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Fingere di essere informati

Non è mai stato così facile, come lo è oggi, pretendere di essere informati e eruditi, senza in realtà sapere nulla.” In “Faking Cultural Literacy“, Karl Greenfeld ha riassunto il modo in cui oggi ci muoviamo nell’informazione: non ci interessa assumerla ma condividerla, e ci interessa condividerla — sui social network, o nelle conversazioni faccia a faccia —  per mostrare ai nostri amici che siamo informati, che siamo istruiti:

Selezioniamo quello che ci appare rilevante da Facebook, Twitter o fonti simili, e poi lo rigurgitiamo. Quello che oggi a noi interessa non è necessariamente aver consumato un contenuto di prima mano, ma semplicemente sapere che esiste — e avere una posizione a riguardo, essere in grado di discuterne in merito.

Tony Haile, CEO di Chartbeat (un’azienda che si occupa di statistiche online), ha dichiarato in un tweet che non esiste correlazione fra la condivisione di un pezzo su un social network e l’effettiva lettura di quest’ultimo da parte dell’utente. Apparentemente, non abbiamo più tempo per leggere libri o articoli, ma solamente per assimilare le opinioni succinte che i nostri amici o fonti hanno a riguardo di essi: ci bastano quelle, per potere avere un’opinione che sia scambiabile in un’interazione, per non mostrarci impreparati.

Tutte le volte che qualcuno, in qualsiasi posto, online o fuori dalla rete, menziona qualcosa, dobbiamo fingere di esserne al corrente. L’informazione è diventata una valuta di scambio:

Chi decide cosa sappiamo, quali opinioni vediamo, quali idee riproponiamo come nostre osservazioni? Algoritmi, apparentemente, quali Google, Facebook e Twitter. [...] Abbiamo affidato le nostre opinioni a questa fonte di dati che ci permette di mostrarci informati a un party, in qualunque situazione. [...] Qualcuno ammette mai di essersi completamente perso nella conversazione? No. Annuiamo e diciamo “ho sentito quel nome”, o “suona familiare”, che solitamente significa che non abbiamo alcuna familiarità con il soggetto in questione.

40 mappe che spiegano internet

Come nacque, come varia la velocità di connessione fra i vari Paesi, come sono connessi fra loro e dove risiedono le tue mail: VOX ha raccolto 40 mappe che spiegano internet:

Sometimes internet access is disrupted due to accidents. In other cases, it’s deliberate government policy. For example, during the 2011 Tahrir Square protests, the Egyptian government cut off Egypt’s connections to the rest of the internet. This was possible because Egypt’s links to the outside world were controlled by a handful of large companies. This map shows which countries have few enough links to the outside world to be at risk of this kind of censorship. Some countries, such as the United States, have dozens of links to the outside world, making a coordinated shutdown of the US internet almost impossible.

Un documentario sul web, narrato dalle persone che il web lo fanno

What Comes Next is The Future” è un documentario (a cui hanno preso parte anche Jeffrey Zeldman e Ethan Marcotte) sul web e sul suo futuro, dedicato soprattutto a cercare di spiegare cosa succede — a noi, e al web — ora che internet l’abbiamo sempre in tasca.

What Comes Next Is the Future is a story about the internet, and how the shifting mobile landscape has drastically changed our industry. But it’s also the story of how we’ve all changed as a culture and what we can look forward to in the future, as seen from the perspective those who’ve helped build and shape the web over the last 25 years.

Ha già superato la raccolta fondi di Kickstarter, e io non vedo l’ora di vederlo.

MetaFilter e il volere di Google

MetaFilter, un forum (e blog) di due o tre internet fa, ha recentemente annunciato un dimezzamento del suo staff causato dai cambiamenti improvvisi all’algoritmo di Google:

The money situation changed one day in November 2012, when I saw a drastic reduction in traffic and revenue to Ask MetaFilter. I double-checked to make sure the initial estimates were correct, and it appeared that Ask MetaFilter lost 40% of its traffic overnight.

