Il nuovo mercato di Apple

Ben Thompson suggerisce che l’Apple Watch — assieme alle fondamenta poste da iOS 8, con HealthKit e HomeKit — sia parte di una strategia per portare iOS in ogni ambito della nostra vita, e trasformarlo lasciandosi in parte dietro l’iPhone e gli smartphone:

And a new market is exactly where the iPhone is headed: Apple is on the verge of leaving the narrowly-defined smartphone market behind entirely, instead making a play to be involved in every aspect of its consumers’ lives. And, if the importance of an integrated experience matter more with your phone than your PC, because you use it more, how much more important is an integrated experience that touches every detail of your life?

In fact, if there is a flaw in this vision, it’s that even pulling an iPhone from your pocket is too cumbersome. What if you could interact with your home, your car, retail, the cloud, or even your own body with something even more personal and accessible?

Come ricorda Ben, solamente fino a un paio di anni fa la rete era inondata di discussioni su come — e se — iOS sarebbe riuscito a sopravvivere ad Android; Clayton Christensen (The Innovator’s Dilemma) ha sempre sostenuto che i primi prodotti di un’industria nascente — solitamente chiusi e estremamente controllati — vengono con il maturare del settore rimpiazzati da alternative più aperte e integrate. La tesi di Ben Thompson è che Apple abbia costruito un ecosistema aperto secondo certe regole, e stia funzionando:

From  the hardware perspective the iPhone is quite modular. Apple has 785 different suppliers, and while not all of them contribute to the iPhone, the vast majority do, making everything from screws to memory to camera lens assemblies. In fact, while I don’t know how many suppliers are in the Samsung supply chain, I’d wager it’s fewer than the iPhone’s, simply because Samsung itself is a component manufacturer. In other words, from a pure hardware perspective, it is Samsung that is more integrated than Apple. […]

Apple products have many modular components wrapped inside an integrated experience

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Saver Screensson

Screensaver

Saver Screensson creates unique patterns on your display by randomly stacking vector stencils to create a virtually infinite, but aesthetically consistent set of possible outcomes. Screensson contains 340 individual images and 19 predefined color palettes, generating countless multilayered compositions.

Ho ridotti i minuti di inattività necessari affinché lo screensaver si avvii, come conseguenza di Saver Screensson. Erano anni che non cambiavo screensaver al Mac — o che me ne interessavo.

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Hocus Focus

Applicazione

Hocus Focus

Hocus Focus aiuta a tenere lo schermo del Mac pulito nascondendo in automatico le finestre delle applicazioni non in uso da diversi minuti (a seconda delle preferenze dell’utente), lasciando così visibili solamente quelle su cui si sta lavorando.

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La realtà virtuale in architettura

Su Reddit un utente ha raccontato di come abbia sfruttato la realtà virtuale (con gli Oculus Rift) per permettere a un architetto di testare il proprio progetto di un edificio, ancora da costruire:

The architect sat down, I explained the 360 controls and what the camera did. After he put it over his head he tried to look up using the controller, and asked me if that was possible. I told him to just look up with his head, after that it was silent for a good 2 minutes. He carefully walked around, completely silent. Normally this man would talk a lot, constantly and really hard. My colleagues looked up with a weird expression, “I’ve never seen him quiet”.

Then a soft “unbelievable” came out of his mouth. “I didn’t expect this”, “not at all”. in the period of 15 minutes he occasionally broke the silence with;

“How is this already possible”, “I get it now, I’m so happy I didn’t put more bridges in the main hall”, “I can now finally see how important it is that this wall is yellow”, “I got to change that, amazing that I can finally see it”, “this opens so much to me”. And some more reactions like that.

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Google perderà il dominio della pubblicità online?

Secondo Ben Thompson, Google potrebbe aver raggiunto l’apice del proprio successo. Nonostante sia ancora dominante in diversi settori (e lo resterà, come la ricerca), circa il 90% dei suoi profitti vengono tuttora dalla pubblicità che si trova sulle pagine dei risultati del suo motore di ricerca.

Google cattura $45 miliardi di un mercato che ne vale $550, e che sempre più si sta spostando online. La stessa pubblicità online sta cambiando — sia a causa degli smartphone sia a causa dei social network, entrambi settori in cui la posizione “dominante” di Google non è da dare per scontata.

