Ello: il social network etico

Sta ricevendo molta attenzione, negli ultimi giorni, Ello. Ello è un nuovo social network, dal design molto minimale, fondato su un manifesto in cui essenzialmente dichiara di non basare il proprio modello di business sulla pubblicità. L’obettivo è quello di essere visti in maniera diversa da Facebook, e ricorda App.net negli intenti.

È sia Facebook che un blog, un po’ Twitter e un po’ Tumblr: i post possono essere brevi e essenziali come un tweet, o lunghi quanto un articolo. Le persone possono essere aggiunte come amici, o inserite in “noise“. Queste ultime non compariranno nella home page, ma in una sezione a parte. L’editing dei post avviene tramite markdown, e le conversazioni come su twitter (anche se poi vengono organizzate come commento ai post). Al momento non offre molte funzioni che ci siamo abituati ad aspettarci da un social network — come messaggi privati — e nemmeno ha un’applicazione per iPhone (o Android).

È, di nuovo, estremamente essenziale: nella grafica e nelle funzioni. Eppure sta avendo successo e ha registrato un numero crescente di utenti negli ultimi giorni. A me piace, ma ho la sensazione che possa essere perché è piccolo e nuovo. In quanto tale, non è ancora caotico come Facebook — o come lo è diventato Twitter — e ha un numero selezionato di utenti (è in beta, e richiede un invito per iscriversi). Comunque, se volete mi trovate qui.

Ello

C’è un problema però: il manifesto su cui è basato è molto vago, e seppure dichiari in maniera chiara di non volersi affidare al modello pubblicitario (= vendita dei dati dei propri utenti) per sostenersi, non fornisce nemmeno un’alternativa esplicita e seria di come intenda fare soldi. Al contrario, si è scoperto che ha accettato 435.000 dollari da un gruppo di venture capitalist. Come ha commentato Andy Baio:

At the moment, Ello is a free, closed-source social network, with no export tools or an API, fueled by venture capital and a loose plan for paid premium features. I think it’s fair to be skeptical.

Continuerò ad usarlo nei prossimi giorni, sperando che i dubbi vengano chiariti e che i principi su cui è fondato vengano rispettati. Se così fosse, Ello potrebbe essere un ottimo social network. Il primo basato su questi principi che sembra stia riuscendo ad avere successo.

(Se volete provarlo ho degli inviti. Lasciate un commento a questo articolo1 e ve ne mando uno.)

  1. Magari con una vostra opinione su Ello? ;)

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Scritti un anno fa: non ci sono articoli, per questa data

Una nota sui commenti

A inizio estate avevo riaperto i commenti su Bicycle Mind. Questi funzionavano grazie a Discourse, un software che ritengo molto promettente e che tiene conto di molti dei problemi legati ai commenti. È un forum (quand’è l’ultima volta che ne avete visitato uno?) adatto all’internet moderna: bello da usare e con alcuni accorgimenti che, almeno in teoria, dovrebbero permettere e stimolare discussioni sane e intelligenti, riducendo quanto più possibile il rumore. Su Bicycle Mind funzionava previa registrazione, fattore che ha ridotto drasticamente il numero di commenti ma che, al contempo, ha fatto sì che quelli ricevuti si siano rivelati pertinenti e interessanti da leggere. Per me, e spero anche per i lettori.

Ora però lo abbandoniamo. Perché? Perché il funzionamento è un po’ macchinoso — i commenti risiedevano su un’altra pagina, non erano immediati né da leggere né da inviare — e principalmente perché il costo del servizio ne supera l’utilizzo. Alcuni blog hanno adottato Discourse con successo, ma ritengo che per funzionare la comunità alla base debba essere molto più ampia di quella che questo blog può raggiungere. Ma, seppur senza Discourse, i commenti resteranno (come potete notare qua sotto) sfruttando semplicemente le funzionalità di WordPress. Saranno sempre letti e eventualmente moderati, nel caso fra di essi ne finiscano alcuni inopportuni.

Perché questo cambio di rotta, negli ultimi mesi? Perché questo ritorno dei commenti dopo averli a lungo criticati? Mi sono reso conto che, seppur inquinati da troll e commenti monosillabici (LOL), ci sono fra i commenti alcune gemme che “ampliano” il contenuto di un articolo. I commenti sono un po’ come il resto dell’internet: per l’80% spazzatura, ma poi c’è quel 10% che ti fa apprezzare che esistano.

