Come usano Snapchat i teenagers

Ben Rosen, di BuzzFeed, ha preso sua sorella di 13 anni e l’ha osservata utilizzare Snapchat:

ME: Tell me what your day is like on Snapchat.
BROOKE: When I wake up, I have about 40 snaps from friends. I just roll through and respond to them.
ME: How do you respond? Like, “haha good one, Elsbitch”?
BROOKE: No conversations…it’s mostly selfies. Depending on the person, the selfie changes. Like, if it’s your best friend, you make a gross face, but if it’s someone you like or don’t know very well, it’s more regular.
ME: I’ve seen how fast you do these responses… How are you able to take in all that information so quickly?
BROOKE: I don’t really see what they send. I tap through so fast. It’s rapid fire.

Impressionante. Sono su Snapchat da poco più di un mese, e l’unica cosa che faccio è postare in My Story — la storia pubblica che tutti gli amici vedono. Ho inviato pochissimi snaps a persone specifiche.

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La nuova applicazione di Quartz è una chat

Quartz ha lanciato la sua prima app per iPhone, ed è in sostanza una chat, una conversazione guidata con un bot sulle ultime notizie del mondo. È diversa da qualsiasi altro esperimento fatto in questo ambito, e mi pare abbia senso. Ha senso se si pensa alla posizione centrale che le notifiche occupano oggi, per ricevere informazioni — oltretutto, una UI perlopiù testuale funziona in ugual modo su iPhone, su Apple Watch, ed è potenzialmente traducibile anche per Siri.

Nieman Lab:

“We had that hunch that it could be an engaging interface,” said Zach Seward, Quartz’s executive editor and VP of product, and a former Nieman Lab staffer. “One thing that’s nice about it is the simplicity. The content type is always messages, and that’s always true whether you’re getting the message inside the app or as a notification.”

Tutto ciò è possibile grazie alla API di Quartz. Nel caso ve lo fosse perso, Quartz si autodefinisce una API: non mettono l’articolo tradizionale al centro di tutto.

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Operator, la nuova font monospace di Hoefler & Co

Jonathan Hoefler:

About two years ago, H&Co Senior Designer Andy Clymer proposed that we design a monospace typeface. Monospace (or “fixed-width”) typefaces have a unique place in the culture: their most famous ancestor is the typewriter, and they remain the style that designers reach for when they want to remind readers about the author behind the words. Typewriter faces have become part of the aesthetic of journalism, fundraising, law, academia, and politics; a dressier alternative to handwriting, but still less formal than something set in type, they’re an invaluable tool for designers. […]

The command-line editor — these days, home to so many people who design things — could really be improved by a fully fixed-width typeface. What if, in addition to shedding the unwanted baggage of the typewriter, we also looked to the programming environment as a place where type could make a difference? Like many screen fonts before it, Operator could pay extra attention to the brackets and braces and punctuation marks more critical in code than in text. But if Operator took the unusual step of looking not only to serifs and sans serifs, but to script typefaces for inspiration, it could do a lot more. It could render the easily-confused I, l, and 1 far less ambiguous.

Ma quanto è bella?

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La Dichiarazione di Indipendenza del Cyberspazio, vent’anni dopo

Sono passati vent’anni da quando John Perry Barlow scrisse la Dichiarazione d’indipendenza del Cyberspazio. La lesse a Davos, in Svizzera, l’8 Febbraio del 1996. In questo video, del 2013, la rilegge:

Quanto dichiarato è ancora attuale e valido — le motivazioni dei governi per limitare la libertà in rete sono le stesse di allora: copyright e sicurezza (terrorismo). È un discorso che può suonare altisonante, retorico, ma che personalmente mi ha lasciato — tutte le volte che l’ho letto — speranzoso e combattivo.

In un post su Boing Boing dell’altro giorno, Barlow ha riflettuto sul testo a vent’anni di distanza:

Actually, things have turned out rather as I expected they might 20 years ago. The War between the Control Freaks and the Forces of Open-ness, whether of code, government, or expression, remains the same dead heat it’s been stuck on all these years.

Which is enough to make me believe that my vision of an Internet that will one day convey to every human mind the Right to Know all that curiosity might propel them toward, a “world where anyone, anywhere may express his or her beliefs, no matter how singular, without fear of being coerced into silence or conformity.”

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Perché usiamo Internet da ubriachi

Vincenzo Latronico:

Sì, sappiamo che dovremmo usare password più lunghe e difficili, e usarne di diverse in ogni diversa occasione, e aggiornare regolarmente tutti i software, e installare sempre gli antivirus che spesso non servono a niente, perché le minacce più gravi sono le più nuove. Dovremmo, dovremmo.

