Cani di metallo

Video

Cani di metallo

Il video giusto da guardare dopo essersi letti i due pezzi di Wait But Why? su AI.

(via @diegopetrucci)

PERMALINK COMMENTA TWEET

Notizie da altri luoghi, e segnalazioni rapide.

+ Visita l'archivio, con descrizione dei link. Oppure, ricevi i link ogni settimana abbonandoti alla newsletter.

Come le macchine da scrivere hanno rovinato la tipografia

Bellissimo articolo da Designing Medium. Designing Medium è la raccolta di Medium in cui i designer, programmatori e ideatori del sito raccontano, spiegano e giustificato le scelte che hanno fatto. Alla tipografia è stata riposta un’attenzione quasi ossessiva, e i vari problemi (e le soluzioni a cui sono giunti) sono stati esposti nel corso di sei articoli.

Death to Typewriters è uno di questi, in cui Marcin Wichary racconta come le macchine da scrivere abbiano imbruttito la tipografia, portando a un abbandono (nella stampa di massa, prima, nei computer — che hanno influenzato —, poi) di alcune convenzioni che solo adesso — grazie a display retina e HTML5/CSS3 — stanno ricominciando a diffondersi sui nostri schermi, sul web e nel software.

I blame typewriters for double-handedly setting typography back by centuries. Type before typewriters was a beautiful world filled with hard-earned nuance and richness, a universe of tradition and craftsmanship where letters and their arrangement could tell as many stories as the words and passages they portrayed.

PERMALINK COMMENTA TWEET

Come installare (tutti) i font di Google Fonts sul Mac

Un semplicissimo comando, da incollare dentro Terminale, per installare sul proprio Mac tutti i font di Google Fonts.

curl https://raw.githubusercontent.com/qrpike/Web-Font-Load/master/install.sh | sh

(Quanto durerà Google Fonts?)

PERMALINK COMMENTA TWEET

64 diversi modi di organizzare la prima pagina di un sito d’informazione

Melody Joy Kramer, insieme a molte persone radunate nel corso di una conferenza a Chicago, ha provato a immaginare tutti i modi in cui l’homepage di un sito d’informazione potrebbe essere organizzata. Ne hanno elencati 64 — alcuni molto diffusi, altri bizzarri e mai visti. Cè QUARTZ (la cui homepage ricorda una newsletter), Vox (storie organizzate in cards), il New York Times (storie organizzate da una persona, divise per sezione) e suggerimenti nuovi (come una prima pagina “choose your own adventure” in base alle pre-conoscenze del lettore sulla notizia).

La maggior parte dei lettori di un giornale online non passa più dall’homepage, ma proviene da twitter, facebook e altri social. Nel caso di siti come BuzzFeed la percentuale di visitatori provenienti da social arriva al 75%, al punto che BuzzFeed sta “sperimentando” con l’idea di abbandonare del tutto il sito, il contenitore, per concentrarsi solamente sul contenuto — distribuito sulle varie piattaforme (Facebook, Tumblr, Instagr.am, etc). Riporta il New York Times:

And the future of BuzzFeed may not even be on BuzzFeed.com. One of the company’s nascent ideas, BuzzFeed Distributed, will be a team of 20 people producing content that lives entirely on other popular platforms, like Tumblr, Instagram or Snapchat.

(È un’idea pessima, ha spiegato bene perché Matt Buchanan in “Content Distributed“)

PERMALINK COMMENTA TWEET

Iscriviti alla newsletter settimanale

Le notizie della settimana + link inediti + altre varie cose inutili

+ Maggiori informazioni +

Apple farà una penna?

Ci sono diversi rumors che potrebbero farlo pensare. Secondo TidBITS una stylus avrebbe molto senso per Apple: attrarrebbe utenti verso l’iPad, offrirebbe il riconoscimento dello scrittura (utile in mercati come la Cina, con un vocabolario composto da migliaia di logogrammi) e, soprattutto, rientrerebbe nella strategia di creare accessori attorno a iOS (es. l’Apple Watch, o l’acquisto di Beats):

Where does Apple go from here? Outside of an iDoor or an Apple Car, the only apparent way to expand is horizontally, into accessories. The Apple Watch is a clue, as it will initially be an iPhone accessory. Another clue is in Apple’s purchase of headphone designer Beats Electronics. […]

A well-designed pen is as much a work of industrial art as any existing Apple product, and a pen can be just as much of a fashion statement as a watch.

