Apple aprirà Siri agli sviluppatori

Secondo quanto riportato da The Information, Apple aprirà Siri agli sviluppatori al prossimo WWDC, rilasciando una SDK e API affinché gli sviluppatori possano rendere il contenuto delle proprie app accessibile tramite Siri:

Apple is upping its game in the field of intelligent assistants. After years of internal debate and discussion about how to do so, the company is preparing to open up Siri to apps made by others. And it is working on an Amazon Echo-like device with a speaker and microphone that people can use to turn on music, get news headlines or set a timer.

Apple potrebbe anche rilasciare un device simile all’Echo di Amazon.

Interessante, anche, questo articolo su come funziona Viv — l’assistente virtuale sviluppato dai creatori di Siri. Pare dovrebbe facilitare molto la vita agli sviluppatori, impedendo la creazione di tanti “silos” e comandi specifici a un’app:

Viv uses a patented [1] exponential self learning system as opposed to the linear programed systems currently used by systems like Siri, Echo and Cortana. What this means is that the technology in use by Viv is orders of magnitude more powerful because Viv’s operational software requires just a few lines of seed code to establish the domain [2], ontology [3] and taxonomy [4] to operate on a word or phrase.

In the old paradigm each task or skill in Siri, Echo and Cortana needed to be hard coded by the developer and siloed in to itself, with little connection to the entire custom lexicon of domains custom programmed. This means that these systems are limited to how fast and how large they can scale. Ultimately each silo can contact though related ontologies and taxonomies but it is highly inefficient. At some point the lexicon of words and phrases will become a very large task to maintain and update. Viv solves this rather large problem with simplicity for both the system and the developer.

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Twitter non sta facendo abbastanza contro gli abusi

Aleen Mean:

Time and time again, we’ve been told that the company is working on making things better for targets of harassment. What we see, however, are half-baked enhancements designed to make the service more appealing to advertisers and attempts at enticing new users. Many people have suggested changes they could implement to curb abuse. For example, Randi Lee Harper’s list of suggestions from earlier this year is still on-point.

Randi Lee Harper ha stilato una buona lista delle cose che Twitter potrebbe fare. Alcune sono molto semplici e ovvie:

  • Al momento se si blocca un utente su Twitter ma un amico lo retwitta, il retweet appare comunque nella timeline. Non dovrebbe.
  • Permettere di rendere visibili i propri tweet solo agli iscritti a Twitter. Se si blocca un utente, al momento questo può semplicemente visitare il nostro profilo in modalità privata per leggere la timeline.

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Un poster del Macintosh

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Un poster del Macintosh

Dorothy, un sito web, ha messo in vendita un poster del Mac, con le varie componenti umanizzate.

Ce l’ho nel carrello — è troppo bello.

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Come funziona la censura dell’Internet in Cina

Wall Street Journal:

The degree of censorship is not the same throughout China, according to Vasyl Diakonov, chief technology officer at KeepSolid VPN in Odessa, Ukraine.

Some IT hubs in the east of the country have relatively minor restrictions, while remote regions in western China — where ethnic discontent runs highest — have nearly all the well-known VPN protocols blocked, he says. Indeed, just using a VPN to access blocked websites can earn you a trip to the local police station in the troubled, Muslim-majority province of Xinjiang, residents say.

Il Great Firewall of China è intenzionalmente poroso. Come si era già scritto, la censura è selettiva e abbastanza sofisticata: non vengono censurati tanto i messaggi negativi, quanto piuttosto quelli che invitano all’azione.

Il governo cinese paga anche dei commentatori, che si occupano di virare le discussioni online verso temi più leggeri della politica:

I commentatori pagati dal governo non sembrano dire molte cose negative sugli stranieri. Quello che fanno è invece lodare e distrarre: scrivono post di sostegno al governo e cercano di sviare l’attenzione dell’opinione pubblica, soprattutto quando temono ci sia il rischio di proteste o altre attività che potrebbero essere un pericolo per il governo.

Questi commentatori non sembrano essere particolarmente interessati alle persone che si lamentano del governo, ma agiscono quando c’è un rischio reale di disordini. Per dirla con le parole di King, Pan e Roberts: «Interrompere le discussioni in cui i cittadini manifestano il loro malcontento finirebbe solo con il limitare informazioni che potrebbero essere utili al regime. I leader cinesi quindi non hanno molti motivi per censurarle, controbatterle o per inondare Internet di punti di vista opposti. Il pericolo che il governo cinese combatte con forza grazie all’ampia censura e ai moltissimi post falsi sui social media sono i commenti che potrebbero potenzialmente preludere a un’azione collettiva dei cittadini».

