Tipoteca Italiana

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(via @gustomela)

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Quale, fra i due siti possibili, stai disegnando?

Una presa in giro ai siti delle startup, che si somigliano un po’ tutti fra loro.

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Cattiva usabilità: il Wi-Fi pubblico in Italia

Nelle mie ultime due visite in terra italica ho avuto seri problemi nel connettermi al Wi-Fi pubblico (il caso più recente con il Wi-Pi pisano; prima di allora in aeroporto). La cosa è assurda perché è probabile che un turista ne abbia più bisogno di uno del luogo, non avendo alternative, ma per il turista è quasi impossibile farne uso.

Il problema è il solito: a connessione avvenuta viene richiesto di registrarsi. La registrazione non consiste, come in altri luoghi un po’ più al passo coi tempi, in una semplice email, ma in un numero di telefono.  Spesso, se il numero non è italiano la cosa si complica: o non si può proseguire, e semplicemente la registrazione “si rompe”, o (come nel caso del WiPi sopra menzionato) mi chiedono carta di credito 1.

Per un Wi-Fi. Normalmente, se mi serve, mi serve per controllare al volo un’informazione. Per scaricare una mappa o cercare un orario. L’uso che farebbe, insomma, uno in visita — un turista. Se per farlo devo essere armato di carta di credito, e impiegare 15 minuti a registrarmi, allora lascio stare.

Il risultato è che, per me, che non ho un numero di telefono italiano, il Wi-Fi pubblico potrebbe anche non esistere, dato che mi risulta completamente inutilizzabile e inaffidabile.

  1. A cui ha fatto seguito, due minuti dopo, chiamata dalla HSBC per chiedermi se qualcuno me l’avesse rubata.

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Com’è cambiata l’UX dei principali siti negli anni

Un sito mostra come sono cambiati i principali servizi web che utilizziamo oggi — Twitter, Spotify, Dropbox, etc. — negli anni.

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TaskPaper 3

Applicazione

TaskPaper 3

Spesso, nonostante nella prima schermata del mio iPhone figurino ClearDue e Trello (per blog e lavoro), va a finire che mi appunto le cose da fare dentro una semplice nota testuale. Trovo facile, nel pianificare la giornata, riassumere tutto quello che devo fare e che devo ricordarmi in un’unica nota testuale, piuttosto che andarlo a cercare dentro un’app — dove sarebbe meglio organizzato. Ha il vantaggio di non forzare nessun modello d’organizzazione, e di essere solamente .txt.

HogBaySoftware sta lavorando a TaskPaper 3 per Mac, una nuova versione di TaskPaper, un’app che supporta una specie di markdown per le cose da fare. Così che potete mischiare todo e testo.

Manca una controparte per iOS ma su Mac potrebbe rivelarsi, per me, la soluzione ottimale.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

L’arte del commit

A List Apart ha pubblicato un estratto del nuovo libro di A Book Apart, Git for Humans:

The purpose of a commit message is to summarize a change. But the purpose of summarizing a change is to help you and your team understand what is going on in your project. The information you put into a message, therefore, should be valuable and useful to the people who will read it.

As fun as it is to use the commit message space for cursing—at a bug, or Git, or your own clumsiness—avoid editorializing. Avoid the temptation to write a commit message like “Aaaaahhh stupid bugs.” Instead, take a deep breath, grab a coffee or some herbal tea or do whatever you need to do to clear your head. Then write a message that describes what changed in the commit, as clearly and succinctly as you can.

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Il rebranding di Uber

Brand New:

The previous logo was so thin it would crumble at the slightest sneeze. The wordmark lacked a lot of weight to be of good use in small screens and the wide letter-spacing forced it to take up too much space, making it necessary to make it smaller, making it barely readable. I’ve always disliked the little curl on the “U” but other than that, it was a mostly innocuous logo. […]

The bigger issue with the redesign — far more troubling — than the logo redesign is the app icon. In this case the app icon gets more action than the logo itself. That’s the first interaction from most users. If I wasn’t a fan of the curl in the “U” of the old logo I was even less of a fan of the inward serifs of the old icon. But, hey, it was a “U” for Uber and it was shiny like the badge on the grill of a car. The new icon is completely unidentifiable in any way as Uber other than it saying “Uber” underneath.

