Sovraccaricati di informazioni

CIT.

According to a 2011 study, on a typical day, we take in the equivalent of about 174 newspapers’ worth of information, five times as much as we did in 1986. — New York Times, Hit the Reset Button in Your Brain

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Il problema della diversità nella Silicon Valley

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Il New Yorker, sulla (inesistente) diversità dei dipendenti delle principali aziende informatica, e startup, della Silicon Valley:

The astonishing maleness and whiteness of Silicon Valley’s tech workers has less to do with Silicon Valley itself than with the education system that prepares kids to work there — or, more often, doesn’t do so. Women earn about eighteen per cent of computer-science degrees in the U.S. Black and Hispanic students each earn ten per cent or fewer. “If you have a really undiverse student population, it’s hard to make an even more diverse workforce,” Partovi said.

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Come si stava prima di Internet

In “The End of Absence” Michael Harris racconta cosa significhi fare parte di quel gruppo di persone che è nato prima di Internet, le ultime che si ricorderanno come si stava prima che internet diventasse essenziale:

Soon enough, nobody will remember life before the Internet. What does this unavoidable fact mean?

For future generations, it won’t mean anything very obvious. They will be so immersed in online life that questions about the Internet’s basic purpose or meaning will vanish.

But those of us who have lived both with and without the crowded connectivity of online life have a rare opportunity. We can still recognize the difference between Before and After. We catch ourselves idly reaching for our phones at the bus stop. Or we notice how, mid-conversation, a fumbling friend dives into the perfect recall of Google.

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Fotografare per condividere

CIT.

The challenges present in photography today are not in the devices we use to capture, it’s not in our approach, skill level, or what we think we need to create good photos; the problem today is in social pressure. Photography has quickly evolved in its short lifespan from revolutionary, to useful, to ubiquitous and full of expectation. Like the clothes we wear, the cars we drive, or the houses we live in, our photographs are another vehicle to which the world judges us because the world expects to see proof of our beautiful, happy lives and we have grown to crave that attention. In this light, photography has grown vain in its old age.

We shoot, we shoot, and we shoot… and then we share. Sometimes to prove our good taste or creative ability, but also, in many cases, as a means to feel alive because we have generated this need to prove something to others and to ourselves. — John Carey, Don’t Forget to Remember This (*)

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Internet è di tutti?

Mantellini, sulla scelta di Twitter, Facebook e altri servizi di eliminare il video di James Foley dai loro server e sulle implicazioni che ciò comporta. In altre parole, facendolo hanno compiuto una scelta editoriale che è in contrasto al loro presentarsi come servizio per tutti e di tutti.

La domanda da farsi, è, quindi: di chi è internet? “Se Internet è di tutti,” scrive Mantellini, “è anche dei tagliagole vestiti in nero, i quali del resto, già da tempo, la utilizzano come se. E se invece Internet non è di tutti ma solo dei buoni, di quelli come noi, allora Internet non è più Internet ma uno dei nostri ben sperimentati orticelli recintati. Nei quali l’orrore (ma anche molto d’altro) può essere tenuto fuori, come se non esistesse.”

[Twitter e Youtube] Nate e cresciute fuori dal contesto editoriale e dentro la retorica delle relazioni fra pari, dopo averci alluvionato per anni con il racconto glorioso dell’informazione dal basso prodotta dai cittadini per i cittadini senza il fastidio di ingombranti intermediari, dopo averci raccontato con dovizia di noiosi particolari tecnici l’impossibilità di fermare o controllare il flusso di dati che ogni secondo raggiungeva i loro server, nel momento della diffusione del tragico video Twitter, Youtube e Facebook si sono trasformati in soggetti editoriali a tutto tondo. Impugnati i termini di servizio, scaldati i filtri tecnologici fino al giorno prima minimizzati, questi soggetti hanno iniziato a ripulire le proprie piattaforme dalle immagini dell’orrore giunte dal Medio Oriente. Per una ragione o per un’altra, per seguire la pietasminima dovuta ai familiari di quel giovane uomo straziato o per acconsentire ai pressanti consigli della Casa Bianca, le piattaforme di rete, utilizzate da tutti in tutto il mondo, hanno fatto una scelta di campo molto chiara e da servizio si sono trasformate in prodotto.