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Material Design su iOS non funziona

Per qualche ragione, Google insiste nel voler utilizzare Material Design — il linguaggio visivo e guida creata da Google su come realizzare un’UI per Android — anche su iOS. Il risultato è spiacevole: non seguendo le convenzioni di iOS, non utilizzando San Francisco come font, non rispettando lo stile di default dei bottoni e mettendo ombre un po’ ovunque, quando si apre un’app di Google si viene catapultati in un mondo a parte, che stona con il contesto e semplicemente rompe i pattern visivi che gli utenti hanno imparato altrove.

Jason Snell ricorda che anche Microsoft, a un certo punto, ebbe un approccio simile. Word su Macintosh iniziò a funzionare come Word su Windows, a discapito dell’usabilità:

While Microsoft was busy building its Windows empire, from the very beginning it had been a good citizen on the Mac. Word and Excel had been with the Mac since the beginning. Excel was born on the Mac. I would wager that Word and Excel were the two most popular third-party programs on the Mac back in those days.

Then came 1993, and something funny happened: Microsoft released new versions of Microsoft Office for the Mac, all based on the Windows code base. The familiar Mac versions of Microsoft’s apps vanished, replaced by programs that didn’t behave like Mac apps at all. They were very clearly members of the Office for Windows suite, ported over to the Mac.

Why did Microsoft do it? To this day I can’t decide if they were so high on the greatness of Windows that they imagined Mac users would take to the new Office like a glass of ice water in hell, or if they just cared so little for the Mac that it was no longer worth creating apps specifically for the Mac.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

I social network aiutano a diffondere le teorie cospirazioniste

I social network — ottimizzati per mostrarci cose che ci piacciono — stanno contribuendo alla diffusione di cospirazioni e teorie imbecilli. Una volta che un utente si iscrive a un gruppo contro gli OGM, per fare un esempio, finisce in un circolo vizioso in cui gli vengono suggerite e presentate varie notizie e opinioni altrettanto opinabili — come i gruppi anti vaccini, o i vari metodi naturali e “ingiustamente” non riconosciuti per curare una malattia.

Scrive Fast Company:

In his 1962 book, The Image: A Guide to Pseudo-Events in America, former Librarian of Congress Daniel J. Boorstin describes a world where our ability to technologically shape reality is so sophisticated, it overcomes reality itself. “We risk being the first people in history,” he writes, “to have been able to make their illusions so vivid, so persuasive, so ‘realistic’ that they can live in them.” […]

Rather than pulling a user out of the rabbit hole, the recommendation engine pushes them further in. We are long past merely partisan filter bubbles and well into the realm of siloed communities that experience their own reality and operate with their own fact.

Per dimostrare questo effetto, il Wall Street Journal ha creato due differenti versioni del news feed di Facebook: in un caso il news feed raccoglie le notizie che vedono e vengono consigliate ai sostenitori del partito democratico, nell’altro quelle che vengono proposte alle persone che votano i repubblicani.

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Un treppiede per iPhone che sta nel portafogli

Davvero carino e di dimensioni ridotte. Può anche fare da stand, per guardare video in un’angolazione ottimale.

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Come la tipografia può salvarti la vita

Scrivere una frase TUTTA IN MAIUSCOLO, CON L’INTENTO DI ENFATIZZARLA, può in realtà rivelarsi controproducente, risultando meno leggibile:

Because we see words as shapes, big rectangular blocks of all caps take us much longer to process. In an emergency, that extra time to decipher an urgent message may come at a cost. […]

So why do we use all caps instead of bold or italic or even highlighted? Because back when lawyers used typewriters, the only simple way to emphasize anything was to use ALL CAPS. And while today our fancy post-typewriter machines could certainly render the text in other “conspicuous” ways, tradition is hard to break. Just ask the weather service.

