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Non chiudete le applicazioni

CIT.

Quitting iOS apps to save battery is like unscrewing the light bulb in the fridge before you close. The fridge handles it. Just trust it. Bradley Chambers

I prototipi di Apple degli anni ’80

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Ossessionati dalla paura di perderci qualcosa

Internet è piena di cose magnifiche, e finiamo col perdercele quasi tutte. Dovremmo farcene una ragione, evitare (di tentare) di stare dietro a tutti gli ultimi articoli nel nostro feed rss, o tutti i tweet della timeline, rassegnandoci: non potremo mai leggere tutte le cose che ci interessano, e va bene così.

FoMO significa “fear of missing out“, e con internet questa paura è costante: viene dai blog, dalle notizie, e anche dagli amici: tutte le volte in cui l’iPhone emette un suono e ci sentiamo obbligati a controllarlo perché potrebbe essere importante. Non lo è mai, ma pazienza.

E indovinate cosa dicono? Che disconnettersi non è utile — lo è imparare a utilizzare meglio internet, e rassegnarsi alla semplice realtà: occorre fare delle scelte, che significa perdere qualcosa (qualche notizia, qualche tweet) per ottenere altro.

Psychotherapy for the underlying emotional causes of FoMO is far too costly and invasive, and simply vowing to disconnect from our gadgets fails to work. Instead, the best way to cope with FoMO might be to recognise that, at our frenetic pace of life, we are sometimes bound to miss out. And that, when we do, we might actually improve the outcomes of the options we have chosen.

Un documentario sul web, narrato dalle persone che il web lo fanno

What Comes Next is The Future” è un documentario (a cui hanno preso parte anche Jeffrey Zeldman e Ethan Marcotte) sul web e sul suo futuro, dedicato soprattutto a cercare di spiegare cosa succede — a noi, e al web — ora che internet l’abbiamo sempre in tasca.

What Comes Next Is the Future is a story about the internet, and how the shifting mobile landscape has drastically changed our industry. But it’s also the story of how we’ve all changed as a culture and what we can look forward to in the future, as seen from the perspective those who’ve helped build and shape the web over the last 25 years.

Ha già superato la raccolta fondi di Kickstarter, e io non vedo l’ora di vederlo.

New Matter: la stampante 3D di $200

New Matter è una stampante 3D con due caratteristiche che la distinguono dal resto dell’offerta: un prezzo contenuto sui $250 (o addirittura $200 se la preordinate adesso) e un network costruito attorno ad essa che permetterà ai suoi utenti di acquistare e vendere “progetti” da stampare, fornendo anche degli strumenti semplici e immediati da utilizzare che agevolino la creazione e modifica di design 3D.

(Ma non stampa dentiere o case!)

Quello che la macchina di Google non può fare

Non è brava a evitare scoiattoli e animali piccoli, non può portarvi in montagna (almeno fino a quando non risolvono il problema che nebbia, neve e pioggia causano ai sensori) e se perde la connessione alla rete torna ad essere una macchina normale.

Poi però, scrive WIRED, è brava ad evitare i ciclisti ed è stata programmata per non rispettare la legge in certe situazioni: in autostrada, va un po’ sopra il limite consentito.

Turns out self-driving cars tend to be too polite. Google noticed that at four-way stops, the car stayed behind the stop line, waiting for its turn. Naturally, human drivers, seeing it just sitting there, took advantage and crossed ahead of it. So the team rejiggered the car to slowly inch forward at stop signs, signaling to other drivers that it wants its turn.

Il primo prototipo della macchina che si guida da sola di Google

Video: Il primo prototipo della macchina che si guida da sola di Google

Google ha rivelato il primo prototipo funzionante della sua macchina che si guida da sola. Al contrario delle versioni precedentemente mostrate al pubblico, questa non è una macchina normale “potenziata” con telecamera e sensori per le funzioni aggiuntive, ma un veicolo disegnato da zero — e pensato interamente per una guida senza guidatore:

They won’t have a steering wheel, accelerator pedal, or brake pedal… because they don’t need them. Our software and sensors do all the work.

Selfie automatici (WU 48)

Trovate un pezzo del sottoscritto — il vostro blogger preferito — su WU Magazine numero 48, aka quello correntemente in circolazione.

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“About Feminism”: un manifesto

Un manifesto scritto da alcune sviluppatrici, necessario dato lo stato in cui si trova la Silicon Valley e l’intero settore tecnologico per parità di diritti uomo/donna:

We’re constantly asked ‘if you write any code” when speaking about technical topics and giving technical presentations, despite just having given a talk on writing code. We’ve been harassed at these same conferences in person and online about our gender, looks, and technical expertise. We get asked if we’re the event planner or executive assistant on a regular basis.

(“Essere una donna su Internet“)

Come si usano le emoji

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Rivelazione di Cabel, sviluppatore di Panic.

Quanto consuma Netflix?

Secondo Re/code:

The top 15 percent of streaming video users go through 212 gigabytes of data month. That’s more than seven times the average broadband user, who uses 29 gigabytes.

