Fetching: il Google personale

App: Fetching: il Google personale

Fetching è un’estensione di Safari che oltre a tenere una cronologia dei siti visitati ne legge e immagazzina il contenuto, offrendo così una specie di Google personale, la cui ricerca è limitata al contenuto delle pagine visitate (aiutando in tal modo a ritrovare facilmente un link perso). Per chi non si fida a trasferire i dati al server di Fetching, è possibile installare l’applicazione in localhost.

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Scritti un anno fa: non ci sono articoli, per questa data

Peccato per la tipografia

Jason Snell recensisce l’ultimo Kindle (il Kindle Voyage, al momento non disponibile in Italia): uno schermo bellissimo, un “Retina Display” e-ink, non pienamente sfruttato dalle scelte tipografiche mediocri di Amazon:

The original Kindle screen was 167 ppi; the Paperwhite upped that all the way to 212 ppi. The Paperwhite’s screen is actually quite good, but the Voyage’s is still noticeably better. To put it in Apple terms, this is really the first Kindle with a Retina display.

Unfortunately, Amazon has invested all of this effort in improved reading technology only to find itself completely at sea when it comes to typography. The Voyage still only offers six typefaces—many of them poor choices for this context—and still force-justifies every line (with no hyphenation!), creating variable-length gaps between words just so the right margin is straight rather than ragged. A device that’s dedicated to words on a page, one with a screen this beautiful, deserves better type options.

Il Kindle è un prodotto di cui molti non vedono il senso, visto che già abbiamo un tablet e uno smartphone, ma che soddisfa una nicchia di lettori che vogliono un device dedicato alla lettura, che offra un’esperienza di lettura ottimale. È un lusso, non una necessità. Ma in quel campo, è imbattibile:

I’m not saying you can’t read books on an iPhone or an iPad. I’m saying that I prefer not to, because I find the Kindle reading experience superior. Does that make the Kindle a luxury? Absolutely. But when I bought my first Kindle, the volume of reading I did went way up, thanks to the convenience and portability of the device. Having a Kindle lets me read more.

Mentre, pur possedendone uno, frequentemente questiono il ruolo e le necessità che l’iPad soddisfa nel mio caso (minime, pienamente coperte da iPhone e MacBook Air), rimpiango l’essermi liberato del mio Kindle di seconda generazione: svolgeva bene il suo compito, e offriva features per la lettura — anche solamente il fatto che lo schermo non rifletteva la luce del sole — che erano complementari all’iPhone e laptop; un’aggiunta alle funzioni offerte dai device che possiedo, seppur non fondamentale, comoda.

Da quando l’ho sostituito con un iPad mini, leggere è diventato meno attraente (tradotto: compro libri di carta!).

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Come usare Internet Explorer su Mac

Microsoft ha rilasciato un nuovo strumento che permette di simulare Internet Explorer su Mac. Non per piacere, ovviamente, ma nel caso ne abbiate necessità — ad esempio di verificare che il vostro sito si visualizzi correttamente con esso. In stile Microsoft, lo strumento è un po’ complicato da installare e si presenta con una UI che non ha senso: qua trovate una guida.

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Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno ?

I nuovi tracker di Jawbone

Jawbone ha rilasciato due nuove versioni di UP, che si aggiungono ad UP24, il braccialetto che raccoglie informazioni sui passi, sonno e attività fisica. UP3 è la versione più evoluta e costosa ($179) di questo, in grado di leggere il battito cardiaco e fornire un’analisi più precisa del sonno. UP move è invece un tracker molto semplice, in vendita a soli $50, che si limita a fornire il numero di passi percorsi.

Oramai l’unica cosa che ancora i tracker fanno meglio dell’iPhone è l’analisi del sonno. Questo ignorando l’Apple Watch, che potrebbe essere in grado di svolgerla — con un’apposita applicazione. Dubito dunque resti un mercato per i “fitness tracker”, quando questi non offrono più precisione di smartphone e smartwatch, né raggiungono prezzi particolarmente vantaggiosi.

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Kindle Unlimited è arrivato in Italia

Kindle Unlimited, lo Spotify per i libri di Amazon, è arrivato anche in Italia. Pagando 9,99 euro al mese (potete provarlo gratis per 30 giorni, inizialmente) potete leggere un numero illimitato di volumi — a patto che le vostre scelte siano limitate ai 15.000 titoli in catalogo disponibili per lo “streaming”.

