Come aggiustare tutto

Motherboard ha intervistato il fondatore di iFixit. Il risultato è un interessante racconto della guerra fredda che Apple e iFixit (più in generale: chiunque si azzardi ad aprire un oggetto per ripararlo) stanno combattendo.

The first time you open an electronic, it stops being a magical black box and you see it’s just a bunch of things plugged together,” Wiens said. “A plumber is not necessarily better at plumbing than me, he’s just faster and more consistent. That’s the case with a lot of this stuff. […]

The disappearance of tools from our common education is the first step toward a wider ignorance of the world of artifacts we inhabit,” Crawford wrote in the book. “And, in fact, an engineering culture has developed in recent years in which the object is to ‘hide the works,’ rendering many of the devices we depend on every day unintelligible to direct inspection.

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Bicycle Mind su Medium

Oramai certe cose vanno a finire (anche) su Medium. Bicycle Mind esiste anche la, seppur in forma limitata. Seguitelo, se vi va (e già che ci siete, un altro click e seguite anche il sottoscritto).

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Il nuovo WordPress, senza PHP e con un’applicazione per Mac ufficiale

WordPress:

The new WordPress.com codebase, codenamed “Calypso,” moves WordPress.com away from MySQL and PHP. It’s built entirely in JavaScript, and communicates with WordPress.com only using our REST API. This means the new WordPress.com is a browser-based client for our API, just like any other application built on top of it — lighter, faster, and more flexible for a mobile-focused world.

È completamente in JavaScript, basato su REST API 100% aperte. In altre parole, fa a meno di PHP e MySQL. Ma.tt, sul proprio blog, motiva la decisione di abbandonare le fondamenta utilizzate fino ad ora così:

The basic paradigms of wp-admin are largely the same as they were five years ago. Working within them had become limiting. The time seemed ripe for something new, something big… but if you’re going to break back compat, it needs to be for a really good reason. A 20x improvement, not a 2x. Most open source projects fade away rather than make evolutionary jumps.

So we asked ourselves a big question. What would we build if we were starting from scratch today, knowing all we’ve learned over the past 13 years of building WordPress? At the beginning of last year, we decided to start experimenting and see.

Invece di wp-admin, è possibile gestire il proprio blog (i propri blog) da un’unica interfaccia: quella di wordpress.com (che, fra l’altro, è diventato open source). È l’opzione di default per i blog su wordpress.com, mentre può essere attivata via Jetpack sui blog installati sul proprio spazio, tramite wordpress.org.

Spiegano:

Is this a new WordPress?

This is a new interface for WordPress, in use now at WordPress.com and in the desktop app. It’s a modern take on how to write and manage content, that retains the same open source WordPress at its central core, powering everything through our REST API.

Will this be replacing WP-Admin?

We’re laying an entirely new foundation for a generation of apps and services built on WordPress — but whether the Calypso codebase eventually becomes part of core WordPress and replaces WP-Admin is up to the WordPress community.

Qui c’è il dietro le quinte dello sviluppo. L’applicazione per Mac, invece, si trova qua.

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Lo Steve Jobs di Sorkin

Steve Jobs, il film, è vagamente basato su Steve Jobs, l’uomo. E questo su ammissione stessa di Sorkin, il regista, come ha ricordato in più e più interviste. A Steven Levy, per esempio, ha risposto così:

This isn’t The Steve Jobs Story. And it was never intended to give you all the facts about Steve’s life. And your first clue to that  —  because I want to make sure that the audience wasn’t mistaking it for anything else  —  is that we made no attempt to have the actor in any way do a physical impersonation of Steve Jobs. He doesn’t look like Steve Jobs, we didn’t ask him to speak like Steve Jobs. There is a joke about “insanely great” but I didn’t write in any of the Jobs-isms. It’s just not that movie.

