L’evoluzione della scrivania

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Come si è evoluta la nostra scrivania, dal 1984 a oggi, mano a mano che varie attività le sono state sottratte dal computer (via @linuz90)

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Scritti un anno fa: Wow? + Quanti morti ci sono su Facebook? +

Quanto è dipendente dall’iPhone l’Apple Watch?

A Blog To Watch, un blog dedicato a orologi, ha recensito l’Apple Watch. Le considerazioni sulla qualità dell’oggetto, dalla prospettiva di una persona abituata a recensire Rolex, sono molto interessanti e, soprattutto, positive. Non è la prima recensione di un appassionato di orologi che si dichiara positivamente impresso dal design dell’Apple Watch.

La recensione include anche alcuni dettagli interessanti, come una (semi) risposta a una delle mie domande non risposte sull’oggetto: quanto sarà indipendente dall’iPhone?

A good example is during exercise. Apple indicated to me that you don’t need to take your phone around with you while you exercise, unless you require GPS functions. The Apple Watch can store some media, such as songs, independently on the device (the internal storage of the Apple Watch has yet to be announced), and it can track a lot of exercise and movement data without being connected to an iPhone. Once paired again, the Apple Watch shares data with the host apps on the phone.

Apple actually made clever use of the Apple Watch’s relationship with the iPhone. Apple Watch users will install an Apple Watch app on their iPhone, which will be used to download apps onto the watch as well as likely manage Apple Watch settings. A user’s iPhone is also used to help with computational demands. Apple cleverly pushes a lot of processor needs to the phone in order to preserve Apple Watch battery life. Thus, the Apple Watch is snappier, with longer battery life because a lot of tasks can be off-loaded to the host phone.

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Il ritorno dei podcast

Negli ultimi anni sembra che i podcast siano ritornati un auge, da trasmissioni per pochi appassionati a qualcosa di più grande e più facilmente fruibile dal pubblico generale (nonostante per me continuino ad essere generalmente troppo lunghi e con poco editing). La facilità è dovuta sia agli smartphone, che a connessioni mobili più veloci e economiche e, soprattutto, si deve a tool sia di ascolto che di creazione che ne hanno facilitato l’esistenza e diffusione.

Ne scrive il Washington Post:

Despite some early enthusiasm, podcasts faded in popularity in the early 2000s, partly because of the many steps required to download them and play them in a vehicle. The introduction of the iPhone in 2007 changed that, making podcasts as convenient to access as a Netflix show. It’s easier to play them in cars, too, as automakers build wireless media functions into more and more models. And faster WiFi and mobile data speeds have made podcasts a snap to stream. [...]

This is where radio syndication was 30 years ago, and this is just the beginning,” said industry veteran Norm Pattiz, chief executive of celebrity podcast channel PodcastOne. “What Netflix did for video is what podcasts are doing for radio today.

Mi mancano i tempi di Brevi accenni, e da un po’ di tempo sto considerando l’idea di ricominciare a registrare un podcast.

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L’applicazione di Post-it

App: L’applicazione di Post-it

Post-it ha trovato un modo intelligente di coniugare il digitale con l’analogico. L’applicazione permette di catturare, organizzare e condividere i propri Post-it. Questi si inseriscono nell’applicazione attraverso la fotocamera: inquadrando la parete in cui li avete incollati, l’applicazione riconoscerà in automatico ogni singolo Post-it e lo importerà al suo interno — fino a 50 alla volta.

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Ello: il social network etico

Sta ricevendo molta attenzione, negli ultimi giorni, Ello. Ello è un nuovo social network, dal design molto minimale, fondato su un manifesto in cui essenzialmente dichiara di non basare il proprio modello di business sulla pubblicità. L’obettivo è quello di essere visti in maniera diversa da Facebook, e ricorda App.net negli intenti.

È sia Facebook che un blog, un po’ Twitter e un po’ Tumblr: i post possono essere brevi e essenziali come un tweet, o lunghi quanto un articolo. Le persone possono essere aggiunte come amici, o inserite in “noise“. Queste ultime non compariranno nella home page, ma in una sezione a parte. L’editing dei post avviene tramite markdown, e le conversazioni come su twitter (anche se poi vengono organizzate come commento ai post). Al momento non offre molte funzioni che ci siamo abituati ad aspettarci da un social network — come messaggi privati — e nemmeno ha un’applicazione per iPhone (o Android).

