Collegamenti

Nikola Tesla, in un’intervista (di impressionante preveggenza) per Collier’s del 1926:

Il sistema senza fili sarà di grande beneficio per la specie umana, più di qualunque altra scoperta scientifica, perché annullerà virtualmente le distanze. La maggior parte dei mali di cui l’umanità soffre sono dovuti all’immensa estensione del globo terrestre e all’impossibilità per gli individui e per le nazioni di entrare in stretto contatto. I collegamenti senza fili ci avvicineranno grazie alla trasmissione di intelligenza, al trasporto di corpi e di materiali, al trasferimento di energia. Quando i collegamenti senza fili saranno perfettamente applicati, l’intero pianeta sarà convertito in un grande cervello, cosa che in effetti è, ogni cosa essendo parte di un tutto reale e ritmico. Saremo in grado di comunicare con gli altri in modo istantaneo, indipendentemente dalle distanze. Non solo: attraverso la televisione e il telefono potremo vedere e sentire un’altra persona a migliaia di chilometri, e lo strumento con cui potremo farlo sarà incredibilmente semplice rispetto agli attuali telefoni. Un uomo potrà portarne uno nella tasca del suo gilè. Saremo testimoni e ascoltatori di eventi – il giuramento di un presidente, la partita di un torneo mondiale, la devastazione di un terremoto o il terrore di una battaglia – proprio come se fossimo presenti.

(Via Giovanni De Mauro)

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Il digitale è pieno di analogico

CIT.

The crux of the Internet loneliness debate isn’t actually the Internet; it’s the tension between Internet reality and real world reality. There’s a sense in which the Internet is somehow fake, and that the real world is better, but we go online to talk about it anyway, hovering in that space between technological connection and physical connection. It’s illogical to think of the Internet as separate from the real world — we’re still regular people communicating regular things on it — and yet we constantly differentiate between the two. I am lonely, will anyone speak to me?

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Italia, la Rete che non c’è

Mi cadono le braccia.

Solo il 56% della popolazione italiana tra i 16 ed i 74 anni ha usato Internet nel 2013 (qua il report completo sulla situazione). Siamo fra gli ultimi in Europa: il Regno Unito arriva all’87%, la Germania all’80%. Da noi, nel frattempo, un 34% dichiara di non avere mai utilizzato Internet.

Gli sconfortanti dati dell’ISTAT, riportati da Punto Informatico (da cui il titolo di questo post è stato rubato):

I cosiddetti “utenti forti”, definiti come quelli che usano quotidianamente Internet, si fermano al 33 per cento del campione. I non utenti, invece, superano addirittura il 40 per cento, quelli deboli (che si connettono, cioè, almeno una volta a settimana) sono il 17 per cento, quelli sporadici il 2,7 ed infine gli ex utenti (coloro che sono stati online più di 3 mesi prima della rilevazione) arrivano al 4,5 per cento.

Ci sono gli utenti forti, e poi c’è una gran fetta — troppo ampia — della popolazione che di internet — quel luogo pericoloso, ricco di insidie, secondo la narrazione più comune dei quotidiani italiani — non vuole saperne.

Come si fa ad andare totalmente digitali su certe pratiche, risparmiando denaro e tempo, con questi dati? Nel Regno Unito l’amministrazione pubblica è digital by default (passa prima dal computer, e per quei rari casi sconnessi dai canali tradizionali): scordiamocelo con solo un 56% della popolazione che ne ha fatto uso nel 2013.

(La lentezza di Internet in Italia)

Per chi voglia approfondire l’argomento, consiglio la lettura di “La vista da qui” — degli appunti di Mantellini per un’internet italiana.

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Una famiglia di sconosciuti

MetaFilter sembra un posto bellissimo, che da un po’ di tempo mi riprometto di iniziare a frequentare. Nato nel 1999, è un weblog collaborativo in cui gli utenti segnalano “il meglio del web”. La qualità dei contenuti (e delle discussioni che questi generano) è molto alta, anche a grazie a un gruppo di moderatori che legge e vaglia ogni post pubblicato sul sito. Il risultato è una community molto rara su internet: variegata, composta perlopiù da persone disponibili, attente e intelligenti. Scrive Stephen Thomas:

MetaFilter users are what I would characterize as “self-consciously smart,” which, I promise, doesn’t play out as gratingly as it sounds. It’s more like, “I know I’m smart, I know you’re smart, we’re all smart around here, so we don’t have to show off (although we do sometimes anyway cuz it’s fun).”