Successe anche a questo blog anni fa: Google decide di cambiare l’algoritmo e penalizzare quei siti che ritiene non aderiscano e rispettino le sue linee guida. Ovviamente si tratta di assunzioni, assunzioni che in certi casi permettono di identificare lo spam, in altri finiscono col penalizzare siti che non hanno niente a che fare con esso. A volte queste supposizioni sono corrette, altre vanno a discapito di domini innocenti.

MetaFilter è appunto uno di questi — e uno dei pochi forum di quelle dimensioni con una cura e controllo molto severo sullo spam. Un sito che non ha mai applicato pratiche di SEO e ha sempre dato importanza solamente alla qualità dei propri contenuti, ma che oggi viene penalizzato senza particolari spiegazioni e ragioni per un cambiamento a lui esterno sul quale non ha alcuna decisione ma, soprattutto, nessuna capacità di farsi sentire. Dipende totalmente da Google — non solamente per la ricerca ma anche per la pubblicità.

E se non è una novità essere totalmente sottoposti al volere di Google, la situazione negli anni non è migliorata. Come scrive The Awl a Google si sono oggi aggiunti i social network: un sito dipende totalmente — e sempre più — da entità esterne ed enormi che non può controllare. Un cambiamento al Newsfeed di Facebook può avere un impatto significativo sul traffico di un sito, proprio mentre la sua homepage perde sempre più valore:

Of course a website’s fortunes can change overnight. That these fortunes are tied to the whims of a very small group of very large companies, whose interests are only somewhat aligned with those of publishers, however, is sort of new. The publishing opportunity may be bigger today than it’s ever been but the publisher’s role is less glamorous: When did the best sites on the internet, giant and small alike, become anonymous subcontractors to tech companies that operate on entirely different scales?

Come funziona la Net Neutrality

Video: Come funziona la Net Neutrality

Un video del New York Times spiega in termini molto semplici come funziona la neutralità della rete, e perché è importante che venga preservata.

(Anche VOX l’ha spiegata molto bene)

La macchina di Internet

Internet Machine è un breve documentario (circa sei minuti) su uno dei datacenter più grandi e sicuri del mondo, quello di Telefonica in Alcalá, Spagna. È stato girato da Timo Arnall, con l’intento di riuscire a spiegare e visualizzare Internet in una maniera più chiara, e veritiera, del concetto di “cloud“:

In this film I wanted to look beyond the childish myth of ‘the cloud’, to investigate what the infrastructures of the internet actually look like. It felt important to be able to see and hear the energy that goes into powering these machines, and the associated systems for securing, cooling and maintaining them.

Vedendo queste immagini, si inizia a realizzare che internet non è qualcosa di immateriale, leggero, invisibile ma ha una componente fisica non trascurabile. L’esterno dell’edificio è circondato da cisterne di acqua, mentre l’interno è caratterizzato da sale enormi il cui accesso richiede il superamento di controlli superiori a quelli a cui si viene sottoposti in un aeroporto.

Cavi un po’ ovunque, e enormi generatori di corrente elettrica, sono altre immagini che restano impresse del luogo:

There are fibre optic connections routed through multiple, redundant, paths across the building. In the labyrinthine corridors of the basement, these cables connect to the wider internet through holes in rough concrete walls.

La nuova applicazione di Foursquare — e perché è utile

Un anno fa spiegavo perché Foursquare è utile, nonostante apparentemente possa sembrare il contrario. I check-in sono la parte meno importante — e più noiosa — del servizio, che può rivelarsi invece un’ottimo strumento per decidere dove andare a mangiare e quali luoghi visitare in una città. Le raccomandazioni lasciate dai suoi utenti possono rivelarsi molto utili: per me Foursquare è diventato fondamentale quando sono in viaggio e ho bisogno di suggerimenti.

Oggi Foursquare ha annunciato di avere deciso di dividere la sua applicazione in due: quella attuale perderà le funzioni sociali che passeranno a Swarm, quella nuova a breve disponibile nell’App Store. Ovvero finalmente si sono accorti che la posizione predominante data ai check-in nell’applicazione ufficiale teneva molti utenti lontani, facendo a loro credere che il servizio stesse tutto lì.