È, di nuovo, estremamente essenziale: nella grafica e nelle funzioni. Eppure sta avendo successo e ha registrato un numero crescente di utenti negli ultimi giorni. A me piace, ma ho la sensazione che possa essere perché è piccolo e nuovo. In quanto tale, non è ancora caotico come Facebook — o come lo è diventato Twitter — e ha un numero selezionato di utenti (è in beta, e richiede un invito per iscriversi). Comunque, se volete mi trovate qui.

Ello

C’è un problema però: il manifesto su cui è basato è molto vago, e seppure dichiari in maniera chiara di non volersi affidare al modello pubblicitario (= vendita dei dati dei propri utenti) per sostenersi, non fornisce nemmeno un’alternativa esplicita e seria di come intenda fare soldi. Al contrario, si è scoperto che ha accettato 435.000 dollari da un gruppo di venture capitalist. Come ha commentato Andy Baio:

At the moment, Ello is a free, closed-source social network, with no export tools or an API, fueled by venture capital and a loose plan for paid premium features. I think it’s fair to be skeptical.

Continuerò ad usarlo nei prossimi giorni, sperando che i dubbi vengano chiariti e che i principi su cui è fondato vengano rispettati. Se così fosse, Ello potrebbe essere un ottimo social network. Il primo basato su questi principi che sembra stia riuscendo ad avere successo.

(Se volete provarlo ho degli inviti. Lasciate un commento a questo articolo1 e ve ne mando uno.)

  1. Magari con una vostra opinione su Ello? ;)

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Apple Pay e l’Europa

Come Passbook, Siri (tuttora estremamente limitata in lingua italiana) e molti altri servizi che Apple ha lanciato negli ultimi anni, Apple Pay sembra essere stato pensato per gli Stati Uniti prima, e per il resto del mondo dopo. Non sappiamo quando e se arriverà in Europa, anzi: potrebbe benissimo succedere che chi acquista un iPhone 6 oggi non riesca a sfruttarne il chip NFC per mesi e mesi, e magari neppure prima dell’arrivo di un nuovo iPhone 6S.

Macworld inoltre ipotizza che i vantaggi, per gli utenti europei, siano relativi. L’uso delle carte di credito è differente, e spesso ne possediamo una sola (non decine, come mostra il video di lancio di Apple Pay):

On its website, Apple touts that fact that Apple Pay will save you time, by not forcing you to search for your wallet and then find the right card. These concerns, too, are specific to the United States. On average, Europeans carry only 1.46 payment cards (more than two thirds of which are debit cards). In the US, people have more than twice as many cards; 14% of Americans had more than ten cards in 2007. Credit cards are much less common in Europe (though adoption rates vary by country), and most people only have payment cards with their banks.

A riguardo: ho fatto un esperimento applicando un chip NFC al mio Pebble. Pagare per la metropolitana, i bus e quegli acquisti impulsivi e minori che facciamo senza riflettere risulta davvero semplice e immediato con un orologio. Lo stesso vale con uno smartphone: credo l’NFC possa rivelarsi utile anche per l’utenza europea — anche se possiede meno carte di credito, e ne fa un uso più moderato. Il grosso punto interrogativo di Apple Pay è quando?

Sono stato in grado di sfruttare l’NFC grazie al fatto che mi trovo a Londra: non credo avrei potuto fare lo stesso in Italia, o in una qualsiasi altra città inglese. Come Passbook, Apple Pay rischia di rimanere una tecnologia utile e bella in teoria, ma in pratica adottata da nessuno.

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Sponsorship su Bicycle Mind

Se qualcuno avesse un prodotto, un’applicazione o più precisamente un qualcosa da oggi può presentarlo e proporlo ai meravigliosi e colti lettori di questo blog attraverso la sponsorship. Una sponsorship (esclusiva, della durata di una settimana) include un post dedicato e lo spazio pubblicitario subito sotto l’header.

