Il prossimo MacBook Air sarà ‘mobile first’

Mark Gurman ha riportato su 9to5mac alcuni rumors sul nuovo MacBook Air, che dovrebbe avere un design radicalmente differente dal modello corrente. Innanzitutto dovrebbe avere una sola porta: quella USB — servirà a tutto, anche a ricaricarlo.

Questo, per rimandare all’analisi di Ben Thompson: il prossimo MacBook Air sarà il primo personal computer Apple ad essere “mobile first”, ovvero si partirà dall’iPhone per arrivare al Mac, non viceversa. Non è più il Mac l’hub di controllo e principale, né iTunes: è iPhone, e iCloud.

And so, the story of the (rumored) MacBook Air starts not with the Mac, but rather with the iPhone. By virtue of its omnipresence it is the most important device in most consumers’ lives. It is the first choice for getting information, for communicating, for taking pictures. It is a device that a huge majority of people could live on exclusively, and it very much stands alone: all of its essential functions have cloud counterparts, but none assume a PC.

True, it would be nice to have a keyboard to type longer emails, reports or papers, or a larger screen to watch movies, but those capabilities – again, for most people, not all – are nice to have, not essential. Moreover, all of those capabilities depend on the same cloud services as the phone: email, social networking, photos, all of it comes over the (wireless) network, not a cable.

In this world, a Mobile First world, what exactly is the point of a port?

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Un tributo al primo Mac

Immagine

Un tributo al primo Mac
Curved Labs Macintosh Facelift

Un concept di CURVED/labs; un tributo al primo Macintosh riproposto con le linee dell’iMac e l’alluminio dei MacBook.

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Later

Applicazione

Later

Molti si inviano email a se stessi per appuntarsi cose da fare — per ricordarsene in seguito. Later è un’applicazione che aiuta nello stesso ambito: ad appuntarsi durante la giornata quello che si deve fare, quando viene in mente, per poi ricevere una notifica al riguardo al momento più opportuno. Per funzionare deve ovviamente risultare semplice e immediata quanto una mail: Later è ridotta all’essenziale, funziona con qualsiasi device abbiate in mano (c’è un’applicazione per Mac in beta) e l’unica cosa che chiede è cosa e quando volete essere ricordati.

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La proposta di David Cameron

BBC:

If he wins the election, Mr Cameron said he would increase the authorities’ power to access both the details of communications and their content. […]

There should be no “means of communication” which “we cannot read”, he said.

Cory Doctorow spiega in un articolo le conseguenze che l’approvazione di una simile legge avrebbe. Se costruisci una backdoor, questa sarà accessibile a tutti — buoni e cattivi. Scriveva Scheiner a Ottobre, quando Apple decise di criptare i dati degli iPhone, rendendoli inaccessibili a essa stessa:

Ah, but that’s the thing: You can’t build a backdoor that only the good guys can walk through. Encryption protects against cybercriminals, industrial competitors, the Chinese secret police and the FBI. You’re either vulnerable to eavesdropping by any of them, or you’re secure from eavesdropping from all of them.

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Dentro un data center

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Dentro un data center

Google racconta uno dei propri data center, quello di Austin. Le misure di sicurezza — del luogo stesso: per impedire l’accesso a estranei — sono quasi incredibili.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Sei ancora entusiasta di iOS e OS X?

Torniamo alla qualità (peggiorata) del software Apple. La forza di Apple è anche nel proselitismo spontaneo di certi utenti, che ne promuovono i prodotti ai loro amici e conoscenti. Scrive Dr. Drang:

I’ll bet you know several people who bought a Mac, an iPad, or an iPhone because they saw you using one and noticed how easily you did things that were difficult for them. They may have asked for a demonstration of Fantastical; they may have asked whether they could still do X, Y, or Z on a Mac; they may have asked for a recommendation on which iPad to buy; but however it happened, you were largely responsible for Apple sales beyond your own collection of devices. That’s leverage.

