L’Apple Watch è un telecomando

Luca Sofri:

Mi chiedo spesso come fu quando arrivò il telecomando della tv: mi ricordo il primo che vidi, lo si incastrava in una specie di alloggiamento del televisore dei miei nonni, quando non era usato. Era grosso e pesante, più largo che lungo, con sedici tasti colorati per sedici canali. Ma non mi ricordo bene la percezione del cambiamento, probabilmente si accompagnò alla crescita del numero dei canali visibili. Prima c’erano pochi canali da cambiare, non si faceva zapping, e ci si alzava poco per andare a premere il tasto sul televisore (un CGE, a casa mia). Poi non ci si alzò più, e non ci siamo ancora alzati. […]

Watch è il telecomando, non il televisore. Dopo poche ore che lo usi e non hai mai dovuto estrarre iPhone della tasca – né in alcuni casi premere o toccare niente – per leggere i messaggi arrivati, vedere che prossimi impegni hai, rispondere al telefono e telefonare, cambiare canzoni in cuffia, comunicare su Skype, e altre cose ancora, capisci che quello che è arrivato è il telecomando del televisore, come quella volta là.

Trovo il paragone molto calzante, seppur considererei l’Apple Watch il telecomando non dell’iPhone ma del mondo circostante. Come ha notoriamente detto Marc Andreessen, software is eating the world, e affinché ciò avvenga è necessario un modello d’interazione immediato con il software (sì, più immediato di uno smartphone, per quanto già comodo).

L’Apple Watch, un wearable, abilita questa possibilità. Quello che per me Watch è — sarà, una volta che il suo potenziale sarà ben chiaro — è un telecomando per il famoso internet delle cose di cui si parla da anni. Perché un mondo connesso alla rete funzioni — mi riferisco a lampadine WiFi, e cose più utili — ci serve un dispositivo che ne permetta un’interazione immediata. Credo HomeKit e Apple Pay rivelino che Apple stessa abbia intenzione di puntare verso quella direzione.

(Sono in fermento per la prossima settimana, quando potrò salire e scendere dai bus, e entrare in metropolitana, con l’oggetto. Quello per me è già un esempio di ciò di cui parlo sopra.)

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Ora lo noti

Edward Tufte ha scritto libri eccellenti sulle infografiche, ed è considerato uno dei principali esperti e pionieri in merito. In un articolo di Medium, intitolato Beyond Tufte, Karl Sluis ha consigliato nove libri a chi volesse avvicinarsi alle infografiche — e capirci qualcosina di più — che non sono stati scritti da Tufte (non per essere crudeli nei suoi confronti, ma per segnalare volumi meno conosciuto ma comunque validi).

Il primo in elenco, Now You See It, è nella mia lista da più di un anno — essendomi stato consigliato più volte:

Few [l’autore] covers a surprising amount of data analysis in Now You See It. The book provides an approachable introduction to data science, from navigating data to common patterns in time-series, deviation, distribution, correlation, and multivariate data. The below graphic is a great example of Few’s approach: here, Few regroups data by month to correct for periodicity and adds an average to help the reader see the patterns in the data.

Se volete un ebook gratuito, invece, segnalo Data + Design. Iniziai a leggerlo tempo fa, e prometteva bene (purtroppo non l’ho mai completato).

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I tre tipi di News Reader

Brent Simmons divide i news reader in tre categorie:

Quelli che vogliono somigliare a un giornale, e puntano al lettore occasionale, categoria che include Flipboard, il futuro Apple News e simili. Tendono ad avere interfaccie complesse e danno attenzione alla presentazione — animazioni, layout — degli articoli. La cosa principale è, però, che seppur si possa aggiungere un feed RSS sono generalmente pensati per gente che non sa cosa siano, gli RSS. Quindi questi news reader funzionano a categorie: l’utente seleziona degli interessi, e loro forniscono una selezione di articoli — curata da algoritmi o umani. Nessuno si aspetta che l’utente leggerà tutto quello gli viene proposto, quindi non dicono quanti elementi nuovi ci sono e quanti ne restano da leggere

I buoni, vecchi, lettori di feed RSS (si vede che sono di parte?). Quelli tipo Google Reader, o nel mio caso FeedWrangler. Interfaccia molto spartana, informano l’utente su quanti elementi restano da leggere e generalmente fanno poco o nulla dal punto di vista della personalizzazione e curation delle notizie — cosa che del resto scontenterebbe l’utente, che vuole avere massimo controllo sulle fonti ed essere lui a selezionarle, senza rischiare di perdersi qualcosa d’importante.