Si legga di più in merito qua.

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Una nota sui commenti

A inizio estate avevo riaperto i commenti su Bicycle Mind. Questi funzionavano grazie a Discourse, un software che ritengo molto promettente e che tiene conto di molti dei problemi legati ai commenti. È un forum (quand’è l’ultima volta che ne avete visitato uno?) adatto all’internet moderna: bello da usare e con alcuni accorgimenti che, almeno in teoria, dovrebbero permettere e stimolare discussioni sane e intelligenti, riducendo quanto più possibile il rumore. Su Bicycle Mind funzionava previa registrazione, fattore che ha ridotto drasticamente il numero di commenti ma che, al contempo, ha fatto sì che quelli ricevuti si siano rivelati pertinenti e interessanti da leggere. Per me, e spero anche per i lettori.

Ora però lo abbandoniamo. Perché? Perché il funzionamento è un po’ macchinoso — i commenti risiedevano su un’altra pagina, non erano immediati né da leggere né da inviare — e principalmente perché il costo del servizio ne supera l’utilizzo. Alcuni blog hanno adottato Discourse con successo, ma ritengo che per funzionare la comunità alla base debba essere molto più ampia di quella che questo blog può raggiungere. Ma, seppur senza Discourse, i commenti resteranno (come potete notare qua sotto) sfruttando semplicemente le funzionalità di WordPress. Saranno sempre letti e eventualmente moderati, nel caso fra di essi ne finiscano alcuni inopportuni.

Perché questo cambio di rotta, negli ultimi mesi? Perché questo ritorno dei commenti dopo averli a lungo criticati? Mi sono reso conto che, seppur inquinati da troll e commenti monosillabici (LOL), ci sono fra i commenti alcune gemme che “ampliano” il contenuto di un articolo. I commenti sono un po’ come il resto dell’internet: per l’80% spazzatura, ma poi c’è quel 10% che ti fa apprezzare che esistano.

Lo spazio per i commenti non è per attaccare altri lettori che la pensano diversamente, o per insultarmi, ma per avviare una discussione: supportando degli argomenti, o spiegandomi perché ho torto (come spesso accadrà) offrendo delle spiegazioni. È facile capire se stai scrivendo un commento interessante, che aggiunge valore all’articolo, o semplicemente schiacciando i tasti della tastiera; nessun commento che sia critico e efficace verrà mai cancellato.

Insomma: fatene buon uso.

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Violare il copyright è naturale

Massimo Mantellini ha scritto un libro, “La vista da qui: appunti per un’internet italiana“, in qui c’è un capitolo dedicato ad alcune questioni relative al diritto d’autore. Il Post ne ha ripubblicato un estratto:

Lawrence Lessig, a nome di alcune associazioni culturali che davanti alla Corte Suprema si opponevano a questa ennesima estensione [estensione della durata del copyright di altri vent’anni, per evitare che Topolino e altri loro prodotti diventassero di pubblico dominio nel 2005], propose alla Corte un calcolo prodotto dal professor Mark Lemley dell’Università della California, che io cito ogni volta che posso e che con Topolino c’entra apparentemente assai poco. Si tratta di un conteggio rapido che rende molto bene un’idea altrimenti difficile da capire.

Nel 1930 sono stati editi in America 10.027 libri; quanti di questi erano ancora in circolazione nel 2000? Il numero esatto è 174. I restanti 9853 libri non generavano quindi alcun introito per i loro autori o per i loro eredi. Se nel 2005, come previsto dalla precedente norma, quei 9853 libri fossero passati nel pubblico dominio avrebbero potuto essere stampati da chiunque, ma anche messi online, trascritti, utilizzati liberamente senza alcuna limitazione. Moltiplicate quel numero per i vent’anni della nuova copertura, moltiplicateli per il novero di altri contenuti (musica, testi teatrali, film, ecc.) e otterrete il peso esatto di quanta cultura condivisa è stata sottratta ai cittadini per tutelare gli interessi della Walt Disney Corporation e di altri soggetti analoghi.

