‘Serve una consapevolezza collettiva’

Mantellini, per una politica delle reti che porti innanzitutto tutti a riconoscere l’importanza delle reti (una cosa scontata altrove):

La politica delle reti non si fa nei convegni. Non si fa raccontando sui giornali i casi di eccellenza. Non si fa aggiungendo aggettivi agli articoli della Costituzione. Non si fa ripetendoci fra noi quanto il digitale sia sexy. Non si fa con le startup. Non si fa con le stampanti 3D. Non si fa su Twitter. La politica delle reti non è mobile first, al contrario andrebbe ancorata da qualche parte. Possibilmente dentro le nostre teste.

La politica delle reti inizia riconoscendo un abisso. Che è quello dell’arretratezza digitale complessiva di questo Paese rispetto alle altre Nazioni europee. Un abisso che andrebbe meglio studiato e che negli ultimi anni è perfino peggiorato. Peggio di noi in Europa oggi solo la Grecia e la Bulgaria. […]

Oggi 5 italiani su 10 dicono che a loro Internet non interessa. Che non gli serve, che non sanno che farsene. In questa affermazione risiede il ritardo principale dell’Italia.

Il divario digitale italiano è, soprattutto, un divario culturale.

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‘Perché non uso Helvetica’

Suggerisce delle buone alternative (purtroppo tutte costose!):

I’d try Akzidenz Grotesk, which was the original favourite of the Swiss Style pioneers and is the typeface that Helvetica was largely based upon. It’s twice as old as Helvetica which obviously makes it twice as cool.

Or maybe I’d use Neue Haas Grotesk, which bears Helvetica’s original name and is intended to be far closer to it’s original 1957 design than modern digitised interpretations. It just looks a bit nicer.

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Dettagli tipografici

L’autore di typedetail.com cercherà di “annotare” un font diverso al giorno, evidenziandone le particolarità. È un progetto molto bello, che ne ricorda uno recente, e simile: 100 giorni di font.

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Quartz è una API

Quartz si definisce una API: va dove sono i lettori, e nella forma più appropriata al mezzo. Al centro di tutto questo non c’è il sito, un indirizzo specifico a cui raggiungerli, ma il brand — che ciascun lettore conosce in maniera diversa (i lettori della newsletter in un modo i visitatori del sito in un altro):

So when we say Quartz is an API, we don’t mean publish once and send it everywhere. We mean Quartz can go anywhere our readers are, in whatever form is appropriate. What’s most striking about that is what sits in the middle: our brand. In this environment, it’s the most important thing: We are a guide to the new global economy for smart, worldly people. That drives our editorial mission, our product vision, and our commercial business. And the specific forms that takes is the challenge we’re all here to tackle. Most of all, this will require us to be excellent at what’s in the center, what we call Quartz and all that it stands for: insisting on bold and creative decisions, a user-first approach, being excited by change, and serving an audience of global business professionals.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

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Facebook è per le notizie?

Baekdal ha ben riassunto i miei dubbi con gli Instant Articles di Facebook:

What many publishers don’t seem to understand is that Facebook is incredibly limited in terms of the behavior its audience has. People don’t go to Facebook for news. Instead, people primarily only use Facebook when they are having a quick break. That means that the audience is coming to Facebook without a specific intent. And because there is no specific intent, there is also almost no loyalty.

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La storia della caduta di BlackBerry

Il Wall Street Journal ha pubblicato un interessante estratto di “Losing the Signal“, un nuovo libro dedicato alla caduta di BlackBerry a seguito dell’arrivo dell’iPhone.

In questi paragrafi, la reazione dell’allora CEO di BlackBerry al keynote del 2007, quello in cui Steve Jobs presentò l’iPhone:

Mike Lazaridis was home on his treadmill when he saw the televised report about Apple Inc.’s newest product. Research In Motion’s founder soon forgot about exercise that day in January 2007. There was Steve Jobs on a San Francisco stage waving a small glass object, downloading music, videos and maps from the Internet onto a device he called the iPhone.

“How did they do that?” Mr. Lazaridis wondered. His curiosity turned to disbelief when Stanley Sigman, the chief executive of Cingular Wireless joined Mr. Jobs to announce a multiyear contract with Apple to sell iPhones. What was Cingular’s parent AT&T Inc. thinking? “It’s going to collapse the network,” Mr. Lazaridis thought.

The next day Mr. Lazaridis grabbed his co-CEO Jim Balsillie at the office and pulled him in front of a computer.

“Jim, I want you to watch this,” he said, pointing to a webcast of the iPhone unveiling. “They put a full Web browser on that thing. The carriers aren’t letting us put a full browser on our products.”