9,99 euro al mese non sono molti se siete dei lettori forti, mentre è molto più di quanto la maggior parte della popolazione non spenda in libri mensilmente. Se quindi Kindle Unlimited è orientato ai primi, ai lettori forti, i 15.000 titoli disponibili iniziano a stare stretti1. Anche perché, generalmente, un lettore accanito ha idee e intenzioni su cosa leggere in seguito — non facilmente dirottabili dai suggerimenti e dalla pubblicità di Amazon.

  1. Dei libri quelli che ho nella mia lista desideri di Amazon solo un paio sono disponibili

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Troppo delizioso per bandirlo

CIT.

My favorite story about coffee is from the year 1600, when Pope Clement VIII was the head of the Catholic Church. As the story goes, the Pope’s advisers urged him to make coffee a forbidden drink for Christians. They argued that since Muslims were not allowed to drink wine, Satan invented this “hellish black brew” as a substitute. In a moment of remarkable foresight the Pope asked to try a cup before he made his decision. He was so enamored with the concoction that he came up with a different plan. “This Satan’s drink,” he declared to his advisers, “is so delicious that it would be a pity to let the infidels have exclusive use of it. We shall cheat Satan by baptizing it.” Rian van der Merwe

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Come reinventare l’email

Questo post su Medium prova a spiegare perché la sfida di Google Inbox sia soprattutto nel convincere l’utenza a un modello diverso di email da quello a cui siamo abituati da anni. Gmail è uno dei prodotti più popolari di Google, e per immaginare l’email del futuro Google ha fatto quello che farebbe Apple: ha creato un nuovo prodotto, che si presenta come qualcosa di differente, ma che potrebbe finire col cannibalizzare Gmail:

Email is an ambitious undertaking. The main issue is that we, as users, already are used to what email is. It’s all based on our decades of experience with the current form. The mental model has been well established (burned) into our minds. Additionally, it’s more than just the interface itself at stake. Many younger users don’t like email all that much, and prefer alternate ways to communicate: texting, emojis, the revived animated GIF, Instagram, and Snapchat. […]

So, how do you make something a lot better without the past decisions—code and design patterns—weighing you down and especially not piss off a ginormous user base? If you are Google, you pull an Innovator’s Dilemmamove, by creating an internal competitor that could cannibalize one of your flagship products.

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Nintendo va meglio

L’anno scorso — a seguito dei risultati fiscali negativi —  diversi avevano suggerito a Nintendo da uscire dal mercato delle console per distribuire i suoi giochi su iOS e smartphone. Un anno dopo la situazione è migliorata, i profitti sono aumentati e il numero di console vendute è in crescita. Ma, come spiega Lukas Mathis, i guadagni derivano soprattutto dai giochi che Nintendo riesce a vendere a $60 a titolo:

Now, one year later, Nintendo just announced that it made a quarterly profit of 24.2 billion yen (about 224 million US$). Ars Technica notes that this is mainly due to strong sales of its first-party titles, mostly on the 3DS. However, even the Wii U is starting to show sustainable game sales numbers. So far, Mario Kart 8 sold roughly 3 million copies on the Wii U, and it continues to sell well. At 60 US$ a piece, it’s not clear to me that Nintendo could make the same amount of money selling games for iOS. Even a platform that’s doing poorly, like the Wii U, might be a better option if you can sell games for 60 bucks a piece, and reach a 50% attach rate. […]

In the past, people used to think that PC gaming would finally absorb console gaming. Today, they think it’s mobile phones.

(Relativo: “Da dove vengono i problemi di Nintendo“)

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Current per Mac

App: Current per Mac

Un’applicazione per usare Facebook — i messaggi privati, la chat e le notifiche — dalla menù bar del Mac.

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‘Ho comprato una nuova televisione, e ne sono terrorizzato’

Michael Price ha paura ad accenderla, da quando leggendo il manuale ha scoperto il numero di informazioni che questa trasmette per abilitare le funzionalità smart:

The amount of data this thing collects is staggering. It logs where, when, how, and for how long you use the TV. It sets tracking cookies and beacons designed to detect “when you have viewed particular content or a particular email message.” It records “the apps you use, the websites you visit, and how you interact with content.” It ignores “do-not-track” requests as a considered matter of policy. […]

More troubling is the microphone. The TV boasts a “voice recognition” feature that allows viewers to control the screen with voice commands. But the service comes with a rather ominous warning: “Please be aware that if your spoken words include personal or other sensitive information, that information will be among the data captured and transmitted to a third party.” Got that? Don’t say personal or sensitive stuff in front of the TV.