Foursquare, dicono, potrebbe essere il nuovo Yelp ma più intelligente: perché può prevedere cosa ci piace, in base ai dati che negli anni ha raccolto su di noi, e fornire raccomandazioni accurate. La nuova versione, inoltre, dovrebbe essere in grado di fornirle senza il bisogno di check-in espliciti, ma semplicemente costruendosi un profilo dell’utente dalla sua posizione nel tempo:

Foursquare can make a very accurate guess at where you are when you stop moving, even without a check-in, it’s a technology it hopes will allow it to keep its database of places fresh and accurate. Foursquare calls these implicit check-ins “p-check-ins,” or Neighborhood Sharing. Take your phone into four or five different Japanese restaurants over the course of six months and without a single check-in Foursquare will learn that you like Japanese food and start making recommendations for you based on that data.

Foursquare vuole diventare uno Yelp personalizzato e un Siri per i luoghi: fornendo suggerimenti all’utente in background sulla base della sua posizione. La prima applicazione da aprire quando ci si trova in un nuovo quartiere, e quella da consultare in un ristorante per dei consigli su cosa ordinare. Lasciando i check-in un po’ in disparte.

Link a frammenti testuali

Kevin Marks:

Un problema è che i link nell’HTML indicano una pagina nella sua interezza, o frammenti all’interno di essa, ma solo quei frammenti a cui è stato assegnato nel markup un #id.

Kevin suggerisce di abilitare un deep linking per ogni elemento della pagina, fornendo a ciascuno — in automatico — un ID che gli consenta di essere linkato e raggiunto direttamente e con precisione.

Nell’idea di Kevin, le parole di un paragrafo funzionano da ID, e vengono aggiunte al termine dell’URL precedute da un doppio cancelletto. Il migliore modo di capirne il funzionamento è vederlo in funzione:

http://bicyclemind.it/2014/04/02/la-nuova-membership-di-bicycle-mind/##Ho+pensato+anche+ad+altro

Visitando questo URL verrete rimandati automaticamente al paragrafo relativo, identificato con le parole iniziali, poste nell’indirizzo dopo ##.

Mi pare davvero utile, per linkare in maniera più precisa ciò a cui facciamo riferimento: sarebbe bello se questa soluzione diventasse uno standard. Esiste già uno script per implementarla sul proprio sito — e se usate WordPress, c’è pure un plugin.

L’era di Facebook è un’anomalia

Noi non siamo sempre le stesse persone: ci comportiamo in maniera diversa, e condividiamo cose diverse, a seconda di con chi siamo. Con voi parlo di Apple e tecnologia, con i miei amici di libri, musica o serie televisive. In entrambi i casi sono sempre io. Su Facebook invece tutte queste diverse audience vanno bilanciate simultaneamente, e i miei amici si beccano i miei (per loro) “noiosi” articoli di tecnologia. È un problema che ha affrontato Danah Boyd in un saggio, “It’s Complicated“, su come i ragazzi usano i social network:

L’era di Facebook è un’anomalia. L’idea che tutti vadano su un singolo sito è semplicemente bizzarra. Dimmi un altro momento nella storia in cui tutti si ritrovavano nello stesso spazio sociale. La frammentazione è uno stato più naturale. La tua socialità è guidata dagli interessi o dalle amicizie? Stai andando in un posto perché lì si ritrovano i ragazzi appassionati di anime, o perché è il luogo in cui si ritrovano i tuo compagni delle medie?

Normalmente, andiamo in bar diversi a seconda del nostro stato d’animo. Vediamo persone diverse: quando vogliamo andare a un concerto, o quando vogliamo passare una serata tranquilla, in compagnia di pochi amici. Su Facebook invece siamo ridotti a un profilo unico che deve andare bene per chiunque, ogni nostra azione e passione è legata a una singola identità, il nostro nome e cognome: ma nel mondo fisico non è quella la cosa che ci contraddistingue. È piuttosto il nostro corpo: ci vestiamo diversamente, muoviamo diversamente, comportiamo diversamente. Utilizzare il nome come identificatore universale significa supporre che noi siamo sempre, in ogni contesto, esattamente identici.