Però poi ci diciamo: perché qualcuno dovrebbe attaccare proprio me? Perché dovrebbero provare a indovinare la mia password, a infilarsi nella mia USB stick? Luciano Floridi, uno dei massimi teorici di etica informatica, ha detto che in rete nessuno si sente Moby Dick: tutti si sentono sardine, protetti dal banco tutt’intorno. Con uno spirito simile spesso lasciavo aperta la porta del mio vecchio appartamento, quando dovevo prestare le chiavi a degli ospiti, confidando che nessuno sarebbe arrivato all’ultimo piano della mia scala nella mia palazzina solo per provare la maniglia di una porta a caso nella speranza di trovarla aperta.

Come moltissime analogie usate per capire le questioni della rete, anche questa sembra intuitiva ma non funziona.

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Amazon Echo è un successo?

Se lo domanda un articolo di Quartz:

The idea of talking to gadgets in your home that feature artificial-intelligence-powered assistants is still in its early days, but it’s an easy trend to spot. On various devices, Apple has implemented its Siri assistant, Google has Google Now, and Microsoft offers Cortana. Compared to those companies, Amazon still seems an unlikely challenger. But Echo is starting to look like the most elegant consumer product of the genre, at least for the home. Amazon’s foresight and execution has been impressive, especially in partnering with other products and companies.

Boh. Però tutto ciò mi ricorda un tweet di alcune settimane fa, di tale Marshall Huss. Marshall Huss ha un Echo in casa, che com’è supposto che sia sta sempre acceso e sull’attenti — sempre in ascolto in modo da essere pronto a rispondere ad un’eventuale domanda. Huss, una sera, parlando con sua moglie, le menziona la necessità di acquistare un apriscatole. Più tardi, questo è quello che vede su Facebook:

UPDATE: Pare la motivazione fosse un’altra, mi fanno notare.

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La caduta di Nokia: un ultimo sguardo a Windows Phone

Nel 2000, pre iPhone, la capitalizzazione di mercato di Nokia raggiungeva i $245 miliardi. Nel 2013, post iPhone, Nokia viene acquistata da Microsoft per 7.5 miliardi di dollari. L’acquisto ha costretto Nokia a restare legata a Windows Mobile e l’ha portata alla situazione (diciamo, con un eufemismo, non ideale) in cui si trova oggi.

La situazione sarebbe diversa se Nokia avesse adottato Android? L’analisi di Venture Beat merita una lettura:

In the end, Nokia hoped that Windows Phone would make it stand out in a sea of Android and iOS devices — and it did, but not in the fashion it had wanted. Instead, Nokia customers watched their once-mighty brand slowly fade into irrelevance, eventually getting consumed by its ill-chosen partner.

The mobile landscape is littered with manufacturers who lost their way, from Palm to BlackBerry to HTC to Danger. No company is too big to fail, and those that react too slowly to shifts in tastes and preferences can quickly find themselves struggling to catch up. Often, the only path forward requires choosing from a set of unpalatable options. Thanks in part to Stephen Elop’s Rolodex, Nokia’s storied handset division wound up in the arms of Microsoft, a fatal embrace.

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Come prepararsi all’inevitabile timeline editoriale

Mantellini:

Quando una piattaforma di rete, una di quelle che utilizziamo quotidianamente come Facebook, Google o Twitter, ci propone (o ci impone) un algoritmo che seleziona per noi dentro il suo grande cervello, tenta di entrare, più o meno gentilmente, dentro il nostro percorso decisionale. Ottimizza. Ci racconta che quella magia è per noi ma evidentemente non sempre è così. Semplicemente quell’algoritmo, come moltissimi di quelli che è possibile incrociare in rete, perturba le nostre scelte, sostituisce criteri decisionali suoi ai nostri. Ottimizza.

La bacheca cronologica è faticosa ma riserva molte soddisfazioni.

La timeline non cronologica è, per come la vedo io, inevitabile: mentre a me e altri utenti geek di Twitter può piacere così com’è ora, uno dei problemi di Twitter è sempre stato quello di essere faticoso da approcciare: dà molto, ma solo a patto di dedicargli molto tempo e sforzi (e anche noi, comunque, ci aiutiamo con Nuzzel e altri programmi che di fatto — tramite algoritmi — decidono cosa è interessante e cosa meno). Il problema, se mai, ci sarà se questa verrà imposta e diventerà l’unica opzione possibile.

A tal proposito, alcuni giorni fa leggevo la specifica, in discussione al W3C, del formato micropub che dovrebbe favorire la creazione di timeline cronologiche non-centralizzate:

Micropub is an open API standard that is used to create posts on one’s own domain using third-party clients. Web apps and native apps (e.g. iPhone, Android) can use Micropub to post short notes, photos, events or other posts to your own site.

