I MacBook d’ora in poi

I nuovi MacBook non hanno un connettore Magsafe, che ha frequentemente salvato il mio MacBook Air da possibili brutte cadute.

(È anche vero che questo MacBook probabilmente è pensato per essere utilizzato come un iPhone/iPad, portatile allo stesso livello — e raramente attaccato alla presa elettrica)

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Le cose si sono messe male rapidamente

Non ho ben capito cosa sia, ma è fantastico: windows93.net.

(Su Reddit tutti i dettagli. Nel cestino c’è uno .zip contenente un album musicale)

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La differenza di prezzo fra i vari cinturini dell’Apple Watch sarà alta

Un’ultima ipotesi sul prezzo dell’Apple Watch, prima dell’evento di questa sera. Gruber crede che il prezzo dei cinturini di metallo — per esempio il Link Bracelet, che richiede nove ore di lavorazione stando al marketing di Apple — sarà molto diverso fra i vari modelli, e in certi casi infinitamente più alto di quanto ci aspettiamo.

Most people [think] that your choice of band will largely be a matter of taste — that the various bands will be close to each other in terms of price. I know for a fact that many Daring Fireball readers are hoping to buy an entry-level Apple Watch Sport and an optional Link Bracelet or Milanese Loop for maybe $150 or $200. And I also think most people expect the steel Apple Watches that come with the Link Bracelet or Milanese Loop to cost only, say, $150–200 more than the entry level models with the rubber — er, fluoroelastomer — bands. I don’t think this is the case, at all. […] I am now thinking that the various Apple Watch bands will be priced in significantly stratified tiers.

In altre parole, prepariamoci a rimanere scandalizzati non solo dal prezzo dell’Apple Watch Edition, ma anche dei singoli cinturini.

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I domini di primo livello che Google vuole per sé

Da un po’ di tempo l’ICANN ha liberalizzato i domini di primo livello, permettendo a chi lo desidera — dopo un lungo processo burocratico, e una spesa consistente — di ottenere un dominio di primo livello, del tipo .ciao o .apple.

Google ha fatto domanda per 101 domini di primo livello, con l’intenzione di “chiuderli” per uso interno. Uno di questi domini è .dev; se l’ICANN approverà la richiesta di Google, .dev sarà privato, ad uso esclusivo di Google — nessuno potrà registrare un sito.dev, perché Google lo vuole riservare e rendere esclusivo ai propri progetti.

Nella domanda che Google ha presentato all’ICANN (via Drew Crawford) questa intenzione è esplicitamente delineata e motivata:

Second-level domain names within the proposed gTLD are intended for registration and use by Google only, and domain names under the new gTLD will not be available to the general public for purchase, sale, or registration. […] The proposed gTLD will provide Google with direct association to the term ʺdev,ʺ which is an abbreviation of the word, ʺdevelopment.ʺ The mission of this gTLD, .dev, is to provide a dedicated domain space in which Google can enact second-level domains specific to its projects in development. Specifically, the new gTLD will provide Google with greater ability to create a custom portal for employees to manage products and services in development.

101 domini, fra cui inizialmente anche .cloud, .app, .blog e .search (intendono ancora registrarli, ma permettendone l’uso ad altri)

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L’oro di Apple

Dr. Drang va nel dettaglio della composizione dell’oro di Apple:

Apple’s gold is a metal matrix composite, not a standard alloy. Instead of mixing the gold with silver, copper, or other metals to make it harder, Apple is mixing it with low-density ceramic particles. The ceramic makes Apple’s gold harder and more scratch-resistant—which Tim Cook touted during the September announcement—and it also makes it less dense overall.

Apple ha depositato la domanda per brevettare un metodo che le permette di produrre oro da 18 carati che contiene all’interno meno oro, di quanto non ne contenga il convenzionale oro da 18 carati.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

‘Cards Against Humanity’ su browser

Cards Against Humanity è un gioco di carte divertentissimo, ma solo per persone orribili: diciamo che non lo tirereste fuori il giorno di Natale, con i parenti (in Italia si trova su Amazon, oppure si possono scaricare le carte dal sito ufficiale per stamparsele da sé).

Una nuova web app, Cards Against Originality, permette di giocarci da smartphone o computer con degli amici. Basta scambiarsi il link della partita, e ogni partecipante avrà accesso al gioco e a un set di carte. Pur se da browser, l’app è pensata per chi si trova nella stessa stanza e non permette di partecipare “da remoto”, forse per evitare di togliere gran parte del divertimento (l’enfasi nella lettura delle risposte, o le reazioni inorridite) al gioco.