Ok, non un documentario, non è una biopic. Riprende solo un frangente della vita di un uomo, seppur quel frangente sia adattato — con eventi e situazioni mai verificatesi — alle necessità della storia che Sorkin si è inventato, contenga diverse finzioni e inesattezze, e finisca col ridurre la personalità di Steve Jobs a pochi schemi collaudati: il bastardo intrattabile abbandonato dalla famiglia, il padre che non ha riconosciuto la figlia, presentato come il direttore d’orchestra che non sa fare bene nulla se non comandare gli altri e distorcere la realtà. È un po’ una soap opera, anche per la scelta degli eventi su cui il regista si è focalizzato: il rapporto padre e figlia, tagliando fuori tutto il resto.

Sorkin semplifica Steve Jobs, riconducendolo a quel poco su di lui che il pubblico già sa — riportando la sua figura dentro le letture trite e ritrite che i media hanno dato di Steve Jobs, di fatto non aggiungendo nulla di proprio nella comprensione di questa figura: chi è stato e cos’ha fatto. Non aggiunge nulla né sul lato umano — anzi, lo riduce a uno stronzo arrogante, pieno di sé, incapace di migliorarsi — né su quello innovativo e tecnologico — alla fine, uno si domanda come quest’uomo abbia potuto portarci il Macintosh, l’iPod, l’iPhone, etc. Cos’ha fatto Steve Jobs, e perché in molti lo rimpiangono? Andate a vedere il film e ne uscirete più confusi di prima, senza una risposta, probabilmente con una piccola convinzione: che il successo, Steve Jobs, non se lo sia meritato.

Steve Jobs esce sminuito dal film. Non si capisce cosa faccia, a che serva, perché sia stato importante o cosa abbia portato a Apple se non un’ossessiva ossessione per i dettagli e una personalità urtante. NeXT è, secondo Sorkin, il piano diabolico e personale per tornare dentro Apple — non un’azienda che ha avuto un’esistenza propria per 12 anni. Pixar non esiste. E l’iPhone non viene nemmeno menzionato perché il film si ferma al 1998. La maggior parte dei dialoghi che occupano grande rilievo nel film — con Hertzfeld, Wozniak e Sculley — sono inventati. Ah, e tutti, più o meno, non lo sopportano.

Aaron Sorkin ha deciso di fare un film leggermente basato su Steve Jobs, dipingendolo in luce negativa. Sceglie eventi a proprio piacimento e ne scarta altri a suo dire irrilevanti. Come scrive Walt Mossberg:

Sorkin chose to cherry-pick and exaggerate some of the worst aspects of Jobs’ character, and to focus on a period of his career when he was young and immature. His film chooses to place enormous emphasis on perhaps the most shameful episode in Jobs’ personal life, the period when he denied paternity to an out-of-wedlock daughter.

Dirò una cosa: il film, per quelle due ore in cui mi sono trovato chiuso al buio nella sala cinematografica, mi è piaciuto. È suddiviso in tre scene principali, che si svolgono poco prima di un keynote: quello del lancio del Macintosh, quello del lancio di NeXT e il keynote del 1998 in cui Steve introduce il primo iMac, trasparente. Al solito con Sorkin, tutto ruota attorno ai dialoghi serranti e scontri incalzanti. Dialoghi e situazioni, però, perlopiù inventate.

Nel buio della sala, il film mi ha preso. Poi, una volta finito, mentre le luci tornavano in sala e mi avviavo all’uscita, ho colto i mormorii degli altri spettatori. Il sentimento generale, avrebbe potuto riassumersi in: “hai visto che gran bastardo?” E “e quindi perché lo celebriamo?“.

E questo mi ha dato un gran fastidio. Perchè Sorkin può anche ripetere centomila volte che non si tratta di una biopic, a The Verge e Medium, ma lo spettatore medio non andrà a leggersi The Verge o Medium: uscirà piuttosto dalla sala cinematografica convinto di essersi visto una sintesi di quella che è stata la vita di Steve Jobs, e di averne compreso persona e idee. Dato che il film s’intitola Steve Jobs e in nessun momento, nella pellicola, un disclaimer avvisa lo spettatore che i fatti narrati nel film non si sono mai svolti il dubbio non viene mai instillato nello spettatore. È inutile che poi Sorkin si difenda nelle interviste: magari un avviso sulle fabbricazioni, nella pellicola, all’inizio o alla fine lo si sarebbe potuto mettere, no?

