserà anche i tweet e preferiti vecchi — quindi tweet che avete segnato con intenzioni diverse. Scrive Dave Winer:

A problem with the rebranding of Favorite as Like are all the historical favorites we’ve created, and the symbol that Twitter has chosen for Like.

On Facebook, there is no Heart for liking. They use a thumb-up. A lot of thought must have gone into this. We like things we don’t actually like, and shrug off the confusion. But labeling it with a red heart pushes it further.

Example: You may have Favorited something about a terrorist group, but would you have clicked on a red heart? At the very least that’s going to take some getting used to.

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Amazon introduce la consegna entro un’ora a Milano

Si usa un’applicazione a parte, con un catalogo molto limitato1. È gratuita entro due ore, o si paga 6,9 euro per la consegna entro un’ora.

In entrambi i casi, è disponibile solo per gli abbonati a Amazon Prime.

  1. Se non altro, quando tentai di farne uso a Londra, il catalogo si rivelò così striminzito che non trovai alcunché da ordinare

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Sopraffatto da internet

CGP Grey si sente sopraffatto dalla quantità di cose da leggere, guardare e scoprire su internet:

Many years ago, the college version of myself had a vague sense of ‘being overwhelmed’ he couldn’t pin down to anything specific.

His workload hadn’t increased: he was just attending summer courses to clear requirements so there was less to do than a normal dual-major semester.

With less work why did it feel like there was more to do and why did it take him longer to accomplish less? […]

Arguments about the quality of news aside, he came to realize the ‘overwhelmed’ problem wasn’t about the number of things to do, but was about the number of things he let into his brain. The news is a rather effective vehicle for delivering a large number of small things: each story a single guest arriving to a party.

Individually the guests don’t make a lot of noise, but adding one by one makes the collective volume creep up in a way unnoticeable until you take a break from the conversation and realize that it’s way too loud in here.

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Sei cose da migliorare della Apple TV

iMore:

App developers can’t link to their tvOS apps right now. Nor can you share a link from tvOS to your device. Or share much of anything, really.

This wouldn’t be such a problem, except the brand-new tvOS App Store has yet to offer any sort of lists or categories beyond the Featured and Purchased tabs. So if you’re looking for new apps, you either have to find it on the Featured tab or you have to manually search for it.

Fra tutte mi colpisce il fatto, alquanto assurdo, che non esista un URL delle applicazioni. L’unico modo per trovare un’app è, per ora, digitare il nome sulla scomoda tastiera virtuale della Apple TV, e ricercarla. Se sei uno sviluppatore, e hai creato un sito per promuovere la tua app, non hai modo di indirizzare gli utenti ad essa se non sperando che ne memorizzino il nome — e abbiano voglia di digitarlo manualmente.

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Sei anni dopo, e 45 “continua” dopo

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Sei anni dopo, e 45 “continua” dopo

Appena acceso un nuovo iPhone, ci sono un paio di cosette da impostare e decisioni da prendere. Ai tempi dell’iPhone 3GS, sei anni fa, le schermate di onboarding erano sei: una volta completati questi sei passaggi l’utente era pronto ad utilizzare l’iPhone.

Oggi, come fa notare questa immagine di Luke Wroblewski, i passaggi prima di poter usare il dispositivo sono diventati 45.

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Il ministro dei trasporti del Regno Unito ha introdotto nuove regole per permettere test su strada delle macchine che si guidano da sole

BBC:

“Real world” tests of driverless cars can begin immediately on UK roads, the government has announced.

The Department for Transport has published a set of rules that it says will allow the UK to become a world leader in driverless technology.

Leggi anche: “Le macchine che si guidano da sole sono inevitabili“.

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Chaos

What if the future of computing is chaos? We’ll have smartphones and then a dizzying array of desktops, laptops, tablets and hybrid devices — and different people, for different reasons, will choose different sets of each. Farhad Manjoo

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La licenza di El Capitan, semplificata

La licenza d’uso di El Capitan vi impedisce di usare El Capitan per operare un impianto nucleare, e assolutamente non potete spedirlo in Sudan. Queste ed altre cose sono nascoste all’interno dei termini di utilizzo che — probabilmente — avete già accettato.

L’infografica realizzata da Bogdan Rauta, un designer, ne rende la lettura e comprensione immediata.