River of News. Questi sono aggregatori, Dave Winer è uno dei maggiori utenti/promotori. Possono essere aggreatori di feed RSS, ma questa categoria include anche Twitter o il News Feed di Facebook.

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Aggregazione e algoritmi

Ben Thompson:

This is what makes the NYT Now and BuzzFeed News apps so interesting: both accept the idea that their respective publications don’t have a monopoly on the best content, even as both are predicated on the idea that curation remains valuable. Apple News takes this concept further by being completely publication agnostic.

L’analisi di Ben sul perché certe aziende, come Apple, stiano preferendo degli “umani” rispetto a algoritmi (che danno l’apparenza di essere innocui e sopra le parti, ma sono comunque fatti da noi) per la selezione e aggregazione di notizie è piuttosto interessante, e solleva gli stessi problemi che mi ero posto nel mio precedente articolo su Apple News. Ovvero: nel momento in cui ci sarà una notizia su Foxconn, Apple la promuoverà dentro il suo Apple News?

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Instant (Web) Articles

Dean Murphy, dopo aver sperimentato per pochi minuti con i content blockers:

After turning off all 3rd party scripts, the homepage took 2 seconds to load, down from 11 seconds.

Mi sembra chiaro da ciò perché Apple li abbia aggiunti su Safari. C’è un guadagno sostanziale in privacy e velocità.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Microblogging con WordPress

Mi piace molto l’idea, di cui sono venuto a conoscenza grazie al blog di Manton Reece, di rubare a Twitter il monopolio della timeline portando il microblogging sui blog — diffondendo timeline ovunque. È semplice: il prodotto principale di Twitter è la timeline, un flusso di post brevi ordinati cronologicamente. Scrive Manton:

For the last few years, Twitter has had a monopoly on the timeline. We need to break that up. The first step is encouraging microblogs everywhere, and the next step is to build tools that embrace the timeline experience.

WordPress da tempo permette di associare un formato ai post, un micropost potrebbe essere un normale post, marcato come status dentro WordPress, visualizzato in maniera differente dagli altri. Ad esempio, non dovrebbe avere un titolo, dovrebbe ovviamente essere breve, venire distribuito in un rss separato 1 ed essere facile da creare da smartphone (ad esempio, sfruttando IFTT).

Non è un’idea nuova, Winer ne scriveva nel 2008, ma è ora molto facile da implementare. Il mio uso di Twitter è diminuito drasticamente negli ultimi anni, ma questo non perché il formato — o lo strumento — non siano utili. Personalmente, credo mi sarebbero utilissimi: mi permetterebbero di commentare brevemente, senza dover ricorrere alla pesantezza di un post.

In altre parole, penso ve li ritroverete presto su Bicycle Mind.

  1. Oppure JSON, così può essere visualizzato velocemente via JavaScript

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Lo skateboard volante

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Lo skateboard volante

Lexus dice di avere fatto uno skateboard che levita (hoverboard). Al momento però non ha rivelato nient’altro, a parte aver messo online un sito a proposito.

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Quick Look in iMessage

La prossima versione dell’applicazione Note, che arriverà con iOS 9, mostrerà un’anteprima (titolo, immagine e descrizione) dei link incollati al suo interno. Michael Steeber ha immaginato, su 9to5mac, l’utilità della medesima funzione se portata su iMessage e estesa.

Immaginate un iMessage che mostri una piccola preview del video che il vostro amico vi ha appena inviato, o la descrizione e l’icona del link che rimanda all’App Store. Non funzionerebbe solo con i link, ma potrebbe anche supportare anche dati dalle applicazioni — quante volte vi è successo di passare lo screenshot di una app per condividerne il contenuto?

Often times I find myself wanting to share the current weather with someone over iMessage who doesn’t live nearby, but right now the only simple way to do that is to take a screenshot of your weather app and send it over. Inline weather previews would allow you to hit a simple share button in the Weather app and send what could almost be described as a little weather “widget” to someone else.

