Apple sta preparando un grosso aggiornamento ai MacBook Pro

Mac Rumors:

Consistent with previous rumors, the article says the updated notebooks are thinner and will include a touchscreen strip along the top of the keyboard, which is expected to present functions on an as-needed basis that fit the current task or application, as well as integrate Touch ID to enable users to quickly log in using their fingerprint.

Sarebbe anche ora. Mi chiedo anche quando i MacBook Air usciranno di scena. Resistono solo per il basso costo, ma rappresentano una via di mezzo non più necessaria fra i MacBook e i MacBook Pro.

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Amazon sta costruendo una flotta di aerei

Amazon:

Now, we see the same opportunity to innovate in transportation. I’m very excited to introduce Amazon One, a Boeing 767-300 that is our first ever Amazon branded plane which will serve customers by adding capacity to support one and two day package delivery in the US. Adding capacity for Prime members by developing a dedicated air cargo network ensures there is enough available capacity to provide customers with great selection, low prices and incredible shipping speeds for years to come. Over the next couple of years, we’ll roll out 40 planes just like this one.

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Lo And Behold

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Lo And Behold

Un nuovo trailer di Lo and Behold, il documentario di Werner Herzog su internet e l’intelligenza artificiale. Ne attendo l’uscita trepidante.

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Apple e l’emoji della pistola

Nell’ultima beta di iOS l’emoji della pistola è passata dall’essere un revolver — quindi una rappresentazione piuttosto realistica — a una pistola giocattolo, di quelle che spruzzano acqua.

L’intento è quello di renderla meno adatta a fini violenti. L’intento è ottimo, ma c’è un problema, come scrive Jeremy Burge, di Emojipedia:

All other vendors display this emoji as a real gun. Even if they all decided to follow-suit and change to a water or toy gun(which could happen, if Apple sticks with this), the change would take a considerable amount of time.

La rappresentazione di un emoji varia da piattaforma a piattaforma, e può causare disguidi e incomprensioni. Su Windows Phone, Android e tutte le versioni precedenti di iOS l’emoji rimane (per ora?) un revolver: significa che inviando una pistola giocattolo, il destinatario — se usa un sistema operativo diverso, o una versione vecchia di iOS — potrebbe ricevere una rappresentazione meno giocosa della stessa, che suggerisce un messaggio differente.

La strada intrapresa da Apple è per me quella corretta — spero che Android, Windows Phone, Samsung e gli altri la ricalchino — ma è bene tenere in mente le incongruenze fra le emoji di OS diversi nell’usarle. In certi casi ci può essere un’incomprensione minima sul tipo di emozione trasmessa, in questo caso la differenza è un po’ più seria.

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Chi è Ev Williams

Il The Atlantic ha un lungo profilo su Ev Williams, il CEO di Medium (e prima di Twitter, e prima ancora di Blogger). Si parla di open web, e di quello che Williams sta facendo per salvarlo, anche se personalmente non sono del tutto persuaso dal suo discorso (di come e del perché Medium sarebbe diverso — più aperto? — di altri social network):

The open web’s terminal illness is not a story that he alone is telling. It is the common wisdom of the moment, espoused by Times columnists and longtime tech bloggers. The developers who wrote Drupal and WordPress, two important pieces of blogging software, both recently expressed anxiety over the open web’s future. Since so many of these social networks are operated by algorithms, whose machinations are proprietary knowledge, they worry that people are losing any control over what they see when they log on. The once-polyphonic blogosphere, they say, will turn into the web of mass-manufactured schlock.

Something like this has happened before. Tim Wu, a law professor at Columbia University, argues in his book The Master Switch that every major telecommunications technology has followed the same pattern: a brief, thrilling period of openness, followed by a monopolistic and increasingly atrophied closedness. Without government intervention, the same fate will befall the internet, he says. Williams cites Wu frequently. “Railroad, electricity, cable, telephone—all followed this similar pattern toward closedness and monopoly, and government regulated or not, it tends to happen because of the power of network effects and the economies of scale,” he told me.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Intervista a Susan Kare

Lenny:

AR: I had no idea there were so many women back then. Looking at pictures from that era, it’s remarkable how young Jobs was. What was it like working with him then?

SK: It was always really fun to show Steve something new because, if he liked it, he was so joyful. Sometimes he brought in visual material to share that had caught his eye, such as graphics from Memphis, a 1980s Italian design group founded by Ettore Sottsass. And it’s no secret that he had a shiny Bösendorfer grand piano and BMW motorcycle in the lobby of the Macintosh building so that everyone could be inspired by examples of design excellence.