Il mio problema con lo Steve Jobs di Sorkin è — come scrive FastCompany — che il film aiuta a solidificare una lettura e comprensione dell’uomo Steve Jobs molto semplicistica. Lo Steve Jobs dipinto da Sorkin non avrebbe mai potuto salvare Apple: è una caricatura, costruita e tenuta in piedi grazie a molte omissioni. È la narrazione da bar di Steve Jobs, la mitologia, quella che verte attorno agli episodi di scontro e discordia ma tralascia tutti i pezzetti importanti che gli hanno permesso di diventare Steve Jobs, di costruire Apple e di costruire se stesso.

Come scrivono su FastCompany:

The film’s title character is a one-trick pony, a grandstanding egotist who gets great work out of people by charming them or berating them. Humans stand in the way of his unchanging genius, at least until that unconvincing reunion with Lisa at the end. It’s an old and unsophisticated view that’s been trotted out since the early days of Apple. The fact that Sorkin’s dialogue crackles with energy under Danny Boyle’s direction doesn’t make it any more authentic.

The Steve Jobs portrayed in Steve Jobs could never have saved Apple. In the perpetually changing technology industry, simple stubbornness is the kiss of death. Sorkin has created a caricature, an entertaining and modern take on the archetypal tortured business genius. It’s kind of fun, especially for people who don’t know much about how business gets done. But characters like the “Steve Jobs” of this movie don’t last long in business—they burn out, or they get thrown out.

Nelle intenzioni di Sorkin potrebbe non esserci mai stata quella di tentare di capire cosa abbia permesso a Steve Jobs di diventare Steve Jobs, di passare dallo Steve Jobs ventenne arrogante e pieno di sé a qualcosa di più. Sorkin si ferma lì: allo Steve Jobs iniziale. Non c’è evoluzione.

È triste sapere che un mucchio di gente lascerà una sala cinematografica convinta di conoscere quella che, di fatto, è una finzione. Lo Steve Jobs di Sorkin aiuta a cementificare una narrazione attorno alla figura di Steve Jobs che in questi anni non ha fatto che semplificarlo e ridurlo. Il film sarà anche tecnicamente ottimo, e la storia narrata ben congegnata, ma non si possono ignorare i danni che fa attorno alla narrazione e comprensione della figura di Steve Jobs.

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E se l’Homescreen di iOS avesse i widget?

Su The Verge, il concept di un homescreen in cui l’utente può allargare ciascuna icona trasformandola in un widget. Il widget sarebbe pur sempre un’icona — rimanderebbe all’applicazione — ma visualizzerebbe al contempo delle informazioni, e permetterebbe delle interazioni di base.

Pensate ai Glance dell’Apple Watch, ma sull’homescreen. La proposta a me piace molto, sicuramente renderebbe l’homescreen più utile — mentre al momento, per chi ha tante (troppe?) app, si riduce a un’accozzaglia di icone difficili da ordinare e da trovare.

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Tutte queste primevoltità

La Storia, senza pudore, è entrata anche nella vita privata. Chissà se è colpa di certi francesi; quando abbiamo letto le vite private nel Medioevo di Jacques Le Goff, abbiamo subito pensato: prepariamo anche la nostra vita quotidiana per un Le Goff del futuro che ci studierà. Quindi, quella che Carlo Emilio Gadda chiamava la primavoltità, e cioè quella serie di eventi che nella vita di un singolo individuo accadono una sola volta con il sapore dell’inedito — il primo giorno delle elementari, il primo bacio, il primo canestro, il primo incidente in motorino, il primo tradimento — ecco, tutto questo, nel clima di rappresentazione storica che ci circonda, abbiamo cominciato a viverlo come un fatto epocale, da tramandare ai posteri. Scriviamo sui social con enfasi, e ci hanno detto che le nostre pagine sono incancellabili, rimarranno per sempre. E non fa niente allora, se tutte queste primevoltità capitano a ognuno, senza distinzione di epoche, latitudini ed età. Non ce ne importa: se la comunichiamo immediatamente al mondo, in qualche modo stiamo contribuendo alla Storia, o quantomeno alla microstoria (se proprio si conserva un po’ di umiltà). Aboliamo lo storico, Francesco Piccolo

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Attraverso i Google Cardboard

Ho provato la realtà virtuale, e per farlo mi è bastato il mio iPhone e un pezzo di cartone. Il pezzo di cartone sono i Google Cardboard, un prodotto lanciato da Google quasi due anni fa e recentemente aggiornato per funzionare in ugual modo sia con Android che con iPhone1.

