L’iPhone, spiegato facile

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L’iPhone, spiegato facile

Nei giorni scorsi è uscito Thing Explainer, il nuovo libro di Randall Munroe (lo stesso dietro a xkcd) dedicato a spiegare le cose complesse in termini semplici, adoperando solamente i 1.000 vocaboli più comuni della lingua inglese.

Fra le cose spiegate, c’è l’iPhone (hand computer, lo chiama il libro).

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Apple rimuoverà l’entrata per le cuffie dall’iPhone?

Si mormora Apple abbia intenzione di rimuovere, dal prossimo iPhone, l’entrata per le cuffie — che si collegherebbero all’iPhone, di conseguenza, o tramite la porta Lightning o via bluetooth. Delle cuffie con porta lightning esistono di già, ed è probabile che tutte le altre acquistate prima, o che non si adegueranno, potranno fare uso di un adattatore venduto a caro prezzo da Apple.

Quest’intenzione, venendo da Apple, non stupisce troppo. Scrive Gruber:

This would be a totally Apple-y thing to do. The standard headphone jack is old (ancient, really), thick, and deep. The only thing good about it is compatibility with existing headphone, and “compatibility with old stuff” is never high on Apple’s list of priorities.

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Cosa c’è dentro l’alimentatore del Mac

C’è più di quello che uno si aspetterebbe, persino un microprocessore. Ken Shiriff l’ha smontato per spiegarne il contenuto:

One unexpected component is a tiny circuit board with a microcontroller. This 16-bit processor constantly monitors the charger’s voltage and current. It enables the output when the charger is connected to a Macbook, disables the output when the charger is disconnected, and shuts the charger off if there is a problem. This processor is a Texas Instruments MSP430 microcontroller, roughly as powerful as the processor inside the original Macintosh.

Consiglio di leggere l’articolo per intero, contiene dettagli piuttosto interessanti. Mi preme mostrare qua, soprattutto, la foto in cui Ken mette a confronto il costosissimo caricabatterie originale (venduto, in Italia, a €89) con una delle tante imitazioni acquistabili in rete, a circa un quarto del prezzo:

Scrive a proposito Ken:

The imitation charger has about half the components of the genuine charger and a lot of blank space on the circuit board. While the genuine Apple charger is crammed full of components, the imitation leaves out a lot of filtering and regulation as well as the entire PFC circuit. The transformer in the imitation charger (big yellow rectangle) is much bulkier than in Apple’s charger; the higher frequency of Apple’s more advanced resonant converter allows a smaller transformer to be used.

La prossima volta che vi si rompe rifletteteci un po’ di comprare una copia su eBay. E ricordate: se è solo il cavetto ad essere danneggiato, allora serve il Sugru — non un nuovo alimentatore.

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La peggiore app dell’App Store

Allen Pike ha recensito una delle tante app nell’App Store che si inceppano ogni due minuti, sono piene di pubblicità, e semplicemente non fanno nulla se non fregare l’acquirente:

I must say, Music Player & Playlist Playtube manager is a truly remarkable app. Its novel colour scheme of black, gold, grey, and coral breaks new ground. The various bugs that immediately present themselves prove that this developer understands how important it is to “always be shipping”. Perhaps most notably, in a market suffering a race to the bottom, this developer showed true entrepreneurial spirit by charging $3 and putting up a full-screen modal advertisement every few seconds.

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Come aggiustare tutto

Motherboard ha intervistato il fondatore di iFixit. Il risultato è un interessante racconto della guerra fredda che Apple e iFixit (più in generale: chiunque si azzardi ad aprire un oggetto per ripararlo) stanno combattendo.

The first time you open an electronic, it stops being a magical black box and you see it’s just a bunch of things plugged together,” Wiens said. “A plumber is not necessarily better at plumbing than me, he’s just faster and more consistent. That’s the case with a lot of this stuff. […]

The disappearance of tools from our common education is the first step toward a wider ignorance of the world of artifacts we inhabit,” Crawford wrote in the book. “And, in fact, an engineering culture has developed in recent years in which the object is to ‘hide the works,’ rendering many of the devices we depend on every day unintelligible to direct inspection.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Bicycle Mind su Medium

Oramai certe cose vanno a finire (anche) su Medium. Bicycle Mind esiste anche la, seppur in forma limitata. Seguitelo, se vi va (e già che ci siete, un altro click e seguite anche il sottoscritto).

