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April Zero

Anand Sharma sta raccogliendo quante più informazioni possibili sul suo conto, da tre mesi. Dove si trova con Moves e Foursquare, il numero di passi percorsi, il cibo consumato e il battito cardiaco. Fin qui nulla di eccezionale: lo fanno in molti, e io stesso con un Jawbone UP e un iPhone tengo traccia di alcune di queste cose.

La differenza è che Sharma ha creato un sito in cui presentare i dati raccolti, una sorta di Felton Annual Report in HTML5. Il risultato è straordinario, e piacerà agli ossessionati di dati pressoché inutili.

L’applicazione di Helsinki per rendere obsolete le auto private

Helsinki ha in piano la creazione di un’applicazione che integri e raccolga tutti i mezzi di trasporto della città, che funzioni da punto di partenza per qualsiasi spostamento (e con la speranza che riduca la necessità di possedere un’auto). “Mobility on demand”. L’idea è che l’utente, una volta selezionato il punto di arrivo, possa scegliere fra diverse opzioni — metropolitana, bus, bici, macchine — e pagare per ciascuna di esse con un metodo di pagamento universale. Pensate a Citymapper, integrato a Uber, integrato a un sistema di noleggio di biciclette, con un sistema di pagamento comune e gestito come bene comune — non da un ente privato.

It’s clear that urban mobility badly needs to be rethought for an age of commuters every bit as networked as the vehicles and infrastructures on which they rely, but who retain expectations of personal mobility entrained by a century of private car ownership. Helsinki’s initiative suggests that at least one city understands how it might do so.

(Sempre a Helsinki lo scorso anno è entrato in funzione Kutsuplus, un bus “privato” senza una rotta prestabilita: diverse persone lo prenotano attraverso l’applicazione, selezionando il punto di partenza e d’arrivo — una via di mezzo fra un taxi e un bus)

Gli spinaci di Panasonic

A causa della competizione proveniente dalla Corea del Sud e dalla Cina, alcune aziende tecnologiche Giapponesi hanno dovuto reinventarsi, inserendosi in business inaspettati.

È così che Panasonic ha iniziato a coltivare spinaci, Toshiba ha deciso di utilizzare una vecchia fabbrica di floppy-disk per far crescere verdure, mentre Fujitsu vende insalata in certi supermercati di Tokyo.

Il prodotto non è molto high-tech, ma i metodi adottati per ottenerlo lo sono (fanatici del cibo biologico: non fanno per voi):

At the Fujitsu plant, workers dress in lab coats and face masks to preserve the sterile environment in which the lettuce is grown. Instead of soil, the plants mature in water that is drip-fed with fertilizer and nutrients.

Because the lettuce is grown in a bacteria-free space, it keeps much longer than ordinary produce—up to two months if refrigerated, the company says.

Buzz Aldrin su Reddit

Buzz Aldrin ha risposto a un AMA (Ask me Anything) su Reddit:

A: My first words of my impression of being on the surface of the Moon that just came to my mind was “Magnificent desolation.” The magnificence of human beings, humanity, Planet Earth, maturing the technologies, imagination and courage to expand our capabilities beyond the next ocean, to dream about being on the Moon, and then taking advantage of increases in technology and carrying out that dream – achieving that is magnificent testimony to humanity. But it is also desolate – there is no place on earth as desolate as what I was viewing in those first moments on the Lunar Surface.

Because I realized what I was looking at, towards the horizon and in every direction, had not changed in hundreds, thousands of years. Beyond me I could see the moon curving away – no atmosphere, black sky. Cold. Colder than anyone could experience on Earth when the sun is up – but when the sun is up for 14 days, it gets very, very hot. No sign of life whatsoever.

That is desolate. More desolate than any place on Earth.

Come sarà la condivisione in iOS 8

Con iOS 8 sarà più facile condividere link e media con le applicazioni di terze parti, grazie alle estensioni, che permettono una maggiore integrazione e comunicazione fra le applicazioni. Rene Ritchie ha riassunto i cambiamenti principali in un articolo:

With iOS 8 and Extensibility, gone are the days when Apple had to make a deal with social networks and laboriously integrate them one and a time into iOS. Now, any app you download from the App Store can hook into the Share Sheets and give you the option to share or upload your content with other members and to the service.