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Emoji che saranno

Unicode ha presentato le 38 emoji candidate a diventare parte dello standard Unicode 9.0, che dovrebbe arrivare a metà del 2016. Ci guadagniamo un’emoji per i selfie, una per pinocchio e un gufo.

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Non buttare le foto sfuocate

Ultimamente ho un po’ perso interesse nelle varie applicazioni per editare foto e appiccicarci filtri sopra, per renderle magicamente e solo apparentemente migliori. Credo sia una conseguenza dell’aver ridotto l’uso di Instagr.am: se le foto non vanno online, ma esistono solo per me, allora migliorarle con il filtro giusto sembra improvvisamente non necessario1.

Mi interessa invece che mi ricordino un momento, e per farlo una foto senza filtro è migliore di una con filtro, e forse una sfuocata e scattata senza pensarci è addirittura preferibile e più genuina di una premeditata.

Su Wired, Joe Brown è dello stesso parere:

These unpublished images are every flavor of bad: blurry, poorly framed, unflattering, uninteresting. But they are an honest record of my life—because that camera in my pocket is with me and paying attention almost all the time.

So after that awful/wonderful evening, I made a pact with myself: I don’t delete photos anymore. I got the largest-capacity iPhone, upgraded my Dropbox account, and uploaded every pic I could find. I use the Carousel app to organize them—it batches images by date and captures location.

  1.  Credo sia successo anche perché ho comprato un iPhone da 64GB, e all’improvviso non ho più dovuto scegliere quale foto tenere, e quale cancellare

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L’Apple Watch arriverà negli Apple Store a Giugno

L’ha confermato Tim Cook ieri, durante un incontro in Cina. Però non si capisce quando a Giugno, né cosa succeda a chi l’ha preordinato ed ha come data di spedizione fine Giugno/Luglio.

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Internet.org non è neutrale, non è sicuro e — soprattutto — non è Internet

La Electronic Frontier Foundation finalmente ha affrontato la questione di Internet.org, l’internet non neutrale che Facebook sta promuovendo nei Paesi che vorrebbe aiutare:

We completely agree that the global digital divide should be closed. However, we question whether this is the right way to do it. As we and others have noted, there’s a real risk that the few websites that Facebook and its partners select for Internet.org (including, of course, Facebook itself) could end up becoming a ghetto for poor users instead of a stepping stone to the larger Internet. […]

We agree that some Internet access is better than none, and if that is what Internet.org actually provided—for example, through a uniformly rate-limited or data-capped free service—then it would have our full support. But it doesn’t. Instead, it continues to impose conditions and restraints that not only make it something less than a true Internet service, but also endanger people’s privacy and security.

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Come Stallman naviga su Internet

Stallman, sul suo sito personale, racconta come visita i siti — seguendo per ciascuna visita un procedimento abbastanza tedioso e sofferente:

I am careful in how I use the Internet.

I generally do not connect to web sites from my own machine, aside from a few sites I have some special relationship with. I usually fetch web pages from other sites by sending mail to a program (see git://git.gnu.org/womb/hacks.git) that fetches them, much like wget, and then mails them back to me. Then I look at them using a web browser, unless it is easy to see the text in the HTML page directly. I usually try lynx first, then a graphical browser if the page needs it (using konqueror, which won’t fetch from other sites in such a situation).

I occasionally also browse using IceCat via Tor. I think that is enough to prevent my browsing from being connected with me, since I don’t identify myself to the sites I visit.

I never pay for anything on the Web. Anything on the net that requires payment, I don’t do. (I made an exception for the fees for the stallman.org domain, since that is connected with me anyway.)

(Via Boing Boing)

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Mobile First: gli smartphone offrono una versione più completa di Internet?

Abbiamo sempre considerato l’internet mobile, quello a cui abbiamo accesso da smartphone, una versione ridotta e semplificata dell’internet disponibile su desktop. I siti web sono più semplici, e pongono limiti: se vuoi davvero fare qualcosa di utile devi ricorrere al computer.

Benedict Evans crede sia arrivato il momento di abbandonare questa idea, e invertirla: è il computer che sta seduto sulla nostra scrivania che offre una versione limitata (e limitante) di internet.

Internet, per i primi vent’anni in cui è esistito, ha significato un browser, una tastiera e un mouse. Poche cose sono successe, e sempre ai margini del browser mentre internet rimaneva pressoché invariato e legato al web. Da quando esistono gli smartphone tutto questo si è rotto: il modello d’interazione degli utenti è più complesso. Ci sono notifiche, Apple Pay, iBeacon, Touch ID, etc… Nuove possibilità, molte delle quali riservate ai dispositivi mobili — magari arriveranno anche su desktop, ma ancora non ci sono, e comunque arriveranno dopo.