Sono la via più economica per dare uno sguardo dentro la realtà virtuale senza dover investire troppi soldi. Quelli che ho scelto io, su Amazon, costano £15 e sono prodotti da I Am Cardboard. Infatti Googla rilascia semplicemente le specifiche tecniche: a produrli, i Cardboard, sono altre aziende.

I Cardboard sono, di fatto, una scatoletta di cartone con delle lenti e, sul fronte, un vano in cui riporre lo smartphone. Si assemblano in pochi attimi, hanno un aspetto che non intimorisce, e basta portarseli agli occhi per iniziare ad usarli — avendo cura di aprire, prima, sul dispositivo, una delle applicazioni apposite. La seconda iterazione dei Cardboard presenta un bottone sul lato superiore per navigare all’interno delle applicazioni, o per spostarsi dentro i vari paesaggi virtuali. Per camminare, si preme quel bottone (che altro non fa che tappare sullo schermo al posto vostro). Tutte le rimanenti interazioni col device avvengono, beh, muovendo la testa — sfruttando il giroscopio.

Stando alle mie precedenti, limitate, esperienze con i Samsung Gear VR sono rimasto piacevolmente stupito per la qualità che, per così poco, è possibile ottenere. Non sono perfetti — entra un po’ di luce dai lati, e in certi casi/con certe app lo schermo dell’iPhone non è molto a fuoco — ma per qualcosa fatto di cartone e a questo prezzo davvero non ci si può lamentare.

L’applicazione ufficiale di Google è interessante le prime volte che li si usa, per esplorare le potenzialità. Offre un kaleidoscopio, alcuni oggetti 3D e altre cose fatte più che altro per impressionare. Dopo, a parte tirarla fuori quando degli amici vogliono provarli anche loro per la prima volta, si rivela abbastanza inutile.

Al contrario, un ottimo lavoro l’ha fatto Vrse, che ha creato dei brevi video, a 360° gradi. Il New York Times ha recentemente avviato una collaborazione con Vrse, e per questo poche settimane fa ha lanciato un’app che contiene diversi documentari immersivi (ha anche inviato a ciascun abbonato al cartaceo, per promuoverla, un Cardboard gratuito). I documentari su New York Times VR sono belli, affascinano, informano e sperimentano con questo nuovo mezzo in un modo interessante — forse, aiutano anche ad empatizzare di più con le notizie. Mi raccomando: le cuffie sono d’obbligo per un’esperienza più immersiva.

La cosa che però più mi affascina, e di fatto ciò che mi fa tornare e spinge verso i Cardboard, è Street View. L’applicazione (anche quella per iOS, da Ottobre) ha un bottone per la realtà virtuale: premendolo, adatta Google Street View ai Cardboard permettendo così di camminare per le vie di qualsiasi città. L’altro ieri avevo nostalgia di Pisa — non ci vado da un po’, e volevo rivedere le vie che due anni fa percorrevo tutti i giorni — così mi sono fatto un giro per la città; poco fa invece gironzolavo per le strade di Tokyo. Col bottone — quello menzionato, posto sul lato superiore dei Cardboard — si cammina. Per il resto, basta meravigliati girare la testa a destra e sinistra per guardarsi attorno.

Google non ha dato molta importanza ai Cardboard — li considerano più che altro, credo, un esperimento. Eppure io lo trovo un esperimento meglio riuscito dei, ad esempio, Google Glass. I Cardboard sono l’esempio di un prodotto che mi aspetterei da Google. Sono eccitanti e futuristici, aperti e quasi gratuiti. Semplici, ma pure nella loro semplicità riescono a stupire.