Apple potrebbe dedicare all’ipotetica Apple Pen la stessa cura e personalizzazione che ha riposto nell’Apple Watch (non una semplice stylus, ma una penna elegante che volete).

PERMALINK COMMENTA TWEET

Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Invisible Boyfriend

Per $25 al mese Invisible Boyfriend permette di comparsi un fidanzato/a finto, con cui scambiarsi messaggi. All’iscrizione si decide tutto: i suoi gusti, l’età, persino il nome; se alto o basso, se meglio un tipo da teatro o uno da partita di calcio. E poi, una persona inizia a scriverti. Una persona vera, che sta scrivendo a più utenti del servizio e che è capace di condurre una conversazione normale e credibile (da non dimenticare che il nobile scopo del servizio è quello di fare credere a amici e parenti che avete un compagno/a, eh!) sui tuoi interessi.

Catlin Dewey, che l’ha provato per il Washington Post, lo ha trovato molto credibile — persino per lei stessa: ammette di essersi spesso sentita in dovere di rispondere subito al suo Invisible Boyfriend, quando le scriveva:

“That’s the most interesting and significant insight I’ve had so far,” said Homann, the app’s affable (and newly famous) founder. “I know how it works, I know what’s behind the curtain … but in testing it out, I felt this compulsion to respond to my Invisible Girlfriend as soon as she texts me. That’s how it feels to talk to someone, even if they’re — not someone.”

Come spiega Catlin, il suo ragazzo finto è in realtà un numero diverso di persone sotto un unico nome. Invisible Boyfriend usa un sistema simile all’Amazon Turk affidando i messaggi a un numero remoto di persone che vengono pagate pochi centesimi per rispondere:

My invisible boyfriend, Homann explains, is actually boyfriends, plural: The service’s texting operation is powered by CrowdSource, a St. Louis-based tech company that manages 200,000 remote, microtask-focused workers. When I send a text to the Ryan number saved in my phone, the message routes through Invisible Boyfriend, where it’s anonymized and assigned to some Amazon Turk or Fivrr freelancer. He (or she) gets a couple of cents to respond. He never sees my name or number, and he can’t really have anything like an actual conversation with me.

Una nota a margine, che io trovo divertente: potete inviare a Invisible Boyfriend un selfie di voi stessi. Se un utente decide, all’iscrizione, di usare la vostra foto per il suo fidanzato immaginario, vi mandano una T-Shirt, “I’m Someone’s Invisible Girlfriend/Boyfriend” — vi pagano anche, ad ogni uso, una sorta di royalty.

PERMALINK 1 COMMENTO TWEET

Sans Serriffe

Immagine

Sans Serriffe

Il primo aprile del 1977 il Guardian pubblica una mappa di quella che sostiene essere una nuova isola, scoperta nell’Oceano Indiano. Se il nome dell’isola (Sans Serriffe) non fosse di per sé già abbastanza sospetto, basta soffermarsi sui nomi dei luoghi riportati sulla mappa (Bodoni, Gill Sands, Upper Caisse, Garamondo) per capire lo scherzo del Guardian ai lettori.

(Spiegazioni tipografiche alla fonte — ovvero /mapporn di Reddit. Dalla newsletter settimanale di Pietro Minto)

PERMALINK COMMENTA TWEET

Cos’è andato storto con i Google Glass

Sono usciti un po’ di scena, e forse è un bene dato che non erano per nulla pronti. Erano un prototipo, pubblicizzato (alla stampa e a noi) e venduto (a pochi eletti) prima ancora che Google stessa sapesse bene cosa sarebbero diventati.

Nick Bilton in un suo recente articolo sul New York Times trova una causa di questa fretta: Sergey Brin.

Mr. Brin knew Google Glass wasn’t a finished product and that it needed work, but he wanted that to take place in public, not in a top-secret lab. Mr. Brin argued that X should release Glass to consumers and use their feedback to iterate and improve the design.

To reinforce that Glass was a work in progress, Google decided not to sell the first version in retail stores, but instead limit it to Glass Explorers, a select group of geeks and journalists who paid $1,500 for the privilege of being an early adopter.