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Goditi il caffè o condividilo

In Nausea (1938) Jean-Paul Sartre wrote: ‘a man is always a teller of stories, he lives surrounded by his stories and the stories of others, he sees everything that happens to him in terms of these stories and he tries to live his life as if he were recounting it’. Pics or it didn’t happen. But then he must have asked himself, sitting at the Café de Flore: Am I really going to tell someone about this cup of coffee I’m drinking now? Do I really recount everything I do, and do everything just to recount it? ‘You have to choose,’ he concluded, ‘to live or to tell.’ Either enjoy the coffee or post it to Instagram. Why watching people take selfies feels so awkward

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La cronologia del browser è rotta

Patryk Adas:

I can search for a term in Google, but I’m not going to get a single result that answers my question. Rather, I’m going to get a lot of results, and all of those results will have bits and pieces of information that are relevant to me.

Then I’m going to go exploring through the internet, collecting lots of tabs along the way. Some of those tabs will be duds, so I close them. Some of those tabs will be relevant and will have twenty more links, so I open them all, and in this way I keep crawling.

Then after a while I have a cloud of pages in my head that I visited and the answer is more or less complete.

But if I try to revisit this later, it’s impossible. I can remember what I found, but it wasn’t a linear progression, therefore my browser history is useless.

Il modo in cui navighiamo su internet è cambiato. Come mostra una recente ricerca del Nielsen Norman Group, quango cerchiamo qualcosa apriamo in successione un numero consistente di pagine web per poi vagliarne la validità e utilità in seguito. Alcune di queste pagine rimangono parcheggiate, sotto forma di tab, per giorni nella finestra del browser — altre vengono chiuse dopo pochi minuti.

La cronologia del browser, per come funziona ora, non è di alcuna utilità: registra qualsiasi pagina nella stessa maniera, senza conservare alcuna informazione su come l’abbiamo raggiunta o per quanto tempo l’abbiamo tenuta in memoria. In maniera disordinata ci ricorda di tutte le tab che abbiamo aperto, senza però aiutarci a distinguere quelle che si sono rivelate utili da quelle che abbiamo chiuso dopo pochi minuti.

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Il master plan di Tesla, parte seconda

Elon Musk ha aggiornato il master plan di Tesla, dato che quello precedente, quasi completato, risale a 10 anni fa:

  1. Creare un’automobile elettrica, necessariamente costosa (Roadster)
  2. Usare i guadagni per creare un’automobile più grande, ad un prezzo più competitivo (Model S)
  3. Usare i guadagni per creare un SUV, venduto ad un prezzo accessibile (Model X)
  4. Fornire energia solare (Solar City)

Il nuovo piano — da leggere tenendo presente la missione di Tesla, “to accelerate the world’s transition to sustainable transport” — prevede:

  1. La creazione di un sistema integrato di produzione e conservazione dell’energia. Con Powerwall e Solar City, l’idea è di creare dei pannelli solari e delle batterie che siano belle e che funzionino bene (su questo blog ce lo domandavamo tempo fa: Tesla fa macchine o batterie?)
  2. Riuscire a coprire la maggior parte delle forme di trasporto terrestre. Oltre a migliorare e rendere più efficiente il sistema di produzione in sé (Musk scrive, nel post, che la fabbrica stessa di Tesla è un prodotto), ci sono due categorie di prodotti su cui Tesla sta lavorando: un sistema per spostare merci, e un sistema di trasporto che sia adatto all’ambiente urbano, ad alta densità di popolazione
  3. Sviluppare una macchina che si guida da sola che sia 10 volte più sicura della guida manuale. Tesla sta lavorando a rendere autonome le proprie macchine, ma ci vorrà tempo: ci vorrà tempo perché una macchina che si guida da sola venga accettata dal punto di vista legislativo, e ci vorrà tempo affinché il software, più che l’hardware, raggiunga uno stadio accettabile
  4. Condivisione. Una volta che le macchine saranno in grado di guidarsi da sole, non solo sarà possibile chiamare la propria auto a distanza, ma sarà possibile — dall’applicazione dell’automobile — affittare la propria auto, ricavandoci qualcosa ed evitando di lasciarla in sosta e inutilizzata per ore e ore

Il piano è pubblico, scritto da Elon Musk, e si può leggere per intero sul blog di Tesla:

By definition, we must at some point achieve a sustainable energy economy or we will run out of fossil fuels to burn and civilization will collapse. Given that we must get off fossil fuels anyway and that virtually all scientists agree that dramatically increasing atmospheric and oceanic carbon levels is insane, the faster we achieve sustainability, the better.

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Steve Jobs e le pagine dinamiche

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Steve Jobs e le pagine dinamiche

Un keynote di 20 anni fa (titolo: Webmania), durante il quale Steve Jobs introduce NeXT WebObjects, spiega cos’è il web e si entusiasma per le pagine dinamiche.