Mi piace la nuova scritta (la vecchia non l’ho mai apprezzata molto), sono un po’ più perplesso sull’icona. Il concetto di atomi e bits attorno a cui il rebranding è incentrato è anche piuttosto confuso e poco convincente (WIRED ha un lungo pezzo su com’è nato). Uber è passato dall’essere un servizio elitario, di lusso, al presentarsi come un’alternativa appetibile al trasporto pubblico. È pur sempre un’alternativa premium, ma non è così esclusivo come un tempo e l’intenzione è quella di diventare sempre più conveniente come modo e mezzo di trasporto.

Il rebranding forse poteva evitare questa analogia confusa — bits e atomi — e concentrarsi solo su quest’altro aspetto.

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Cosa rende un caffè ‘buono’

Arstechnica va abbastanza nel dettaglio, e nel tecnico, su cosa costituisca una buona tazza di caffè:

Purists might assume that clean, distilled water with no contaminating chemicals would brew the best cup. But, according to a recent study, added positive ions, often found in “hard” water, are good at grabbing the flavorful compounds in coffee. In particular, calcium and magnesium ions were best at snatching flavor compounds without otherwise altering the coffee taste.

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Il prossimo iPhone avrà una fotocamera doppia?

Dice MacRumors che il prossimo iPhone grande, il 7 Plus (e solo quello), potrebbe avere una fotocamera doppia — il che comporterebbe belle cose, come zoom non solo digitale, prestazioni migliori in ambienti poco illuminati e possibilità di cambiare focus all’immagine.

Se così fosse, mi toccherebbe se non altro considerarlo. Sarebbe fastidioso però se il device piccolo, che tanto piccolo non è (l’iPhone non Plus), diventasse di serie B.

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La narrativa di Apple non funziona più?

Wall Street giudica le aziende in base alle storie che queste si fabbricano; i profitti valgono ma fino a un certo punto, altrimenti non si spiegherebbe come sia possibile la quotazione di Amazon (che ha profitti bassissimi) o il fatto che AAPL, l’azienda che nell’ultimo trimestre fiscale ha registrato 18,4 miliardi di dollari di profitti (ovvero, il profitto più grande che un’azienda abbia mai registrato in un trimestre), sia in discesa. Nello stesso trimestre Google (Alphabet, okay…), che ha superato ieri Apple in borsa diventato la società con più capitalizzazione di mercato al mondo, ha registrato $17.3 miliardi di dollari.

Secondo Neil Cybart, la storia che Apple racconta agli investitori non funziona più. Apple è sempre stata giudicata per numero di device venduti, ma il numero di device venduti ha (forse, probabilmente) raggiunto un picco: ne hanno venduti così tanti che sarà difficile venderne di più. Apple stessa ha detto che si aspetta un declino delle vendite, per la prima volta in 13 anni. Crescere, però, è anche il parametro più importante secondo Wall Street.

Per questa ragione, Apple deve trovare una narrativa che non sia più basata sul numero di device venduti, ma su un altro valore che rassicuri gli investitori e dimostri che l’azienda sta crescendo. Cybart suggerisce di sfruttare come metrica la “user base”, quell’enorme numero di utenti fedeli che periodicamente, perché soddisfatti della qualità dei prodotti Apple, aggiornano il loro iPhone, iPad o Mac acquistandone un modello nuovo:

Apple disclosed there are one billion devices that have engaged with Apple services over the past 90 days. In addition, management introduced a new services revenue total called Installed Base Related Purchases, which reflects the total amount spent on content and services in the Apple ecosystem, including the revenue remitted to third-party app developers and certain digital content owners. Exhibit 2 highlights management’s first attempt at forming a new Apple narrative that moves beyond hardware unit sales.  […]

Apple’s strength is hardware, and a long-term narrative should include hardware in some respect. Considering that Apple’s mission statement revolves around coming up with new products, hardware is very important. Instead of focusing on hardware unit sales growth, Apple could look at adoption rates within its user base as a metric to monitor. If there is evidence that a new hardware product, such as Apple Watch, is seeing steady adoption within the Apple user base, the takeaway could be that Apple is succeeding with its mission statement. This metric would also go a long way in validating Apple relevancy and user loyalty.