The strategy backfired. […] “The team within Google X knew the product wasn’t even close to ready for prime time,” a former Google employee said. The Google marketing team and Mr. Brin had other plans.

Ora il progetto — meno aperto al pubblico: hanno chiuso la beta pubblica, e probabilmente lo svilupperanno meno “apertamente” — è in mano a Tony Fadell. Potrebbe anche essere che venga fuori qualcosa di bello.

PERMALINK COMMENTA TWEET

iPhoto si butta via in primavera

Video

iPhoto si butta via in primavera

Si vede la fine, finalmente. Dopo essersi dimenticata per anni dell’esistenza di iPhoto, Apple è rinvenuta l’anno scorso ricordandosene improvvisamente. Annunciarono Photos, una nuova applicazione che ne avrebbe fatto le veci e l’avrebbe rimpiazzato (dato che oramai era troppo tardi per aggiustarlo — prova: apritelo, usatelo per cinque minuti).

Beh, in primavera potremo finalmente spostare iPhoto nel cestino: l’ha comunicato Apple sulla sua pagina dedicata a Photos. The Verge ha già provato il sostituto in anteprima, girando il video qua sopra in cui si nota lo scrolling veloce sulla libreria fotografica, senza intoppi, fluido dalla prima foto all’ultima — una cosa di cui iPhoto ci ha da tempo privati.

Anche la recensione di Macworld è molto positiva:

I’ve had very little time with Photos but my general impression is that it hits a sweet spot for the casual-to-enthusiastic iOS and digital camera shooter. Its navigation is more nimble and, from what I can tell, its performance is significantly improved over iPhoto’s, which I found sluggish with large image libraries. And, scaling back to the big picture, it’s the first of the old iLife apps that shares a common experience among the Mac, iOS devices, and iCloud. All your photos, your most recent edits, wherever you are. It’s an app worth looking forward to.

Spero risolva parte dei miei tormenti legati alla gestione delle foto dell’iPhone — una cosa che non faccio da tempo, quella di gestire e organizzare la mia libreria fotografica, dato che l’inusabilità e lo stato di abbandono di iPhoto mi hanno col tempo spinto a rinunciarvi.

PERMALINK 1 COMMENTO TWEET

Black Mirror

Black Mirror è una serie tv di Charlie Brooker1, dedicata a esplorare l’impatto che la tecnologia odierna (smartphone, computer, social network, etc.) così come quella attualmente in sviluppo (AI), avranno sulle nostre vite.

Due cose che mi piacciono della serie. La prima: che ogni episodio esplora una degenerazione diversa, fra le tante possibili. Il terzo episodio, “The Entire History of You”, mostra l’impatto che una versione avanzata dei Google Glass potrebbe avere su relazioni e ricordi. Un chip, inserito direttamente nel cervello, è in grado di registrare tutto quello che ci succede: finiamo con il diventare ossessionati dai ricordi e col rivivere i momenti belli di continuo, nello stesso modo in cui oggi ricorriamo a Facebook. “The Waldo Moment”, l’ultimo episodio della prima serie, mostra un comico “proporsi” come politico, grazie a un panorama informativo dedicato più a intrattenere che informare (è meno futuristico, e con il Movimento 5 Stelle in Italia ci andiamo molto vicini). Ma se ne volete uno davvero terrificante “White Christmas“, lo speciale che Channel 4 (che ha commissionato la serie) ha mandato in onda a Natale, è quello da vedere.

La seconda ragione per cui Black Mirror funziona è che i device che i protagonisti usano per quanto diano luogo a scenari distopici e poco augurabili, sono anche molto belli. E sono belli sia nelle funzionalità (a volte) che, soprattutto, nel design. Sembrano oggetti che Apple avrebbe potuto disegnare, e in ciò si svela l’elemento più spaventoso di Black Mirror: il fatto che queste tecnologie — per quanto diano spazio a scenari e ipotesi terrificanti — si diffondano per scelta, non forzatamente. Vengano volentieri e spontaneamente adottate dai protagonisti degli episodi, grazie a un design minimalista e molto in linea con i gusti correnti che ci fa dimenticare, se non nasconde, i pericoli.