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Il nuovo WordPress, senza PHP e con un’applicazione per Mac ufficiale

WordPress:

The new WordPress.com codebase, codenamed “Calypso,” moves WordPress.com away from MySQL and PHP. It’s built entirely in JavaScript, and communicates with WordPress.com only using our REST API. This means the new WordPress.com is a browser-based client for our API, just like any other application built on top of it — lighter, faster, and more flexible for a mobile-focused world.

È completamente in JavaScript, basato su REST API 100% aperte. In altre parole, fa a meno di PHP e MySQL. Ma.tt, sul proprio blog, motiva la decisione di abbandonare le fondamenta utilizzate fino ad ora così:

The basic paradigms of wp-admin are largely the same as they were five years ago. Working within them had become limiting. The time seemed ripe for something new, something big… but if you’re going to break back compat, it needs to be for a really good reason. A 20x improvement, not a 2x. Most open source projects fade away rather than make evolutionary jumps.

So we asked ourselves a big question. What would we build if we were starting from scratch today, knowing all we’ve learned over the past 13 years of building WordPress? At the beginning of last year, we decided to start experimenting and see.

Invece di wp-admin, è possibile gestire il proprio blog (i propri blog) da un’unica interfaccia: quella di wordpress.com (che, fra l’altro, è diventato open source). È l’opzione di default per i blog su wordpress.com, mentre può essere attivata via Jetpack sui blog installati sul proprio spazio, tramite wordpress.org.

Spiegano:

Is this a new WordPress?

This is a new interface for WordPress, in use now at WordPress.com and in the desktop app. It’s a modern take on how to write and manage content, that retains the same open source WordPress at its central core, powering everything through our REST API.

Will this be replacing WP-Admin?

We’re laying an entirely new foundation for a generation of apps and services built on WordPress — but whether the Calypso codebase eventually becomes part of core WordPress and replaces WP-Admin is up to the WordPress community.

Qui c’è il dietro le quinte dello sviluppo. L’applicazione per Mac, invece, si trova qua.

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Lo Steve Jobs di Sorkin

Steve Jobs, il film, è vagamente basato su Steve Jobs, l’uomo. E questo su ammissione stessa di Sorkin, il regista, come ha ricordato in più e più interviste. A Steven Levy, per esempio, ha risposto così:

This isn’t The Steve Jobs Story. And it was never intended to give you all the facts about Steve’s life. And your first clue to that  —  because I want to make sure that the audience wasn’t mistaking it for anything else  —  is that we made no attempt to have the actor in any way do a physical impersonation of Steve Jobs. He doesn’t look like Steve Jobs, we didn’t ask him to speak like Steve Jobs. There is a joke about “insanely great” but I didn’t write in any of the Jobs-isms. It’s just not that movie.

Ok, non un documentario, non è una biopic. Riprende solo un frangente della vita di un uomo, seppur quel frangente sia adattato — con eventi e situazioni mai verificatesi — alle necessità della storia che Sorkin si è inventato, contenga diverse finzioni e inesattezze, e finisca col ridurre la personalità di Steve Jobs a pochi schemi collaudati: il bastardo intrattabile abbandonato dalla famiglia, il padre che non ha riconosciuto la figlia, presentato come il direttore d’orchestra che non sa fare bene nulla se non comandare gli altri e distorcere la realtà. È un po’ una soap opera, anche per la scelta degli eventi su cui il regista si è focalizzato: il rapporto padre e figlia, tagliando fuori tutto il resto.

Sorkin semplifica Steve Jobs, riconducendolo a quel poco su di lui che il pubblico già sa — riportando la sua figura dentro le letture trite e ritrite che i media hanno dato di Steve Jobs, di fatto non aggiungendo nulla di proprio nella comprensione di questa figura: chi è stato e cos’ha fatto. Non aggiunge nulla né sul lato umano — anzi, lo riduce a uno stronzo arrogante, pieno di sé, incapace di migliorarsi — né su quello innovativo e tecnologico — alla fine, uno si domanda come quest’uomo abbia potuto portarci il Macintosh, l’iPod, l’iPhone, etc. Cos’ha fatto Steve Jobs, e perché in molti lo rimpiangono? Andate a vedere il film e ne uscirete più confusi di prima, senza una risposta, probabilmente con una piccola convinzione: che il successo, Steve Jobs, non se lo sia meritato.