Lo spazio per i commenti non è per attaccare altri lettori che la pensano diversamente, o per insultarmi, ma per avviare una discussione: supportando degli argomenti, o spiegandomi perché ho torto (come spesso accadrà) offrendo delle spiegazioni. È facile capire se stai scrivendo un commento interessante, che aggiunge valore all’articolo, o semplicemente schiacciando i tasti della tastiera; nessun commento che sia critico e efficace verrà mai cancellato.

Insomma: fatene buon uso.

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I limiti di internet che ci hanno portato a Facebook

Mike Caulfield, in un commento a questo post:

You look in 1993 and see Guido Van Rossum and Berners-Lee arguing that instead of an IMG tag there should be a general “include”, that would allow you to pull together pieces of multiple sites together from multiple MIME types. Twenty years later, there’s still no include.

You see Shirky and Weinberger talking in 2003 about how the web was designed to connect pages, not people, and the groups forming were essentially hacks on top of that. But that power to connect people doesn’t get built into the protocols, or the browser, or HTML. It gets built on servers.

It’s almost like the web’s inability to connect people, places, and things was the ultimate carve-out for corporations. [I]f the connections have to live on a single server (or server cluster) then the company who controls that server wins.

Come sottolinea Frank Chimero, l’assenza di un protocollo per connettere le persone ha permesso la nascita di Facebook, la difficoltà d’uso degli RSS hanno facilitato l’ascesa di Twitter e l’inesistenza del tag <include> nell’HTML ha portato alla creazione di Pinterest: ogni azienda che è riuscita a monopolizzare un settore di internet è stata in grado di farlo per una mancanza nel protocollo, nelle specifiche o nell’interfaccia.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno ?

Cose che restano

CIT.

My blog’s older than Twitter and Facebook, and it will outlive them. It has seen Flickr explode and then fade. It’s seen Google Wave and Google Reader come and go, and it’ll still be here as Google Plus fades. When Medium and Tumblr are gone, my blog will be here.

The things that will last on the internet are not owned. Plain old websites, blogs, RSS, irc, email. — Brent Simmons, Waffle on Social Media

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Le email sono una cosa meravigliosa

Negli ultimi anni, di continuo, si leggono lamentele sul funzionamento delle email e una qualche previsione sulla loro imminente dipartita. L’ultimo servizio entrato nella lista di quelli che le renderanno obsolete è Slack, che rende la comunicazione all’interno di un’azienda più facile 1. A ciò, si aggiungono le critiche: sono troppe, un mezzo del passato che non si è evoluto a sufficienza, se ne accumulano centinaia, non c’è un modo ottimo di filtrarle e portano via troppo tempo.

Ciò nonostante, le email sono una cosa meravigliosa. Sono un esempio di quel web che abbiamo perso e dei suoi valori: aperto, decentralizzato e inter-comunicabile. E negli ultimi anni sono diventate anche più intelligenti. Nel filtraggio dello spam, o grazie a nuove funzioni come la priority inbox di Gmail, che le divide in automatico in base alla loro importanza e al loro scopo.

La loro stessa esperienza“, scrive Alexis Madrigal sul The Atlantic, “è stata trasformata“. Le email non stanno morendo, ma il loro uso sta cambiando: le varie funzioni che una volta svolgevano gli stanno venendo sottratte da nuovi servizi, e a loro rimane la funzione originaria da cui prendono, del resto, il loro nome: di lettera elettronica, di posto in cui ricevere tutte quelle comunicazioni che tradizionalmente sarebbero arrivate via posta.

Inizialmente le email hanno svolto centinaia di compiti: sono state il nostro newsfeed, la nostra identità per verificarci sui siti web, o il modo più efficace con cui scambiarsi file. Compiti che negli anni si sono spostati su servizi più appropriati, lasciando alla mail la sua funzione primaria, ciò in cui eccelle:

Because it developed  early in the history of the commercial Internet, email served as a support structure for many other developments in the web’s history. This has kept email vitally important, but the downside is that the average inbox in the second decade of the century had become clogged with cruft. Too many tasks were bolted on to email’s simple protocols.

[...]

Email is not dying, but it is being unbundled.