Vero. E vero, come sottolinea Dr. Drang, che almeno nel mio caso il sentimento si è affievolito: non cerco più poi così tanto di convincere tutti a passare a iOS da Android, perché iOS ha bug e malfunzionamenti per i quali i nuovi acquirenti mi maledirebbero:

Are you as enthusiastic about demonstrating recent versions of OS X as you were about Leopard? Have you avoided family members who keep asking you why their iPhones don’t have enough free space to install iOS 8? Do you think it might be better if your friends stick with Android because then you won’t feel responsible if some of their data doesn’t sync?

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Duet Display + Sugru

Duet Display + Sugru

Il mio iPad Mini — che dall’acquisto dell’iPhone 6 giaceva in abbandono — ha ritrovato uno scopo come display aggiuntivo e esterno del MacBook Air. Duet Display è l’applicazione che lo consente: l’iPad deve rimanere collegato al computer (via porta USB), ma in cambio si ottiene una versione di Mac OS X che funziona su Touch Screen che risponde al tocco. L’iPad diventa un monitor esterno — magari pure Retina, se avete un iPad con Retina Display! — con capacità touch: si possono spostare le finestre dallo schermo del Mac a quello dell’iPad; e rispostarle con il trackpad del MacBook oppure direttamente con la mano, una volta sull’iPad.

Un setup ideale, che funziona senza intoppi (a volte mostra un po’ di lag, ma accettabile e minimo). Da quando l’ho installato mi sono solamente pentito di non avere preso un iPad Air. Sull’iPad ci metto Twitter, timer, newsfeed e cose secondarie, mentre sul MacBook Air posso tenere quello su cui sto lavorando.

Un’aggiunta: Sugru. Con quello (come sempre: ne consiglio l’acquisto), e seguendo una guida sul loro sito, ho creato uno stand per la parete davanti alla scrivania, sul quale poggiare l’iPad e averlo sempre sott’occhio.

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Il costo di un anno su Internet

Come MacDrifter, ho deciso di raccogliere in un foglio di calcolo tutte le spese annuali legate a Internet: i servizi a cui sono iscritto, con pagamento mensile e annuale, e dei quali spesso mi dimentico. Molti di questi mi sono essenziali, altri per nulla: stilare una lista mi ha permesso di ricordare cosa e quanto pago, e di eliminarne quest’ultimi di conseguenza.

Per via del costo irrisorio può succedere di accumulare un numero consistente e oneroso di abbonamenti. Escludendo quelli legati al blog (hosting, domini, statistiche e Amazon AWS), questi sono i miei:

ServizioCosto mensileCosto annuale
Dropbox$9,99$119,98
Spotify UK (Student)£4,99£49,88
Netflix UK£5,99£71.88
Cloak$2,99$35,88
iCloud Storage$0,99$11,88
Skype€3,32€39,84
Instapaper Premium$2,99$35,88
FeedWranglerN/A$19
CloudApp$8,25$99
Amazon Prime (UK)N/A£19,75
Pinboard ArchiveN/A$25

Un po’ di considerazioni:

Spotify & Netflix sono utilizzati quasi a cadenza giornaliera. Non ho più alcuna libreria musicale in locale, su iPhone — mentre quella su Mac non la apro da anni.

Dropbox è il servizio più costoso e seppure si riveli sempre meno fondamentale per la sincronizzazione dei file fra dispositivi occupa tuttora un posto importante — nel mio setup — per il backup: libreria fotografica, documenti e quant’altro risiedono al suo interno. iCloud si giustifica allo stesso modo (backup di iPhone e iPad).

L’abbonamento mensile a Skype mi serve per chiamare in Italia dall’estero senza spendere cifre esorbitanti.

Instapaper Premium ha forse un costo più alto del beneficio. Per $2,99 mensili aggiunge due funzionalità al servizio: highlights (per evidenziare e salvare frasi dagli articoli) e ricerca “full-text” dell’archivio. Di nuovo: abbastanza costoso, ma anche perfetto per le mie necessità (inoltre, non trovo alternative).