La persona che sei in questo momento con me è diversa da quella che sei quando parli con tua mamma. Potrebbe non capire le cose di cui tu e io stiamo parlando. Questo è il momento in cui inizi a pensare come presenti te stesso differentemente in questi contesti, non perché ti stai nascondendo, ma perché dai importanza a ciò che ha più rilevanza. [...] Ecco uno dei problemi che i teenagers hanno con Facebook: come gestire contesti multipli contemporaneamente.

Facebook ha ancora valore perché permette di raggiungere chiunque, in maniera semplice e immediata. Per certi tipi di informazioni e comunicazioni può rivelarsi la soluzione migliore, quella più comoda. Il social graph è una risorsa che ha la potenzialità di durare nel tempo, ma questa è una funzione diversa da quella originaria: più di utilità che di divertimento.

Non è vero che le persone stanno abbandonando Facebook, piuttosto non lo vedono più come un luogo di passione, in cui collegarsi per condividere i propri interessi. Facebook — dall’essere qualcosa di divertente — sta diventando più simile a uno strumento, come l’email.

Leggere per avere letto

Nelle ultime settimane ha suscitato grande interesse una tecnologia, Spritz, che permette di leggere un romanzo in 90 minuti. Le parole si alternano rapidamente davanti ai nostri occhi, in sequenza una dopo l’altra, velocizzando il processo di lettura di un testo. A patto che si abbia un concetto molto limitato del leggere; più simile al consumare, e che quello che si voglia fare non sia veramente leggere un romanzo — immergersi in una storia, godersela, imparare qualcosa da essa — ma finirlo. Iniziare a leggere con lo scopo di finire il più in fretta possibile, che non è mai una buona idea. Spritz può aiutarci a leggere più velocemente, ma la nostra comprensione diminuisce di pari passo con la velocità con cui leggiamo:

Puoi davvero leggere un romanzo in 90 minuti comprendendolo a pieno? [...] Una ricerca del 1970 mostra che la nostra comprensione e memorizzazione di un testo diminuisce con l’aumento della velocità. [...] Una delle ragioni è che non c’è abbastanza tempo per mettere insieme il significato della storia e memorizzarlo.

La differenza fra consumare un’informazione e ricavare una conoscenza da essa stabilendo dei collegamenti, sviluppando riflessioni. La celebrazione dello speed reading, un leggere in cui ciò che ha valore è solamente il tempo impiegato per arrivare alla conclusione del testo per poter passare quanto prima a quello successivo. Che in certi ambiti (una mail, un testo noioso che siamo costretti a leggere, un manuale) può avere un senso, ma quando applicato a un romanzo è assurdo. E lo è anche applicato alle notizie che riceviamo su Internet, a meno che non ci si voglia ingozzare di informazione per puro intrattenimento. Per riprendere una citazione che avevo inserito in un vecchio articolo, “Il piacere di leggere in un’epoca di distrazioni“:

Io credo che molte persone leggano velocemente perché non vogliono leggere ma vogliono aver letto. Ma perché vogliono aver letto? Perché, io credo, concepiscono la lettura semplicemente come un modo attraverso cui caricare informazioni nelle loro menti.

Questa concezione ci spinge a iniziare romanzi con la voglia di finirli entro un numero prestabilito di giorni — indipendentemente dalla fatica cognitiva che questi potrebbero richiederci — a sentirci soddisfatti se leggiamo 50 romanzi all’anno. È il numero e la quantità che conta. Un consumo, agevolato da Internet e dalla sensazione che ci siano troppe cose a cui prestare attenzione. Forse sarebbe meglio lasciar perdere, e accettare l’idea che ci sono troppe cose interessanti in circolazione: meglio ignorarne alcune, piuttosto che non capirne nessuna.

Perché ci annoiamo nonostante Internet

Com’è possibile annoiarsi nonostante Google e un accesso illimitato all’informazione come quello che abbiamo oggi, è la domanda a cui sostanzialmente prova a dare risposta un articolo di Aeon Magazine legando fra loro due concetti: quello di informazione e quello del significato che traiamo da essa.

Internet dà accesso all’informazione, che tuttavia è il materiale più grezzo attraverso il quale giungiamo a un significato: uno stream di fatti e opinioni, di cose sensate e insensate, nel quale possiamo andare a pescare per trovare qualcosa di più grande. Non si tratta solo di filtrare il rumore dal segnale, ma con pazienza, tempo e capacità trasformarlo in qualcosa di meglio: in conoscenza dotata di un significato.

