L’Inghilterrà avvierà un programma pilota in quattro città per testare la macchina che si guida da sola

A partire dal primo Gennaio quattro città del Regno Unito (Greenwich, Bristol, Coventry e Milton Keynes) vedranno alcune macchine che si guidano da sole circolare per le proprie strade. Quelle di Coventry e Milton Keynes sono delle capsule dall’aspetto molto futuristico.

(Sarebbe bello avere dei dettagli su come funzionano, visti gli evidenti limiti dell’equivalente macchina di Google)

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Due giochi di parole in CSS (via @linuz) che, purtroppo per voi (che ora ve li ritrovate davanti agli occhi), io ho trovato molto divertenti.

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Internet ci ha rovinato i viaggi

La differenza fra il viaggiare con o senza iPhone è enorme, non solo perché smartphone e internet hanno trasformato i viaggi nell’ennesimo esercizio di vanità, ma soprattutto per come ce li hanno semplificati: quando penso ai viaggi che ho fatto da solo prima di avere uno smartphone o tablet appresso mi chiedo come facevo, anche solamente ad avere la pazienza di andare a cercare la mia posizione su una cartina, che va spiegata e poi ripiegata, e un po’ me ne dispiaccio.

(Non c’è cosa peggiore che approcciare un luogo con la lista delle dieci cose da fare stabilite dagli utenti di Expedia — o qualcosa di simile — con l’ansia di doverle fare, seppur in fretta e senza godersele, solo per tirarci una riga sopra)

Se ne dispiace anche l’autore di questo articolo di Medium, con toni giustamente duri:

By shrinking the world, the tyranny of the web has stifled our capacity for independent discovery, catering to an appetite for foreknowledge that inevitably demystifies foreign places. Instead of taking time to absorb and consider, many people seem more inclined to travel quickly, tick off the ‘don’t miss’ highlights and form broad-brush assumptions based on the bare minimum of immersion. […]

Just realize: if your travelling is a box-ticking exercise; if you predicate even one iota of self-worth on how many countries you’ve visited; if you think in bucket-lists inspired by clickbait ‘10 best’ listicles appealing to the lowest common denominator, from one deluded c*nt to another, travelling isn’t making you interesting. It’s just confirming your position as one of the crowd.”

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I nuovi CAPTCHA di Google, senza CAPTCHA

Se come me al primo tentativo li sbagliate sempre, il nuovo CAPTCHA di Google, che Google chiama noCAPTCHA, vi piacerà molto: il più delle volte il test viene passato in automatico, mentre nei casi in cui è richiesta una verifica il massimo che dovete fare è individuare, fra un elenco di immagini, una che somigli a quella che vi è appena stata mostrata.

Tuttavia, i CAPTCHA sono strumenti molto utili per trascrivere manoscritti e testi che il computer non è in grado di riconoscere automaticamente. L’utente, ignaro, mentre si registra a un sito, o lascia un commento, aiuta anche a trascrivere un manoscritto. In questo caso i noCAPTCHA, quelle volte in cui richiedono una verifica, aiutano Google a migliorare il proprio motore di ricerca per immagini (già da tempo Google li sfrutta anche per le proprie mappe, chiedendo allo sfortunato utente di trascrivere i nomi delle vie, e cartelli stradali vari). Sono forse il mio esempio preferito di crowdsourcing, collaterale.

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Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

Blue Bottle Coffee ha ridisegnato la Moka

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Blue Bottle Coffee ha ridisegnato la Moka

Blue Bottle (la nuova proprietaria di Tonx), definita da un recente articolo del The Atlanticla Apple del caffè“, ha presentato una versione alternativa della classica Moka italiana. È bellissima, anche se all’apparenza scomoda. Descritta da Joey Roth, ovvero colui che l’ha disegnata, come “an impractical but interesting looking piece”.


Non è solo il design però a contraddistinguerla. James Freeman, il fondatore di Blue Bottle, non accetterebbe qualcosa che non produca anche un caffè perfetto. La Moka di Blue Bottle funziona come la moka che utilizziamo tutti i giorni, ed è nata innanzitutto perché Freeman crede sia un metodo oggi snobbato (fuori dall’Italia, ovviamente), ma efficace e semplice per ottenere un espresso decente.

