Traces

App: Traces

Un’applicazione singolare, che permette di lasciare messaggi agli amici in luoghi specifici. I messaggi in questione non vengono inviati al loro iPhone, ma devono venire da loro recuperati nel luogo designato. È piuttosto divertente da usare.

Con Traces potete lasciare una canzone, una foto o un audiomessaggio di fianco, ad esempio, all’entrata dell’università. Il destinatario riceverà una notifica, ma per vedere il contenuto del messaggio dovrà andare sul posto, sollevare l’iPhone e con esso cercare il messaggio attorno a sé. Il messaggio consiste in una bolla tridimensionale che lievita sul posto in cui è stata rilasciata (per 1 giorno, 1 settimana o 1 mese, a seconda della preferenza del mittente), e che deve essere catturata — per essere poi letta — inquadrandola con l’iPhone.

Al momento funziona solo nel Regno Unito. Un modo per migliorarla: permettere di lasciare messaggi “pubblici”, senza un destinatario specifico, così che siano scopribili da chiunque abbia installato l’applicazione.

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Yo: cos’è, come funziona e a cosa serve (se serve a qualcosa)

Yo

Il mio primo impatto con Yo non era stato dei migliori. Ne scrissi brevemente in Giugno quando ricevette un investimento di 1 milione di dollari, con mia grande perplessità. Per chi non sa di cosa stia parlando: è un’applicazione per iOS che serve ad inviare ai propri amici uno Yo. Nient’altro: niente parole o informazioni di alcun genere contenute nel messaggio inviato. Che non è un messaggio, ma una notifica. Uno Yo. Per semplificare: pensate a una specie di poke.

Da quando è stata lanciata gli sviluppatori vi hanno aggiunto delle funzioni che la rendono (leggermente) più interessante. Non come mezzo di comunicazione con gli amici — a meno che non stipuliate in anticipo un qualche tacito patto del tipo “ti faccio uno YO quando sono sotto casa tua” — ma come sistema di notifiche.

Yo funziona così: l’interfaccia minimale, ma proprio molto minimale, vi mostra l’elenco dei vostri contatti iscritti al servizio. Sta tutta lì, in un elenco dei contatti. Tap sul nome di una persone e gli inviate l’inutile notifica, del tipo “YO from Philapple“. Con un tap prolungato invece (e questa è una delle nuove aggiunte) gli inviate l’URL che avete copiato negli appunti poco prima.  Yo — dato che non fa molto — funziona bene soprattutto da Pebble, per cui c’è un’applicazione specifica.

A farmi installare Yo sull’iPhone sono state le API, che permettono di integrarlo con vari servizi che lo rendono un pochettino utile. Ai servizi ci si iscrive semplicemente aggiungendoli fra gli amici, e inviandogli uno YO iniziale. Ad esempio: volete ricevere uno YO ogni volta che pubblico un post su questo blog? Inviate uno YO a BICYCLEMIND, e verrete soddisfatti. Una notifica per post. Niente titolo, ovviamente. Solo una notifica.

Anche IFTTT ha aggiunto un canale dedicato a Yo: inviate uno YO a IFTTT e potrete attivare una delle moltissime azioni a disposizione. Qui già diventa più interessante. Esempi? Inviando uno YO a IFTTT spegnete le luci della stanza. O in alternativa: per ogni YO inviato a IFTTT potete fare in modo che venga aggiunta una riga a un foglio elettronico su Google Docs, con data e ora: può servire a tenere traccia dei caffè che bevete.

Poi c’è YOSERVERISDOWN, che vi invia uno YO quando il server va giù, o Yotify, il mio preferito: per ricevere uno YO ogni volta che qualcuno vi manda soldi via PayPal o Stripe (ovvero, nel mio caso, ogni volta che vi iscrivete alla membership).

Ne trovate altri nello Yo Index, tutti servizi che offrono di inviarvi uno Yo, aka una notifica, quando succede qualcosa. E forse questa è la strada da seguire: un sistema per ricevere notifiche quando succede qualcosa, piuttosto che un modo per importunare gli amici.