Li consiglio.

  1. La versione 1 dei Cardboard funzionava maluccio con l’iPhone

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Apple Faces: wallpaper per Apple Watch

È un vero peccato che la watch face che consente di impostare uno sfondo personalizzato — un’immagine a scelta dalla propria libreria fotografica — non permetta però di mostrare sullo schermo alcuna informazione a parte l’ora e la data. Tutte le complicazioni — attività, meteo, batteria, etc. — non sono disponibili in questa watch face, fatto che la rende piuttosto inutile.

Se però di tutto ciò non vi interessa nulla, il sito Apple Faces raccoglie dei wallpaper molto carini.

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iOS è meno usabile di un tempo?

Don Norman e Bruce Tognazzini, due persone abbastanza importanti nel campo dell’usabilità, il primo ad Apple fino al 1996, il secondo ad Apple durante i primi anni, hanno scritto un articolo molto critico nei confronti di Apple concentrandosi, soprattutto, su iOS:

Today’s Apple has eliminated the emphasis on making products understandable and usable, and instead has imposed a Bauhaus minimalist design ethic on its products.

Unfortunately, visually simple appearance does not result in ease of use, as the vast literature in academic journals on human-computer interaction and human factors demonstrates.

Apple products deliberately hide complexity by obscuring or even removing important controls. As we often like to point out, the ultimate in simplicity is a one-button controller: very simple, but because it has only a single button, its power is very limited unless the system has modes.

Condivido parti del pezzo, non tutto — ma è comunque una lettura interessante. Scrivendo di Apple spesso viene menzionato uno dei dieci principi per un buon design di Dieter Rams: “Good design is as little design as possible”. Ma, appunto, questo è solamente il decimo. Ci sono anche gli altri nove da ricordare:

  1. Innovative
  2. Makes a product useful
  3. Aesthetic
  4. Makes a product understandable
  5. Unobtrusive
  6. Honest
  7. Long-lasting
  8. Thorough down to the last detail
  9. Environmentally friendly
  10. As little design as possible

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Facebook Video è basato sul furto

Video

Facebook Video è basato sul furto

Molto del successo di Facebook video è dovuto a video rubati e metriche strambe: come spiega il breve video di Kurgesagt, utenti normali ricaricano video trovati altrove, presi da altre piattaforme (spesso, YouTube), rubandoli ai creatori originali. Facebook lascia che questi video ottengano milioni e milioni di visualizzazioni — guadagnandoci in pubblicità e mostrandosi abbastanza reticente (e lento) nel rimuoverli.

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Twitter ancora non ha capito a cosa serve

All’inizio Twitter era un luogo molto diverso da ciò che è diventato. Non c’era nessuna pretesa di informare, ma tutto si riduceva a dire ciò che si stava facendo. I primi tweet di Jack Dorsey furono “a pranzo” e “sto disegnando”. Un chiacchericcio, futile seppur divertente, insomma.

Poi, soprattutto grazie agli sviluppatori e all’entusiasmo di certi utenti, Twitter si è evoluto. Sono arrivati gli hashtag. I retweet. I link. Ciascuna delle componenti che oggi è parte fondamentale di Twitter non è venuta da Twitter, ma dagli utenti di Twitter. Twitter è diventato, contrariamente a Facebook, un luogo che si visita con intenti ben mirati: non con l’intenzione di trovare materiale a caso, ma con quella di restare aggiornati su ciò che ci interessa — attraverso una rete di contatti faticosamente costruita, basata sugli interessi.

(Twitter mi ha stancato)

C’è la sensazione che nonostante tutto ciò l’azienda Twitter ancora sia ferma al chiacchericcio. Il passaggio da stella a cuore per indicare i preferiti è l’ennesimo indizio che l’azienda Twitter ancora possa non aver capito appieno come Twitter viene utilizzato dai propri utenti.

L’indizio principale, quello che più mi preoccupa perché potrebbe distruggere il valore di Twitter, è il desiderio di voler somigliare a Facebook. Scrive Baekdal:

Twitter never got it, and still don’t understand it.

