Un camino dentro il Mac

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Un camino dentro il Mac

Noiz.io è piccola applicazione per Mac — che va a stare nella menù bar — che riproduce suoni di background per, in teoria, aiutare una persona a concentrarsi. O rilassarsi (più questo, nel mio caso). Quindi il rumore all’interno di un bar, delle tazze e delle persone che parlano, quello prodotto dalla pioggia o da un camino, e molti altri ancora. Per ciascuno si può scegliere l’intensità, attivandolo e mischiandolo assieme agli altri.

È piuttosto piacevole.

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Storia illustrata di Mac OS X

Git Tower (che è un ottimo client git per Mac) ha messo online una storia illustrata di Mac OS X: si parte da Cheetah e, felino per felino, si arriva ai due non felini, Mavericks & Yosemite (che forse dovrebbero stare a parte — da Yosemite poi di Acqua non resta praticamente nulla).

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Lo smartwatch è meno invadente, giusto?

Una delle promesse principali degli smartwatch è quella di consegnare delle notifiche meno fastidiose, a chi le riceve e a chi deve subirle — tutti quelli che ci stanno attorno. Una notifica su un orologio dovrebbe distrarre di meno rispetto alla medesima su iPhone, e dovremmo riuscire a leggerla senza risultare persone orribili a chi ci sta di fronte, giusto?

Beh, no, non proprio. Ho il Pebble da quasi un anno oramai, lo apprezzo ma non è così tanto meno invadente di uno smartphone: spesso, le persone lo notano. Notano se lo guardo — se guardo l’ora, come se avessi fretta — e notanto la vibrazioe del Pebble stesso, spesso udibile da chi mi sta di fianco se l’ambiente è sufficientemente silenzioso (un’aula universitaria, ad esempio).

Ne ha scritto 512 Pixels, che da due settimane ne sta provando uno:

What I’ve discovered is that there are lots of situations that looking at your watch is also considered rude.

Several times over the last couple of weeks, my watch has gone off in a meeting. Upon looking at, I’ve had two different people ask me if were okay on time. Thankfully, neither person was offended, but the opportunity for misunderstanding was present.

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Il viaggio dell’orsacchiotto

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Il viaggio dell’orsacchiotto

Se vi è piaciuto il video dell’altro giorno — quello relativo al nuovo magazzino di Amazon, quasi totalmente automatizzato — vi piacerà quest’altro (girato da TIME): una telecamera segue il viaggio di un orsacchiotto all’interno del medesimo magazzino.

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L’Inghilterrà avvierà un programma pilota in quattro città per testare la macchina che si guida da sola

A partire dal primo Gennaio quattro città del Regno Unito (Greenwich, Bristol, Coventry e Milton Keynes) vedranno alcune macchine che si guidano da sole circolare per le proprie strade. Quelle di Coventry e Milton Keynes sono delle capsule dall’aspetto molto futuristico.

(Sarebbe bello avere dei dettagli su come funzionano, visti gli evidenti limiti dell’equivalente macchina di Google)

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Supporta queste bellissime pagine

Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Oppure, più facile ancora: condividendolo :)

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Due giochi di parole in CSS (via @linuz) che, purtroppo per voi (che ora ve li ritrovate davanti agli occhi), io ho trovato molto divertenti.

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Internet ci ha rovinato i viaggi

La differenza fra il viaggiare con o senza iPhone è enorme, non solo perché smartphone e internet hanno trasformato i viaggi nell’ennesimo esercizio di vanità, ma soprattutto per come ce li hanno semplificati: quando penso ai viaggi che ho fatto da solo prima di avere uno smartphone o tablet appresso mi chiedo come facevo, anche solamente ad avere la pazienza di andare a cercare la mia posizione su una cartina, che va spiegata e poi ripiegata, e un po’ me ne dispiaccio.

