Apple introduce la possibilità di riconsegnare le applicazioni entro 14 giorni

Da un certo punto di vista sono contento — è giusto poter riconsegnare un’applicazione quando questa si rivela sotto le aspettative: fino ad ora si era costretti a tenersela — da un altro potrebbe verificarsi un abuso: il noleggio di applicazioni monouso (quelle che ci servono una volta, e mai più: come una guida turistica) gratuito, sfavorendo gli sviluppatori.

Un trial nell’App Store — cosa che questa nuova policy abilita — è necessario. Magari non di 14 giorni: in 14 giorni uno può finire un gioco, restituirlo, e riavere indietro i soldi senza fornire alcuna motivazione.

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Se c’è una forma di intelligenza nello spazio, è probabilmente artificiale

Motherboard ripropone l’idea che se un giorno ci scontreremo con degli alieni, questi potrebbero essere basati su silicio più che carbonio. Se c’è una forma di vita qua fuori — scrive Vice — probabilmente è artificiale. In primo luogo per quella che Schneider (professore di filosofia all’università del Connecticut) definisce short window observation:

The reason for all this has to do, primarily, with timescales. For starters, when it comes to alien intelligence, there’s what Schneider calls the “short window observation”—the notion that, by the time any society learns to transmit radio signals, they’re probably a hop-skip away from upgrading their own biology. […]

“As soon as a civilization invents radio, they’re within fifty years of computers, then, probably, only another fifty to a hundred years from inventing AI,” Shostak said. “At that point, soft, squishy brains become an outdated model.” […]

Most of the radio-hot civilizations out there are probably thousands to millions of years older than us. […] “The way you reach this conclusion is very straightforward,” said Shostak. “Consider the fact that any signal we pick up has to come from a civilization at least as advanced as we are. Now, let’s say, conservatively, the average civilization will use radio for 10,000 years. From a purely probabilistic point of view, the chance of encountering a society far older than ourselves is quite high.”

Perché non ci siamo scontrati con nessuna forma di intelligenza fino ad ora — e perché questa, se più evoluta di noi, ci ignora? Shostak (direttore alla NASA di SETI, acronimo per Search for Extraterrestrial Intelligence) dice che siamo interessanti tanto quanto un pesciolino rosso: irrilevanti. Non vuoi del male al tuo pesciolino rosso, e nemmeno vuoi leggerci dei libri assieme.

“I’d have to agree with Susan on them not being interested in us at all,” Shostak said. We’re just too simplistic, too irrelevant. “You don’t spend a whole lot of time hanging out reading books with your goldfish. On the other hand, you don’t really want to kill the goldfish, either.”

(Via Hypertext)

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Scritti un anno fa

Sei impressioni sulla macchina che si guida da sola di Google

Matthew Inman (aka The Oatmeal) ha avuto l’opportunità di provare la macchina che si guida da sola di Google in anteprima. La ha trovata molto timida e prudente. Ha raccolte le sue impressioni, divise in sei punti, sul suo blog. Questo è l’ultimo:

The unfortunate part of something this transformative is the inevitable, ardent stupidity which is going to erupt from the general public. Even if in a few years self-driving cars are proven to be ten times safer than human-operated cars, all it’s going to take is one tragic accident and the public is going to lose their minds. There will be outrage. There will be politicizing. There will be hashtags.
It’s going to suck.

But I say to hell with the public. Let them spend their waking lives putt-putting around on a crowded interstate with all the other half-lucid orangutans on their cell phones.

I say look at the bigger picture. All the self-driving cars currently on the road learn from one another, and each car now collectively possesses 40 years of driving experience. And this technology is still in its infancy.

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Quali notizie vengono bloccate in Cina

Pro Publica sta tracciando quando le homepage di alcune delle principali fonti di informazione (BBC, New York Times, WSJ, etc.) vengono bloccate in Cina. Il grafico a questa pagina mostra quando queste risultavano inaccessibili, e quali notizie erano presenti in prima pagina in quel momento.