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Il non fotografabile

There was the sense of diminishment I always get from our culture of images: no matter how finely you chop life into a sequence of photographs, no matter how closely in time the photographs are spaced, what the sequence always ends up conveying to me most strongly is what it leaves out. — Jonathan Franzen, A Voyage to the End of the World

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Il social network che dimentica

Scrive il New York Times, riguardo a Snapchat:

If we are to believe the theories about how people want to communicate nowadays — largely through anesthetized, hypermediated and impersonal ex­­changes — Snapchat’s recent surge in popularity makes little sense. […]

Its entire aesthetic flies in the face of how most people behave on Facebook, Instagram and Twitter — as if we’re waiting to be plucked from obscurity by a talent agent or model scout. But Snapchat isn’t the place where you go to be pretty. It’s the place where you go to be yourself, and that is made easy thanks to the app’s inbuilt ephemerality. Away from the fave-based economies of mainstream social media, there’s less pressure to be dolled up, or funny. For all the advances in tech that let us try on various guises to play around with who we are, it seems that we just want new ways to be ourselves. As it turns out, the mundanity of our regular lives is the most captivating thing we could share with one another.

Aggiungetemi, se volete.

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Google ha messo una piccola tastiera QWERTY su Android Wear

Buona idea, mettere una tastiera nell’orologio.

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Le applicazioni istantanee di Android

Google ha fatto delle app istantanee, che si possono aprire senza prima doverle scaricare:

Someone sends you a “deep link” from an app—that’s a link that might go all the way to a product or piece of media—and when you tap it, the app just appears on your phone in that exact spot. So it will take you right to, say, a pair of shoes on Zappos. The UI is fully functional, too—its buttons will actually work. And your payment information is even stored inside Google, so you can feasibly buy those shoes without entering your credit card or shipping info.

Serve in quei casi in cui l’applicazione ha un singolo scopo o una singola funzionalità — normalmente, app di questo tipo vengono scaricate per venire utilizzate due o tre volte. Oppure quando un link sul web tenta di aprire una parte di un’app (come nel caso di Medium o YouTube).

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Il Regno Unito sta lavorando per mettere la patente nell’iPhone

Andrebbe a finire in Wallet (ex Passbook), riporta 9to5mac:

It looks like drivers in the UK could soon be able to store their driver’s license within Apple’s Wallet app on iPhones as CEO of the country’s Driver Vehicle Licensing Agency (DVLA) today shared the image of the work in progress feature above.

Nel momento in cui avrò anche un documento d’identità sempre a portata di mano, nell’iPhone, potrei davvero fare a meno del portafogli.

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David Pogue: ora capisco Snapchat

David Pogue (guardate anche il video):

Usually, what you post online is there forever. It can come back to haunt you. Everything on Facebook, Twitter, Instagram, the Web, text messages, email — it will always be there for people to judge you. Your parents might see it. A college admissions officer. A prospective employer.

But Snapchat takes the pressure off. If your snap is goofy or badly framed or embarrassing or incriminating — you don’t care! Post it anyway. No employer or principal or parent will ever find it and disapprove.

Furthermore, there are no comments, no Like buttons, no counts of how many friends you have. No judgment.

All of this gives Snapchat an honesty, an authenticity, an immediacy that the other social media apps lack — and that millennials love.

Concordo pienamente: il fatto che qualsiasi contenuto condiviso via Snapchat prima o poi scompaia serve ad alleggerire la condivisione — a renderla più piacevole e spontanea — più che a condividere foto di nudi.

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I bellissimi computer di 50 anni fa

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I bellissimi computer di 50 anni fa

Docubyte ha fotografato computer come l’IBM 1401 e il Pilot ACE a cui lavorò anche Alan Turing — computer enormi di più di 50 anni fa insomma.

Pur non avendo il design di un iPhone o di uno dei Macbook odierni, c’è qualcosa di bellissimo in queste macchine.

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Abbiamo bisogno di più Firefox

EFF:

We need more Firefoxes.

We need more browsers that treat their users, rather than publishers, as their customers. It’s the natural cycle of concentration-disruption-renewal that has kept the Web vibrant for nearly 20 years (eons, in web-years).

We may never get another one, though.

The World Wide Web Consortium (W3C), once the force for open standards that kept browsers from locking publishers to their proprietary capabilities, has changed its mission. Since 2013, the organization has provided a forum where today’s dominant browser companies and the dominant entertainment companies can collaborate on a system to let our browsers control our behavior, rather than the other way.

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Sul nuovo logo di Instagram

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Sul nuovo logo di Instagram

Tobias van Schneider:

The only thing that I personally don’t like — I’m not a big fan of the gradient, I do think the gradient is kind of obsolete. The gradient is the most generic thing about the whole branding piece. I’ve seen this gradient so many times and there’s nothing wrong in seeing a thing many times as long as it is not part of your core ingredients of your visual identity. The gradient isn’t really ownable. It isn’t really an ownable element and that’s what the problem is with the gradient.