Per funzionare farebbe affidamento a POSSE, un modello di pubblicazione promosso (come il formato micropub) dall’IndieWebCampPublish (on your) Own Site, Syndicate Elsewhere. Ovvero pubblichi il micropost sul microblog ospitato sul tuo dominio e varie integrazioni lo distribuiscono sulle piattaforme esistenti. In altre parole, il sito personale sta al centro delle piattaforme sociali, di distribuzione.

Micropub è un’API per Twitter sul proprio dominio. Twitter ha avuto per anni un monopolio sulla timeline, ma ora che vuole essere più come Facebook e meno quello che è vale la pena esplorare strade alternative.

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Quale, fra i due siti possibili, stai disegnando?

Una presa in giro ai siti delle startup, che si somigliano un po’ tutti fra loro.

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Com’è cambiata l’UX dei principali siti negli anni

Un sito mostra come sono cambiati i principali servizi web che utilizziamo oggi — Twitter, Spotify, Dropbox, etc. — negli anni.

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L’arte del commit

A List Apart ha pubblicato un estratto del nuovo libro di A Book Apart, Git for Humans:

The purpose of a commit message is to summarize a change. But the purpose of summarizing a change is to help you and your team understand what is going on in your project. The information you put into a message, therefore, should be valuable and useful to the people who will read it.

As fun as it is to use the commit message space for cursing—at a bug, or Git, or your own clumsiness—avoid editorializing. Avoid the temptation to write a commit message like “Aaaaahhh stupid bugs.” Instead, take a deep breath, grab a coffee or some herbal tea or do whatever you need to do to clear your head. Then write a message that describes what changed in the commit, as clearly and succinctly as you can.

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Il rebranding di Uber

Brand New:

The previous logo was so thin it would crumble at the slightest sneeze. The wordmark lacked a lot of weight to be of good use in small screens and the wide letter-spacing forced it to take up too much space, making it necessary to make it smaller, making it barely readable. I’ve always disliked the little curl on the “U” but other than that, it was a mostly innocuous logo. […]

The bigger issue with the redesign — far more troubling — than the logo redesign is the app icon. In this case the app icon gets more action than the logo itself. That’s the first interaction from most users. If I wasn’t a fan of the curl in the “U” of the old logo I was even less of a fan of the inward serifs of the old icon. But, hey, it was a “U” for Uber and it was shiny like the badge on the grill of a car. The new icon is completely unidentifiable in any way as Uber other than it saying “Uber” underneath.

Mi piace la nuova scritta (la vecchia non l’ho mai apprezzata molto), sono un po’ più perplesso sull’icona. Il concetto di atomi e bits attorno a cui il rebranding è incentrato è anche piuttosto confuso e poco convincente (WIRED ha un lungo pezzo su com’è nato). Uber è passato dall’essere un servizio elitario, di lusso, al presentarsi come un’alternativa appetibile al trasporto pubblico. È pur sempre un’alternativa premium, ma non è così esclusivo come un tempo e l’intenzione è quella di diventare sempre più conveniente come modo e mezzo di trasporto.

Il rebranding forse poteva evitare questa analogia confusa — bits e atomi — e concentrarsi solo su quest’altro aspetto.

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Cosa rende un caffè ‘buono’

Arstechnica va abbastanza nel dettaglio, e nel tecnico, su cosa costituisca una buona tazza di caffè:

Purists might assume that clean, distilled water with no contaminating chemicals would brew the best cup. But, according to a recent study, added positive ions, often found in “hard” water, are good at grabbing the flavorful compounds in coffee. In particular, calcium and magnesium ions were best at snatching flavor compounds without otherwise altering the coffee taste.

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Il prossimo iPhone avrà una fotocamera doppia?

Dice MacRumors che il prossimo iPhone grande, il 7 Plus (e solo quello), potrebbe avere una fotocamera doppia — il che comporterebbe belle cose, come zoom non solo digitale, prestazioni migliori in ambienti poco illuminati e possibilità di cambiare focus all’immagine.

Se così fosse, mi toccherebbe se non altro considerarlo. Sarebbe fastidioso però se il device piccolo, che tanto piccolo non è (l’iPhone non Plus), diventasse di serie B.

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AMBER: un plugin per evitare il linkrot sul proprio blog

Ho per lungo tempo cercato un plugin che mi aiutasse a preservare le pagine a cui linko su queste pagine, e mi evitasse lo scenario corrente: linkrot pervasivo negli archivi del blog. I permalink, in realtà, sono molto poco permanenti. Provate a leggere un post di alcuni anni fa, dagli archivi, e molto probabilmente conterrà un link ad una pagina che non esiste più — perché è stata spostata, perché la piattaforma su cui il contenuto era stato pubblicato è stata chiusa o venduta, perché il blog non esiste più, o per altre ragioni ancora.