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AMBER: un plugin per evitare il linkrot sul proprio blog

Ho per lungo tempo cercato un plugin che mi aiutasse a preservare le pagine a cui linko su queste pagine, e mi evitasse lo scenario corrente: linkrot pervasivo negli archivi del blog. I permalink, in realtà, sono molto poco permanenti. Provate a leggere un post di alcuni anni fa, dagli archivi, e molto probabilmente conterrà un link ad una pagina che non esiste più — perché è stata spostata, perché la piattaforma su cui il contenuto era stato pubblicato è stata chiusa o venduta, perché il blog non esiste più, o per altre ragioni ancora.

Fortunatamente il Berkman Center for Internet & Society se ne è uscito con un progetto, Amber, che aiuta a evitare la situazione corrente. Amber è distribuito anche sotto forma di plugin di WordPress: installandolo, il vostro blog conserverà uno snapshot (una copia) di ogni pagina a cui linkate — rendendola così accessibile in futuro, qualunque cosa succeda al sito originario, che sia o meno conservato sull’Internet Archive.

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Twitter è troppo difficile da usare?

Walt Mossberg:

Twitter has become what I call “secret-handshake software” — something that’s so complicated that, as in a secret society, only insiders know the rituals that unlock its power.

Nell’impresa (inutile) di battere Facebook, Twitter si è autodistrutto. L’immediatezza e semplicità di un tweet è stata negli anni rovinata da varie features e tentativi introdotti solo per somigliare a Facebook — rendendosi così sempre più irrilevante: se voglio Facebook, uso Facebook, non la copia mal riuscita che Twitter propone.

L’unica cosa che gli è riuscita molto bene è alienare l’utenza iniziale, che apprezzava Twitter per quello che era — Twitter dovrebbe rassegnarsi che il servizio che offre soddisfa milioni di persone, invece che ambire ad averne lo stesso numero di utenti di Facebook. L’ibrido che sta nascendo non serve a nessuno.

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Da questa mattina, Safari si chiude inaspettatamente per diversi utenti

Credevo fosse successo qualcosa di strano al mio iPhone, quando questa mattina — provando a digitare un URL nella barra degli indirizzi di Safari — il browser mi si è chiuso inaspettatamente, e ripetutamente ad ogni successivo tentativo.

Invece è un problema legato alle Safari Suggestions, i suggerimenti che Apple restituisce mentre si sta scrivendo nella barra degli indirizzi:

When you type a URL, Apple sends what you type to its servers, returning a response with autocomplete search queries, Top Sites and other info. There appears to be a bug in this server request that is causing Safari to randomly crash. Users are discovering some potential workarounds until Apple fixes the problem properly.

Per il momento si risolve attivando la navigazione privata.

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Cosa rivelano un milione di syllabus

L’Open Syllabus Project è un progetto che si è prefisso l’obiettivo di raccogliere i programmi di studio di vari corsi universitari e di analizzarli guardando quali sono i paper più assegnati all’interno di un’università, o quali dominano un particolare campo di ricerca.

Al momento ne hanno raccolti più di un milione, soprattutto da università americane e inglesi. Il Syllabus Explorer, in beta, permette di ordinarli per popolarità e capire, così, quello si studia.

Dal New York Times:

At present, the Syllabus Explorer is mostly a tool for counting how often texts are assigned over the past decade. There is something for everyone here. The traditional Western canon dominates the top 100, with Plato’s “Republic” at No. 2, “The Communist Manifesto” at No. 3, and “Frankenstein” at No. 5, followed by Aristotle’s “Ethics,” Hobbes’s “Leviathan,” Machiavelli’s “The Prince,” “Oedipus” and “Hamlet.”

“The Communist Manifesto” ranks as high as it does (for those wondering) because, like “The Republic,” it is frequently taught in multiple fields — notably in history, sociology and political science.

