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Anziani reagiscono ai Google Glass

Video: Anziani reagiscono ai Google Glass

Immaginate i Google Glass e vostra nonna: come li userebbe? E li userebbe, soprattutto? In questo video hanno provato a darli in mano a un po’ di persone anziane, per vedere la loro reazione.

Vivere con il Fitbit

David Sedaris racconta sul New Yorker quello che succede quando comprate un activity tracker, come il Fitbit:

I was travelling myself when I got my Fitbit, and because the tingle feels so good, not just as a sensation but also as a mark of accomplishment, I began pacing the airport rather than doing what I normally do, which is sit in the waiting area, wondering which of the many people around me will die first, and of what. I also started taking the stairs instead of the escalator, and avoiding the moving sidewalk. [...]

During the first few weeks that I had it, I’d return to my hotel at the end of the day, and when I discovered that I’d taken a total of, say, twelve thousand steps, I’d go out for another three thousand.

“But why?” Hugh asked when I told him about it. “Why isn’t twelve thousand enough?”

“Because,” I told him, “my Fitbit thinks I can do better.”

(David Sedaris è uno scrittore, piuttosto divertente)

Non c’è bisogno di “podcast network”

Marco Arment spiega perché i “podcast network” sono in declino. La ragione è semplice: nel momento in cui creare e distribuire un podcast diventa sempre più semplice e economico, non è più necessario affidarsi a un network che si prenda in carico quel lavoro e quel costo che il software ha comunque eliminato.

La terza, se non principale, ragione per cui certi scelgono un network invece di sviluppare un progetto indipendente è la visibilità che il network può essere in grado di dare. Questa può servire al lancio iniziale — con la pubblicità, e il bacino di utenti affezionati — ma non sostiene un podcast di per sé:

Discoverability is overrated. The real way to get more listeners is to make a great, relevant show. The best content tends to be found, but it takes hard work and dedication. Each episode of ATP takes about 10–12 person-hours of work,2 and we’ve been doing it every week for the last 70 weeks. Our show is successful primarily because we put a lot of effort into it and have chosen a topic that fits our existing audience and the current podcast market well.

Having a “built-in audience” from two 5by5 shows didn’t sustain Neutral. It peaked at about 1,000 listeners — when we ended Neutral, the audience for the weeks-old ATP was already 15 times larger and skyrocketing.

Non sei la tua cronologia

Floodwatch è un’estensione per Chrome che monitora e registra tutte le pubblicità che vi vengono mostrate, così da creare una cronologia che riveli in che modo i pubblicitari vi vedono — come siete categorizzati, come variano le pubblicità in base ai siti che visitate, età e sesso.

Lo scopo di Floodwatch è quello di raccogliere quanti più dati possibili sulla pubblicità online, per poi utilizzarli per studiare la pubblicità online: le pratiche in uso, e per scoprire se vi sono delle discriminazioni in corso verso certi utenti.

“Come non essere uno stronzo su Internet”, con Jerry Seinfeld

Video: “Come non essere uno stronzo su Internet”, con Jerry Seinfeld

Jerry Seinfeld elenca — in questo video per WIRED — le regole per utilizzare senza risultare fastidiosi internet, smartphone e vari device.

Te la ricordi la blogosfera?

Davide Piacenza ha raccontato la blogosfera italiana, come era anni fa, fra il 2002 e il 2008:

In testa alla carovana degli avventurieri c’erano anche il già citato MantelliniAndrea BeggiEnrico Sola (allora soprattutto Suzukimaruti), Luca SofriAntonio SofiLeonardo TondelliLuca ContiMafe de BaggisGianluca Neri e autori che scrivevano sotto pseudonimi come Squonk,LivefastPersonalità Confusa. Tutte queste voci, che magari a qualcuno non diranno nulla, per buona parte degli anni Duemila hanno filtrato, amplificato e veicolato il dibattito su Internet e l’innovazione. Non è un’esagerazione o un’iperbole: c’erano i blog. Si parlava dei blog. E lo si faceva sui blog. [...]

Ci fu l’ondata primigenia di incontri ed eventi ad hoc, tutti con nomi che testimoniano l’ossessione per il nuovo strumento: le BlogFest di Gianluca Neri/Macchianera e, soprattutto, i Barcamp. In tutti questi luoghi prevalevano oggetti, simboli e codici poi rimasti legati a quel mondo: le moo card, biglietti da visita su misura diventati uno status symbol; il caffè espresso tra un panel e l’altro, con annessa occasione per socializzare; l’inevitabile scambio di link alla fine dell’incontro, per sigillare sul blogroll il neonato rapporto. Il mondo dei blog in Italia, essenzialmente, per un certo periodo rimase assimilabile, per conformazione e dinamiche interne, a un gruppo di amici allargato.

