I piani della CIA per rubare i dati di Apple

Firstlook:

Researcher Working with the Central Intelligence Agency have conducted a multi-year, sustained effort to break the security of Apple’s iPhones and iPads, according to top-secret documents obtained by The Intercept. […]

The security researchers also claimed they had created a modified version of Apple’s proprietary software development tool, Xcode, which could sneak surveillance backdoors into any apps or programs created using the tool. Xcode, which is distributed by Apple to hundreds of thousands of developers, is used to create apps that are sold through Apple’s App Store.

The modified version of Xcode, the researchers claimed, could enable spies to steal passwords and grab messages on infected devices. Researchers also claimed the modified Xcode could “force all iOS applications to send embedded data to a listening post.” It remains unclear how intelligence agencies would get developers to use the poisoned version of Xcode.

(Non si è ancora capito se qualcuno abbia utilizzato la versione “infetta” di Xcode)

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Il futuro dei MacBook

Joanna Stern:

Come il primo Air, questo è il primo tentativo di Apple di ri-immaginare il portatile di nuovo, questa volta adattandolo all’era dei tablet e degli smartphone. In base al poco tempo che ho avuto per provare la macchina credo che Apple voglia rivoluzionare i laptop nuovamente, ma come nel caso del primo Air per alcuni potrebbe trattarsi di una transizione troppo veloce.

Il fatto che il nuovo MacBook abbia un unico connettore tuttofare — perlopiù non Magsafe — è un problema secondario nell’ottica in cui il nuovo MacBook è stato concepito, e vuole essere percepito: un portatile che somiglia più a un tablet, a un iPhone e iPad, che non richiede di essere attaccato alla presa elettrica durante l’uso. Un portatile con una batteria che dovrebbe permetterne l’uso in movimento durante il giorno, con eventuale carica a fine giornata. E un portatile che, come il primo Air, al momento risulterà limitante a molti — c’è chi ancora deve accettare l’assenza di un lettore CD nei portatili odierni di Apple.

(Con questi portatili sparisce anche la possibilità di personalizzare le componenti interne al checkout; le opzioni sono due, prestabilite, e basta.)

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Citymapper per Apple Watch

Qui c’è una lista (curata manualmente) delle applicazioni disponibili sin dal primo giorno; mentre in una nuova pagina del proprio sito Apple ha deciso di promuoverne alcune fra cui (il da me adorato) Citymapper.

Citymapper per Apple Watch fornisce dati sull’orario di partenza e arrivo dei bus, oltre a guidare passo per passo l’utente alla destinazione. Ma soprattutto ripropone proprio quell’idea di notifica fine a se stessa, avvertendo con un tap — per mezzo della taptic engine — quando è il momento di scendere alla propria fermata.

(Un’altra applicazione per cui le mie aspettative sono alte, e che sarà disponibile dal primo giorno: Things)

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Le cose si sono messe male rapidamente

Non ho ben capito cosa sia, ma è fantastico: windows93.net.

(Su Reddit tutti i dettagli. Nel cestino c’è uno .zip contenente un album musicale)

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La differenza di prezzo fra i vari cinturini dell’Apple Watch sarà alta

Un’ultima ipotesi sul prezzo dell’Apple Watch, prima dell’evento di questa sera. Gruber crede che il prezzo dei cinturini di metallo — per esempio il Link Bracelet, che richiede nove ore di lavorazione stando al marketing di Apple — sarà molto diverso fra i vari modelli, e in certi casi infinitamente più alto di quanto ci aspettiamo.

Most people [think] that your choice of band will largely be a matter of taste — that the various bands will be close to each other in terms of price. I know for a fact that many Daring Fireball readers are hoping to buy an entry-level Apple Watch Sport and an optional Link Bracelet or Milanese Loop for maybe $150 or $200. And I also think most people expect the steel Apple Watches that come with the Link Bracelet or Milanese Loop to cost only, say, $150–200 more than the entry level models with the rubber — er, fluoroelastomer — bands. I don’t think this is the case, at all. […] I am now thinking that the various Apple Watch bands will be priced in significantly stratified tiers.

In altre parole, prepariamoci a rimanere scandalizzati non solo dal prezzo dell’Apple Watch Edition, ma anche dei singoli cinturini.

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L’oro di Apple

Dr. Drang va nel dettaglio della composizione dell’oro di Apple:

Apple’s gold is a metal matrix composite, not a standard alloy. Instead of mixing the gold with silver, copper, or other metals to make it harder, Apple is mixing it with low-density ceramic particles. The ceramic makes Apple’s gold harder and more scratch-resistant—which Tim Cook touted during the September announcement—and it also makes it less dense overall.