Se internet ha per voi totalmente rimpiazzato la televisione — per serie tv, film, e quant’altro — consumate in media sette volte un normale utente. Forse ha ragione Ben Thompson, quando scrive che non basta supportare la net neutrality perché più giusta eticamente: ci vuole un piano migliore, che tenga conto degli investimenti che i provider devono fare sull’infrastruttura e derivi i soldi necessari per questi in qualche altro modo:

Or, we could have the situation we have now: emotional appeals for net neutrality on one side, with ISPs arguing they have the right to maximize the economic utility of their networks by means that most consumers will never see (i.e. making content providers pay for fast lanes) on the other, and only the latter includes a solution for incentivizing ongoing investment.

I presume many of my readers work in technology; if you were deciding between two potential alternatives, one backed with an emotional appeal about one priority, and the other by data and a clear articulation of how a different priority would be addressed, which would you choose? I suspect most would choose the one supported by data. In other words, it’s not enough to insist that a position is morally right; it behooves us who believe in net neutrality to work through how the US can balance net neutrality with the need for ongoing broadband investment, fashion a case for our position, and then build a political movement that makes our plan a reality. That is being serious.

Distrazioni

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La prima cosa che guardo in uno screenshot dell’iPhone.

Leftovers: cose non pubblicate (24 Maggio)

Questo materiale — pubblicato a cadenza settimanale — è riservato agli iscritti alla membership. Scopri cos’è la membership (ne rimarrai affascinato: è una cosa bellissima), oppure se già ce l’hai: effettua il login.

MetaFilter e il volere di Google

MetaFilter, un forum (e blog) di due o tre internet fa, ha recentemente annunciato un dimezzamento del suo staff causato dai cambiamenti improvvisi all’algoritmo di Google:

The money situation changed one day in November 2012, when I saw a drastic reduction in traffic and revenue to Ask MetaFilter. I double-checked to make sure the initial estimates were correct, and it appeared that Ask MetaFilter lost 40% of its traffic overnight.

Successe anche a questo blog anni fa: Google decide di cambiare l’algoritmo e penalizzare quei siti che ritiene non aderiscano e rispettino le sue linee guida. Ovviamente si tratta di assunzioni, assunzioni che in certi casi permettono di identificare lo spam, in altri finiscono col penalizzare siti che non hanno niente a che fare con esso. A volte queste supposizioni sono corrette, altre vanno a discapito di domini innocenti.

MetaFilter è appunto uno di questi — e uno dei pochi forum di quelle dimensioni con una cura e controllo molto severo sullo spam. Un sito che non ha mai applicato pratiche di SEO e ha sempre dato importanza solamente alla qualità dei propri contenuti, ma che oggi viene penalizzato senza particolari spiegazioni e ragioni per un cambiamento a lui esterno sul quale non ha alcuna decisione ma, soprattutto, nessuna capacità di farsi sentire. Dipende totalmente da Google — non solamente per la ricerca ma anche per la pubblicità.

E se non è una novità essere totalmente sottoposti al volere di Google, la situazione negli anni non è migliorata. Come scrive The Awl a Google si sono oggi aggiunti i social network: un sito dipende totalmente — e sempre più — da entità esterne ed enormi che non può controllare. Un cambiamento al Newsfeed di Facebook può avere un impatto significativo sul traffico di un sito, proprio mentre la sua homepage perde sempre più valore:

Of course a website’s fortunes can change overnight. That these fortunes are tied to the whims of a very small group of very large companies, whose interests are only somewhat aligned with those of publishers, however, is sort of new. The publishing opportunity may be bigger today than it’s ever been but the publisher’s role is less glamorous: When did the best sites on the internet, giant and small alike, become anonymous subcontractors to tech companies that operate on entirely different scales?

L’era dei computer quantistici è (quasi) iniziata

Clive Thompson ha scritto un articolo — a tratti molto complesso e tecnico — sul D-Wave, il computer quantistico che preferisce il niobio al silicone, e opera a una temperatura 150 volte inferiore a quella dello spazio interstellare:

It may be that quantum computing arrives in a slower, sideways fashion: as a set of devices used rarely, in the odd places where the problems we have are spoken in their curious language. Quantum computing won’t run on your phone—but maybe some quantum process of Google’s will be key in training the phone to recognize your vocal quirks and make voice recognition better. Maybe it’ll finally teach computers to recognize faces or luggage.

Tornano i commenti su Bicycle Mind

Dopo anni, ci si riprova. Sono basati su un servizio esterno, Discourse, una piattaforma per le conversazioni. Potremmo chiamarlo forum ma poi sembrerebbe una cosa del passato e nessuno di voi la proverebbe. L’intento è quello di tracciare una grossa linea di separazione fra i post e i commenti a questi, che stanno da un’altra parte (discuss.bicyclemind.it) nonostante poi vengano visualizzati sotto ciascun post.

Discourse è raggiungibile a discuss.bicyclemind.it e vi permette, previa registrazione (anche con le credenziali di twitter), di creare dei topic per avviare discussioni con gli altri utenti e lettori del blog. Anche ogni nuovo post genera un topic1: i commenti a questo verranno visualizzati sotto l’articolo originale, ad esso relativo.