Mi ricordo con nostalgia i vari BarCamp a cui ho partecipato. Nel 2006 il sottoscritto aveva sui 15 anni; aveva appena aperto questo blog su WordPress.com (si chiamava Mac Blog) e si ritrovava a saltare un giorno di scuola per finire a Torino, Bologna o altrove per incontrare gente che conosceva inizialmente solo tramite Internet. Ho partecipato a BarCamp, BlogFest e MacDay. C’erano poi le Pandecene e altri eventi minori. Ho incontrato la maggior parte delle persone che oggi conosco e seguo su internet in quegli anni.

Mi ricordo quegli incontri — più o meno chiunque era più grande di me — con la “blogosfera” italiana, mi hanno permesso di conoscere e farmi conoscere da persone che ammiravo (per quanto io fossi poco sociale, e molto silenzioso). Un po’ mi mancano, ma lo spirito e la rete che forma la “blogosfera” odierna non è più quello di un BarCamp — non è più una piccola rete di amici.

Withings Activité

Il nuovo activity tracker di Withings ha l’aspetto di un classico orologio da polso, e lo è con una piccola aggiunta: la capacità di contare i passi, registrare le ore di sonno 1 e di sincronizzarsi all’iPhone via bluetooth.

La batteria dura un anno.

  1. Supporta anche gli smart alarm, una funzione presa dal Jawbone UP

Perché Amazon ha fatto un telefono?

Farhad Manjoo lo ha chiesto a Jeff Bezos in un’intervista. Letta: continuo a non capirlo.

Steve Jobs e il Giappone

Nobuyuki Hayashi racconta un aneddoto su Steve Jobs, e la sua passione per il sushi — che amava consumare in un piccolo ristorante di Palo Alto:

You might have heard Steve Jobs was very impatient. But if it were for Toshio’s sushi, Steve could wait for 30 minutes. [...] Steve loved the place so much and often visited there alone for lunch. Seat No.1 at the counter (shown above) was his favorite seat and even when he visited without reservation, he seemed upset when that seat was taken.

Una caratteristica interessante del nuovo smartphone di Amazon

Amazon offre, con il suo smartphone, backup illimitato e gratuito delle proprie fotografie. È una feature fantastica, e un’opportunità che per qualche ragione Apple si è lasciata sfuggire (iCloud costa tanto, e lo spazio gratuito iniziale è ridicolo):

I cannot believe that given the ever-shrinking price of storage in the cloud, one of the major players hasn’t offered free, unlimited photo uploads before. It should be table stakes given all the other monetization angles these phones provide to their parent companies. And now I have a feeling it will be thanks to Amazon’s Fire Phone.

L’intervista del New York Times a Jonathan Ive

“È difficile rimanere pazienti mentre fan e investitori chiedono dove sia la prossima grande iCosa?”

Honestly, I don’t think anything’s changed. People felt exactly the same way when we were working on iPhone. The iPhone was broadly dismissed. The iPod was broadly dismissed. The iPad was probably more copiously written off as a large iPod.

My focus is incredibly narrow. I can’t talk with any authority other than design and development of product. When I look back over the last 20 years, you have this sense that, you’re working on something that’s incredibly hard, when you’re working on it, you don’t know whether it’s going to work out or not.

Woof!

Degli investitori hanno gettato al vento 1 milione di dollari per Yo, un’applicazione che serve a importunare i propri amici inviandogli uno “Yo“. Ovvero: invece di inviare loro un messaggio, Yo vi permette di contattarli con uno “yo”. Senza contesto, senso e significato — giusto per ricordargli che siete vivi (vi ringrazieranno sicuramente).

Secondo me l’idea l’hanno avuta da un episodio di The Office. Non va a finire bene.

La nuova strategia di Amazon

Forse per la prima volta, per il suo nuovo smartphone Amazon ha adottato una strategia nel prezzo che non punta al ribasso: il Fire non è competitivo nel costo, ma Amazon spera che lo sia per funzioni.

Scrive Dan Frommer:

Instead, Amazon has taken a somewhat surprising, more conservative path, hoping its unique features—a 3D interface, Prime media, free unlimited cloud storage, and Firefly product-recognition software—will sell enough Fire Phones on their own.

This may prove to be a better strategy in the long run: pushing the Amazon platform as an equal to Apple’s iOS and Google’s Android, instead of trying to be a cheap player in an industry that’s already getting commoditized on the low end. But it’s perhaps a tougher sell today than if this intriguing new phone were also competitive on price.

Espresso nello spazio

GUARDA L'IMMAGINE

Lavazza ha creato per la ISS (International Space Station) una macchina del caffè che funziona nello spazio. L’espresso finisce in una busta di plastica, e va poi consumato con una cannuccia.