FeedWrangler è il mio lettore di feed rss da quando Google Reader è sparito. Perché FeedWrangler e non Feedly, che è gratis? La verità è che non lo so bene neppure io, ma dopo migrazioni e migrazioni fra servizi e servizi mi sono accasato lì, e mi trovo bene da un anno: quando scadrà a Febbraio non ho dubbi che lo rinnoverò. I feed rss sono la cosa che uso di più — più di Twitter, più di Facebook. Il primo angolo del web che leggo nel tempo libero, e quello al quale attribuisco più valore (sicuramente, più che ai social network): 19 dollari all’anno per una cosa che uso più volte quotidianamente non sono molti.

Cloak è un VPN per proteggere la connessione e, volendo, fingere di provenire da un altro Paese — per aggirare i blocchi sui contenuti (se tuttavia l’unica ragione per sottoscriverlo fosse quest’ultima il consiglio è di usare Unlocator). Mi è utilissimo per quando mi trovo in un bar o in biblioteca — sia su iPhone che su Mac. Su entrambi si attiva in automatico quando è ritenuto necessario. Ho il piano Mini: 5GB di traffico mensili per $2,99.

Da come si evince dalla tabella, ci sono due perdite: CloudApp e Pinboard Archive. Uso CloudApp per condividere file, in pubblico e in privato, ma in realtà ne faccio un uso moderatissimo che non giustifica il costo ($8.25 mensili). È vero: potrei utilizzare la versione gratuita, ma ho questo problema: voglio che tutto sia sotto il mio URL. È una fissa che c’ho da sempre. Quindi niente CloudApp1. Pinboard Archive — che archivia una versione full-text degli URL presenti nel proprio Pinboard — l’ho provato per un anno, e ho deciso di non tenerlo (unico uso: evitare il link-rot, salvando al suo interno tutti gli articoli linkati da queste parti).

  1. A meno che… C’è un’offerta in corso adesso che consente di ottenere l’abbonamento Pro a vita per $39 dollari.

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Il ruolo dei giornali

CIT.

Nel momento in cui la stampa diventa uguale all’ambiente informativo che la circonda, nell’istante in cui le informazioni che possiamo raggiungere sui social network su Twitter e sui media sono le medesime, in quel momento la stampa perde il proprio ruolo di bussola informativa e si trasforma in semplice aggregatore dei deliri del mondo. Mantellini

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Uber sfrutta la tecnologia — ma opera in un altro settore

Charlie Warzel:

Il problema: “Move fast and break things” funziona solo quando le “cose” sono pezzi di software. Funziona un po meno — e pone dei rischi — quando le “cose” sono persone.

Uber, come Airbnb, TaskRabbit, Instacart, e altre applicazioni della “sharing economy” sono parte di quello che Jan Dawson ha definito “digital layer”: servizi che funzionano e sono resi possibili dalla tecnologia, ma esistono principalmente nel mondo reale. Confezionata sotto forma di applicazione, la tecnologia di Uber si è rivelata disruptiva. Ma definire Uber come una semplice applicazione non farebbe un buon servizio. […]

Il mondo fisico opera in tempi differenti (leggi: molto più lenti) rispetto al mondo della tecnologia e delle startup. Il mondo fisico è pieno di logistica, regole, battaglie regolatori e, più importante, persone. Chiedete direttamente a Uber: rivoluzionare un settore che opera principalmente fuori dal web è terribilmente costoso, e un’impresa che richiede molto tempo. Questa è la ragione per cui Uber è diventata esperta nelle regolamentazioni di circa 50 città.

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Il nuovo Cluetrain Manifesto

Dopo 16 anni, Doc Searls e David Weinberger hanno scritto un nuovo manifesto. Una serie di “clues” sulla rete. Si legge su Medium e su quest’altra pagina di Dave Winer.

9. The Internet is no-thing at all. At its base the Internet is a set of agreements, which the geeky among us (long may their names be hallowed) call “protocols,” but which we might, in the temper of the day, call “commandments.”

