Elon Musk vuole fornire Internet dallo spazio

SpaceX ha chiesto al governo degli Stati Uniti di poter iniziare i test per un nuovo progetto per inviare il segnale di Internet dallo spazio. Il piano prevede di inviare circa 4.000 satelliti nello spazio, che dovrebbero riuscire a fornire Internet ad alta velocità a tutto il mondo. Altri (Bill Gates, fra loro) hanno intrapreso simili progetti in passato, senza molto successo, ma SpaceX dovrebbe riuscire a ridurre i costi di manutenzione e gestione dei satelliti grazie ai suoi razzi.

Scrive il Washington Post:

The satellites would be deployed from one of SpaceX’s rockets, the Falcon 9. Once in orbit, the satellites would connect to ground stations at three West Coast facilities. The purpose of the tests is to see whether the antenna technology used on the satellites will be able to deliver high-speed Internet to the ground without hiccups.

Se tutto andasse bene, SpaceX potrebbe iniziare a offrire il servizio fra cinque anni.

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Perché gli smartphone Android scattano foto inferiori degli iPhone

Vice Motherboard:

Android phones do have good cameras, but what we need is better software. RAW support allows us to see what these cameras are technically capable of, but until we can trust phone makers to invest in quality processing algorithms, Android cameras will continue to lag behind Apple and Microsoft’s.

In altre parole, molti smartphone Android hanno ottime fotocamere e sensori; il problema è nel modo in cui il software li usa. Quando si scatta una foto, lo smartphone automaticamente riduce la mole d’informazione iniziale (un file .raw) in un file JPEG, a seconda delle impostazioni che il produttore ha dato — aggiustando luce, tonalità e nitidezza. Come si vede dalle foto dell’articolo, la qualità della foto varia di conseguenza da produttore a produttore, e non sempre è correlata alla qualità dell’obiettivo.

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jazz.computer

Una composizione interattiva che varia con lo scrolling della pagina. È pure abbastanza piacevole da ascoltare.

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Literata, la font di Google per gli ebook

È una notizia di alcune settimane fa (non so come me la sono persa): Google ha commissionato a TypeTogether (quelli che della bellissima Adelle) una font adatta specialmente a testi lunghi, da utilizzare per gli ebook 1. Il risultato è Literata:

Jose Scaglione and Veronika Burian of TypeTogether included characteristics common to the typefaces typically used by book designers for fiction titles, so the reading experience is familiar, but updated them to bring new movement and feeling to the font,” Beavers says. “The shapes of features of letters, like terminals and outstrokes, all are firmly formed for reading on screens, but are softened for smooth movement across a line.

La font di Google, Literata

Purtroppo non è ancora disponibile su Google Fonts, ma dicono arriverà (seppur entro 18 mesi — un po’ lunga l’attesa).

  1. Nello stesso periodo Amazon rilasciava Bookerly, la sua custom font per ebook

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Cortex, il nuovo podcast di CGP Grey

CGP Grey, quello dei video, ha iniziato un podcast con Mike Hurley sulla produttività — come organizza le proprie giornate, il proprio lavoro e come si costringe a farlo (Grey registra da tempo anche un altro podcast, Hello Internet).

Normalmente queste cose non le ascolto, ma per CGP Grey ho fatto un’eccezione . E pare abbia fatto bene, perché la prima puntata era interessante e piacevole.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

Netflix arriverà in Italia ad Ottobre

Ottima notizia, anche se con VPN io mi trovo benissimo — avendo accesso a un catalogo enorme. Come l’offerta UK rispetto a quella USA, mi aspetto che il Netflix italiano offra meno film rispetto a quello originale, americano.

Stanno tuttavia facendo qualcosa per risolvere le lacune e differenze fra i vari Netflix. Riporta Variety:

“We don’t have regional buying teams anymore,” he said. In negotiations with studios, Netflix is asking for global rights “or we’re not interested at all.”

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Microsoft si prepara a lanciare la propria rete Wi-Fi

L’idea è che con un abbonamento, che potrebbe essere incluso nell’abbonamento a Office 365, si abbia accesso a 10 milioni di hotspot in 130 diversi Paesi.