La conoscenza inizia ad avere senso quando iniziamo a stabilire delle connessioni, a trarre storie da essa, storie attraverso le quali diamo un senso al mondo e alla nostra posizione in esso. È la differenza fra il memorizzare l’orario dei bus di una città che non visiterai mai e utilizzare quell’orario per esplorare la città in cui sei appena arrivato. Quando seguiamo le connessioni — quando permettiamo alla conoscenza di portarci da qualche parte, accettando il rischio che questo punto d’arrivo cambi lungo il tragitto — questa può dare la nascita a un “significato”.

Se c’è un antidoto alla noia, questo non è l’informazione fine a se stessa ma il significato — che da quando c’è internet in alcuni casi è diventato ancora più difficile da trarre. Perché l’informazione è intrattenimento, a meno che non si vada oltre essa e la si elevi. Perché la ricerca di un significato non richiede solo lo stimolo dato dall’informazione ma anche un impegno nel trovare e costruire dei collegamenti:

Internet è un aiuto incredibile nella ricerca di connessioni che portino un significato. Ma se le radici della noia risiedono nella mancanza di significato, piuttosto che in una mancanza di stimoli, e se esiste un sottile, variegato processo attraverso il quale l’informazione può essere elevata a significato, il flusso costante di informazione a cui stiamo diventando abituati non può aiutarci a portare in atto questo compito. Al massimo, può permetterci di distrarci posticipandolo con un loop infinito di click.

In altre parole, sarebbe necessario “staccarsi” da Internet e dal flusso costante di informazione per riuscire a trovare un significato più profondo della mera acquisizione di essa. “Spegni la macchina, non per sempre, non perché ci sia nulla di cattivo in essa, ma per riconoscere il limite: c’è solo una certa quantità di informazione che siamo in grado di sopportare, e non possiamo andare a pescare nel ruscello [internet] se vi stiamo affogando“.

WhatsApp: appunti

Il prossimo numero di WIRED UK conterrà una lunga intervista al fondatore di WhatsApp, parte della quale è già disponibile online in anteprima. In essa Koum, il fondatore, spiega quali sono stati i fattori che hanno permesso all’applicazione di espandersi:

La prima versione, rilasciata nel Maggio 2009, non andò da nessuna parte. Ma un mese dopo Apple introdusse le notifiche push in iOS 3.0. Questo portò Koum a ripensare WhatsApp come un’applicazione di messaggistica, multipiattaforma, che utilizzasse i contatti del telefono come un “social network”, e il numero di telefono come forma di login.

Benedict Evans nella sua analisi sull’acquisizione di WhatsApp ha sottolineato come una delle differenze fra un social network classico basato su desktop (Facebook) e WhatsApp sia la facilità con cui la seconda è in grado di accedere ai contatti e ricostruire la rete sociale dell’utente in pochi attimi. Le applicazioni hanno insomma meno potere di lock-in da questo punto di vista, così come hanno accesso facilitato alle fotografie, ottengono una posizione “preferenziale” nell’home screen del device e possono utilizzare le notifiche push (invece delle mail) per ricordarci che esistono.

A rendere popolare WhatsApp è stata anche la capacità di abbracciare qualsiasi piattaforma, pure i telefonini vecchio stile. Questo gli ha permesso di espandersi non solo in Europa e America; ad esempio: in Rwanda ha una penetrazione maggiore di Facebook.

Koum ha avuto per anni sulla propria scrivania un appunto che gli ricordasse i principi che dovevano guidare lo sviluppo di WhatsApp: “No ads, no games, no gimmicks“. WhatsApp è da sempre priva di pubblicità, e su WIRED UK Koum si dilunga a spiegare perché sia così:

Non c’è nulla di più personale che comunicare con i propri amici e la propria famiglia, e interrompere questa comunicazione con della pubblicità non è la giusta soluzione. Inoltre non vogliamo conoscere troppo i nostri utenti. Per fornire pubblicità appropriata, le aziende devono sapere dove ti trovi, cosa stai facendo, con chi sei e cosa potrebbe piacerti o meno. Questa è una quantità folle di dati. Sono cresciuto in un mondo senza pubblicità: non esisteva, nell’Unione Sovietica. [...] Le persone devono distinguerci da aziende come Yahoo e Facebook, che collezionano i dati degli utenti e li conservano sui loro server. Noi vogliamo conoscere quanto meno possibile i nostri utenti. Non sappiamo il loro nome, o il loro genere.

