La terribile ricerca dell’App Store

Trovare un’applicazione affidandosi esclusivamente all’App Store è pressoché impossibile: la funzione di ricerca restituisce frequentemente risultati che lasciano a desiderare, rivelandosi poco efficace e precisa. Google spesso funziona meglio della ricerca interna all’App Store.

Ged Maheux ha provato mettendo “Twitter” come parola chiave: l’applicazione ufficiale è al primo posto, seguita da cose che non c’entrano nulla fino ad arrivare, in ventesima posizione, a Hootsuite. Con il risultato che un utente poco esperto ha basse probabilità di inciampare in Tweetbot o Twitterrific, prodotti di sviluppatori indipendenti.

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App Santa: applicazioni belle ad un prezzo ridotto

Fino al 26 Dicembre potete acquistare alcune bellissime applicazioni ad un prezzo scontato, grazie a App Santa: un’iniziativa che raccoglie e promuove le applicazioni di diversi sviluppatori indipendenti.

Fra quelle scontata si trova (anche se mi sembra strano ci sia qualcuno che segue questo blog e già non le abbia): Tweetbot, Clear, MindNode, Soulver, Launch Centre, Terminology, Next, Deliveries, Draft 4, Day One, Manual, PDF Expert e TextExpander.

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Newsletter, Linklog & Membership

Dopo aver rifatto il template del blog sto mettendo mano a altre parti del blog. Il Linklog è il posto in cui da adesso vanno a finire i link extra, applicazioni e articoli interessanti, che ho letto e apprezzato. Nel mio piccolo tentativo di invogliare a sottoscrivere una membership — oppure regalatela per Natale ai parenti, nonni e zii: è apprezzatissima. Credo. —, e supportare questo blog, i visitatori non-membri del sito hanno accesso solamente ai 10 link più recenti, i quali riconducono tutti alla medesima pagina: una pagina interna a Bicycle Mind, non al link di destinazione (che comunque chi vuole può trovare facilmente copiandone & incollandone il titolo su Google). Al contrario, gli iscritti alla membership hanno accesso a un archivio mensile dei link, funzionanti.

L’altra piccola notizia noiosa riguarda la newsletter. Quella giornaliera è ferma da una settimana, perché stava andando abbandonata a se stessa. È dunque probabile che la newsletter settimanale finisca con l’inglobare quella giornaliera e si arricchisca con quei link sopra menzionati, alcune righe di commento o riassunto. Non ne ho idea, ma questa è la ragione per cui negli ultimi 7 giorni non è stata inviata.

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“Che ora è?” “È verde”

Nel momento in cui scrivo sono le 17:54:04, ed è verde. “What colour is it?” è una pagina che trasforma la data in un colore (utilizzandola come codice hex del colore stesso).

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Le porcherie contro Google News

È di pochi giorni fa l’annunciata chiusura di Google News in Spagna, a seguito di una nuova legge che costringerà Google a pagare una tassa per indicizzare gli articoli di un quotidiano. Un piccolo obolo per ogni articolo.

Ma Google News non ha alcuna pubblicità al suo interno (così da evitare le critiche che comunque gli sono state rivolte), è un aggregatore che riporta poche righe del testo originale (in linea i diritti di citazione che permettono anche a me di riprendere il paragrafo di un pezzo del New York Times) e il loro corrispettivo titolo, che a sua volta rimanda alla fonte originale. È insomma — come scrive Mantellini — una lunga lista di link e “una porcheria senza scusanti“.