(La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto ipotizzato)

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‘Skype Translator è la cosa più futuristica che abbia mai usato’

Secondo Peter Bright di Arstechnica sembra provenire da un film di fantascienza. Peter ha provato ad avere una conversazione con uno spagnolo: Peter parlava inglese, quest’ultimo lo spagnolo. Skype trascriveva quanto detto da entrambi, traduceva e poi — con un leggero ritardo — leggeva la frase tradotta.

Intellectually, I understand that all the different parts have been done before—Microsoft has shipped speech-to-text and text-to-speech technology for the better part of 20 years now, and robotranslation of Web content is relatively commonplace, if a little haphazard. But tying these pieces together has turned them into something magical and awe-inspiring.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

Una guida ai peggiori attacchi informatici del 2014

Un’infografica molto chiara su cosa è stato esposto, qual è stata la reazione del mercato azionario e quanti dati sono stati rubati.

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Ulysses arriverà su iPad

Ulysses arriverà su iPad, non si sa molto altro al riguardo per adesso ma è un’ottima notizia. Su Mac la uso da tempo per strutturare gli articoli un po’ più lunghi di questo blog, e per le cose che devo scrivere per l’università. Uno strumento indispensabile per scrittori, blogger, studenti — chiunque abbia bisogno di scrivere e di un posto in cui organizzare i pensieri.

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Una bugia confortante

Due cose interessanti da questo pezzo sullo scheumorfismo. La prima: lo scheumorfismo non è un fenomeno recente, ma esiste da sempre:

Skeuomorphs have been around approximately forever. Ancient Greek temples have marble columns with square bits at the top and bottom; those are only there to echo the shape of older wooden columns. The wood columns needed load-spreaders to stop the end grain from splitting. The stone columns don’t, but it became a tradition.

La seconda: a volte il design scheumorfico è necessario e essenziale per un buon design. È il caso del Comfort noise, il rumore di fondo che gli operatori inseriscono quando in una chiamata uno dei due interlocutori smette di parlare: il rumore che sentiamo è artificiale, prodotto e inserito volontariamente perché il silenzio improvviso ci fa pensare a un errore di comunicazione, a un problema con la linea:

Comfort noise is a fake hiss that your mobile phone, your VoIP phone, your corporate digital phone system, whatever, creates to mask the silences between talkspurts. That hiss isn’t actually coming down the line, from some analogue amplifier and hundreds of kilometres of copper; it’s created independently at each end by kindly computers.

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La terribile ricerca dell’App Store

Trovare un’applicazione affidandosi esclusivamente all’App Store è pressoché impossibile: la funzione di ricerca restituisce frequentemente risultati che lasciano a desiderare, rivelandosi poco efficace e precisa. Google spesso funziona meglio della ricerca interna all’App Store.

Ged Maheux ha provato mettendo “Twitter” come parola chiave: l’applicazione ufficiale è al primo posto, seguita da cose che non c’entrano nulla fino ad arrivare, in ventesima posizione, a Hootsuite. Con il risultato che un utente poco esperto ha basse probabilità di inciampare in Tweetbot o Twitterrific, prodotti di sviluppatori indipendenti.

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App Santa: applicazioni belle ad un prezzo ridotto

Fino al 26 Dicembre potete acquistare alcune bellissime applicazioni ad un prezzo scontato, grazie a App Santa: un’iniziativa che raccoglie e promuove le applicazioni di diversi sviluppatori indipendenti.

Fra quelle scontata si trova (anche se mi sembra strano ci sia qualcuno che segue questo blog e già non le abbia): Tweetbot, Clear, MindNode, Soulver, Launch Centre, Terminology, Next, Deliveries, Draft 4, Day One, Manual, PDF Expert e TextExpander.

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“Che ora è?” “È verde”

Nel momento in cui scrivo sono le 17:54:04, ed è verde. “What colour is it?” è una pagina che trasforma la data in un colore (utilizzandola come codice hex del colore stesso).

