Dietro il news feed di Facebook

Slate:

Facebook’s data scientists were aware that a small proportion of users—5 percent—were doing 85 percent of the hiding. When Facebook dug deeper, it found that a small subset of those 5 percent were hiding almost every story they saw—even ones they had liked and commented on. For these “superhiders,” it turned out, hiding a story didn’t mean they disliked it; it was simply their way of marking the post “read,” like archiving a message in Gmail.

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Conseguenze di una rimozione

I rumors sulla possibile rimozione dell’entrata audio dal prossimo iPhone sono stati riconfermati da FastCompany questa settimana. Le cuffie funzioneranno via bluetooth o, se proprio le volete con cavo, tramite la porta Lightning. Come conseguenza — siccome non sarebbe possibile collegare contemporaneamente cuffie e cavo d’alimentazione — Apple potrebbe finalmente darci un iPhone ricaricabile senza fili, con ricarica wireless.

La rimozione del jack audio avverrebbe in quanto permetterebbe a Apple di rendere l’iPhone 7 più sottile — cosa che non interessa a nessuno, al contrario di una migliore durata della batteria — e, cosa più interessante, farlo resistente all’acqua.

Per addolcire gli scontenti, Apple starebbe anche lavorando a dei nuovi auricolari Beats privi di cavo (ovviamente venduti separatamente), un po’ come quelli che Joaquin Phoenix indossa in Her. Riporta 9to5mac:

It’s expected that the in-development accessory will include a noise-cancelling microphone system, enabling phone calls and communication with Siri even without Apple’s prior in-line microphone and remote. In order to fit inside of the user’s ear, Apple will likely develop different sized ear sleeves for the hardware. […]

The headphones are planned to be a premium alternative to a new version of the EarPods, and are highly likely to be sold separately from the iPhone 7.

Il jack audio esiste da più di cent’anni, convincere gli utenti che non è necessario richiederà molta fatica.

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Il robot di Segway

Segway Robot

Ha un aspetto simpatico (qui un breve video). Può essere utilizzato sia come mezzo di trasporto, che come vostro assistente robotico — capace di bilanciarsi e muoversi autonomamente, riconoscere oggetti, persone e voci; ha uno schermo come viso ed è dotato, pure, di braccia rimuovibili.

È stato creato assieme Ninebot (una startup fondata da Xiaomi) e Intel, che l’ha presentato ieri al CES.

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Più caratteri e più chiusura

Secondo quanto riportato da Re/code, Twitter starebbe testando stternamente una versione del sito priva del limite di 140 caratteri:

Twitter is currently testing a version of the product in which tweets appear the same way they do now, displaying just 140 characters, with some kind of call to action that there is more content you can’t see. Clicking on the tweets would then expand them to reveal more content. The point of this is to keep the same look and feel for your timeline, although this design is not necessarily final, sources say.

A seconda di come interpretate Twitter, può rivelarsi una scelta azzeccata o meno. Twitter io lo vedo come un tessuto connettivo di vari servizi — come uno stream di notifiche che mi portano altrove, oppure contengono aggiornamenti coincisi. Se non altro, inizialmente, questa per me è stata la grande promessa di Twitter — ciò che l’ha reso interessante. È evidente, però, che Twitter si sta allontanando sempre più da questa visione verso un qualcosa (che cosa, non lo so, non si capisce) che vuole competere con Medium e con Facebook e che per questo non aggiunge nulla al panorama esistente. Personalmente, ho ben poca fiducia che riescano nell’intento — che riescano a costruire qualcosa di buono.

Più che tweet a lunghezza illimitata, leggo questo (possibile) cambiamento come un altro Instant Articles: un altro modo per ospitare articoli dentro un’altra piattaforma, un altro modo per contenere i lettori dentro le proprie mura. Lo interpreto così perché la timeline sembra resterà mutata, i tweet resteranno di 140 caratteri, ma alcuni avranno un read more che invece di mandare i lettori a un blog, sito, articolo o fonte esterna, si espanderà sotto il tweet.