Il perché lo dice Mantellini:

[La ragione per cui] L’attacco a Google News è una porcheria ributtante è che attaccare gli estratti, le citazioni, i link, trovando magari un giudice stupido che ti dà ragione come è accaduto in Spagna, è un attacco frontale non solo a Google ma anche all’architettura di rete e ai diritti dei cittadini. È un attacco proditorio e insensato modello bambino-acqua sporca, perché tutte le normative sul diritto d’autore proteggono il diritto di chiunque di estrarre un titolo o due righe da un testo per citarle ad altri, sia che questi siano liberamente disponibili sia che siano protetti da un paywall ad accesso milionario. E questo, per fortuna, da prima di Internet. Ed è un attacco al cuore stesso della rete perché coinvolge il diritto di collegare i propri scritti ed i propri pensieri in rete a quelli di qualcun altro senza dover chiedere permesso. […]

Da quando esiste Internet ogni tanto qualcuno prova a rendersi ridicolo invocando il proprio diritto a non essere linkato senza preventiva autorizzazione o, come nella variante iberica del delirio editoriale, previo pagamento di una somma per la citazione di due righe del prezioso testo: se rimaniamo dentro il microcosmo del contenzioso editoriale la faccenda la si potrebbe ricondurre al comparto psichiatrico delle liti temerarie. Ma così non è: la difesa strenua e a prescindere dei diritti editoriali nel caso di Google News mette in pericolo – seppur in maniera caricaturale – l’essenza stessa della libera espressione dei pensiero e la logica stessa della condivisione delle informazioni in rete.

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Tab Snooze: rimandare le tab a un altro giorno

Applicazione

Tab Snooze: rimandare le tab a un altro giorno

Tab Snooze è un’estensione per Chrome che imita il comportamento di Mailbox, applicandolo alle tab del browser. È così possibile rimandare una tab a più tardi (sera, o pomeriggio), spostarla nel weekend o a qualsiasi data preferita.

Io al momento ho più di 30 tab aperte, in tre differenti desktop: una cosa così per Safari mi tornerebbe infinitamente utile.

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Il complesso di Frankenstein

Nell’immaginario comune i robot sono una minaccia, nei media e nei film. Non per le conseguenze che potrebbero avere — ad esempio sul lavoro a causa dell’automazione — quanto perché li immaginiamo simili a noi, e per questo potenzialmente capaci di ribellarsi. Una ribellione che ha impossibilità di attuarsi nei robot odierni: semplicemente perché non siamo ancora in grado di costruire un computer cosciente.

Per questo trovo rassicurante, e bellissimo, questo articolo di Om Malik — in cui Om cita il complesso di Frankenstein di Asimov:

Isaac Asimov dubbed our expectations and the resulting fear “the Frankenstein complex”:a fear of artificial human beings. In fiction and in movies, our exposure to robotics has been that drones/HAL/Terminator/RoboCop will replace humanity. And yet while Kiva’s robots and Roomba replace many human functions, they are nowhere near as threatening as those humanlike contraptions we associate with the word “robot.” They are doing what robots are supposed to do: repetitive jobs that humans don’t want. I wonder if the media portrayal of robots might be the core reason why we are so uncomfortable with the idea of robots

Il complesso di Frankenstein, spiegato da Treccani:

Dunque il robot come incarnazione della tecnologia che sfugge al controllo del suo creatore? Non dopo Asimov che, con le sue tre leggi, trasformò i robot in macchine d’uso comune. “Lo dipinsi [il robot] come una creatura assolutamente innocua, intesa a svolgere il lavoro per il quale era stata progettata. Incapace di nuocere all’uomo, eppure oggetto di soprusi da parte degli esseri umani che, afflitti da un ‘complesso di Frankenstein’ [.], si ostinavano a considerare quelle povere macchine come creature pericolose” (ibidem).

Il cambiamento d’orizzonte narrativo operato da Asimov trasforma il robot dal prodotto di una ybris, che giocoforza necessita della sua nemesis, a simbolo pacifico ma emblematico che obbliga l’uomo a confrontarsi con il proprio futuro, riconsiderando se stesso e le sue categorie mentali. Tema, questo, fondante di tutta la fantascienza post-asimoviana.

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Miito: l’evoluzione del bollitore

Video

Miito: l’evoluzione del bollitore

Leyla Acaroglu, da un TED Talk del 2013:

Il 97% delle famiglie nel Regno Unito possiede un bollitore elettrico per il tè. Il 65% ammette di riempire troppo il bollitore quando ha bisogno di una sola tazza di tè. Tutta questa acqua extra che viene bollita richiede energia, ed è stato calcolato che un giorno di energia extra utilizzata dai bollitori è sufficiente per illuminare tutte le luci stradali dell’Inghilterra per una notte.