Ah, un’ultima cosa: le email funzionano meravigliosamente da mobile: sono veloci e si adattano bene agli schermi. Sono uno strumento di un’altra internet, e si basano su idee e principi di un’altra internet alla quale quella corrente — chiusa e centralizzata — somiglia poco. E, ciò nonostante, riescono a competere senza problemi con i servizi d’oggi:

While email’s continued evolution is significant, what it has retained from the old web sets it apart from the other pretty, convenient apps. Email is an open, interoperable protocol. Someone can use Google’s service, spin up a server of her own, or send messages through Microsoft’s enterprise software. And yet all of these people can communicate seamlessly. [...]

Email—yes, email—is one way forward for a less commercial, less centralized web, and the best thing is, this beautiful cockroach of a social network is already living in all of our homes.

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Facebook in Africa

Internet.org è un progetto nato per offrire accesso gratuito a internet in quei Paesi in cui internet non è particolarmente diffuso. È stato lanciato l’altro ieri, il 31 Luglio, in Zambia sotto l’operatore Airtel.

Dietro a Internet.org c’è Facebook, che si sobbarcherà dei costi di connessione. Ma qui sorge anche il problema: quello che i cittadini ottengono non è internet, ma una fetta di internet. Ovviamente: offrire accesso gratuito illimitato non sarebbe praticabile. Ma il problema è che quella piccola fetta di internet include non solo Wikipedia (e altri servizi non a scopo di lucro, che potranno tornare a loro utili), ma anche e soprattutto Facebook.

Quella che in Zambia conosceranno (molti per la prima volta) non è la rete aperta e neutrale che usiamo noi, ma la rete che una società — con un’iniziativa presentata sotto il nome di Internet.org — ha deciso loro di offrire. Una rete chiusa e monopolizzata da un grande leader del settore.

È chiedere troppo eliminare Facebook dall’offerta? Eppure Orange alcuni anni fa lanciò un’iniziativa simile — limitandosi però ad offrire Wikipedia. Scrive Massimo Mantellini:

Qualche anno fa Orange decise di offrire la consultazione gratuita di Wikipedia per i propri utenti di telefonia mobile in alcuni Paesi africani. Era una bella idea, un po’ paracula ma bella: aggiungeva un servizio al proprio pacchetto commerciale per invogliare i clienti a stipulare un contratto, apriva un piccolo spiraglio verso Internet senza travolgere tutti con la retorica dei diritti naturali e delle prerogative della cultura digitale. Contemporaneamente segnalava l’esistenza di un mondo ad una popolazione che in buona parte non lo conosceva.

Internet.org non è così: è una scelta anticompetitiva di una società che, a suo tempo, ha sfruttato a proprio vantaggio la rete neutrale per far valere il proprio talento raccogliendone grandi e meritati successi

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Che fine avete fatto?

Gianluca Diegoli, che cura un blog da dieci anni:

Ora, scrivere e leggere non e’ piu’ il mezzo di espressione dominante, da quanto l’online e’ stato colonizzato dalla gente normale, da quando il mio vicino di casa ha Facebook e vive di Youtube. La gente guarda le figure, fisse o in movimento, su questo non ho dubbi (e pure io, sia chiaro). E ne sono pure contento, di questa de-elite-izzazione della rete, anche se ha eliminato la mia indifendibile e wishful-thinking speranza che l’online avrebbe reso anche la gente un po’ piu’ intelligente, in media. Ma vabbe’, non era davvero possibile. [...]

Dopo dieci anni, mi ritrovo a essere sopravvissuto: dove cazzo siete finiti tutti, verrebbe da dire: qualcuno ha fatto dell’online talmente una professione da non avere piu’ nessuna voglia di scrivere in prima persona, come un pasticcere che odia i dolci, qualcuno ha visto i suoi lettori meno assidui e si e’ scoraggiato o scocciato di scrivere per quattro gatti (oh, non che questo blog superi i 20.000 unici mensili), qualcuno e’ diventato famoso e deve sottrarsi alla celebrita’ il piu’ possibile.

Sempre nostalgico, sullo stesso argomento (che probabilmente interessa solamente solo a quelli che quella fase l’hanno vissuta): “Te la ricordi la blogosfera?“.