Apple ha depositato la domanda per brevettare un metodo che le permette di produrre oro da 18 carati che contiene all’interno meno oro, di quanto non ne contenga il convenzionale oro da 18 carati.

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‘Cards Against Humanity’ su browser

Cards Against Humanity è un gioco di carte divertentissimo, ma solo per persone orribili: diciamo che non lo tirereste fuori il giorno di Natale, con i parenti (in Italia si trova su Amazon, oppure si possono scaricare le carte dal sito ufficiale per stamparsele da sé).

Una nuova web app, Cards Against Originality, permette di giocarci da smartphone o computer con degli amici. Basta scambiarsi il link della partita, e ogni partecipante avrà accesso al gioco e a un set di carte. Pur se da browser, l’app è pensata per chi si trova nella stessa stanza e non permette di partecipare “da remoto”, forse per evitare di togliere gran parte del divertimento (l’enfasi nella lettura delle risposte, o le reazioni inorridite) al gioco.

Cards Against Originality è una versione digitale delle carte cartacee: tutto il resto, cosa fare al turno successivo, quali regole rispettare o come organizzare la partita, spetta ai partecipanti da decidere. Gli sviluppatori l’hanno creato per quando vogliono giocare a Cards Against Humanity con gli amici, ma hanno dimenticato le carte altrove.

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Low Volume, n°7

Un promemoria per ricordare che questo blog ha una newsletter settimanale (Low Volume), in arrivo ogni domenica in teoria, in pratica prima o poi nel corso della settimana.

La newsletter settimanale contiene link aggiuntivi (quelli che trovate nel linklog in homepage) e un riassunto dei post pubblicati sul blog nel corso della settimana.

Qui c’è l’ultimo numero, il 7. Se vi piace, vi iscrivete qua.

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Better Motherfucking Website

Una risposta a motherfuckingwebsite.com, un anno dopo. Un elenco — scritto in toni molto duri! — del minimo indispensabile da fare per rendere leggibile un testo sul web:

If your text hits the side of the browser, fuck off forever. You ever see a book like that? Yes? What a shitty book.

Black on white? How often do you see that kind of contrast in real life? Tone it down a bit, asshole. I would’ve even made this site’s background a nice #EEEEEE if I wasn’t so focused on keeping declarations to a lean 7 fucking lines.

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Homo Pluralis

È uscito per Codice Edizioni Homo Pluralis, il nuovo libro di Luca De Biase su come sono e saranno gli esseri umani cambiati dall’evoluzione tecnologica recente e prossima — intelligenza artificiale, robot e droni, big data.

Il Post ne ha riportato un pezzo, di cui a mia volta riporto il paragrafo dedicato alla privacy e all’argomento “ma io non ho nulla da nascondere“:

In realtà, le persone vogliono uno spazio in cui essere lasciate al riparo dal giudizio degli altri. Perché quel giudizio di per sé le limita. Per non temere le invasioni della privacy occorrerebbe essere o sentirsi talmente poco interessanti e così conformisti e omogenei da non avere nessuna diversità da proteggere da nessun punto di vista. E del resto, come diceva Bentham, sentirsi osservati costantemente produce un comportamento autocontrollato, conforme a ciò che si immagina che gli altri si aspettino. Questo però riduce la creatività, il dissenso, la critica, l’opposizione, l’invenzione, lo stupore e molte delle qualità umane che fanno avanzare la cultura e la società. Le piattaforme online che costruiscono una socialità trasparente e una vita esposta sotto gli occhi di tutti conducono al conformismo, suggerisce Alessandro Acquisti, ricercatore alla Carnegie Mellon University. Occorre una diversa narrazione per mantenere viva la possibilità di riprogettare continuamente le piattaforme e difendere la diversità culturale e umana dalla circolazione indifferenziata di informazioni. Una narrazione basata sulla pluralità delle dimensioni della vita degli esseri umani.

(Conto di leggerlo)

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Il seno nei videogame

Da un articolo dedicato alla “breast physics”, a.k.a a come fare muovere adeguatamente il seno nei videogame:

“I don’t [think] breasts need to be realistic in games, unless that’s what [developers] are going for…but [developers] should be aware that if the breasts are moving in a weird way, then it just becomes the uncanny valley for women.”

With these things in mind, maybe games can get better at depicting breasts. And when that happens, maybe the game industry can move on to figuring out the mystery that is…dick physics.

“If I were animating a naked man walking, I really honestly have no idea how balls move,” Alex joked. “I don’t!”