Twitter still thinks people are using Twitter to chitchat. The reality, though, is that most of the value that Twitter creates is from people who are communicating instead. We are not chatting on Twitter. We are communicating. And we are communicating about things and topics around us. […]

When people use Facebook, they are often on a break and do not have any specific interest or intent. So the snack like content that BuzzFeed produces is perfect for that moment.

But people don’t use Twitter like that. We use Twitter to stay up-to-date about the things that are important to us. You don’t use Twitter if you are just bored. We use Twitter because we are interested. […]

The main problem for Twitter, of course, is that it is still entirely focused on scale, a situation demanded by its investors who doesn’t like that is only worth 18% of Facebook. And Twitter is currently running at a massive loss.

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Aerial per Mac

Il bellissimo screensaver per Apple TV con riprese aeree di varie città in momenti diversi della giornata è adesso disponibile anche per Mac OS. Installato subito.

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L’anti-Turing test

Facebook M, l’assistente virtuale di Facebook, è un AI oppure ha dietro delle persone che compongono manualmente le risposte? Se lo è chiesto Arik Sosman, dato che le richieste che M è in grado di soddisfare sono di gran lunga più complesse di quelle a cui Siri, Google Now, Cortana o qualsiasi altro degli assistenti virtuali esistenti riescono a comprendere.

Alla domanda esplicita (“sei un AI oppure c’è un umano che ti scrive le risposte?”), Facebook M dice di usare e venire aiutato dall’intelligenza artificiale, senza altri dettagli. Ma Sosman, con l’inganno, è riuscito ad andare a fondo della questione facendosi chiamare da M:

M was calling from +1 (650) 796–2402. As can be seen on the photo, the automatic reverse-lookup matched that number to Facebook. Thus, here we are. We have definitive prove that M is powered by humans. The next question is: Is it only humans, or is there at least some AI-driven component behind it? As to this problem, I’ll leave it as a homework assignment for the reader to figure out. In the meantime, I shall enjoy having my own free personal (human) assistant.

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L’iPad per scrivania

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L’iPad per scrivania

Horace Dediu descrive l’iPad Pro come l’iPad per desktop.

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Isolamento

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Isolamento

Smettiamola di dire che la tecnologia isola.

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Perché le icone delle app nelle notifiche dell’Apple Watch sono a volta rotonde, a volte quadrate?

Be’, o lo si legge oppure è abbastanza impossibile intuirlo. Io neppure mi ero accorto che alcune fossero tonde, ed altre invece quadrate.

Comunque Mac Kung Fu ha la risposta:

Round notification icon: If the icon is round then it’s a notification you can action on the phone because you’ve a Watch version of that app installed. For example, if it’s a Mail message then you will be able to tap the notification to reply to the mail there and then.

Square notification icon: If the icon is square then there is no Watch app for that particular notification. Essentially, the notification is being “echoed” from your iPhone, and all you’ll be able to do is tap to dismiss it.

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Parcheggiare le tab

Il Nielsen Norman Group descrive una pratica che ha riscontrato essere in uso soprattutto fra i millennials (che brutta parola), nel modo di navigare su internet: l’apertura in successione di un numero elevato di tab, durante una ricerca o in preparazione di un acquisto, che vengono parcheggiate nel browser per venire visitate con maggiore attenzione in seguito. Quindi elementi simili  — come i risultati più interessanti trovati a seguito di una ricerca — raccolti in una finestra del browser, organizzati per tab.

Ho letto l’articolo con interesse, perché sembra descriva il mio modo di navigare su internet. Che si tratti di un acquisto su Amazon, della scrittura di un articolo, di una semplice ricerca su dove passare la serata o cosa cucinare, apro una finestra del browser e in poco tempo mi ritrovo con una decina di tab aperte che in seguito — finita la fase di ricerca — visito una per una, con più calma, per valutarne la validità.

La navigazione viene così divisa in due fasi: una di ricerca, in cui l’utente scandaglia una lista di risultati — decidendo quali aprire in una tab e quali ignorare — e una di digestione dell’informazione, in cui l’utente visita e valuta ciascuna delle tab raccolte.