10. The first among these is: Thy network shall move all packets closer to their destinations without favor or delay based on origin, source, content, or intent.

11. Thus does this First Commandment lay open the Internet to every idea, application, business, quest, vice, and whatever.

12. There has not been a tool with such a general purpose since language.

13. This means the Internet is not for anything special or in particular. Not for social networking, not for documents, not for advertising, not for business, not for education, not for porn, not for anything. It is specifically designed for everything.

14. Optimizing the Internet for one purpose de-optimizes it for all others.

15. The Internet like gravity is indiscriminate in its attraction. It pulls us all together, the virtuous and the wicked alike.

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Non funziona più

È meglio un aggiornamento all’anno ad iOS e Mac OS, oppure una deadline meno stretta che ci garantisca un software più decente, più stabile, meno ricco di problemi? — quello che fino a poco tempo fa contraddistingueva Apple. A me sembra che la qualità dovrebbe stare di fronte a ogni altro obiettivo, eppure come scrive Marco Arment non trovo altra ragione del recente declino della qualità del software Apple se non il volere mettere marketing — l’annuncio annuale di un nuovo aggiornamento e prodotto — di fronte a qualità:

I suspect the rapid decline of Apple’s software is a sign that marketing is too high a priority at Apple today: having major new releases every year is clearly impossible for the engineering teams to keep up with while maintaining quality. Maybe it’s an engineering problem, but I suspect not — I doubt that any cohesive engineering team could keep up with these demands and maintain significantly higher quality.

The problem seems to be quite simple: they’re doing too much, with unrealistic deadlines.

A questo punto, il famoso “it just work” è una sonora balla. iOS è pieno di minuscoli problemi che confondono e frustrano un utente non esperto, iCloud è tuttora lontano dalla perfezione, e Yosemite aveva la stabilità di una versione beta al lancio.

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La foto della ragazza

Quando muore qualcuno, si verifica un attentato o una tragedia, i giornali (soprattutto italiani) si sentono autorizzati ad attingere da Facebook, a scaricare le foto delle vittime e pubblicarle (magari ignorando anche i vari filtri per la privacy di Facebook). Senza chiedere, senza permesso; in maniera molto prepotente. Ecco qua la ragazza mentre sorrideva spensierata, e in quest’altra in una posa divertente.

Bisogna sottolineare che anche se le foto sono su internet non significa che siano di pubblico dominio, pronte per i giornalisti a farne qualsiasi cosa vogliano o serva i loro interessi. Scrive Mantellini:

Ora la ragazza è morta e i giornali, quasi tutti, hanno usato le sue foto, prese dal suo profilo Facebook per corredare i servizi di cronaca nera che parlano di lei. Hanno chiesto il permesso a qualcuno? Non ce n’è stato bisogno. Erano lì, su Internet, è bastato un colpo di mouse per impadronirsene. Un altro per pubblicarle.

Le nostre foto sono nostre ed i giornali fanno finta di non saperlo. Pubblicare una propria immagine su Internet, anche su una bacheca pubblica, non significa dichiarare che quella foto sia di tutti, che possa essere utilizzate liberamente. Le fotografie sono come le parole, raccontano mondi, quasi sempre privati e insondabili, aprono il fianco a interpretazioni ed equivoci: nessuno dovrebbe avere il diritto di toccarle senza il nostro permesso. O senza il permesso di qualcuno che ci conosce e ci ama nel giorno in cui noi non potessimo più decidere da soli.

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Apple introduce la possibilità di riconsegnare le applicazioni entro 14 giorni

Da un certo punto di vista sono contento — è giusto poter riconsegnare un’applicazione quando questa si rivela sotto le aspettative: fino ad ora si era costretti a tenersela — da un altro potrebbe verificarsi un abuso: il noleggio di applicazioni monouso (quelle che ci servono una volta, e mai più: come una guida turistica) gratuito, sfavorendo gli sviluppatori.