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Netstalgia

Il New York Times ha dedicato un articolo a Animated Text, il blog nostalgico di una web designer ricco di gif animate, <blink> e scritte multicolori terribili (nel resto del suo tempo fa siti responsive, e al passo con i tempi). Il web di molti anni fa, quello Geocities, insomma.

Più che il contenuto dell’articolo, è bellissima la presentazione:

Geocities

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BuzzFeed e il vestito

Vi ricordate di Snow Fall? L’articolo interattivo — ricco di infografiche (spesso in d3.js), con una storia sviluppata tanto in forma testuale quanto multimediale, sfruttando le tecnologie offerte dal web. Nei mesi successi molti provarono a replicarne il successo — spesso riproponendone gli effetti senza i contenuti, o gli effetti senza una riflessione dietro sull’effettiva (in)utilità degli stessi.

La potenza di Snow Fall risiede nella perfetta sinergia tra il testo e gli elementi interattivi, studiati appositamente per uno specifico contenuto o informazione. Molti hanno provato a standardizzarli, semplificando la creazione di “storytelling interattivi”, il tutto semplicemente riproponendo l’effetto di scrolling ritardato (una specie di parallax scrolling all’acqua di rose) o altri meramente grafici; senza grande successo insomma.

Oltre a ciò, Paul Ford crede per replicare Snow Fall occorra replicare il New York Times, un’organizzazione organizzata per costruire quel genere di cose1:

The thing about “Snow Fall” is that it went way off the grid—not the visual grid, but the technological grid. It was its own weird thing, with its own weird code, created by a completely weird digital department that was connected to the much larger, slightly-less-weird digital department, all of it inside one of the world’s weirdest news organizations—that was flexing its muscles in a very specific way. (If you don’t like “weird” think “unique.”) In any case no one but the Times could have created something like that andgathered the attention that it gathered. My proof is that no one had done so before. 620 8th Ave, where the Times is headquartered, is custom-built for things like that.

Tutta questa premessa per arrivare a BuzzFeed. Qual è invece il ruolo di BuzzFeed? Ahimé, bisogna tirare in ballo il vestito che ieri ci ha terrorizzati, o meglio: una conseguenza del vestito. Questa: le 25 mila visite che BuzzFeed ci ha ricavato.

Il ruolo di BuzzFeed è catturare quelle visite, e per farlo hanno costruito un’organizzazione unica dietro che da anni ne perfeziona l’arte:

La ragione per cui BuzzFeed esiste — la vera, attuale, ragione — è quella di raccontare, in maniera completa, tutte le cose ridicoli e folli che si diffondono su Internet. Dalla sua fondazione (2006) è diventato una “platform company”, con un team tecnico molto ampio, un team editoriale enorme, un team dedicato ai soli contenuti audiovisivi, un’agenzia pubblicitaria, molti giornalisti e tantissimi soldi dalla California.

Quello a cui ho assistito, quando ieri ho dato uno sguardo alla consistente copertura che BuzzFeed stava dedicando al vestito, è la pratica di un’arte che BuzzFeed sta affinando dal 2006. Sono maestri in quella forma. Se credete che si tratti di sole cazzate, va bene — anche io credo si tratti perlopiù di cazzate. Ma non hanno creato un’organizzazione che andasse solamente a trovare, e a parlare, del vestito, ne hanno creata una che lo identificasse, documentasse e ne catturasse il traffico [25 milioni di visite!].

  1. Popular Mechanics ne ha scritto nel dettaglio poche settimane fa, su come funziona ed è organizzato dentro il New York Times

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L’Intelligenza Artificiale va in sala giochi

Circa un anno fa, Demis Hassabis (co-fondatore di DeepMind) presentò a “First Day of Tomorrow”, una conferenza su tecnologie “disruptive”, un programma capace di imparare da solo a giocare a Breakout (un videogioco di Atari del 1976) e altri videogiochi:

Dopo un’ora di gioco, il programma è più o meno abile quanto me, il che significa che non è granché — ma sta scoprendo i rudimenti del gioco. Dopo altri 30 minuti, e 200 round, l’A.I. è diventato talentuoso: perde la palla solamente ogni tre o quattro round. Il pubblico ride; simpatico, no?

Poi succede qualcosa. Al 300esimo gioco, l’A.I. inizia a smettere di perdere la palla. Il pubblico inizia a mormorare.

Quello che succede poi? Il programma inizia a fare uso di una mossa che nessuno — nemmeno i creatori del videogame — aveva mai immaginato. Ore dopo aver incontrato il suo primo videogame il programma ha imparato a giocarci meglio di qualsiasi membro del pubblico, senza il minimo aiuto di un umano, senza alcuna istruzione su come vincere o muoversi nel gioco.

