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L’era di Facebook è un’anomalia

Noi non siamo sempre le stesse persone: ci comportiamo in maniera diversa, e condividiamo cose diverse, a seconda di con chi siamo. Con voi parlo di Apple e tecnologia, con i miei amici di libri, musica o serie televisive. In entrambi i casi sono sempre io. Su Facebook invece tutte queste diverse audience vanno bilanciate simultaneamente, e i miei amici si beccano i miei (per loro) “noiosi” articoli di tecnologia. È un problema che ha affrontato Danah Boyd in un saggio, “It’s Complicated“, su come i ragazzi usano i social network:

L’era di Facebook è un’anomalia. L’idea che tutti vadano su un singolo sito è semplicemente bizzarra. Dimmi un altro momento nella storia in cui tutti si ritrovavano nello stesso spazio sociale. La frammentazione è uno stato più naturale. La tua socialità è guidata dagli interessi o dalle amicizie? Stai andando in un posto perché lì si ritrovano i ragazzi appassionati di anime, o perché è il luogo in cui si ritrovano i tuo compagni delle medie?

Normalmente, andiamo in bar diversi a seconda del nostro stato d’animo. Vediamo persone diverse: quando vogliamo andare a un concerto, o quando vogliamo passare una serata tranquilla, in compagnia di pochi amici. Su Facebook invece siamo ridotti a un profilo unico che deve andare bene per chiunque, ogni nostra azione e passione è legata a una singola identità, il nostro nome e cognome: ma nel mondo fisico non è quella la cosa che ci contraddistingue. È piuttosto il nostro corpo: ci vestiamo diversamente, muoviamo diversamente, comportiamo diversamente. Utilizzare il nome come identificatore universale significa supporre che noi siamo sempre, in ogni contesto, esattamente identici.

La persona che sei in questo momento con me è diversa da quella che sei quando parli con tua mamma. Potrebbe non capire le cose di cui tu e io stiamo parlando. Questo è il momento in cui inizi a pensare come presenti te stesso differentemente in questi contesti, non perché ti stai nascondendo, ma perché dai importanza a ciò che ha più rilevanza. [...] Ecco uno dei problemi che i teenagers hanno con Facebook: come gestire contesti multipli contemporaneamente.

Facebook ha ancora valore perché permette di raggiungere chiunque, in maniera semplice e immediata. Per certi tipi di informazioni e comunicazioni può rivelarsi la soluzione migliore, quella più comoda. Il social graph è una risorsa che ha la potenzialità di durare nel tempo, ma questa è una funzione diversa da quella originaria: più di utilità che di divertimento.

Non è vero che le persone stanno abbandonando Facebook, piuttosto non lo vedono più come un luogo di passione, in cui collegarsi per condividere i propri interessi. Facebook — dall’essere qualcosa di divertente — sta diventando più simile a uno strumento, come l’email.

Come utilizzare Netflix con la rete mobile dell’iPhone dall’Italia

Purtroppo Netflix non offre la possibilità di scaricare in locale i film dalla propria applicazione per iPhone e iPad: possono essere visti solo in streaming. Se vi trovate sotto una rete Wi-Fi non c’è problema: utilizzando Unlocator (ne avevo parlato qui) è possibile cambiare i DNS con quelli offerti dal servizio, che permettono di utilizzarlo anche dall’Italia. Tuttavia l’opzione per la modifica viene offerta solo sotto una rete Wi-Fi: si trova in Impostazioni >Wi-Fi; da cui occorre poi selezionare la rete che si desidera utilizzare, per inserire da lì i DNS, nelle impostazioni di questa.

Non è un problema se vi trovate in casa, ma se siete in viaggio e volete vedere in streaming un film o una serie televisiva? Netflix non funziona — l’accesso vi viene bloccato, trovandovi in Italia — perché iOS non offre la possibilità di cambiare i DNS per la rete mobile. Tuttavia, se avete un Mac con voi potete ovviare il problema. Non riuscirete ad utilizzarlo direttamente dall’iPhone, ma potete sfruttare la connessione di questo per farlo funzionare su Mac.

Basta attivare il Tethering sul device, e collegarsi a questo da Mac (via USB) per poi modificare i DNS. La modifica va fatta da Terminale, perché apparentemente neppure su Mac Apple permette di impostare manualmente i DNS per una rete mobile creata con iPhone. Per farlo, basta incollare la seguente stringa nel Terminale:

sudo networksetup -setdnsservers "iPhone USB" 185.37.37.37, 185.37.37.185

I DNS (della stringa) sono già quelli di UnlocatorOccorre, prima, prendere degli accorgimenti. Normalmente Netflix consuma 1GB per un’ora di visione: considerati i limiti degli operatori italiani, è bene prima andare nelle impostazioni del proprio account e, sotto la voce Playback Settings, ridurre la qualità del video a Low (che comporta un consumo di circa 300MB all’ora).