Steve Jobs esce sminuito dal film. Non si capisce cosa faccia, a che serva, perché sia stato importante o cosa abbia portato a Apple se non un’ossessiva ossessione per i dettagli e una personalità urtante. NeXT è, secondo Sorkin, il piano diabolico e personale per tornare dentro Apple — non un’azienda che ha avuto un’esistenza propria per 12 anni. Pixar non esiste. E l’iPhone non viene nemmeno menzionato perché il film si ferma al 1998. La maggior parte dei dialoghi che occupano grande rilievo nel film — con Hertzfeld, Wozniak e Sculley — sono inventati. Ah, e tutti, più o meno, non lo sopportano.

Aaron Sorkin ha deciso di fare un film leggermente basato su Steve Jobs, dipingendolo in luce negativa. Sceglie eventi a proprio piacimento e ne scarta altri a suo dire irrilevanti. Come scrive Walt Mossberg:

Sorkin chose to cherry-pick and exaggerate some of the worst aspects of Jobs’ character, and to focus on a period of his career when he was young and immature. His film chooses to place enormous emphasis on perhaps the most shameful episode in Jobs’ personal life, the period when he denied paternity to an out-of-wedlock daughter.

Dirò una cosa: il film, per quelle due ore in cui mi sono trovato chiuso al buio nella sala cinematografica, mi è piaciuto. È suddiviso in tre scene principali, che si svolgono poco prima di un keynote: quello del lancio del Macintosh, quello del lancio di NeXT e il keynote del 1998 in cui Steve introduce il primo iMac, trasparente. Al solito con Sorkin, tutto ruota attorno ai dialoghi serranti e scontri incalzanti. Dialoghi e situazioni, però, perlopiù inventate.

Nel buio della sala, il film mi ha preso. Poi, una volta finito, mentre le luci tornavano in sala e mi avviavo all’uscita, ho colto i mormorii degli altri spettatori. Il sentimento generale, avrebbe potuto riassumersi in: “hai visto che gran bastardo?” E “e quindi perché lo celebriamo?“.

E questo mi ha dato un gran fastidio. Perchè Sorkin può anche ripetere centomila volte che non si tratta di una biopic, a The Verge e Medium, ma lo spettatore medio non andrà a leggersi The Verge o Medium: uscirà piuttosto dalla sala cinematografica convinto di essersi visto una sintesi di quella che è stata la vita di Steve Jobs, e di averne compreso persona e idee. Dato che il film s’intitola Steve Jobs e in nessun momento, nella pellicola, un disclaimer avvisa lo spettatore che i fatti narrati nel film non si sono mai svolti il dubbio non viene mai instillato nello spettatore. È inutile che poi Sorkin si difenda nelle interviste: magari un avviso sulle fabbricazioni, nella pellicola, all’inizio o alla fine lo si sarebbe potuto mettere, no?

Il mio problema con lo Steve Jobs di Sorkin è — come scrive FastCompany — che il film aiuta a solidificare una lettura e comprensione dell’uomo Steve Jobs molto semplicistica. Lo Steve Jobs dipinto da Sorkin non avrebbe mai potuto salvare Apple: è una caricatura, costruita e tenuta in piedi grazie a molte omissioni. È la narrazione da bar di Steve Jobs, la mitologia, quella che verte attorno agli episodi di scontro e discordia ma tralascia tutti i pezzetti importanti che gli hanno permesso di diventare Steve Jobs, di costruire Apple e di costruire se stesso.

Come scrivono su FastCompany:

The film’s title character is a one-trick pony, a grandstanding egotist who gets great work out of people by charming them or berating them. Humans stand in the way of his unchanging genius, at least until that unconvincing reunion with Lisa at the end. It’s an old and unsophisticated view that’s been trotted out since the early days of Apple. The fact that Sorkin’s dialogue crackles with energy under Danny Boyle’s direction doesn’t make it any more authentic.

The Steve Jobs portrayed in Steve Jobs could never have saved Apple. In the perpetually changing technology industry, simple stubbornness is the kiss of death. Sorkin has created a caricature, an entertaining and modern take on the archetypal tortured business genius. It’s kind of fun, especially for people who don’t know much about how business gets done. But characters like the “Steve Jobs” of this movie don’t last long in business—they burn out, or they get thrown out.