Un trial nell’App Store — cosa che questa nuova policy abilita — è necessario. Magari non di 14 giorni: in 14 giorni uno può finire un gioco, restituirlo, e riavere indietro i soldi senza fornire alcuna motivazione.

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Se c’è una forma di intelligenza nello spazio, è probabilmente artificiale

Motherboard ripropone l’idea che se un giorno ci scontreremo con degli alieni, questi potrebbero essere basati su silicio più che carbonio. Se c’è una forma di vita qua fuori — scrive Vice — probabilmente è artificiale. In primo luogo per quella che Schneider (professore di filosofia all’università del Connecticut) definisce short window observation:

The reason for all this has to do, primarily, with timescales. For starters, when it comes to alien intelligence, there’s what Schneider calls the “short window observation”—the notion that, by the time any society learns to transmit radio signals, they’re probably a hop-skip away from upgrading their own biology. […]

“As soon as a civilization invents radio, they’re within fifty years of computers, then, probably, only another fifty to a hundred years from inventing AI,” Shostak said. “At that point, soft, squishy brains become an outdated model.” […]

Most of the radio-hot civilizations out there are probably thousands to millions of years older than us. […] “The way you reach this conclusion is very straightforward,” said Shostak. “Consider the fact that any signal we pick up has to come from a civilization at least as advanced as we are. Now, let’s say, conservatively, the average civilization will use radio for 10,000 years. From a purely probabilistic point of view, the chance of encountering a society far older than ourselves is quite high.”

Perché non ci siamo scontrati con nessuna forma di intelligenza fino ad ora — e perché questa, se più evoluta di noi, ci ignora? Shostak (direttore alla NASA di SETI, acronimo per Search for Extraterrestrial Intelligence) dice che siamo interessanti tanto quanto un pesciolino rosso: irrilevanti. Non vuoi del male al tuo pesciolino rosso, e nemmeno vuoi leggerci dei libri assieme.

“I’d have to agree with Susan on them not being interested in us at all,” Shostak said. We’re just too simplistic, too irrelevant. “You don’t spend a whole lot of time hanging out reading books with your goldfish. On the other hand, you don’t really want to kill the goldfish, either.”

(Via Hypertext)

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Attento a quello che scrivi

Dave Pell riflette su intercettazioni e leak di dati: è giusto pubblicarli indiscriminatamente, così come hanno fatto i giornali nel caso di Sony — considerando il materiale di pubblico dominio una volta che è stato rubato dai server dell’azienda — oppure, come argomentava Jacob Weister, editore di Slate, si tratta di una violazione della privacy?

Scrive su Medium Dave Pell:

If it’s digital, it’s public. That should make you scared of losing your privacy. But I’m more concerned about it scaring you away from publishing or sharing your thoughts and opinions at all. But I wouldn’t blame you for holding back. More and more, I find myself holding back too. We all do.

I worry that these new realities will lead us down path towards self-censorship. Sharing was fun at first. But now we can see the potential costs. And the risks associated with broadcasting our thoughts just might be enough to turn the era of open digital communication into the age of shut the fuck up.

Le email e documenti rubati a Sony, secondo Jacob, sono come le foto di Jennifer Lawrence e delle altre attrici che anno subito attacchi al loro account di iCloud alcuni mesi fa: non sono di pubblico interesse, e il fatto che siano state rubate non significa che siano improvvisamente di dominio pubblico. Sempre su Slate un altro giornalista sosteneva la tesi contraria: è importante pubblicare le email di Sony, se queste si rivelano razziste o sessiste, perché mostrano i processi decisionali interni di una grande azienda, i cui prodotti hanno un’influenza molto estesa.

Dal mio punto di vista occorre molta prudenza e una lunga riflessione e selezione del materiale rubato, prima di pubblicare email private, prima di dare in mano al pubblico pezzi di conversazione telefonica, prima di estrapolare da contesto e persona una singola frase. Altrimenti sembra una caccia alla strega. E anche perché una volta in rete, una volta pubblicata la frase sconveniente, può rovinare la carriera — se non la vita — di chi l’ha scritta.