Scrive il New York Times:

To that end, the gadgets in “Black Mirror,” including the creepy memory-recording devices, look sleek enough to want, which is perhaps the show’s cleverest trick. It is impossible to watch the show and not idly fantasize about having access to some of the services and systems they use, even as you see them used in horrifying ways. (You might not feel this way about, say, “The Terminator.”) Most television shows and movies can’t even correctly portray the standard interfaces that we use to browse the Web, send a text message or make a voice call, let alone design them in a desirable way.

“Black Mirror” resonates because the show manages to exhibit caution about the role of technology without diminishing its importance and novelty, functioning as a twisted View-Master of many different future universes where things have strayed horribly off-course. (This is an advantage it has over the movies: a blockbuster must settle on one convincing outcome and stick with it.)

  1. Il cui Wipe annuale è appuntamento imperdibile a capodanno

PERMALINK 1 COMMENTO TWEET

Estorsioni

Riguardo ad AdBlock ho un’opinione ambigua. Ne faccio un uso selettivo: quei siti che mi mettono della pubblicità come background della pagina e mi aprono ventisei popup per click possono stare certi che i miei occhi non incroceranno mai una loro pubblicità; non vedo però perché dovrei essere così stronzo da privare di possibili entrate, se non le uniche, quei siti (spesso di dimensioni ridotte) che mi trattano in maniera decente. Se un sito ha poca pubblicità, e inerente al contenuto, non la tolgo — a meno che non lo stia già supportando in un’altra maniera (molti offrono un’opzione per rimuoverla, previa iscrizione a un’abbonamento mensile; un sistema che sta sperimentando anche Google, con AdSense). Capisco chi rimuove la pubblicità per questioni legate alla privacy e raccolta dei dati personali, non capisco chi ha problemi con uno o due spazi pubblicitari (mi sembra un discorso simile al volere e pretendere che le applicazioni su iPhone siano tutte gratuite o, al massimo, non superino i 99 centesimi).

Comunque, non c’entra con la notizia: AdBlock Plus ha stretto un accordo con Microsoft, Google e Amazon per evitare che alcune loro pubblicità vengano filtrate dal sistema. Dopo aver fornito un’opzione per rimuovere la pubblicità, AdBlock Plus chiede soldi ai medesimi siti per ripristinare la loro pubblicità. Gruber parla di estorsione. Che l’opzione esista è di per sé vergognoso.

PERMALINK 4 COMMENTI TWEET

Google e la preservazione della conoscenza

Per anni, la missine di Google includeva l’importante compito di preservare il passato. Google Books, lanciato nel 2004, aveva come obiettivo la digitalizzazione e preservazione di ogni libro mai pubblicato, al ritmo di 1.000 pagine all’ora. Il Google News Archive, lanciato nel 2006 con notizie risalenti fino a 200 anni fa, rappresenta uno sforzo nella medesima direzione.

Quando l’obiettivo di Google era organizzare l’informazione del mondo, e renderla accessibile, preservarla — chiedersi cosa ne sarà fra 10 anni delle pagine web indicizzate — era parte e sforzo fondamentale per raggiungere tale obiettivo. Uno sforzo non particolarmente remunerativo, ma molto apprezzato, che purtroppo negli anni è andato diminuendo.

Due mesi fa Larry Page ha detto che l’azienda non si sente più rappresentata dal “mission statement” di 14 anni fa. L’obiettivo è cambiato. “Organise the world’s information and make it universally accessible and useful” è del 1998, e male si adatta alla Google odierna. Il focus è sul social e sull’oggi, del passato interessa meno. Scrive Andy Baio:

Google in 2015 is focused on the present and future. Its social and mobile efforts, experiments with robotics and artificial intelligence, self-driving vehicles and fiberoptics.

As it turns out, organizing the world’s information isn’t always profitable. Projects that preserve the past for the public good aren’t really a big profit center. Old Google knew that, but didn’t seem to care.

The desire to preserve the past died along with 20% timeGoogle Labs, and the spirit of haphazard experimentation.

Preservare la conoscenza non è remunerativo, ma è necessario.