Ne ha scritto Farhad Manjoo:

“The movement of brand advertising into digital will probably not be winner-take-all, like it was in search,” said Ari Paparo, a former advertising product director at Google who is now the chief executive of an ad technology company called Beeswax. “And if it were to be winner-takes-all, it’s much more likely to be Facebook that takes all than it would be Google.”

That spending, on projects like a self-driving car, Google Glass, fiber-optic lines in American cities and even space exploration, generates plenty of buzz for the company.

But the far-out projects remind Mr. Thompson of Microsoft, which has also invested heavily in research and development, and has seen little return on its investments.

“To me the Microsoft comparison can’t be more clear,” he said. “This is the price of being so successful — what you’re seeing is that when a company becomes dominant, its dominance precludes it from dominating the next thing. It’s almost like a natural law of business.”

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Apple sta lavorando a una macchina?

Il WSJ riporta — stando ad alcune sue fonti — che Apple abbia diverse persone sotto “Project Titan”, dietro cui ci sarebbe una macchina (self-driving o no, non si capisce bene al momento):

“There are products that we’re working on that no one knows about,” Chief ExecutiveTim Cook told interviewer Charlie Rose in September. “That haven’t been rumored about yet.” […]

Mr. Cook approved the car project almost a year ago and assigned veteran product design Vice President Steve Zadesky to lead the group, the people familiar with the matter said. Mr. Zadesky is a former Ford engineer who helped lead the Apple teams that created the iPod and iPhone.

Mr. Zadesky was given permission to create a 1,000-person team and poach employees from different parts of the company, one of the people familiar with the matter said. Working from a private location a few miles from Apple’s corporate headquarters in Cupertino, the team is researching different types of robotics, metals and materials consistent with automobile manufacturing, the people said.

Boh. Solamente R&D? (gli investimenti sotto Tim Cook in Research  & Development sono saliti del 36% solo nell’ultimo anno)

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Dove sono stato questa mattina

Questa mattina ho passeggiato in posti bellissimi, e il tutto da una finestra del browser. Way to Go è un film interattivo (un corto1, in cui il protagonista è animato da voi) — basato su browser, in Javascript, HTML e WebGL. Funziona solo da Chrome, e avviene tutto dentro il browser.

Gli autori lo descrivono come una passeggiata in un bosco (che a un certo punto si è fatta un po’ psichedelica). Il panorama, che lo spettatore esplora spostandosi con il mouse, è a 360°, ricco di particolari affascinanti che nel corso del cammino — e a seconda dell’interazione — si trasformano. Gli unici altri comandi sono W (per camminare), E (per correre) e la barra spaziatrice (per saltare). Non ce ne sono altri, e ovviamente non c’è uno scopo o una missione da compiere: nessuno sforzo, se non premere i tasti (io mi sono ritrovato a schiacciarli spesso, e a rimanerne continuamente affascinato) e lasciarsi coinvolgere dalla narrazione — altrimenti non sarebbe un film interattivo (il migliore del genere che io abbia visto) ma un videogioco.

(La musica è altrettanto coinvolgente: al Sundance, dove l’hanno presentato, è stato mostrato attraverso gli Oculus Rift VR. Immagino ci sarei rimasto dentro per ore.)

  1. Che poi dipende da quanto vi lasciate prendere. Può durare da 10 minuti, fino a un’ora

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I messaggi verdi di iMessage

Le “green bubbles” sono una cosa (un argomento, di cui la gente si lamenta su twitter) e io non lo sapevo. Green bubbles, ovvero i messaggi verdi di iMessage — che sono verdi perché il mittente non ha un iPhone.

Anche Apple se ne prese gioco, al WWDC dello scorso anno:

Paul Ford ha dedicato un intero articolo alle green bubbles, e su quanto per alcuni sia abbacchiante riceverne una:

The bubbles are a subtle, little, silly thing but they are experienced by millions of people. That amplifies that product decision into a unsubtle, large, sort-of-serious thing. The people who are tweeting negatively about green bubbles are following Apple’s lead.

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ShrikinIt

Applicazione

ShrikinIt

Panic ha aggiornato ShrinkIt, piccola app (gratuita) per Mac, per ridurre la dimensione dei pdf senza perdere nulla in qualità. Basta trascinare il PDF sopra la finestra dell’applicazione, e lei fa il resto.

Sempre utile, prima di caricarne uno online.