A quanti di voi piacerebbe svegliarsi e ritrovare le proprie email, SMS e corrispondenza privata in rete? E quanti di voi sono certi di non essere mai stati stronzi e irragionevoli in alcune email? Sapreste difendere ogni frase mai scritta? Come scriveva Rodotà in un pezzo uscito poco dopo l’11 Settembre (quindi del 2001, ma pur sempre attuale):

Bisogna diffidare dell’argomento di chi sottolinea come il cittadino probo non abbia nulla da temere dalla conoscenza delle informazioni che lo riguardano. L’uomo di vetro è una metafora totalitaria, perché su di essa si basa poi la pretesa dello Stato di conoscere tutto, anche gli aspetti più intimi della vita dei cittadini, trasformando automaticamente in “sospetto” chi chieda salvaguardia della vita privata.

Se l’equazione digitale = pubblico persiste, anche chi non ha nulla da nascondere dovrebbe preoccuparsi.

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Sotto la cover

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Sei impressioni sulla macchina che si guida da sola di Google

Matthew Inman (aka The Oatmeal) ha avuto l’opportunità di provare la macchina che si guida da sola di Google in anteprima. La ha trovata molto timida e prudente. Ha raccolte le sue impressioni, divise in sei punti, sul suo blog. Questo è l’ultimo:

The unfortunate part of something this transformative is the inevitable, ardent stupidity which is going to erupt from the general public. Even if in a few years self-driving cars are proven to be ten times safer than human-operated cars, all it’s going to take is one tragic accident and the public is going to lose their minds. There will be outrage. There will be politicizing. There will be hashtags.
It’s going to suck.

But I say to hell with the public. Let them spend their waking lives putt-putting around on a crowded interstate with all the other half-lucid orangutans on their cell phones.

I say look at the bigger picture. All the self-driving cars currently on the road learn from one another, and each car now collectively possesses 40 years of driving experience. And this technology is still in its infancy.

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Limiti di traffico e d’utilità

L’altro giorno, preparando la valigia per il rientro in Italia per le vacanze natalizie, mi sono accorto che non ho idea di che fine abbia fatto la mia (nano)SIM della Tre. Non la uso da mesi, da quando per università mi sono spostato in Inghilterra. Pazienza, mi sono detto: terrò il numero inglese su terra italica per due settimane. Speriamo sia una cosa fattibile, mi sono detto. Il mio numero inglese appartiene a Three UK, alla quale do £15 mensili, circa 19 euro. Senza contratto: se voglio posso smettere domani di pagare. In cambio ottengo un numero di SMS consistente e intonso (per via di iMessage e WhatsApp), più 500 minuti di chiamate di cui non necessito (uso lo smartphone per tutto, tranne che per chiamare) e una cosa di cui invece sento gran necessità: internet illimitato. Senza limiti giornalieri, senza limiti mensili. Lo specifico perché per gli operatori italiani illimitato è finito con l’essere sinonimo di “tanti GB”: illimitato, ma entro certi limiti. Giornalieri e mensili. No: con Three UK ho internet illimitato, non una versione all’acqua di rose dello stesso. Oltretutto, quando disponibile, si allaccia a rete 4G senza costi aggiuntivi — gratuitamente. Quel numero l’ho fatto due anni fa in un aeroporto, da un distributore automatico, mentre aspettavo la valigia. Stava di fianco a un altro distributore, di bevande: con la stessa facilità e rapidità con cui scelsi cosa bere mi scelsi anche l’operatore — meno di un minuto per un numero di telefono. Perché da nessun altra parte esiste che ti venga richiesta e archiviata la sequenza del DNA per un numero di telefono.