Apple è spacciata?

Haunted Empire: Apple After Steve Jobs” è un libro appena pubblicato, scritto da una giornalista del Wall Street Journal. Sintetizzandolo, spiega perché Apple è spacciata, ora che Steve Jobs non c’è più. Un’azienda che vive di rendita, ma non ha un piano per il futuro. Vi sono raccolte tutte le analisi a cui abbiamo dovuto prestare ascolto in questi ultimi due anni, sul come Apple abbia smesso di innovare, sul perché i prodotti siano troppo costosi e chiusi. Le stesse analisi e critiche che vengono mosse ad Apple da sempre, anche quando c’era Steve Jobs.

Insomma, mentre Google pensa alle macchine che si guidano da sole e agli occhiali con notifiche, Apple cosa sta facendo? Nick Bilton sul NY Times:

È un’analisi noiosa, che fraintende in pieno il modo in cui funziona Apple. Apple ha sempre creato la sua “next big thing” in segreto. Al contrario di Google e Microsoft, raramente pubblicizza le sue innovazioni prima che siano pronte. Il fatto che non sappiamo quale sia la sua prossima mossa potrebbe significare che hanno finito le idee. Ma si sarebbe potuta dire la stessa cosa nel 2001, poco prima del lancio dell’iPod, o nel 2007, un attimo prima dell’arrivo dell’iPhone.

Oltre un mero accumulo di dati

WIRED:

Health and fitness have long been mysterious, the realm of doctors and coaches. While software can make it more approachable, to be understandable it should do more than just offer up data visualizations; it should provide insights and actively help us to make behavioral changes that will affect health. Tell us to move. Tell us to hydrate. My big hope for the next generation of health-tracking apps is that they will help us understand what things mean and give us the tools to act–instead of just numbers.

La mia speranza è che con Healthbook Apple faccia quello che il Fitbit non è stato in grado di fare: non solo raccogliere e accumulare i dati, ma analizzarli e spiegare all’utente cosa vogliono dire, e cosa fare per migliorarli. Uno dei problemi di questi device è che sono sviluppati da aziende diverse. Di conseguenza ognuna ha creato la propria applicazione in cui chiudere i propri dati, rendendoli inaccessibili ad altri. Healthbook potrebbe diventare il luogo centralizzato in cui immagazzinare questi dati, indipendentemente dal device scelto dall’utente: che si utilizzi un Fitbit o Jawbone UP, i dati devono appartenere all’utente.

A quel punto, non saremo più limitati da quello che il produttore ha deciso di farci con quei dati — dal modo in cui ha deciso di visualizzarli, o dai limiti che ha imposto — ma potremo finalmente possederli, metterli in comunicazione fra loro e scoprire in che modo sono correlati.

Aware.JS

Da alcuni mesi la pubblicità laterale di questo blog1 viene mostrata solo alla prima visita del giorno: se tornate due minuti dopo, non la vedete più. È un tentativo di rompere un po’ meno le scatole, dandovi fastidio solamente una volta al giorno.

Funziona grazie ad Aware.js, un plugin di jQuery che permette di presentare al visitatore il sito in maniera diversa in base alla frequenza delle visite o all’ora in cui lo visualizza. Volendo, potrei fare diventare queste pagine nere di notte e gialle di giorno (non lo faccio, non agitatevi).

Sfruttandolo un po’ meglio, invece, ho fatto in modo che il blog vi segnali nell’homepage quali sono i nuovi post dalla vostra ultima visita (es.).

  1. Quella che vi invita a spendere denaro su Amazon, solo per rendermi ricco: mi danno una percentuale sugli acquisti iniziati da queste pagine

Disconnettersi è inutile

CIT.

Unplugging from devices doesn’t stop us from experiencing our lives through their lenses, frames, and formats. We are only ever tourists in the land of no technology, our visas valid for a day or a week or a year. That is why so many of those who unplug return so quickly to speak about their sojourns. New Yorker

8 ridicoli gigabyte

Riccardo Mori:

A lot of iOS apps are quite lightweight on average, but have a tendency to grow in size when you use them regularly. That’s because they start accumulating data, documents, caches, etc. [...] An 8GB iPhone 5c with roughly 6GB of actual available space is simply a crippled device if you ask me. And with those prices, it’s just too expensive to make sense. It’s time to make 32GB the default option, and go up to 64 and 128GB.