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Robot alla Tate Britain

Se volete farvi un giro per la Tate Britain di notte, dopo l’orario di chiusura, e dalla comodità del vostro divano collegatevi questa sera, ore 11 italiane, al sito web di After Dark. Con un po’ di fortuna avrete la possibilità di pilotare uno dei robot che vagheranno per cinque notti per le sale buie e deserte del museo.

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Ho messo ‘mi piace’ a tutto quello che ho visto su Facebook

Per 48 ore, Mat Honan si è divertito a mettere mi piace a qualsiasi notizia, foto o altro pezzo di informazione che gli è stata proposta nel suo news feed di Facebook.

I like everything. Or at least I did, for 48 hours. Literally everything Facebook sent my way, I liked—even if I hated it. [...]

I wanted to see how my Facebook experience would change if I constantly rewarded the robots making these decisions for me, if I continually said, “good job, robot, I like this.”

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Uno sguardo dentro la Apple University

Il New York Times è riuscito a ottenere alcune informazioni sulla Apple University, che offre corsi come “What Makes Apple, Apple” o “The Best Thing“. Sono riservati ai dipendenti di Apple — che possono iscriversi attraverso un sito non visibile al pubblico — e il loro scopo è essenzialmente quello di inculcargli la cultura e filosofia di Apple:

In a class at the company’s internal training program, the so-called Apple University, the instructor likened the 11 lithographs that make up Picasso’s “The Bull” to the way Apple builds its smartphones and other devices. The idea: Apple designers strive for simplicity just as Picasso eliminated details to create a great work of art. [...]

“You go through more iterations until you can simply deliver your message in a very concise way, and that is true to the Apple brand and everything we do,” recalled one person who took the course.

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Quattro anni a comprare applicazioni

The Typist è andato a ricercare (nell’archivio della sua posta elettronica) tutte le ricevute dell’App Store, per sapere quanto ha speso in applicazioni da quando ha iniziato a usare l’App Store, quattro anni fa.

Il totale? $740 in quattro anni, per 124 acquisti. Temo di essere su una cifra simile, e temo anche un altro dato possa applicarsi ai miei acquisti: solo il 31% delle applicazioni comprate risiedono su un device, le rimanenti sono state cancellate.

Does that mean I wouldn’t have bought any or most of them? Not necessarily: That would be like not going to the movies because you pay $12 for 120 minutes that you can’t “reuse”. Most forms of entertainment are ephemeral by nature.

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Ultime notizie da altrove

La prima pagina di Bicycle Mind si presenta da oggi ai visitatori con una nuova sezione, contenente uno stream delle notizie del giorno pubblicate da altri blog e autori selezionati: si tratta di fonti che leggo quotidianamente, che generalmente pubblicano notizie e riflessioni interessanti. Il nuovo box in questione1 ne presenta alcune — selezionate dal sottoscritto — mentre un’apposita pagina offre uno stream non curato e generato in automatico, basato appunto su un elenco curato di fonti.

È una prima versione che verrà migliorata in itinere, sia nella presentazione che nei contenuti. Lo scopo è quello di dare uno spazio ai contenuti che non vengono trattati in maniera più approfondita sul blog, e offrire uno sguardo a quello di cui si sta parlando oggi in rete, su Apple e tecnologica.

  1. Si trova nella home, in alto

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Polaroid Cube

Una nuova fotocamera Polaroid, resistente all’acqua, agli urti e dotata di varie montature che permettono di posizionarla pressoché ovunque. Una specie di GoPro economica: venduta a $99, e con capacità ovviamente inferiori della GoPro.

Dalle dimensioni ridotte — un po’ più grande di un dado — e dall’aspetto molto simpatico. Quanto sia utile/funzioni però ancora non si sa: arriva a fine mese.

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Il bellissimo sito di Microsoft nel 1994

Microsoft ha rimesso online la prima homepage di Microsoft.com, responsiva ed elegante, così come si presentava ai visitatori vent’anni fa, nel 1994 (quando molti browser ancora non supportavano le immagini).

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Un’analisi della UI delle applicazioni per gestire to-do list

Video: Un’analisi della UI delle applicazioni per gestire to-do list

Vince Clear di Realmac Software, ovviamente.