Uno smartphone sa molto più sulla nostra persona di quanto un computer tradizionale non abbia mai saputo, e per questo può anche supporre e offrire molto più. Scrive Evans:

La manifestazione più evidente di questo fenomeno è l’esplosione in popolarità delle applicazioni sociali, la cui quasi totalità avrebbe fallito su PC ma su smartphone hanno funzionato perché, come dico spesso, lo smartphone stesso è una piattaforma sociale — ogni applicazione ha accesso alla rubrica, alla fotocamera, può inviare notifiche e siede nell’home screen a due tap di distanza da qualsiasi altra schermata del telefono. Tutte cose che rimuovono complessità e facilitano l’adozione di una nuova applicazione.

Secondo Evans lo smartphone è una piattaforma ideale per internet. Su desktop internet risiedeva nel browser, mentre su smartphone è l’intero device a offrirsi come una piattaforma per internet e il browser, da “internet”, diventa una semplice icona a sua volta.

In altre parole, anche se più piccolo e senza tastiera non dovremmo fare l’errore di considerare l’Internet che lo smartphone ci offre come una versione semplificata di quello a cui abbiamo accesso su desktop. Acquistare online è già più facile e immediato su smartphone, così come comunicare con gli amici.

È il computer che offre una versione ridotta di Internet, perché spesso tutto quello che offre — quando si parla del modo in cui l’utente interagisce con Internet — è un’esperienza mediata dal browser.

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Architettura e web design

Carina, anche se ovviamente un po’ forzata, l’analogia di Mike Sall fra web design e architettura. I primi siti corrisponderebbero al Neolitico, quelli in flash al periodo Gotico (meh, in entrambi i casi) e quelli piatti — il cosiddetto flat design — al periodo più recente.

Non è la prima persona a paragonare le due cose: architettura e web design. Andrew Burton:

As a previous architecture student I see a lot of similarities in the sweeping rise of the modern minimalist (flat) design to the tabla rasa created by the European modernist architects in the beginning of the 20th century. In the case of the architects, they rejected the superfluous and elaborate ornamentation that were prevalent in the beaux arts, art nouveaux and art deco styles that preceded them. They believed (and still do) that the pastiched character added to the building through these preceding styles was misappropriated and disingenuous in modern times. Instead their principles were based on form following function and utilising the new building techniques of concrete, steel, glass and mass reproduction.

The same has happened in the web world albeit 100 years later. Before the rise of ‘flat’ design the digital world was crammed with skeumorphic design cluttered with ornamental and superfluous features that gave character to the product but were actually just distractions from what the user wants: a product that works.

Del resto il “flat design” non è nulla di nuovo; il corrente stile minimalista esiste da 100 anni — si pensi al Bauhaus e al lavoro di Dieter Rams o Paul Rand.

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Che fine hanno fatto gli ‘iPhone killer’?

Vi ricordate di quando, fino a poco fa, l’introduzione di un nuovo smartphone Android equivaleva a una valanga di articoli sull’imminente dipartita dell’iPhone? Dipartita che non si è mai materializzata. L’iPhone sta meglio che mai, e non solo Apple ma anche le aziende che dovevano ucciderlo ne stanno giovando: l’iPhone porta guadagni a Google (che paga non poco per mantenere la propria posizione nella barra degli indirizzi di Safari), Microsoft (che ora considera iOS una piattaforma importante per cui sviluppare) e pure a Samsung (che fornisce diversi componenti interni a Apple).

Horace Dediu:

Samsung electronics benefits from the iPhone in terms of its semiconductor division. Apple is Samsung’s biggest customer and the semiconductor division is now the largest source of operating profits. […]

This alternate reality shows that the benefits from the iPhone revolution are broad and deep. It’s not just the direct revenues from app sales on the App Store but also the creation of entire new communications modalities (Instagram, Snapchat, WhatsApp) new services (Uber, Airbnb) and the multi-billion dollar accessories markets. These benefits are largely unmeasured and therefore not visible in accounting systems. They are perceivable however

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La vista dal sedile frontale

Chris Urmson, a capo dello sviluppo della macchina che si guida da sola di Google, racconta su Medium a che punto si trova il progetto per quanto riguarda la sicurezza stradale.