Apple ha introdotto un iPhone 5c con soli 8GB, quando la cosa da fare sarebbe togliere il taglio da 16GB e vendere come modello base quello da 32GB. Anche spostando la propria libreria musicale in rete (come ho fatto io, con Spotify), 16GB non bastano più per un device così importante.

Cloak, l’antisocial network

App: Cloak, l’antisocial network

Cloak ricava la posizione geografica dei vostri amici attraverso il loro ultimo scatto su Instagr.am o check-in su Foursquare, e utilizza questa informazione per aiutarvi a evitarli. È, come si descrive, un antisocial network: per quelle che persone che volete sapere dove si trovano, ma solo per essere certi di non incrociarle.

Modificare il funzionamento del tasto di spegnimento del Mac

Se premuto, il bottone in alto a destra sulla tastiera, manda immediatamente in stop il computer. Tutto bene, se non che è facile premerlo accidentalmente. Con questo comando (incollato nel Terminale) si può modificare il suo funzionamento:

defaults write com.apple.loginwindow PowerButtonSleepsSystem -bool no

Invece di mandare subito in stop il Mac, mostrerà prima un avviso (da cui è possibile scegliere se riavviarlo, spegnerlo o cancellare l’azione).

(Via | QuickLoox)

Mode Notebooks: taccuini cartacei nella cloud

Mode Notebook vende dei taccuini cartacei simili alle Moleskine, che includono nel prezzo un servizio di spedizione, digitalizzazione e backup degli stessi in rete. Funziona così: una volta finito un taccuino lo inviate a loro, che lo digitalizzeranno e renderanno accessibile da un’applicazione appositamente sviluppata — oltre che da Dropbox e Evernote.

Google ha messo in vendita il Chromecast anche in Italia

Chromecast è essenzialmente l’Apple TV di Google, con un vantaggio: costa solo $35. Permette di mandare sulla TV (da un tablet, anche Apple, smartphone o computer) le pagine web che si stanno visualizzando, i video di YouTube, Netflix e i film in vendita su Google Play. Prima in Italia non lo spedivano, ma da oggi hanno cambiato idea e può essere acquistato dal Google Play Store o su Amazon.

Da un po’ ho un abbonamento a Netflix (qui spiego come utilizzarlo, senza intoppi, dall’Italia): questo aggeggio di Google potrebbe essere una buona aggiunta.

Android per smartwatch

Google ha rivelato (è un’anteprima, per sviluppatori) Android Wear, una versione di Android creata apposta per i wearable device (smartwatch), capace di indovinare e anticipare quello di cui l’utente ha bisogno attraverso diversi sensori, in grado di raccogliere informazioni sempre grazie a questi, e la cui sorgente principale di input dall’utente è audio:

Small, powerful devices, worn on the body. Useful information when you need it most. Intelligent answers to spoken questions. Tools to help reach fitness goals. Your key to a multiscreen world.

Io nel frattempo ho un Pebble con schermo in bianco e nero e totalmente dipendente da uno smartphone per il suo funzionamento.

Healtbook: un’applicazione che Apple potrebbe includere in iOS 8

9to5mac raccoglie le indiscrezioni che sono trapelate su Healtbook, un’applicazione per la gestione e raccolta dei dati sulla nostra salute, su cui Apple starebbe lavorando. L’applicazione è simile a Passbook, organizzata in schede, ciascuna dedicata a presentare un’informazione diversa sul nostro corpo (una per la pressione sanguigna, una per l’attività giornaliera, una per il peso, e così via):

Each category of functionality is a card in the Healthbook. Cards are distinguished by a color, and the tabs can be arranged to fit user preferences. As can be seen in the above images, Healthbook has sections that can track data pertaining to bloodwork, heart rate, hydration, blood pressure, physical activity, nutrition, blood sugar, sleep, respiratory rate, oxygen saturation, and weight.

È ovviamente interessante chiedersi come l’iPhone avrà accesso a questi dati. Alcuni, grazie al co-processore M7, potranno essere prodotti direttamente da esso, ma i rimanenti? Le ipotesi sono due: o Apple ha in cantiere un accessorio indossabile in grado di raccoglierli (una declinazione del mormorato iWatch), oppure Healtbook verrà aperto ai vari prodotti in commercio (il Fitbit ad esempio), che potranno sfruttarlo per mostrare i dati agli utenti.

