Dove stanno fallendo i wearables

Le opzioni e alternative per un activity tracker sono pressoché infinite. A partire dagli smartwatch fino ad arrivare a device dedicati come il Jawbone UP. Un mercato saturato di opzioni un po’ frivole: conoscere il numero di passi giornaliero non è vitale, ma collezioniamo questo ed altri dati più per vanità che altro. Hanno uno scopo — farci camminare di più, dormire correttamente e conoscerci meglio — ma sono tutt’altro che fondamentali.

Esistono tuttavia dei wearables meno interessanti per i geek come me e voi, ma più utili. Si tratta di wearable più professionali e “medici”, che un numero consistente di persone è costretto a indossare ogni giorno per tenere sotto controllo la propria salute. Non per diletto, come facciamo noi con un Jawbone UP, ma per necessità.

I produttori di wearables stanno totalmente ignorando questo mercato, scrive Wired. Cosa dovuta in parte alla difficoltà di creare un device che venga approvato e rispetti tutti i requisiti necessari e imposti dalle autorità, e che sia in grado di integrarsi — e comunicare — con l’infrastruttura medica esistente (registrando i dati raccolti):

“Go from the children’s table to the grown-up table. If you’re serious about this, embrace the FDA. Learn how HIPAA works. Make sure it’s connected to the [electronic medical record] and that all the health laws are observed. There’s a tremendous dearth of innovation here. I would move away from fitness and go hardcore into health. That’s where the money is.” […]

People with chronic diseases don’t suddenly decide that they’re over it and the novelty has worn off. Tracking and measuring—the quantified self—is what keeps them out of the hospital. And yet there are more developers who’d rather make a splash at a hackathon than create apps and devices for people who can benefit hugely from innovation in this area.

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Scritti un anno fa: non ci sono articoli, per questa data

Anteprima di LayUp

Adobe si prepara a lanciare LayUp, una nuova applicazione per iPad che si inserisce nella prima fase di creazione di un sito web, quando con carta e penna immaginiamo molto approssimativamente la forma che il layout potrebbe prendere. LayUp — creata sotto la guida di Khoi Vinh —  potenzia questo processo trasformando i nostri scarabocchi nell’oggetto che rappresentano. Un quadrato sgangherato, disegnato a mano libera, viene riconosciuto come tale e trasformato. Un insieme di linee vengono sostituite da un Lorem Ipsum. E così via.

Wired ne ha avuto accesso in anteprima:

Adobe’s longstanding marquee applications like InDesign and Illustrator include the requisite tools for creating the finished work. But because both are intended for production-level quality, and require a big screen and a mouse, they’re not especially great places to drum up fast and fresh ideas. So when Adobe VP Scott Belsky asked user experience designer (and friend) Khoi Vinh to come in and talk about new tools that could leverage in-the-works technology being created at Adobe, Vinh proposed a new iPad tool that would do just that. Vinh pitched “something like a cross between a sketchbook and a mood board,” he explains, “the idea being to really optimize for speed when designers are coming up with ideas, and create an environment where they can get an idea out of their head and on the screen as quickly as possible.”

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Apple elimina Fitbit dagli Apple Store. Giustamente.

Apple ha rimosso tutti i prodotti di Fitbit dagli Apple Store, perché questa non ha implementato HealthKit. Una bellissima notizia. Cosa? Sì, proprio così: una notizia magnifica che spero abbia un impatto significativo sui profitti di Fitbit.

Fitbit è un’azienda che vende activity tracker a caro prezzo e, nonostante questo, cerca di costruire un business attorno alla vendita dei dati dei propri utenti, utenti paganti che meriterebbero di essere trattati come tali. In aggiunta, come presa in giro finale, se possedete un device Fitbit avete accesso a un servizio di “insights” limitato: per un’analisi decente, dettagliata e utile dei dati che avete raccolto con esso — e che vi appartengono — dovete sottoscrivere un abbonamento annuale a un servizio premium. Ridicolo.