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Le porcherie contro Google News

È di pochi giorni fa l’annunciata chiusura di Google News in Spagna, a seguito di una nuova legge che costringerà Google a pagare una tassa per indicizzare gli articoli di un quotidiano. Un piccolo obolo per ogni articolo.

Ma Google News non ha alcuna pubblicità al suo interno (così da evitare le critiche che comunque gli sono state rivolte), è un aggregatore che riporta poche righe del testo originale (in linea i diritti di citazione che permettono anche a me di riprendere il paragrafo di un pezzo del New York Times) e il loro corrispettivo titolo, che a sua volta rimanda alla fonte originale. È insomma — come scrive Mantellini — una lunga lista di link e “una porcheria senza scusanti“.

Il perché lo dice Mantellini:

[La ragione per cui] L’attacco a Google News è una porcheria ributtante è che attaccare gli estratti, le citazioni, i link, trovando magari un giudice stupido che ti dà ragione come è accaduto in Spagna, è un attacco frontale non solo a Google ma anche all’architettura di rete e ai diritti dei cittadini. È un attacco proditorio e insensato modello bambino-acqua sporca, perché tutte le normative sul diritto d’autore proteggono il diritto di chiunque di estrarre un titolo o due righe da un testo per citarle ad altri, sia che questi siano liberamente disponibili sia che siano protetti da un paywall ad accesso milionario. E questo, per fortuna, da prima di Internet. Ed è un attacco al cuore stesso della rete perché coinvolge il diritto di collegare i propri scritti ed i propri pensieri in rete a quelli di qualcun altro senza dover chiedere permesso. […]

Da quando esiste Internet ogni tanto qualcuno prova a rendersi ridicolo invocando il proprio diritto a non essere linkato senza preventiva autorizzazione o, come nella variante iberica del delirio editoriale, previo pagamento di una somma per la citazione di due righe del prezioso testo: se rimaniamo dentro il microcosmo del contenzioso editoriale la faccenda la si potrebbe ricondurre al comparto psichiatrico delle liti temerarie. Ma così non è: la difesa strenua e a prescindere dei diritti editoriali nel caso di Google News mette in pericolo – seppur in maniera caricaturale – l’essenza stessa della libera espressione dei pensiero e la logica stessa della condivisione delle informazioni in rete.

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Il complesso di Frankenstein

Nell’immaginario comune i robot sono una minaccia, nei media e nei film. Non per le conseguenze che potrebbero avere — ad esempio sul lavoro a causa dell’automazione — quanto perché li immaginiamo simili a noi, e per questo potenzialmente capaci di ribellarsi. Una ribellione che ha impossibilità di attuarsi nei robot odierni: semplicemente perché non siamo ancora in grado di costruire un computer cosciente.

Per questo trovo rassicurante, e bellissimo, questo articolo di Om Malik — in cui Om cita il complesso di Frankenstein di Asimov:

Isaac Asimov dubbed our expectations and the resulting fear “the Frankenstein complex”:a fear of artificial human beings. In fiction and in movies, our exposure to robotics has been that drones/HAL/Terminator/RoboCop will replace humanity. And yet while Kiva’s robots and Roomba replace many human functions, they are nowhere near as threatening as those humanlike contraptions we associate with the word “robot.” They are doing what robots are supposed to do: repetitive jobs that humans don’t want. I wonder if the media portrayal of robots might be the core reason why we are so uncomfortable with the idea of robots

Il complesso di Frankenstein, spiegato da Treccani:

Dunque il robot come incarnazione della tecnologia che sfugge al controllo del suo creatore? Non dopo Asimov che, con le sue tre leggi, trasformò i robot in macchine d’uso comune. “Lo dipinsi [il robot] come una creatura assolutamente innocua, intesa a svolgere il lavoro per il quale era stata progettata. Incapace di nuocere all’uomo, eppure oggetto di soprusi da parte degli esseri umani che, afflitti da un ‘complesso di Frankenstein’ [.], si ostinavano a considerare quelle povere macchine come creature pericolose” (ibidem).

