Chi si prende cura delle emoji?

Unicode è il consorzio che promuove, aggiorna e cura il sistema di codifica che permette che le emoji funzionino in maniera identica su diversi dispositivi: che una faccina triste su un iPhone non diventi infelice su un altro smartphone. Cosa interessante: Unicode non si cura di come le emojii vengono visualizzate, ma solamente che rappresentino in qualche modo il concetto a cui fanno riferimento. Anche solo da questa piccola libertà possono sorgere problemi: ad esempio il cuore giallo di iOS viene visualizzato dagli utenti Android come uno spaventoso cuore peloso-

The New Republic:

According to Unicode’s website, before their standard system was developed, hundreds of different systems were used to assign code combinations to letters, numbers, and symbols in different alphabets, often with some overlap. By contrast, Unicode assigns a unique number to every character, so that it is guaranteed to be legible across platforms, programs, and languages. When Japanese cell phone carriers started making emoji available, different vendors used different codes for the same symbols (or the same code for different symbols). Unicode treated the symbols as, essentially, another language, and offered their services to the Japanese companies.

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Scritti un anno fa: non ci sono articoli, per questa data

Il nuovo News River

Ci sono alcuni cambiamenti per quella nuova sezione di Bicycle Mind dedicata a scoprire le notizie pubblicate su altre fonti — di cui avevo scritto a inizio settimana.

Il nuovo News River è più bello (graficamente: andate a vederlo1) e offre una newsletter giornaliera, che ogni mattina vi consegna nella vostra inbox una mail contenente l’elenco di tutte le notizie (pubblicate su quell’elenco di fonti selezionate) e, in apertura, cinque link del giorno scelti dal sottoscritto.

Se avete suggerimenti — fonti da aggiungere, modifiche da apportare, problemi di visualizzazione — segnalatemeli nei commenti a questo post.

  1. Nei prossimi giorni si migliora la versione per iPhone

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Gli squali attaccano internet

Letteralmente: i cavi transoceanici. Perché, ricordiamo, l’internet funziona grazie a dei tubi — non per via delle nuvole. Google sta investendo per renderli resistenti ai loro morsi:

Reports of sharks biting the undersea cables that zip our data around the world date to at least 1987. That’s when the New York Times reported that “sharks have shown an inexplicable taste for the new fiber-optic cables that are being strung along the ocean floor linking the United States, Europe, and Japan.”

(Su cavi e internet, la storia di come stanno collegando Giappone e Londra senza toccare terraferma, e tutto grazie al riscaldamento globale)

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno ?

Le email sono una cosa meravigliosa

Negli ultimi anni, di continuo, si leggono lamentele sul funzionamento delle email e una qualche previsione sulla loro imminente dipartita. L’ultimo servizio entrato nella lista di quelli che le renderanno obsolete è Slack, che rende la comunicazione all’interno di un’azienda più facile 1. A ciò, si aggiungono le critiche: sono troppe, un mezzo del passato che non si è evoluto a sufficienza, se ne accumulano centinaia, non c’è un modo ottimo di filtrarle e portano via troppo tempo.

Ciò nonostante, le email sono una cosa meravigliosa. Sono un esempio di quel web che abbiamo perso e dei suoi valori: aperto, decentralizzato e inter-comunicabile. E negli ultimi anni sono diventate anche più intelligenti. Nel filtraggio dello spam, o grazie a nuove funzioni come la priority inbox di Gmail, che le divide in automatico in base alla loro importanza e al loro scopo.

La loro stessa esperienza“, scrive Alexis Madrigal sul The Atlantic, “è stata trasformata“. Le email non stanno morendo, ma il loro uso sta cambiando: le varie funzioni che una volta svolgevano gli stanno venendo sottratte da nuovi servizi, e a loro rimane la funzione originaria da cui prendono, del resto, il loro nome: di lettera elettronica, di posto in cui ricevere tutte quelle comunicazioni che tradizionalmente sarebbero arrivate via posta.

Inizialmente le email hanno svolto centinaia di compiti: sono state il nostro newsfeed, la nostra identità per verificarci sui siti web, o il modo più efficace con cui scambiarsi file. Compiti che negli anni si sono spostati su servizi più appropriati, lasciando alla mail la sua funzione primaria, ciò in cui eccelle:

Because it developed  early in the history of the commercial Internet, email served as a support structure for many other developments in the web’s history. This has kept email vitally important, but the downside is that the average inbox in the second decade of the century had become clogged with cruft. Too many tasks were bolted on to email’s simple protocols.

[...]

Email is not dying, but it is being unbundled.