Oltretutto, su Apple Watch una cosa così tornerebbe utilissima.

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Mac OS su Apple Watch

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Mac OS su Apple Watch

Di estrema utilità.

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Pioverà fra mezz’ora?

Facendone poco uso, in generale trovo le applicazioni per il meteo piuttosto noiose. Dark Sky però è un’eccezione: invece di dirmi che tempo farà domani — cosa che mi serve relativamente poco, durante la settimana — mi avvisa su che tempo farà fra mezz’ora, o dieci minuti. Se ci sono dei cambiamenti repentini, vento forte improvviso o pioggia, mi avvisa.

Purtroppo in Italia non funziona, ma dove funziona (in UK) è fantastica. Già da tempo mi invia notifiche poco prima che inizi a piovere, così che se sto per uscire di casa so cosa mi attende — e se sono in giro posso correre ai ripari. L’applicazione in sé la apro raramente, ma le notifiche mi sono tornate utili più di una volta.

Uno degli intenti della nuova versione di Dark Sky, la 5, è proprio quello di tenere gli utenti fuori dall’applicazione quando non necessario — dando maggiore importanza alle notifiche:

A big goal of this update is not only to make the app significantly better, but also to limit how often you actually need to open it up: The ability to schedule daily summaries automatically delivered to your phone and create your own custom weather alerts means you can stay on top of the weather without having to constantly check the app.

Dark Sky utilizza Forecast.io per le previsioni, che io ho trovato molto accurato. Forecast è stato creato dagli sviluppatori stessi di Dark Sky, aggregando dati sul meteo da fonti differenti.

La nuova versione dell’applicazione prova anche a migliorare la qualità dei dati invitando gli utenti a segnalare errori ma soprattutto sfruttando (è opt-in) il barometro presente negli iPhone 6. Se si accetta, è possibile lasciare che Dark Sky registri e invii a Forecast.io la pressione atmosferica a intervalli regolari. Non lo sapevo, ma a quanto pare quel dato da solo potrebbe “rivoluzionare” le previsioni del tempo su piccola scala, riuscendo a fornire dati precisi e validi per ciò che viene chiamato nowcasting. Ovvero, appunto, previsioni del tempo su piccola scala, sia temporale che geografica:

Because they offer the chance to get a extraordinary density of pressure observations, which provides the potential to describe small scale atmospheric structures. Structures we need to knwo about if we are to predict key weather features like strong thunderstorms. […]

So why would these pressure sensors be a boon for weather prediction?  Because the numerical weather prediction is now going to smaller and smaller scales, and meteorologist are trying to do much better in predicting  what will happen during the next few hours (called Nowcasting).

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Cosa sognano le macchine

Google si è chiesta cosa vedano le sue macchine — quelle che a cui ha insegnato a riconoscere e analizzare le foto. Simulando una rete neurale, ha provato a dare una risposta a questa domanda (è tutto ben spiegato nel loro post).

Queste reti non devono solamente riconoscere un’immagine, ma possono anche generarne di nuove. Si sono quindi chiesti cosa una macchina veda, partendo da un’immagine (delle nuvole, ad esempio) fornita a caso — quali oggetti riconosca, e cosa enfatizzi.

Scrivono:

This creates a feedback loop: if a cloud looks a little bit like a bird, the network will make it look more like a bird. This in turn will make the network recognize the bird even more strongly on the next pass and so forth, until a highly detailed bird appears, seemingly out of nowhere.

Ovvero, questa è una delle tante cose che è le macchine hanno immaginato:

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Come Apple pubblicizzò il primo personal computer

Fotografie e video dal 1977, quando era necessario spiegare cosa fosse un personal computer e perché fosse utile. Scrive l’Atlantic, in merito al marketing dietro all’Apple II:

Here was a machine you could set up in moments, even if the ad’s opening lines might sound like a daunting amount of work to the iPhone generation: “Clear the kitchen table. Bring in the color TV. Plug in your new Apple II, and connect any standard cassette recorder. Now you’re ready for an evening of discovery.”

The idea of clearing off the kitchen table had strangely recurred in the computer market for years prior.

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Verso una teoria della distrazione

CIT.