Il cambiamento d’orizzonte narrativo operato da Asimov trasforma il robot dal prodotto di una ybris, che giocoforza necessita della sua nemesis, a simbolo pacifico ma emblematico che obbliga l’uomo a confrontarsi con il proprio futuro, riconsiderando se stesso e le sue categorie mentali. Tema, questo, fondante di tutta la fantascienza post-asimoviana.

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The Pirate Bay è offline (e in pochi se ne sono accorti)

Peter Sunde, co-fondatore di The Pirate Bay:

News just reached me that The Pirate Bay has been raided, again. That happened over 8 years ago last time. That time, a lot of people went out to protest and rally in the streets. Today few seem to care. And I’m one of them. […]

The site was ugly, full of bugs, old code and old design. It never changed except for one thing – the ads. More and more ads was filling the site, and somehow when it felt unimaginable to make these ads more distasteful they somehow ended up even worse.

Peter sostiene che il sito fosse in una fase di stallo da anni, un semplice ricordo dei tempi che furono. Per questa ragione — e altre elencate nel suo post originario — non è particolarmente dispiaciuto, o preoccupato, dal fatto che sia stato messo offline.

In maniera più semplice: in quanti utilizzano ancora The Pirate Bay o torrent per ottenere musica e video? Netflix e Spotify sono semplicissimi da usare — e la pirateria si batte così: con al semplicità — mentre chi cerca un contenuto per vie illegali è probabile che scelga lo streaming prima di un file torrent.

(Ieri BitTorrent ha lanciato un browser che promuove un web alternativo a quello che conosciamo, totalmente decentralizzato, in cui i file html vengono distribuiti con teconologia peer-to-peer. Questo è interessante, e se volete provarlo in alpha potete farne richiesta da qua.)

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Possiamo insegnare a un computer a dipingere?

È possibile insegnare a un computer a dipingere come Van Gogh? Fino a un certo limite sì. La tecnica si chiama Inpainting e di norma viene utilizzata per riparare le parti danneggiate di un’immagine — o per rimuovere e aggiungere oggetti ad essa. Sul blog di Wolfram parlano del digital impainting, e dell’utilizzo che ne hanno fatto per allargare l’inquadratura di dipinti famosi: hanno immaginato come lo scenario dipinto si potrebbe estendere oltre i confini del quadro.

Recently the Department of Engineering at the University of Cambridge announced the winners of the annual photography competition, “The Art of Engineering: Images from the Frontiers of Technology.” The second prize went to Yarin Gal, a PhD student in the Machine Learning group, for his extrapolation of Van Gogh’s painting Starry Night, shown above.

Trovate gli esperimenti di Yarin Gal su Van Gogh, Monet o Hokusai su Extrapolated Art.

(Via Kottke)

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Il gruppo che scrive le regole del Web

Paul Ford:

The ultimate function of any standards body is epistemological; given an enormous range of opinions, it must identify some of them as beliefs. The automatic validator is an encoded belief system. Not every Web site offers valid HTML, just as not every Catholic eschews pre-marital sex. The percentage of pure and valid HTML on the web is probably the same as the percentage of Catholics who marry as virgins.

In occasione dell’ufficializzazione di HTML5 Paul Ford scrive del W3C, il gruppo che stabilisce e mantiene gli standard relativi al web. Ne scrive in maniera molto chiara, godibile sia da chi non ne sa nulla sia dagli esperti.

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‘Disruption by design’

Todd Olson:

It is design innovation — not technological innovation — that causes disruption.

I am using technological innovation to mean the use of engineering knowledge to create new processes and products and design innovation to mean the use of design thinking to create improved experiences using available technologies.

