Apple Pay e l’Europa

Come Passbook, Siri (tuttora estremamente limitata in lingua italiana) e molti altri servizi che Apple ha lanciato negli ultimi anni, Apple Pay sembra essere stato pensato per gli Stati Uniti prima, e per il resto del mondo dopo. Non sappiamo quando e se arriverà in Europa, anzi: potrebbe benissimo succedere che chi acquista un iPhone 6 oggi non riesca a sfruttarne il chip NFC per mesi e mesi, e magari neppure prima dell’arrivo di un nuovo iPhone 6S.

Macworld inoltre ipotizza che i vantaggi, per gli utenti europei, siano relativi. L’uso delle carte di credito è differente, e spesso ne possediamo una sola (non decine, come mostra il video di lancio di Apple Pay):

On its website, Apple touts that fact that Apple Pay will save you time, by not forcing you to search for your wallet and then find the right card. These concerns, too, are specific to the United States. On average, Europeans carry only 1.46 payment cards (more than two thirds of which are debit cards). In the US, people have more than twice as many cards; 14% of Americans had more than ten cards in 2007. Credit cards are much less common in Europe (though adoption rates vary by country), and most people only have payment cards with their banks.

A riguardo: ho fatto un esperimento applicando un chip NFC al mio Pebble. Pagare per la metropolitana, i bus e quegli acquisti impulsivi e minori che facciamo senza riflettere risulta davvero semplice e immediato con un orologio. Lo stesso vale con uno smartphone: credo l’NFC possa rivelarsi utile anche per l’utenza europea — anche se possiede meno carte di credito, e ne fa un uso più moderato. Il grosso punto interrogativo di Apple Pay è quando?

Sono stato in grado di sfruttare l’NFC grazie al fatto che mi trovo a Londra: non credo avrei potuto fare lo stesso in Italia, o in una qualsiasi altra città inglese. Come Passbook, Apple Pay rischia di rimanere una tecnologia utile e bella in teoria, ma in pratica adottata da nessuno.

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Scritti un anno fa: non ci sono articoli, per questa data

Sponsorship su Bicycle Mind

Se qualcuno avesse un prodotto, un’applicazione o più precisamente un qualcosa da oggi può presentarlo e proporlo ai meravigliosi e colti lettori di questo blog attraverso la sponsorship. Una sponsorship (esclusiva, della durata di una settimana) include un post dedicato e lo spazio pubblicitario subito sotto l’header.

Si legga di più in merito qua.

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Una nota sui commenti

A inizio estate avevo riaperto i commenti su Bicycle Mind. Questi funzionavano grazie a Discourse, un software che ritengo molto promettente e che tiene conto di molti dei problemi legati ai commenti. È un forum (quand’è l’ultima volta che ne avete visitato uno?) adatto all’internet moderna: bello da usare e con alcuni accorgimenti che, almeno in teoria, dovrebbero permettere e stimolare discussioni sane e intelligenti, riducendo quanto più possibile il rumore. Su Bicycle Mind funzionava previa registrazione, fattore che ha ridotto drasticamente il numero di commenti ma che, al contempo, ha fatto sì che quelli ricevuti si siano rivelati pertinenti e interessanti da leggere. Per me, e spero anche per i lettori.

Ora però lo abbandoniamo. Perché? Perché il funzionamento è un po’ macchinoso — i commenti risiedevano su un’altra pagina, non erano immediati né da leggere né da inviare — e principalmente perché il costo del servizio ne supera l’utilizzo. Alcuni blog hanno adottato Discourse con successo, ma ritengo che per funzionare la comunità alla base debba essere molto più ampia di quella che questo blog può raggiungere. Ma, seppur senza Discourse, i commenti resteranno (come potete notare qua sotto) sfruttando semplicemente le funzionalità di WordPress. Saranno sempre letti e eventualmente moderati, nel caso fra di essi ne finiscano alcuni inopportuni.

Perché questo cambio di rotta, negli ultimi mesi? Perché questo ritorno dei commenti dopo averli a lungo criticati? Mi sono reso conto che, seppur inquinati da troll e commenti monosillabici (LOL), ci sono fra i commenti alcune gemme che “ampliano” il contenuto di un articolo. I commenti sono un po’ come il resto dell’internet: per l’80% spazzatura, ma poi c’è quel 10% che ti fa apprezzare che esistano.