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Zero rating, zero neutrality

Il Consiglio europeo sta contrattando con gli operatori telefonici per un pacchetto di riforme che aboliscano il roaming in Europa. Nella trattativa però, a rimetterci, sembra il principio di net neutrality. Le telecom vorrebbero, in cambio dell’abolizione del roaming, quello che viene chiamato zero rating e che già affligge l’offerta dei nostri operatori telefonici. Lo zero rating è quella cosa per cui esistono piani tariffari che includono traffico illimitato per un certo servizio o provider, con cui l’operatore ha stretto un accordo. Immaginatevi questo: che oltre a minuti di chiamate, un numero di sms e un paio di GB di traffico su Internet, un piano includa anche due ore di ascolto di Spotify.

Spiega Luca De Biase:

 La realtà è che il roaming è una tassa incomprensibile dal punto di vista tecnologico. E che la net neutrality è una precondizione per lo sviluppo innovativo. […] Se passasse questa pratica la rete verrebbe balcanizzata non per via giuridica ma attraverso una giungla di offerte commerciali in competizione tra loro (ti dò un mega, 300 sms, due ore di chiamate e Spotify, il mio concorrente di dà un mega, 350 sms e YouTube con un euro in più di me…). Internet dovrebbe essere più facile di così: ma le logiche della protezione commerciale messe in atto dagli operatori la stanno complicando sempre di più. Se non ci chiariamo questa faccenda, quando arriverà l’offerta di Facebook, già proposta in molti paesi in sviluppo – traffico gratis ma vai solo su Facebook e pochi altri siti decisi da Facebook – che cosa diremo in Europa?

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Il difficile compito di Unicode

L’ultima versione di Unicode codifica 113 mila caratteri diversi. Codifica i caratteri di quasi qualsiasi sistema di scrittura a noi conosciuto, persino quelli dell’aramaico, dell’alfabeto fenicio o di Lineare A (un linguaggio che non è neppure stato decodificato ad oggi). E codifica le emoji, inserendone di nuove ogni anno.

Ben Frederickson ha dedicato un interessante articolo sulle complessità che si celano dietro il compito di cui Unicode è investita:

Unicode is crazy complicated, but that is because of the crazy ambition it has in representing all of human language, not because of any deficiency in the standard itself. Human language is a complicated messy business, and Unicode has to be equally complicated to represent it. Thankfully we have people writing those long standards on how to display bidirectional strings appropriately, or sort strings, or the security implications of all this – so that the rest of us don’t have to think about it and just use standard library code to handle instead.

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Il mio sito ha 20 anni

Il sito di Jeffrey Zeldman compie vent’anni, questa settimana:

Today, because I want people to see these words, I’ll repost them on Medium. Because folks don’t bookmark and return to personal sites as they once did. And they don’t follow their favorite personal sites via RSS, as they once did.

Today it’s about big networks.

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Google Photos: Gmail per le foto

Con Google Photos (disponibile anche per iPhone), presentato ieri al Google I/O, Google vorrebbe fare alle foto ciò che ha fatto alle mail con Gmail: liberarci dall’ansia di stare finendo lo spazio, fornire un servizio che organizzi autonomamente la nostra collezione fotografica e ci aiuti a districarci in essa senza buttare via ore.

Il paragone con Gmail è di Bradley Horowitz, vice presidente di “Streams, Photos, e Sharing” a Google, ovvero a capo del nuovo Google Photos:

We aspire to do for photo management what Gmail did for email management. Gmail wasn’t the first email service. But it offered a different paradigm of how one managed one’s inbox. We want to do that for photo management: To give you enough storage so you can relax and not worry about how much photo bandwidth you’re consuming, and enough organizing power so you don’t have to think about the tedium of managing your digital gallery. It will happen for you transparently, in the background. I don’t think there’s another company on earth that can make that claim.