La maggior parte dei concorrenti di Fitbit, Jawbone, fanno del loro meglio per rendere utili i device che producono aggiungendo valore ad essi attraverso un’analisi dei dati raccolti: senza quest’ultima, il loro prodotto è privo di valore. Come ho più volte sottolineato, un activity tracker non è particolarmente intelligente: è più il lavoro di analisi, integrazione e contestualizzazione dei dati che sta dietro che lo rende tale. Fitbit vi costringe a pagare 50 euro l’anno per questo servizio fondamentale. Altrimenti vi ritrovate, sostanzialmente, con un contapassi.

L’integrazione con HealthKit è importante perché dimostra come al produttore non interessi possedere i dati, quanto piuttosto che l’utente derivi un valore dai dati raccolti — e possa scegliere a chi affidarli, e con quali servizi analizzarli. Se Fitbit ha deciso di non sfruttare le API di HealthKit, è perché non è interessata ai propri utenti, al contrario: è interessata a tenersi i dati che sono stati raccolti con i suoi costosi tracker, anche se ciò va discapito dell’utilità che se ne trae da essi.

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Le 36 persone che gestiscono Wikipedia

Matter racconta la storia dei 36 steward di Wikipedia, 36 figure con ruolo di “super-user” che servono a intervenire e risolvere dispute, impedire i vandalismi e che in genere hanno diritto e ultima parola su qualsiasi modifica. Provengono da diverse parti del globo, in media conoscono 3.6 lingue a testa, e — per lo spirito egualitario del progetto — sono figure quasi anonime, delle quali si sa pochissimo, che collaborano solo per passione — dietro a nessun compenso.

Wikimedia, the “movement” that includes Wikipedia and all the other Wiki-things, shouldn’t really exist. Its basic operating procedure defies our strongest convictions about incentives, work, and community: It is made with no form of payment, has a very thin formal hierarchy, and users lack any real common history other than their participation.

And yet it not only exists, it almost is the Web: Wikipedia is the sixth most popular website in the world, with 22.5 million contributors and 736 million edits in English alone. It’s as if the entire population of Australia (23.6 million) each contributed 30 times.

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Contro VSCO

VSCO è forse la mia applicazione preferita per l’editing di foto su iPhone, e in parte sono soggetto a una dipendenza dai suoi filtri (hey, se non altro non uso quelli di Instagr.am): ne ho acquistati diversi con differenze minime.

In parte, Conor McClure ha ragione in questa sua critica:

Look, I’m not going to say that all VSCO Film presets are the same, cause they’re obviously not. But, at this point, I have more than enough film emulation than I will ever need. I bought the last pack and, quite literally, never touched it. These days, you can tell, immediately upon first glance, that Random Photographer has simply “slapped a VSCO preset” on their photo, probably at random, and called it a day.

The faded “film look” is photography’s skinny jeans, just like sliders-to-11 HDR was photography’s baggy pants before that. It’s just fashion.

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Amazon Echo?

Come Dustin Curtis, mi sfugge il senso del perché Amazon abbia fatto Echo (o uno smartphone, mesi fa):

There is simply no rational explanation for its products. The only thing I can come up with is this: Amazon continues to make hardware because it doesn’t know that it sucks, and it has a fundamentally flawed understanding of media. With Amazon.com, it can heavily and successfully promote and sell its products, giving it false indicators of success.

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Come la facciamo la finestra?

Paul Ford ha scritto un pezzo bellissimo, e nostalgico, sui computer di una volta. Nel corso della settimana si è ritrovato a emulare un vecchio Amiga, e decine di altri OS e software dei tempi che furono, e a ripensare di conseguenza alle persone che vi lavorarono. È capitato anche a me di passare un pomeriggio su Mac OS Classic, e altri sistemi operativi e programmi nati prima di me: programmi che oggi appaiono obsoleti e ovvi, ma che ai tempi erano frutto di decisioni che dovevano ancora tramutarsi in convenzioni — c’è quella sensazione di essere di fronte a qualcosa di importante, di storico, nell’usarli:

Moore’s law, the speed at which technology moves forward, means that the digital past gets smaller every year. So this is what is left are the tracings of hundreds of people, or thousands, who, 20, 30, 40 years ago found each other and decided to fabricate all this…digital stuff. Glittering ephemera. They left these markings and moved on. Looking at the emulated machines feels…big, somehow. Like standing at a Grand Canyon with a river of bright green pixels running along the bottom.

