Il trucco del riso funziona?

Il trucco dell’immergere nel riso i nostri gingilli elettrici, dopo averli sciaguratamente innaffiati con acqua, funziona?

The Verge ha fatto chiarezza: no, ma siamo portati a credere che funzioni perché ci costringe a non utilizzarli  — a non accenderli, la cosa più fatale da fare nel caso di un laptop o smartphone bagnato! — per 24 ore.

The rice trick does have one unique and very powerful property. The worst thing you can do to a wet phone is to power it up before it dries completely — doing that is cell phone homicide in the first degree. Unlike leaving the phone on a sunny windowsill, the rice trick places the phone out of sight, and maybe out of mind. The grain may not guard the device from the destructive powers of water, but the trick does temporarily remove a much more dangerous element: us, and our impatient, tech-driven neuroses. Spending 12 hours, 24 hours, or even a few days — depending on the instructions you follow — without your phone can be hard. Having it sit in plain view makes it harder. We’re tempted to power up too soon, and kill the very thing we crave.

Il trucco insomma è vano, ma aiuta contro la nostra impazienza.


Il caricatore del Mac, illustrato


Il caricatore del Mac, illustrato

La soluzione al male peggiore — il tallone di Achille — è tenere sempre una bustina di Sugru in casa. (via @koolinus)


Ogni device deve avere un browser?

La nuova Apple TV, come sottolinea Daniel Pasco su Medium, non accetterà alcuna WebView, ovvero non solo non conterrà un browser ma le applicazioni per essa dovranno essere completamente native. Mentre su iOS è possibile per uno sviluppatore inserire una WebView all’interno di un’app — cosa che rende lo sviluppo più facile sulle diverse piattaforme — le applicazioni per Apple TV dovranno esserne prive.

Scrive Daniel Pasco:

Webviews are the duct tape of the mobile world. I’d estimate that 50% to 80% of the major apps out there use webviews somewhere within their apps. Apple’s Mail app uses webviews for your email messages, because webviews can style and render the content very efficiently. NetNewsWire uses them prolifically, particularly in a few features we haven’t enabled in the shipping version yet.

Già c’è chi, come Manton Reece, crede sia uno sbaglio e un comportamento “cattivo”. Ogni device deve avere accesso al web, scrive, e prosegue:

Apple has 4 major platforms now: iOS, tvOS, watchOS, and the Mac. It’s a dangerous precedent for 2 out of those 4 to not have access to the open web. Web services are only part of the story; HTML and the hyperlink are also both fundamental components of web access. A platform is too shut off from the rest of the world without them.

Non mi pare una tragedia che la Apple TV sia senza browser; sinceramente non riesco a immaginarmi uno scenario in cui navigare il web dalla TV risulterebbe piacevole. E non sono neppure convinto che ogni device debba avere accesso al web. Su Apple Watch un browser l’avrei trovato ridicolo, su Apple TV un di più.

(Poniamo che vogliate visitare questo blog da entrambi. È vero, non potete farlo con un browser. Ma potete comunque accedere al contenuto del blog via rss, da un’app — l’accesso all’informazione contenuta nel web non è precluso solo perché manca un browser)


Peace, il content blocker di Marco Arment


Peace, il content blocker di Marco Arment

Marco Arment ha rilasciato Peace, un content blocker per iOS 9. Peace utilizza il database di regole di Ghostery (che uso su Mac, e raccomando) per decidere cosa bloccare e cosa ignorare, che a dire di Marco si è rivelato quello più affidabile e che dava meno problemi di compatibilità.

Uso Peace da poche ore e già mi pare che Safari sia più veloce e i siti che visito meno fastidiosi. A 2,99 euro vale l’investimento.


DirectLinks: un’estensione per Safari che elimina il redirect di Google dai risultati di ricerca

Provate a copiare uno dei risultati di ricerca di Google e vi accorgerete — io me ne accorgo spesso, con fastidio — che l’indirizzo che otterrete non sarà quello del sito selezionato, ma un URL illeggibile che re-indirizza al sito in questione. Google, come Facebook, usa JavaScript per rimpiazzare il link diretto, originale, che volete copiare, con un altro che inizia con e prosegue con molti caratteri — in modo da tracciare in maniera più accurata le visite e i click.