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Tailor

Applicazione

Tailor

Tailor è un’applicazione per iPhone che attacca più screenshot assieme. Mettiamo che vogliate catturare una pagina web per intero, o parte di una conversazione di iMessage — ma non solamente quello che c’è sullo schermo: una o due schermate in più: Tailor vi viene in aiuto. Basta catturare più screenshot, per ogni schermata che si vuole includere, e poi avviarla: li riconoscerà e prenderà automaticamente dalla libreria fotografica, e in pochi attimi unirà assieme.

In tutti i miei usi è risultata perfetta.

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Cani di metallo

Video

Cani di metallo

Il video giusto da guardare dopo essersi letti i due pezzi di Wait But Why? su AI.

(via @diegopetrucci)

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Come le macchine da scrivere hanno rovinato la tipografia

Bellissimo articolo da Designing Medium. Designing Medium è la raccolta di Medium in cui i designer, programmatori e ideatori del sito raccontano, spiegano e giustificato le scelte che hanno fatto. Alla tipografia è stata riposta un’attenzione quasi ossessiva, e i vari problemi (e le soluzioni a cui sono giunti) sono stati esposti nel corso di sei articoli.

Death to Typewriters è uno di questi, in cui Marcin Wichary racconta come le macchine da scrivere abbiano imbruttito la tipografia, portando a un abbandono (nella stampa di massa, prima, nei computer — che hanno influenzato —, poi) di alcune convenzioni che solo adesso — grazie a display retina e HTML5/CSS3 — stanno ricominciando a diffondersi sui nostri schermi, sul web e nel software.

I blame typewriters for double-handedly setting typography back by centuries. Type before typewriters was a beautiful world filled with hard-earned nuance and richness, a universe of tradition and craftsmanship where letters and their arrangement could tell as many stories as the words and passages they portrayed.

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Come installare (tutti) i font di Google Fonts sul Mac

Un semplicissimo comando, da incollare dentro Terminale, per installare sul proprio Mac tutti i font di Google Fonts.

curl https://raw.githubusercontent.com/qrpike/Web-Font-Load/master/install.sh | sh

(Quanto durerà Google Fonts?)

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64 diversi modi di organizzare la prima pagina di un sito d’informazione

Melody Joy Kramer, insieme a molte persone radunate nel corso di una conferenza a Chicago, ha provato a immaginare tutti i modi in cui l’homepage di un sito d’informazione potrebbe essere organizzata. Ne hanno elencati 64 — alcuni molto diffusi, altri bizzarri e mai visti. Cè QUARTZ (la cui homepage ricorda una newsletter), Vox (storie organizzate in cards), il New York Times (storie organizzate da una persona, divise per sezione) e suggerimenti nuovi (come una prima pagina “choose your own adventure” in base alle pre-conoscenze del lettore sulla notizia).

La maggior parte dei lettori di un giornale online non passa più dall’homepage, ma proviene da twitter, facebook e altri social. Nel caso di siti come BuzzFeed la percentuale di visitatori provenienti da social arriva al 75%, al punto che BuzzFeed sta “sperimentando” con l’idea di abbandonare del tutto il sito, il contenitore, per concentrarsi solamente sul contenuto — distribuito sulle varie piattaforme (Facebook, Tumblr, Instagr.am, etc). Riporta il New York Times:

And the future of BuzzFeed may not even be on BuzzFeed.com. One of the company’s nascent ideas, BuzzFeed Distributed, will be a team of 20 people producing content that lives entirely on other popular platforms, like Tumblr, Instagram or Snapchat.

(È un’idea pessima, ha spiegato bene perché Matt Buchanan in “Content Distributed“)

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Apple farà una penna?

Ci sono diversi rumors che potrebbero farlo pensare. Secondo TidBITS una stylus avrebbe molto senso per Apple: attrarrebbe utenti verso l’iPad, offrirebbe il riconoscimento dello scrittura (utile in mercati come la Cina, con un vocabolario composto da migliaia di logogrammi) e, soprattutto, rientrerebbe nella strategia di creare accessori attorno a iOS (es. l’Apple Watch, o l’acquisto di Beats):

Where does Apple go from here? Outside of an iDoor or an Apple Car, the only apparent way to expand is horizontally, into accessories. The Apple Watch is a clue, as it will initially be an iPhone accessory. Another clue is in Apple’s purchase of headphone designer Beats Electronics. […]

A well-designed pen is as much a work of industrial art as any existing Apple product, and a pen can be just as much of a fashion statement as a watch.