Cards Against Originality è una versione digitale delle carte cartacee: tutto il resto, cosa fare al turno successivo, quali regole rispettare o come organizzare la partita, spetta ai partecipanti da decidere. Gli sviluppatori l’hanno creato per quando vogliono giocare a Cards Against Humanity con gli amici, ma hanno dimenticato le carte altrove.

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Anteprima di Ulysses per iPad

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Anteprima di Ulysses per iPad

Ulysses per iPad (e Ulysses 2.0 per Mac) arriverà il 12 Marzo, fra meno di una settimana. Ulysses è un’applicazione che aiuta a organizzare note testuali per Mac, utile a scrittori, blogger e studenti. La versione per iPad costerà $19, e dall’anteprima sembra toccherà acquistarla.

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5 idee per l’Apple Watch

Le ha pubblicate Matt Sundstrom sul Backchannel di Medium, illustrandole con disegni. Ho riportato quelli relativi alla navigazione, che raccontano come potrebbe funzionare, in una situazione ideale, sfruttando la taptic engine.


Il device inizia a pulsare quando è il momento di svoltare. Più l’utente si avvicina alla svolta, più il battito aumenta.

Poco prima della svolta, il device vibra forte nella direzione corretta.

Se si prende la strada giusta, il device vibra ed emette un lieve suono positivo.

Se si prende la strada sbagliata, il device vibra, emette un lieve suono negativo e ricalcola il percorso.

Davanti a un incrocio, l’utente può puntare l’Apple Watch nelle diverse direzioni: inizierà a vibrare quando puntato in quella corretta.

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Come sta andando Project Loon

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Come sta andando Project Loon

Utile (e affascinante) video in cui The Verge fa il punto della situazione su Project Loon:

One of the great benefits of being in the stratosphere is that it’s above the weather,” says Cassidy, when I ask him about the potential for flights over more of the developed world. “If there is a hurricane or a typhoon that knocks out power or internet connectivity to people on the ground, the balloons provide very exciting ways to allow people to have immediate connectivity. As long as they have a battery powered phone in their pocket, people will be able to instantly get access to the balloon network.

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L’unità fondamentale del blog non è l’articolo. L’unità fondamentale del blog è lo stream

In occasione del 15esimo anniversario del suo blog, Anil Dash scriveva:

Lo scroll è tuo amico. Se hai pubblicato un post brutto o qualcosa che non ti piace, semplicemente scrivi qualcosa di nuovo. Se hai pubblicato qualcosa di cui sei particolarmente orgoglioso e nessuno se la fila, semplicemente scrivine di nuovo. Un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra, è l’unico fattore comune che ho trovato a questo blog di cui sono orgoglioso. I post scendono nella pagina, e il buono e il brutto semplicemente scorrono via.

È una descrizione perfetta di un blog. Non è il singolo articolo a renderlo interessante, ma l’insieme degli articoli che si susseguono. Articoli magari inconcludenti, ma il cui insieme dà forma a qualcosa di interessante. E se un articolo non funziona se ne scrive uno nuovo, o se un’idea non è stata ben espressa la si esprime di nuovo. Lo stream si porta via tutto. Come sollinea Michael Sippey su Medium, “l’unità fondamentale del blog non è il post. L’unità fondamentale del blog è lo stream”. Il valore di un post è derivato (spesso) dal blog di provenienza e dall’autore/blogger.

L’ultimo aggiornamento di Medium, che agevola contenuti brevi, è un ritorno in quella direzione, verso lo stream. Mentre il vecchio Medium cancellava l’autore (Joshua Benton: “La cosa più radicale di Medium è che cancella l’autore […], lo degrada, lo rende secondario“) per sostituirsi fra il pezzo e il lettore — provando a instaurare l’idea che Medium = qualità — il nuovo Medium rimette l’autore (e lo stream) al centro.

La domanda è: qual è il modello più corretto oggi? Organizzare il materiale per collezioni, oppure per autore? L’autore ha ancora uno spazio, oppure il web di oggi (con lettori guidati dai social network) agevola contenuti atomistici — cancellando l’autore e di conseguenza la costruzione di uno stream/audience? Domande che il The Atlantic si è posto in “What Blogging Has Become“:

Cos’è la scrittura su web nel 2015? Ruota ancora attorno all’autore? E se ti piace osservare un autore nel corso del tempo (o ti piace avere questa libertà come autore), c’è ancora un modo di farlo? Oppure i contenuti sono diventati atomistici [a sé stanti] e non è più possibile raccogliere attorno a una voce un audience? Il nuovo Medium è una scommessa che è rimasto qualcosa di valido nel modello che ruota attorno all’autore.