(Non c’è cosa peggiore che approcciare un luogo con la lista delle dieci cose da fare stabilite dagli utenti di Expedia — o qualcosa di simile — con l’ansia di doverle fare, seppur in fretta e senza godersele, solo per tirarci una riga sopra)

Se ne dispiace anche l’autore di questo articolo di Medium, con toni giustamente duri:

By shrinking the world, the tyranny of the web has stifled our capacity for independent discovery, catering to an appetite for foreknowledge that inevitably demystifies foreign places. Instead of taking time to absorb and consider, many people seem more inclined to travel quickly, tick off the ‘don’t miss’ highlights and form broad-brush assumptions based on the bare minimum of immersion. […]

Just realize: if your travelling is a box-ticking exercise; if you predicate even one iota of self-worth on how many countries you’ve visited; if you think in bucket-lists inspired by clickbait ‘10 best’ listicles appealing to the lowest common denominator, from one deluded c*nt to another, travelling isn’t making you interesting. It’s just confirming your position as one of the crowd.”

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I nuovi CAPTCHA di Google, senza CAPTCHA

Se come me al primo tentativo li sbagliate sempre, il nuovo CAPTCHA di Google, che Google chiama noCAPTCHA, vi piacerà molto: il più delle volte il test viene passato in automatico, mentre nei casi in cui è richiesta una verifica il massimo che dovete fare è individuare, fra un elenco di immagini, una che somigli a quella che vi è appena stata mostrata.

Tuttavia, i CAPTCHA sono strumenti molto utili per trascrivere manoscritti e testi che il computer non è in grado di riconoscere automaticamente. L’utente, ignaro, mentre si registra a un sito, o lascia un commento, aiuta anche a trascrivere un manoscritto. In questo caso i noCAPTCHA, quelle volte in cui richiedono una verifica, aiutano Google a migliorare il proprio motore di ricerca per immagini (già da tempo Google li sfrutta anche per le proprie mappe, chiedendo allo sfortunato utente di trascrivere i nomi delle vie, e cartelli stradali vari). Sono forse il mio esempio preferito di crowdsourcing, collaterale.

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Blue Bottle Coffee ha ridisegnato la Moka

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Blue Bottle Coffee ha ridisegnato la Moka

Blue Bottle (la nuova proprietaria di Tonx), definita da un recente articolo del The Atlanticla Apple del caffè“, ha presentato una versione alternativa della classica Moka italiana. È bellissima, anche se all’apparenza scomoda. Descritta da Joey Roth, ovvero colui che l’ha disegnata, come “an impractical but interesting looking piece”.


Non è solo il design però a contraddistinguerla. James Freeman, il fondatore di Blue Bottle, non accetterebbe qualcosa che non produca anche un caffè perfetto. La Moka di Blue Bottle funziona come la moka che utilizziamo tutti i giorni, ed è nata innanzitutto perché Freeman crede sia un metodo oggi snobbato (fuori dall’Italia, ovviamente), ma efficace e semplice per ottenere un espresso decente.

Ne scrive il blog Cool Hunting (dal quale provengono le foto di questo articolo):

Though unconventional in appearance, Roth’s Moka Pot works in exactly the same way as Luigi De Ponti’s 1933 invention: steam pressure pushes heated water up through a basket containing ground coffee and into a top chamber. “Both James and I were drawn to the moka pot because it’s one of the more neglected brewing processes these days, but has the potential to make great coffee,” explains Roth. “It disappoints when people expect espresso, and needs to be appreciated as its own method, with a brew halfway between French press and pour-over in terms of clarity and intensity.” To assist in the endeavor, the new design doubles the output of most moka pots, yielding six ounces by way of 15 grams of coffee, and can be fitted with an aeropress filter to improve clarity the brewed coffee.

(Comunque al momento è in pre-ordine — ma non la spediscono in Italia. Inoltre, costa $99)

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Stack

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Stack

Il primo convertitore di valuta per iOS che converte le valute direttamente nel browser, direttamente sulla pagina web in cui le trovate — tramite un’estensione per Safari.

La vorrei anche su Mac.

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I robot di Amazon

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I robot di Amazon

Amazon ha costruito un nuovo magazzino, ed è quasi totalmente automatizzato:

Amazon.com, Inc. (NASDAQ: AMZN) today unveiled its eighth generation fulfillment center, which utilizes robotics, Kiva technology, vision systems and almost 20 years’ worth of software and mechanical innovations to fulfill holiday orders. The company is currently operating 10 of this new generation of fulfillment centers across the U.S

Finito il video, guardate quest’altro: un futuro senza lavori.