L’intervista è avvenuta prima dell’acquisizione da parte di Facebook, che ha poi contraddetto molte delle affermazioni in essa contenuta.

Resta che 19 miliardi di dollari sono tantissimi, “Things that are cheaper than WhatsApp” è un Tumblr che mette le cose in prospettiva. Per dire: di più economico di WhatsApp c’è l’Islanda, o le Olimpiadi di Londra.

Il significato dei selfie

James Franco, l’attore, sul NY Times:

We all have different reasons for posting them, but, in the end, selfies are avatars: Mini-Me’s that we send out to give others a sense of who we are.

I am actually turned off when I look at an account and don’t see any selfies, because I want to know whom I’m dealing with. In our age of social networking, the selfie is the new way to look someone right in the eye and say, “Hello, this is me.”

Gmail ha cominciato a caricare sui suoi server le immagini contenute nelle email

Ars Technica:

Vi siete mai domandati perché la maggior parte dei client di posta nascondono inizialmente le immagini contenute nelle mail? La spiegazione del bottone “mostra le immagini” sta nel fatto che le immagini contenute in una mail vengono scaricate da un server esterno. Nel caso di email promozionali e spam, questo server è di norma dell’entità che ha inviato la mail. Quindi quando decidiamo di “visualizzare queste immagini”, non stiamo semplicemente scaricando le immagini — stiamo anche inviano al server una tonnellata di dati riguardo noi stessi.

Le immagini possono essere utilizzate per raccogliere svariate informazioni, anche scoprire se l’utente ha letto l’email o in quale cartella questa si trova. Per evitare che ciò possa accadere, Google ha deciso che comincerà a scaricare e caricare sui suoi server le immagini contenute nelle email, così da impedire ai soggetti esterni di raccogliere dati (dati che sono fondamentali per chi fa email marketing).

Perché se i nostri dati invece li raccoglie la amata e colorata Google del “don’t be evil“, siamo tutti più felici.

 

WordPress 3.8: compatibile con iPad e iPhone

È finalmente un piacere scrivere un post e amministrare il proprio blog anche da iPad e iPhone, essendo adesso responsivo. La dashboard — con nuovo look, tipografia più curata e aspetto più moderno — è decisamente migliorata: se il vostro blog funziona con WordPress aggiornate subito.

Le nostre vite registrate su Internet

Permanent Present Tense” narra la storia di Henry Molaison, paziente dell’autrice (Suzanne Corkin) che perse la capacità di formare nuove memorie dopo un’operazione al cervello. Recensendolo, il New Yorker si è posto delle domande sul movimento del quantified self. Il tentativo di memorizzare in bit tutto quello che ci è successo, registrandolo giorno per giorno in soluzioni come Day One, scattando fotografie di continuo con lo smartphone e raccogliendo anche i dati più frivoli (quanti passi ho fatto oggi) sulla nostra esistenza, come si traduce? Questo modo di registrare la nostra vita (delegandola a software e hardware) — un po’ vano e superficiale, privo di una selezione —  che scopo ha?

Il movimento del quantified self incoraggia tutti a seguire gli utopisti della Silicon Valley nel creare un registro personale di ogni cibo consumato e di ogni stato fisico e mentale misurabile. Una videocamera sulla testa di un “lifelogger” per registrare tutto quello che vede, e tutto quello che sente. È tutto lì — niente è filtrato, nulla è perso, nulla è distorto dal disordine della nostra memoria interna. I dispositivi indossabili come i Google Glass mantengono la promessa di un modo ancora più efficace di archiviare se stessi. Dobbiamo essere come divinità, e dobbiamo sapere tutto riguardo noi stessi. La tecnologia bandirà il dimenticare, e archivi di ricordi non organizzati vivranno per sempre nella cloud, raggiungibili a proprio piacimento. Il nome del nostro unico problema rimanente sarà “cerca”: tutto quello che dovremo fare è ricordarci di quello che volevamo cercare, maneggiare alcuni trucchi per farlo e, finalmente, iniziare la ricerca (esterna a noi) che ci ricorderà quello che volevamo ricordare.