Ah, un’ultima cosa: le email funzionano meravigliosamente da mobile: sono veloci e si adattano bene agli schermi. Sono uno strumento di un’altra internet, e si basano su idee e principi di un’altra internet alla quale quella corrente — chiusa e centralizzata — somiglia poco. E, ciò nonostante, riescono a competere senza problemi con i servizi d’oggi:

While email’s continued evolution is significant, what it has retained from the old web sets it apart from the other pretty, convenient apps. Email is an open, interoperable protocol. Someone can use Google’s service, spin up a server of her own, or send messages through Microsoft’s enterprise software. And yet all of these people can communicate seamlessly. [...]

Email—yes, email—is one way forward for a less commercial, less centralized web, and the best thing is, this beautiful cockroach of a social network is already living in all of our homes.

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Sopravvalutare lo smartphone

Farhad Manjoo sogna degli smartphone ancora più smart, che riescano a importunarci meno frequentemente e che riescano a capire quando è il momento di consegnare una notifica — quando è pertinente al luogo e alla situazione, e quando invece non fa altro che disturbarci.

Che siano più bravi a evincere, dal contesto, l’informazione di cui abbiamo bisogno:

The glut of notifications is just one example of a growing problem with our smartphones: They are not smart enough.

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Un futuro senza lavori

Video: Un futuro senza lavori

Cosa succederà al settore dei trasporti quando le macchine che si guidano da sole diventeranno comuni? L’ultimo video di CGP Grey, Humans Need Not Apply, è dedicato a esplorare cosa accadrà quando gran parte dei lavori — anche quelli creativi, che crediamo al sicuro — saranno automatizzati e svolti in larga misura da un robot.

Come in passato, ci troveremo nuovi impieghi che solo noi saremo in grado di svolgere, no? No, purtroppo. E non siamo per nulla preparati a questo scenario.

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Bicycle Mind su facebook

Nulla di nuovo: è da anni che c’è una pagina facebook dedicata al blog; serve ai lettori per restare aggiornati con le notizie pubblicate. Però invece di chiamarsi Bicycle Mind la pagina si chiamava Mac Blog. Perché questo blog si chiamava così, anche se poi si decise — nel 2012 — di cambiare nome in favore di uno migliore. Facebook però è strano, fa il difficile, e non ti permette di cambiare il nome di una pagina senza profuse spiegazioni e varie email che, generalmente, vanno a vuoto. Dunque la pagina è rimasta con il nome di “Mac Blog” fino ad oggi.

Il mese scorso — ci ho ritentato — finalmente sono riuscito a convincerli. Hanno cambiato il nome. Se non l’avete già fatto, è il momento di mettere mi piace al vostro blog preferito.

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Traces

App: Traces

Un’applicazione singolare, che permette di lasciare messaggi agli amici in luoghi specifici. I messaggi in questione non vengono inviati al loro iPhone, ma devono venire da loro recuperati nel luogo designato. È piuttosto divertente da usare.

Con Traces potete lasciare una canzone, una foto o un audiomessaggio di fianco, ad esempio, all’entrata dell’università. Il destinatario riceverà una notifica, ma per vedere il contenuto del messaggio dovrà andare sul posto, sollevare l’iPhone e con esso cercare il messaggio attorno a sé. Il messaggio consiste in una bolla tridimensionale che lievita sul posto in cui è stata rilasciata (per 1 giorno, 1 settimana o 1 mese, a seconda della preferenza del mittente), e che deve essere catturata — per essere poi letta — inquadrandola con l’iPhone.

Al momento funziona solo nel Regno Unito. Un modo per migliorarla: permettere di lasciare messaggi “pubblici”, senza un destinatario specifico, così che siano scopribili da chiunque abbia installato l’applicazione.

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Yo: cos’è, come funziona e a cosa serve (se serve a qualcosa)

Yo

Il mio primo impatto con Yo non era stato dei migliori. Ne scrissi brevemente in Giugno quando ricevette un investimento di 1 milione di dollari, con mia grande perplessità. Per chi non sa di cosa stia parlando: è un’applicazione per iOS che serve ad inviare ai propri amici uno Yo. Nient’altro: niente parole o informazioni di alcun genere contenute nel messaggio inviato. Che non è un messaggio, ma una notifica. Uno Yo. Per semplificare: pensate a una specie di poke.

Da quando è stata lanciata gli sviluppatori vi hanno aggiunto delle funzioni che la rendono (leggermente) più interessante. Non come mezzo di comunicazione con gli amici — a meno che non stipuliate in anticipo un qualche tacito patto del tipo “ti faccio uno YO quando sono sotto casa tua” — ma come sistema di notifiche.