For example, Apple and Pinterest no longer have to come to any special deals or work on any unique implementations. Pinterest can simply add a share extension to their app. That way, when you download it, the Pinterest icon and option will become available in the Share Sheet just like the built-in options.

Il lato oscuro del .io

I domini con estensione .io sono molto popolari di recente, soprattutto presso le startup. GigaOM rivela un dettaglio piuttosto negativo a loro riguardo: pur facendo riferimento alle Isole Chargos, i soldi ricavati dalla loro registrazione vanno interamente al Regno Unito:

The .io country code top-level domain is pretty popular right now, particularly among tech startups that want to take advantage of the snappy input/output reference and the relative availability of names — Fusion.io, Wise.io and Import.io are just a few examples. But who benefits from the sale of .io domains? Sadly, not the people who ultimately should.

While .tv brings in millions of dollars each year for the tiny South Pacific island nation of Tuvalu, and .me benefits Montenegro, the people of the British Indian Ocean Territory, or the Chagos Islands, have no such luck. Indeed, profits from the sale of each .io domain flow to the very force that expelled the Chagossian or Ilois people from their equatorial land just a generation or two ago: the British government.

La privacy è morta

Ben Thompson:

Facebook is a great example: the utility of Facebook is directly correlated with how many people you know who are also using Facebook, and the only way to maximize that number is to make the service free, supported by advertising. Google is in a similar boat: the efficacy of search is in many ways tied to how many people are using search. Queries and clicks are the raw grist for Google improving its algorithm, and the more the better, which means making queries free.

Il modello di business — da molti criticato — di Facebook e Google di dare via i propri servizi gratuitamente per così affidarsi alla pubblicità per i ricavi, è in realtà necessario per molti degli strumenti a cui ci affidiamo che non potrebbero funzionare altrimenti.

Purtroppo è un modello di business che torna a nostro vantaggio in molte situazioni, ma comporta anche una perdita: la nostra privacy.

The net result is an iron circle in which advertisers pay free apps and sites, who in turn provide significant benefit to consumers, who in exchange surrender targeting info about their demographics and preferences: you cannot take away any one of these components without taking away all of them. Unless we as a society are willing to give up all of the benefits provided by search, social networks, and the free dissemination of information, then we will give up our privacy.

Non è sufficiente che sia intelligente

Khoi Vinh spiega perché nel caso dei dispositivi indossabili — smartwatch, fitness tracker, Google Glass, iWatch e Android Wear — il design gioca un ruolo ancora più importante, una cosa che dovrebbe risultare ovvia. Indossiamo oggetti che non hanno alcuno scopo, se non quello estetico, e qualsiasi smartwatch dovrà prima di tutto essere bello, se pretende di avere successo.

When technology companies look at goods that are built from the outside in, they generally see irrationality and inefficiency, a broken market just waiting to be corrected and “disrupted.” They believe that they can engineer so much value into these items that people will be swayed to buy goods built from the inside out, that the promise that drives hardware and software—“adopt this and benefit from its utility”—will convince people to upend their sartorial habits. This is how you get products like Google Glass, which assumes that consumers prize utility so much that they’re willing to look like they have no interest whatsoever in having intimate relations with another human being.

L’articolo solleva un’altra questione a mio parere interessante: la varietà in questo settore è fondamentale. Spesso utilizziamo orologi e oggetti di questo tipo per identificarci. Basteranno le funzionalità a farci rinunciare ad essa, oppure Apple/Google/Microsoft/Samsung dovranno trovare un modo di offrire su ampia scala un grande numero di alternative? (In quest’ultima direzione stanno provando ad andare i Google Glass, con partnership esterne e un ampio numero di opzioni)

TinyCarrier: crowdsourcing delle spedizioni

Immaginate di avere bisogno di un documento, pacco o oggetto, e di vivere lontano da casa. Ne avete bisogno quanto prima, e le poste tradizionali non sarebbero in grado di consegnarvelo in tempo. O forse potrebbero, ma l’opzione risulterebbe costosa.

TinyCarrier è un nuovo servizio che vuole provare ad offrire un’alternativa alle poste tradizionali: invece di affidare il vostro pacco a poste italiane, DHL o TNT lo affidate a una persona che sta per partire per il luogo di destinazione, che è iscritta al servizio e ha deciso di rendere disponibile ad altri un pezzetto della propria valigia.