(via The Loop)

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Perché il leak di dati di LinkedIn riguarda tutti noi

Verso inizio giugno sono apparsi sul dark web i dati — inclusa password e email — di 117 milioni di account creati su LinkedIn, ottenuti durante l’attacco che LinkedIn subì nel 2012 (potete controllare se anche il vostro account venne compromesso su haveibeenpwned.com).

Come spiega Arstechnica, ogni volta che c’è un leak di queste dimensioni e entità (recentemente: Ashley Madison) gli hacker diventano un po’ più bravi a indovinare le nostre password su altri siti — dato che possono fare affidamento ai dati già collezionati (sia su noi stessi, preferenze e dettagli, sia sulle password), compilando così lunghissime liste di potenziali combinazioni e password:

Back in the early days of password cracking, we didn’t have much insight into the way people created passwords on a macro scale. Sure, we knew about passwords like 123456, password, secret, letmein, monkey, etc., but for the most part we were attacking password hashes with rather barbaric techniques—using literal dictionaries and stupid wordlists like klingon_words.txt. Our knowledge of the top 1,000 passwords was at least two decades old. We were damn lucky to find a password database with only a few thousand users, and when you consider the billions of accounts in existence even back then, our window into the way users created passwords was little more than a pinhole. […]

When you take both RockYou and LinkedIn and combine them with eHarmony, Stratfor, Gawker, Gamigo, Ashley Madison, and dozens of other smaller public password breaches, hackers will simply be more prepared than ever for the next big breach.

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‘Tutto quello che ho fatto sarà obsoleto fra 10 anni’

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‘Tutto quello che ho fatto sarà obsoleto fra 10 anni’

(via 512pixels)

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La storia di ‘questo sito è ben fatto’

Ci sono segnali, cose, aspetti di un sito che uno sviluppatore web va a cercare per stabilire la qualità del sito in questione. Un po’ di tempo fa, ridimensionavo ossessivamente la finestra del browser a tutti i siti nuovi che incrociavo.

Adrian Holovaty nota come questi aspetti cambino nel tempo; com’è cambiato ciò ci aspettiamo da un sito:

In 18 years as a web developer, I’ve come to love these subtle hints: Oooh, nice URLs on this site. Or: Lovely job making the site responsive on smaller screens. If you’re a web developer or designer, how many times have you resized your browser window while looking at a site you didn’t make, just to admire the responsiveness?

Over time, technology stabilizes and the techniques become expected. 10+ years ago, in the era of .cgi and .asp, I remember geeking out with Simon Willison about beautiful URL structures we’d seen. No file extensions! Readable! Hackable!

To us, they were signals that a web development team sweated the small stuff. It’s like the famous Steve Jobs story about making the inside of the hardware look just as nice as the outside, even if nobody ever sees it, because you have pride in your work.

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Cuffie, cuffie dappertutto

Il New Yorker si chiede se la diffusione delle cuffie — della musica ascoltata in mezzo agli altri, ma in solitudine — abbia influenzato il tipo di musica che viene prodotto:

As more and more people choose to listen to music on headphones—and we are now nearly forty years deep into portable audio; I have a friend who claims he only listens to music on headphones—it seems silly not to wonder how that technology might be beginning to dictate content. If headphones allow for more introspection, do headphone users favor introspective sounds? […]

Ambling down a city street with headphones on—you know, maybe it’s dusk, maybe it’s midsummer, maybe you had a really nice day—is, without a doubt, one of life’s simplest and most perfect joys. Humans have long enjoyed secret communions with sound, and headphones allow for the development of a particularly private and tender relationship. How headphones’ sudden omnipresence might affect the ways in which musicians attempt to communicate with their audiences—how it might dictate what people require of or appreciate about songs; how it will change the way records are made and produced—is, of course, still being sorted out. It seems possible, though, that we are slowly reconfiguring music as a private pleasure—that, in fact, all pleasures, soon, may be private. We are all the lone stars of secret films, narrated by and in our own minds, and we seek out music that validates that position: separate, but forever plugged in.

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La risposta di Audible ai podcast

Audible (di Amazon) ha introdotto dei canali tematici, curati da enti come la PBS, sia fatti di materiale originale — ovvero, si tratta di podcast — che di articoli longform tratti da varie testate, nati in forma testuale e trasformati in racconti audio:

Audible has, to some extent, already won the battle to become the “Netflix for podcasts,” or “spoken audio,” or whatever it is you want to call non-music audio programming. After all, the company long ago beat the fundamental barrier to entry for any subscription content business: a critical mass of paid customers, which it cultivated and solidified through its years outmaneuvering and outpacing its relatively technologically flat-footed competitors in the book publishing business before sidestepping into podcasts and non-music audio content more broadly. By expanding its understanding of the product it serves and reducing audiobooks into one of many product categories that it will deal with, Audible instantly holds a tremendous structural advantage over any newcomers.