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‘Smettila di dire che la tecnologia isola’

Is it so bad to prefer talking with a long-distance partner using a smartphone than with someone who does not interest me but happens to be next to me? To prefer reading how the people you’ve followed by years on Twitter are doing instead of making smalltalk with that friend of a friend sitting across the subway car? Maybe you think that yes, it is bad, that people should always prioritize physical interaction to digital one. I disagree. Except for obvious occasions (a work meeting, an actual conversation that is taking place between you and someone, etc.), I think people should be able to interact with whomever they please without being judged by people for using a smartphone to do so. — Héctor L. Carral, Stop saying technology is causing social isolation

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Due screensaver per la nuova Apple TV

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Due screensaver per la nuova Apple TV

La Apple TV è uno di quegli oggetti che questo blog ha ignorato fino ad oggi, non possedendola di persona e né trovandola personalmente molto interessante. Quando voglio vedere qualcosa sulla TV uso il Chromecast di Google, permettendomi questo di mandare qualsiasi tab di Chrome io voglia al televisore senza costringermi a passare da uno store specifico.

La Apple TV nuova, però, che Apple ha iniziato a vendere un paio di giorni fa, permette applicazioni di terze parti e in parte potrebbe risolvere questo problema.

Le prime due che hanno attirato la mia attenzione sono anche solamente due screensaver — belle da vedere, ma non essenziali diciamo. Una è Kloc — un orologio minimale — l’altra è Aerial — riprese aeree.

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Togli le statistiche dal blog

Ben Brooks ha tolto le statistiche dal proprio blog, perché il numero di visite e pagine viste è davvero una metrica piuttosto inutile e per evitare di rimanerne influenzato:

You start to analyze which posts get the most traffic. You begin to wonder why: was it the style, the topic, the humor, the images. What was it that made that post so popular?

And since you do that, you start to think you should keep writing on the topics which were popular in the past.

This puts you in the bad spot. You will soon feel cornered into a particular type of post, a particular style. You’ll feel stuck.

Questo blog usa GoSquared, che però controllo sempre meno — e per questa ragione il post di Ben Brooks mi spinge a considerare a mia volta l’idea di fare a meno delle statistiche.

A tal proposito, Medium a sua volta — per quantificare se un articolo abbia successo o meno, con tutti i problemi che incorrono — ignora il numero di visitatori, guardando invece al tempo che è stato speso leggendo un articolo. Scrive Ev Evans:

We pay more attention to time spent reading than number of visitors at Medium because, in a world of infinite content — where there are a million shiny attention-grabbing objects a touch away and notifications coming in constantly — it’s meaningful when someone is actually spending time. After all, for a currency to be valuable, it has to be scarce. And while the amount of attention people are willing to give to media and the Internet in general has skyrocketed — largely due to having a screen and connection with them everywhere — it eventually is finite. […]

If you look at the other best tech company there is — Apple — it’s clear they are not optimizing for number of people using their products. While network effects (and revenue) mean that they clearly care about that, they’ve built the most valuable company on the planet by focusing on building the best product possible — in fact, one of their strategies is building an integrated set of products and selling as many of them as possible to the same user (at a healthy margin).

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La nuova cosa di Apple, 14 anni fa

Il 23 Ottobre di 14 anni fa Steve Jobs presentò il primo iPod. In questi giorni è rispuntata una pagina del forum di MacRumors con le reazioni dell’utenza Mac all’annuncio — perlopiù negative, del tipo ma quanto costa, che capienza misera e nulla di nuovo: ci sono già tantissimi lettori mp3 in giro.

Great just what the world needs, another freaking MP3 player. Go Steve! Where’s the Newton?!

Mi son divertito molto a leggerle.

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L’iPhone come bilancia

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L’iPhone come bilancia

Sfruttando il 3D Touch, e con jailbreak, uno sviluppatore (Simon Gladman) è riuscito ad utilizzare il suo iPhone 6s per comparare il peso di due prugne. L’app si chiama Plum-O-meter.

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Lo Slack di Bicycle Mind

Da un paio di mesi alcuni dei lettori di questo blog si ritrovano a parlare — a segnalarsi articoli, commentare, e semplicemente cazzeggiare — di cose a caso su uno Slack dedicato al blog. L’esperimento — usare Slack come una chat in cui incontrarsi, un po’ come sorta di Twitter privato — sta andando direi piuttosto bene: è interessante e piacevole conoscere e conversare con le persone che frequentano queste pagine.