Per fortuna che c’è l’Internet Archive. Il nome è fuorviante: molti pensano che il suo scopo sia preservare Internet, ma seppure quel compito sia fra i principali svolti dall’organizzazione, l’Internet Archive è soprattutto una biblioteca digitale. Lo scopo è più ampio; è preservare, e garantire accesso futuro, alla conoscenza. Ciò include anche preservare le pagine web, ma il motto e l’obiettivo dell’Internet Archive è più generico, inclusivo e caotico. È “Universal access to all knowledge“.

PERMALINK COMMENTA TWEET

TUAW, e il declino dei grandi siti dedicati a Apple

John Moltz ha postato un tweet interessante:

 I’m not exactly sure why Apple’s success is having an inverse effect on the corporate-owned Apple sites.

È una risposta all’annunciata chiusura di TUAW, “The Unofficial Apple Blog” (esiste dal 2003, e dal 2005 appartiene a AOL). C’è stato un tempo in cui lo ricevevo via rss, e in cui TUAW era una fonte frequentemente menzionata nella blogosfera — sì, si parla di quando si usava il termine blogosfera. Ma il successo di Apple sembra stare avendo un effetto opposto ai “grandi siti” stile TUAW, appartenenti a un network più grande e generico.

La storia raccontata dalla controparte italiana è simile — ne dico tre che un tempo furono interessanti, ma oramai non visito da anni: Melablog, Macworld e Macitynet 1. La qualità delle notizie di TUAW & simili è molto scarsa: comunicati stampa, rumors, recensioni apatiche 2 di prodotti e applicazioni poco interessanti, roba “esclusiva” che non lo è, etc.; tutto materiale scontato e disponibile ovunque in mille altre declinazioni. O forse eravamo tutti così anni fa, e semplicemente loro hanno mantenuto con la stessa linea: nuovo aggiornamento per OS X, nuovo rumors su iPhone, nuovo brevetto registrato da Cupertino, altro rumors più due nuove applicazioni di dubbia qualità.

Il problema è che la copertura di TUAW & simili non approfondisce, non più se non altro, né aggiunge nulla; ad approfondire sono i blog più piccoli. I contenuti di TUAW e degli altri grandi aggregatori semplicemente non interessano quando i blog più piccoli, indipendenti, curati da una sola persona (o comunque di piccole dimensioni, come MacStories), offrono una selezione più interessante di notizie, e degli articoli costruiti con più cura. Recensioni personali. Separazione chiara fra contenuto e pubblicità (senza comunicati stampa mischiati ovunque).

Considerate questi, assieme alla valida copertura data da The Verge (Re/code, e simili) alle notizie che riguardano Apple. Ora visitate TUAW, o altri fra i siti menzionati sopra, e chiedetevi: c’è qualcosa che già non so? C’è una notizia interessante che non avevo letto altrove? La selezione è valida?

La risposta raramente è sì.

  1. Quelli che mai furono validi, oggi godono sorte anche peggiore
  2. Spesso costruite attorno alle specifiche tecniche, e a una lista di features

PERMALINK 7 COMMENTI TWEET

Apple ha successo perché sono tutti tonti

Ben Thompson ha commentato gli incredibili risultati dell’ultimo trimestre fiscale di Apple. Per capire l’enormità basta pensare a questo: Apple ha perso più soldi a causa delle fluttuazioni di valuta che Google ne ha fatti in un trimestre. Un utile di 18,2 miliardi di dollari in un trimestre: un profitto di circa 8,3 milioni di dollari all’ora. Appunto, assurdo.

Eppure, per qualche ragione, è Apple che è sempre sull’orlo di fallire, il cui “impero” è sotto attacco, e che deve preoccuparsi e temere ogni tecnologia e azienda emergente. Ed è Apple, di nuovo, l’azienda che ha successo solo perché siamo tutti stupidi, imbevuti dal marketing e incapaci di scegliere le miriadi di alternative migliori e più a buon mercato che ci vengono offerte. Scegliamo Apple, e paghiamo di più, perché siamo tonti insomma: senza ricavarci nulla.

Il prezzo di Ben Thompson affronta anche questa accusa, spiegando cosa includa il prezzo “premium” dei prodotti Apple: da una rete (gli Apple Store) sempre pronta a fornire assistenza — da non sottovalutare —, a un’esperienza d’uso che, seppur limitante per un geek, va incontro all’utente comune.