Miito (nel video sopra) è l’evoluzione del bollitore elettrico: è una piastra su cui posizionare la tazza con l’acqua da bollire, evitando così il problema dell’eccesso, essendo l’acqua portata ad ebollizione direttamente nel recipiente finale (che sia una tazza, teiera, o scodella qualsiasi). Non so quanto possa funzionare con la Aeropress, ma è un’idea intelligente, utile per le infinite tazze di te giornaliere, che risolve causalmente anche un altro problema: quello della pulizia del bollitore.

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Cactus per Mac è diventata gratuita

Applicazione

Cactus per Mac è diventata gratuita

Cactus è un’applicazione che facilita lo sviluppo di siti statici, un toolkit molto utile che offre dei template base di partenza puliti e semplici + supporto a markdown, SASS, CoffeeScript, etc… Ma — soprattutto — dà la possibilità di ri-utilizzare (includere) pagine html dentro altre pagine html.

Recentemente è diventata gratuita: scaricatela ora. È ottima.

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The Pirate Bay è offline (e in pochi se ne sono accorti)

Peter Sunde, co-fondatore di The Pirate Bay:

News just reached me that The Pirate Bay has been raided, again. That happened over 8 years ago last time. That time, a lot of people went out to protest and rally in the streets. Today few seem to care. And I’m one of them. […]

The site was ugly, full of bugs, old code and old design. It never changed except for one thing – the ads. More and more ads was filling the site, and somehow when it felt unimaginable to make these ads more distasteful they somehow ended up even worse.

Peter sostiene che il sito fosse in una fase di stallo da anni, un semplice ricordo dei tempi che furono. Per questa ragione — e altre elencate nel suo post originario — non è particolarmente dispiaciuto, o preoccupato, dal fatto che sia stato messo offline.

In maniera più semplice: in quanti utilizzano ancora The Pirate Bay o torrent per ottenere musica e video? Netflix e Spotify sono semplicissimi da usare — e la pirateria si batte così: con al semplicità — mentre chi cerca un contenuto per vie illegali è probabile che scelga lo streaming prima di un file torrent.

(Ieri BitTorrent ha lanciato un browser che promuove un web alternativo a quello che conosciamo, totalmente decentralizzato, in cui i file html vengono distribuiti con teconologia peer-to-peer. Questo è interessante, e se volete provarlo in alpha potete farne richiesta da qua.)

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Possiamo insegnare a un computer a dipingere?

È possibile insegnare a un computer a dipingere come Van Gogh? Fino a un certo limite sì. La tecnica si chiama Inpainting e di norma viene utilizzata per riparare le parti danneggiate di un’immagine — o per rimuovere e aggiungere oggetti ad essa. Sul blog di Wolfram parlano del digital impainting, e dell’utilizzo che ne hanno fatto per allargare l’inquadratura di dipinti famosi: hanno immaginato come lo scenario dipinto si potrebbe estendere oltre i confini del quadro.

Recently the Department of Engineering at the University of Cambridge announced the winners of the annual photography competition, “The Art of Engineering: Images from the Frontiers of Technology.” The second prize went to Yarin Gal, a PhD student in the Machine Learning group, for his extrapolation of Van Gogh’s painting Starry Night, shown above.

Trovate gli esperimenti di Yarin Gal su Van Gogh, Monet o Hokusai su Extrapolated Art.

(Via Kottke)

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Il gruppo che scrive le regole del Web

Paul Ford:

The ultimate function of any standards body is epistemological; given an enormous range of opinions, it must identify some of them as beliefs. The automatic validator is an encoded belief system. Not every Web site offers valid HTML, just as not every Catholic eschews pre-marital sex. The percentage of pure and valid HTML on the web is probably the same as the percentage of Catholics who marry as virgins.

In occasione dell’ufficializzazione di HTML5 Paul Ford scrive del W3C, il gruppo che stabilisce e mantiene gli standard relativi al web. Ne scrive in maniera molto chiara, godibile sia da chi non ne sa nulla sia dagli esperti.