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I commenti cambiano il contenuto di un articolo

Anne Applebaum su Slate, tradotta da Il Post:

Un tempo, sembrava che Internet fosse un posto adatto per un dialogo civile; ora, spazi di discussione libera degenerano in luoghi dove ci si insulta a vicenda. Che piaccia o no, è un problema: diversi studi hanno dimostrato che la percezione di un articolo, dell’autore di un certo articolo, o del suo contenuto, siano influenzati pesantemente dai commenti anonimi ad esso associati online, specialmente se sono duri. Un gruppo di ricercatori ha scoperto che i commenti sgarbati «non solo polarizzano i lettori, ma cambiano l’interpretazione di chi li legge nei confronti della notizia stessa»

Anne racconta poi di come certi governi (ad esempio, la Russia) paghino delle persone per confondere le idee ai visitatori di un sito:

Come hanno scoperto i giornalisti Peter Pomerantsev e Michael Weiss in uno studio sulle nuove tecniche di disinformazione, lo scopo dei troll russi è quello di «generare confusione attraverso la diffusione di teorie complottiste e la proliferazione di falsità». In un mondo in cui il giornalismo tradizionale è fragile e l’informazione è variegata, non è una cosa molto complicata da attuare.

In realtà questo blog ha recentemente invertito linea, re-introducendo i commenti. La qualità dei commenti varia molto in base alla comunità che un sito attira, alla dimensione di questa comunità (i quotidiani di minore importanza spesso ospitano discussioni più interessanti e sviluppate di quelli dominanti) e, ho idea, anche all’uso dei contenuti e commenti a cui il design del sito stesso invita (un buon design può influenzare la qualità dei commenti). Questo, e molta moderazione bloccando e cancellando senza timore tutto ciò che non aggiunge valore a una discussione, ma solo rumore (come MetaFilter dimostra). Tutto ciò che non si inserisce nella discussione, ma è un attacco o un urlo sconnesso.

È bene curare la sezione dei commenti, investirci tempo, perché questi influenzeranno la percezione che i visitatori hanno del nostro sito, e di quello che scriviamo. Meglio toglierli, piuttosto abbandonarli a se stessi.

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Il mio amico termostato

Francesco Costa racconta come si è appassionato del suo termostato intelligente (qualcosa di simile a Nest).

Sono diventato improvvisamente maniaco di temperature, calcoli e programmazioni, percentuali di utilizzo della caldaia ed escursioni termiche. Una volta tiravo fuori l’iPhone dalla tasca e aprivo Twitter, quando ero annoiato: ora apro l’apposita app del termostato e muovo mezzo grado più in là, sposto mezz’ora più in qua, faccio test, cerco pattern e strategie per rendere il tutto più efficiente. Il mio vecchio termostato non si programmava nemmeno quindi mi ripeto che l’eccitazione è giustificata da questo, oltre che dalla speranza di risparmiare qualcosa – più di qualcosa – alla fine dell’inverno: lo faccio per risparmiare, lo faccio per l’ambiente. Ma penso che la verità sia un’altra e abbia in qualche modo a che fare con le manie del self-tracking: dentro di me, lo faccio solo per i grafici.

“Lo faccio solo per i grafici” è quanto potrei a mia volta affermare riguardo al Jawbone UP1, o per descrivere la mia fissazione con tutto ciò che rientra sotto l’etichetta quantified self: non avrei problemi ad appassionarmi di una lavatrice collegata alla rete.

Felton ci capirebbe.

  1. Ho un Jawbone UP non tanto perché credo mi aiuti a tenere uno stile di vita più sano, ma per i grafici su come ho dormito.

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Vuoi fare un podcast? Non lasciarti intimidire

Alcuni consigli da Jason Snell. La qualità dell’audio conta, ma fino a un certo punto:

I don’t deny that I’ve heard some pretty awful sounding podcasts in my day. Audio quality does matter. I’d just argue that beyond a certain point, it only matters to audio snobs. […]

So start with the equipment you’ve got. You could literally do a podcast by talking into your iPhone and posting it. (I don’t recommend it, but you could do it.) Every Apple laptop comes with a built-in microphone. Again, I don’t recommend you use that microphone, but you could. You could use the EarPods that come with your iPhone—and I’d recommend them over that laptop microphone any day. Add an external microphone when you get the chance. Learn how to use GarageBand or Audacity to edit your podcast—both of them are free.