DirectLinks è una magnifica estensione per Safari che disabilita il JavaScript in questione, e vi permette di copiare quello che volete copiare.


Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Il MacBook Air uscirà di scena?

The Verge:

Either the Air is destined for a future overhaul and its first redesign in five years or it has no future at all. There’s not enough room in Apple’s lineup for a MacBook, a MacBook Air, and a MacBook Pro — the MacBook is Apple’s ultraportable machine of the future and the MacBook Pro is the do-it-all laptop of today. The MacBook Air’s position seems tenuous already, and if the alleged iPad Pro does indeed materialize, then we may as well bid adieu to the Air entirely.

Fino a poco fa avrei consigliato l’Air come laptop da acquistare, tant’è che è il laptop che io stesso uso, oggi al contrario sarei più dubbioso a riguardo: mi sembra chiaro che i MacBook sono il nuovo laptop ultraportatile, e i MacBook Pro il laptop potente e comunque leggeri abbastanza al punto da non giustificare (più) l’esistenza dell’Air.

Il MacBook Air persiste momentaneamente solo perché i MacBook non sono ancora sufficientemente potenti e economici; un quello che fu il primo Air.


Go Deeper, Press Deeper


Go Deeper, Press Deeper

Jonathan Mann ha trasformato l’ultimo keynote in un musical.


Che fine ha fatto Google Books?

Tim Wu, sul New Yorker:

Today, the project sits in a kind of limbo. On one hand, Google has scanned an impressive thirty million volumes, putting it in a league with the world’s larger libraries (the library of Congress has around thirty-seven million books). That is a serious accomplishment. But while the corpus is impressive, most of it remains inaccessible. Searches of out-of-print books often yield mere snippets of the text—there is no way to gain access to the whole book. The thrilling thing about Google Books, it seemed to me, was not just the opportunity to read a line here or there; it was the possibility of exploring the full text of millions of out-of-print books and periodicals that had no real commercial value but nonetheless represented a treasure trove for the public. In other words, it would be the world’s first online library worthy of that name. And yet the attainment of that goal has been stymied, despite Google having at its disposal an unusual combination of technological means, the agreement of many authors and publishers, and enough money to compensate just about everyone who needs it.

Purtroppo è in fase di stallo da anni; del resto il compito di Google — per stessa ammissione di Google — non è più quello di organizzare la conoscenza del mondo.

Se avete voglia di capire cosa sia andato storto e a quali problemi (copyright) l’azienda sia andata incontro, o perché abbia deciso di intraprendere un progetto apparentemente impossibile (scannerizzare tutte le libreria del mondo), consiglio Google and the World Brain. È un breve documentario che racconta la nascita di Google Books.


16GB = cattiva esperienza d’uso

L’iPhone 6s più economico sarà da 16GB, e il fatto che tuttora Apple produca un iPhone da 16GB (saltando il taglio da 32GB, e passando invece direttamente a 64GB) è una cosa di cui rammaricarsi.

David Smith:

In the end Apple has decided to continue offering a product that will almost inevitably fail their customer at some point, and potentially fail them at a moment of deep personal importance. That makes me sad, and as someone who makes my living riding their coattails, worried about the long term effects of this short term thinking. Maybe it is just sentimentality but those aren’t the priorities that I think Apple stands for.


3D Touch e il tasto Home

Bloomberg Business:

Several years ago the designers and engineers realized that phones contained so many functions—messaging, maps, apps, links, photos, songs—that people were wasting a lot of time retreating to the home button to bounce between them. This is the ne plus ultra of First World problems, but Apple exists, unapologetically, to eradicate even the tiniest bit of friction between its products and its users. “‘Inevitable’ is the word we use a lot,” says Alan Dye, Apple’s vice president of user interface design. “We want the way you use our products to feel inevitable.”

3D Touch (l’evoluzione del Force Touch?) sui nuovi iPhone 6s è molto meglio di quanto si potesse immaginare. Non è come su Apple Watch solo un modo per raggiungere un paio di pulsanti nascosti, poco usabili, ma funziona soprattutto come Anteprima su Mac: una pressione lieve fornisce l’anteprima di un contenuto (che Apple chiama Peek), permettendo così un multitasking molto efficiente senza venire di continuo spinti da un’app all’altra. Potrebbe segnare finalmente la fine della continua e stancante doppia pressione del bottone home.