Google promette di archiviare e conservare qualsiasi foto, senza imporre limiti di spazio; al contrario la iCloud Photo Library offre solamente 5GB di spazio gratuito, una scelta abbastanza deludente dato che l’uso di iCloud è oramai essenziale per trarre pieno vantaggio da iOS. Essendo piuttosto scontento di qualsiasi soluzione abbia ad oggi provato (Carousel di Dropbox e iCloud Photo Library sono le due più recenti) penso darò a Google Photos una chance.

Oltretutto, Google Photos sfrutta machine learning per migliorare la libreria fotografica. Assistant suggerisce edit autonomamente, e possibili modi di organizzare le foto dell’ultimo viaggio. Negli ultimi anni, a causa dell’iPhone, la mia libreria si è appesantita di foto scattate senza pensarci, senza alcuna pretesa artistica ma con il solo scopo di immortalare il momento: organizzarle è un disastro, e se questa cosa di Google funziona potrebbe essere la soluzione che da tempo attendo. Google dovrebbe essere in grado di riconoscere il soggetto nelle foto, permettendo così di ricercarle rapidamente. Un po’ come Gmail ci ha liberato dalle cartelle, Google Photos potrebbe liberarci dagli album fotografici consegnandoci una libreria fotografica automaticamente organizzata.

Certo, c’è il solito problema della privacy — soprattutto dato che si tratta di Google. Steven Levy, che ha intervistato Horowitz in occasione del lancio, gli ha chiesto se proveranno ad utilizzare le informazioni raccolte in altri prodotti — o se Google Photos è un silos staccato dal resto. Al momento non c’è alcuna integrazione con altri servizi di Google, ma Horowitz non esclude la possibilità che in futuro questi dati possano venire sfruttati:

The information gleaned from analyzing these photos does not travel outside of this product — not today. But if I thought we could return immense value to the users based on this data I’m sure we would consider doing that. For instance, if it were possible for Google Photos to figure out that I have a Tesla, and Tesla wanted to alert me to a recall, that would be a service that we would consider offering, with appropriate controls and disclosure to the user. Google Now is a great example. When I’m late for a flight and I get a Google Now notification that my flight has been delayed I can chill out and take an extra hour, breathe deep.

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‘Serve una consapevolezza collettiva’

Mantellini, per una politica delle reti che porti innanzitutto tutti a riconoscere l’importanza delle reti (una cosa scontata altrove):

La politica delle reti non si fa nei convegni. Non si fa raccontando sui giornali i casi di eccellenza. Non si fa aggiungendo aggettivi agli articoli della Costituzione. Non si fa ripetendoci fra noi quanto il digitale sia sexy. Non si fa con le startup. Non si fa con le stampanti 3D. Non si fa su Twitter. La politica delle reti non è mobile first, al contrario andrebbe ancorata da qualche parte. Possibilmente dentro le nostre teste.

La politica delle reti inizia riconoscendo un abisso. Che è quello dell’arretratezza digitale complessiva di questo Paese rispetto alle altre Nazioni europee. Un abisso che andrebbe meglio studiato e che negli ultimi anni è perfino peggiorato. Peggio di noi in Europa oggi solo la Grecia e la Bulgaria. […]

Oggi 5 italiani su 10 dicono che a loro Internet non interessa. Che non gli serve, che non sanno che farsene. In questa affermazione risiede il ritardo principale dell’Italia.

Il divario digitale italiano è, soprattutto, un divario culturale.

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‘Perché non uso Helvetica’

Suggerisce delle buone alternative (purtroppo tutte costose!):

I’d try Akzidenz Grotesk, which was the original favourite of the Swiss Style pioneers and is the typeface that Helvetica was largely based upon. It’s twice as old as Helvetica which obviously makes it twice as cool.

Or maybe I’d use Neue Haas Grotesk, which bears Helvetica’s original name and is intended to be far closer to it’s original 1957 design than modern digitised interpretations. It just looks a bit nicer.

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Dettagli tipografici

L’autore di typedetail.com cercherà di “annotare” un font diverso al giorno, evidenziandone le particolarità. È un progetto molto bello, che ne ricorda uno recente, e simile: 100 giorni di font.