Andate a vederlo e provarlo: è molto carino.

  1. Questo, ad esempio, è il topic relativo all’articolo che stai leggendo ora

Cosa dice il documento sull’innovazione del New York Times

La scorsa settimana è uscito il NYT Innovation Report, un documento di 96 pagine interno al New York Times in cui si provano ad analizzare, spiegare e valutare le strategie che il quotidiano sta adottato per adattarsi (sopravvivere?) a internet. Ne sono uscite alcune cose risapute — ma confermate con dati — e altre riflessioni interessanti.

1.

Il valore dell’homepage va diminuendo. Le persone raggiungono le notizie attraverso i social media. Trovano non solo le storie più valide oggettivamente ma anche soggettivamente: le più adatte ai loro gusti. In due anni l’homepage ha perso 80 milioni di visitatori.

Only a third of our readers ever visit it. And those who do visit are spending less time: page views and minutes spent per reader dropped by double-digit percentages last year.

2.

L’archivio è importante. Il New York Times ha 14.7 milioni di articoli nel suo archivio, a partire dal 1985. Andrebbe valorizzato: certe storie hanno valore nel tempo e possono venire riproposte. La vita media di una storia su uno stream di Twitter è bassissima, ma non c’è ragione per non provare ad allungarla rilanciandola nel tempo. È una questione che avevamo già affrontato qua: perché così pochi giornali propongono ai lettori pezzi dal loro archivio?

We can be both a daily newsletter and a library — offering news every day, as well as providing context, relevance and timeless works of journalism.

Un grosso problema nella gestione dell’archivio è stata la scarsa organizzazione dello stesso negli anni: occorre migliorarla, dare più attenzione ai metadata, ai tag e a strumenti che permettono di correlare e gestire gli articoli.

3.

Riconfezionare i contenuti — vecchi contenuti in nuovi formati. Di nuovo: riproporre cose vecchie. Il futuro del New York Times dipende soprattutto dalla capacità di sfruttare i nuovi strumenti per promuovere i suoi contenuti e organizzarli con metodi differenti:

The product and design teams are developing a collections format, and they should further consider tools to make it easier for journalists, and maybe even readers, to create collections and repackage the content.

4.

Ci vuole più impegno sui social media: da parte degli stessi giornalisti che devono impegnarsi nel promuovere i loro articoli. Il compito della diffusione di un pezzo spetta anche — e soprattutto — a loro:

For someone with a print background, you’re accustomed to the fact that if it makes the editor’s cut — gets into the paper — you’re going to find an audience. It’s entirely the other way around as a digital journalist. The realization that you have to go find your audience — they’re not going to just come and read it — has been transformative.

5.

Vogliono uno strumento che faciliti e automatizzi la creazione di Snow Fall (“I’d rather have a Snow Fall builder than a Snow Fall” — Kevin Delaney). Comunque nel report non si parla molto di Long-Form e Snow Fall. Come ha rilevato Craig Mod sembra che il New York Times spinga adesso per progetti più semplici. L’obiettivo è di trovare la maniera più adatta a visualizzare un’informazione. Scrive Craig Mod su Medium:

“Snow Fall” was less about what felt natural in a web browser or what was best for the story, and more about what was maximally possible in a web browser. The experiment just happened to be attached to an article. Great storytelling is not about maximizing technical possibility.

It’s easy to throw the kitchen sink into a web site and call it the future. It’s much harder to use an obvious technology well and have it be part of your institution’s future.

L’obiettivo, come segnalato nel punto 3, è capire quale sia per ogni storia il mezzo (o i mezzi, spesso) più adatto per narrarla.

Notifyr: tutte le notifiche dell’iPhone sul Mac

App: Notifyr: tutte le notifiche dell’iPhone sul Mac

Un’applicazione che permette — via bluetooth — di ricevere tutte le notifiche dell’iPhone sul Mac. Significa non solo i messaggi di iMessage, ma anche quelli di WhatsApp, e pure le chiamate. Ovviamente poi per rispondere vi tocca andare a prendere l’iPhone però.

‘Quanto ho guadagnato con Kickstarter’

Aveva raccolto più di 64.000 dollari, ma alla fine gliene sono rimasti poco meno di $5.000. Cameron Moll racconta come, nel suo caso, Kickstarter sia stata una buona esperienza ma poco redditizia — per il tempo dedicatogli.

Profitability of 7.6% is a tough figure to swallow when you recognize that I didn’t draw a “salary” for the time spent on the project in the three years prior to launching my campaign. Had that been factored in, profitability would have been a few tens of thousands in the red.

L’internet delle cose

CIT.

In a world where objects are connected to the Internet, you could imagine one sock emailing the other to say it fell behind the dryer, or the buttons on your shirt could be heart monitors that notify your doctor if you’re not feeling well. [...] I’d love to have my refrigerator text me when I was low on something, but if I had a car accident, would my beer consumption (fridge stats, grocery loyalty cards) be used against me? Nick Bilton

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