3D Touch permette di sbirciare il contenuto di un link senza doverlo aprire in Safari, o di ingrandire una foto senza che questa vada ad occupare tutto lo schermo. Questa pressione leggera, segnalata inoltre all’utente con la Taptic Engine, attraverso una lieve “vibrazione”,  funziona anche direttamente sulle icone dell’Home Screen, dove appaiono delle scorciatoie per avviare un’azione (ad esempio, premendo leggermente sull’icona di iMessage si può raggiungere direttamente un contatto preferito).

L’interazione con iOS, immagino, risulti più fluida e meno ricca di pause — prima dovute allo spostarsi da un posto all’altro. Sarebbe, da sola, motivo sufficiente per passare a iPhone 6s.


Cos’è il nuovo “iPhone Upgrade Program”

Con l’iPhone Upgrade Program sarà possibile, pagando $32 mensili, avere sempre l’ultimo iPhone, sbloccato, senza essere legati a nessun operatore. I $32 si pagano ad Apple, che mi dà molta più fiducia dei vari operatori telefonici, spesso con contratti poco chiari e cavilli a sorpresa. Nei $32 è incluso l’ultimo iPhone (basta restituire quello del modello precedente) e Apple Care+.

Quando arriverà da noi, lo valuterò e considererò senza molti tentennamenti. Ho desiderato un programma simile per anni.


La differenza dei colori di Microsoft e Google


La differenza dei colori di Microsoft e Google

Molto lieve, usano più o meno gli stessi identici colori. Color Hunt:

There’s a minor difference between the shades of yellow, and a slightly bigger difference between the three other colors. By analyzing the color parameters, we discovered an interesting and clear conclusion – Microsoft’s colors are way more saturated.


Perché il nuovo logo di Google non ci piace

New Yorker:

The new logo retains the rainbow of colors but sheds the grownup curlicues: it now evokes children’s refrigerator magnets, McDonald’s French fries, Comic Sans. Google took something we trusted and filed off its dignity. Now, in its place, we have an insipid “G,” an owl-eyed “oo,” a schoolroom “g,” a ho-hum “l,” and a demented, showboating “e.” I don’t want to think about that “e” ever again. But what choice do I have? Google—beneficent overlord, Big Brother, whatever you want to call it—is at the center of our lives. Now it has symbolically diluted our trust, which it originally had for all the right reasons. […]

When Google first appeared, in the late nineties, it distinguished itself with a combination of intelligence and friendliness. […] The logo was a key part of this. The design, like the site, didn’t patronize or manipulate—it said, Relax, we’re reasonable geniuses, the smartest possible combination of man and machine. Let us find what you need.


Google penalizzerà i siti con banner giganti

Google Webmaster Central:

After November 1, mobile web pages that show an app install interstitial that hides a significant amount of content on the transition from the search result page will no longer be considered mobile-friendly. This does not affect other types of interstitials. As an alternative to app install interstitials, browsers provide ways to promote an app that are more user-friendly.

Ottimo. Fra questo e gli imminenti content blockers speriamo il messaggio arrivi chiaro.


Google ha un nuovo logo

Lo spiegano su Google Design. Assieme al logo hanno una nuova typeface, Product Sans, creata di proposito per i nomi dei prodotti (il “Maps” di Google Maps, ad esempio).


Google OnHub, il router da $200 di Google


Google’s OnHub is a bit of a mystery. Google shipped us this box—well, this cylinder—but it won’t really talk about what’s in it or why it exists. Today, it’s a Wi-Fi router from Google; tomorrow it might be something totally different. But it’s also a funny glowing cylinder with way too much processing power for its own good, a boatload of antennas, and an ever-present cloud connection to a Google update server so that it can evolve at will. OnHub is a tiny bundle of potential and no one really knows what it will turn into.

Un router da $200, piuttosto brutto (nonostante lo presentino come bello) e che come spesso accade con le cose di Google ha un grande potenziale, ma nascosto al momento.

Arstechnica, dati alcuni componenti interni e altri indizi, specula che possa diventare una cosa simile a Amazon Echo (un assistente sempre presente in casa), se non addirittura l’hub della smart home di Google.