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Sbloccare il Mac con il Touch ID dell’iPhone

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Sbloccare il Mac con il Touch ID dell’iPhone

Da quando ho un iPhone con Touch ID è una delle cose che desidero. In alternativa potrei accontentarmi di un sistema che blocchi il Mac quando mi allontano, e lo sblocchi quando mi avvicino (via bluetooth, controllando la posizione dell’iPhone rispetto al Mac). Qualcosa di simile c’è, così come c’è un’applicazione che sblocca il Mac bussando sullo schermo dell’iPhone. Si chiama Knock, e pur avendola usata per mesi l’ho infine abbandonata per il ritardo fra il Mac e l’iPhone nell’identificarsi.

FingerKey, invece, abilita lo sblocco del Mac via Touch ID. Ho iniziato a cercare queste alternative da quando invece di avere una password molto semplice ho protetto il Mac con una sequenza casuale che, diciamo, non è esattamente immediata da digitare.  Il problema è che FingerKey non risulta più veloce dell’immissione di una password — come del resto nessuna di queste soluzioni, per un ritardo di comunicazione fra Mac e iPhone. Per usarlo, occorre:

  • Sbloccare l’iPhone con Touch ID
  • Aprire FingerKey sull’iPhone
  • Selezionare il computer da sbloccare
  • Posizionare di nuovo il pollicione sul Touch ID per sbloccare il computer

Seppur il penultimo passaggio possa essere eliminato, è un metodo che non potrà risultare più veloce dell’immissione della password stessa se non adottato direttamente da Apple — che potrebbe invece ridurre la procedura a un’unico passaggio.

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Come l’iPhone 6 ha cambiato le nostre abitudini di lettura

Come avevamo ipotizzato, l’iPhone 6 Plus va a discapito dell’iPad. Del resto questo è l’unico vantaggio nell’avere uno smartphone grande quanto una padella: che copre gli ambiti sia di uno smartphone che di un tablet.

Pocket ha analizzato i dati di lettura dei propri utenti, considerando coloro che possiedono sia un iPad che un iPhone. Prima dell’arrivo del 6 e del 6 Plus, il 55% dei contenuti veniva consumato sull’iPhone e il 45% sull’iPad. In seguito, invece:

Users who upgraded to an iPhone 6 now view content on their phones 72% of the time, up from 55% when on a smaller screen. Those who went big and bought an iPhone 6 Plus consume content on their phones 80% of the time. […]

Users with an iPhone 6 now read on their tablets 19% less during the week and 27% less over the weekend. Those with a 6 Plus are on their tablets 31% less during the week and 36% less over the weekend.

Un dato interessante: chi ha l’iPhone 6 Plus legge il 22% in meno di mattina, mentre si trova in viaggio — metropolitana o bus. Perché è troppo grande e scomodo da usare in movimento con una mano sola, ipotizzano quelli di Pocket.

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Un drone per i selfie

Si chiama Zano, e si posizione da solo di fronte a voi — per scattarvi l’agognato selfie.

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Collegamenti

Nikola Tesla, in un’intervista (di impressionante preveggenza) per Collier’s del 1926:

Il sistema senza fili sarà di grande beneficio per la specie umana, più di qualunque altra scoperta scientifica, perché annullerà virtualmente le distanze. La maggior parte dei mali di cui l’umanità soffre sono dovuti all’immensa estensione del globo terrestre e all’impossibilità per gli individui e per le nazioni di entrare in stretto contatto. I collegamenti senza fili ci avvicineranno grazie alla trasmissione di intelligenza, al trasporto di corpi e di materiali, al trasferimento di energia. Quando i collegamenti senza fili saranno perfettamente applicati, l’intero pianeta sarà convertito in un grande cervello, cosa che in effetti è, ogni cosa essendo parte di un tutto reale e ritmico. Saremo in grado di comunicare con gli altri in modo istantaneo, indipendentemente dalle distanze. Non solo: attraverso la televisione e il telefono potremo vedere e sentire un’altra persona a migliaia di chilometri, e lo strumento con cui potremo farlo sarà incredibilmente semplice rispetto agli attuali telefoni. Un uomo potrà portarne uno nella tasca del suo gilè. Saremo testimoni e ascoltatori di eventi – il giuramento di un presidente, la partita di un torneo mondiale, la devastazione di un terremoto o il terrore di una battaglia – proprio come se fossimo presenti.