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Come funziona una Tesla in modalità Autopilot

Marco Arment, che possiede una Tesla Model S, spiega cosa è in grado di fare una Tesla ora come ora. Mentre per via dell’hype a volta se ne parla come di un’auto che si guida da sola, la realtà è ben diversa: secondo Arment è proprio questo hype che potrebbe causare i danni maggiori, inducendo i guidatori a distrarsi e ad affidarsi con troppo entusiasmo a una funzionalità ancora in beta e poco sicura.

Autosteer è la funzionalità che ha fatto discutere di recente, a causa di un incidente mortale — ed è probabilmente ciò a cui tutti si riferiscono quando parlano di Autopilot. Grazie a Autosteer l’auto è in grado di riconoscere i segnali stradali e di posizionarsi automaticamente al centro delle corsie — la macchina procede insomma da sola, seppur Tesla richieda che il guidatore mantenga le mani sul volante.

Secondo Arment, dato come funziona per il momento, è quasi sorprendente che Autosteer sia legale:

Autosteer is a strange feeling in practice. It literally turns the steering wheel for you, but if you take your hands off for more than a few minutes, it slows down and yells at you until you put your hands back on the wheel. It’s an odd sensation: You’ve given up control of the vehicle, but you can’t stop mimicking control, and while your attention is barely needed, you can’t safely stop paying attention.

It’s automated enough that people will stop paying attention, but it’s not good enough that they can. You could say the same about cruise control, but cruise control feels like an acceptable balance to me, whereas Autosteer feels like it’s just over the line. History will probably prove me wrong on that, but it feels a bit wrong today. […]

While I like using Autosteer on long highway trips, frankly, I’m amazed that it’s legal. I don’t think it’s a big enough advance over adaptive cruise control to be worth the risks in its current implementation. I’m scared for what will happen to Tesla and the progress of autonomous driving as more people use Autosteer in situations it’s not good at, or as a complete replacement for paying attention.

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WatchWeb: un browser per Apple Watch

Applicazione

WatchWeb: un browser per Apple Watch

Qualcuno ha portato il web sull’Apple Watch. Non l’ho provato; probabilmente l’esperienza d’uso è frustrante e la necessità piccola, ma se volete farvi del male con WatchWeb potete digitare indirizzi web e visitarli (una versione ridotta, senza layout, solo testuale) dal vostro polso.

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Il settore tecnologico è responsabile della sorveglianza di massa futura

Maciej Ceglowski sul perché il settore tecnologico dovrebbe smetterla di collezionare quanti più dati possibili sui suoi utenti — evitando così che, per paura e terrore, in un futuro un governo possa richiedere di farne pessimo uso.

We tend to imagine dystopian scenarios as one where a repressive government uses technology against its people. But what scares me in these scenarios is that each one would have broad social support, possibly majority support. Democratic societies sometimes adopt terrible policies.

When we talk about the moral economy of tech, we must confront the fact that we have created a powerful tool of social control. Those who run the surveillance apparatus understand its capabilities in a way the average citizen does not. My greatest fear is seeing the full might of the surveillance apparatus unleashed against a despised minority, in a democratic country. […]

We have to stop treating computer technology as something unprecedented in human history. Not every year is Year Zero. This is not the first time an enthusiastic group of nerds has decided to treat the rest of the world as a science experiment. Earlier attempts to create a rationalist Utopia failed for interesting reasons, and since we bought those lessons at a great price, it would be a shame not to learn them.

There is also prior art in attempts at achieving immortality, limitless wealth, and Galactic domination. We even know what happens if you try to keep dossiers on an entire country.

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Shenzhen: la Silicon Valley dell’hardware

Video

Shenzhen: la Silicon Valley dell’hardware

Un documentario di WIRED su Shenzhen, per questa domenica (merita, guardatelo).

We examine the unique manufacturing ecosystem that has emerged, gaining access to the world’s leading hardware-prototyping culture whilst challenging misconceptions from the west. The film looks at how the evolution of “Shanzhai” – or copycat manufacturing – has transformed traditional models of business, distribution and innovation, and asks what the rest of the world can learn from this so-called “Silicon Valley of hardware”.

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Come funzionano i filtri di Snapchat

Video

Come funzionano i filtri di Snapchat

La tecnologia e la fatica che si cela dietro la coroncina di fiori che vi piace tanto.

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