Nel frattempo, però, fa poco. È brutto. E costa $200, in un mondo in cui i router arrivano gratis dal provider. Auguri.



100 Shapes:

The future would be to create technology that didn’t have planned obsolescence built into its design. Something a bit like this ingenious idea. Imagine applying that level of customisation and upgradability to every bit of technology you owned…? Yet, I feel we’re still missing something important here.

Maybe the sentiment which has led me to keep all my phones is the very sentiment we should also be applying to design. This is the idea behind emotionally durable design: how can technology be designed so we want to keep it long past its death?

Secondo me un buon design è duraturo, invecchia bene. Fintantoché l’iPhone dell’anno scorso diventerà obsoleto nel giro di un anno e apparirà — anche esteticamente — meno appetibile del modello nuovo il suo design non sarà perfetto. Non si può evitare che i componenti interni diventino obsoleti, ma si può fare di più affinché il design duri a lungo (un po’ come i MacBook oggi: esteticamente, variano molto leggermente).

In questo caso il primo iPhone è un esempio da seguire: i graffi sul retro dovuti all’usura non ne disturbavano l’estetica, ma aggiungevano qualcosa di personale e unico a ogni singolo iPhone. Questo discorso vale con l’Apple Watch più che con qualsiasi altro prodotto, dato che viene presentato non come un device ma come un orologio, un accessorio — desiderabile non solo per la tecnologia (sono tuttora convinto che Apple farebbe un grosso errore se scegliesse di aggiornare l’Apple Watch a cadenza annuale).

L’Apple Watch deve aspirare al wabi-sabi:

Wabi identifica oggi la semplicità rustica, la freschezza o il silenzio, e può essere applicata sia a oggetti naturali che artificiali, o anche l’eleganza non ostentata. Può anche riferirsi a stranezze o difetti generatisi nel processo di costruzione, che aggiungono unicità ed eleganza all’oggetto. Sabi è la bellezza o la serenità che accompagna l’avanzare dell’età, quando la vita degli oggetti e la sua impermanenza sono evidenziati dalla patina e dall’usura o da eventuali visibili riparazioni.


Lavorare in una startup a San Francisco

Padlet ne racconta l’ambiente, in maniera ironica:

Alex: I have a startup. We are Yelp for contractors.
Ben: I have a startup too. We are contractors for Yelp.
Together: Business model … yada yada yada Paul Graham … Series A … lorem ipsum Google sucks.

This, in itself, is not a problem; I enjoy these conversations. The problem is that they often render you incapable of any other forms of communication. E.g.:

Girlfriend’s dad: Great weather today.
Ben: Yeah. It’s beautiful.
[Longer pause]
Ben: So I see you use an iPhone. Android sucks, huh?


Come distanziare le lettere

John Djameson ha scritto una utilissima guida su come distanziare i caratteri. Spesso, nell’impostare la tipografia di un testo sul web la proprietà letter-spacing viene dimenticata e ignorata — forse perché richiede un po’ di abilità e conoscenza, per evitare pasticci.

Djameson la fa molto breve:

  • è cosa buona (in genere) aumentare la distanza fra le lettere in un testo tutto in maiuscolo (0.2–0.25 em per i titoli)
  • il carattere del testo principale (body) dovrebbe mantere la distanza originaria
  • più il testo è piccolo più la distanza fra caratteri dovrebbe aumentare
  • mentre per quanto riguarda la pesantezza del carattere: più questa aumenta, più la distanza fra caratteri dovrebbe decrescere


Tutti i siti si somigliano

Sarà l’uso di framework, ma tutti i siti oramai si somigliano. Hanno immagini enormi d’apertura, con lieve sfocatura affinché la headline gigante che le copre risulti leggibile. A lamentarsene è Dave Ellis:

Scroll down a little and you’ll be greeted with either another full width panel, this time a solid colour with centred text sat in it, or a bank of 3 columns with icons sat above them. Websites are all blending into one.

Ma c’ha ragione. Guardate questa immagine (rubata da Louder Than Ten, che ha scritto un ottimo articolo sul tema) e provate a riconoscere a chi appartiene ciascuno screenshot, senza fare affidamento al testo o al logo dell’azienda:


Non ne hai avuto abbastanza?

Leggi altri post