(Via | Mantellini)

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Fingere di essere informati

Non è mai stato così facile, come lo è oggi, pretendere di essere informati e eruditi, senza in realtà sapere nulla.” In “Faking Cultural Literacy“, Karl Greenfeld ha riassunto il modo in cui oggi ci muoviamo nell’informazione: non ci interessa assumerla ma condividerla, e ci interessa condividerla — sui social network, o nelle conversazioni faccia a faccia —  per mostrare ai nostri amici che siamo informati, che siamo istruiti:

Selezioniamo quello che ci appare rilevante da Facebook, Twitter o fonti simili, e poi lo rigurgitiamo. Quello che oggi a noi interessa non è necessariamente aver consumato un contenuto di prima mano, ma semplicemente sapere che esiste — e avere una posizione a riguardo, essere in grado di discuterne in merito.

Tony Haile, CEO di Chartbeat (un’azienda che si occupa di statistiche online), ha dichiarato in un tweet che non esiste correlazione fra la condivisione di un pezzo su un social network e l’effettiva lettura di quest’ultimo da parte dell’utente. Apparentemente, non abbiamo più tempo per leggere libri o articoli, ma solamente per assimilare le opinioni succinte che i nostri amici o fonti hanno a riguardo di essi: ci bastano quelle, per potere avere un’opinione che sia scambiabile in un’interazione, per non mostrarci impreparati.

Tutte le volte che qualcuno, in qualsiasi posto, online o fuori dalla rete, menziona qualcosa, dobbiamo fingere di esserne al corrente. L’informazione è diventata una valuta di scambio:

Chi decide cosa sappiamo, quali opinioni vediamo, quali idee riproponiamo come nostre osservazioni? Algoritmi, apparentemente, quali Google, Facebook e Twitter. [...] Abbiamo affidato le nostre opinioni a questa fonte di dati che ci permette di mostrarci informati a un party, in qualunque situazione. [...] Qualcuno ammette mai di essersi completamente perso nella conversazione? No. Annuiamo e diciamo “ho sentito quel nome”, o “suona familiare”, che solitamente significa che non abbiamo alcuna familiarità con il soggetto in questione.

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40 mappe che spiegano internet

Come nacque, come varia la velocità di connessione fra i vari Paesi, come sono connessi fra loro e dove risiedono le tue mail: VOX ha raccolto 40 mappe che spiegano internet:

Sometimes internet access is disrupted due to accidents. In other cases, it’s deliberate government policy. For example, during the 2011 Tahrir Square protests, the Egyptian government cut off Egypt’s connections to the rest of the internet. This was possible because Egypt’s links to the outside world were controlled by a handful of large companies. This map shows which countries have few enough links to the outside world to be at risk of this kind of censorship. Some countries, such as the United States, have dozens of links to the outside world, making a coordinated shutdown of the US internet almost impossible.

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Un documentario sul web, narrato dalle persone che il web lo fanno

What Comes Next is The Future” è un documentario (a cui hanno preso parte anche Jeffrey Zeldman e Ethan Marcotte) sul web e sul suo futuro, dedicato soprattutto a cercare di spiegare cosa succede — a noi, e al web — ora che internet l’abbiamo sempre in tasca.

What Comes Next Is the Future is a story about the internet, and how the shifting mobile landscape has drastically changed our industry. But it’s also the story of how we’ve all changed as a culture and what we can look forward to in the future, as seen from the perspective those who’ve helped build and shape the web over the last 25 years.

Ha già superato la raccolta fondi di Kickstarter, e io non vedo l’ora di vederlo.

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MetaFilter e il volere di Google

MetaFilter, un forum (e blog) di due o tre internet fa, ha recentemente annunciato un dimezzamento del suo staff causato dai cambiamenti improvvisi all’algoritmo di Google:

The money situation changed one day in November 2012, when I saw a drastic reduction in traffic and revenue to Ask MetaFilter. I double-checked to make sure the initial estimates were correct, and it appeared that Ask MetaFilter lost 40% of its traffic overnight.

Successe anche a questo blog anni fa: Google decide di cambiare l’algoritmo e penalizzare quei siti che ritiene non aderiscano e rispettino le sue linee guida. Ovviamente si tratta di assunzioni, assunzioni che in certi casi permettono di identificare lo spam, in altri finiscono col penalizzare siti che non hanno niente a che fare con esso. A volte queste supposizioni sono corrette, altre vanno a discapito di domini innocenti.