Nelle intenzioni di Sorkin potrebbe non esserci mai stata quella di tentare di capire cosa abbia permesso a Steve Jobs di diventare Steve Jobs, di passare dallo Steve Jobs ventenne arrogante e pieno di sé a qualcosa di più. Sorkin si ferma lì: allo Steve Jobs iniziale. Non c’è evoluzione.

È triste sapere che un mucchio di gente lascerà una sala cinematografica convinta di conoscere quella che, di fatto, è una finzione. Lo Steve Jobs di Sorkin aiuta a cementificare una narrazione attorno alla figura di Steve Jobs che in questi anni non ha fatto che semplificarlo e ridurlo. Il film sarà anche tecnicamente ottimo, e la storia narrata ben congegnata, ma non si possono ignorare i danni che fa attorno alla narrazione e comprensione della figura di Steve Jobs.

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E se l’Homescreen di iOS avesse i widget?

Su The Verge, il concept di un homescreen in cui l’utente può allargare ciascuna icona trasformandola in un widget. Il widget sarebbe pur sempre un’icona — rimanderebbe all’applicazione — ma visualizzerebbe al contempo delle informazioni, e permetterebbe delle interazioni di base.

Pensate ai Glance dell’Apple Watch, ma sull’homescreen. La proposta a me piace molto, sicuramente renderebbe l’homescreen più utile — mentre al momento, per chi ha tante (troppe?) app, si riduce a un’accozzaglia di icone difficili da ordinare e da trovare.

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Tutte queste primevoltità

La Storia, senza pudore, è entrata anche nella vita privata. Chissà se è colpa di certi francesi; quando abbiamo letto le vite private nel Medioevo di Jacques Le Goff, abbiamo subito pensato: prepariamo anche la nostra vita quotidiana per un Le Goff del futuro che ci studierà. Quindi, quella che Carlo Emilio Gadda chiamava la primavoltità, e cioè quella serie di eventi che nella vita di un singolo individuo accadono una sola volta con il sapore dell’inedito — il primo giorno delle elementari, il primo bacio, il primo canestro, il primo incidente in motorino, il primo tradimento — ecco, tutto questo, nel clima di rappresentazione storica che ci circonda, abbiamo cominciato a viverlo come un fatto epocale, da tramandare ai posteri. Scriviamo sui social con enfasi, e ci hanno detto che le nostre pagine sono incancellabili, rimarranno per sempre. E non fa niente allora, se tutte queste primevoltità capitano a ognuno, senza distinzione di epoche, latitudini ed età. Non ce ne importa: se la comunichiamo immediatamente al mondo, in qualche modo stiamo contribuendo alla Storia, o quantomeno alla microstoria (se proprio si conserva un po’ di umiltà). Aboliamo lo storico, Francesco Piccolo

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Attraverso i Google Cardboard

Ho provato la realtà virtuale, e per farlo mi è bastato il mio iPhone e un pezzo di cartone. Il pezzo di cartone sono i Google Cardboard, un prodotto lanciato da Google quasi due anni fa e recentemente aggiornato per funzionare in ugual modo sia con Android che con iPhone1.

Sono la via più economica per dare uno sguardo dentro la realtà virtuale senza dover investire troppi soldi. Quelli che ho scelto io, su Amazon, costano £15 e sono prodotti da I Am Cardboard. Infatti Googla rilascia semplicemente le specifiche tecniche: a produrli, i Cardboard, sono altre aziende.

I Cardboard sono, di fatto, una scatoletta di cartone con delle lenti e, sul fronte, un vano in cui riporre lo smartphone. Si assemblano in pochi attimi, hanno un aspetto che non intimorisce, e basta portarseli agli occhi per iniziare ad usarli — avendo cura di aprire, prima, sul dispositivo, una delle applicazioni apposite. La seconda iterazione dei Cardboard presenta un bottone sul lato superiore per navigare all’interno delle applicazioni, o per spostarsi dentro i vari paesaggi virtuali. Per camminare, si preme quel bottone (che altro non fa che tappare sullo schermo al posto vostro). Tutte le rimanenti interazioni col device avvengono, beh, muovendo la testa — sfruttando il giroscopio.