Come commenta Slate:

“Beyond 140” would essentially drop the requirement that the full story be hosted on some other site. The whole story could now be hosted on Twitter. And instead of a link out and a “view summary” button, you’d see a “read more” button, or something similar, that allows you to read the story without leaving the Twitter app or Twitter.com.

What’s really changing here, then, is not the length of the tweet. It’s where that link at the bottom takes you when you click on it—or, rather, where it doesn’t take you. Instead of funneling traffic to blogs, news sites, and other sites around the Web, the “read more” button will keep you playing in Twitter’s own garden.

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La geografia della cloud

Alan Wiig:

‘The cloud’ is extremely physical and not at all ephemeral nor ‘cloudlike’. For ‘the cloud’ to function requires a distributed, interconnected system of servers, fiber-optic cables, and network equipment such as cellular antenna sites, wi-fi routers, and so on that form an digital, infrastructural geography of data, a geography of ‘the cloud’. Even though this geography is out of sight and relatively uninteresting to look at (especially compared to the bits and bytes of email, social media posts, and cat videos contained within the digital infrastructure), it is a tangible antithesis of cloud-based metaphors. […]

Data centers’ re-use of industrial-era structures ties the twenty-first century utility of ‘the cloud’ into nineteenth and twentieth century economic processes; buildings designed to hold heavy equipment or warehouse physical goods are useful for siting the heavy computer servers that hold ‘the cloud’, and inner city locations designed around proximity to a population of workers for manufacturing jobs are, today, often located close to central business districts and the needs of information-heavy, twenty-first century enterprise.

Bellissimo articolo, con immagini, su come abbiamo adattato vecchi e dismessi edifici ad ospitare i nostri dati, riutilizzato vecchie strutture — come i binari ferroviari — per portarceli. La “cloud”, la rete, è stata molto influenzata dal mondo “materiale” circostante — piccoli indizi, come dei piccoli insignificanti quadrati bianchi in alto a un palazzo, a volte la svelano.

Se ci fosse più consapevolezza della materialità della rete forse si presterebbe anche più attenzione ai problemi legati alla privacy, e all’accesso dei dati salvati; si capirebbe che un sito complesso che fornisce servizi gratuitamente non funziona per magia, gratuitamente appunto; si smetterebbe di pensare che Facebook, Google, Amazon e simili siano entità astratte, che “non possiedono nulla”.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Il web è ingrassato

Maciej Cegłowski:

Everything we do to make it harder to create a website or edit a web page, and harder to learn to code by viewing source, promotes that consumerist vision of the web. Pretending that one needs a team of professionals to put simple articles online will become a self-fulfilling prophecy. Overcomplicating the web means lifting up the ladder that used to make it possible for people to teach themselves and surprise everyone with unexpected new ideas.

Let’s preserve the web as the hypertext medium it is, the only thing of its kind in the world, and not turn it into another medium for consumption, like we have so many examples of already.

L’ultimo talk di Maciej Cegłowski1 è, come lo sono stati i precedenti talk di Maciej Cegłowski, meritevole di attenta lettura. Riguarda la corrente obesità di molti siti web principalmente testuali, siti di giornali ad esempio, dovuta a script, pubblicità invasiva, framework sopra framework, una decina di tracker, … Cose non necessarie che, oltre ad appesantirli, li complicano facendo credere che il web sia lento per natura e che serva qualcuno che l’aggiusti — Facebook e i suoi Instant Articles.

Mi piace la regola che nessuna pagina web testuale (un articolo, il post di un blog, un tweet, etc.) debba eccedere in MB le dimensioni di un’opera letteraria Russa. Regola che lo porta a criticare siti come Medium (400 parole = 1.2 megabyte) e a coniare per loro il termine “chickenshit minimalism“:

The illusion of simplicity backed by megabytes of cruft.