MetaFilter è appunto uno di questi — e uno dei pochi forum di quelle dimensioni con una cura e controllo molto severo sullo spam. Un sito che non ha mai applicato pratiche di SEO e ha sempre dato importanza solamente alla qualità dei propri contenuti, ma che oggi viene penalizzato senza particolari spiegazioni e ragioni per un cambiamento a lui esterno sul quale non ha alcuna decisione ma, soprattutto, nessuna capacità di farsi sentire. Dipende totalmente da Google — non solamente per la ricerca ma anche per la pubblicità.

E se non è una novità essere totalmente sottoposti al volere di Google, la situazione negli anni non è migliorata. Come scrive The Awl a Google si sono oggi aggiunti i social network: un sito dipende totalmente — e sempre più — da entità esterne ed enormi che non può controllare. Un cambiamento al Newsfeed di Facebook può avere un impatto significativo sul traffico di un sito, proprio mentre la sua homepage perde sempre più valore:

Of course a website’s fortunes can change overnight. That these fortunes are tied to the whims of a very small group of very large companies, whose interests are only somewhat aligned with those of publishers, however, is sort of new. The publishing opportunity may be bigger today than it’s ever been but the publisher’s role is less glamorous: When did the best sites on the internet, giant and small alike, become anonymous subcontractors to tech companies that operate on entirely different scales?

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Come funziona la Net Neutrality

Video: Come funziona la Net Neutrality

Un video del New York Times spiega in termini molto semplici come funziona la neutralità della rete, e perché è importante che venga preservata.

(Anche VOX l’ha spiegata molto bene)

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La macchina di Internet

Internet Machine è un breve documentario (circa sei minuti) su uno dei datacenter più grandi e sicuri del mondo, quello di Telefonica in Alcalá, Spagna. È stato girato da Timo Arnall, con l’intento di riuscire a spiegare e visualizzare Internet in una maniera più chiara, e veritiera, del concetto di “cloud“:

In this film I wanted to look beyond the childish myth of ‘the cloud’, to investigate what the infrastructures of the internet actually look like. It felt important to be able to see and hear the energy that goes into powering these machines, and the associated systems for securing, cooling and maintaining them.

Vedendo queste immagini, si inizia a realizzare che internet non è qualcosa di immateriale, leggero, invisibile ma ha una componente fisica non trascurabile. L’esterno dell’edificio è circondato da cisterne di acqua, mentre l’interno è caratterizzato da sale enormi il cui accesso richiede il superamento di controlli superiori a quelli a cui si viene sottoposti in un aeroporto.

Cavi un po’ ovunque, e enormi generatori di corrente elettrica, sono altre immagini che restano impresse del luogo:

There are fibre optic connections routed through multiple, redundant, paths across the building. In the labyrinthine corridors of the basement, these cables connect to the wider internet through holes in rough concrete walls.

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La nuova applicazione di Foursquare — e perché è utile

Un anno fa spiegavo perché Foursquare è utile, nonostante apparentemente possa sembrare il contrario. I check-in sono la parte meno importante — e più noiosa — del servizio, che può rivelarsi invece un’ottimo strumento per decidere dove andare a mangiare e quali luoghi visitare in una città. Le raccomandazioni lasciate dai suoi utenti possono rivelarsi molto utili: per me Foursquare è diventato fondamentale quando sono in viaggio e ho bisogno di suggerimenti.

Oggi Foursquare ha annunciato di avere deciso di dividere la sua applicazione in due: quella attuale perderà le funzioni sociali che passeranno a Swarm, quella nuova a breve disponibile nell’App Store. Ovvero finalmente si sono accorti che la posizione predominante data ai check-in nell’applicazione ufficiale teneva molti utenti lontani, facendo a loro credere che il servizio stesse tutto lì.

Foursquare, dicono, potrebbe essere il nuovo Yelp ma più intelligente: perché può prevedere cosa ci piace, in base ai dati che negli anni ha raccolto su di noi, e fornire raccomandazioni accurate. La nuova versione, inoltre, dovrebbe essere in grado di fornirle senza il bisogno di check-in espliciti, ma semplicemente costruendosi un profilo dell’utente dalla sua posizione nel tempo:

Foursquare can make a very accurate guess at where you are when you stop moving, even without a check-in, it’s a technology it hopes will allow it to keep its database of places fresh and accurate. Foursquare calls these implicit check-ins “p-check-ins,” or Neighborhood Sharing. Take your phone into four or five different Japanese restaurants over the course of six months and without a single check-in Foursquare will learn that you like Japanese food and start making recommendations for you based on that data.