(Qui c’è il paper pubblicato su Nature)

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Il problema dell’obsolescenza dell’Apple Watch Edition

La questione di come Apple gestirà l’obsolescenza dell’Apple Watch Edition  — il cui prezzo di partenza si suppone attorno ai 10.000 dollari — è ancora irrisolta. I Rolex durano una vita — come può l’Apple Watch, un computer, mantenere una promessa anche remotamente simile? L’ipotesi più “popolare” è che Apple fornisca agli acquirenti dell’Apple Watch Edition un programma per aggiornare i componenti interni — l’S1 (che Apple definisce “un computer in un chip“) ma anche i sensori, e già la cosa si fa più complessa e meno realistica.

Su iMore, però, si chiedono semplicemente se Apple non ignorerà il problema, non facendo alcuna promessa del genere — del resto, si parla di una fascia di mercato che non ha problemi a spendere fra i $10.000 e i $20.000 per un orologio:

Apple could solely go after the high-end fashion market, say “These customers have no qualms about paying $15,000 every two years,” and be done with it. Or the company could invest in some sort of long-term support for its Edition customers. And even after writing all this, I’m still no closer to figuring out which one the company will pick. The former model favors Apple’s traditional business model, just at a much higher income bracket. The latter feels more like an Apple move, to support its customers and give them the best experience possible.

(Certo, secondo me un prodotto del genere che non dura perde un po’ la sua aurea magica. Un Rolex, per quanto bello, che durasse solo due anni non sarebbe l’oggetto che è diventato — né verrebbe regalato in tante occasioni proprio perché dura una vita.)

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I nativi digitali preferiscono leggere su carta?

Un articolo del Washington Post dice di sì:

“You just get so distracted,” one student said. “It’s like if I finish a paragraph, I’ll go on Tumblr, and then three hours later you’re still not done with reading.”

There are quirky, possibly lazy reasons many college students prefer print, too: They like renting textbooks that are already highlighted and have notes in the margins.

Il fatto che li preferiscano non implica una necessaria superiorità dei libri di carta; molte delle motivazioni — elencate nell’articolo — sono il classico e ben noto “odore della carta” e il fruscio delle pagine.

(Il futuro dei libri è nel browser?)

Negli anni ho provato a convincere tanti amici coetanei (20 — 25 anni) a usare un Kindle, e il successo è sempre stato discreto fuori dal mio circolo di geek di twitter (quelli che ho convinto l’hanno abbandonato — finendo con il tornare sui cartacei). Vivo con altri sei universitari (non luddisti, eh: hanno tutti un Mac e un iPhone) e solo uno di loro ha Kindle da un paio di mesi — e l’ha già abbandonato. Forse è un falso problema; i libri di carta non sono meglio degli ebook, ma non credo esista ancora un ebook che eguagli l’esperienza di lettura su carta sotto ogni aspetto. Non solo l’esperienza di lettura, ma anche di presentazione. Più che dimostrare la superiorità dei libri su carta, ciò che questa “preferenza” dimostra è che c’è ancora molto da fare e migliorare nell’esperienza d’uso degli eBook per renderli appetibili a tutti.

Ci sono cose utili che gli ebook non sanno fare bene (come permettere appunti a margine), problemi legati ai device di lettura (il Kindle è buono ma non “eccellente” — la tipografia ad esempio fa schifo. Punto.) e cose apparentemente secondarie — la forma e la presentazione — che, pur se importantissime per un lettore, gli ebook quasi ignorano. Gli ebook avrebbero bisogno della stessa cura — nella copertina e sotto ogni altro aspetto — che i cartacei ricevono. L’esperienza d’uso potrebbe, insomma, essere migliore.

Per dire che io me ne strafrego dell’odore della carta e pure delle pagine che frusciano. La “fisicità” del libro di carta è scomoda sul bus e mi occupa un discreto spazio nella tracolla. Eppure, nell’ultimo anno, ho comprato solo romanzi di carta. Non che vi sappia spiegare il perché di questa cosa (se non che poi stanno bene sulla mensola)

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La Cina userà i big data come strumento di controllo?

Il 5 Luglio del 2009, nella provincia cinese Xinjiang, improvvisamente Internet smise di funzionare. Il governo decise di “spegnerlo” nel tentativo di disperdere una serie di proteste, finendo così col tenere i cittadini offline per 10 mesi. Un funzionario descrive oggi quella scelta come “un serio errore… Ora siamo anni indietro nel tracciare i terroristi in quell’area“.