What if, in fact, we’re not very good at being distracted? What if we actually don’t value distraction enough? It may be that, with our mobile games and Twitter feeds and YouTube playlists, we’ve allowed distraction to become predictable and repetitive, manageable and organized, dull and boring—too much, in short, like work. — Joshua Rothman sul New Yorker, A New Theory of Distraction

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Vita e morte di un iPhone

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Vita e morte di un iPhone

Quando Siri diventerà un AI superintelligente questo sarà ciò che vedrà.

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Il prossimo Apple Watch (speriamo sia lontano)

Circolano già rumors sul prossimo Apple Watch. Mark Gurman, su 9to5mac, dice che potrebbe avere una fotocamera frontale (per videochiamate via FaceTime) ed essere più indipendente dall’iPhone — ad esempio riuscendosi a collegare direttamente al WiFi. La seconda cosa sarebbe bellissima, la prima del tutto superflua.

Al di la di questo — ho ricevuto il mio meno di una settimana fa, e chi ha voglia di parlare di rumors del prossimo Apple Watch quando il primo ancora non è in vendita in molti Apple Store? — l’unico rumors interessante è quello relativo alla data di lancio. Si parla di 2016, e quasi quasi spero si vada a metà 2016 se non oltre.

Il ciclo annuale di ricambio dei nostri device non è sostenibile per ogni prodotto. Ha senso per l’iPhone, contesterei che abbia senso per l’iPad, ma sono quasi convinto non abbia senso per un wearable. L’Apple Watch non vuole proporsi come mero gadget, la tecnologia interna è solo parte della motivazione dietro l’acquisto: componente altrettanto fondamentale è lo stile, il design; in altre parole l’orologio in quanto tale.

Apple vende l’Apple Watch paragonandolo agli orologi tradizionali, e offrendo modelli costosissimi. Se vuole che questa strategia abbia successo deve anche, a parer mio, staccarsi dal ciclo annuale di aggiornamenti — spesso un obbligo, più che una necessità. Per riuscire a proporre l’Apple Watch come un orologio deve anche riuscire a renderlo più duraturo del tempo. Non dico che non debba diventare obsoleto, ma che per lo meno non lo diventi nel giro di un anno.

Un aggiornamento all’OS, come quello in arrivo in autunno, potrebbe essere più che sufficiente, un buon modo per accontentare gli scontenti. Per l’Apple Watch con FaceTime invece possiamo aspettare.

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Chi difende i tuoi dati dalle intrusioni dei governi

La Electronic Frontier Foundation ha dato un voto a diverse aziende, a seconda di come rispondono alle richieste dei governi di fornire i dati dei loro utenti, e di come difendono e avvisano quest’ultimi in caso ciò avvenga.

Apple, come Dropbox, è — secondo i parametri utilizzati dalla EEF — virtuosa. Al contrario, Google, Microsoft e Amazon non se la cavano granché. Anche Slack non è ottimo, nonostante abbiano recentemente aggiunto la dichiarazione dei diritti umani ai loro TOS.

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Richiedere file via Dropbox

Da alcuni giorni è possibile richiedere file da Dropbox, che chiunque può inviare — anche chi non è iscritto al servizio. Utile quindi per scambiarsi file pesanti, che siano foto della recente vacanza o materiale importante. L’ho appena provato e funziona molto bene (i file vanno a finire all’interno di una cartella del proprio Dropbox).

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‘Ho letto tutti i termini di servizio e voglio morire’

Alex Hern si è letto per il Guardian tutti i termini di servizio dei servizi che usa. Ha deciso che per una settimana avrebbe dovuto, prima di utilizzare uno fra i tanti servizi a cui è già iscritto, leggersi il contratto che al momento dell’iscrizione aveva ignorato. Significa che di prima mattina, appena acceso l’iPhone, ha dovuto leggersi pagine e pagine di condizioni da rispettare — scoprendo che la semplicità tipica di Apple non si ritrova nei suoi documenti legali (che anzi non sono neppure aggiornati: quello di iOS contiene tuttora un riferimento a Google Maps). Poco dopo ha dovuto utilizzare Gmail: contrariamente a quel che si potrebbe pensare, quelli di Google sono invece piuttosto semplici e scritti in un inglese chiaro da capire.