Da oggi, se volete unirvi al gruppo potete farlo in due minuti da questa pagina.

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Twitter mi ha stancato

Ho (quasi) completamente smesso di utilizzare Twitter. È successo pian piano, e non intenzionalmente. Ho iniziato scrivendoci sopra meno frequentemente, passando da utente attivo a passivo. Osservando la timeline, limitandomi a dare una stellina o due al giorno, a retwittare al massimo. Quei pochi tweet fatti di testo sono diventati meno interessanti di un tempo: più impersonali. Ho iniziato col twittare solo link ed immagini, che è quello che vuole Twitter oggi: meno parole, più contenuti. All’inizio il mio twittare era fatto di opinioni, pensieri e riflessioni personali; oggi è fatto di link e retweet.

Tweetbot — il client che uso da anni — è ancora nella prima schermata del mio iPhone, ma solo per abitudine: perché, dal 2006, Twitter è stata una presenza costante. Ho conosciuto persone su Twitter, ho interagito con tanti lettori di questo blog. Credo il mio rapporto con Twitter perduri per abitudine, affezione, più che per ciò che oggi ne traggo.

Purtroppo, mi sento di condividere le parole di Umair Haque:

We once glorified Twitter as a great global town square, a shining agora where everyone could come together to converse. But I’ve never been to a town square where people can shove, push, taunt, bully, shout, harass, threaten, stalk, creep, and mob you. […]

What really happens on Twitter these days? People have self-sorted into cliques, little in-groups, tribes. The purpose of tribes is to defend their beliefs, their ways, their customs, their culture — their ways of seeing the world. The digital world is separated into “ists” — it doesn’t matter what, really, economists, mens-rightists, leftists, rightists — and those “ists” place their “ism” before and above all, because it is their organizing belief, the very faith that has brought them together in the first place.

Twitter, come strumento per conversare e raggiungere chiunque, negli ultimi anni mi ha deluso. Il passaggio da social network per tutti a social network ottimizzato per celebrità l’ha impoverito. L’incapacità di migliorarsi, non solo per pubblicitari e Taylor Swift, l’ha reso più scemo. Su Twitter si grida. La piattaforma non promuove più le conversazioni ma soprattutto promozioni e litigi. Non è più fatta per gli utenti, ma per i pubblicitari.

L’idea alla base di Twitter è ancora valida, solamente a questo punto ho grosse perplessità che sarà Twitter a realizzarla pienamente. Twitter è stato, per un periodo di tempo, lo strumento migliore per avviare una conversazione su internet — il modo più rapido e sicuro per raggiungere qualcuno. Per me, se non altro, era soprattutto quello: un luogo per conversare; la facilità e rapidità con cui è possibile intromettersi in uno scambio di tweet senza dover prima chiederne il permesso. Ma basta guardare a cos’ha lavorato Twitter negli ultimi anni per capire che le priorità sono state altre. L’ultimo sforzo inutile sono i sondaggi nativi. Invece di migliorare le conversazioni, lo sforzo è andato a concentrarsi nell’assomigliare più ad altri social network, alle alternative. Insomma, negli ultimi anni Twitter si è impoverito e non ha fatto nulla per risolvere quei problemi che rovinano il suo prodotto principale: le conversazioni — problemi come abuso, o difficoltà per utenti non esperti e casuali di estrarre utilità dalla piattaforma. La timeline è Twitter, e il lavoro sulla timeline è stato molto debole — le difficoltà che c’erano nel 2006 nel restare aggiornati perdurano nel 2015. Anche il nuovo Twitter Moments è deludente: ricorda, per implementazione — così visuale, pieno di media e privo quasi di testo —, più Snapchat che Twitter. Invece di essere fatto e basato sulle conversazioni degli utenti sembra essere fatto dalle conversazioni di un gruppo di persone verificate e testate selezionate.

Nel 2015, Medium sembra uno strumento più adatto per parlare con qualcuno. Molto lavoro nell’ultimo anno è andato proprio in questa direzione: a sembrare meno una pubblicazione editoriale, e più un network di persone che parlano fra loro. Medium è un social network che facilita la conversazione, e che nel frattempo pone anche attenzione sulla qualità della conversazione. I suoi contenuti sono facili da ritrovare senza dover avere un client sempre aperto.