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La storia di Slack e del suo fondatore

Un lungo profilo su Slack, un nuovo sistema per le aziende per comunicare internamente, utilizzato soprattutto da editori come BuzzFeed, Medium e Gawker. Slack è una chat, ma non solo: unifica tutte le attività di un team — GitHub e Dropbox, ad esempio — sotto un unico tetto. Il suo fondatore è Stewart Butterfield, che nel 2002 creò Flickr:

Slack is so beloved that some companies have begun mentioning it as an employment perk alongside on-site massages and bottomless bacon-tray Fridays in their job listings. Like: We have a dry cleaning service, an ice cream parlor, and… Slack.

Since its public debut in February, Slack has been growing at a rate of 5 to 10 percent a week and now has more than 120,000 daily users. Fully 38,000 people from 2000 different organizations pay for the full-featured version of the service. It has so far pocketed $1.5 million in revenue.

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È arrivato il momento di aprire il WiFi

Nel suo più recente editoriale, Walt Mossberg ha sostenuto la necessità di liberare le reti WiFi permettendo finalmente a chiunque di utilizzarle. Immaginate di potere camminare per le strade di una città, con l’iPhone in grado di connettersi automaticamente a ogni rete che incontra, alleggerendo così la rete mobile (del cellulare) da possibili congestioni e facendo pieno uso delle reti private.

Fu Steve Jobs a discuterne con Mossberg:

His idea was to get as many wireless router makers as possible to build in a “guest network” option — essentially a second Wi-Fi network, securely walled off from the rest of the home network, and with its own name. Then, he hoped that the industry would encourage people to share their bandwidth with strangers via these guest networks. That way, a smartphone user could walk around, moving from one Wi-Fi hotspot to another, without logging in — much like people using cellular data move from one cell tower to another.

Il progetto ha dei limiti e problemi — di sicurezza o complessità, che però possono essere facilmente risolti. Molti utenti non creano una seconda rete per uso pubblico semplicemente perché toccare il modem è l’ultima cosa che desiderano fare: spesso intimoriti dalle impostazioni complicate o da possibili risultati catastrofici (= no internet).

Un’idea che in Europa aveva provato a promuovere Fon, un po’ di anni fa, distribuendo un modem economico che generava due reti WiFi: una per uso personale, privata, e una per uso pubblico. Non prese mai piedi in Italia (con rare eccezioni; io ad esempio ne comprai una), ed anzi da noi è persino illegale aprire a tutti la propria connessione. In Inghilterra invece — dove Fon è diventato popolare, appoggiandosi a BT (British Telecom) — chiunque abbia un contratto con British Telecom può sfruttare la rete privata di un’altra persona, senza costi e ovunque si trovi.

La proposta di Mossberg è simile, magari senza alcun contratto.

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Perché l’EMV non si è ancora diffuso in America

Esiste da dieci anni: è il chip sulle carte di credito che permette il pagamento con pin invece che con la firma. Nonostante sia più sicuro, in America inizia a diffondersi solo adesso:

The EMV standard was first developed in 1994 as a way to reduce magnetic stripe credit card fraud. Most of Europe, as well as Australia, Brazil, and other major countries, have been using EMV for years. So what’s taken the US so long? And now that the standard is decades-old, do we even want it anymore?

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Jibo

Video: Jibo

È bellissimo. È simpaticissimo. Si chiama Jibo e costa $499.

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Tante cose cambiano in sei anni

Recentemente si è discusso di come sia diventato difficile, soprattutto per gli sviluppatori indipendenti, sostenersi completamente attraverso l’App Store. Allen Pike riprende l’argomento facendo notare come il web abbia avuto la stessa evoluzione e lo stesso percorso, dal 1995 al 2001:

In many ways, the iOS app market is where the web was in 2001. The easy wins have been won, and a lot of developers have hangovers. Still, successful products will continue to surprise and delight us from those who stick with it.

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Motivation

Un’estensione per Google Chrome che mostra per ogni nuova tab — invece della classica schermata bianca — la vostra età, minuti e secondi inclusi. Lo scopo? Mettervi ansia.

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Blue Bottle: il prossimo Starbucks?