Stando alle mie precedenti, limitate, esperienze con i Samsung Gear VR sono rimasto piacevolmente stupito per la qualità che, per così poco, è possibile ottenere. Non sono perfetti — entra un po’ di luce dai lati, e in certi casi/con certe app lo schermo dell’iPhone non è molto a fuoco — ma per qualcosa fatto di cartone e a questo prezzo davvero non ci si può lamentare.

L’applicazione ufficiale di Google è interessante le prime volte che li si usa, per esplorare le potenzialità. Offre un kaleidoscopio, alcuni oggetti 3D e altre cose fatte più che altro per impressionare. Dopo, a parte tirarla fuori quando degli amici vogliono provarli anche loro per la prima volta, si rivela abbastanza inutile.

Al contrario, un ottimo lavoro l’ha fatto Vrse, che ha creato dei brevi video, a 360° gradi. Il New York Times ha recentemente avviato una collaborazione con Vrse, e per questo poche settimane fa ha lanciato un’app che contiene diversi documentari immersivi (ha anche inviato a ciascun abbonato al cartaceo, per promuoverla, un Cardboard gratuito). I documentari su New York Times VR sono belli, affascinano, informano e sperimentano con questo nuovo mezzo in un modo interessante — forse, aiutano anche ad empatizzare di più con le notizie. Mi raccomando: le cuffie sono d’obbligo per un’esperienza più immersiva.

La cosa che però più mi affascina, e di fatto ciò che mi fa tornare e spinge verso i Cardboard, è Street View. L’applicazione (anche quella per iOS, da Ottobre) ha un bottone per la realtà virtuale: premendolo, adatta Google Street View ai Cardboard permettendo così di camminare per le vie di qualsiasi città. L’altro ieri avevo nostalgia di Pisa — non ci vado da un po’, e volevo rivedere le vie che due anni fa percorrevo tutti i giorni — così mi sono fatto un giro per la città; poco fa invece gironzolavo per le strade di Tokyo. Col bottone — quello menzionato, posto sul lato superiore dei Cardboard — si cammina. Per il resto, basta meravigliati girare la testa a destra e sinistra per guardarsi attorno.

Google non ha dato molta importanza ai Cardboard — li considerano più che altro, credo, un esperimento. Eppure io lo trovo un esperimento meglio riuscito dei, ad esempio, Google Glass. I Cardboard sono l’esempio di un prodotto che mi aspetterei da Google. Sono eccitanti e futuristici, aperti e quasi gratuiti. Semplici, ma pure nella loro semplicità riescono a stupire.

Li consiglio.

  1. La versione 1 dei Cardboard funzionava maluccio con l’iPhone

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Apple Faces: wallpaper per Apple Watch

È un vero peccato che la watch face che consente di impostare uno sfondo personalizzato — un’immagine a scelta dalla propria libreria fotografica — non permetta però di mostrare sullo schermo alcuna informazione a parte l’ora e la data. Tutte le complicazioni — attività, meteo, batteria, etc. — non sono disponibili in questa watch face, fatto che la rende piuttosto inutile.

Se però di tutto ciò non vi interessa nulla, il sito Apple Faces raccoglie dei wallpaper molto carini.

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iOS è meno usabile di un tempo?

Don Norman e Bruce Tognazzini, due persone abbastanza importanti nel campo dell’usabilità, il primo ad Apple fino al 1996, il secondo ad Apple durante i primi anni, hanno scritto un articolo molto critico nei confronti di Apple concentrandosi, soprattutto, su iOS:

Today’s Apple has eliminated the emphasis on making products understandable and usable, and instead has imposed a Bauhaus minimalist design ethic on its products.

Unfortunately, visually simple appearance does not result in ease of use, as the vast literature in academic journals on human-computer interaction and human factors demonstrates.

Apple products deliberately hide complexity by obscuring or even removing important controls. As we often like to point out, the ultimate in simplicity is a one-button controller: very simple, but because it has only a single button, its power is very limited unless the system has modes.