Leggere per avere letto

Nelle ultime settimane ha suscitato grande interesse una tecnologia, Spritz, che permette di leggere un romanzo in 90 minuti. Le parole si alternano rapidamente davanti ai nostri occhi, in sequenza una dopo l’altra, velocizzando il processo di lettura di un testo. A patto che si abbia un concetto molto limitato del leggere; più simile al consumare, e che quello che si voglia fare non sia veramente leggere un romanzo — immergersi in una storia, godersela, imparare qualcosa da essa — ma finirlo. Iniziare a leggere con lo scopo di finire il più in fretta possibile, che non è mai una buona idea. Spritz può aiutarci a leggere più velocemente, ma la nostra comprensione diminuisce di pari passo con la velocità con cui leggiamo:

Puoi davvero leggere un romanzo in 90 minuti comprendendolo a pieno? [...] Una ricerca del 1970 mostra che la nostra comprensione e memorizzazione di un testo diminuisce con l’aumento della velocità. [...] Una delle ragioni è che non c’è abbastanza tempo per mettere insieme il significato della storia e memorizzarlo.

La differenza fra consumare un’informazione e ricavare una conoscenza da essa stabilendo dei collegamenti, sviluppando riflessioni. La celebrazione dello speed reading, un leggere in cui ciò che ha valore è solamente il tempo impiegato per arrivare alla conclusione del testo per poter passare quanto prima a quello successivo. Che in certi ambiti (una mail, un testo noioso che siamo costretti a leggere, un manuale) può avere un senso, ma quando applicato a un romanzo è assurdo. E lo è anche applicato alle notizie che riceviamo su Internet, a meno che non ci si voglia ingozzare di informazione per puro intrattenimento. Per riprendere una citazione che avevo inserito in un vecchio articolo, “Il piacere di leggere in un’epoca di distrazioni“:

Io credo che molte persone leggano velocemente perché non vogliono leggere ma vogliono aver letto. Ma perché vogliono aver letto? Perché, io credo, concepiscono la lettura semplicemente come un modo attraverso cui caricare informazioni nelle loro menti.

Questa concezione ci spinge a iniziare romanzi con la voglia di finirli entro un numero prestabilito di giorni — indipendentemente dalla fatica cognitiva che questi potrebbero richiederci — a sentirci soddisfatti se leggiamo 50 romanzi all’anno. È il numero e la quantità che conta. Un consumo, agevolato da Internet e dalla sensazione che ci siano troppe cose a cui prestare attenzione. Forse sarebbe meglio lasciar perdere, e accettare l’idea che ci sono troppe cose interessanti in circolazione: meglio ignorarne alcune, piuttosto che non capirne nessuna.

Ballata di un eroe del WiFi

Video: Ballata di un eroe del WiFi

Il New York Magazine ha costruito un’animazione sopra una ballata pubblicata da McSweeney’s, “Come ho aggiustato il WiFi dei nonni della mia ragazza e sono stato elevato a eroe“. Giusto ieri ho messo a posto il router di un amico, solo che invece di strani dolciumi mi sono stati offerti boccali di Whisky, per celebrare un’impresa che pareva impossibile. (*)

Non uno smartwatch, ma un anello

“Uno smartwatch non è nell’interesse di Apple nell’immediato futuro. Ma sono chiaramente attratti dai dispositivi indossabili.” Almeno questa è l’opinione di Craig Hockenberry, che prova a immaginare qualcosa di diverso da uno smartwatch, un dispositivo più simile al Fitbit; potrebbe essere un anello, economico, con sensori capaci di inviare e raccogliere informazioni in maniera molto discreta, e che faccia un ampio uso di iBeacon:

Indossando questo anello sul tuo dito, i device sono in grado di sapere quanto sei vicino a loro. Questo apre un mondo di possibilità: immagina la soddisfazione che tutti noi proveremmo se una notifica ci venisse recapitata solo sul device a cui siamo più vicini. In questo momento il mio dito è sul trackpade del MacBook Air, mentre il telefono è in tasca. Il Notification Center ha bisogno di questa informazione.

I nuovi commenti “privati”

Un tempo — due anni fa — questo blog aveva i commenti. Vennero rimossi perché generavano troppi flame e poche discussioni. Il problema dei commenti su Internet è sempre aperto: rimuoverli è la soluzione più drastica ma in mancanza di alternative più soddisfacenti è quella a cui ricorsi. Tuttavia spesso mi viene la tentazione di rimetterli, perché seppur in misura minore ve ne erano alcuni che leggevo con interesse, e offrivano critiche costruttive a quanto da me detto, nuovi spunti di riflessione e dubbio.