Fortunatamente il Berkman Center for Internet & Society se ne è uscito con un progetto, Amber, che aiuta a evitare la situazione corrente. Amber è distribuito anche sotto forma di plugin di WordPress: installandolo, il vostro blog conserverà uno snapshot (una copia) di ogni pagina a cui linkate — rendendola così accessibile in futuro, qualunque cosa succeda al sito originario, che sia o meno conservato sull’Internet Archive.

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Twitter è troppo difficile da usare?

Walt Mossberg:

Twitter has become what I call “secret-handshake software” — something that’s so complicated that, as in a secret society, only insiders know the rituals that unlock its power.

Nell’impresa (inutile) di battere Facebook, Twitter si è autodistrutto. L’immediatezza e semplicità di un tweet è stata negli anni rovinata da varie features e tentativi introdotti solo per somigliare a Facebook — rendendosi così sempre più irrilevante: se voglio Facebook, uso Facebook, non la copia mal riuscita che Twitter propone.

L’unica cosa che gli è riuscita molto bene è alienare l’utenza iniziale, che apprezzava Twitter per quello che era — Twitter dovrebbe rassegnarsi che il servizio che offre soddisfa milioni di persone, invece che ambire ad averne lo stesso numero di utenti di Facebook. L’ibrido che sta nascendo non serve a nessuno.

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Da questa mattina, Safari si chiude inaspettatamente per diversi utenti

Credevo fosse successo qualcosa di strano al mio iPhone, quando questa mattina — provando a digitare un URL nella barra degli indirizzi di Safari — il browser mi si è chiuso inaspettatamente, e ripetutamente ad ogni successivo tentativo.

Invece è un problema legato alle Safari Suggestions, i suggerimenti che Apple restituisce mentre si sta scrivendo nella barra degli indirizzi:

When you type a URL, Apple sends what you type to its servers, returning a response with autocomplete search queries, Top Sites and other info. There appears to be a bug in this server request that is causing Safari to randomly crash. Users are discovering some potential workarounds until Apple fixes the problem properly.

Per il momento si risolve attivando la navigazione privata.

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Cosa rivelano un milione di syllabus

L’Open Syllabus Project è un progetto che si è prefisso l’obiettivo di raccogliere i programmi di studio di vari corsi universitari e di analizzarli guardando quali sono i paper più assegnati all’interno di un’università, o quali dominano un particolare campo di ricerca.

Al momento ne hanno raccolti più di un milione, soprattutto da università americane e inglesi. Il Syllabus Explorer, in beta, permette di ordinarli per popolarità e capire, così, quello si studia.

Dal New York Times:

At present, the Syllabus Explorer is mostly a tool for counting how often texts are assigned over the past decade. There is something for everyone here. The traditional Western canon dominates the top 100, with Plato’s “Republic” at No. 2, “The Communist Manifesto” at No. 3, and “Frankenstein” at No. 5, followed by Aristotle’s “Ethics,” Hobbes’s “Leviathan,” Machiavelli’s “The Prince,” “Oedipus” and “Hamlet.”

“The Communist Manifesto” ranks as high as it does (for those wondering) because, like “The Republic,” it is frequently taught in multiple fields — notably in history, sociology and political science.

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20 trucchi per Mac che non conosci

La lista di Mac Kung Fu è davvero ottima. Ho scoperto che si può tenere sveglio il Mac a tempo indeterminato — evitando che lo schermo si spenga — scrivendo  caffeinate -di nel Terminale (basta poi chiuderlo per annullare l’effetto) e che il pulsante upload nelle pagine web in Safari supporta il drag & drop dei file.

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Perché Apple difende la crittografia

TidBITS:

Google, Microsoft, Facebook, and Twitter. I’ll add Amazon and Samsung. In each case, these companies’ business models don’t put them in nearly the same position as Apple.

Google is fundamentally an advertising company that collects data on its users. That information can’t be encrypted so only the user can see it, since that would prevent Google from accessing it and using it for targeted advertising. Even removing the ad issue, some of Google’s services fundamentally won’t work without Google having access to the underlying data. […]

Apple is nearly unique among technology leaders in that it’s high profile, has revenue lines that don’t rely on compromising privacy, and sells products that are squarely in the crosshairs of the encryption debate. Because of this, Apple comes from a far more defensible position, especially now that the company is dropping its iAd App Network.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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