Blue Bottle, la Apple del caffè, con locali minimalisti e bellissimi che servono un caffè delizioso, si sta espandendo. Alcuni mesi fa acquistò TONX — il servizio che vi spedisce a casa un pacco di caffè fresco e di qualità ogni due settimane1 — e per la prima volta finirà nei supermercati americani con un prodotto pre-confezionato: un caffè freddo realizzato con metodo cold brew2.

Alexis Madrigal, sull’Atlantic, si chiede se Blue Bottle potrà diventare il prossimo Starbucks senza diventare come Starbucks, ovvero se riuscirà ad espandersi mantenendo l’attenzione maniacale nei dettagli e la ricerca della perfezione che oggi ripone nei suoi caffè e locali. Nell’articolo “The Future of Iced Coffee” Madrigal illustra le fasi che Blue Bottle ha dovuto affrontare per creare la bevanda perfetta, ma soprattutto entra nei dettagli di James Freeman, fondatore e CEO di Blue Bottle, e personaggio decisamente interessante:

He was famously compulsive and exacting, carrying a special coffee kit on the road, slipping into In-and-Outs to beg for hot water for his travel kettle, then grinding beans by hand on the plastic benches outside.

(Per chi fosse interessato ad approfondire: “The Blue Bottle Craft of Coffee” è il libro in cui Freeman racconta la storia di Blue Bottle)

  1. Sono abbonato da mesi, e non posso che continuare a consigliarlo
  2. L’infusione avviene senza acqua calda, con il metodo cold brew

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Facebook in Africa

Internet.org è un progetto nato per offrire accesso gratuito a internet in quei Paesi in cui internet non è particolarmente diffuso. È stato lanciato l’altro ieri, il 31 Luglio, in Zambia sotto l’operatore Airtel.

Dietro a Internet.org c’è Facebook, che si sobbarcherà dei costi di connessione. Ma qui sorge anche il problema: quello che i cittadini ottengono non è internet, ma una fetta di internet. Ovviamente: offrire accesso gratuito illimitato non sarebbe praticabile. Ma il problema è che quella piccola fetta di internet include non solo Wikipedia (e altri servizi non a scopo di lucro, che potranno tornare a loro utili), ma anche e soprattutto Facebook.

Quella che in Zambia conosceranno (molti per la prima volta) non è la rete aperta e neutrale che usiamo noi, ma la rete che una società — con un’iniziativa presentata sotto il nome di Internet.org — ha deciso loro di offrire. Una rete chiusa e monopolizzata da un grande leader del settore.

È chiedere troppo eliminare Facebook dall’offerta? Eppure Orange alcuni anni fa lanciò un’iniziativa simile — limitandosi però ad offrire Wikipedia. Scrive Massimo Mantellini:

Qualche anno fa Orange decise di offrire la consultazione gratuita di Wikipedia per i propri utenti di telefonia mobile in alcuni Paesi africani. Era una bella idea, un po’ paracula ma bella: aggiungeva un servizio al proprio pacchetto commerciale per invogliare i clienti a stipulare un contratto, apriva un piccolo spiraglio verso Internet senza travolgere tutti con la retorica dei diritti naturali e delle prerogative della cultura digitale. Contemporaneamente segnalava l’esistenza di un mondo ad una popolazione che in buona parte non lo conosceva.

Internet.org non è così: è una scelta anticompetitiva di una società che, a suo tempo, ha sfruttato a proprio vantaggio la rete neutrale per far valere il proprio talento raccogliendone grandi e meritati successi

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Come offrire un’esperienza di lettura ottimale

Alcuni consigli che editori di quotidiani, magazine e blog dovrebbero seguire nel presentare i loro contenuti online:

Imitating books, newspapers, and magazines worked well because most of us are used to reading them for decades. This isn’t the case anymore. Both the medium and the reader have evolved. We no longer need these classic metaphors because we’ve gotten used to hardware as an actual medium for reading.

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Perché le prese inglesi sono le migliori

Video: Perché le prese inglesi sono le migliori

Non avevo mai apprezzato le prese inglesi per via della loro dimensione, tuttavia — come spiega questo video — il loro design è studiato in ogni dettaglio, e comporta dei vantaggi notevoli dal punto di vista della sicurezza.

Insomma, mi devo ricredere.

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