L’articolo di Stephen Thomas, “Una famiglia di sconosciuti“, racconta alcune storie nate attorno a ask.metafilter.com (AskMeFi), una sezione del sito in cui gli utenti postano domande, e rispondono a quelle di altri. Storie che riscaldano il cuore — e che mostrano una community unica e difficile da trovare (e creare) online. Una storia a caso: Matt Haughey, il fondatore del sito, invia un assegno a un utente per pagare le spese mediche che ha dovuto affrontare per la moglie. Questo avviene senza alcuna particolare ragione, e 41 minuti dopo che l’utente ne aveva fatto breve accenno sul sito. Oppure l’annuale scambio di biscotti, che avviene sotto Dicembre: a chi decide di parteciparvi vengono assegnati quattro utenti a caso, selezionati in base alla vicinanza geografica, a cui si dovranno inviare dei biscotti per le feste.

Come ben descrive il titolo, una famiglia di sconosciuti disposta ad aiutarsi a vicenda:

People connect to each other here, is what I’m saying. They get to know each other and they treat each other well. If Twitter is people you don’t know at their wittiest, and Facebook is people you do know at their most mundane, then MetaFilter, I would say, is a family of strangers.

(Recentemente MetaFilter ha avuto alcuni problemi, dovuti a un cambio nell’algoritmo di Google che hanno causato meno visite e guadagni. Di conseguenza, l’iscrizione al sito non è più gratuita ma richiede un piccolo pagamento iniziale: sistema che aiuta sia a sostenersi, sia a mantenere una community gestibile e priva di troll)

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Pagheresti per togliere la pubblicità dai tuoi siti preferiti?

Google ha presentato — in fase sperimentale, su un numero limitato di siti e per un numero limitato di utenti — Contributor, uno strumento che permette, pagando, di togliere le pubblicità Adsense dai propri siti preferiti. Ovvero un visitatore particolarmente affezionato ad un sito potrà scegliere di donare ad esso fra gli uno e i tre dollari al mese, e in cambio avere accesso ad una versione più pulita dello stesso.

L’intento di Contributor è di supportare i produttori di contenuti: se uno volesse la pubblicità potrebbe già rimuoverla da ogni pagina web gratuitamente con AdBlock. È un’opzione interessante, credo soprattutto per blog e siti di minore importanza. Alcuni si supportano già con un modello simile (questo blog, ad esempio): offrendo una membership destinata ai lettori affezionati, ovvero una piccola donazione ricorrente. Normalmente i vantaggi (per il lettore che sceglie di sottoscriverla) non ci sono, e se ci sono sono minimi: come poter visitare il sito senza pubblicità. La speranza è che Google riesca a convincere più persone a sottoscrivere — o se non altro a considerare — una “membership” ai loro cinque siti preferiti.

Nel frattempo, come scrivevo, non serve Google per avere una membership su Bicycle Mind: c’è già.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

‘Due pizze poggiate sopra un forno’

Google racconta di come stia provando a insegnare al computer a descrivere le immagini: a fare in modo che il suo motore di ricerca riconosca il soggetto e l’ambiente dell’immagine, e riesca a riassumerli a parole:

We’ve developed a machine-learning system that can automatically produce captions to accurately describe images the first time it sees them. […] A picture may be worth a thousand words, but sometimes it’s the words that are most useful — so it’s important we figure out ways to translate from images to words automatically and accurately. As the datasets suited to learning image descriptions grow and mature, so will the performance of end-to-end approaches like this.

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Il Turco della Silicon Valley

Nel 1796 Wolfgang von Kempelen presentò The Turk, il Turco, una macchina in grado di giocare a scacchi. L’automa fece il giro del mondo, e ovunque impressionò per le sue capacità. Ovviamente c’era un trucco: la grossa scrivania, sulla quale avveniva il gioco, conteneva — oltre agli ingranaggi — posto per una persona, che di nascosto pilotava la macchina. Che appariva così intelligente, affidandosi invece al lavoro di un umano.