Questa pratica ha dei vantaggi — per esempio quello di non dovere aspettare che le pagine si carichino (tanto verranno visitate più tardi) ma, soprattutto, di potersi concentrare sulla ricerca e poi lettura dei risultati, invece che cambiare continuamente tipologia di attività.

I consigli del Nielsen Norman Group per venire incontro agli utenti? Eccoli:

  • Permettere l’apertura dei link in una tab. I siti che non lo fanno, sono maligni.
  • Avere una buona favicon e un buon titolo, affinché si capisca dalla tab di cosa si tratta.
  • Aiutare il visitatore a capire dove si trova in relazione al resto del sito, con breadcrumbs.

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Su unicorni e startup

David Heinmeier ha creato Ruby on Rails e fondato, più di dieci anni fa, Basecamp. Basecamp è un software per coordinare e collaborare su un progetto, recentemente completamente ridisegnato. Basecamp ha avuto negli anni un discreto successo, ma non ha mai disruptato nulla, né è mai diventato un unicorn ricevendo milioni su milioni da investitori.

E, scrive David, va bene così. Va bene fondare una startup senza nemmeno avere l’ambizione di possedere tutto — e purtroppo questa cosa va specificata perché il gergo degli investitori, e le loro aspirazioni, sembrano essere diventate le uniche possibili aspirazioni di qualsiasi startup dei giorni nostri.

In un recente post David Heinmeier racconta come la narrazione della Silicon Valley stia rovinando l’ambiente delle startup, presentandosi come l’unica possibile via di successo:

It didn’t disrupt anything. It didn’t add any new members to the three-comma club. It was never a unicorn. Even worse: There are still, after all these years, less than fifty people working at Basecamp. We don’t even have a San Francisco satellite office!

I know what you’re thinking, right? BOOOORING. Why am I even listening to this guy? Isn’t this supposed to be a conference for the winners of game startup? Like people who’ve either already taken hundreds of million in venture capital or at least are aspiring to? Who the hell in their right mind would waste more than a decade toiling away at a company that doesn’t even have a pretense of an ambition for Eating The World™.

Well, the reason I’m here is to remind you that maybe, just maybe, you too have a nagging, gagging sense that the current atmosphere of disrupt-o-mania isn’t the only air a startup can breathe. That perhaps this zeal for disruption is not only crowding out other motives for doing a startup, but also can be downright poisonous for everyone here and the rest of the world.

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L’hack da un milione di dollari

Zerodium disse, un po’ di tempo fa, che avrebbe dato un milione di dollari a chi fosse riuscito a trovare un bug in iOS e, sfruttandolo, prendere possesso, remotamente, dell’iPhone di una terza persona. Stando a un loro tweet di un paio di giorni fa pare ci sia stato un gruppo di hacker che è riuscito a bypassare la sicurezza di iOS, con un exploit partito da Safari, Chrome o un messaggio di testo.

Come spiega TidBITS, lo scopo di Zerodium non è ovviamente quello di comunicare ad Apple la falla, quanto piuttosto rivenderla a terzi — agenzie governative, o chi altri si mostri interessato:

If Zerodium sounds like an arms dealer, you are exactly correct. This kind of activity isn’t illegal, but it isn’t exactly ethical, especially since these companies withhold exploit details from software vendors, to ensure they remain unpatched for as long as possible. This is quite different than “bug bounty” firms who intermediate between security researchers and software firms and outsource communications, negotiations, and validation of vulnerabilities and exploits. A bug bounty is cash paid by a company to researchers who find security issues in their products. It provides an incentive for researchers (and others) to report the bugs to the vendor for patching instead of making them public or selling them to bad guys.

Zerodium is a dangerous entrant into the market since they alter the economics of online security: now researchers can make more money by selling their bugs to Zerodium than notifying the vendor. Governments and other groups have long paid for exploits, but a broker increases the value of certain exploits, and will sell to multiple buyers, spreading the risks to users. This could pressure buyers to use their exploits more often and more quickly since they don’t know or trust other buyers, which may create a “race to exploit” before the value of their investments are lost.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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