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Perché non prenderò un Pebble Time

Jason Snell:

Non è che in questi due anni il Pebble non mi sia piaciuto. E non è nemmeno che non mi piaccia la nuova UI del Pebble Time — anzi, credo sia piuttosto bella. No, non comprerò un Pebble perché ho un iPhone.

Al contrario degli altri smartwatch basati su Android Wear, il Pebble ha sempre dichiarato compatibilità con iOS — e questo varrà anche per il Pebble Time. Ma negli ultimi due anni come utente Pebble, una cosa mi è risultata decisamente chiara: la relazione fra Pebble e iOS è irta di difficoltà. Ho dovuto smanettare infinite volte nel Notification Center perché le notifiche giuste arrivassero sullo smartwatch, e dal rilascio di iOS 8 mi accorgo che spesso il mio Pebble perde silenziosamente la connessione con l’iPhone — anche se l’applicazione dice che è connesso, in realtà non mi arriva alcuna notifica.

Per le medesime ragioni di Jason, non ho finanziato la campagna su Kickstarter per il nuovo Pebble Time, né penso di acquistarlo in futuro. Sono utente Pebble da poco più di un anno, e per quanto ne apprezzi molti degli aspetti — mi piace il display e-paper, soprattutto mi piacerebbe quello nuovo a colori; la durata della batteria e pure l’aspetto geek e economico — il modo in cui comunica con il mio iPhone lascia a desiderare. La situazione descritta da Jason corrisponde esattamente alla mia, e temo a quella di qualsiasi altro utente Pebble + iOS.

Molte delle volte semplicemente non è connesso all’iPhone. Smette di ricevere notifiche, o le applicazioni smettono di essere in grado di prendere dati dalla rete. Ricorrevo al Pebble per controllare il tempo d’attesa del bus alla fermata, ma è un uso che ho mantenuto per poco: una mattina su tre, prima di ottenere l’informazione, dovevo ri-estrarre l’iPhone dalla tasca e riconnettere i due assieme. A quel punto facevo prima ad aprire direttamente Citymapper su iPhone.

Questa situazione non è colpa di Pebble ma dei limiti imposti da iOS, che l’Apple Watch ovviamente potrà aggirare. Pebble non riuscirà mai ad avere la stessa integrazione con iOS, né a livello di sistema né — altrettanto importante e necessario — con le applicazioni installate su iPhone. Al contrario, le applicazioni dell’Apple Watch saranno in grado di attingere senza problemi dal loro corrispettivo per iPhone. In queste ore è uscita la notizia che Launch Center Pro arriverà su Apple Watch. Solamente quello, e tramite esso la possibilità di avviare azioni sull’iPhone dall’Apple Watch, mi renderebbero l’Apple Watch più utile di quanto il Pebble non mi sia mai stato.

Non che il Pebble faccia schifo — come dicevo all’inizio, ne sono un utente soddisfatto. È un’alternativa valida e a buon mercato, ma — se non altro su iPhone, a causa di iOS e Apple – non particolarmente smart, limitata nelle possibilità da iOS che lo rende sia non particolarmente affidabile, sia ne rende le applicazioni meno interessanti.

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‘Becoming Steve Jobs’

‘Becoming Steve Jobs’ è un nuovo libro sulla vita di Steve Jobs scritto da Brent Schlender (giornalista che ha avuto modo di intervistare Steve Jobs più volte per il Wall Street Journal e Fortune) e Rick Tetzeli.

John Gruber, che l’ha letto in anteprima, l’ha definito “remarkable”:

The book is smart, accurate, informative, insightful, and at times, utterly heartbreaking. Schlender and Tetzeli paint a vivid picture of Jobs the man, and also clearly understand the industry in which he worked. They also got an astonishing amount of cooperation from the people who knew Jobs best: colleagues past and present from Apple and Pixar — particularly Tim Cook — and his widow, Laurene Powell Jobs.

The book is an accurate, engaging retelling of the known history of Jobs’s life and career, but also contains a significant amount of new reporting. There are stories in this book that are going to be sensational.

Solo sulla base di questa recensione, vale la pena pre-ordinarne una copia per quando uscirà.