Non è importante ora chiedersi se quella scelta sia stata giusta o sbagliata, quello che va sottolineato è che se il New York Times decide di non mostrare quelle immagini terribili compie una scelta editoriale usuale, se Twitter chiude d’imperio profili che hanno semplicemente linkato quelle medesime immagini, compie una azione certamente editoriale ma con tratti censori incontestabili nei confronti dei propri utenti. E lo fa, tra l’altro, all’interno di una ciclopica eccezione, utilizzando per altre differenti ma ugualmente orribili immagini di guerra e dolore (per esempio quelle strazianti dei corpi dei bambini morti sotto i bombardamenti a Gaza), scelte editoriali del tutto opposte.

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La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto ipotizzato

Secondo uno studio appena pubblicato, la censura online, in Cina, potrebbe essere più sofisticata di quanto in precedenza ipotizzato. Non sarebbero i messaggi negativi in confronti del governo a venire censurati, ma quelli che contengono un invito a una qualche forma di azione collettiva — che sia in favore o contro il governo.

BuzzFeed:

After conducting a study of what originally began as 11 million social media posts, King, Pan and Roberts found that criticism on social media is useful for the Chinese government so long as that criticism does not include a call to action. In an effort to mollify Chinese citizens and essentially prevent any form of collective action, the Chinese government will take any negative commentary on policies or leaders into consideration and make the changes they see fit.

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iBeacon Stickers: piccoli adesivi bluetooth

I beacon sono piccoli device che comunicano con lo smartphone via bluetooth. Un esempio pratico: vi trovate in un negozio d’abbigliamento, vi avvicinate a un paio di scarpe e sul vostro smartphone appaiono i prezzi dei modelli che state guardando — perché il beacon più vicino a voi ha rilevate la vostra posizione. La reazione del telefono è completamente configurabile: può essere una semplice notifica, o se avete l’applicazione del negozio in questione qualcosa di più complesso.

Estimote è una delle aziende che li produce, e oggi ha introdotto degli adesivi iBeacon: piccoli e dotati non solo di connettività bluetooth, ma anche di un sensore per il rilevamento della temperatura e del movimento. Le opportunità e opzioni sono infinite, alcune di esse esplorate in un breve video di Estimote. Li si può utilizzare sia in casa — se abbinati ad un’applicazione come Launch Here possono spegnere le luci della stanza quando uscite — o in un negozio, vedi l’esempio iniziale.

Costano $100, e si preordinano adesso per riceverli questo autunno.

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Nicholas Felton: una vita quantificata

Video: Nicholas Felton: una vita quantificata

Il New York Times ha girato un breve video su Nicholas Felton, quello degli Annual Report: report annuali, graficamente perfetti, costruiti sopra dati raccolti su se stesso — posti visitati, km percorsi, etc…

È appena uscito l’Annual Report del 2013, ed è dedicato alle comunicazioni che Felton ha avuto nel corso dell’anno: le email che ha inviato, le persone con cui ha interagito e i mezzi che ha utilizzato per farlo, le parole più ricorrenti o gli SMS scambiati.

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Una breve storia dell’USB, e delle porte che ha rimpiazzato

ArsTechnica ricorda i tempi bui prima delle porte USB:

If you were using a computer anytime before the dawn of USB in the Pentium and Pentium II eras, connecting pretty much anything to your computer required any one of a large variety of ports. Connecting a mouse? Maybe you need a PS/2 connector or a serial port. A keyboard? PS/2 again, maybe the Apple Desktop Bus, or a DIN connector. Printers and scanners generally used big old parallel ports, and you could also use them for external storage if you didn’t want to use SCSI. Connecting gamepads or joysticks to your computer often required a game port, which by the 90s was commonly found on dedicated sound cards (these were the days before audio chips became commonplace on desktop and laptop motherboards).

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Margini

Craig Mod ha scritto un pezzo sui margini dei libri:

A book with proper margins says a number of things. It says, we care about the page. It says, we care about the words. We care so much that we’re going to ensure the words and the page fall into harmony. We’re not going to squish the text to save money. Oh, no, we will not not rush and tuck words too far into the gutter.

A book with proper margins says, We respect you, Dear Reader, and also you, Dear Author, and you, too, Dear Book.

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Come vengono rappresentati gli sms e internet nei film?

Video: Come vengono rappresentati gli sms e internet nei film?

Tony Zhou ha studiato i vari metodi con cui, nei film, viene comunicato allo spettatore il contenuto di un SMS, o l’uso di internet. Spesso viene inquadrato lo schermo del cellulare (che diventerà obsoleto prima che il film esca nelle sale), a volte gli attori leggono i messaggi ad alta voce — quando mai vi è successo di farlo? — mentre nei migliori casi il testo del messaggio appare a lato della scena, in prossimità del cellulare1.