(Via Giovanni De Mauro)

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Aggiornate la pagina

Ieri ho deciso di mettere online il nuovo tema di Bicycle Mind, sul quale lavoravo da un paio di mesi con molte interruzioni e fissazioni non proficue: ho passato metà del tempo ad aggiustare la tonalità dei colori — che sono sicuro cambieranno ancora nei prossimi giorni.

È molto diverso da quello che l’ha accompagnato negli ultimi due anni. Questo era Bicycle Mind nel 2012. Qua lo vedete che sorride, nel 2013. Quest’altra foto screenshot risale a Gennaio 2014. Mentre questa, l’ultima, è di pochi giorni fa.

Innanzitutto, come si rivela sopra, è colorato. Poi ha una tipografia enorme. Non è solo la tipografia ad essersi ingigantita: è successo anche alle immagini. Un’altra cosa minore, che renderà felici molti lettori: è centrato. Qualcosa di più importante: si legge meglio da mobile.

Se volete scoprirlo girovagate fra le pagine di questo blog. Se notate problemi segnalateli nei commenti. Stessa cosa per critiche o suggerimenti.

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Desk

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Desk

La mia ricerca di un’applicazione ideale per bloggare prosegue senza particolare successo da anni. Su iPhone ancora non esiste, dimostrazione è che la migliore — quella che utilizzo — continua ad essere Poster: un’applicazione sviluppata da Tom Witkin un paio di anni fa, e da allora non più aggiornata. Venne acquistata da Automattic, l’azienda dietro a WordPress, che la rimosse dall’App Store.

Su Mac la situazione è tale che normalmente finisco con lo scrivere gli articoli nell’editor di WordPress, oppure in iA Writer. iA Writer continua a rimanere il mio strumento di scrittura preferito, su qualsiasi device, ma se ideale nella fase di scrittura risulta inadeguato nella fase di pubblicazione: a post completato devo ricorrere al copia & incolla: aprire l’editor di WordPress, e da lì inserire i dati del post — categorie, tag, field speciali, etc…

Il mio editor ideale dovrebbe somigliare a iA Writer: semplice, basato su markdown e con focus sulla scrittura. John Saddington, che scrive un blog da più di dieci anni, ha creato proprio questo editor, e l’ha chiamato Desk. Desk si integra con le piattaforme di blogging più popolari (WordPress e Tumblr incluse) e segue il blogger in tutte le fasi di produzione di un post. Non c’è molto da scrivere al riguardo perché, come iA Writer, a definirlo è l’assenza di funzioni. La scrittura al centro, il resto — poco, ridotto al necessario — in disparte. Il resto è la pubblicazione e alcune opzioni per ciascun post — categorie & tag.

Dopo una settimana d’uso non so ancora se sia l’applicazione ideale per bloggare. Credo che questo vari da persona a persona, e da quello di cui scriviamo e parliamo. Desk è probabilmente perfetta per chi scrive post lunghi, perlopiù testuali. Si adatta meno nel caso abbiate personalizzato WordPress, come ho fatto io creando categorie speciali di post (i linked-post). Mi sono reso conto che per quanto brutto sia, ho bisogno del pannello di scrittura di WordPress. Ma Bicycle Mind è un tipo di blog — con notizie, spesso corte e effimere. E per questo ho bisogno di uno strumento che mi faccia sentire a mio agio sia nello scrivere pezzi lunghi, sia nel pubblicare un link con una riga di commento.

Scrivere un blog è una cosa personale, che richiede strumenti di scrittura diversi da tipologia di blog e persona. Non c’è un editor che possa coprire perfettamente ogni uso, ma Desk — ho l’impressione — ne copre uno molto bene: i post lunghi e ponderati.

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