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‘Disruption by design’

Todd Olson:

It is design innovation — not technological innovation — that causes disruption.

I am using technological innovation to mean the use of engineering knowledge to create new processes and products and design innovation to mean the use of design thinking to create improved experiences using available technologies.

Una tesi interessante sostenuta da Todd su Medium: il mezzo principale con cui un prodotto rivoluziona completamente una categoria (all’incirca il significato del termine disruption, di cui si scrisse qua, proveniente da The Innovator’s Dilemma, un saggio di Clayton Christensen) è il design, non la tecnologia. Apple — un’azienda spesso portata ad esempio quando si parla di disruption — ha rivoluzionato musica (iPod), telefonia (iPhone) e personal computer (Mac) non introducendo tecnologie nuove e mai viste prima, ma selezionando quelle pre-esistenti e integrandole in un design, in un prodotto, con al centro l’esperienza utente. L’esperienza utente viene prima della tecnologia. È anche la ragione per cui non ha senso valutare un prodotto in base alle specifiche tecniche, contando il numero di funzioni che offre, guardando solamente alla tecnologia.

Il modo in cui Apple lavora è ancora più evidente con l’Apple Watch (anche se ancora non sappiamo quanto successo avrà): in tanti si aspettavano un device che risolvesse i problemi di batteria degli smartwatch preesistenti, integrasse tecnologie futuristiche e funzionalità che l’avrebbero differenziato notevolmente dall’offerta corrente. In realtà si tratta di uno smartwatch disegnato nel migliore di modi possibili con i limiti tecnologici che abbiamo oggi. A differenziarlo è il design, e — si spera — l’esperienza utente.

Se l’Apple Watch rispetterà le attese, a molti futuri utenti sarà ancora più chiaro come il design da solo possa influenzare l’utilità — e il successo — di un prodotto.

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YotaPhone 2: uno smartphone con schermo e-ink aggiuntivo sul retro

Per quanto bizzarro possa suonare, lo YotaPhone è uno smartphone che proverei: al classico schermo a cui siamo abituati aggiunge sul retro un display e-ink, sul quale leggere, utilizzare piccole applicazioni (tipo scacchi, o roba che non richiede una risposta rapida dell’UI) e disponibile in casi di emergenza da bassa batteria. A me piacerebbe — oltre che per la lettura — per le notifiche: per limitare il consumo continuo che provocano accendendo lo schermo principale.

Lo ha recensito The Verge:

I approached the YotaPhone 2 from a position of skepticism, but have been quickly converted: the rear screen can be an effective e-reader, an always-on weather and notification display, a battery-saving gaming screen, and just a really attractive back cover for the phone.

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Automatismi

Gli automatismi con cui giudichiamo chi ha lo sguardo fisso su uno schermo mi hanno sempre lasciato perplesso. “Guarda la coppia seduta al tavolo di fianco: da cinque minuti non si scambiano una parola, troppo presi dal loro smartphone.” — spesso qualcuno mi fa notare. Pazienza se non conosciamo nulla di quello che stanno facendo o hanno fatto (magari hanno parlato incessantemente per ore), e di ciò che faranno dopo: qualcuno li giudicherà comunque.

Nella stessa maniera, moralista e fastidiosa, e con la stessa popolarità di cui queste cose godono, circola in rete una foto di una scolaresca in gita ad Amsterdam, dentro a un museo (il Rijksmuseum), di fianco a un Rembrandt, e con gli sguardi chini sui loro cellulari. A nessuno viene da supporre che i ragazzi stiano cercando il quadro su Google — magari sollecitati dall’insegnante —, stiano utilizzando l’applicazione del museo o stiano facendo di internet un qualsiasi altro uso proficuo.

No. È un segno di dove siamo andati a finire. Scrive Massimo Mantellini:

Vi viene in mente una maniera più efficace per descrivere la povertà dei tempi moderni? Il loro abisso, la perdita di ogni punto di riferimento, il disinteresse verso la cultura classica, l’eterno riferirsi ad un presente che ci rimbecillisce?