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16 GB a discapito dell’usabilità

Proprio non mi va giù che il modello base dell’iPhone abbia — pure quest’anno — solamente 16 GB di capienza. Una capienza che con l’iPhone 6 sarà ancora più limitante, dato che le foto avranno una qualità superiore (e di conseguenza occuperanno più spazio). Come al solito, questo è un problema che sarà facilmente ovviato dagli utenti Pro, che conoscono le alternative e i trucchi per sfruttare al meglio il device, ma l’utenza non geek invece proverà frustrazione e fastidio quando non potrà aggiornare all’ultima versione di iOS perché il device non ha sufficiente spazio libero, o quando la fotocamera li avviserà che lo storage di sta esaurendo.

Ne risente l’esperienza utente, come scrive Lukas Mathis:

The people most likely to buy it are probably precisely the ones least likely to understand that they need to manually manages the pictures they take so they won’t fill the limited space on their device. [...]

A 16GB iPhone has about 12 Gigabytes of usable space. The iPhone 6 has a 8MP camera; that should translate to between 2 MB and 4 MB per picture. If you do nothing else with your phone — install no games, record no movies, do nothing at all — your phone will be full after you’ve taken about 4000 pictures. If you take a few pictures of your cat every day, eventually end up with a phone that effectively stops working, and don’t know how to solve that problem, this is a terrible user experience.

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La vita breve dell’Apple Watch

Al mio elenco di questioni non risolte sull’Apple Watch, ci aggiungo l’obsolescenza. Il prezzo di partenza dell’orologio è chiaro: 350 dollari, per la Sport Edition. Non sappiamo invece quale sarà il prezzo di arrivo, ma c’è chi comincia a ipotizzarlo. Quello che ci si aspetta è che i prezzi di alcune edizioni, con design del cinturino estremamente curato, e orologio in oro, possano partire dai cinquemila dollari. Se una tale strategia di prezzo sembra assurda applicata a un computer, lo risulta di meno considerando l’Apple Watch non un computer, ma un gioiello (orologio) — strada che Apple sembra suggerire, con le varie collezioni e gli inviti all’industria del fashion per assisterne al lancio. Apple vuole posizionare l’Apple Watch non solo come device per tutti, ma anche come alternativa a un Rolex.

Questo crea due problemi. Il primo, minore: noi che scriviamo e leggiamo di computer rimarremo allibiti dai prezzi che l’Apple Watch raggiungerà. Le specifiche tecniche in questo caso conteranno ancora di meno che per l’iPhone. E molti non capiranno come sarà possibile che un computer venda a un così caro prezzo. La ragione, nuovamente, è che stiamo considerando e analizzando l’Apple Watch come un computer. Pensiamo all’Apple Watch come un orologio, e posizioniamolo in quel mercato, e le cose cominciano ad assumere più senso.

Il secondo (e principale) problema è che, pur se presentato come un prodotto più dell’industria del fashion che dell’informatica, l’Apple Watch ha pur sempre — alla base — un computer. E come tale sarà obsoleto in (massimo) un paio d’anni. Scrive John Gruber:

But Apple Watch is not just a piece of jewelry, and it’s not a mechanical device. It’s a computer. And all computers have lifespans measured in just a handful of years before obsolescence. If you buy a $6,000 mechanical watch and take care of it, you can expect it to outlive you and become a family heirloom. Paying even $1,000, let alone a multiple of that, for a premium Apple Watch seems like folly if it’s going to be obviated by faster, sleeker, longer-lasting versions in just a few years. And I don’t see how it won’t be replaced by faster, sleeker, longer-lasting versions, because that’s how all computer technology goes.

Apple Watch is not a tech product, but technology is what distinguishes it — and computer technology gets old fast.

Esiste un mercato per un Rolex, ma esiste sapendo che quello che si acquista durerà una vita, e sapendo che fra dieci anni sarà altrettanto bello e funzionante. Lo stesso non si potrà dire dell’Apple Watch, a meno che Apple non abbia trovato un modo di farlo durare nel tempo. (Un’opzione è che gli interni siano sostituibili: Apple definisce l’S1 come “un computer in un chip“, e potrebbe essere che in anno offra l’opzione di sostituirlo, pagando, con un S2)

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Cheatsheet

App: Cheatsheet

Dove avete parcheggiato la macchina, il numero della stanza dell’hotel in cui soggiornate o la combinazione per aprire la valiga: Cheatsheet serve a ricordare queste piccole cose, che spesso non necessitano di molto spazio e devono essere reperibili all’istante. Cheatsheet le aggiunge al Notification Centre dell’iPhone, elencandole in un widget.