Ne scrive il blog Cool Hunting (dal quale provengono le foto di questo articolo):

Though unconventional in appearance, Roth’s Moka Pot works in exactly the same way as Luigi De Ponti’s 1933 invention: steam pressure pushes heated water up through a basket containing ground coffee and into a top chamber. “Both James and I were drawn to the moka pot because it’s one of the more neglected brewing processes these days, but has the potential to make great coffee,” explains Roth. “It disappoints when people expect espresso, and needs to be appreciated as its own method, with a brew halfway between French press and pour-over in terms of clarity and intensity.” To assist in the endeavor, the new design doubles the output of most moka pots, yielding six ounces by way of 15 grams of coffee, and can be fitted with an aeropress filter to improve clarity the brewed coffee.

(Comunque al momento è in pre-ordine — ma non la spediscono in Italia. Inoltre, costa $99)

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Stack

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Stack

Il primo convertitore di valuta per iOS che converte le valute direttamente nel browser, direttamente sulla pagina web in cui le trovate — tramite un’estensione per Safari.

La vorrei anche su Mac.

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I robot di Amazon

Video

I robot di Amazon

Amazon ha costruito un nuovo magazzino, ed è quasi totalmente automatizzato:

Amazon.com, Inc. (NASDAQ: AMZN) today unveiled its eighth generation fulfillment center, which utilizes robotics, Kiva technology, vision systems and almost 20 years’ worth of software and mechanical innovations to fulfill holiday orders. The company is currently operating 10 of this new generation of fulfillment centers across the U.S

Finito il video, guardate quest’altro: un futuro senza lavori.

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I commenti cambiano il contenuto di un articolo

Anne Applebaum su Slate, tradotta da Il Post:

Un tempo, sembrava che Internet fosse un posto adatto per un dialogo civile; ora, spazi di discussione libera degenerano in luoghi dove ci si insulta a vicenda. Che piaccia o no, è un problema: diversi studi hanno dimostrato che la percezione di un articolo, dell’autore di un certo articolo, o del suo contenuto, siano influenzati pesantemente dai commenti anonimi ad esso associati online, specialmente se sono duri. Un gruppo di ricercatori ha scoperto che i commenti sgarbati «non solo polarizzano i lettori, ma cambiano l’interpretazione di chi li legge nei confronti della notizia stessa»

Anne racconta poi di come certi governi (ad esempio, la Russia) paghino delle persone per confondere le idee ai visitatori di un sito:

Come hanno scoperto i giornalisti Peter Pomerantsev e Michael Weiss in uno studio sulle nuove tecniche di disinformazione, lo scopo dei troll russi è quello di «generare confusione attraverso la diffusione di teorie complottiste e la proliferazione di falsità». In un mondo in cui il giornalismo tradizionale è fragile e l’informazione è variegata, non è una cosa molto complicata da attuare.

In realtà questo blog ha recentemente invertito linea, re-introducendo i commenti. La qualità dei commenti varia molto in base alla comunità che un sito attira, alla dimensione di questa comunità (i quotidiani di minore importanza spesso ospitano discussioni più interessanti e sviluppate di quelli dominanti) e, ho idea, anche all’uso dei contenuti e commenti a cui il design del sito stesso invita (un buon design può influenzare la qualità dei commenti). Questo, e molta moderazione bloccando e cancellando senza timore tutto ciò che non aggiunge valore a una discussione, ma solo rumore (come MetaFilter dimostra). Tutto ciò che non si inserisce nella discussione, ma è un attacco o un urlo sconnesso.

È bene curare la sezione dei commenti, investirci tempo, perché questi influenzeranno la percezione che i visitatori hanno del nostro sito, e di quello che scriviamo. Meglio toglierli, piuttosto abbandonarli a se stessi.

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Il mio amico termostato

Francesco Costa racconta come si è appassionato del suo termostato intelligente (qualcosa di simile a Nest).

Sono diventato improvvisamente maniaco di temperature, calcoli e programmazioni, percentuali di utilizzo della caldaia ed escursioni termiche. Una volta tiravo fuori l’iPhone dalla tasca e aprivo Twitter, quando ero annoiato: ora apro l’apposita app del termostato e muovo mezzo grado più in là, sposto mezz’ora più in qua, faccio test, cerco pattern e strategie per rendere il tutto più efficiente. Il mio vecchio termostato non si programmava nemmeno quindi mi ripeto che l’eccitazione è giustificata da questo, oltre che dalla speranza di risparmiare qualcosa – più di qualcosa – alla fine dell’inverno: lo faccio per risparmiare, lo faccio per l’ambiente. Ma penso che la verità sia un’altra e abbia in qualche modo a che fare con le manie del self-tracking: dentro di me, lo faccio solo per i grafici.