When you read histories of technology, whether of successes or failures, you sense the yearning of people who want to get back into those rooms for a minute, back to solving the old problems. How should the mouse look? What will people want to do, when we give them these machines? How should a window open?

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Cosa aspettarsi dalle applicazioni dell’Apple Watch

David Smith nota come la prima versione di WatchKit — l’SKD che permetterà agli sviluppatori di creare applicazioni per Apple Watch — sarà limitata a essenzialmente notifiche e widget. In seguito, probabilmente durante il WWDC del prossimo anno, Apple dovrebbe annunciarne una versione 2.0 più completa.

Un buon articolo per sapere cosa aspettarsi dall’Apple Watch e dalle applicazioni di terze parti, almeno durante i primi mesi:

Next June at WWDC I then expect we will receive the tools necessary to build out more fully capable applications. Just like we have seen with iOS I’d guess this will be a progressive expansion of capability with each successive year. Just as early iPhone OS apps were severely constrained to save battery life, we’ll probably see strict limits on what types of apps we can build initially. We are essentially resetting the battery life equation with this new device. So no background processing or multitasking for a while (with the possible exception of music/audio playback).

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Parliamo degli iBeacon

Nick Farina ha scritto un ottimo pezzo su come funzionino gli iBeacon, e quali opportunità offrano:

Beacons are cutting-edge technology, made of space-age polymers and packed with the latest advancements in miniaturization and artificial intelligence.

Just kidding! Beacons are actually super dumb. They are literally just a radio strapped to a battery. A single Beacon is like a tiny Walkman, set to repeat the same song over and over again until it runs out of juice and dies.

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Peccato per la tipografia

Jason Snell recensisce l’ultimo Kindle (il Kindle Voyage, al momento non disponibile in Italia): uno schermo bellissimo, un “Retina Display” e-ink, non pienamente sfruttato dalle scelte tipografiche mediocri di Amazon:

The original Kindle screen was 167 ppi; the Paperwhite upped that all the way to 212 ppi. The Paperwhite’s screen is actually quite good, but the Voyage’s is still noticeably better. To put it in Apple terms, this is really the first Kindle with a Retina display.

Unfortunately, Amazon has invested all of this effort in improved reading technology only to find itself completely at sea when it comes to typography. The Voyage still only offers six typefaces—many of them poor choices for this context—and still force-justifies every line (with no hyphenation!), creating variable-length gaps between words just so the right margin is straight rather than ragged. A device that’s dedicated to words on a page, one with a screen this beautiful, deserves better type options.

Il Kindle è un prodotto di cui molti non vedono il senso, visto che già abbiamo un tablet e uno smartphone, ma che soddisfa una nicchia di lettori che vogliono un device dedicato alla lettura, che offra un’esperienza di lettura ottimale. È un lusso, non una necessità. Ma in quel campo, è imbattibile:

I’m not saying you can’t read books on an iPhone or an iPad. I’m saying that I prefer not to, because I find the Kindle reading experience superior. Does that make the Kindle a luxury? Absolutely. But when I bought my first Kindle, the volume of reading I did went way up, thanks to the convenience and portability of the device. Having a Kindle lets me read more.

Mentre, pur possedendone uno, frequentemente questiono il ruolo e le necessità che l’iPad soddisfa nel mio caso (minime, pienamente coperte da iPhone e MacBook Air), rimpiango l’essermi liberato del mio Kindle di seconda generazione: svolgeva bene il suo compito, e offriva features per la lettura — anche solamente il fatto che lo schermo non rifletteva la luce del sole — che erano complementari all’iPhone e laptop; un’aggiunta alle funzioni offerte dai device che possiedo, seppur non fondamentale, comoda.