  1. L’uso migliore lo fa Sherlock della BBC. Guardate che meraviglia tipografica.

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John Oliver sulle pubblicità native

Video: John Oliver sulle pubblicità native

Native Advertising indica pezzi di giornalismo che sembrano normali, e si presentano come tali, ma in realtà sono pubblicità: sponsorizzati e pagati da aziende. BuzzFeed è forse il sito che ne fa più uso, ma anche testate più tradizionali hanno iniziato a sperimentarlo: l’Atlantic pubblicò un articolo sponsorizzato da Scientology, mentre recentemente il New York Times ha pubblicato un’inchiesta pagata da Netflix, volta a pubblicizzare Orange Is the New Black.

John Oliver ha due parole da dire, non in positivo, riguardo questo nuovo modello di business.

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Il peccato originale di internet

Ethan Zuckerman, ispirato da un meraviglioso talk di Maciej Cegłowski, si chiede se una internet diversa — meno centralizzata, con un modello di business che non faccia affidamento sulla raccolta dei dati degli utenti — sia possibile.

Once we’ve assumed that advertising is the default model to support the Internet, the next step is obvious: We need more data so we can make our targeted ads appear to be more effective. Cegłowski explains, “We’re addicted to ‘big data’ not because it’s effective now, but because we need it to tell better stories.” [...]

In theory, an ad-supported system is more protective of privacy than a transactional one. Subscriptions or micropayments resolved via credit card create a strong link between online and real-world identity, while ads have traditionally been targeted to the content they appear with, not to the demo/psychographic identity of the user

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Chi si prende cura delle emoji?

Unicode è il consorzio che promuove, aggiorna e cura il sistema di codifica che permette che le emoji funzionino in maniera identica su diversi dispositivi: che una faccina triste su un iPhone non diventi infelice su un altro smartphone. Cosa interessante: Unicode non si cura di come le emojii vengono visualizzate, ma solamente che rappresentino in qualche modo il concetto a cui fanno riferimento. Anche solo da questa piccola libertà possono sorgere problemi: ad esempio il cuore giallo di iOS viene visualizzato dagli utenti Android come uno spaventoso cuore peloso-

The New Republic:

According to Unicode’s website, before their standard system was developed, hundreds of different systems were used to assign code combinations to letters, numbers, and symbols in different alphabets, often with some overlap. By contrast, Unicode assigns a unique number to every character, so that it is guaranteed to be legible across platforms, programs, and languages. When Japanese cell phone carriers started making emoji available, different vendors used different codes for the same symbols (or the same code for different symbols). Unicode treated the symbols as, essentially, another language, and offered their services to the Japanese companies.

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Il nuovo News River

Ci sono alcuni cambiamenti per quella nuova sezione di Bicycle Mind dedicata a scoprire le notizie pubblicate su altre fonti — di cui avevo scritto a inizio settimana.

Il nuovo News River è più bello (graficamente: andate a vederlo1) e offre una newsletter giornaliera, che ogni mattina vi consegna nella vostra inbox una mail contenente l’elenco di tutte le notizie (pubblicate su quell’elenco di fonti selezionate) e, in apertura, cinque link del giorno scelti dal sottoscritto.

Se avete suggerimenti — fonti da aggiungere, modifiche da apportare, problemi di visualizzazione — segnalatemeli nei commenti a questo post.

  1. Nei prossimi giorni si migliora la versione per iPhone

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Gli squali attaccano internet

Letteralmente: i cavi transoceanici. Perché, ricordiamo, l’internet funziona grazie a dei tubi — non per via delle nuvole. Google sta investendo per renderli resistenti ai loro morsi:

Reports of sharks biting the undersea cables that zip our data around the world date to at least 1987. That’s when the New York Times reported that “sharks have shown an inexplicable taste for the new fiber-optic cables that are being strung along the ocean floor linking the United States, Europe, and Japan.”

(Su cavi e internet, la storia di come stanno collegando Giappone e Londra senza toccare terraferma, e tutto grazie al riscaldamento globale)

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Le email sono una cosa meravigliosa

Negli ultimi anni, di continuo, si leggono lamentele sul funzionamento delle email e una qualche previsione sulla loro imminente dipartita. L’ultimo servizio entrato nella lista di quelli che le renderanno obsolete è Slack, che rende la comunicazione all’interno di un’azienda più facile 1. A ciò, si aggiungono le critiche: sono troppe, un mezzo del passato che non si è evoluto a sufficienza, se ne accumulano centinaia, non c’è un modo ottimo di filtrarle e portano via troppo tempo.