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Dimensione dello schermo non equivale a dimensione del dispositivo

Gizmodo nota come diversi smartphone abbiano uno schermo pari a quello dell’iPhone ma riescano al contempo ad essere più piccoli — di conseguenza, più comodi da tenere in mano — avendo lasciato meno spazio sopra e sotto il dispositivo.

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Il coming out di Tim Cook

Tim Cook, su Business Week:

If hearing that the CEO of Apple is gay can help someone struggling to come to terms with who he or she is, or bring comfort to anyone who feels alone, or inspire people to insist on their equality, then it’s worth the trade-off with my own privacy. […] . Part of social progress is understanding that a person is not defined only by one’s sexuality, race, or gender. I’m an engineer, an uncle, a nature lover, a fitness nut, a son of the South, a sports fanatic, and many other things. I hope that people will respect my desire to focus on the things I’m best suited for and the work that brings me joy.

Andate a leggere la lettera per intero.

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‘Mobile is Eating the World’

Assolutamente da guardare: le slide di Benedict Evans, su come la tecnologia si stia diffondendo in ogni settore e di conseguenza diventi superflua la distinzione fra azienda tecnologica e non. Come giustamente riporta la slide numero 41, “When tech is fully adopted, it disappears“.

È corretto considerare Amazon come un’azienda tecnologica, o andrebbe ritenuta un’azienda che piuttosto sfrutta la tecnologia? (nello stesso modo in cui McDonald’s si basa su camion, congelatori e spostamento rapido di merci).

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Quanto durerà Google Fonts?

Jeremiah Shoaf di Typewolf si pone una domanda interessante: e se Google chiudesse Google Fonts? Non ci sono ragioni solide (Jeremiah ne esplora alcune, nel suo articolo) per cui il servizio debba esistere, e Google è la stessa azienda che non si è fatta problemi a chiudere Google Reader, seppur utilizzato costantemente da una nicchia affezionata di utenti.

But all of this begs the question: why is Google in the fonts game? What do they have to gain by hosting fonts for millions of websites for free? It can’t be cheap to serve fonts on this kind of scale. To date there have been over 2.6 trillion pageviews using Google Fonts. Sure, the fonts are oftentimes cached in the user’s browser but that is still a lot of requests and a lot of data being transferred. A trillion is a big number, even for a company like Google.

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Se l’iPhone fosse come l’Apple Watch

Video: Se l’iPhone fosse come l’Apple Watch

Un utente ha provato a trasferire sull’iPhone l’interfaccia dell’Apple Watch — realizzando un prototipo funzionante. Il risultato non è pessimo.

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28 Ottobre 2014

Giorno in cui il sottoscritto nolentemente viola uno dei suoi precetti e decide di applicare una cover all’iPhone, nello specifico quella nera in silicone prodotta da Apple stessa. La cover aggiunge uno spessore notevole, più di quanto non si sospetterebbe, e ha il tipico a malapena accettabile costo (35 euro) degli accessori Apple.

Tale atto empio e deprecabile, da sempre contestato (a testimonianza rimando a un articolo del 2011), che cela l’elegante design dell’iPhone — che a questo punto per quel che mi concerne poteva essere rosa e illuminare nel buio dato che mai lo vedrò — è stato reso necessario dal design dell’oggetto in questione. Date le dimensioni esagerate risulta una sofferenza da tenere in una mano sola, ma soprattutto — di nuovo: saranno le dimensioni, saranno i bordi arrotondati, o sarò io — risulta estremamente scivoloso. La cover fornisce quell’attrito necessario, e fino all’iPhone 5S offerto di default dal design dell’iPhone stesso, affinché il device non si proietti verso il suolo e la mia presa su di esso risulti efficace. (La cosa peggiore, aggiungo, è che oramai mi sono abituato allo schermo dell’iPhone 6: quando vedo un iPhone 5S mi dà l’impressione di essere estremamente piccolo, nonostante contemporaneamente provi frustrazione ogni volta che uso il 6 in movimento.)

Design è come funziona — ci ha detto più volte Apple. Non è solo l’estetica appagante di un oggetto, ma quanto usabile risulta. Se per farlo funzionare devo ricorrere a due mani e aggiungerci una cover allora, ne deduco, potrebbe funzionare meglio.

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Key-to-go: la tastiera portatile per iPad di Logitech

È impermeabile e colorata, la nuova tastiera di Logitech per iPad (71 euro). È stata studiata per essere perfetta in movimento, piccola quanto basta per essere trasportata senza fastidio e resistente ai pericoli a cui potrebbe andare incontro. È davvero bella.