Vivere con il Fitbit

David Sedaris racconta sul New Yorker quello che succede quando comprate un activity tracker, come il Fitbit:

I was travelling myself when I got my Fitbit, and because the tingle feels so good, not just as a sensation but also as a mark of accomplishment, I began pacing the airport rather than doing what I normally do, which is sit in the waiting area, wondering which of the many people around me will die first, and of what. I also started taking the stairs instead of the escalator, and avoiding the moving sidewalk. [...]

During the first few weeks that I had it, I’d return to my hotel at the end of the day, and when I discovered that I’d taken a total of, say, twelve thousand steps, I’d go out for another three thousand.

“But why?” Hugh asked when I told him about it. “Why isn’t twelve thousand enough?”

“Because,” I told him, “my Fitbit thinks I can do better.”

(David Sedaris è uno scrittore, piuttosto divertente)

Non c’è bisogno di “podcast network”

Marco Arment spiega perché i “podcast network” sono in declino. La ragione è semplice: nel momento in cui creare e distribuire un podcast diventa sempre più semplice e economico, non è più necessario affidarsi a un network che si prenda in carico quel lavoro e quel costo che il software ha comunque eliminato.

La terza, se non principale, ragione per cui certi scelgono un network invece di sviluppare un progetto indipendente è la visibilità che il network può essere in grado di dare. Questa può servire al lancio iniziale — con la pubblicità, e il bacino di utenti affezionati — ma non sostiene un podcast di per sé:

Discoverability is overrated. The real way to get more listeners is to make a great, relevant show. The best content tends to be found, but it takes hard work and dedication. Each episode of ATP takes about 10–12 person-hours of work,2 and we’ve been doing it every week for the last 70 weeks. Our show is successful primarily because we put a lot of effort into it and have chosen a topic that fits our existing audience and the current podcast market well.

Having a “built-in audience” from two 5by5 shows didn’t sustain Neutral. It peaked at about 1,000 listeners — when we ended Neutral, the audience for the weeks-old ATP was already 15 times larger and skyrocketing.

Non sei la tua cronologia

Floodwatch è un’estensione per Chrome che monitora e registra tutte le pubblicità che vi vengono mostrate, così da creare una cronologia che riveli in che modo i pubblicitari vi vedono — come siete categorizzati, come variano le pubblicità in base ai siti che visitate, età e sesso.

Lo scopo di Floodwatch è quello di raccogliere quanti più dati possibili sulla pubblicità online, per poi utilizzarli per studiare la pubblicità online: le pratiche in uso, e per scoprire se vi sono delle discriminazioni in corso verso certi utenti.

Te la ricordi la blogosfera?

Davide Piacenza ha raccontato la blogosfera italiana, come era anni fa, fra il 2002 e il 2008:

In testa alla carovana degli avventurieri c’erano anche il già citato MantelliniAndrea BeggiEnrico Sola (allora soprattutto Suzukimaruti), Luca SofriAntonio SofiLeonardo TondelliLuca ContiMafe de BaggisGianluca Neri e autori che scrivevano sotto pseudonimi come Squonk,LivefastPersonalità Confusa. Tutte queste voci, che magari a qualcuno non diranno nulla, per buona parte degli anni Duemila hanno filtrato, amplificato e veicolato il dibattito su Internet e l’innovazione. Non è un’esagerazione o un’iperbole: c’erano i blog. Si parlava dei blog. E lo si faceva sui blog. [...]

Ci fu l’ondata primigenia di incontri ed eventi ad hoc, tutti con nomi che testimoniano l’ossessione per il nuovo strumento: le BlogFest di Gianluca Neri/Macchianera e, soprattutto, i Barcamp. In tutti questi luoghi prevalevano oggetti, simboli e codici poi rimasti legati a quel mondo: le moo card, biglietti da visita su misura diventati uno status symbol; il caffè espresso tra un panel e l’altro, con annessa occasione per socializzare; l’inevitabile scambio di link alla fine dell’incontro, per sigillare sul blogroll il neonato rapporto. Il mondo dei blog in Italia, essenzialmente, per un certo periodo rimase assimilabile, per conformazione e dinamiche interne, a un gruppo di amici allargato.