Da quando l’ho sostituito con un iPad mini, leggere è diventato meno attraente (tradotto: compro libri di carta!).

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Come usare Internet Explorer su Mac

Microsoft ha rilasciato un nuovo strumento che permette di simulare Internet Explorer su Mac. Non per piacere, ovviamente, ma nel caso ne abbiate necessità — ad esempio di verificare che il vostro sito si visualizzi correttamente con esso. In stile Microsoft, lo strumento è un po’ complicato da installare e si presenta con una UI che non ha senso: qua trovate una guida.

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I nuovi tracker di Jawbone

Jawbone ha rilasciato due nuove versioni di UP, che si aggiungono ad UP24, il braccialetto che raccoglie informazioni sui passi, sonno e attività fisica. UP3 è la versione più evoluta e costosa ($179) di questo, in grado di leggere il battito cardiaco e fornire un’analisi più precisa del sonno. UP move è invece un tracker molto semplice, in vendita a soli $50, che si limita a fornire il numero di passi percorsi.

Oramai l’unica cosa che ancora i tracker fanno meglio dell’iPhone è l’analisi del sonno. Questo ignorando l’Apple Watch, che potrebbe essere in grado di svolgerla — con un’apposita applicazione. Dubito dunque resti un mercato per i “fitness tracker”, quando questi non offrono più precisione di smartphone e smartwatch, né raggiungono prezzi particolarmente vantaggiosi.

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Kindle Unlimited è arrivato in Italia

Kindle Unlimited, lo Spotify per i libri di Amazon, è arrivato anche in Italia. Pagando 9,99 euro al mese (potete provarlo gratis per 30 giorni, inizialmente) potete leggere un numero illimitato di volumi — a patto che le vostre scelte siano limitate ai 15.000 titoli in catalogo disponibili per lo “streaming”.

9,99 euro al mese non sono molti se siete dei lettori forti, mentre è molto più di quanto la maggior parte della popolazione non spenda in libri mensilmente. Se quindi Kindle Unlimited è orientato ai primi, ai lettori forti, i 15.000 titoli disponibili iniziano a stare stretti1. Anche perché, generalmente, un lettore accanito ha idee e intenzioni su cosa leggere in seguito — non facilmente dirottabili dai suggerimenti e dalla pubblicità di Amazon.

  1. Dei libri quelli che ho nella mia lista desideri di Amazon solo un paio sono disponibili

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Come reinventare l’email

Questo post su Medium prova a spiegare perché la sfida di Google Inbox sia soprattutto nel convincere l’utenza a un modello diverso di email da quello a cui siamo abituati da anni. Gmail è uno dei prodotti più popolari di Google, e per immaginare l’email del futuro Google ha fatto quello che farebbe Apple: ha creato un nuovo prodotto, che si presenta come qualcosa di differente, ma che potrebbe finire col cannibalizzare Gmail:

Email is an ambitious undertaking. The main issue is that we, as users, already are used to what email is. It’s all based on our decades of experience with the current form. The mental model has been well established (burned) into our minds. Additionally, it’s more than just the interface itself at stake. Many younger users don’t like email all that much, and prefer alternate ways to communicate: texting, emojis, the revived animated GIF, Instagram, and Snapchat. […]

So, how do you make something a lot better without the past decisions—code and design patterns—weighing you down and especially not piss off a ginormous user base? If you are Google, you pull an Innovator’s Dilemmamove, by creating an internal competitor that could cannibalize one of your flagship products.