Lo spazio per i commenti non è per attaccare altri lettori che la pensano diversamente, o per insultarmi, ma per avviare una discussione: supportando degli argomenti, o spiegandomi perché ho torto (come spesso accadrà) offrendo delle spiegazioni. È facile capire se stai scrivendo un commento interessante, che aggiunge valore all’articolo, o semplicemente schiacciando i tasti della tastiera; nessun commento che sia critico e efficace verrà mai cancellato.

Insomma: fatene buon uso.

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Violare il copyright è naturale

Massimo Mantellini ha scritto un libro, “La vista da qui: appunti per un’internet italiana“, in qui c’è un capitolo dedicato ad alcune questioni relative al diritto d’autore. Il Post ne ha ripubblicato un estratto:

Lawrence Lessig, a nome di alcune associazioni culturali che davanti alla Corte Suprema si opponevano a questa ennesima estensione [estensione della durata del copyright di altri vent’anni, per evitare che Topolino e altri loro prodotti diventassero di pubblico dominio nel 2005], propose alla Corte un calcolo prodotto dal professor Mark Lemley dell’Università della California, che io cito ogni volta che posso e che con Topolino c’entra apparentemente assai poco. Si tratta di un conteggio rapido che rende molto bene un’idea altrimenti difficile da capire.

Nel 1930 sono stati editi in America 10.027 libri; quanti di questi erano ancora in circolazione nel 2000? Il numero esatto è 174. I restanti 9853 libri non generavano quindi alcun introito per i loro autori o per i loro eredi. Se nel 2005, come previsto dalla precedente norma, quei 9853 libri fossero passati nel pubblico dominio avrebbero potuto essere stampati da chiunque, ma anche messi online, trascritti, utilizzati liberamente senza alcuna limitazione. Moltiplicate quel numero per i vent’anni della nuova copertura, moltiplicateli per il novero di altri contenuti (musica, testi teatrali, film, ecc.) e otterrete il peso esatto di quanta cultura condivisa è stata sottratta ai cittadini per tutelare gli interessi della Walt Disney Corporation e di altri soggetti analoghi.

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16 GB a discapito dell’usabilità

Proprio non mi va giù che il modello base dell’iPhone abbia — pure quest’anno — solamente 16 GB di capienza. Una capienza che con l’iPhone 6 sarà ancora più limitante, dato che le foto avranno una qualità superiore (e di conseguenza occuperanno più spazio). Come al solito, questo è un problema che sarà facilmente ovviato dagli utenti Pro, che conoscono le alternative e i trucchi per sfruttare al meglio il device, ma l’utenza non geek invece proverà frustrazione e fastidio quando non potrà aggiornare all’ultima versione di iOS perché il device non ha sufficiente spazio libero, o quando la fotocamera li avviserà che lo storage di sta esaurendo.

Ne risente l’esperienza utente, come scrive Lukas Mathis:

The people most likely to buy it are probably precisely the ones least likely to understand that they need to manually manages the pictures they take so they won’t fill the limited space on their device. [...]

A 16GB iPhone has about 12 Gigabytes of usable space. The iPhone 6 has a 8MP camera; that should translate to between 2 MB and 4 MB per picture. If you do nothing else with your phone — install no games, record no movies, do nothing at all — your phone will be full after you’ve taken about 4000 pictures. If you take a few pictures of your cat every day, eventually end up with a phone that effectively stops working, and don’t know how to solve that problem, this is a terrible user experience.

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La vita breve dell’Apple Watch

Al mio elenco di questioni non risolte sull’Apple Watch, ci aggiungo l’obsolescenza. Il prezzo di partenza dell’orologio è chiaro: 350 dollari, per la Sport Edition. Non sappiamo invece quale sarà il prezzo di arrivo, ma c’è chi comincia a ipotizzarlo. Quello che ci si aspetta è che i prezzi di alcune edizioni, con design del cinturino estremamente curato, e orologio in oro, possano partire dai cinquemila dollari. Se una tale strategia di prezzo sembra assurda applicata a un computer, lo risulta di meno considerando l’Apple Watch non un computer, ma un gioiello (orologio) — strada che Apple sembra suggerire, con le varie collezioni e gli inviti all’industria del fashion per assisterne al lancio. Apple vuole posizionare l’Apple Watch non solo come device per tutti, ma anche come alternativa a un Rolex.