Interessante anche l’aggiunta di Andrew Sullivan, su come Internet sarà la più grande raccolta di dati su noi stessi che ci lasceremo dietro. Nel suo caso, non solo quelli che ha volontariamente lasciato nel suo blog, che cura da tredici anni, ma quelli che i suoi amici hanno raccolto sui social network e vari strumenti. Dati probabilmente disponibile per sempre, a patto che qualcuno sia interessato ad andare a cercarci:

In un certo senso, il nostro personale archivio digitale è la somma di noi stessi. Non i noi stessi intimi e umani — che mostriamo mentre mangiamo o quando ci innamoriamo — ma i noi stessi astratti, la conglomerazione di ogni dettaglio, idea, sentimento, pensiero, impulso e amico che racconta una storia su di noi. Molto tempo dopo che me ne sarò andato, non sarà forse quella la forma più accessibile di me — a fianco di tutte le parole che ho scritto? Non continuerò ad esistere in qualche modo in quel formato, che sarà disponibile per l’umanità per sempre?

Questa è l’acqua

Una cosa che scopro e confermo ogni volta che riduco per alcuni giorni — vuoi per impegni, vuoi perché sono in vacanza, vuoi per qualsiasi ragione — il mio tempo speso su Internet è che molti aspetti della rete che nell’uso quotidiano considero importanti e fondamentali perdono il loro appeal non appena Internet diventa una piccola componente della mia giornata. Nel momento in cui non ho un accesso costante al computer, ma uso sia questo che lo smartphone per soli pochi minuti, realizzo che molte cose che consideravo fondamentali — e sono fondamentali quando la rete occupa gran parte del mio tempo — smettono di esserlo.

Non parlo delle email, che controllo sempre. O di Facebook, che in realtà torna spesso comodo per restare in contatto con gli amici e comunicare con loro. E continuo pure ad utilizzare molti altri servizi legati a Internet: Instapaper, Spotify, applicazioni varie, mappe e Google. Continuo a fare un grande uso della rete, ma mi dimentico di certi aspetti di questa.

Twitter, ad esempio. È molto divertente normalmente, ma nel momento in cui ho poco tempo da dedicargli diventa straniante: le conversazioni difficili da seguire e semplicemente il tutto diviene un po’ meno coinvolgente. È come se mi disinteressassi delle persone che seguo e di quello che condividono: tutto ciò che un giorno prima mi sembrava estremamente interessante, il giorno dopo mi sembra una perdita di tempo, pieno di rumore e un modo per nulla efficiente per comunicarmi notizie e articoli.

Ne ha scritto Alexis Madrigal sul The Atlantic, che si è ritrovato con la stessa sensazione nel momento in cui è arrivato un figlio a rovinargli la ruotine:

When you’re plugged in all day, Twitter is fun. Whatever happens in the world, other people on Twitter are talking about it, turning it over, composting it, growing new things in the substrate of the day. If you’re following along, each successive layer of jokes and elucidations make sense, but if you come in at 4pm just to check in, it’s like starting The Wire in season 4 (“Wait, who is McNulty again?”).

È questo un buon test per capire cosa ci è davvero utile e cosa in realtà ci siamo convinti sia utile e bello senza essere consci se davvero lo sia? Forse, in parte, ma è anche vero che molte delle cose che facciamo quotidianamente, che per abitudine non mettiamo in discussione, finirebbero per essere messe in dubbio da una domanda del genere. Quasi nulla è essenziale, molto è solo intrattenimento. E non è che Twitter venga rimpiazzato da cose più fondamentali e profonde: da altre, altrettanto triviali. Quello che ha senso, o se non altro è degno di nota a parere mio, è piuttosto rilevare come le necessità e l’importanza degli strumenti vari a seconda di quello che stiamo facendo. Ovvero di come ingiustamente consideriamo intelligenti certi servizi e stupidi altri. Intendo, Twitter è considerato uno strumento ottimo mentre Facebook una perdita di tempo. Eppure io non posso fare a meno di rilevare come Twitter occupi spesso i miei momenti vuoti, come sia — nel mio caso — quello strumento che vado a cercare quando sono annoiato, che per questo perde il suo fascino non appena ho una giornata ricca di attività.