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Il monopolio del porno

Probabile non abbiate mai sentito parlare di MindGeek, strano perché ha più di 100 milioni di visitatori al giorno ed è fra i siti che consumano più banda al mondo. Si posiziona nei primi dieci posti, assieme a Netflix — e ne consuma più di Twitter o Facebook. Il loro sito non aiuta a capire di cosa si occupino, accogliendo invece il visitatore con una tagline molto vaga e pomposa, “pioneering the future of online traffic“.

MindGeek è un provider del porno, ed è l’azienda dietro ai siti più conosciuti e popolari (PornHub e YouPorn, per dirne due) ed è un caso di cosa può succedere se il produttore di contenuti ne diventa anche il principale distributore. MindGeek possiede canali che dipendono da contenuti pirata, ma è al contempo in una posizione dominante e di forza rispetto ai produttori di contenuti.

Ne scrive David Auerbach su Slate:

As content-provider companies like Netflix and Amazon move into the content-production business, MindGeek provides a glimpse of how the alignment of incentives can change. The distributor doesn’t necessarily need to make content that generates adequate money for the content producers, as long as it generates money somehow. None of these other companies will shift to the free ad-based model that MindGeek’s tube sites use, but a company like Netflix may end up in a position of far greater strength if it comes to control a primary means of distribution—especially if it’s one cheaper than cable—and movie studios and networks may end up having to cut deals with Netflix rather than the other way around.

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La prima iterazione di un prodotto

CIT.

On the very first iteration the design possibilities are wide open. The designer defines some screens and workflows and then the programmer builds those. On the next iteration, it’s not wide open anymore. The new design has to fit into the existing design, and the new code needs to fit into the existing code. Old code can be changed, but you don’t want to scrap everything. There is a pressure to keep moving with what is already there. Our early design decisions are like bets whose outcome we will have to live with iteration after iteration. Since that’s the case, there is a strong incentive to be sure about our early bets. In other words, we want to reduce uncertainty on the first iterations. Ryan Singer

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Perché dovresti fare una donazione a Wikipedia

Più volte nel corso dell’anno, una visita a Wikipedia comporta la visione del faccione di Jimmy Wales, che da un banner in alto alla pagina ci scruta, un po’ tristemente, cercando di convincerci a una donazione che aiuti a coprire i costi necessari a tenere in piedi Wikipedia (alcuni anni fa lo adottai per promuovere la membership)

Non ci convince. È probabile che la maggior parte di noi abbia sempre ignorato la richiesta. È probabile che forse pensiamo che dovremmo, e lo vogliamo fare, ma possiamo sempre farlo il prossimo anno. Emily Dreifus, su Wired, racconta di come le abbia anzi sempre fatto provare una sorta di irrazionale fastidio — lo stesso che proviamo ogni volta che qualcosa su internet si rivela non essere gratuita.

I saw co-founder Jimmy Wales’ face staring at me from the top of every. Single. Article. It was 2011. Jesus, I thought. Enough! I get it! You need money! Stop following me to articles about the island of Socotra or the demographics of Idaho! I don’t need your hungry eyes glaring at me as I’m reading up on 17th century body snatchers!

“Give me money, Emily,” Wales begged, “then go back to researching Beyonce lyrics.”

“Excuse me, Jimmy,” I wanted to say, “I don’t appreciate being watched as I read about how her song “Baby Boy” includes a lyrical interpolation of “No Fear” by O.G.C.”

Later, Wikipedia replaced Wales with other employees of the Wikimedia Foundation, which maintains Wikipedia with grants and donations. They moved me about as much as Wales did, which is to say not at all.

Fino a quando non ci ha riflettuto, sul valore che Wikipedia ha per il suo lavoro di giornalista, e per il numero di volte a cui vi ricorre al giorno per i suoi interessi privati, e ha finito col sottoscrivere una donazione mensile di 6 dollari al mese. Un donazione che probabilmente dovremmo fare tutti, ma appunto: la faremo. Più in seguito.

Trovo più efficace, o comunque molto valida, la proposta di Kottke di trattare Wikipedia come una spesa di lavoro — un po’ come paghiamo l’hosting, o l’accesso a internet. Più che da parte di blogger e giornalisti singoli, da parte di entità come il New York Times, Wired, Il Post, Repubblica o il Corriere della Sera. Tutte, sicuramente, vi si affidano ogni giorno:

I consider it a subscription fee to an indispensable and irreplaceable resource I use dozens of times weekly while producing kottke.org. It’s a business expense. […] Even $500/month is a drop in the bucket compared to your monthly animated GIF hosting bill and I know your writers use Wikipedia as much as I do. Come on, grab that company credit card and subscribe.

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