Yo funziona così: l’interfaccia minimale, ma proprio molto minimale, vi mostra l’elenco dei vostri contatti iscritti al servizio. Sta tutta lì, in un elenco dei contatti. Tap sul nome di una persone e gli inviate l’inutile notifica, del tipo “YO from Philapple“. Con un tap prolungato invece (e questa è una delle nuove aggiunte) gli inviate l’URL che avete copiato negli appunti poco prima.  Yo — dato che non fa molto — funziona bene soprattutto da Pebble, per cui c’è un’applicazione specifica.

A farmi installare Yo sull’iPhone sono state le API, che permettono di integrarlo con vari servizi che lo rendono un pochettino utile. Ai servizi ci si iscrive semplicemente aggiungendoli fra gli amici, e inviandogli uno YO iniziale. Ad esempio: volete ricevere uno YO ogni volta che pubblico un post su questo blog? Inviate uno YO a BICYCLEMIND, e verrete soddisfatti. Una notifica per post. Niente titolo, ovviamente. Solo una notifica.

Anche IFTTT ha aggiunto un canale dedicato a Yo: inviate uno YO a IFTTT e potrete attivare una delle moltissime azioni a disposizione. Qui già diventa più interessante. Esempi? Inviando uno YO a IFTTT spegnete le luci della stanza. O in alternativa: per ogni YO inviato a IFTTT potete fare in modo che venga aggiunta una riga a un foglio elettronico su Google Docs, con data e ora: può servire a tenere traccia dei caffè che bevete.

Poi c’è YOSERVERISDOWN, che vi invia uno YO quando il server va giù, o Yotify, il mio preferito: per ricevere uno YO ogni volta che qualcuno vi manda soldi via PayPal o Stripe (ovvero, nel mio caso, ogni volta che vi iscrivete alla membership).

Ne trovate altri nello Yo Index, tutti servizi che offrono di inviarvi uno Yo, aka una notifica, quando succede qualcosa. E forse questa è la strada da seguire: un sistema per ricevere notifiche quando succede qualcosa, piuttosto che un modo per importunare gli amici.

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Robot alla Tate Britain

Se volete farvi un giro per la Tate Britain di notte, dopo l’orario di chiusura, e dalla comodità del vostro divano collegatevi questa sera, ore 11 italiane, al sito web di After Dark. Con un po’ di fortuna avrete la possibilità di pilotare uno dei robot che vagheranno per cinque notti per le sale buie e deserte del museo.

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Ho messo ‘mi piace’ a tutto quello che ho visto su Facebook

Per 48 ore, Mat Honan si è divertito a mettere mi piace a qualsiasi notizia, foto o altro pezzo di informazione che gli è stata proposta nel suo news feed di Facebook.

I like everything. Or at least I did, for 48 hours. Literally everything Facebook sent my way, I liked—even if I hated it. [...]

I wanted to see how my Facebook experience would change if I constantly rewarded the robots making these decisions for me, if I continually said, “good job, robot, I like this.”

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Uno sguardo dentro la Apple University

Il New York Times è riuscito a ottenere alcune informazioni sulla Apple University, che offre corsi come “What Makes Apple, Apple” o “The Best Thing“. Sono riservati ai dipendenti di Apple — che possono iscriversi attraverso un sito non visibile al pubblico — e il loro scopo è essenzialmente quello di inculcargli la cultura e filosofia di Apple:

In a class at the company’s internal training program, the so-called Apple University, the instructor likened the 11 lithographs that make up Picasso’s “The Bull” to the way Apple builds its smartphones and other devices. The idea: Apple designers strive for simplicity just as Picasso eliminated details to create a great work of art. [...]

“You go through more iterations until you can simply deliver your message in a very concise way, and that is true to the Apple brand and everything we do,” recalled one person who took the course.

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Quattro anni a comprare applicazioni

The Typist è andato a ricercare (nell’archivio della sua posta elettronica) tutte le ricevute dell’App Store, per sapere quanto ha speso in applicazioni da quando ha iniziato a usare l’App Store, quattro anni fa.

Il totale? $740 in quattro anni, per 124 acquisti. Temo di essere su una cifra simile, e temo anche un altro dato possa applicarsi ai miei acquisti: solo il 31% delle applicazioni comprate risiedono su un device, le rimanenti sono state cancellate.

Does that mean I wouldn’t have bought any or most of them? Not necessarily: That would be like not going to the movies because you pay $12 for 120 minutes that you can’t “reuse”. Most forms of entertainment are ephemeral by nature.

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Ultime notizie da altrove

La prima pagina di Bicycle Mind si presenta da oggi ai visitatori con una nuova sezione, contenente uno stream delle notizie del giorno pubblicate da altri blog e autori selezionati: si tratta di fonti che leggo quotidianamente, che generalmente pubblicano notizie e riflessioni interessanti. Il nuovo box in questione1 ne presenta alcune — selezionate dal sottoscritto — mentre un’apposita pagina offre uno stream non curato e generato in automatico, basato appunto su un elenco curato di fonti.