Il problema, comunque, è secondo Hern la differente forza contrattuale fra le due parti in causa, l’utente e l’azienda. Il primo, anche leggendosi tutte le condizioni e prestando attenzione a ogni clausola, non può comunque che o accettare o rifiutare l’intero documento:

The problem is that reading the terms and conditions simply doesn’t help. Sure, you find out how pitifully small your rights are compared to those that even a medium-sized company will reserve when you use its product. But the issue isn’t just one of obscurity: it’s also a problem with the power relationship. With no negotiating power, it ends up being mostly depressing reading.

Finding out that Sony can brick my console at will if they decide I haven’t downloaded the software update quickly enough doesn’t give me any power to fight back. I can’t offer them £50 extra for a console that doesn’t come with that clause, nor can I jump ship to a competitor with better terms – because one doesn’t exist.

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Slack per gli amici

Slack è una ‘chat’ per le aziende, un modo per comunicare e restare aggiornati con i propri colleghi, una specie di Twitter privato. È molto usato e apprezzato, al punto che diversi iniziano ad adottarlo con amici, in famiglia e per tenersi aggiornati con persone che condividono i loro interessi. È raro che un prodotto per il business venga adottato anche al di fuori dell’ambito lavorativo e ciò dovrebbe rivelare la bontà del prodotto. Io stesso lo utilizzo sia per lavoro sia per ‘chiacchierare’ con un gruppo di blogger e gente conosciuta in rete.

Slack è organizzato in gruppi (ogni azienda è un gruppo di utenti, privato) al cui interno ci sono diversi canali. È molto potente per quanto riguarda le integrazioni con altri servizi web e, di nuovo, ricorda abbastanza un Twitter chiuso e contenuto, fatto di utenti selezionati.

Scrive Fast Company:

This is a very odd way for someone to talk about enterprise software. Occasionally a consumer-facing product like Dropbox expands into the workplace, but rarely do people bring tools designed for their companies into their personal lives. But now it seems Slack is becoming an exception. Users have appropriated the platform for extracurricular use cases like staying in touch with groups of friends, backchanneling at events, and creating chat rooms around interests like books or entrepreneurship—or dating. In addition to being a place to work, Slack is becoming a virtual hangout spot.

Un po’ di tempo fa Frank Chimero scrisse di come Twitter fosse passato dall’essere un luogo tranquillo, in cui incontrarsi con gli amici, a un posto trafficato e pubblico. Slack è quel Twitter che è andato perso, la veranda prima che si trasformasse in strada.

Più volte sono stato tentato di creare un gruppo Slack di Bicycle Mind: qualcuno ci verrebbe? Se ci sono abbastanza commenti/interessati lo si fa :)

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Di cosa hai paura?

Secondo Benedict Evans, il tema al centro dei due recenti eventi di Apple e Google, il WWDC e il Google I/O, rivelerebbe anche il timore principale di entrambe le aziende. Il Google I/O è stato dedicato più che altro a mostrare cosa Google può fare con la mole di dati che raccoglie, e come i suoi algoritmi possano estrarre “intelligenza” da questi; il WWDC  è stato focalizzato su App Search, iBeacons, e altri kit di sviluppo che aiutano gli sviluppatori.

Mentre per Google il timore principale è quello, un giorno, di perdere “l’intelligenza” che distingue il suo motore di ricerca e gli altri servizi che fornisce, per Apple è quello che gli sviluppatori se ne vadano e di poter perdere, come un tempo, il vantaggio sull’App Store:

For Apple, I’d suggest the fear is that the developers leave. This is what happened in the 90s and it was a key part of the company’s near-death experience (and arguably Apple only survived because the web made the lack of Mac apps matter less as a reason to buy a computer). Once developers start leaving you’re in a vicious circle that’s very hard to reverse (this is where Windows Phone is now). Today the iOS ecosystem is smaller than Android in absolute users and downloads, but has 7-800m live device, which is three times the size of the PC install base in 1995, and twice as much app store revenue per user as Google Play. More importantly, perhaps, the users are highly concentrated in key locations – Chase isn’t going to abandon its iPhone app because there are 500m Android users in China. So right now the ecosystem looks sustainable, but that could change. Developers can leave. That’s Apple’s existential fear.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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