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Il primo iPhone e l’iPhone 6 Plus

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Uno screenshot che mette a confronto lo schermo del primo iPhone con quello di un iPhone 6 Plus.

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Perché il tuo prodotto non sarà perfetto come quello di Apple

Su Medium, una spiegazione del perché per una startup è quasi impossibile (se non eccessivamente costoso) riporre la stessa attenzione nei dettagli che Apple ricerca nei suoi prodotti:

What happened when Apple wanted to CNC machine a million MacBook bodies a year? They bought 10k CNC machines to do it. How about when they wanted to laser drill holes in MacBook Pros for the sleep light but only one company made a machine that could drill those 20 µm holes in aluminum? It bought the company that made the machines and took all the inventory. And that time when they needed batteries to fit into a tiny machined housing but no manufacturer was willing to make batteries so thin? Apple made their own battery cells. From scratch.

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Come sono cambiate le tab di Apple.com

In apparenza un argomento poco interessante, in realtà rivelano molto. Con l’ultimo redesign di Apple.com ne è stata introdotta una nuova (Watch), mentre Lucida Grande — il font di scelta — è stato abbandonato in favore di una variante proprietaria di Myriad. Mentre oggi sono principalmente dedicate all’hardware, un tempo era il software (es. QuickTime, Mac OS X, iTunes) a occuparle:

With the release of the iPhone in 2007, the tabs became more hardware-centric, with Mac and iPhone getting their own tabs.  With the introduction of the iPad in early 2010, the center of the tabs became all hardware lines, with the exception of iTunes (both software and a service).

And, of course, this week Watch joins the lineup. It seems a little odd not to use the full product name Apple Watch or<Apple logo>Watch, especially since Watch is both a noun and a verb.

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La fotocamera dell’iPhone 6 in Islanda

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Austin Mann (di The Verge) è andato in Islanda con il nuovo iPhone 6. La sua recensione fotografica dedicata alla fotocamera del dispositivo è imperdibile. L’iPhone 6 scatta foto meravigliose, in condizioni (di luce) in cui persino una DSLR faticherebbe.

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Tonx diventa Blue Bottle

Tonx, quel servizio che vi invia del caffè a casa ogni due settimane, di provenienza e qualità diversa ogni volta, è stato acquistato da Blue Bottle alcuni mesi fa. Da oggi la transizione è ultimata, e Tonx è ufficialmente Blue Bottle. Blue Bottle è quella che, alcuni, definiscono come la Apple del caffè. Tonx è quello che, il sottoscritto, definisce come il miglior servizio a cui si sia abbonato nell’ultimo anno.

Iscrivetevi da qua, e riceverete $5 di sconto sul primo pacco.

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Pebble 2.5

Parlare di Pebble dopo l’Apple Watch è un po’ come parlare di Palm dopo l’iPhone, comunque: hanno aggiornato il software, che aggiunge funzioni incredibilmente complesse come il supporto alle emoji (prima non visualizzate, ma rimpiazzate da un quadratino) e ne introduce almeno una utile: la possibilità di cestinare le notifiche ricevute sul Pebble, in modo che vengano cancellate dal Notification Center del proprio iPhone.

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La coda fuori dall’Apple Store di Londra

Video: La coda fuori dall’Apple Store di Londra

Piuttosto consistente. Fuori dall’Apple Store di Regent Street.

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16 GB

Che il modello base dell’iPhone 6 abbia solamente 16 GB di storage è, a mio parere, vergognoso. John Gruber ha messo questo dato in prospettiva con le restanti specifiche dell’iPhone 6:

The original iPhone, seven years and eight product generations ago, had an 8 GB storage tier. The entry-level iPhones 6 are 85 times faster than that original iPhone, but have only twice the storage capacity. That’s just wrong. This is the single-most disappointing aspect of the new phones.

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