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Nintendo va meglio

L’anno scorso — a seguito dei risultati fiscali negativi —  diversi avevano suggerito a Nintendo da uscire dal mercato delle console per distribuire i suoi giochi su iOS e smartphone. Un anno dopo la situazione è migliorata, i profitti sono aumentati e il numero di console vendute è in crescita. Ma, come spiega Lukas Mathis, i guadagni derivano soprattutto dai giochi che Nintendo riesce a vendere a $60 a titolo:

Now, one year later, Nintendo just announced that it made a quarterly profit of 24.2 billion yen (about 224 million US$). Ars Technica notes that this is mainly due to strong sales of its first-party titles, mostly on the 3DS. However, even the Wii U is starting to show sustainable game sales numbers. So far, Mario Kart 8 sold roughly 3 million copies on the Wii U, and it continues to sell well. At 60 US$ a piece, it’s not clear to me that Nintendo could make the same amount of money selling games for iOS. Even a platform that’s doing poorly, like the Wii U, might be a better option if you can sell games for 60 bucks a piece, and reach a 50% attach rate. […]

In the past, people used to think that PC gaming would finally absorb console gaming. Today, they think it’s mobile phones.

(Relativo: “Da dove vengono i problemi di Nintendo“)

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‘Ho comprato una nuova televisione, e ne sono terrorizzato’

Michael Price ha paura ad accenderla, da quando leggendo il manuale ha scoperto il numero di informazioni che questa trasmette per abilitare le funzionalità smart:

The amount of data this thing collects is staggering. It logs where, when, how, and for how long you use the TV. It sets tracking cookies and beacons designed to detect “when you have viewed particular content or a particular email message.” It records “the apps you use, the websites you visit, and how you interact with content.” It ignores “do-not-track” requests as a considered matter of policy. […]

More troubling is the microphone. The TV boasts a “voice recognition” feature that allows viewers to control the screen with voice commands. But the service comes with a rather ominous warning: “Please be aware that if your spoken words include personal or other sensitive information, that information will be among the data captured and transmitted to a third party.” Got that? Don’t say personal or sensitive stuff in front of the TV.

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Dimensione dello schermo non equivale a dimensione del dispositivo

Gizmodo nota come diversi smartphone abbiano uno schermo pari a quello dell’iPhone ma riescano al contempo ad essere più piccoli — di conseguenza, più comodi da tenere in mano — avendo lasciato meno spazio sopra e sotto il dispositivo.

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Il coming out di Tim Cook

Tim Cook, su Business Week:

If hearing that the CEO of Apple is gay can help someone struggling to come to terms with who he or she is, or bring comfort to anyone who feels alone, or inspire people to insist on their equality, then it’s worth the trade-off with my own privacy. […] . Part of social progress is understanding that a person is not defined only by one’s sexuality, race, or gender. I’m an engineer, an uncle, a nature lover, a fitness nut, a son of the South, a sports fanatic, and many other things. I hope that people will respect my desire to focus on the things I’m best suited for and the work that brings me joy.

Andate a leggere la lettera per intero.

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‘Mobile is Eating the World’

Assolutamente da guardare: le slide di Benedict Evans, su come la tecnologia si stia diffondendo in ogni settore e di conseguenza diventi superflua la distinzione fra azienda tecnologica e non. Come giustamente riporta la slide numero 41, “When tech is fully adopted, it disappears“.

È corretto considerare Amazon come un’azienda tecnologica, o andrebbe ritenuta un’azienda che piuttosto sfrutta la tecnologia? (nello stesso modo in cui McDonald’s si basa su camion, congelatori e spostamento rapido di merci).

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Quanto durerà Google Fonts?

Jeremiah Shoaf di Typewolf si pone una domanda interessante: e se Google chiudesse Google Fonts? Non ci sono ragioni solide (Jeremiah ne esplora alcune, nel suo articolo) per cui il servizio debba esistere, e Google è la stessa azienda che non si è fatta problemi a chiudere Google Reader, seppur utilizzato costantemente da una nicchia affezionata di utenti.

But all of this begs the question: why is Google in the fonts game? What do they have to gain by hosting fonts for millions of websites for free? It can’t be cheap to serve fonts on this kind of scale. To date there have been over 2.6 trillion pageviews using Google Fonts. Sure, the fonts are oftentimes cached in the user’s browser but that is still a lot of requests and a lot of data being transferred. A trillion is a big number, even for a company like Google.

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