Ho deciso di provare a sperimentare una nuova forma di interazione aggiungendo la possibilità di commentare gli articoli in maniera privata: significa che se hai qualcosa da dirmi puoi farlo, rispondendo a un articolo — commentandolo e eventualmente criticandolo — sotto lo stesso. La differenza è che il commento lo riceverò solo io, sotto forma di email.

Ovvero, puoi commentare, ma il tuo commento non è pubblico: lo leggo solo io, e fine. Li leggerò tutti, cercherò anche di rispondere ad alcuni.

Font Men

Video: Font Men

Un piccolo documentario su Jonathan Hoefler e Tobias Frere-Jones, creatori di alcune delle typeface più popolari e apprezzate in circolazione (due: Whitney e Gotham). Appena pubblicato, ovviamente è stato realizzato prima della causa che Frere-Jones ha intentato contro il primo lo scorso Gennaio.

Perché ci annoiamo nonostante Internet

Com’è possibile annoiarsi nonostante Google e un accesso illimitato all’informazione come quello che abbiamo oggi, è la domanda a cui sostanzialmente prova a dare risposta un articolo di Aeon Magazine legando fra loro due concetti: quello di informazione e quello del significato che traiamo da essa.

Internet dà accesso all’informazione, che tuttavia è il materiale più grezzo attraverso il quale giungiamo a un significato: uno stream di fatti e opinioni, di cose sensate e insensate, nel quale possiamo andare a pescare per trovare qualcosa di più grande. Non si tratta solo di filtrare il rumore dal segnale, ma con pazienza, tempo e capacità trasformarlo in qualcosa di meglio: in conoscenza dotata di un significato.

La conoscenza inizia ad avere senso quando iniziamo a stabilire delle connessioni, a trarre storie da essa, storie attraverso le quali diamo un senso al mondo e alla nostra posizione in esso. È la differenza fra il memorizzare l’orario dei bus di una città che non visiterai mai e utilizzare quell’orario per esplorare la città in cui sei appena arrivato. Quando seguiamo le connessioni — quando permettiamo alla conoscenza di portarci da qualche parte, accettando il rischio che questo punto d’arrivo cambi lungo il tragitto — questa può dare la nascita a un “significato”.

Se c’è un antidoto alla noia, questo non è l’informazione fine a se stessa ma il significato — che da quando c’è internet in alcuni casi è diventato ancora più difficile da trarre. Perché l’informazione è intrattenimento, a meno che non si vada oltre essa e la si elevi. Perché la ricerca di un significato non richiede solo lo stimolo dato dall’informazione ma anche un impegno nel trovare e costruire dei collegamenti:

Internet è un aiuto incredibile nella ricerca di connessioni che portino un significato. Ma se le radici della noia risiedono nella mancanza di significato, piuttosto che in una mancanza di stimoli, e se esiste un sottile, variegato processo attraverso il quale l’informazione può essere elevata a significato, il flusso costante di informazione a cui stiamo diventando abituati non può aiutarci a portare in atto questo compito. Al massimo, può permetterci di distrarci posticipandolo con un loop infinito di click.

In altre parole, sarebbe necessario “staccarsi” da Internet e dal flusso costante di informazione per riuscire a trovare un significato più profondo della mera acquisizione di essa. “Spegni la macchina, non per sempre, non perché ci sia nulla di cattivo in essa, ma per riconoscere il limite: c’è solo una certa quantità di informazione che siamo in grado di sopportare, e non possiamo andare a pescare nel ruscello [internet] se vi stiamo affogando“.

Quanta caffeina assumiamo al giorno?

The Guardian:

One 40ml cup of coffee – the size often used in studies of caffeine consumption – could have less than 60mg of caffeine, while one 450ml cup could have nearly 10 times as much, but both could be considered one cup of coffee. [...] Why is it that on some days one cup of coffee puts you in absolute equipoise – brilliant but steady, relaxed but energetic – while other days it is not even enough to prop open your eyelids? And on other occasions, that very same cup, from the same cafe, will send you to the moon, jittery and anxious, your heart skittering? It is because the caffeine levels in coffee vary dramatically, depending on the natural growing conditions, the variety of coffee plant and the brewing strength.

Secondo una ricerca citata dall’articolo, il contenuto di caffeina in una tazza di caffè di Starbucks può essere di 260mg un giorno, addirittura 564mg in quello successivo. Ecco perché spesso una tazza di caffè non è sufficiente e fa poco effetto: è sempre meglio prenderne due per stare sicuri1.

  1. Non sono sicuro questo fosse il messaggio che l’articolo voleva comunicarmi, ma è ciò che ne ho tratto

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