Apple potrebbe dedicare all’ipotetica Apple Pen la stessa cura e personalizzazione che ha riposto nell’Apple Watch (non una semplice stylus, ma una penna elegante che volete).

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Invisible Boyfriend

Per $25 al mese Invisible Boyfriend permette di comparsi un fidanzato/a finto, con cui scambiarsi messaggi. All’iscrizione si decide tutto: i suoi gusti, l’età, persino il nome; se alto o basso, se meglio un tipo da teatro o uno da partita di calcio. E poi, una persona inizia a scriverti. Una persona vera, che sta scrivendo a più utenti del servizio e che è capace di condurre una conversazione normale e credibile (da non dimenticare che il nobile scopo del servizio è quello di fare credere a amici e parenti che avete un compagno/a, eh!) sui tuoi interessi.

Catlin Dewey, che l’ha provato per il Washington Post, lo ha trovato molto credibile — persino per lei stessa: ammette di essersi spesso sentita in dovere di rispondere subito al suo Invisible Boyfriend, quando le scriveva:

“That’s the most interesting and significant insight I’ve had so far,” said Homann, the app’s affable (and newly famous) founder. “I know how it works, I know what’s behind the curtain … but in testing it out, I felt this compulsion to respond to my Invisible Girlfriend as soon as she texts me. That’s how it feels to talk to someone, even if they’re — not someone.”

Come spiega Catlin, il suo ragazzo finto è in realtà un numero diverso di persone sotto un unico nome. Invisible Boyfriend usa un sistema simile all’Amazon Turk affidando i messaggi a un numero remoto di persone che vengono pagate pochi centesimi per rispondere:

My invisible boyfriend, Homann explains, is actually boyfriends, plural: The service’s texting operation is powered by CrowdSource, a St. Louis-based tech company that manages 200,000 remote, microtask-focused workers. When I send a text to the Ryan number saved in my phone, the message routes through Invisible Boyfriend, where it’s anonymized and assigned to some Amazon Turk or Fivrr freelancer. He (or she) gets a couple of cents to respond. He never sees my name or number, and he can’t really have anything like an actual conversation with me.

Una nota a margine, che io trovo divertente: potete inviare a Invisible Boyfriend un selfie di voi stessi. Se un utente decide, all’iscrizione, di usare la vostra foto per il suo fidanzato immaginario, vi mandano una T-Shirt, “I’m Someone’s Invisible Girlfriend/Boyfriend” — vi pagano anche, ad ogni uso, una sorta di royalty.

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Sans Serriffe

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Sans Serriffe

Il primo aprile del 1977 il Guardian pubblica una mappa di quella che sostiene essere una nuova isola, scoperta nell’Oceano Indiano. Se il nome dell’isola (Sans Serriffe) non fosse di per sé già abbastanza sospetto, basta soffermarsi sui nomi dei luoghi riportati sulla mappa (Bodoni, Gill Sands, Upper Caisse, Garamondo) per capire lo scherzo del Guardian ai lettori.

(Spiegazioni tipografiche alla fonte — ovvero /mapporn di Reddit. Dalla newsletter settimanale di Pietro Minto)

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Cos’è andato storto con i Google Glass

Sono usciti un po’ di scena, e forse è un bene dato che non erano per nulla pronti. Erano un prototipo, pubblicizzato (alla stampa e a noi) e venduto (a pochi eletti) prima ancora che Google stessa sapesse bene cosa sarebbero diventati.

Nick Bilton in un suo recente articolo sul New York Times trova una causa di questa fretta: Sergey Brin.

Mr. Brin knew Google Glass wasn’t a finished product and that it needed work, but he wanted that to take place in public, not in a top-secret lab. Mr. Brin argued that X should release Glass to consumers and use their feedback to iterate and improve the design.

To reinforce that Glass was a work in progress, Google decided not to sell the first version in retail stores, but instead limit it to Glass Explorers, a select group of geeks and journalists who paid $1,500 for the privilege of being an early adopter.

The strategy backfired. […] “The team within Google X knew the product wasn’t even close to ready for prime time,” a former Google employee said. The Google marketing team and Mr. Brin had other plans.

Ora il progetto — meno aperto al pubblico: hanno chiuso la beta pubblica, e probabilmente lo svilupperanno meno “apertamente” — è in mano a Tony Fadell. Potrebbe anche essere che venga fuori qualcosa di bello.

