Invia un link

Supporta il blog! Con una donazione, comprando su Amazon o iscrivendoti alla membership

Consigli ai siti di informazione

Federico Ferrazza, vicedirettore di Wired, elenca le 36 cose che ha imparato negli ultimi 3 anni sui siti di informazione:

3. Gran parte del traffico di TUTTI i siti è generato da contenuti leggeri e di servizio. È inutile prendersi in giro e ricordare i bei tempi andati: è quello che succede(va) anche con la carta (sia in Italia che all’estero) con gli allegati: dagli annunci delle case ai calendari, fino ai dvd.

5. Diffidare dei giornali(sti) o simili che dicono di essere SEMPRE integerrimi nei loro contenuti. I compromessi ci sono e l’unico sforzo che si può fare è quello di essere trasparenti.

11. La ridondanza (di parole, di contenuti, di foto) è utile: per esempio risocializzare lo stesso contenuto in un arco di tempo funziona.

Il punto 11 secondo me è molto interessante: di recente ho cominciato a rilanciare più volte sui social network lo stesso articolo, a distanza di ore o giorni. Alcuni trovano questa pratica invasiva, ma di fatto aiuta molto a farsi trovare da chi alla prima condivisione non era davanti al computer, allungando un po’ la vita (misera) dell’articolo.

Le grandi conversazioni che facevamo prima degli smartphone

GUARDA L'IMMAGINE

Alone Together

Una foto di quando eravamo socievoli, senza Internet, smartphone, tablet e ammennicoli vari che potessero alienarci. (*)

 

‘Parlano solo di colori’

James Somers è uno sviluppatore web, che ultimamente ha cominciato ad avere un po’ di dubbi sull’utilità di quello che sta facendo:

I have a friend who’s a mechanical engineer. He used to build airplane engines for General Electric, and now he’s trying to develop a smarter pill bottle to improve compliance for AIDS and cancer patients. He works out of a start-up ‘incubator’, in an office space shared with dozens of web companies. He doesn’t have a lot of patience for them. ‘I’m fucking sick of it,’ he told me, ‘all they talk about is colours.’ [...] A lot of the stuff going on just isn’t very ambitious. ‘The thing about the advertising model is that it gets people thinking small, lean,’ wrote Alexis Madrigal in an essay about start-ups in The Atlantic last year. ‘Get four college kids in a room, fuel them with pizza, and see what thing they can crank out that their friends might like. Yay! Great! But you know what? They keep tossing out products that look pretty much like what you’d get if you took a homogenous group of young guys in any other endeavour: Cheap, fun, and about as worldchanging as creating a new variation on beer pong.’

‘Sì, ho letto il tuo messaggio ma non per questo devi aspettarti che ti risponda subito’

Andrew Torba su Medium:

In our world of instant communication and satisfaction we place unjustified expectations on each other to respond in a timely manner without any room for delay. Our devices enforce these expectations with features like “read reports” or by marking messages as “seen.” […] Many of us feel entitled to receive a quick response from the person we are communicating with, but the reality is there are plenty of valid reasons for not being able to respond. When we don’t receive an immediate reply from someone we tend to have an emotional response that leaves us filled with animosity towards the other person. As if this person is purposely ignoring us and couldn’t possibly have any other pressing matters to deal with in their life. How selfish of us.

Biscuit

APP: Biscuit

Biscuit è un dizionario per iOS che oltre a fornire la definizione delle parole (supporta l’inglese, il giapponese, il coreano e il cinese) aiuta a memorizzarle e organizzarle in liste. Ogni parola risiede in una lista, e può essere contrassegnata come “memorizzata” o come “importante“, nel caso fosse più ostica da ricordare.

Le notifiche vanno attivate per forza: vengono utilizzate per inviare all’utente nel corso della giornata la definizione delle parole non ancora padroneggiate. È forse la funzione migliore dell’applicazione — quella che fa la differenza e che aiuta davvero, soprattutto.

Dentro i magazzini di Amazon

La BBC racconta la situazione in uno dei magazzini inglesi, in cui ci si aspetta che i dipendenti raccolgano un pacco ogni 33 secondi:

Undercover reporter Adam Littler, 23, got an agency job at Amazon’s Swansea warehouse. He took a hidden camera inside for BBC Panorama to record what happened on his shifts. He was employed as a “picker”, collecting orders from 800,000 sq ft of storage.

A handset told him what to collect and put on his trolley. It allotted him a set number of seconds to find each product and counted down. If he made a mistake the scanner beeped.

Come Internet ci sta cambiando per il meglio

Clive Thompson:

“Everyone is staring at their phones all the time. Are we a generation that has been overwhelmed by a device we can’t handle?” 

“I don’t think we’re doomed to be overwhelmed. We have a long track record of adapting to the challenges of new technologies and new media, and of figuring out self-control. Cities, considered as a sort of technology in themselves, were enormously overstimulating and baffling for the new residents when the West began urbanizing, in the nineteenth century.”