  1. Fondatore di Pinboard

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Facebook e la rete stupida

Mantellini:

Il problema fondamentale con le reti “stupide” come Internet è da sempre quello che simili reti, per funzionare ed avere successo, devono restare stupide. Devono essere trasparenti ai contenuti ed ai soggetti che li veicolano, devono, semplicemente, non poter far differenza fra grandi e piccoli, fra ricchi e poveri e perfino – e questo può sembrare un problema – fra buoni e cattivi. Internet funziona perché è un network stupido, perché si concentra sulle abilità in ingresso e si disinteressa del valore dei contenuti che transiteranno attraverso le sue linee.
Moltissime delle cose intelligenti che abbiamo imparato a fare negli ultimi anni sono state rese possibili dal fatto che l’architettura che ce le porta a casa è sommamente stupida. […]

Mark Zuckerberg dovrebbe sapere meglio di chiunque altro qual è il valore di un network stupido, che è poi quello stesso valore che ha fatto sì che il mondo intero riconoscesse il suo talento di studente. E se il punto del suo progetto è davvero quello di offrire ai giovani dell’Africa o dell’India le stesse possibilità che ha avuto lui, studi qualcosa di meno ambiguo e attaccabile di una serie di accordi di zero rating con questo o quell’operatore telefonico per la sua azienda e per quelle della sua lista di benefattori dell’umanità.

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Le leggi della tecnologia

Non c’è solo la legge di Moore, la tecnologia è ricca di “leggi” che ne osservano e descrivono l’evoluzione, e che operano in contemporanea accelerando il ritmo dei cambiamenti:

In the field of biotechnology, advances are also exponential. In 1990 the US government set out to complete one of the most ambitious scientific projects ever undertaken — to map the human genome. They committed more than $3.5 billion, and gave themselves 14 years to complete it. Seven years in, they’d only completed 1% and were through more than half their funding. The government and sponsors started panicking. Yet by 2003, the Human Genome Project was finished ahead of schedule and $500 million under budget. This was made possible by exponential improvements in genome sequencing technology; past a certain point they started outpacing Moore’s. This kind of progress is astonishing when you think about it. It cost three billion dollars and took 13 years to sequence the first human genome. Today, it only takes a few days and costs $1000. […]

So what does it all mean? It means we need to reset our intuition. The rate of change is getting faster every day, and yet few of us have adopted this acceleration into our future expectations. Our recency bias — expecting that the future will continue in the same manner as the recent past — is more wrong than it’s ever been. Change, once incremental and predictable, now comes in massive and unexpected waves, traversing huge milestones in shorter and shorter time periods.

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Quello che diventa di pubblico dominio nel 2016

Duke Center for the Public Domain:

Public Domain Day is January 1st of every year. If you live in Europe, January 1st 2016 would be the day when the works of Béla Bartók, Blind Willie Johnson, and Felix Salten enter the public domain.1 The works of Adolf Hitler will also enter the public domain, allowing a team of historians to publish a heavily annotated edition of Mein Kampf with around 3,500 academic annotations intended to “show how Hitler wove truth with half-truth and outright lie, and thus to defang any propagandistic effect while revealing Nazism.” Also entering the public domain are the works of authors and artists who tragically died in Hitler’s concentration camps, including Dietrich Bonhoeffer, Josef Čapek, and Anne Frank. This would enable projects such as the Anne Frank House museum’s expanded online version of Anne Frank’s diary, intended for release after its copyright expires. Unfortunately, this project could be under threat because the foundation that owns the copyright in the diary is attempting to prolong its copyright with a dubious legal claim.

Il Europa, le leggi sul copyright (dei libri) dicono che il copyright è valido per 70 anni dalla morte dell’autore. In America, dove il copyright continua a venire esteso, non ci sarà alcuna opera scritta che diventerà di pubblico dominio prima del 2019 — le opere che avrebbero dovuto diventare di pubblico dominio nel 2016 non lo saranno invece fino al 2055 (e oltre, se la durata venisse estesa ulteriormente).