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20 trucchi per Mac che non conosci

La lista di Mac Kung Fu è davvero ottima. Ho scoperto che si può tenere sveglio il Mac a tempo indeterminato — evitando che lo schermo si spenga — scrivendo  caffeinate -di nel Terminale (basta poi chiuderlo per annullare l’effetto) e che il pulsante upload nelle pagine web in Safari supporta il drag & drop dei file.

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Perché Apple difende la crittografia

TidBITS:

Google, Microsoft, Facebook, and Twitter. I’ll add Amazon and Samsung. In each case, these companies’ business models don’t put them in nearly the same position as Apple.

Google is fundamentally an advertising company that collects data on its users. That information can’t be encrypted so only the user can see it, since that would prevent Google from accessing it and using it for targeted advertising. Even removing the ad issue, some of Google’s services fundamentally won’t work without Google having access to the underlying data. […]

Apple is nearly unique among technology leaders in that it’s high profile, has revenue lines that don’t rely on compromising privacy, and sells products that are squarely in the crosshairs of the encryption debate. Because of this, Apple comes from a far more defensible position, especially now that the company is dropping its iAd App Network.

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iTools: da dove viene iCloud

Stephen Hackett racconta su iMore la storia travagliata di iTools, l’antenato di iCloud. Fra iTools (2000) e il lancio di iCloud (2011) ci sono stati altri due rebranding: prima .mac (2002), poi MobileMe (2008).

Il tutto mi ha fatto ricordare che io mi iscrissi a .mac, anni fa, comprando una scatola in un negozio, questa:

Al tempo non è che .mac fosse di un’utilità ovvia: una costosa iscrizione ($99 l’anno) dava accesso ad iDisk (un abbondante e generoso 20 MB di spazio), una email @mac.com (che è ciò che, credo, più mi spinse ad iscrivermi) e HomePage, forse la parte più interessante del pacchetto: un servizio per creare la propria pagina web e metterla online.

HomePage era semplicissimo da usare — limitato, ma sufficientemente potente da permettere a chiunque avesse un Mac di crearsi una pagina web e metterla online. HomePage e iWeb (il successore, ora defunto) erano due ottimi strumenti che permettevano a chiunque di avere una presenza in rete, di mettere online delle foto e dei contenuti senza passare per una piattaforma o dover installare un CMS — uno strumento di quando il web era fatto di siti personali, piccoli e a sé stanti, invece che di profili.

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La storia dietro f.lux

Motherboard:

In 2005, Lorna Herf left her job at Google and took up painting. Her husband, Michael, turned a room in their loft into a studio, and installed colour-friendly lights. The bulbs simulated the conditions of daylight, so that Lorna’s paintings would always look accurate as she painted late into the night.

In the daylight room, their computer screens looked fine. But when she left the room, where the sun had long since set and the house bathed in the warm, low glow of evening light, she noticed the house’s other screens looked…weird. They all glowed with the same colour and intensity they did in the painting room, but out here, something was off. They didn’t fit the mood.

Michael Herf was also a Google employee. The two had worked together on Picasa, the photo organization app that Google acquired, and which Michael co-founded and worked at as CTO. Given his photography background, he thought he might have a fix. Michael wrote a small script that altered the colours of their computer displays so that they would look more, for lack of a better word, natural in the evening light.

The script removed blue light—the colour of daylight—leaving behind mostly red, which looked good at night. Michael and Lorna would later call their app f.lux.

Non sapevo una delle due persone dietro a f.lux fosse anche il co-fondatore di Picasa.

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Le gif come linguaggio

Un’interessante riflessione sulle gif, dalla co-fondatrice di GifPop (un servizio per stampare gif):

The inefficiency of the file format and the upload limits of the social networks themselves have created a whole ecosystem of experimentation and juggling around constraints. […]

Gifs are a dumb, limited file format, and in the end this is why they are important: they do not belong to anyone. Because of their constraints they become a design material, to be played with, challenged, and explored.

Il pezzo si trova su designmateriality.com, e consiglio di leggerlo da lì dato che è pieno di gif.

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Pressure.js

Una libreria JavaScript per implementare Force Touch e 3D Touch in una pagina web.

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