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Low Volume, n°7

Un promemoria per ricordare che questo blog ha una newsletter settimanale (Low Volume), in arrivo ogni domenica in teoria, in pratica prima o poi nel corso della settimana.

La newsletter settimanale contiene link aggiuntivi (quelli che trovate nel linklog in homepage) e un riassunto dei post pubblicati sul blog nel corso della settimana.

Qui c’è l’ultimo numero, il 7. Se vi piace, vi iscrivete qua.

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Text Shots — gli screenshot del testo

Un po’ di tempo fa ho iniziato ad allegare ai link condivisi su Twitter (sia sul mio account, che su quello del blog) uno screenshot (di parte) del testo contenuto in essi; un espediente per includere un estratto, e far rientrare nei limiti del tweet un paragrafo per me interessante.

È una pratica molto in uso su Twitter, soprattutto nell’ultimo periodo, al punto che Medium — che ha battezzato questi screenshot testuali text-shotsha costruito un tool apposito per “scattarli” ai suoi articoli.

OneShot è un’applicazione per iOS che permette di fare la stessa cosa su qualunque articolo: prima si scatta uno screenshot dell’articolo, poi si apre OneShot per evidenziare la parte da sottolineare e generare uno screenshot per la condivisione.

Il risultato finale non mi entusiasma, però. Le alternative danno risultati simili: riconfezionano il testo in una maniera che sembra gridare leggimi. Le decorazioni — come i bordi smangiucchiati che OneShot aggiunge — a me non interessano (anzi, proprio non piacciono). Quello che vorrei io è giusto il testo con i metadata principali (autore, url e titolo). Al momento ottengo una cosa simile manualmente, importando gli articoli in Instapaper e poi scattando uno screenshot.

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Better Motherfucking Website

Una risposta a motherfuckingwebsite.com, un anno dopo. Un elenco — scritto in toni molto duri! — del minimo indispensabile da fare per rendere leggibile un testo sul web:

If your text hits the side of the browser, fuck off forever. You ever see a book like that? Yes? What a shitty book.

Black on white? How often do you see that kind of contrast in real life? Tone it down a bit, asshole. I would’ve even made this site’s background a nice #EEEEEE if I wasn’t so focused on keeping declarations to a lean 7 fucking lines.

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Homo Pluralis

È uscito per Codice Edizioni Homo Pluralis, il nuovo libro di Luca De Biase su come sono e saranno gli esseri umani cambiati dall’evoluzione tecnologica recente e prossima — intelligenza artificiale, robot e droni, big data.

Il Post ne ha riportato un pezzo, di cui a mia volta riporto il paragrafo dedicato alla privacy e all’argomento “ma io non ho nulla da nascondere“:

In realtà, le persone vogliono uno spazio in cui essere lasciate al riparo dal giudizio degli altri. Perché quel giudizio di per sé le limita. Per non temere le invasioni della privacy occorrerebbe essere o sentirsi talmente poco interessanti e così conformisti e omogenei da non avere nessuna diversità da proteggere da nessun punto di vista. E del resto, come diceva Bentham, sentirsi osservati costantemente produce un comportamento autocontrollato, conforme a ciò che si immagina che gli altri si aspettino. Questo però riduce la creatività, il dissenso, la critica, l’opposizione, l’invenzione, lo stupore e molte delle qualità umane che fanno avanzare la cultura e la società. Le piattaforme online che costruiscono una socialità trasparente e una vita esposta sotto gli occhi di tutti conducono al conformismo, suggerisce Alessandro Acquisti, ricercatore alla Carnegie Mellon University. Occorre una diversa narrazione per mantenere viva la possibilità di riprogettare continuamente le piattaforme e difendere la diversità culturale e umana dalla circolazione indifferenziata di informazioni. Una narrazione basata sulla pluralità delle dimensioni della vita degli esseri umani.

(Conto di leggerlo)

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Il seno nei videogame

Da un articolo dedicato alla “breast physics”, a.k.a a come fare muovere adeguatamente il seno nei videogame:

“I don’t [think] breasts need to be realistic in games, unless that’s what [developers] are going for…but [developers] should be aware that if the breasts are moving in a weird way, then it just becomes the uncanny valley for women.”

With these things in mind, maybe games can get better at depicting breasts. And when that happens, maybe the game industry can move on to figuring out the mystery that is…dick physics.

“If I were animating a naked man walking, I really honestly have no idea how balls move,” Alex joked. “I don’t!”