No, una maniera migliore non c’è, e non c’è per due ragioni. La prima è quella – ovvia – che se ci interessa sostenere la tesi della stupidità del nostro essere eternamente connessi (ed eternamente dediti di giorno e di notte a stupidaggini irrilevanti) quella foto è perfetta. Anzi sono abbastanza sicuro che la vedremo circolare nei prossimi dieci anni con discreta frequenza perché il non detto che trasmette è di primo acchito chiaro e lampante. Piuttosto che comprendere la grandezza di Rembrandt i giovani virgulti preferiscono dare conferma alle fosche previsioni di “malattia generazionale” sostenute da Umberto Eco, l’umanità avviata all’autodistruzione dentro un gorgo di superficialità che infine ci ucciderà tutti.

La seconda ragione è che, molto probabilmente quella foto non è quello che sembra e anzi la lettura superficiale che siamo portati a darne è a sua volta un segno interessante di quanto siano vasti e automatici i pregiudizi che riserviamo al mondo che cambia.

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Un camino dentro il Mac

Applicazione

Un camino dentro il Mac

Noiz.io è piccola applicazione per Mac — che va a stare nella menù bar — che riproduce suoni di background per, in teoria, aiutare una persona a concentrarsi. O rilassarsi (più questo, nel mio caso). Quindi il rumore all’interno di un bar, delle tazze e delle persone che parlano, quello prodotto dalla pioggia o da un camino, e molti altri ancora. Per ciascuno si può scegliere l’intensità, attivandolo e mischiandolo assieme agli altri.

È piuttosto piacevole.

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Storia illustrata di Mac OS X

Git Tower (che è un ottimo client git per Mac) ha messo online una storia illustrata di Mac OS X: si parte da Cheetah e, felino per felino, si arriva ai due non felini, Mavericks & Yosemite (che forse dovrebbero stare a parte — da Yosemite poi di Acqua non resta praticamente nulla).

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Lo smartwatch è meno invadente, giusto?

Una delle promesse principali degli smartwatch è quella di consegnare delle notifiche meno fastidiose, a chi le riceve e a chi deve subirle — tutti quelli che ci stanno attorno. Una notifica su un orologio dovrebbe distrarre di meno rispetto alla medesima su iPhone, e dovremmo riuscire a leggerla senza risultare persone orribili a chi ci sta di fronte, giusto?

Beh, no, non proprio. Ho il Pebble da quasi un anno oramai, lo apprezzo ma non è così tanto meno invadente di uno smartphone: spesso, le persone lo notano. Notano se lo guardo — se guardo l’ora, come se avessi fretta — e notanto la vibrazioe del Pebble stesso, spesso udibile da chi mi sta di fianco se l’ambiente è sufficientemente silenzioso (un’aula universitaria, ad esempio).

Ne ha scritto 512 Pixels, che da due settimane ne sta provando uno:

What I’ve discovered is that there are lots of situations that looking at your watch is also considered rude.

Several times over the last couple of weeks, my watch has gone off in a meeting. Upon looking at, I’ve had two different people ask me if were okay on time. Thankfully, neither person was offended, but the opportunity for misunderstanding was present.

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Il viaggio dell’orsacchiotto

Video

Il viaggio dell’orsacchiotto

Se vi è piaciuto il video dell’altro giorno — quello relativo al nuovo magazzino di Amazon, quasi totalmente automatizzato — vi piacerà quest’altro (girato da TIME): una telecamera segue il viaggio di un orsacchiotto all’interno del medesimo magazzino.

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L’Inghilterrà avvierà un programma pilota in quattro città per testare la macchina che si guida da sola

A partire dal primo Gennaio quattro città del Regno Unito (Greenwich, Bristol, Coventry e Milton Keynes) vedranno alcune macchine che si guidano da sole circolare per le proprie strade. Quelle di Coventry e Milton Keynes sono delle capsule dall’aspetto molto futuristico.

(Sarebbe bello avere dei dettagli su come funzionano, visti gli evidenti limiti dell’equivalente macchina di Google)

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Non ne hai avuto abbastanza?

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