Thompson è l’autore di un libro uscito di recente il cui sottotitolo è “come la tecnologia sta cambiando la nostra mente per il meglio”. Per una volta, qualcuno che sostiene che Internet ci stia rendendo più intelligenti. La teoria opposta ha numerosi sostenitori che scrivono saggi e articoli quotidianamente, due a caso: Nicholas Carr e Evgenij Morozov.

Motherfucking Website

Uno sfogo, molto cattivo:

You. Are. Over-designing. Look at this shit. It’s a motherfucking website. [...] This entire page weighs less than the gradient-meshed facebook logo on your fucking WordPress site. Did you seriously load 100kb of jQuery UI just so you could animate the fucking background color of a div? You loaded all 7 fontfaces of a shitty webfont just so you could say “Hi.” at 100px height at the beginning of your site? You piece of shit.

Il nuovo significato del punto “.” in rete

Il New Republic disquisisce su come un segno di punteggiatura neutro come il punto abbia finito con l’assumere, in rete e negli SMS, un significato ben più allargato — ad un SMS possiamo rispondere “” o “Sì.“: la seconda risposta pare più aggressiva e definitiva della prima.

Ovvero, l’uso alla fine di un messaggio o di un tweet è così raro che viene da chiedersi il perché sia presente il punto, quelle rare volte in cui lo è, e spesso viene fuori che non è stato messo lì per terminare una frase, ma per dare più enfasi a quanto affermato:

“In the world of texting the default is to end just by stopping, with no punctuation mark at all,” Liberman wrote me. “In that situation, choosing to add a period also adds meaning because the reader(s) need to figure out why you did it. And what they infer, plausibly enough, is something like ‘This is final, this is the end of the discussion or at least the end of what I have to contribute to it.’”

L’iPad come unico device: perché anche no

L’esperimento è in voga da quando esiste l’iPad: costringersi, in modo piuttosto masochista, a rimpiazzare il computer con un iPad tentando di fare tutto con quest’ultimo. Non c’è uno scopo ben preciso dietro, è un esercizio fine a se stesso, dato che differenti device svolgono differenti compiti in modo ottimale. Un iPad può rimpiazzare l’80% delle cose che fa un computer, ma il restante 20% risulterà o impossibile o molto faticoso. Il che porta alle degenerazione che vediamo di questi tempi: workflow diabolici composti da decine di applicazioni concatenate fra loro per fare un mero copia e incolla, o dispositivi — i phablet — che non sono né smartphone né tablet ma una via di mezzo.

Matt Gemmel lo spiega meglio:

Usare un solo device non è liberatorio: è l’esatto opposto. Significa andare senza alcuna necessità contro a disagi e frizione, nonostante un’opzione migliore sia disponibile. L’unica misura valida per valutare il valore di una tecnologia è capire quale soluzione funziona meglio in un contesto. E la risposta varia da situazione a situazione.

Fra il computer e l’iPod

J.K. Appleseed è tornato su McSweeneys con una raccolta di episodi assurdi avvenuti dentro un Apple Store. Appleseed è ovviamente un nome inventato, che un Genius si è scelto per potere raccontare in modo anonimo sulla rivista cosa significa lavorare dentro un Apple Store. Appleseed ha spiegato in un precedente articolo come spesso le richieste siano, diciamo, stravaganti, essendo Apple un’azienda che vende prodotti soprattutto alla massa, non solo a geek ed esperti:

Un cliente viene da me e appoggia il MacBook, un iPod e un cavo USB sul tavolo.

“Ho bisogno del tuo aiuto,” dice.

“Certo,” rispondo. “Come posso aiutarti?”

“Stavo copiando una canzone dal mio computer al mio iPod,” mi dice.

“Okay.”

“Ma non è mai arrivata a destinazione.”

“Vuoi che proviamo di nuovo?”

“Non possiamo, perché la canzone non è più sul computer.”

“Oh.”

“Ma non è neppure nel mio iPod.”

Mi porge il cavo USB e mi dice, “Deve essersi incastrata qui. Puoi tirarla fuori per me?”

Reporter, la nuova applicazione di Nicholas Felton

Felton — quello del Felton Annual Report — si prepara a lanciare Reporter, un’applicazione per fanatici del quantified self che raccoglie (ponendo domande nel corso della giornata) e visualizza dati di ogni genere:

Reporter is a new application for tracking the things you care about. With a few randomly timed surveys each day, Reporter can illuminate aspects of your life that might be otherwise unmeasurable.

Cose da non fare con i Google Glass

A. J. Jacobs ha fatto con i Google Glass quelle cose che Google sconsiglia di fare. Come leggere qualcosa di molto lungo, nello specifico caso Moby Dick:

I start to read. It’s both strange and wonderful. The words float against the sky above the Saw Mill River Parkway. The text is so close to my eyes, the book feels like it’s inside my brain. I’m in my own secret world, like the kid with the flashlight under the blanket, but without the flashlight or blanket. After forty-five minutes, I get an ice-pick headache and have to stop.

Quello che vuole la tecnologia

CIT.