Ciò nonostante, le email sono una cosa meravigliosa. Sono un esempio di quel web che abbiamo perso e dei suoi valori: aperto, decentralizzato e inter-comunicabile. E negli ultimi anni sono diventate anche più intelligenti. Nel filtraggio dello spam, o grazie a nuove funzioni come la priority inbox di Gmail, che le divide in automatico in base alla loro importanza e al loro scopo.

La loro stessa esperienza“, scrive Alexis Madrigal sul The Atlantic, “è stata trasformata“. Le email non stanno morendo, ma il loro uso sta cambiando: le varie funzioni che una volta svolgevano gli stanno venendo sottratte da nuovi servizi, e a loro rimane la funzione originaria da cui prendono, del resto, il loro nome: di lettera elettronica, di posto in cui ricevere tutte quelle comunicazioni che tradizionalmente sarebbero arrivate via posta.

Inizialmente le email hanno svolto centinaia di compiti: sono state il nostro newsfeed, la nostra identità per verificarci sui siti web, o il modo più efficace con cui scambiarsi file. Compiti che negli anni si sono spostati su servizi più appropriati, lasciando alla mail la sua funzione primaria, ciò in cui eccelle:

Because it developed  early in the history of the commercial Internet, email served as a support structure for many other developments in the web’s history. This has kept email vitally important, but the downside is that the average inbox in the second decade of the century had become clogged with cruft. Too many tasks were bolted on to email’s simple protocols.

[...]

Email is not dying, but it is being unbundled.

Ah, un’ultima cosa: le email funzionano meravigliosamente da mobile: sono veloci e si adattano bene agli schermi. Sono uno strumento di un’altra internet, e si basano su idee e principi di un’altra internet alla quale quella corrente — chiusa e centralizzata — somiglia poco. E, ciò nonostante, riescono a competere senza problemi con i servizi d’oggi:

While email’s continued evolution is significant, what it has retained from the old web sets it apart from the other pretty, convenient apps. Email is an open, interoperable protocol. Someone can use Google’s service, spin up a server of her own, or send messages through Microsoft’s enterprise software. And yet all of these people can communicate seamlessly. [...]

Email—yes, email—is one way forward for a less commercial, less centralized web, and the best thing is, this beautiful cockroach of a social network is already living in all of our homes.

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Sopravvalutare lo smartphone

Farhad Manjoo sogna degli smartphone ancora più smart, che riescano a importunarci meno frequentemente e che riescano a capire quando è il momento di consegnare una notifica — quando è pertinente al luogo e alla situazione, e quando invece non fa altro che disturbarci.

Che siano più bravi a evincere, dal contesto, l’informazione di cui abbiamo bisogno:

The glut of notifications is just one example of a growing problem with our smartphones: They are not smart enough.

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Un futuro senza lavori

Video: Un futuro senza lavori

Cosa succederà al settore dei trasporti quando le macchine che si guidano da sole diventeranno comuni? L’ultimo video di CGP Grey, Humans Need Not Apply, è dedicato a esplorare cosa accadrà quando gran parte dei lavori — anche quelli creativi, che crediamo al sicuro — saranno automatizzati e svolti in larga misura da un robot.

Come in passato, ci troveremo nuovi impieghi che solo noi saremo in grado di svolgere, no? No, purtroppo. E non siamo per nulla preparati a questo scenario.

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Bicycle Mind su facebook

Nulla di nuovo: è da anni che c’è una pagina facebook dedicata al blog; serve ai lettori per restare aggiornati con le notizie pubblicate. Però invece di chiamarsi Bicycle Mind la pagina si chiamava Mac Blog. Perché questo blog si chiamava così, anche se poi si decise — nel 2012 — di cambiare nome in favore di uno migliore. Facebook però è strano, fa il difficile, e non ti permette di cambiare il nome di una pagina senza profuse spiegazioni e varie email che, generalmente, vanno a vuoto. Dunque la pagina è rimasta con il nome di “Mac Blog” fino ad oggi.

Il mese scorso — ci ho ritentato — finalmente sono riuscito a convincerli. Hanno cambiato il nome. Se non l’avete già fatto, è il momento di mettere mi piace al vostro blog preferito.

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