“Lo faccio solo per i grafici” è quanto potrei a mia volta affermare riguardo al Jawbone UP1, o per descrivere la mia fissazione con tutto ciò che rientra sotto l’etichetta quantified self: non avrei problemi ad appassionarmi di una lavatrice collegata alla rete.

Felton ci capirebbe.

  1. Ho un Jawbone UP non tanto perché credo mi aiuti a tenere uno stile di vita più sano, ma per i grafici su come ho dormito.

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Vuoi fare un podcast? Non lasciarti intimidire

Alcuni consigli da Jason Snell. La qualità dell’audio conta, ma fino a un certo punto:

I don’t deny that I’ve heard some pretty awful sounding podcasts in my day. Audio quality does matter. I’d just argue that beyond a certain point, it only matters to audio snobs. […]

So start with the equipment you’ve got. You could literally do a podcast by talking into your iPhone and posting it. (I don’t recommend it, but you could do it.) Every Apple laptop comes with a built-in microphone. Again, I don’t recommend you use that microphone, but you could. You could use the EarPods that come with your iPhone—and I’d recommend them over that laptop microphone any day. Add an external microphone when you get the chance. Learn how to use GarageBand or Audacity to edit your podcast—both of them are free.

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Sbloccare il Mac con il Touch ID dell’iPhone

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Sbloccare il Mac con il Touch ID dell’iPhone

Da quando ho un iPhone con Touch ID è una delle cose che desidero. In alternativa potrei accontentarmi di un sistema che blocchi il Mac quando mi allontano, e lo sblocchi quando mi avvicino (via bluetooth, controllando la posizione dell’iPhone rispetto al Mac). Qualcosa di simile c’è, così come c’è un’applicazione che sblocca il Mac bussando sullo schermo dell’iPhone. Si chiama Knock, e pur avendola usata per mesi l’ho infine abbandonata per il ritardo fra il Mac e l’iPhone nell’identificarsi.

FingerKey, invece, abilita lo sblocco del Mac via Touch ID. Ho iniziato a cercare queste alternative da quando invece di avere una password molto semplice ho protetto il Mac con una sequenza casuale che, diciamo, non è esattamente immediata da digitare.  Il problema è che FingerKey non risulta più veloce dell’immissione di una password — come del resto nessuna di queste soluzioni, per un ritardo di comunicazione fra Mac e iPhone. Per usarlo, occorre:

  • Sbloccare l’iPhone con Touch ID
  • Aprire FingerKey sull’iPhone
  • Selezionare il computer da sbloccare
  • Posizionare di nuovo il pollicione sul Touch ID per sbloccare il computer

Seppur il penultimo passaggio possa essere eliminato, è un metodo che non potrà risultare più veloce dell’immissione della password stessa se non adottato direttamente da Apple — che potrebbe invece ridurre la procedura a un’unico passaggio.

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Come l’iPhone 6 ha cambiato le nostre abitudini di lettura

Come avevamo ipotizzato, l’iPhone 6 Plus va a discapito dell’iPad. Del resto questo è l’unico vantaggio nell’avere uno smartphone grande quanto una padella: che copre gli ambiti sia di uno smartphone che di un tablet.

Pocket ha analizzato i dati di lettura dei propri utenti, considerando coloro che possiedono sia un iPad che un iPhone. Prima dell’arrivo del 6 e del 6 Plus, il 55% dei contenuti veniva consumato sull’iPhone e il 45% sull’iPad. In seguito, invece:

Users who upgraded to an iPhone 6 now view content on their phones 72% of the time, up from 55% when on a smaller screen. Those who went big and bought an iPhone 6 Plus consume content on their phones 80% of the time. […]

Users with an iPhone 6 now read on their tablets 19% less during the week and 27% less over the weekend. Those with a 6 Plus are on their tablets 31% less during the week and 36% less over the weekend.

Un dato interessante: chi ha l’iPhone 6 Plus legge il 22% in meno di mattina, mentre si trova in viaggio — metropolitana o bus. Perché è troppo grande e scomodo da usare in movimento con una mano sola, ipotizzano quelli di Pocket.

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Un drone per i selfie

Si chiama Zano, e si posizione da solo di fronte a voi — per scattarvi l’agognato selfie.