Apple ha successo per il design: la lunga e ponderata progettazione e riflessione che sta dietro ogni singolo aspetto dei suoi prodotti (ed è per questo che il declino nella qualità del software è preoccupante).

The old hoary chestnut that “Apple only wins because its advertising tricks people into paying too much” was raised in my Twitter feed last night, and while the holders of such an opinion are implicitly saying others are stupid, my take runs in the opposite direction: it’s not that people are irrational, it’s that human rationality is about more than what can be reduced to a number. Delight is a real thing, as is annoyance; not feeling stupid is worth so much more than theoretical capability. Knowing there is someone you can ask for help is just as important as never needing help in the first place.

Apple spends an inordinate amount of time and resources on exactly these aspects of their products. Everything is considered, from the purchase to the unboxing to the way a webpage scrolls. Things are locked down and sandboxed, to the consternation of many geeks, but to the relief of someone who has long been conditioned to never install anything for fear of bad actors. Stores – with free support – are just a few miles away (at least in the US), a comfort blanket that you ideally never need. All of this is valuable, even though much of it is priceless, only glimpsed in an average selling price nearly triple the industry average.

A molti qua fuori interessa anche la velocità di un prodotto, la quantità di RAM e tutti i numeri che si riescono a inserire in un’affollata tabella, su carta. Le specifiche tecniche. Ma appunto: sono numeri, e dicono poco su come il prodotto funzionerà realmente, su come le varie parti si integreranno fra di loro.

Pochi comprano un prodotto in base a dei numeri. “Apple ha successo” non per qualche fattore irrazionale, ma per l’esperienza utente. Comprano tutti Apple non perché sono tonti, ma per la ragione opposta: per non sentirsi tonti, grazie a dei prodotti facili da usare — e un’assistenza clienti superiore a ogni altro produttore.

PERMALINK 1 COMMENTO TWEET

SelfieApp: un selfie ogni volta che apri il Mac

Applicazione

SelfieApp: un selfie ogni volta che apri il Mac

SelfieApp scatta una foto ogni volta che lo schermo del Mac si accende — all’avvio, durante il login, o quando il Mac viene risvegliato dopo un periodo di inattività. È divertente perché vi permette di catturare senza fatica dei selfie di voi stessi con cui creare, volendo, a distanza di mesi, uno di quegli inutili timelapse che rivelano l’inesorabile processo di deterioramento — un po’ come Everyday, ma ancora più semplice e immediata da usare.

SelfieApp, però, è anche utile: perché vi permette di immortalare chi ha avuto accesso al vostro Mac (o ha tentato di accedervi), trasformandosi così in un sistema di protezione. Le foto vengono salvate in una cartella: per sicurezza, mettetela in Dropbox (se un ladro vi ruba il Mac, magari avete la fortuna di immortalarlo più volte).

PERMALINK COMMENTA TWEET

L’Apple Watch arriverà ad Aprile

L’ha rivelato Tim Cook durante la presentazione dell’ultimo trimestre fiscale. (Quindi: ho tempo fino ad Aprile per decidere se tenere il Pebble o meno.)

PERMALINK 5 COMMENTI TWEET

Perché il Wi-Fi sui treni funziona male

Lo spiega Davide De Luca su Il Post. Ha a che fare, soprattutto, con la velocità stessa del treno:

È legato direttamente alla velocità del treno. Continuando a semplificare possiamo dire che l’area coperta dal segnale di uno dei ripetitori si chiama “cella”. Luca D’Antonio è responsabile dello sviluppo di tecnologie wireless per Telecom e spiega che tra Torino e Napoli, il principale asse dell’alta velocità, ci sono «circa 600 di queste celle. Significa un ripetitore ogni circa 1,5 chilometri. Considerando che un treno viaggia fino a 300 chilometri significa che tre volte al minuto l’antenna del treno deve cambiare la cella alla quale si aggancia». Senza contare che spesso un treno lungo 500 metri si trova con una carrozza all’interno di una cella e una carrozza ancora in un’altra. Nel momento di passaggio tutte le connessioni (ma anche le chiamate e i trasferimenti dati che stiamo facendo sul nostro telefonino), devono essere spostati da una cella all’altra (in gergo è il cosiddetto “handover”) e può accadere che in questo passaggio qualcosa vada storto e la connessione salti.