Foursquare vuole diventare uno Yelp personalizzato e un Siri per i luoghi: fornendo suggerimenti all’utente in background sulla base della sua posizione. La prima applicazione da aprire quando ci si trova in un nuovo quartiere, e quella da consultare in un ristorante per dei consigli su cosa ordinare. Lasciando i check-in un po’ in disparte.

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Link a frammenti testuali

Kevin Marks:

Un problema è che i link nell’HTML indicano una pagina nella sua interezza, o frammenti all’interno di essa, ma solo quei frammenti a cui è stato assegnato nel markup un #id.

Kevin suggerisce di abilitare un deep linking per ogni elemento della pagina, fornendo a ciascuno — in automatico — un ID che gli consenta di essere linkato e raggiunto direttamente e con precisione.

Nell’idea di Kevin, le parole di un paragrafo funzionano da ID, e vengono aggiunte al termine dell’URL precedute da un doppio cancelletto. Il migliore modo di capirne il funzionamento è vederlo in funzione:

http://bicyclemind.it/2014/04/02/la-nuova-membership-di-bicycle-mind/##Ho+pensato+anche+ad+altro

Visitando questo URL verrete rimandati automaticamente al paragrafo relativo, identificato con le parole iniziali, poste nell’indirizzo dopo ##.

Mi pare davvero utile, per linkare in maniera più precisa ciò a cui facciamo riferimento: sarebbe bello se questa soluzione diventasse uno standard. Esiste già uno script per implementarla sul proprio sito — e se usate WordPress, c’è pure un plugin.

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L’Internet così come l’abbiamo costruito: centralizzato

CIT.

What Mao or Stalin could have done with the resources of the modern Internet? It’s a good question. If you look at the history of the KGB or Stasi, they consumed enormous resources just maintaining and cross-referencing their mountains of paperwork. Imagine what Stalin could have done with a decent MySQL server. We haven’t seen yet what a truly bad government is capable of doing with modern information technology. What the good ones get up to is terrifying enough. Maciej Cegłowski, di Pinboard

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L’era di Facebook è un’anomalia

Noi non siamo sempre le stesse persone: ci comportiamo in maniera diversa, e condividiamo cose diverse, a seconda di con chi siamo. Con voi parlo di Apple e tecnologia, con i miei amici di libri, musica o serie televisive. In entrambi i casi sono sempre io. Su Facebook invece tutte queste diverse audience vanno bilanciate simultaneamente, e i miei amici si beccano i miei (per loro) “noiosi” articoli di tecnologia. È un problema che ha affrontato Danah Boyd in un saggio, “It’s Complicated“, su come i ragazzi usano i social network:

L’era di Facebook è un’anomalia. L’idea che tutti vadano su un singolo sito è semplicemente bizzarra. Dimmi un altro momento nella storia in cui tutti si ritrovavano nello stesso spazio sociale. La frammentazione è uno stato più naturale. La tua socialità è guidata dagli interessi o dalle amicizie? Stai andando in un posto perché lì si ritrovano i ragazzi appassionati di anime, o perché è il luogo in cui si ritrovano i tuo compagni delle medie?

Normalmente, andiamo in bar diversi a seconda del nostro stato d’animo. Vediamo persone diverse: quando vogliamo andare a un concerto, o quando vogliamo passare una serata tranquilla, in compagnia di pochi amici. Su Facebook invece siamo ridotti a un profilo unico che deve andare bene per chiunque, ogni nostra azione e passione è legata a una singola identità, il nostro nome e cognome: ma nel mondo fisico non è quella la cosa che ci contraddistingue. È piuttosto il nostro corpo: ci vestiamo diversamente, muoviamo diversamente, comportiamo diversamente. Utilizzare il nome come identificatore universale significa supporre che noi siamo sempre, in ogni contesto, esattamente identici.

La persona che sei in questo momento con me è diversa da quella che sei quando parli con tua mamma. Potrebbe non capire le cose di cui tu e io stiamo parlando. Questo è il momento in cui inizi a pensare come presenti te stesso differentemente in questi contesti, non perché ti stai nascondendo, ma perché dai importanza a ciò che ha più rilevanza. [...] Ecco uno dei problemi che i teenagers hanno con Facebook: come gestire contesti multipli contemporaneamente.