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Collegamenti

Nikola Tesla, in un’intervista (di impressionante preveggenza) per Collier’s del 1926:

Il sistema senza fili sarà di grande beneficio per la specie umana, più di qualunque altra scoperta scientifica, perché annullerà virtualmente le distanze. La maggior parte dei mali di cui l’umanità soffre sono dovuti all’immensa estensione del globo terrestre e all’impossibilità per gli individui e per le nazioni di entrare in stretto contatto. I collegamenti senza fili ci avvicineranno grazie alla trasmissione di intelligenza, al trasporto di corpi e di materiali, al trasferimento di energia. Quando i collegamenti senza fili saranno perfettamente applicati, l’intero pianeta sarà convertito in un grande cervello, cosa che in effetti è, ogni cosa essendo parte di un tutto reale e ritmico. Saremo in grado di comunicare con gli altri in modo istantaneo, indipendentemente dalle distanze. Non solo: attraverso la televisione e il telefono potremo vedere e sentire un’altra persona a migliaia di chilometri, e lo strumento con cui potremo farlo sarà incredibilmente semplice rispetto agli attuali telefoni. Un uomo potrà portarne uno nella tasca del suo gilè. Saremo testimoni e ascoltatori di eventi – il giuramento di un presidente, la partita di un torneo mondiale, la devastazione di un terremoto o il terrore di una battaglia – proprio come se fossimo presenti.

(Via Giovanni De Mauro)

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Aggiornate la pagina

Ieri ho deciso di mettere online il nuovo tema di Bicycle Mind, sul quale lavoravo da un paio di mesi con molte interruzioni e fissazioni non proficue: ho passato metà del tempo ad aggiustare la tonalità dei colori — che sono sicuro cambieranno ancora nei prossimi giorni.

È molto diverso da quello che l’ha accompagnato negli ultimi due anni. Questo era Bicycle Mind nel 2012. Qua lo vedete che sorride, nel 2013. Quest’altra foto screenshot risale a Gennaio 2014. Mentre questa, l’ultima, è di pochi giorni fa.

Innanzitutto, come si rivela sopra, è colorato. Poi ha una tipografia enorme. Non è solo la tipografia ad essersi ingigantita: è successo anche alle immagini. Un’altra cosa minore, che renderà felici molti lettori: è centrato. Qualcosa di più importante: si legge meglio da mobile.

Se volete scoprirlo girovagate fra le pagine di questo blog. Se notate problemi segnalateli nei commenti. Stessa cosa per critiche o suggerimenti.

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Desk

Applicazione

Desk

La mia ricerca di un’applicazione ideale per bloggare prosegue senza particolare successo da anni. Su iPhone ancora non esiste, dimostrazione è che la migliore — quella che utilizzo — continua ad essere Poster: un’applicazione sviluppata da Tom Witkin un paio di anni fa, e da allora non più aggiornata. Venne acquistata da Automattic, l’azienda dietro a WordPress, che la rimosse dall’App Store.

Su Mac la situazione è tale che normalmente finisco con lo scrivere gli articoli nell’editor di WordPress, oppure in iA Writer. iA Writer continua a rimanere il mio strumento di scrittura preferito, su qualsiasi device, ma se ideale nella fase di scrittura risulta inadeguato nella fase di pubblicazione: a post completato devo ricorrere al copia & incolla: aprire l’editor di WordPress, e da lì inserire i dati del post — categorie, tag, field speciali, etc…

Il mio editor ideale dovrebbe somigliare a iA Writer: semplice, basato su markdown e con focus sulla scrittura. John Saddington, che scrive un blog da più di dieci anni, ha creato proprio questo editor, e l’ha chiamato Desk. Desk si integra con le piattaforme di blogging più popolari (WordPress e Tumblr incluse) e segue il blogger in tutte le fasi di produzione di un post. Non c’è molto da scrivere al riguardo perché, come iA Writer, a definirlo è l’assenza di funzioni. La scrittura al centro, il resto — poco, ridotto al necessario — in disparte. Il resto è la pubblicazione e alcune opzioni per ciascun post — categorie & tag.

Dopo una settimana d’uso non so ancora se sia l’applicazione ideale per bloggare. Credo che questo vari da persona a persona, e da quello di cui scriviamo e parliamo. Desk è probabilmente perfetta per chi scrive post lunghi, perlopiù testuali. Si adatta meno nel caso abbiate personalizzato WordPress, come ho fatto io creando categorie speciali di post (i linked-post). Mi sono reso conto che per quanto brutto sia, ho bisogno del pannello di scrittura di WordPress. Ma Bicycle Mind è un tipo di blog — con notizie, spesso corte e effimere. E per questo ho bisogno di uno strumento che mi faccia sentire a mio agio sia nello scrivere pezzi lunghi, sia nel pubblicare un link con una riga di commento.