La lentezza di internet in Italia

Con una velocità media di 4.9mbps, l’Italia è al 44esimo posto nel mondo come velocità di connessione secondo i dati raccolti da Akamai, pubblicati nell’ultimo State of the Net.

Questo grafico mostra com’è cambiata la velocità di internet nel nostro paese negli ultimi 7 anni, mettendola a confronto con quella del Regno Unito (10º, in classifica).

Speed: 9,000 kbps 5,500 Q3 ’07 Q1 ’08 Q3 ’08 Q1 ’09 Q3 ’09 Q1 ’10 Q3 ’10 Q1 ’11 Q3’11 Q1 ’12 Q3 ’12 Q1 ’13 ItalyUnited KingdomData: AkamaiGrafico di bicyclemind.it

(Chi avesse problemi di visualizzazione, qua trova il medesimo grafico in PNG)

La vita senza Internet è brutta

Francesco Costa ha dovuto fare a meno di Internet per nove giorni, a Cuba:

L’assenza di Internet ha reso indubbiamente il mio viaggio più povero. Moltissime volte mi sono imbattuto in posti e cose di cui avrei voluto conoscere la storia, meglio di come l’avrei trovata su una guida o di come me l’avrebbe raccontata un passante. [...] Ho pensato, perdonatemi la banalità, a quello che si perdono i miei coetanei del posto – di più: a quello che potrebbero essere e non sono, i miei coetanei del posto – che non hanno la fortuna di dover soltanto aspettare nove giorni, come ho dovuto fare io, per tornare ad avere in tasca l’accesso a una montagna di cultura e di conoscenza. E ho pensato che i corrucciati esercizi intellettuali sulla vita senza Internet, i bar che credendo di fare una cosa molto furba e colta si vantano di non offrire il wifi, gli articoloni sul fatto che Google ci renda stupidi, assomigliano all’elogio del mangiare poco fatto da chi è abituato a mangiare molto.

Come scrivevo alcuni giorni fa, parliamo tanto di quanto sia bello restare senza internet solamente perché siamo così fortunati da avercelo sempre e in ogni momento.

Eventi interessanti in programma all’Internet Festival di Pisa

Oggi è iniziato a Pisa l’Internet Festival, che si protrae fino a Domenica. La giornata più interessante, almeno per me, è quella di sabato. “L’età della parola” è una serie di conferenze su come i computer possano (arrivare a) comprendere il linguaggio umano, e interpretarlo. In altre parole, Siri e linguistica computazionale, traduzione automatica e estrazioni di significato dai testi (per semplificare). Il programma completo e più dettagliato di questa serie di conferenze è online qua, e più o meno tutte meritano attenzione.

Inoltre sempre sabato, alle 15:00 e poi alle 16:00, ci sono due keynote con Nathan Jurgenson, che varie volte è stato citato in questo blog sull’abusato dibattito rapporti reali in carne ed ossa vs rapporti e esperienze in rete. Dice cose interessanti, che vanno oltre l’affermare quanto sia bello e piacevole camminare scalzi in un prato pieno di margherite (o sbraitare contro chi usa lo smartphone durante una cena). L’argomento del primo incontro, “Digital Dualism Vs Augmented Reality”, è proprio questo, mentre il secondo, dal titolo La rete in bianco e nero, vede anche la partecipazione di Evgeny Morozov (e da qui si può già capire su cosa verterà) e Andrew Keen.

Anche il venerdì ci sono alcuni incontri interessanti: uno sul self-publishing con Tombolini e uno dedicato al giornalismo in rete con Serena Danna e Marco Bardazzi (autore di un libro sul tema). C’è poi quello organizzato da Meet the Media Guru, con Jeffrey Schnapp. E, per finire, uno con Bruce Sterling (scrittore di fantascienza) che parla del suo romanzo pubblicato con 40k, “L’amore è strano”.

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