Ho iniziato dicendo che ho smesso di twittare, se non raramente. Mi accorgo però che ultimamente ho anche smesso di leggerlo, Twitter. Le conversazioni che un tempo seguivo con attenzione oggi avvengono — e si rivelano più proficue — altrove senza tutto quel rumore di fondo. Spesso, quell’altrove è Medium.

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Il retro dell’armadio

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Il retro dell’armadio

Jony Ive, in una conversazione con J.J. Abrams & Brian Grazer di alcune settimane fa:

I think the majority of our manufactured environment is characterized by carelessness… And we have genuinely tried to make products that don’t stand testament to those values, they stand testament to us desperately trying to make the very best product we can because we know someone like J.J. is going to sit down and stare at this screen. He will sense… He won’t be able to articulate it, but we hope that he will sense the care that went into it, and i do believe that we are capable of discerning far more than we are capable of articulating…

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L’Internet Archive rilascerà una nuova ‘Wayback Machine’ nel 2017

The Verge:

All of the Wayback Machine’s code will be rewritten, which should make hopping between websites past and present more reliable. And the Archive says it’ll do a better job of supporting deprecated formats, so the media inside old web pages won’t vanish forever.

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Il futuro del giornalismo non è fatto di articoli

NYT Labs:

Information should accumulate upon itself; documents should have ways of reacting to new reporting or information; and we should consider the consumption behavior of our users as one that takes place at all cadences, not simply as a daily update. […]

The biggest underlying shift in conceiving of the future of news as something more than than a stream of articles is in the implied distinction between ephemeral content and evergreen content. There has always been a mixture of the two types in news reporting: An article will contain a narrative about the event that is currently occurring but also will contain more evergreen information such as background context, key players, etc. But the reliance on the form of the article as the atomic unit of news means that all of that information has essentially been treated as ephemeral. A news organization publishes hundreds of articles a day, then starts all over the next day, recreating any redundant content each time. This approach is deeply shaped by the constraints of print media and seems unnecessary and strange when looked at from a natively digital perspective. Can you imagine if, every time something new happened in Syria, Wikipedia published a new Syria page, and in order to understand the bigger picture, you had to manually sift through hundreds of pages with overlapping information? The idea seems absurd in that context and yet, it is essentially what news publishers do every day.

I giornali investono piuttosto poco sui loro archivi digitali; archivi che — spesso — giaciono abbandonati a sé stessi. Le notizie del giorno prima vengono subito dimenticate, nonostante contengano pezzetti di informazione che potrebbero tornare utili per comprendere un evento futuro. Sulla carta, un articolo è un qualcosa che viene pubblicato una volta, e mai più modificato: non evolve nel tempo. Ma sul web potrebbe essere molto di più. La conoscenza e le notizie potrebbero accumularsi, invece che venire riscritte ogni giorno dall’inizio.

The Future of News is Not An Article è un post apparso in questi giorni sul blog della divisione R&D del New York Times, riguardo al lavoro che il New York Times sta facendo per identificare, negli articoli che i suoi giornalisti scrivono, questi pezzetti di informazione riutilizzabile — che loro chiamano particles. L’idea (e anche l’esecuzione) ricorda molto le intenzioni del web semantico: i particles potrebbero venire sfruttati per ritrovare l’informazione, linkandola meglio fra sé, ripescando materiale passato e vanificando, ad esempio, la necessità dell’explanatory journalism. Oltre a evitare di riscrivere continuamente la medesima notizia e premessa, faciliterebbero anche l’adattamento del contenuto alle diverse destinazioni e piattaforme.

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Acumin, il sans-serif di Adobe per ebook

Adobe ha rilasciato un nuovo font, Acumin, studiato apposta per diventare l’Helvetica degli ebook:

When Robert Slimbach saw the movie Helvetica, his thought was: but it’s all signage! There was no talk about text. He reflected that Helvetica had always been a display typeface, never really designed for text, but that it had become so popular that it got forced into the mold of a text typeface and used that way constantly. It could be very appealing for that use, with its even appearance, but its design parameters and letterfit didn’t really suit text.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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