Una tesi interessante sostenuta da Todd su Medium: il mezzo principale con cui un prodotto rivoluziona completamente una categoria (all’incirca il significato del termine disruption, di cui si scrisse qua, proveniente da The Innovator’s Dilemma, un saggio di Clayton Christensen) è il design, non la tecnologia. Apple — un’azienda spesso portata ad esempio quando si parla di disruption — ha rivoluzionato musica (iPod), telefonia (iPhone) e personal computer (Mac) non introducendo tecnologie nuove e mai viste prima, ma selezionando quelle pre-esistenti e integrandole in un design, in un prodotto, con al centro l’esperienza utente. L’esperienza utente viene prima della tecnologia. È anche la ragione per cui non ha senso valutare un prodotto in base alle specifiche tecniche, contando il numero di funzioni che offre, guardando solamente alla tecnologia.

Il modo in cui Apple lavora è ancora più evidente con l’Apple Watch (anche se ancora non sappiamo quanto successo avrà): in tanti si aspettavano un device che risolvesse i problemi di batteria degli smartwatch preesistenti, integrasse tecnologie futuristiche e funzionalità che l’avrebbero differenziato notevolmente dall’offerta corrente. In realtà si tratta di uno smartwatch disegnato nel migliore di modi possibili con i limiti tecnologici che abbiamo oggi. A differenziarlo è il design, e — si spera — l’esperienza utente.

Se l’Apple Watch rispetterà le attese, a molti futuri utenti sarà ancora più chiaro come il design da solo possa influenzare l’utilità — e il successo — di un prodotto.

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YotaPhone 2: uno smartphone con schermo e-ink aggiuntivo sul retro

Per quanto bizzarro possa suonare, lo YotaPhone è uno smartphone che proverei: al classico schermo a cui siamo abituati aggiunge sul retro un display e-ink, sul quale leggere, utilizzare piccole applicazioni (tipo scacchi, o roba che non richiede una risposta rapida dell’UI) e disponibile in casi di emergenza da bassa batteria. A me piacerebbe — oltre che per la lettura — per le notifiche: per limitare il consumo continuo che provocano accendendo lo schermo principale.

Lo ha recensito The Verge:

I approached the YotaPhone 2 from a position of skepticism, but have been quickly converted: the rear screen can be an effective e-reader, an always-on weather and notification display, a battery-saving gaming screen, and just a really attractive back cover for the phone.

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Storia illustrata di Mac OS X

Git Tower (che è un ottimo client git per Mac) ha messo online una storia illustrata di Mac OS X: si parte da Cheetah e, felino per felino, si arriva ai due non felini, Mavericks & Yosemite (che forse dovrebbero stare a parte — da Yosemite poi di Acqua non resta praticamente nulla).

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Lo smartwatch è meno invadente, giusto?

Una delle promesse principali degli smartwatch è quella di consegnare delle notifiche meno fastidiose, a chi le riceve e a chi deve subirle — tutti quelli che ci stanno attorno. Una notifica su un orologio dovrebbe distrarre di meno rispetto alla medesima su iPhone, e dovremmo riuscire a leggerla senza risultare persone orribili a chi ci sta di fronte, giusto?

Beh, no, non proprio. Ho il Pebble da quasi un anno oramai, lo apprezzo ma non è così tanto meno invadente di uno smartphone: spesso, le persone lo notano. Notano se lo guardo — se guardo l’ora, come se avessi fretta — e notanto la vibrazioe del Pebble stesso, spesso udibile da chi mi sta di fianco se l’ambiente è sufficientemente silenzioso (un’aula universitaria, ad esempio).

Ne ha scritto 512 Pixels, che da due settimane ne sta provando uno:

What I’ve discovered is that there are lots of situations that looking at your watch is also considered rude.

Several times over the last couple of weeks, my watch has gone off in a meeting. Upon looking at, I’ve had two different people ask me if were okay on time. Thankfully, neither person was offended, but the opportunity for misunderstanding was present.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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