The world is not yet finished, but everyone is behaving as if everything was known. This is not true. In fact, the computer world as we know it is based upon one tradition that has been waddling along for the last fifty years, growing in size and ungainliness, and is essentially defining the way we do everything. My view is that today’s computer world is based on techie misunderstandings of human thought and human life. And the imposition of inappropriate structures throughout the computer is the imposition of inappropriate structures on the things we want to do in the human world. Ted Nelson (*)

Cosa vogliono gli schermi

VIDEO: Cosa vogliono gli schermi

Frank Chimero, in una delle cose più interessanti e stimolanti che abbia letto di recente — che parte dalle aspirine e arriva ai cavalli, sempre parlando di schermi — ha inserito questo video (fino al minuto 2:08) chiedendo di provare a sostituire la parola “plastica” con “software“.

The interfaces of iOS 7 and Windows Metro suggest the keenness of our minds and our adeptness at navigating interfaces. Like them or not, Metro and iOS7 are major touchstones in our relationship to computing, because they signify that we’re beginning to accept a flexible medium on its own terms.

Hatch

APP: Hatch

L’applicazione più dolce che installerete sul vostro iPhone — e anche l’unica che vi farà le fusa. Un tamagotchi, per iPhone. Sviluppata da Realmac Software (dietro anche a Clear) assieme a Impending. Purr purr.

WordPress ha aggiunto il supporto al markdown

Disponibile da subito su WordPress.com (per attivarlo, dalla dashboard: Impostazioni → Scrittura). Ce n’è voluto di tempo, eh.

La penna per iPad di FiftyThree

Gli sviluppatori dell’ottimo Paper hanno creato una stylus intelligente — e anche molto bella — per iPad, che sfruttando il bluetooth promette precisione e integrazione perfetta con il loro software (che per esempio capisce da che lato la si sta utilizzando, permettendo di disegnare e scrivere da una parte, cancellare dall’altra).

Le nostre vite registrate su Internet

Permanent Present Tense” narra la storia di Henry Molaison, paziente dell’autrice (Suzanne Corkin) che perse la capacità di formare nuove memorie dopo un’operazione al cervello. Recensendolo, il New Yorker si è posto delle domande sul movimento del quantified self. Il tentativo di memorizzare in bit tutto quello che ci è successo, registrandolo giorno per giorno in soluzioni come Day One, scattando fotografie di continuo con lo smartphone e raccogliendo anche i dati più frivoli (quanti passi ho fatto oggi) sulla nostra esistenza, come si traduce? Questo modo di registrare la nostra vita (delegandola a software e hardware) — un po’ vano e superficiale, privo di una selezione —  che scopo ha?

Il movimento del quantified self incoraggia tutti a seguire gli utopisti della Silicon Valley nel creare un registro personale di ogni cibo consumato e di ogni stato fisico e mentale misurabile. Una videocamera sulla testa di un “lifelogger” per registrare tutto quello che vede, e tutto quello che sente. È tutto lì — niente è filtrato, nulla è perso, nulla è distorto dal disordine della nostra memoria interna. I dispositivi indossabili come i Google Glass mantengono la promessa di un modo ancora più efficace di archiviare se stessi. Dobbiamo essere come divinità, e dobbiamo sapere tutto riguardo noi stessi. La tecnologia bandirà il dimenticare, e archivi di ricordi non organizzati vivranno per sempre nella cloud, raggiungibili a proprio piacimento. Il nome del nostro unico problema rimanente sarà “cerca”: tutto quello che dovremo fare è ricordarci di quello che volevamo cercare, maneggiare alcuni trucchi per farlo e, finalmente, iniziare la ricerca (esterna a noi) che ci ricorderà quello che volevamo ricordare.

Interessante anche l’aggiunta di Andrew Sullivan, su come Internet sarà la più grande raccolta di dati su noi stessi che ci lasceremo dietro. Nel suo caso, non solo quelli che ha volontariamente lasciato nel suo blog, che cura da tredici anni, ma quelli che i suoi amici hanno raccolto sui social network e vari strumenti. Dati probabilmente disponibile per sempre, a patto che qualcuno sia interessato ad andare a cercarci:

In un certo senso, il nostro personale archivio digitale è la somma di noi stessi. Non i noi stessi intimi e umani — che mostriamo mentre mangiamo o quando ci innamoriamo — ma i noi stessi astratti, la conglomerazione di ogni dettaglio, idea, sentimento, pensiero, impulso e amico che racconta una storia su di noi. Molto tempo dopo che me ne sarò andato, non sarà forse quella la forma più accessibile di me — a fianco di tutte le parole che ho scritto? Non continuerò ad esistere in qualche modo in quel formato, che sarà disponibile per l’umanità per sempre?

Cosa succede a dare in mano l’iPhone a soggetti di quadri famosi

GUARDA L'IMMAGINE

DesignBoom ha messo su una galleria fotografica in cui mostra cosa succede a dare l’iPhone in mano ai soggetti di alcuni famosi dipinti.

Segnalazioni: contribuisci

Invia il link di una storia, applicazione o notizia





👍

Grazie, il tuo link è stato ricevuto.