Facebook ha ancora valore perché permette di raggiungere chiunque, in maniera semplice e immediata. Per certi tipi di informazioni e comunicazioni può rivelarsi la soluzione migliore, quella più comoda. Il social graph è una risorsa che ha la potenzialità di durare nel tempo, ma questa è una funzione diversa da quella originaria: più di utilità che di divertimento.

Non è vero che le persone stanno abbandonando Facebook, piuttosto non lo vedono più come un luogo di passione, in cui collegarsi per condividere i propri interessi. Facebook — dall’essere qualcosa di divertente — sta diventando più simile a uno strumento, come l’email.

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Leggere per avere letto

Nelle ultime settimane ha suscitato grande interesse una tecnologia, Spritz, che permette di leggere un romanzo in 90 minuti. Le parole si alternano rapidamente davanti ai nostri occhi, in sequenza una dopo l’altra, velocizzando il processo di lettura di un testo. A patto che si abbia un concetto molto limitato del leggere; più simile al consumare, e che quello che si voglia fare non sia veramente leggere un romanzo — immergersi in una storia, godersela, imparare qualcosa da essa — ma finirlo. Iniziare a leggere con lo scopo di finire il più in fretta possibile, che non è mai una buona idea. Spritz può aiutarci a leggere più velocemente, ma la nostra comprensione diminuisce di pari passo con la velocità con cui leggiamo:

Puoi davvero leggere un romanzo in 90 minuti comprendendolo a pieno? [...] Una ricerca del 1970 mostra che la nostra comprensione e memorizzazione di un testo diminuisce con l’aumento della velocità. [...] Una delle ragioni è che non c’è abbastanza tempo per mettere insieme il significato della storia e memorizzarlo.

La differenza fra consumare un’informazione e ricavare una conoscenza da essa stabilendo dei collegamenti, sviluppando riflessioni. La celebrazione dello speed reading, un leggere in cui ciò che ha valore è solamente il tempo impiegato per arrivare alla conclusione del testo per poter passare quanto prima a quello successivo. Che in certi ambiti (una mail, un testo noioso che siamo costretti a leggere, un manuale) può avere un senso, ma quando applicato a un romanzo è assurdo. E lo è anche applicato alle notizie che riceviamo su Internet, a meno che non ci si voglia ingozzare di informazione per puro intrattenimento. Per riprendere una citazione che avevo inserito in un vecchio articolo, “Il piacere di leggere in un’epoca di distrazioni“:

Io credo che molte persone leggano velocemente perché non vogliono leggere ma vogliono aver letto. Ma perché vogliono aver letto? Perché, io credo, concepiscono la lettura semplicemente come un modo attraverso cui caricare informazioni nelle loro menti.

Questa concezione ci spinge a iniziare romanzi con la voglia di finirli entro un numero prestabilito di giorni — indipendentemente dalla fatica cognitiva che questi potrebbero richiederci — a sentirci soddisfatti se leggiamo 50 romanzi all’anno. È il numero e la quantità che conta. Un consumo, agevolato da Internet e dalla sensazione che ci siano troppe cose a cui prestare attenzione. Forse sarebbe meglio lasciar perdere, e accettare l’idea che ci sono troppe cose interessanti in circolazione: meglio ignorarne alcune, piuttosto che non capirne nessuna.

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Perché ci annoiamo nonostante Internet

Com’è possibile annoiarsi nonostante Google e un accesso illimitato all’informazione come quello che abbiamo oggi, è la domanda a cui sostanzialmente prova a dare risposta un articolo di Aeon Magazine legando fra loro due concetti: quello di informazione e quello del significato che traiamo da essa.

Internet dà accesso all’informazione, che tuttavia è il materiale più grezzo attraverso il quale giungiamo a un significato: uno stream di fatti e opinioni, di cose sensate e insensate, nel quale possiamo andare a pescare per trovare qualcosa di più grande. Non si tratta solo di filtrare il rumore dal segnale, ma con pazienza, tempo e capacità trasformarlo in qualcosa di meglio: in conoscenza dotata di un significato.

La conoscenza inizia ad avere senso quando iniziamo a stabilire delle connessioni, a trarre storie da essa, storie attraverso le quali diamo un senso al mondo e alla nostra posizione in esso. È la differenza fra il memorizzare l’orario dei bus di una città che non visiterai mai e utilizzare quell’orario per esplorare la città in cui sei appena arrivato. Quando seguiamo le connessioni — quando permettiamo alla conoscenza di portarci da qualche parte, accettando il rischio che questo punto d’arrivo cambi lungo il tragitto — questa può dare la nascita a un “significato”.