Apple e il responsive design

Con l’introduzione di Adaptive UI in iOS 8, le applicazioni diventano propriamente responsive:

The main feature of Adaptive UI is the ability to specify layout rules based on Size Classes, which are really just breakpoints set by Apple.

L’approccio di Apple al responsive design è molto cauto. Per qualche ragione il loro sito non è tuttora minimamente responsivo.

Apple presenterà un orologio a Ottobre

Lo scrive John Paczkowski, una persona che solitamente ci azzecca. Si parla di un dispositivo indossabile che sfrutterà il nuovo HealthKit:

That’s the tentative launch date Apple has set for its first, long-in-the-offing foray into wearable devices. People familiar with Apple’s plans tell Code/red the company hopes to schedule a special event that month to show off the device, which is designed to make good use of the HealthKit health and fitness information-gathering app it recently showed off at WWDC.

Fingere di essere informati

Non è mai stato così facile, come lo è oggi, pretendere di essere informati e eruditi, senza in realtà sapere nulla.” In “Faking Cultural Literacy“, Karl Greenfeld ha riassunto il modo in cui oggi ci muoviamo nell’informazione: non ci interessa assumerla ma condividerla, e ci interessa condividerla — sui social network, o nelle conversazioni faccia a faccia —  per mostrare ai nostri amici che siamo informati, che siamo istruiti:

Selezioniamo quello che ci appare rilevante da Facebook, Twitter o fonti simili, e poi lo rigurgitiamo. Quello che oggi a noi interessa non è necessariamente aver consumato un contenuto di prima mano, ma semplicemente sapere che esiste — e avere una posizione a riguardo, essere in grado di discuterne in merito.

Tony Haile, CEO di Chartbeat (un’azienda che si occupa di statistiche online), ha dichiarato in un tweet che non esiste correlazione fra la condivisione di un pezzo su un social network e l’effettiva lettura di quest’ultimo da parte dell’utente. Apparentemente, non abbiamo più tempo per leggere libri o articoli, ma solamente per assimilare le opinioni succinte che i nostri amici o fonti hanno a riguardo di essi: ci bastano quelle, per potere avere un’opinione che sia scambiabile in un’interazione, per non mostrarci impreparati.

Tutte le volte che qualcuno, in qualsiasi posto, online o fuori dalla rete, menziona qualcosa, dobbiamo fingere di esserne al corrente. L’informazione è diventata una valuta di scambio:

Chi decide cosa sappiamo, quali opinioni vediamo, quali idee riproponiamo come nostre osservazioni? Algoritmi, apparentemente, quali Google, Facebook e Twitter. [...] Abbiamo affidato le nostre opinioni a questa fonte di dati che ci permette di mostrarci informati a un party, in qualunque situazione. [...] Qualcuno ammette mai di essersi completamente perso nella conversazione? No. Annuiamo e diciamo “ho sentito quel nome”, o “suona familiare”, che solitamente significa che non abbiamo alcuna familiarità con il soggetto in questione.

Resistere a Uber è inutile

Mi sono iscritto a Uber mentre i tassisti di Milano, con metodi discutibili, bloccavano la WIRED Next Fest. Se e quando avrò bisogno di un taxi probabilmente mi affiderò a Uber — perché è comodo e offre un servizio migliore, che è l’unico fattore che conta.

Le cose cambiano, e il The Daily Beast ha un buon esempio di come certe regole (a cui i tassisiti tradizionali devono sottoporsi) siano antiquate e senza ormai alcun senso:

London mandates that its cabbies pass a 149-year-old exam called “The Knowledge” that requires them to master the city’s maze-like streets and know the precise location of museums, police stations, and theaters. As part of the test, they have to verbally recite detailed explanations of how best to travel from one location to another through the city’s roughly 25,000 arteries. Passing “The Knowledge” takes years of study, and most drivers fail at their first few tries. The test causes the gray matter in applicants’ brains to expand, according to one London researcher. [...]

In an age of ubiquitous GPS devices, many of which also incorporate real-time traffic data, circling the city in a car is a profound waste of such exceptional minds. London may as well also require that cabbies master the art of saddling a horse and mending a harness.

(Iscrivetevi a Uber da qua per avere un credito iniziale di 10 euro, gratuitamente)

Alfred come Spotlight in OS X Yosemite

Gli sviluppatori di Alfred — dovete conoscerlo, se leggete questo blog, non ci credo che non sapete cos’è 1hanno rilasciato un tema per renderlo simile a Spotlight in OS X Yosemite.

  1. Altrimenti mi dispiace lo scoprite da soli

Solo Apple

L’analisi del WWDC di Gruber, da leggere:

Microsoft: one OS for all devices.

Apple: one continuous experience across all devices.

[...]

Apple, Google, and Microsoft offer all three things: devices, platforms, and services. But each has a different starting point. With Apple it’s the device. With Microsoft it’s the platform. With Google it’s the services.

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