PERMALINK 3 COMMENTI TWEET

Addio alle cartelle

Matt Gemmel:

I don’t really think in terms of folders and hierarchies anymore. I still putthings there, but only as a kind of future archeological clue, if everything goes to hell and I’m left digging through the dirt, trying to rebuild.

These days, I expect the machine to accept my query, and throw the relevant set of my stuff back at me. Browsing through directory windows seems anachronistic now, and – interestingly – it also feels artificial.

Sono d’accordo che Alfred/Spotlight abbiano tolto centralitrà al Finder — e spesso recuperò ciò di cui ho bisogno evitandolo — però sono ancora molto legato alle cartelle su Mac. Un’applicazione come iPhoto — che maschera le cartelle in favore della sua interfaccia — mi da un po’ fastidio: la uso, in mancanza di alternative migliori, ma soffro vedendo come mi sta organizzando i file dietro le quinte.

(Anche se — come Gemmel — penso in termini di cartelle e file “per il futuro”, nel caso possa tornare utile fra anni, perché nell’immediato ricorro sempre a Spotlight.)

PERMALINK 2 COMMENTI TWEET

Una lettera onesta dal tuo dipartimento I.T.

McSweeney’s:

Hello,

You’re receiving this message because the I.T. Department is upgrading the software you most use and upon which your productivity entirely depends.

Although we refer to this as an upgrade, it is, at best, a lateral move. The software does the same things as before, except your favorite features have been moved to a place where you will never find them again. The features you never use, on the other hand, have been assigned keyboard shortcuts that are maddeningly easy to type. For example, “Hide All Menus” (Shift+E) or “Quit Without Saving” (Spacebar).

Here is a list of emboldened words, which may or may not apply to the upgrade:

  • Reliable. The software used to crash only sometimes. We’ve fixed that.
  • Secure. Mo’ passwords, mo’ fun.
  • Cloud. Cloud cloud cloud cloud cloud.

PERMALINK 2 COMMENTI TWEET

Perché gli annunci di Microsoft mi lasciano sempre confuso

Quando Microsoft annuncia una tecnologia straordinaria e rivoluzionaria, io ritardo e modero la mia reazione. La posticipo, e solo a distanza di ore inizio a capire se posso effettivamente entusiasmarmi o se era tutta fuffa.

Scrive Guss Mueller:

L’annuncio di HoloLens mi ha dato molto da pensare nelle ultime 12 ore. Perché Microsoft sta facendo, e mostrando a persone, promesse che non potrà mantenere? O che se non altro non riuscirà a mantenere per i prossimi cinque anni? Perché mi rendono le persone tutte così eccitate? È un bellissimo futuro quello che avete immaginato lì, ma abbiamo visto quel futuro in passato. Microsoft dovrebbe smetterla con questo comportamento, perché non aiuta.

Quindi, questa è la ragione per cui quando guardiamo un keynote di Microsoft non ci eccitiamo troppo. Abbiamo imparato dai precedenti comportamenti dell’azienda a non credere fino in fondo a quello che ci sta vendendo. E questa è anche la ragione per cui così tante persone adorato quello che Apple “promette”. Quando Apple dà una demo dei suoi prodotti, non tira in ballo la grafica computerizzata per mostrare come spera un giorno le cose funzioneranno. Invece, mostra cosa è pronto, finito. Come può essere utilizzato ieri. Sono queste possibilità a renderci eccitati. E Apple riesce a inquadrarle benissimo.

Come scrive Guss, è probabilmente una delle differenze principali fra Apple e Microsoft: Apple sa quando è il momento di mostrare quello su cui sta lavorando; Microsoft lo mostra anni prima quando le possibilità sono appunto solo tali: possibilità, ancora da realizzare.

Ed è la ragione per cui di HoloLens non ho ancora scritto: sembra fantastico, ma mi piacerebbe capire meglio di cosa è capace effettivamente — e quali invece sono solo speranze per il futuro. Anche Polygon consiglia di andarci cauti, ricordando il fato del Kinect e altre visioni del futuro, immaginato da Microsoft, che non sono mai andate oltre il video promozionale.

PERMALINK COMMENTA TWEET

Non ne hai avuto abbastanza?

Leggi altri post