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Quartz è una API

Quartz si definisce una API: va dove sono i lettori, e nella forma più appropriata al mezzo. Al centro di tutto questo non c’è il sito, un indirizzo specifico a cui raggiungerli, ma il brand — che ciascun lettore conosce in maniera diversa (i lettori della newsletter in un modo i visitatori del sito in un altro):

So when we say Quartz is an API, we don’t mean publish once and send it everywhere. We mean Quartz can go anywhere our readers are, in whatever form is appropriate. What’s most striking about that is what sits in the middle: our brand. In this environment, it’s the most important thing: We are a guide to the new global economy for smart, worldly people. That drives our editorial mission, our product vision, and our commercial business. And the specific forms that takes is the challenge we’re all here to tackle. Most of all, this will require us to be excellent at what’s in the center, what we call Quartz and all that it stands for: insisting on bold and creative decisions, a user-first approach, being excited by change, and serving an audience of global business professionals.

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Facebook è per le notizie?

Baekdal ha ben riassunto i miei dubbi con gli Instant Articles di Facebook:

What many publishers don’t seem to understand is that Facebook is incredibly limited in terms of the behavior its audience has. People don’t go to Facebook for news. Instead, people primarily only use Facebook when they are having a quick break. That means that the audience is coming to Facebook without a specific intent. And because there is no specific intent, there is also almost no loyalty.

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La storia della caduta di BlackBerry

Il Wall Street Journal ha pubblicato un interessante estratto di “Losing the Signal“, un nuovo libro dedicato alla caduta di BlackBerry a seguito dell’arrivo dell’iPhone.

In questi paragrafi, la reazione dell’allora CEO di BlackBerry al keynote del 2007, quello in cui Steve Jobs presentò l’iPhone:

Mike Lazaridis was home on his treadmill when he saw the televised report about Apple Inc.’s newest product. Research In Motion’s founder soon forgot about exercise that day in January 2007. There was Steve Jobs on a San Francisco stage waving a small glass object, downloading music, videos and maps from the Internet onto a device he called the iPhone.

“How did they do that?” Mr. Lazaridis wondered. His curiosity turned to disbelief when Stanley Sigman, the chief executive of Cingular Wireless joined Mr. Jobs to announce a multiyear contract with Apple to sell iPhones. What was Cingular’s parent AT&T Inc. thinking? “It’s going to collapse the network,” Mr. Lazaridis thought.

The next day Mr. Lazaridis grabbed his co-CEO Jim Balsillie at the office and pulled him in front of a computer.

“Jim, I want you to watch this,” he said, pointing to a webcast of the iPhone unveiling. “They put a full Web browser on that thing. The carriers aren’t letting us put a full browser on our products.”

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Emoji che saranno

Unicode ha presentato le 38 emoji candidate a diventare parte dello standard Unicode 9.0, che dovrebbe arrivare a metà del 2016. Ci guadagniamo un’emoji per i selfie, una per pinocchio e un gufo.

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Non buttare le foto sfuocate

Ultimamente ho un po’ perso interesse nelle varie applicazioni per editare foto e appiccicarci filtri sopra, per renderle magicamente e solo apparentemente migliori. Credo sia una conseguenza dell’aver ridotto l’uso di Instagr.am: se le foto non vanno online, ma esistono solo per me, allora migliorarle con il filtro giusto sembra improvvisamente non necessario1.

Mi interessa invece che mi ricordino un momento, e per farlo una foto senza filtro è migliore di una con filtro, e forse una sfuocata e scattata senza pensarci è addirittura preferibile e più genuina di una premeditata.

Su Wired, Joe Brown è dello stesso parere:

These unpublished images are every flavor of bad: blurry, poorly framed, unflattering, uninteresting. But they are an honest record of my life—because that camera in my pocket is with me and paying attention almost all the time.

So after that awful/wonderful evening, I made a pact with myself: I don’t delete photos anymore. I got the largest-capacity iPhone, upgraded my Dropbox account, and uploaded every pic I could find. I use the Carousel app to organize them—it batches images by date and captures location.

  1.  Credo sia successo anche perché ho comprato un iPhone da 64GB, e all’improvviso non ho più dovuto scegliere quale foto tenere, e quale cancellare

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Non ne hai avuto abbastanza?

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