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iPhoto si butta via in primavera

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iPhoto si butta via in primavera

Si vede la fine, finalmente. Dopo essersi dimenticata per anni dell’esistenza di iPhoto, Apple è rinvenuta l’anno scorso ricordandosene improvvisamente. Annunciarono Photos, una nuova applicazione che ne avrebbe fatto le veci e l’avrebbe rimpiazzato (dato che oramai era troppo tardi per aggiustarlo — prova: apritelo, usatelo per cinque minuti).

Beh, in primavera potremo finalmente spostare iPhoto nel cestino: l’ha comunicato Apple sulla sua pagina dedicata a Photos. The Verge ha già provato il sostituto in anteprima, girando il video qua sopra in cui si nota lo scrolling veloce sulla libreria fotografica, senza intoppi, fluido dalla prima foto all’ultima — una cosa di cui iPhoto ci ha da tempo privati.

Anche la recensione di Macworld è molto positiva:

I’ve had very little time with Photos but my general impression is that it hits a sweet spot for the casual-to-enthusiastic iOS and digital camera shooter. Its navigation is more nimble and, from what I can tell, its performance is significantly improved over iPhoto’s, which I found sluggish with large image libraries. And, scaling back to the big picture, it’s the first of the old iLife apps that shares a common experience among the Mac, iOS devices, and iCloud. All your photos, your most recent edits, wherever you are. It’s an app worth looking forward to.

Spero risolva parte dei miei tormenti legati alla gestione delle foto dell’iPhone — una cosa che non faccio da tempo, quella di gestire e organizzare la mia libreria fotografica, dato che l’inusabilità e lo stato di abbandono di iPhoto mi hanno col tempo spinto a rinunciarvi.

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Black Mirror

Black Mirror è una serie tv di Charlie Brooker1, dedicata a esplorare l’impatto che la tecnologia odierna (smartphone, computer, social network, etc.) così come quella attualmente in sviluppo (AI), avranno sulle nostre vite.

Due cose che mi piacciono della serie. La prima: che ogni episodio esplora una degenerazione diversa, fra le tante possibili. Il terzo episodio, “The Entire History of You”, mostra l’impatto che una versione avanzata dei Google Glass potrebbe avere su relazioni e ricordi. Un chip, inserito direttamente nel cervello, è in grado di registrare tutto quello che ci succede: finiamo con il diventare ossessionati dai ricordi e col rivivere i momenti belli di continuo, nello stesso modo in cui oggi ricorriamo a Facebook. “The Waldo Moment”, l’ultimo episodio della prima serie, mostra un comico “proporsi” come politico, grazie a un panorama informativo dedicato più a intrattenere che informare (è meno futuristico, e con il Movimento 5 Stelle in Italia ci andiamo molto vicini). Ma se ne volete uno davvero terrificante “White Christmas“, lo speciale che Channel 4 (che ha commissionato la serie) ha mandato in onda a Natale, è quello da vedere.

La seconda ragione per cui Black Mirror funziona è che i device che i protagonisti usano per quanto diano luogo a scenari distopici e poco augurabili, sono anche molto belli. E sono belli sia nelle funzionalità (a volte) che, soprattutto, nel design. Sembrano oggetti che Apple avrebbe potuto disegnare, e in ciò si svela l’elemento più spaventoso di Black Mirror: il fatto che queste tecnologie — per quanto diano spazio a scenari e ipotesi terrificanti — si diffondano per scelta, non forzatamente. Vengano volentieri e spontaneamente adottate dai protagonisti degli episodi, grazie a un design minimalista e molto in linea con i gusti correnti che ci fa dimenticare, se non nasconde, i pericoli.

Scrive il New York Times:

To that end, the gadgets in “Black Mirror,” including the creepy memory-recording devices, look sleek enough to want, which is perhaps the show’s cleverest trick. It is impossible to watch the show and not idly fantasize about having access to some of the services and systems they use, even as you see them used in horrifying ways. (You might not feel this way about, say, “The Terminator.”) Most television shows and movies can’t even correctly portray the standard interfaces that we use to browse the Web, send a text message or make a voice call, let alone design them in a desirable way.

“Black Mirror” resonates because the show manages to exhibit caution about the role of technology without diminishing its importance and novelty, functioning as a twisted View-Master of many different future universes where things have strayed horribly off-course. (This is an advantage it has over the movies: a blockbuster must settle on one convincing outcome and stick with it.)

  1. Il cui Wipe annuale è appuntamento imperdibile a capodanno

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