Se c’è un antidoto alla noia, questo non è l’informazione fine a se stessa ma il significato — che da quando c’è internet in alcuni casi è diventato ancora più difficile da trarre. Perché l’informazione è intrattenimento, a meno che non si vada oltre essa e la si elevi. Perché la ricerca di un significato non richiede solo lo stimolo dato dall’informazione ma anche un impegno nel trovare e costruire dei collegamenti:

Internet è un aiuto incredibile nella ricerca di connessioni che portino un significato. Ma se le radici della noia risiedono nella mancanza di significato, piuttosto che in una mancanza di stimoli, e se esiste un sottile, variegato processo attraverso il quale l’informazione può essere elevata a significato, il flusso costante di informazione a cui stiamo diventando abituati non può aiutarci a portare in atto questo compito. Al massimo, può permetterci di distrarci posticipandolo con un loop infinito di click.

In altre parole, sarebbe necessario “staccarsi” da Internet e dal flusso costante di informazione per riuscire a trovare un significato più profondo della mera acquisizione di essa. “Spegni la macchina, non per sempre, non perché ci sia nulla di cattivo in essa, ma per riconoscere il limite: c’è solo una certa quantità di informazione che siamo in grado di sopportare, e non possiamo andare a pescare nel ruscello [internet] se vi stiamo affogando“.

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WhatsApp: appunti

Il prossimo numero di WIRED UK conterrà una lunga intervista al fondatore di WhatsApp, parte della quale è già disponibile online in anteprima. In essa Koum, il fondatore, spiega quali sono stati i fattori che hanno permesso all’applicazione di espandersi:

La prima versione, rilasciata nel Maggio 2009, non andò da nessuna parte. Ma un mese dopo Apple introdusse le notifiche push in iOS 3.0. Questo portò Koum a ripensare WhatsApp come un’applicazione di messaggistica, multipiattaforma, che utilizzasse i contatti del telefono come un “social network”, e il numero di telefono come forma di login.

Benedict Evans nella sua analisi sull’acquisizione di WhatsApp ha sottolineato come una delle differenze fra un social network classico basato su desktop (Facebook) e WhatsApp sia la facilità con cui la seconda è in grado di accedere ai contatti e ricostruire la rete sociale dell’utente in pochi attimi. Le applicazioni hanno insomma meno potere di lock-in da questo punto di vista, così come hanno accesso facilitato alle fotografie, ottengono una posizione “preferenziale” nell’home screen del device e possono utilizzare le notifiche push (invece delle mail) per ricordarci che esistono.

A rendere popolare WhatsApp è stata anche la capacità di abbracciare qualsiasi piattaforma, pure i telefonini vecchio stile. Questo gli ha permesso di espandersi non solo in Europa e America; ad esempio: in Rwanda ha una penetrazione maggiore di Facebook.

Koum ha avuto per anni sulla propria scrivania un appunto che gli ricordasse i principi che dovevano guidare lo sviluppo di WhatsApp: “No ads, no games, no gimmicks“. WhatsApp è da sempre priva di pubblicità, e su WIRED UK Koum si dilunga a spiegare perché sia così:

Non c’è nulla di più personale che comunicare con i propri amici e la propria famiglia, e interrompere questa comunicazione con della pubblicità non è la giusta soluzione. Inoltre non vogliamo conoscere troppo i nostri utenti. Per fornire pubblicità appropriata, le aziende devono sapere dove ti trovi, cosa stai facendo, con chi sei e cosa potrebbe piacerti o meno. Questa è una quantità folle di dati. Sono cresciuto in un mondo senza pubblicità: non esisteva, nell’Unione Sovietica. [...] Le persone devono distinguerci da aziende come Yahoo e Facebook, che collezionano i dati degli utenti e li conservano sui loro server. Noi vogliamo conoscere quanto meno possibile i nostri utenti. Non sappiamo il loro nome, o il loro genere.

L’intervista è avvenuta prima dell’acquisizione da parte di Facebook, che ha poi contraddetto molte delle affermazioni in essa contenuta.

Resta che 19 miliardi di dollari sono tantissimi, “Things that are cheaper than WhatsApp” è un Tumblr che mette le cose in prospettiva. Per dire: di più economico di WhatsApp c’è l’Islanda, o le Olimpiadi di Londra.

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