Un piccolo riepilogo dei miei spostamenti ora, per capire dove sto andando con questo post. Due anni fa ero in Inghilterra, poi l’anno scorso sono tornato in Italia, e quest’anno mi trovo di nuovo in Inghilterra. Traduzione: internet illimitato, poi internet limitato a pochi GB mensili, poi di nuovo internet illimitato. Due anni fa ho scoperto che in certe parti del mondo internet illimitato su rete mobile non solo esiste, ma è pure disponibile a prezzo accessibile. Poi sono tornato in Italia e mi sono disperato, e mi sono ricordato di quant’è triste la vita con internet limitato: una lunga e tribolata ricerca mi ha confermato che un abbonamento a prezzo non esorbitante e quantità decente di traffico dati da rete mobile non esiste. Sembra sia concepibile solo per i clienti business. Fallimento. Il meglio che riuscii a trovare fu Tre, 3 GB. Oggi vedo che Tre offre Web senza limiti, ma in realtà con limiti: 500MB giornalieri, 15GB mensili. Lo specificano più sotto nella pagina web dell’offerta: i limiti che non esistono sono di tempo. Ma che bravi.

Ciò che ho avuto modo di notare — passando da internet limitato a illimitato, e poi essendo stato costretto a tornare al primo — è quanto vari l’esperienza d’uso di un iPhone a seconda del tipo di connessione. Dopo avere provato internet illimitato, tornare al primo mi ha riportato alla memoria i tempi di quanto si doveva spegnere il modem, altrimenti la bolletta saliva. È anche la differenza fra l’avere una linea normale e affidarsi a una chiavetta. La seconda è limitante, la prima apre molte possibilità — cambia le regole del gioco. Così come il nostro uso di internet è cambiato con l’arrivo di connessioni illimitate (a casa), aprendo nuove possibilità e creando nuovi servizi, l’arrivo di una connessione senza limiti di traffico su mobile cambierà l’uso che faremo degli smartphone stessi. Ma perché ciò avvenga non basterà fare un pochettino meglio, non basterà dare uno o due GB in più al mese: ne servono infiniti. Serve che non ci sia più un limite su quanto possiamo scaricare da mobile.

C’è stato un aumento dell’utilità dell’iPhone, e un cambiamento nell’uso che ne faccio. Non ho più alcuna canzone archiviata in locale: solo Spotify. Certe mattine, dal bus, guardo un episodio di una qualche serie tv su Netflix. Le applicazioni mi si aggiornano ovunque. Se un podcast che seguo pubblica un episodio mentre sono in giro posso ascoltarlo subito, in streaming, senza preoccuparmi. Backup ovunque. Uso Skype senza problemi. Posso aprire qualsiasi link — anche video di YouTube di diversi minuti. Chiamo con FaceTime, in giro per la città. Praticamente non faccio mai — mai — una chiamata normale. Se mi serve il MacBook Air posso trasformare l’iPhone in un hotspot senza crucciarmi di quanto traffico dati mi resterà a disposizione. Posso arrivare a casa senza dover subito attivare il WiFi: che tanto non fa più alcuna differenza. Da metà Ottobre ho consumato circa 25GB da rete mobile. Oltretutto, siccome Three UK offre 4G gratuitamente, la connessione è anche velocissima.

Quello che poi ho scoperto — come conseguenza dell’aver perso la mia SIM italiana della Tre — è che Three UK offre un’opzione simile al nostro all’estero come a casa: se ti trovi in un Paese in cui c’è H3G come operatore puoi usufruire delle tue tariffe e del tuo piano dati come fossi nel Paese a cui il tuo numero appartiene. In questo caso un limite c’è, ma è fissato a 25GB mensili: molto più di quanto qualsiasi operatore italiano offra a quel costo. Da quando sono qua ho scaricato circa 645MB, in roaming. Il paradosso, insomma: è più conveniente andare su internet in Italia con un operatore estero, in roaming, che con una qualsiasi altra offerta di un qualsiasi altro operatore italiano.

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Quali notizie vengono bloccate in Cina

Pro Publica sta tracciando quando le homepage di alcune delle principali fonti di informazione (BBC, New York Times, WSJ, etc.) vengono bloccate in Cina. Il grafico a questa pagina mostra quando queste risultavano inaccessibili, e quali notizie erano presenti in prima pagina in quel momento.

(La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto ipotizzato)

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