Questo crea due problemi. Il primo, minore: noi che scriviamo e leggiamo di computer rimarremo allibiti dai prezzi che l’Apple Watch raggiungerà. Le specifiche tecniche in questo caso conteranno ancora di meno che per l’iPhone. E molti non capiranno come sarà possibile che un computer venda a un così caro prezzo. La ragione, nuovamente, è che stiamo considerando e analizzando l’Apple Watch come un computer. Pensiamo all’Apple Watch come un orologio, e posizioniamolo in quel mercato, e le cose cominciano ad assumere più senso.

Il secondo (e principale) problema è che, pur se presentato come un prodotto più dell’industria del fashion che dell’informatica, l’Apple Watch ha pur sempre — alla base — un computer. E come tale sarà obsoleto in (massimo) un paio d’anni. Scrive John Gruber:

But Apple Watch is not just a piece of jewelry, and it’s not a mechanical device. It’s a computer. And all computers have lifespans measured in just a handful of years before obsolescence. If you buy a $6,000 mechanical watch and take care of it, you can expect it to outlive you and become a family heirloom. Paying even $1,000, let alone a multiple of that, for a premium Apple Watch seems like folly if it’s going to be obviated by faster, sleeker, longer-lasting versions in just a few years. And I don’t see how it won’t be replaced by faster, sleeker, longer-lasting versions, because that’s how all computer technology goes.

Apple Watch is not a tech product, but technology is what distinguishes it — and computer technology gets old fast.

Esiste un mercato per un Rolex, ma esiste sapendo che quello che si acquista durerà una vita, e sapendo che fra dieci anni sarà altrettanto bello e funzionante. Lo stesso non si potrà dire dell’Apple Watch, a meno che Apple non abbia trovato un modo di farlo durare nel tempo. (Un’opzione è che gli interni siano sostituibili: Apple definisce l’S1 come “un computer in un chip“, e potrebbe essere che in anno offra l’opzione di sostituirlo, pagando, con un S2)

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Cheatsheet

App: Cheatsheet

Dove avete parcheggiato la macchina, il numero della stanza dell’hotel in cui soggiornate o la combinazione per aprire la valiga: Cheatsheet serve a ricordare queste piccole cose, che spesso non necessitano di molto spazio e devono essere reperibili all’istante. Cheatsheet le aggiunge al Notification Centre dell’iPhone, elencandole in un widget.

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Il primo iPhone e l’iPhone 6 Plus

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Uno screenshot che mette a confronto lo schermo del primo iPhone con quello di un iPhone 6 Plus.

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Perché il tuo prodotto non sarà perfetto come quello di Apple

Su Medium, una spiegazione del perché per una startup è quasi impossibile (se non eccessivamente costoso) riporre la stessa attenzione nei dettagli che Apple ricerca nei suoi prodotti:

What happened when Apple wanted to CNC machine a million MacBook bodies a year? They bought 10k CNC machines to do it. How about when they wanted to laser drill holes in MacBook Pros for the sleep light but only one company made a machine that could drill those 20 µm holes in aluminum? It bought the company that made the machines and took all the inventory. And that time when they needed batteries to fit into a tiny machined housing but no manufacturer was willing to make batteries so thin? Apple made their own battery cells. From scratch.

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Come sono cambiate le tab di Apple.com

In apparenza un argomento poco interessante, in realtà rivelano molto. Con l’ultimo redesign di Apple.com ne è stata introdotta una nuova (Watch), mentre Lucida Grande — il font di scelta — è stato abbandonato in favore di una variante proprietaria di Myriad. Mentre oggi sono principalmente dedicate all’hardware, un tempo era il software (es. QuickTime, Mac OS X, iTunes) a occuparle:

With the release of the iPhone in 2007, the tabs became more hardware-centric, with Mac and iPhone getting their own tabs.  With the introduction of the iPad in early 2010, the center of the tabs became all hardware lines, with the exception of iTunes (both software and a service).

And, of course, this week Watch joins the lineup. It seems a little odd not to use the full product name Apple Watch or<Apple logo>Watch, especially since Watch is both a noun and a verb.

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La fotocamera dell’iPhone 6 in Islanda

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Austin Mann (di The Verge) è andato in Islanda con il nuovo iPhone 6. La sua recensione fotografica dedicata alla fotocamera del dispositivo è imperdibile. L’iPhone 6 scatta foto meravigliose, in condizioni (di luce) in cui persino una DSLR faticherebbe.