Nel 2014 The Turk vede una strana reincarnazione nell’Amazon Mechanical Turk, un servizio di Amazon che permette alle aziende di assegnare piccoli e semplici compiti a persone sparse per il globo, riuscendo così a fare apparire i propri algoritmi più intelligenti di quanto non siano. Scrive il New Inquiry, che ha appena trattato la questione in un articolo:

Amazon ha costruito un network per lavoratori occasionali la cui manodopera nascosta permette a programmatori e “innovatori” di apparire brillanti. Il Mechanical Turk assume persone per svolgere lavoro invisibile online — lavoro che permette al software che lo sfrutta di apparire perfetto. Il CEO di Amazon lo chiama “artificial artificial intelligence“.

È un marketplace che permette a chi ne ha bisogno di pubblicizzare piccoli task che chiunque può decidere di completare. Si tratta di task che risultano molto difficili a un computer, ma sono facili per un umano: trascrivere il testo di un file audio, identificare il soggetto di una fotografia o riconoscere il tono di un articolo. È il crowdsourcing del lavoro, in tanti piccoli compiti (task) a tante persone, il 90% delle quali remunerate a 0.10 centesimi di dollaro per task.

Il Mechanical Turk è formalmente una piattaforma, un marketplace, cosa che permette ad Amazon di non assumersi alcuna responsabilità per la (bassa) retribuzione che le aziende stabiliscono sulle loro task. Amazon fornisce semplicemente l’infrastruttura. La tesi del New Inquiry è che purtroppo una struttura simile sia presente alla base della Silicon Valley. Lavoro a contratto, quasi invisibile, e remunerato infimamente, che permette al software di apparire magico.

In maniera simile vi ha ricorso Google per Google Books, quando per scannerizzare i libri assunse a contratto un numero di persone. Per quanto il prodotto finale possa apparire perfetto e automatico, è stato necessario di qualcuno che voltasse le pagine (come certe simpatiche mani dimostrano), di qualcuno che si assicurasse della qualità e leggibilità del risultato. In genere queste persone, prive di alcun diritto, sono molto diverse da quelle che si incontrato nel campus principale: tanto per cominciare, sono perlopiù donne. Persone tenute segrete e in disparte (lo raccontò alcuni anni fa Norman Wilson) al punto che, scrive il New Inquiry “sono cancellate dalla narrativa“. L’utente finale ne resta totalmente ignaro.

Si tratta del medesimo trucco che permette ad Uber di apparire magica, quando dietro ci sono dei tassisti che hanno dovuto acquistare una macchina a spese proprie, dipendono totalmente da un sistema di rating ingiusto e sono privi di alcun diritto. Uber non si assume, né è costretta a farlo, alcuna responsabilità — così come non deve pagare il salario minimo, riconoscere alcuna pensione o assicurazione. La ragione per cui ciò funziona è che Uber si definisce un marketplace: offrono semplicemente un’infrastruttura, che il tassista può scegliere o meno di utilizzare. Se sceglie di utilizzarla è per volontà propria, e comunque non è assunto da Uber direttamente. Di nuovo, per concludere, il New Inquiry:

L’appeal di applicazioni come Uber è che chiunque con uno smartphone può premere un bottone e vedersi comparire un’autista personale al proprio servizio. Premi un bottone e il pranzo è pronto, i fiori sono inviati, la casa è pulita. È magico. Ed è con questa sensazione di magia — questa gratificazione instantanea del desiderio che si realizza nel momento stesso in cui viene espresso — che le applicazioni si presentano al pubblico.

Sembra magia, ma non è magia. C’è un trucco. La magia si basa su lavoro sottopagato, a contratto casuale. Premi un bottone e un umano si prepara a svolgere ciò di cui hai bisogno, senza gli stessi diritti o protezioni di un normale impiegato.

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Ello: il social network etico

Sta ricevendo molta attenzione, negli ultimi giorni, Ello. Ello è un nuovo social network, dal design molto minimale, fondato su un manifesto in cui essenzialmente dichiara di non basare il proprio modello di business sulla pubblicità. L’obettivo è quello di essere visti in maniera diversa da Facebook, e ricorda App.net negli intenti.