Scrivere un blog è una cosa personale, che richiede strumenti di scrittura diversi da tipologia di blog e persona. Non c’è un editor che possa coprire perfettamente ogni uso, ma Desk — ho l’impressione — ne copre uno molto bene: i post lunghi e ponderati.

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Il digitale è pieno di analogico

CIT.

The crux of the Internet loneliness debate isn’t actually the Internet; it’s the tension between Internet reality and real world reality. There’s a sense in which the Internet is somehow fake, and that the real world is better, but we go online to talk about it anyway, hovering in that space between technological connection and physical connection. It’s illogical to think of the Internet as separate from the real world — we’re still regular people communicating regular things on it — and yet we constantly differentiate between the two. I am lonely, will anyone speak to me?

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Il futuro dei libri è nel browser?

Pelican Books è la collana di saggistica di Penguin Books. Venne fondata nel 1937, con l’intento di pubblicare volumi che illustrassero con una prosa semplice argomenti complessi e importanti. Lo scorso Aprile Penguin ha deciso di rilanciare la collana, chiusa nel 1984, con particolare attenzione verso gli ebook e il digitale.

A fianco del classico .epub, Pelican ha presentato pelicanbooks.com. Il sito permette acquisto, lettura e “consumo” dei (cinque, per ora) titoli disponibili. L’utente non scarica un file, ma a seguito dell’acquisto ottiene l’accesso al sito — dal quale può leggere il contenuto del libro. La fruizione è molto piacevole — ricorda Medium come impaginazione — e Pelican è stata attenta nell’offrire gli strumenti fondamentali di cui un lettore necessita durante la lettura di un libro. Il sito permette di sottolineare e salvare passaggi (oltre che condividerli), ricorda la posizione di lettura ed è, ovviamente, responsivo: risulterà leggibile sia da Mac che da iPhone.

La scommessa di Penguin è semplice: che il futuro del libro stia nel browser. Un modello che presenta anche degli svantaggi: i dati (es. annotazioni) e i libri stessi rimangono chiusi dentro pelicanbooks.com, e di fatto il lettore non possiede nulla se non l’accesso ai contenuti del sito. Una sorta di libro con paywall che funziona bene nel caso di Pelican e nel campo della saggistica — provo a ipotizzare — ma avrebbe forse meno fortuna in narrativa.

Scegliendo questa strada — evitando l’.epub — Pelican ha evitato anche i limiti dell’.epub. Limiti dovuti più al device che al formato stesso. L’ebook reader più diffuso (Kindle) è in bianco e nero, con tipografia bruttissima. I singoli titoli non ricevono alcuna particolare attenzione o cura, e si somigliano tutti perché la possibilità di distinguersi è minima. Al contrario, sviluppando per il browser l’editore ha più opzioni nel creare un ebook. Potrà finalmente scegliere una tipografia adeguata. Avrà la stessa libertà creativa che ha nel progettare un libro di carta — e potrà riporre nell’ebook la stessa attenzione e cura. Due esempi di libri costruiti attorno al browser: The Shape of Design di Frank Chimero, o Practical Typography di Butterick. L’esperienza di lettura non è inferiore a quella di un .epub — anzi, direi il contrario. Due cose che funzionano meglio nel libro di Chimero e Butterick: le note a piè di pagina e i link.

L’esperimento di Pelican mette il browser al centro dell’esperienza di lettura: del resto i tablet sono più diffusi del Kindle, e il browser permette a un libro di essere fruibile ovunque — e in maniera simile su ogni device. Si può iniziare a leggere “Economics: The User’s Guide” (uno dei titoli di Pelican) da Safari, su Mac, per poi continuare sull’iPhone e più tardi proseguire dall’iPad. Il tutto digitando un indirizzo. Un libro, la stessa esperienza di lettura su ogni dispositivo, fluida e coerente.



Pelican ha iniziato a costruire i suoi ebook domandandosi quale ruolo assuma la copertina di un libro, quando questo è digitale. La copertina è la prima cosa che vediamo ogni volta che prendiamo in mano un libro di carta, ma è ridotta a una thumbnail visibile quasi solamente al momento dell’acquisto nel caso degli ebook. È al centro dell’attenzione nei libri di carta, nascosta e poco curata negli ebook. Ne ha parlato Matt Young (designer di Pelican) a Fast Company:

When reading a book in print, we interact with the cover every time we open and close the book – we see it all the time, it reinforces our perception of the book in our minds. Whereas when reading an ebook, the cover often has a much smaller role to play – reduced to a thumbnail, and sometimes never seen again once the book has been purchased. With Pelican, the cover is echoed throughout the entire book: each chapter begins with a full-page/full-screen chapter opener, acting as an important visual signpost and echoing the cover, reinforcing the brand and the series style.