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Tonx diventa Blue Bottle

Tonx, quel servizio che vi invia del caffè a casa ogni due settimane, di provenienza e qualità diversa ogni volta, è stato acquistato da Blue Bottle alcuni mesi fa. Da oggi la transizione è ultimata, e Tonx è ufficialmente Blue Bottle. Blue Bottle è quella che, alcuni, definiscono come la Apple del caffè. Tonx è quello che, il sottoscritto, definisce come il miglior servizio a cui si sia abbonato nell’ultimo anno.

Iscrivetevi da qua, e riceverete $5 di sconto sul primo pacco.

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Pebble 2.5

Parlare di Pebble dopo l’Apple Watch è un po’ come parlare di Palm dopo l’iPhone, comunque: hanno aggiornato il software, che aggiunge funzioni incredibilmente complesse come il supporto alle emoji (prima non visualizzate, ma rimpiazzate da un quadratino) e ne introduce almeno una utile: la possibilità di cestinare le notifiche ricevute sul Pebble, in modo che vengano cancellate dal Notification Center del proprio iPhone.

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La coda fuori dall’Apple Store di Londra

Video: La coda fuori dall’Apple Store di Londra

Piuttosto consistente. Fuori dall’Apple Store di Regent Street.

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16 GB

Che il modello base dell’iPhone 6 abbia solamente 16 GB di storage è, a mio parere, vergognoso. John Gruber ha messo questo dato in prospettiva con le restanti specifiche dell’iPhone 6:

The original iPhone, seven years and eight product generations ago, had an 8 GB storage tier. The entry-level iPhones 6 are 85 times faster than that original iPhone, but have only twice the storage capacity. That’s just wrong. This is the single-most disappointing aspect of the new phones.

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iOS 8: trucchi e dettagli

Una buona lista di Macstories con molte delle nuove funzioni che iOS 8 introduce, da quelle più pubblicizzate ad altre minori:

You can now see battery usage on a per app basis for the last 24 hours or last 7 days. Go to Settings > General > Usage > Battery Usage.

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1Password per iOS è diventato gratuito

Se non lo scaricate all’istante siete folli.

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Apple Watch: intimo e personale

Mi accorgo di non avere ancora scritto nulla sull’Apple Watch, forse per via delle domande non risposte che dalla presentazione mi sono rimaste in mente. Siccome l’Apple Watch non è radicalmente diverso dagli smartwatch in commercio — non è l’iPhone nel 2007 — se e quanto avrà successo dipenderà dal numero di dettagli che Apple sarà riuscita, entro la data di messa in commercio, a implementare nella maniera corretta. Spesso i prodotti Apple non sono rivoluzionari per via delle tecnologie di cui fanno uso — in circolazione da anni — ma per il modo in cui le implementano, e per come di conseguenza riescono a risultare intuitive e semplici agli utenti. Nell’insieme. Un esempio rapido dal keynote: NFC e Apple Pay.

Molti di questi dettagli che fanno la differenza non ci sono stati forniti. Non conosciamo:

  • La durata della batteria. Probabilmente una giornata, ma comunque ufficialmente sconosciuta.
  • Quanto effettivamente sarà indipendente dall’iPhone. Quali funzioni potrà offrire da sé, e quali richiederanno un iPhone.
  • Lo storage interno.
  • Il prezzo. Sappiamo quello di partenza, ed è buono, ma non sappiamo cosa si ottiene con il prezzo di partenza. Quanto effettivamente sarà necessario spendere per avere un modello decente?

L’Apple Watch più che all’iPhone somiglia all’iPod. L’iPod non era nulla di rivoluzionario, ma riuscì a riassumere tutte le necessità dei consumatori per quel tipo di prodotto, eliminando quelle secondarie. Non era nulla di rivoluzionario nella tecnologia interna e nelle funzionalità offerte; fu il design — l’insieme delle scelte fatte da Apple — a renderlo rivoluzionario. Marco Arment lo dice meglio:

We can’t tell you what that might be, of course. We have no ideas that are actually realistic and practical to make. But Apple must know something we don’t, right? Nope. They don’t. It’s a watch. And it’s very similar to other smartwatches we’ve seen — just executed far better. (We hope.)