Tutto questo limita la creatività e la creazione di opere derivate:

You would be free to use these books in your own stories, adapt them for local theater, or make them into a film. You could translate them into other languages, or create accessible Braille or audio versions.2 (If you think publishers wouldn’t object to this, you would be wrong.) You could read them online or buy cheaper print editions, because others were free to republish them. Empirical studies have shown that public domain books are less expensive, available in more editions and formats, and more likely to be in print—see here, here, and here. Imagine a digital Library of Alexandria containing all of the world’s books from 1959 and earlier, where, thanks to technology, you can search, link, annotate, copy and paste.

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È il 2016: aggiorna il footer

Da statico a dinamico, se davvero ti tocca aggiornarlo manualmente. Lo si fa in un minuto.

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Il vincitore si prende tutto

Om Malik:

In the course of nearly two decades of closely following (and writing about) Silicon Valley, I have seen products and markets go through three distinct phases. The first is when there is a new idea, product, service, or technology dreamed up by a clever person or group of people. For a brief while, that idea becomes popular, which leads to the emergence of dozens of imitators, funded in part by the venture community. Most of these companies die. When the dust settles, there are one or two or three players left standing. Rarely do you end up with true competition.

Come Google e Facebook, Uber e altre startup solo in parte tecnologiche (food delivery) stanno sfruttando l’effetto di rete, e algoritmi e dati raccolti (più persone usano un servizio -> più altre sono spinte ad usarlo -> più il servizio è in grado di migliorarsi e distaccarsi dalla competizione viste la molte di dati collezionati), per rafforzare la loro posizione dominante sul mercato — creando dei monopoli in settori che prima non ne avevano.

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Si potrà inviare denaro con iMessage?

Un brevetto registrato da Apple a Dicembre fa pensare che nel prossimo iOS possa venire aggiunta un’opzione per inviare denaro tramite iMessage. I brevetti dicono e confermano poco, ma la funzionalità — vista l’esistenza di Apple Pay — sembra a me molto plausibile: sarebbe utilissimo avere un sistema integrato nell’OS per inviare facilmente denaro ai propri contatti, senza doversi pre-registrare a nulla prima di farlo.

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Il ritorno di Twitter per Mac

Twitter per Mac ha inaspettatamente ricevuto un aggiornamento corposo, che aggiunge al client per Mac molte delle funzionalità della versione web (come riproduzione video inline, supporto a GIF, messaggi diretti di gruppo).  Purtroppo, però, l’applicazione non è migliorata e dopo una giornata d’uso mi pento di averla aggiornata.

La spaziatura fra i tweet è aumentata, tutto si è un po’ allargato, e la barra destra blu appare, ai miei occhi, molto poco piacevole (c’è un tema “dark” che un po’ la migliora). Ma a parte l’estetica, si comporta anche in maniera strana — è abbastanza ricca di bug al momento, alcuni decisamente fastidiosi, come frequenti notifiche doppie. La sezione delle ricerche (ne ho un paio salvate che uso giornalmente) è diventata inutilizzabile, mostrando ora solamente i trending topic (sempre futili).

Twitter per Mac non è neppure stata sviluppata da Twitter, il che dimostra quanto Twitter ci tenga al proprio client per Mac. Se non altro, mi hanno convinto a fare un acquisto che rimandavo da tempo: Tweetbot per Mac.

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La prima pubblicità di Slack per la televisione

Video

La prima pubblicità di Slack per la televisione

Direi riuscite. Hanno creato anche una landing page apposita, con i protagonisti dello spot.

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I miti che ci raccontiamo sull’intelligenza artificiale

Arstechnica:

There are two main problems for any brain simulator. The first is that the human brain is extraordinarily complex, with around 100 billion neurons and 1,000 trillion synaptic interconnections. None of this is digital; it depends on electrochemical signaling with inter-related timing and analogue components, the sort of molecular and biological machinery that we are only just starting to understand.

Even much simpler brains remain mysterious. The landmark success to date for Blue Brain, reported this year, has been a small 30,000 neuron section of a rat brain that replicates signals seen in living rodents. 30,000 is just a tiny fraction of a complete mammalian brain, and as the number of neurons and interconnecting synapses increases, so the simulation becomes exponentially more complex—and exponentially beyond our current technological reach.