Pare che i problemi maggiori sorgano con incidenti minori — come tamponamenti — per questo non ben documentati ufficialmente. Quello che importa è che la macchina che si guida da sola non ne ha mai causato uno; ha subito in sei anni sei incidenti minori, e la colpa era sempre nostra:

If you spend enough time on the road, accidents will happen whether you’re in a car or a self-driving car. Over the 6 years since we started the project, we’ve been involved in 11 minor accidents (light damage, no injuries) during those 1.7 million miles of autonomous and manual driving with our safety drivers behind the wheel, and not once was the self-driving car the cause of the accident.

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Thing Explainer, il nuovo libro di Randall Munroe di xkcd

Randall Munroe è bravissimo a rendere cose complesse divertenti e a spiegarle a chi di quelle cose non ci capisce nulla. Il suo nuovo libro — che arriverà a Novembre — si chiama Thing Explainer e in esso Randall fa solo quello, con schizzi e disegni: spiegare cose.

Using line drawings and only the thousand (or, rather, “ten hundred”) most common words, he provides simple explanations for some of the world’s most interesting things: our food-heating radio boxes (microwaves), our very tall roads (bridges), and our computer buildings (datacenters). He also explains the other worlds around our sun (the solar system), the big flat rocks we live on (tectonic plates), and even the stuff inside us (cells).

La copertina è sufficiente a far partire un pre-ordine:

Thing Explainer, la copertina del nuovo libro di Randall Munroe

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Instant Articles: lo strumento di Facebook per creare storytelling interattivi

Un nuovo prodotto di Facebook per creare e distribuire articoli al suo interno. Come i video nativi, hanno il vantaggio di caricarsi più velocemente. Siccome poi sono interattivi — con parallax scrolling e tutti quegli effetti che i vari editori hanno cercato di rubare a Snow Fall — mi aspetto che molti inizino a gettarci dentro i loro contenuti.

Che Facebook avrebbe iniziato a ospitare direttamente il contenuto di alcune testate si mormorava da tempo. Fra i partner iniziali: BuzzFeed, BBC News, il Guardian e il New York Times.

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Paper si aggiorna: non più solo per disegnare, ma anche per catturare e presentare idee

Paper è una delle applicazioni per iPad più belle; è anche inutile se, come me, non siete minimamente capaci di disegnare. Con l’ultimo aggiornamento però qualcosa cambia: da strumento per creativi — con acquerelli e pennelli virtuali — è diventato utile anche a chi si ritrova a dover comunicare visualmente un’idea o immaginare il layout di un sito.

Il nuovo Paper offre tool con cui inserire forme (box, frecce, cerchi, etc.), disegnare grafici e comunicare pensieri e idee con schizzi invece che a parole. Il modo in cui tutto ciò è stato implementato è fantastico, molto veloce e facile. Il risultato non sarà dettagliatissimo, ma è più che valido come sostituto del mockup su carta fatto in cinque minuti.

Credo mi ritroverò ad usare Paper frequentemente, dopo questo aggiornamento.

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Il ciclo d’adozione di un prodotto, o del perché Google Glass non hanno funzionato

Tim Bajarin critica il modo in cui Google ha promosso i Google Glass. Presentati come un prodotto per tutti, probabilmente avrebbero avuto più fortuna se indirizzati a settori e ambiti specifici. I Google Glass possono rivelarsi utili se praticate sport, o a qualcuno che abbia le mani occupate ma necessiti di avere informazioni sott’occhio (es. un chirurgo?). Ma davvero, che senso ha camminare per strada con uno schermo sovraimpresso al paesaggio?

Come spiega Bajarin, il ciclo di adozione di un prodotto parte da mercati verticali (ovvero ben definiti ed indirizzati ad una tipologia specifica) per poi arrivare ai consumatori generici, un cosa che Google ha totalmente ignorato con i Google Glass:

For the last 25 years, I have looked very closely at the adoption cycle of products and I have learned something very important. Seldom does a product, especially a hardware product, find favor quickly with the broad consumer market. Video recording devices were refined and used in professional markets for over a decade before VCRs made it into the living rooms of consumers. PCs spent well over a decade in offices before they became cheap enough for the home and made sense for consumers. I could detail dozens of other examples but the bottom line is most technology gets started and refined in what we call vertical markets well before they get perfected and priced low enough for consumers.

When Google introduced their Google Glass, this was the first thing that came to mind about this project. I wondered if Google even had a clue how tech adoption cycles develop. While it is true glasses had been used in vertical markets since 1998, even after all of this time, we saw no interest by consumers. Google’s decision to aim Glass at consumers first, yet price them as if they were going to vertical markets, stumped me. Even the folks who had spent decades making specialized glasses for use in manufacturing, government applications, and transportation were dumfounded by Google’s consumer focus with Google Glass, priced at $1500.

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