È una prima versione che verrà migliorata in itinere, sia nella presentazione che nei contenuti. Lo scopo è quello di dare uno spazio ai contenuti che non vengono trattati in maniera più approfondita sul blog, e offrire uno sguardo a quello di cui si sta parlando oggi in rete, su Apple e tecnologica.

  1. Si trova nella home, in alto

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Polaroid Cube

Una nuova fotocamera Polaroid, resistente all’acqua, agli urti e dotata di varie montature che permettono di posizionarla pressoché ovunque. Una specie di GoPro economica: venduta a $99, e con capacità ovviamente inferiori della GoPro.

Dalle dimensioni ridotte — un po’ più grande di un dado — e dall’aspetto molto simpatico. Quanto sia utile/funzioni però ancora non si sa: arriva a fine mese.

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Il bellissimo sito di Microsoft nel 1994

Microsoft ha rimesso online la prima homepage di Microsoft.com, responsiva ed elegante, così come si presentava ai visitatori vent’anni fa, nel 1994 (quando molti browser ancora non supportavano le immagini).

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Un’analisi della UI delle applicazioni per gestire to-do list

Video: Un’analisi della UI delle applicazioni per gestire to-do list

Vince Clear di Realmac Software, ovviamente.

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La storia di Slack e del suo fondatore

Un lungo profilo su Slack, un nuovo sistema per le aziende per comunicare internamente, utilizzato soprattutto da editori come BuzzFeed, Medium e Gawker. Slack è una chat, ma non solo: unifica tutte le attività di un team — GitHub e Dropbox, ad esempio — sotto un unico tetto. Il suo fondatore è Stewart Butterfield, che nel 2002 creò Flickr:

Slack is so beloved that some companies have begun mentioning it as an employment perk alongside on-site massages and bottomless bacon-tray Fridays in their job listings. Like: We have a dry cleaning service, an ice cream parlor, and… Slack.

Since its public debut in February, Slack has been growing at a rate of 5 to 10 percent a week and now has more than 120,000 daily users. Fully 38,000 people from 2000 different organizations pay for the full-featured version of the service. It has so far pocketed $1.5 million in revenue.

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È arrivato il momento di aprire il WiFi

Nel suo più recente editoriale, Walt Mossberg ha sostenuto la necessità di liberare le reti WiFi permettendo finalmente a chiunque di utilizzarle. Immaginate di potere camminare per le strade di una città, con l’iPhone in grado di connettersi automaticamente a ogni rete che incontra, alleggerendo così la rete mobile (del cellulare) da possibili congestioni e facendo pieno uso delle reti private.

Fu Steve Jobs a discuterne con Mossberg:

His idea was to get as many wireless router makers as possible to build in a “guest network” option — essentially a second Wi-Fi network, securely walled off from the rest of the home network, and with its own name. Then, he hoped that the industry would encourage people to share their bandwidth with strangers via these guest networks. That way, a smartphone user could walk around, moving from one Wi-Fi hotspot to another, without logging in — much like people using cellular data move from one cell tower to another.

Il progetto ha dei limiti e problemi — di sicurezza o complessità, che però possono essere facilmente risolti. Molti utenti non creano una seconda rete per uso pubblico semplicemente perché toccare il modem è l’ultima cosa che desiderano fare: spesso intimoriti dalle impostazioni complicate o da possibili risultati catastrofici (= no internet).

Un’idea che in Europa aveva provato a promuovere Fon, un po’ di anni fa, distribuendo un modem economico che generava due reti WiFi: una per uso personale, privata, e una per uso pubblico. Non prese mai piedi in Italia (con rare eccezioni; io ad esempio ne comprai una), ed anzi da noi è persino illegale aprire a tutti la propria connessione. In Inghilterra invece — dove Fon è diventato popolare, appoggiandosi a BT (British Telecom) — chiunque abbia un contratto con British Telecom può sfruttare la rete privata di un’altra persona, senza costi e ovunque si trovi.

La proposta di Mossberg è simile, magari senza alcun contratto.

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Perché l’EMV non si è ancora diffuso in America

Esiste da dieci anni: è il chip sulle carte di credito che permette il pagamento con pin invece che con la firma. Nonostante sia più sicuro, in America inizia a diffondersi solo adesso:

The EMV standard was first developed in 1994 as a way to reduce magnetic stripe credit card fraud. Most of Europe, as well as Australia, Brazil, and other major countries, have been using EMV for years. So what’s taken the US so long? And now that the standard is decades-old, do we even want it anymore?

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