Condivido parti del pezzo, non tutto — ma è comunque una lettura interessante. Scrivendo di Apple spesso viene menzionato uno dei dieci principi per un buon design di Dieter Rams: “Good design is as little design as possible”. Ma, appunto, questo è solamente il decimo. Ci sono anche gli altri nove da ricordare:

  1. Innovative
  2. Makes a product useful
  3. Aesthetic
  4. Makes a product understandable
  5. Unobtrusive
  6. Honest
  7. Long-lasting
  8. Thorough down to the last detail
  9. Environmentally friendly
  10. As little design as possible

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Facebook Video è basato sul furto

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Facebook Video è basato sul furto

Molto del successo di Facebook video è dovuto a video rubati e metriche strambe: come spiega il breve video di Kurgesagt, utenti normali ricaricano video trovati altrove, presi da altre piattaforme (spesso, YouTube), rubandoli ai creatori originali. Facebook lascia che questi video ottengano milioni e milioni di visualizzazioni — guadagnandoci in pubblicità e mostrandosi abbastanza reticente (e lento) nel rimuoverli.

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Twitter ancora non ha capito a cosa serve

All’inizio Twitter era un luogo molto diverso da ciò che è diventato. Non c’era nessuna pretesa di informare, ma tutto si riduceva a dire ciò che si stava facendo. I primi tweet di Jack Dorsey furono “a pranzo” e “sto disegnando”. Un chiacchericcio, futile seppur divertente, insomma.

Poi, soprattutto grazie agli sviluppatori e all’entusiasmo di certi utenti, Twitter si è evoluto. Sono arrivati gli hashtag. I retweet. I link. Ciascuna delle componenti che oggi è parte fondamentale di Twitter non è venuta da Twitter, ma dagli utenti di Twitter. Twitter è diventato, contrariamente a Facebook, un luogo che si visita con intenti ben mirati: non con l’intenzione di trovare materiale a caso, ma con quella di restare aggiornati su ciò che ci interessa — attraverso una rete di contatti faticosamente costruita, basata sugli interessi.

(Twitter mi ha stancato)

C’è la sensazione che nonostante tutto ciò l’azienda Twitter ancora sia ferma al chiacchericcio. Il passaggio da stella a cuore per indicare i preferiti è l’ennesimo indizio che l’azienda Twitter ancora possa non aver capito appieno come Twitter viene utilizzato dai propri utenti.

L’indizio principale, quello che più mi preoccupa perché potrebbe distruggere il valore di Twitter, è il desiderio di voler somigliare a Facebook. Scrive Baekdal:

Twitter never got it, and still don’t understand it.

Twitter still thinks people are using Twitter to chitchat. The reality, though, is that most of the value that Twitter creates is from people who are communicating instead. We are not chatting on Twitter. We are communicating. And we are communicating about things and topics around us. […]

When people use Facebook, they are often on a break and do not have any specific interest or intent. So the snack like content that BuzzFeed produces is perfect for that moment.

But people don’t use Twitter like that. We use Twitter to stay up-to-date about the things that are important to us. You don’t use Twitter if you are just bored. We use Twitter because we are interested. […]

The main problem for Twitter, of course, is that it is still entirely focused on scale, a situation demanded by its investors who doesn’t like that is only worth 18% of Facebook. And Twitter is currently running at a massive loss.

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Aerial per Mac

Il bellissimo screensaver per Apple TV con riprese aeree di varie città in momenti diversi della giornata è adesso disponibile anche per Mac OS. Installato subito.

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L’anti-Turing test

Facebook M, l’assistente virtuale di Facebook, è un AI oppure ha dietro delle persone che compongono manualmente le risposte? Se lo è chiesto Arik Sosman, dato che le richieste che M è in grado di soddisfare sono di gran lunga più complesse di quelle a cui Siri, Google Now, Cortana o qualsiasi altro degli assistenti virtuali esistenti riescono a comprendere.

Alla domanda esplicita (“sei un AI oppure c’è un umano che ti scrive le risposte?”), Facebook M dice di usare e venire aiutato dall’intelligenza artificiale, senza altri dettagli. Ma Sosman, con l’inganno, è riuscito ad andare a fondo della questione facendosi chiamare da M:

M was calling from +1 (650) 796–2402. As can be seen on the photo, the automatic reverse-lookup matched that number to Facebook. Thus, here we are. We have definitive prove that M is powered by humans. The next question is: Is it only humans, or is there at least some AI-driven component behind it? As to this problem, I’ll leave it as a homework assignment for the reader to figure out. In the meantime, I shall enjoy having my own free personal (human) assistant.

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L’iPad per scrivania

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L’iPad per scrivania

Horace Dediu descrive l’iPad Pro come l’iPad per desktop.

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Isolamento

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Smettiamola di dire che la tecnologia isola.

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