What Apple does best is take established ideas, build upon them, make good design decisions along the way, and execute well.

Dunque senza i dettagli è impossibile dire quanto l’Apple Watch sia rivoluzionario. E i dettagli non ci mancano solo nelle funzionalità dell’oggetto, ma anche nello scopo: la presentazione per me non è stata delle migliori. Sarà stata la frustrazione procuratami dallo streaming a singhiozzo, ma personalmente l’ho trovata molto vaga. Alla fine delle due ore, Apple non ci ha dato una spiegazione chiara e precisa del perché abbiamo bisogno di uno smartwatch. Non dell’Apple Watch, ma della categoria a cui appartiene in generale: qual’è il loro scopo? Quale buco vanno a coprire?

Forse, scrive Ben Thompson, la spiegazione è che Apple stessa è incerta sullo scopo del device. In particolare, non hanno ancora dato una risposta a una domanda fondamentale: è l’Apple Watch un accessorio dell’iPhone o è invece un device a sé stante?

This is why I’m worried that the lack of explanation about the Watch’s purpose wasn’t just a keynote oversight, but something that reflects a fundamental question about the product itself that Apple itself has yet to answer: is Watch an iPhone accessory, or is it valuable in its own right?4

Seppure ci manchino i dettagli, abbiamo alcuni esempi che rivelano il potenziale dello smartwatch. Tim Cook l’ha introdotto con tre definizioni, ricalcando la presentazione dell’iPhone (un iPod, un telefono e un device per internet). L’Apple Watch è:

  • Un orologio preciso
  • Una nuovo, intimo, mezzo con cui comunicare
  • Un device per la salute e il fitness

Intimo è la parola che rivela di più sul device, a mio parere. Le restanti definizioni servono soprattutto ad introdurlo, ma in realtà non lo definiscono. A definirlo saranno le applicazioni, le killer app che, forse, Apple non ha ancora identificato. Se ci riflettete, oggi non pensate all’iPhone come a un iPod, e il fatto che sia un telefono è secondario. Le categorie con cui venne definito e presentato nel 2007 non lo definiscono più. Oggi, quando pensiamo all’iPhone pensiamo soprattutto ad applicazioni, e ai vari compiti che queste hanno rimpiazzato:

Yes, the iPhone is still a wide-screen iPod which gets plenty of use but I don’t think anyone thinks that is a defining feature. It’s also a phone, but the Phone is just an app which, for me at least, is not frequently used. I communicate with my iPhone but the go-to app is iMessage or FaceTime or Skype or maybe Email or Twitter. Phone is something I use so rarely that the interface sometimes baffles me. And yes, it’s an Internet appliance. Browsing is something I do quite a bit but many of the browsing jobs-to-be-done are done better by apps. News, shopping Facebook and maps are “things which were once done in a browser.”

Ma, al contrario, intimo e personale è una descrizione che mi aspetto resti attaccata all’Apple Watch, per identificarlo. Ci sono stati mostrati piccoli dettagli che rivelano come la componente “personale” ne sia parte essenziale. È evidente nell’estetica e hardware del device — disponibile in due differenti dimensioni, con quasi infinite varianti nello stile del cinturino — e in alcune sue piccole funzioni. Abilita nuove maniere di connettersi più personali e intime, permettendo di inviare agli amici un piccolo disegno o addirittura il proprio battito cardiaco. Alcuni le ritengono inutili, io le trovo dolci e simpatiche. Grazie alla Taptic Engine le notifiche risultano gentili e discrete — gentili come un leggero tap sul proprio polso.

Come ha detto Jony Ive, “These are subtle ways to communicate that technology often inhibits rather than enables”. Come Patrick Rhone, io lo considero il personal computer più personale della storia:

This is an angle that I don’t feel has been written about enough regarding Apple. One of the biggest things that sets them apart is that they understand that a device like this — one that is always with you and is an integral part of your interactions and communications — to be successful, needs to be deeply personal. […] Tim Cook, describing the Apple Watch, even said it was “The most personal device we’ve ever created.”.