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.blog

Automattic, l’azienda dietro WordPress, ha acquistato il dominio di primo livello .blog. Dal prossimo autunno inizieranno le registrazioni — dicono che i prezzi saranno in linea a quelli di altri domini di primo livello, e che saranno aperte a tutti (non servirà, ad esempio, avere un sito che risiede su WordPress.com per farne uso)

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Il problema di Facebook con le notizie

Si discute molto in questi giorni della sezione trending topics di Facebook, che a differenza del news feed — nel quale la priorità di una notizia rispetto a un’altra viene determinata da un algoritmo — ha delle persone dietro che scelgono a quali notizie dare rilevanza. Pare, stando alle dichiarazioni di uno dei giornalisti che lavora a Facebook, che il social network abbia optato più volte per censurare una notizia a supporto del partito conservatore in favore del partito democratico.

In realtà, trending topics è una sezione piccola di Facebook che vive nella sidebar del sito. Facebook può sì influenzare i suoi utenti scegliendo a quali notizie dare risalto, ma che sicuramente ha più impatto sulle loro idee e scelte politiche è il news feed — e il news feed ahimè ha un problema ben più grosso: ci mostra solo quello che ci dà ragione, contribuendo a una polarizzazione generale delle nostre opinioni. È editoriale ma meno esplicitamente: non ha un gruppo di persone dietro che ne curano il contenuto — come trending topics —, ma ha un algoritmo basato comunque su un principio: suggerirci cose che ci piacciono.

Come scrive Ben Thompson, è il news feed che rischia di fare un danno maggiore alla società:

This, then, is the deep irony of this controversy: Facebook is receiving a huge amount of criticism for allegedly biasing the news via the empowerment of a team of human curators to make editorial decisions, as opposed to relying on what was previously thought to be an algorithm; it is an algorithm, though — the algorithm that powers the News Feed, with the goal of driving engagement — that is arguably doing more damage to our politics than the most biased human editor ever could. The fact of the matter is that, on the part of Facebook people actually see — the News Feed, not Trending News — conservatives see conservative stories, and liberals see liberal ones; the middle of the road is as hard to find as a viable business model for journalism (these things are not disconnected).

La verità è che il problema risiede nella premessa di Facebook di essere neutrale: né l’algoritmo che determina cosa mostrarci nel news feed, né la sezione curata manualmente da un gruppo di giornalisti, lo sono. Entrambi sono editoriali — ed è il news feed, l’idea che solo quello che ci piace ed è in sintonia con le nostre opinioni debba interessarci — che dovrebbe preoccuparci maggiormente.

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Le emoji bianche si possono usare?

The Atlantic:

The folks I talked to before writing this story said it felt awkward to use an affirmatively white emoji; at a time when skin-tone modifiers are used to assert racial identity, proclaiming whiteness felt uncomfortably close to displaying “white pride,” with all the baggage of intolerance that carries. At the same time, they said, it feels like co-opting something that doesn’t exactly belong to white people—weren’t skin-tone modifiers designed so people of color would be represented online?

Last year, the hosts of the podcast Call Your Girlfriend, Ann Friedman and Aminatou Sow, debated whether white people can use darker skin tones when sending emoji, or if that amounts to cultural appropriation.

Eli Schiff:

It was at this point that the troubling nature of the situation became more clear. It is not simply that it is problematic for whites to use the white emoji, but so too is it racist for them to use the brown shades and the yellow default. In sum, it is racist for whites to use any emoji.

There are two choices going forward: either white users should refrain from using emoji, or an alternative default must be drawn. Perhaps green, blue or purple would be an ideal choice as they don’t have racial connotations.

In effetti non ho mai considerato l’uso di un emoji che non fosse gialla. Come conseguenza — e anche per via del fatto che il giallo è stato adottato da serie TV come i Simpson — il colore di default del sistema finisce con il venire associato a sua volta ai bianchi — quasi a voler sottointendere che non hanno un colore.

Come sottolinea Eli, sarebbe stato possibile evitare questo problema optando per delle emoji blu o verdi come default. Scrive sempre il The Atlantic:

This seems to be the crux of the matter. White people don’t have to use racemoji or risk denying their identity; the default works fine. Perhaps the squeamishness on the part of whites has more to do with the acknowledgement that only white people hold this special privilege; to use the white emoji is to express a solidarity with people of color that does not exist.

So it becomes a self-reinforcing cycle. When white people opt out of racemoji in favor of the “default” yellow, those symbols become even more closely associated with whiteness—and the notion that white is the only raceless color.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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