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Ordinare un caffè a San Francisco

Video

Ordinare un caffè a San Francisco

Un video che prende in giro la third coffee wave, ovvero quei locali (simili a Blue Bottle, considerati un po’ degli Starbucks 2.0) molto curati e hipster, in cui il caffè viene trattato con misticismo, la temperatura dell’acqua meticolosamente misurata e i chicchi — rigorosamente di origine singola, e sempre di tostatura chiara — coccolati prima di venire macinati. Chi ci ha avuto a che fare capisce di cosa parlo, e il cruccio1.

(Queste righe sono scritte da uno che macina i chicchi ogni mattina con la Porlex, che non è elettrica; e poi ha pure una AeroPress — come ben tutti sanno — e una Hario Buono. Diciamo che sono solo un pochettino meglio del tipo nel video.)

  1. Londra è un’altra città che ne è piena

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Netstalgia

Il New York Times ha dedicato un articolo a Animated Text, il blog nostalgico di una web designer ricco di gif animate, <blink> e scritte multicolori terribili (nel resto del suo tempo fa siti responsive, e al passo con i tempi). Il web di molti anni fa, quello Geocities, insomma.

Più che il contenuto dell’articolo, è bellissima la presentazione:

Geocities

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BuzzFeed e il vestito

Vi ricordate di Snow Fall? L’articolo interattivo — ricco di infografiche (spesso in d3.js), con una storia sviluppata tanto in forma testuale quanto multimediale, sfruttando le tecnologie offerte dal web. Nei mesi successi molti provarono a replicarne il successo — spesso riproponendone gli effetti senza i contenuti, o gli effetti senza una riflessione dietro sull’effettiva (in)utilità degli stessi.

La potenza di Snow Fall risiede nella perfetta sinergia tra il testo e gli elementi interattivi, studiati appositamente per uno specifico contenuto o informazione. Molti hanno provato a standardizzarli, semplificando la creazione di “storytelling interattivi”, il tutto semplicemente riproponendo l’effetto di scrolling ritardato (una specie di parallax scrolling all’acqua di rose) o altri meramente grafici; senza grande successo insomma.

Oltre a ciò, Paul Ford crede per replicare Snow Fall occorra replicare il New York Times, un’organizzazione organizzata per costruire quel genere di cose1:

The thing about “Snow Fall” is that it went way off the grid—not the visual grid, but the technological grid. It was its own weird thing, with its own weird code, created by a completely weird digital department that was connected to the much larger, slightly-less-weird digital department, all of it inside one of the world’s weirdest news organizations—that was flexing its muscles in a very specific way. (If you don’t like “weird” think “unique.”) In any case no one but the Times could have created something like that andgathered the attention that it gathered. My proof is that no one had done so before. 620 8th Ave, where the Times is headquartered, is custom-built for things like that.

Tutta questa premessa per arrivare a BuzzFeed. Qual è invece il ruolo di BuzzFeed? Ahimé, bisogna tirare in ballo il vestito che ieri ci ha terrorizzati, o meglio: una conseguenza del vestito. Questa: le 25 mila visite che BuzzFeed ci ha ricavato.

Il ruolo di BuzzFeed è catturare quelle visite, e per farlo hanno costruito un’organizzazione unica dietro che da anni ne perfeziona l’arte:

La ragione per cui BuzzFeed esiste — la vera, attuale, ragione — è quella di raccontare, in maniera completa, tutte le cose ridicoli e folli che si diffondono su Internet. Dalla sua fondazione (2006) è diventato una “platform company”, con un team tecnico molto ampio, un team editoriale enorme, un team dedicato ai soli contenuti audiovisivi, un’agenzia pubblicitaria, molti giornalisti e tantissimi soldi dalla California.

Quello a cui ho assistito, quando ieri ho dato uno sguardo alla consistente copertura che BuzzFeed stava dedicando al vestito, è la pratica di un’arte che BuzzFeed sta affinando dal 2006. Sono maestri in quella forma. Se credete che si tratti di sole cazzate, va bene — anche io credo si tratti perlopiù di cazzate. Ma non hanno creato un’organizzazione che andasse solamente a trovare, e a parlare, del vestito, ne hanno creata una che lo identificasse, documentasse e ne catturasse il traffico [25 milioni di visite!].

  1. Popular Mechanics ne ha scritto nel dettaglio poche settimane fa, su come funziona ed è organizzato dentro il New York Times

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