I libri su browser di Pelican provano a andare oltre la copertina — vista la perdita d’importanza, e di posizione — cercando invece di rendere riconoscibili le singole pagine. Pelican ha costruito uno “stile grafico” che il lettore ritrova e riconosce in tutte le pagine di un libro: l’azzurro che contraddistingue la collana si ritrova nei passaggi evidenziati, o come bordo della finestra del browser. L’ebook non è più anonimo — date le scelte tipografiche, o quelle minime di layout, non fastidiose ma sempre a vantaggio della leggibilità — ma ha uno stile ben definito. È evidente come l’editore vi abbia riposto la stessa cura che ripone nell’edizione cartacea. Cosa non esattamente possibile al momento, su Kindle.

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Cos’è Google?

Alcuni considerano il core business di Google la ricerca, altri la pubblicità. Entrambe le letture sono equalmente valide (la ricerca è il prodotto più riuscito di Google, mentre quasi la totalità dei guadagni — poco meno del 90% — vengono dalla pubblicità), ma entrambe non giustificano i recenti acquisti e investimenti nel campo della robotica, la macchina che si guida da sola o Google Fiber. Gli ultimi progetti si distanziano da ricerca e pubblicità.

Su Tech Opinions, Jan Dawson suggerisce un’altra lettura di Google:

Google is first and foremost a machine learning and artificial intelligence company. The problem with this description is it’s very hard to see directly either in Google’s product portfolio or in its finances. Google’s products revolve around search and its revenue comes principally from advertising but, behind the scenes, essentially all of its products either have a foundation of machine learning and AI, or help to drive Google’s effectiveness in machine learning and AI. […]

This is where Google started: Larry Page and Sergey Brin didn’t set out to build a search engine or an online advertising powerhouse: they set out to organize the world’s information and make it accessible, which was fundamentally a data ingestion and machine learning problem.

Machine Learning and AI come i pilastri fondanti di Google, attorno ai quali ruotano i suoi prodotti e la sua strategia. Una lettura che spiega i recenti investimenti, acquisizioni e progetti di Google ma, come sottolinea Dawson, crea anche un problema: non c’è un modello di business chiaro dietro nessuno di questi prodotti. Machine learning e intelligenza artificiale spiegano perché Google stia facendo una macchina, ma non come intenda trasformarla in un business.

Al momento il business più redditizio di Google è la pubblicità: da dove verranno i guadagni in futuro?

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Italia, la Rete che non c’è

Mi cadono le braccia.

Solo il 56% della popolazione italiana tra i 16 ed i 74 anni ha usato Internet nel 2013 (qua il report completo sulla situazione). Siamo fra gli ultimi in Europa: il Regno Unito arriva all’87%, la Germania all’80%. Da noi, nel frattempo, un 34% dichiara di non avere mai utilizzato Internet.

Gli sconfortanti dati dell’ISTAT, riportati da Punto Informatico (da cui il titolo di questo post è stato rubato):

I cosiddetti “utenti forti”, definiti come quelli che usano quotidianamente Internet, si fermano al 33 per cento del campione. I non utenti, invece, superano addirittura il 40 per cento, quelli deboli (che si connettono, cioè, almeno una volta a settimana) sono il 17 per cento, quelli sporadici il 2,7 ed infine gli ex utenti (coloro che sono stati online più di 3 mesi prima della rilevazione) arrivano al 4,5 per cento.

Ci sono gli utenti forti, e poi c’è una gran fetta — troppo ampia — della popolazione che di internet — quel luogo pericoloso, ricco di insidie, secondo la narrazione più comune dei quotidiani italiani — non vuole saperne.

Come si fa ad andare totalmente digitali su certe pratiche, risparmiando denaro e tempo, con questi dati? Nel Regno Unito l’amministrazione pubblica è digital by default (passa prima dal computer, e per quei rari casi sconnessi dai canali tradizionali): scordiamocelo con solo un 56% della popolazione che ne ha fatto uso nel 2013.

(La lentezza di Internet in Italia)

Per chi voglia approfondire l’argomento, consiglio la lettura di “La vista da qui” — degli appunti di Mantellini per un’internet italiana.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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