(La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto in precedenza ipotizzato)

Aeon Magazine ha dedicato un articolo su quello che sta facendo — o vorrebbe fare — il governo cinese per sfruttare i dati raccolti tramite social network e internet per conoscere i propri cittadini:

Ren (uno pseudonimo), un nativo di Beijing, ha speso i suoi anni del college in Occidente difendendo ferventemente la Cina online. Al contrario, adesso dichiara: “Ho capito che non sapevo cosa stava succedendo, ci sono così tanti problemi ovunque“. Ora è tornato in Cina, e lavora per il governo. Sostiene che monitorare i social media sia la maniera migliore per il governo di conoscere i cittadini e di rispondere all’opinione pubblica, permettendo così un totalitarismo “responsabile”. Gli ufficiali corrotti possono essere identificati, i problemi locali portati all’attenzione dei livelli più alti, e l’opinione pubblica può essere ascoltata. Allo stesso tempo, i dati possono essere analizzati per identificare la formazione di gruppi pericolosi in certe aree, e per prevedere certi incidenti (proteste) prima che avvengano.

Ora che ci siamo liberati dei “grandi Vs“, dice Ren, “dovremmo preoccuparci di quello che dicono le persone normali“. I “big Vs” sono gli utenti più seguiti, e verificati, di Weibo e altri social network, personaggi famosi, ma anche “intellettuali” che sono stati sistematicamente eliminati negli ultimi tre anni. Avendo eliminato gli opinion leader e le ideologie alternative, il governo può finalmente utilizzare le lamentele del pubblico come fonte di informazione, invece che come sfida a se stesso.

(Leggendolo, mi è venuto in mente un talk di Maciej Cegłowski, di Pinboard)

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Difendere la privacy

Gabriel Weinberg, fondatore e CEO di DuckDuckGo:

Abbiamo imposto limiti alla finanza, all’industria farmaceutica, a quella dei trasporti e alle telecomunicazioni. Perché non metterli anche all’online tracking? Dovrebbero esserci del limiti, specialmente ora che la tecnologia digitale si sta lentamente inserendo in più parti della nostra vita, e i dati raccolti diventano più e più importanti.

La question del dibattito dovrebbe essere: quali limiti? L’idea di raccoglierne quanti più possibili e rivelarne pochi deve sparire, c’è una via di mezzo fra “la massima collezione possibile di dati” e “il minimo necessario”. Ecco alcune cose che potremmo fare. Le aziende (e i governi) dovranno esplicitamente dichiarare e dirvi cosa ne faranno delle vostre informazioni personali. Devono permettere opt-out. Potrebbero anche fornire all’utenza un controllo granulare sui propri dati. Potrebbero persino dirvi cosa ci guadagnate in cambio di un certo pezzo di informazione. Ci sono molte opzioni.

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Cos’è Il Post

Anna Momigliano di Rivista Studio ha passato una mattina nella redazione de Il Post, per poi raccontare come funziona:

Il Post – primo punto – spiega. Ogni suo pezzo articola, o se non altro si sforza di farlo, fatti e interpretazioni in modo fruibile e puntuale. Tutto è molto chiaro, le opinioni sono separate dagli eventi, c’è sempre un riassunto delle puntate precedenti. Gli “spiegoni del Post” sono diventati un genere giornalistico a sé stante, al punto che si trova in giro pure qualche parodia. Una formula Google-friendly, che sembra fatta apposta per intercettare le domande sui motori di ricerca da parte di chi vuole capirci qualcosa, e che ha il pregio di saper tenere informato su quello che succede in Italia e nel mondo anche chi non si informa regolarmente («dai giornali non si capisce mai di cosa si parla, se non hai già seguito la vicenda» è una delle lamentele che sento più spesso da alcuni conoscenti disinnamorati della stampa, persone istruite e non necessariamente under-40. Ecco, a questo problema Il Post offre una soluzione).

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Il nuovo Pebble Time

Pebble ha presentato un nuovo Pebble, in pre-ordine su Kickstarter a $159 (il prezzo di vendita finale sarà $199) e con display e-paper a colori. Il design ricorda un Tamagotchi, come scrive The Verge, e secondo me riesce a rispettare la natura del primo modello: uno smartwatch semplice, economico e dal design non ricercato, ma giocoso.

Uso il Pebble da un anno, e l’unico modo in cui può, forse, avere un briciolo di possibilità di sopravviere all’Apple Watch è posizionandosi come alternativa economica, e quasi dumb, all’Apple Watch. Siamo su un altro livello — il nuovo OS non mi dispiace, ma l’interazione, animazioni e semplicemente le capacità dell’orologio sono molto limitate in confronto a un Apple Watch.

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