This yawning chasm of understanding leads to the second big problem: there is no accepted theory of mind that describes what “thought” actually is.

Un post da leggere per intero. Per il futuro prossimo, credo che possiamo stare tranquilli.

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16 tesi per un mondo “mobile”

Sono passati nove anni dal primo iPhone e alcune situazioni e conseguenze della “rivoluzione mobile” sono oramai state assodate — Apple e Google dominano le due maggiori piattaforme, Facebook è completamente passato a mobile ed è chiaro che il futuro risiede su internet e mobile.

Benedict Evans propone 16 tesi da cui partire, per capire cosa succederà nel futuro prossimo:

  1. L’ecosistema tecnologico esistente ruota attorno ai dispositivi mobili. Basta vedere il numero di utenti, che è 10 volte superiore a quello dei personal computer.
  2. Mobile = Internet. Dovremmo smettere di parlare di internet mobile e internet su desktop, esattamente come non parliamo più di televisione a colori e televisione in bianco e nero. La versione mobile non è, oramai, più limitante ma offre uguali — se non maggiori — vantaggi.
  3. I dispositivi mobili non hanno nulla a che fare con le dimensioni dello schermo e i PC non sono strettamente legati alle tastiere — mobile significa ecosistema mobile e questo ecosistema assorbirà il PC. I dispositivi mobili finiranno con l’assumere sempre più dei compiti che oggi affidiamo ai computer tradizionali.
  4. Avremo per sempre bisogno di un mouse e di una tastiera, di Excel e Powerpoint, per essere produttivi? Probabilmente no. Il software si adatterà. Questi sono solamente strumenti, e ne inventeremo di nuovi.
  5. Microsoft è capitolata. In passato tutto ruotava attorno a Office e Windows.
  6. Apple e Google hanno entrambe vinto, ma è complicato.
  7. Il problema di come filtrare l’informazione è sempre più centrale. In passato tutto ruotava attorno alla ricerca e al browsing — oggi piattaforme come Facebook e soluzioni basate su AI stanno tentando di inserirsi per risolvere il problema.
  8. C’è una discussione in corso se il futuro stia nelle applicazioni o nel web. L’unica domanda da porsi è: le persone vogliono la tua icona sul loro smartphone?
  9. La fine di Netscape, e del PageRank. Per 15 anni il web è rimasto abbastanza ben definito, dal browser, dalla tastiera e dal mouse. Internet e web per la maggior parte delle persone sono stati dei sinonimi. Oggi c’è più confusione. C’è bisogno di un nuovo modo per cercare e scoprire l’informazione — per raggiungere gli utenti.
  10. I messaggi come piattaforma. WeChat ha costruito un’intera piattaforma attorno a un’applicazione per inviare messaggi, e Facebook sta facendo lo stesso con Messenger: entrambe offrono un modello alternativo all’App Store e al web, senza il problema dell’installazione. Una conseguenza importante è l’unbundling, lo spacchettamento: dei contenuti dalle applicazioni e dai siti dentro messaggi e notifiche.
  11. Il futuro incerto degli OEM di Android — di quei produttori di smartphone che fanno affidamento su Google e Android. L’OS è sempre più la via d’accesso a contenuti e servizi: chi lo controlla, controlla anche quest’ultimi.
  12. Così come i nostri nonni sarebbero stati in grado di elencarci tutti i dispositivi che possedevano dotati di un motore e noi non lo facciamo più (perché ne abbiamo troppi), oggi sappiamo quali dispositivi possediamo che si connettono alla rete ma, in un futuro, non lo sapremo più. Alcune di queste applicazioni ci sembreranno assurde — così come sarebbe potuto apparire assurdo abbassare un finestrino con un pulsante — ma verranno implementate, perché non costerà nulla e sarà comodo.
  13. Macchine che si guidano da sole. Arriveranno e cambieranno tutto: il nostro rapporto con la macchina — come la utilizziamo e chi la possiede — e le città, le strade stesse.
  14. La televisione e il salotto: sono anni che si parla di TV connessa a internet, e pare che finalmente stia per succedere.
  15. Gli smartwatch sono ancora a uno stadio embrionale, un accessorio dello smartphone.
  16. E come al solito, il futuro è diversamente distribuito: alcune persone ignorano certe tecnologie, tecnologie vecchi tornano di moda (vinili), e ogni tecnologia appare diversa a seconda del luogo da cui la si osserva. Il futuro è diversamente distribuito, ma lo è anche il nostro interesse nel futuro.