Mi ricordo con nostalgia i vari BarCamp a cui ho partecipato. Nel 2006 il sottoscritto aveva sui 15 anni; aveva appena aperto questo blog su WordPress.com (si chiamava Mac Blog) e si ritrovava a saltare un giorno di scuola per finire a Torino, Bologna o altrove per incontrare gente che conosceva inizialmente solo tramite Internet. Ho partecipato a BarCamp, BlogFest e MacDay. C’erano poi le Pandecene e altri eventi minori. Ho incontrato la maggior parte delle persone che oggi conosco e seguo su internet in quegli anni.

Mi ricordo quegli incontri — più o meno chiunque era più grande di me — con la “blogosfera” italiana, mi hanno permesso di conoscere e farmi conoscere da persone che ammiravo (per quanto io fossi poco sociale, e molto silenzioso). Un po’ mi mancano, ma lo spirito e la rete che forma la “blogosfera” odierna non è più quello di un BarCamp — non è più una piccola rete di amici.

Withings Activité

Il nuovo activity tracker di Withings ha l’aspetto di un classico orologio da polso, e lo è con una piccola aggiunta: la capacità di contare i passi, registrare le ore di sonno 1 e di sincronizzarsi all’iPhone via bluetooth.

La batteria dura un anno.

  1. Supporta anche gli smart alarm, una funzione presa dal Jawbone UP

Perché Amazon ha fatto un telefono?

Farhad Manjoo lo ha chiesto a Jeff Bezos in un’intervista. Letta: continuo a non capirlo.

Steve Jobs e il Giappone

Nobuyuki Hayashi racconta un aneddoto su Steve Jobs, e la sua passione per il sushi — che amava consumare in un piccolo ristorante di Palo Alto:

You might have heard Steve Jobs was very impatient. But if it were for Toshio’s sushi, Steve could wait for 30 minutes. [...] Steve loved the place so much and often visited there alone for lunch. Seat No.1 at the counter (shown above) was his favorite seat and even when he visited without reservation, he seemed upset when that seat was taken.

Una caratteristica interessante del nuovo smartphone di Amazon

Amazon offre, con il suo smartphone, backup illimitato e gratuito delle proprie fotografie. È una feature fantastica, e un’opportunità che per qualche ragione Apple si è lasciata sfuggire (iCloud costa tanto, e lo spazio gratuito iniziale è ridicolo):

I cannot believe that given the ever-shrinking price of storage in the cloud, one of the major players hasn’t offered free, unlimited photo uploads before. It should be table stakes given all the other monetization angles these phones provide to their parent companies. And now I have a feeling it will be thanks to Amazon’s Fire Phone.

L’intervista del New York Times a Jonathan Ive

“È difficile rimanere pazienti mentre fan e investitori chiedono dove sia la prossima grande iCosa?”

Honestly, I don’t think anything’s changed. People felt exactly the same way when we were working on iPhone. The iPhone was broadly dismissed. The iPod was broadly dismissed. The iPad was probably more copiously written off as a large iPod.

My focus is incredibly narrow. I can’t talk with any authority other than design and development of product. When I look back over the last 20 years, you have this sense that, you’re working on something that’s incredibly hard, when you’re working on it, you don’t know whether it’s going to work out or not.

Woof!

Degli investitori hanno gettato al vento 1 milione di dollari per Yo, un’applicazione che serve a importunare i propri amici inviandogli uno “Yo“. Ovvero: invece di inviare loro un messaggio, Yo vi permette di contattarli con uno “yo”. Senza contesto, senso e significato — giusto per ricordargli che siete vivi (vi ringrazieranno sicuramente).

Secondo me l’idea l’hanno avuta da un episodio di The Office. Non va a finire bene.

La nuova strategia di Amazon

Forse per la prima volta, per il suo nuovo smartphone Amazon ha adottato una strategia nel prezzo che non punta al ribasso: il Fire non è competitivo nel costo, ma Amazon spera che lo sia per funzioni.

Scrive Dan Frommer:

Instead, Amazon has taken a somewhat surprising, more conservative path, hoping its unique features—a 3D interface, Prime media, free unlimited cloud storage, and Firefly product-recognition software—will sell enough Fire Phones on their own.

This may prove to be a better strategy in the long run: pushing the Amazon platform as an equal to Apple’s iOS and Google’s Android, instead of trying to be a cheap player in an industry that’s already getting commoditized on the low end. But it’s perhaps a tougher sell today than if this intriguing new phone were also competitive on price.

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