L’Apple Watch eccellerà non nel fornire applicazioni complete e ricche di funzioni — abbiamo l’iPhone, per quelle — ma nel fornire informazioni e funzioni che richiedono poca interazione. Jonathan Ive, nuovamente: “Apps are designed for lightweight interaction”. Non pensate all’applicazione foto — perché mai vorreste consultare la vostra galleria fotografica su uno schermo così piccolo quando avete l’iPhone in tasca? — ma pensate a mappe, che fornirà a ogni deviazione un gentile feedback sulla direzione da prendere, tramite la Taptic Engine. In altre parole: sarà possibile sapere in che direzione andare senza neppure guardare all’orologio.

Apple Pay è un altro sistema che per me giocherà un ruolo chiave nella diffusione del device. Con il mio esperimento col Pebble ho scoperto che pagare con uno smartwatch è davvero più semplice e immediato che con qualsiasi altro oggetto. E il sistema integra piccoli accorgimenti che lo rendono superiore alla concorrenza. Dalla sicurezza del pagamento stabilita tramite il contatto dello stesso con la pelle, alla posizione unica in cui Apple si trova: al contrario di Google, non è interessata a raccogliere informazioni. Apple Pay può essere l’iTunes Store dell’Apple Watch1. Un investimento a lungo termine, il cui scopo è vendere più device — non guadagnare direttamente attraverso Apple Pay:

Aside from the technical differences, Apple is in a unique position due to its business model. It doesn’t want or need to track transactions. It doesn’t want or need to be the payment processor. It isn’t restricted by carrier agreements, since it fully controls the hardware. Google, although first to the market by a matter of years, is still hamstrung by device manufacturers and carriers. Softcard is hamstrung by the usual greed and idiocy of mobile phone providers. PayPal has no footprint on devices.

Non mi aspetto dall’Apple Watch un successo enorme alla prima iterazione. Non significa che sarà un flop: si ricorda — come sottolinea Benedict Evans (e come il grafico sotto mostra) — che l’iPod impiegò quattro anni a diventare popolare. Prima di allora, era un gadget per una nicchia di geek e appassionati di musica.

 

Di fatto, non so bene come mi aspetto. Ma appunto — come posso saperlo quando mancano i dettagli, che sono proprio quelli che fanno la differenza?

***

Concludo con un passaggio da una recensione letta in rete. Non è stata pubblicata da un blog di tecnologia, ma da un tizio che recensisce orologi. Il John Gruber degli orologi, mi pare di capire. A suo dire, per quella fascia di prezzo batte i brand svizzeri che da sempre dominano il mercato. Non c’è nulla che ricerca e raggiunge — scrive — la stessa attenzione nei dettagli:

Apple got more details right on their watch than the vast majority of Swiss and Asian brands do with similarly priced watches, and those details add up to a really impressive piece of design. [...]

The overall level of design in the Apple Watch simply blows away anything – digital or analog – in the watch space at $350. There is nothing that comes close to the fluidity, attention to detail, or simple build quality found on the Apple Watch in this price bracket.

Lui parla dell’estetica, si riferisce all’orologio nell’Apple Watch. Ecco quindi una cosa che mi aspetto: che Apple abbia riposto dei dettagli altrettanto riusciti e piacevoli nelle funzioni del device, nel suo software. Dei dettagli, in apparenza minori, che definiranno l’uso (e lo scopo) che ne faremo. Dell’Apple Watch, e degli smartwatch in generale.

  1. Nota a margine: che per ora arriverà solo negli USA, e spero vivamente non impieghi anni a diffondersi altrove

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Il nuovo carattere tipografico dell’Apple Watch

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L’Apple Watch utilizza un carattere tipografico sviluppato appositamente da Apple per le necessità del device — per le dimensioni ridotte dello schermo —, che somiglia molto a Roboto e di conseguenza a Helvetica Neue e FF DIN.

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Come Steve Jobs avrebbe presentato l’Apple Watch

Jong-Moon Kim ha provato a riscrivere la presentazione dell’Apple Watch, immaginando come Steve Jobs l’avrebbe rivelato al pubblico:

Jobs: What’s more natural than a glance? Look at your wrist right now. That’s right. (Audience chuckles) Look down and then look up. How long did that take? Half a second?

It’s the most natural thing in the world. To look at your wrist.

Who fumbles around in their pockets? People who are disorganized. People with time to spare.

Me? I don’t have time for that. (Laughter)

With this new product, you won’t have to. (Steve glances at his wrist)That’s it. No more fumbling. Just glance. That’s it.

Are you getting this? Do you get it? (Cheering rises)

Today, Apple reinvents the watch. We’re calling it: iWatch.

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