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WordPress e le piattaforme di blogging statiche

Un paio di mesi fa ho giocato un po’ con Jekyll, e mentre sto seriamente considerando di adottarlo per il mio sito personale, che si aggiorna raramente e non è un blog, ancora non capisco come si possa utilizzarlo come piattaforma di blogging: la facilità con cui WordPress permette di postare in qualsiasi situazione — pur con tutti i suoi difetti — è impareggiabile.

Don Melton (che ha avviato Safari e WebKit ad Apple, anni fa), che da anni utilizzava una piattaforma di blogging statica creata da sé, si è recentemente arreso passando a WordPress per le stesse ragioni:

While the free-range, handcrafted, artisanal nature of the HTML previously here afforded me a certain self-righteous smugness, a static generator can be pain in the ass to use every day. And though I liked the command line Magneto required, I didn’t want to spend all my time there with it.

What I really needed was a publishing system easily accessible from anywhere — even mobile devices — to quickly create and deploy content. Which is the whole point of having a blog that people want to read.

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Buon Natale

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La semplicità vende più del lusso?

Muji è una mia ossessione, probabilmente possiedo più cose di Muji che di qualsiasi altra azienda1. Il New Yorker gli ha recentemente dedicato un pezzo:

A decade ago, we had cool Japan, all Hello Kitty and Pokémon and street fashion. Muji, with its lack of logos, represents post-cool, normcore Japan, which is, of course, a fetishized version of Japanese culture—serene and neat and proper.

It is tempting to describe Muji’s goods as basic, but that would belie the sophistication and premeditation at work. Its Facebook page describes its aim as creating “products that are really necessary in everyday life in the shapes that are really necessary.” Muji certainly produces staples, like stationery, kitchenware, cleaning products, luggage, storage options, and snacks. The colors, patterns, and materials are generic, but everything, from toothbrush holders to storage boxes, comes in pleasing shapes. […]

Muji is banking on “the idea that simplicity is not merely modest or frugal, but could possibly be more appealing than luxury.”

  1. Come trivia: in questo momento indosso, casualmente, pantaloni, camicia e pure biancheria di Muji!

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Le emoji funzionano meglio delle stelline per dare un voto?

Uber sta sperimentando in alcune città, e con un gruppo limitato di utenti, un sistema alternativo di rating, basato su emoji invece che stelline:

Uber’s five-star rating system is a major source of conflict between the company and its drivers. If drivers’ ratings drop below a 4.6, they can be booted off of Uber, a fact that many passengers don’t realize. Consumers who are used to rating restaurants and hotels are likely to think a four-star rating isn’t too bad, not knowing that they could actually be costing their driver his job.

Potrebbe rivelarsi un modo meno vago per esprimere la propria opinione — quattro stelline possono essere considerate in maniera diversa da passeggeri diversi (alcuni potrebbero ritenere un voto alto 4 su 5, senza sapere che Uber licenzia gli autisti che hanno una media inferiore a 4.6), mentre una 😡 può significare un’unica cosa.

Scrive Fusion:

In the age of the quantified self, when our every move is being transcribed into a data point, it makes sense that we would turn to emoji to color in the picture. They could be a quick solution for tracking emotional reactions, not just for customer service, but also for opinions, which can be tricky to translate into numbers. Perhaps in the not so distant future, we will be able to rate the next Hollywood blockbuster as 😢😭🏆, the hip new coffee shop that opened around the corner as 😒, or your recent ride on the bus as 💩👃👎😖, which is probably why you downloaded Uber in the first place.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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