È sia Facebook che un blog, un po’ Twitter e un po’ Tumblr: i post possono essere brevi e essenziali come un tweet, o lunghi quanto un articolo. Le persone possono essere aggiunte come amici, o inserite in “noise“. Queste ultime non compariranno nella home page, ma in una sezione a parte. L’editing dei post avviene tramite markdown, e le conversazioni come su twitter (anche se poi vengono organizzate come commento ai post). Al momento non offre molte funzioni che ci siamo abituati ad aspettarci da un social network — come messaggi privati — e nemmeno ha un’applicazione per iPhone (o Android).

È, di nuovo, estremamente essenziale: nella grafica e nelle funzioni. Eppure sta avendo successo e ha registrato un numero crescente di utenti negli ultimi giorni. A me piace, ma ho la sensazione che possa essere perché è piccolo e nuovo. In quanto tale, non è ancora caotico come Facebook — o come lo è diventato Twitter — e ha un numero selezionato di utenti (è in beta, e richiede un invito per iscriversi). Comunque, se volete mi trovate qui.

Ello

C’è un problema però: il manifesto su cui è basato è molto vago, e seppure dichiari in maniera chiara di non volersi affidare al modello pubblicitario (= vendita dei dati dei propri utenti) per sostenersi, non fornisce nemmeno un’alternativa esplicita e seria di come intenda fare soldi. Al contrario, si è scoperto che ha accettato 435.000 dollari da un gruppo di venture capitalist. Come ha commentato Andy Baio:

At the moment, Ello is a free, closed-source social network, with no export tools or an API, fueled by venture capital and a loose plan for paid premium features. I think it’s fair to be skeptical.

Continuerò ad usarlo nei prossimi giorni, sperando che i dubbi vengano chiariti e che i principi su cui è fondato vengano rispettati. Se così fosse, Ello potrebbe essere un ottimo social network. Il primo basato su questi principi che sembra stia riuscendo ad avere successo.

(Se volete provarlo ho degli inviti. Lasciate un commento a questo articolo1 e ve ne mando uno.)

  1. Magari con una vostra opinione su Ello? ;)

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Una nota sui commenti

A inizio estate avevo riaperto i commenti su Bicycle Mind. Questi funzionavano grazie a Discourse, un software che ritengo molto promettente e che tiene conto di molti dei problemi legati ai commenti. È un forum (quand’è l’ultima volta che ne avete visitato uno?) adatto all’internet moderna: bello da usare e con alcuni accorgimenti che, almeno in teoria, dovrebbero permettere e stimolare discussioni sane e intelligenti, riducendo quanto più possibile il rumore. Su Bicycle Mind funzionava previa registrazione, fattore che ha ridotto drasticamente il numero di commenti ma che, al contempo, ha fatto sì che quelli ricevuti si siano rivelati pertinenti e interessanti da leggere. Per me, e spero anche per i lettori.

Ora però lo abbandoniamo. Perché? Perché il funzionamento è un po’ macchinoso — i commenti risiedevano su un’altra pagina, non erano immediati né da leggere né da inviare — e principalmente perché il costo del servizio ne supera l’utilizzo. Alcuni blog hanno adottato Discourse con successo, ma ritengo che per funzionare la comunità alla base debba essere molto più ampia di quella che questo blog può raggiungere. Ma, seppur senza Discourse, i commenti resteranno (come potete notare qua sotto) sfruttando semplicemente le funzionalità di WordPress. Saranno sempre letti e eventualmente moderati, nel caso fra di essi ne finiscano alcuni inopportuni.

Perché questo cambio di rotta, negli ultimi mesi? Perché questo ritorno dei commenti dopo averli a lungo criticati? Mi sono reso conto che, seppur inquinati da troll e commenti monosillabici (LOL), ci sono fra i commenti alcune gemme che “ampliano” il contenuto di un articolo. I commenti sono un po’ come il resto dell’internet: per l’80% spazzatura, ma poi c’è quel 10% che ti fa apprezzare che esistano.

Lo spazio per i commenti non è per attaccare altri lettori che la pensano diversamente, o per insultarmi, ma per avviare una discussione: supportando degli argomenti, o spiegandomi perché ho torto (come spesso accadrà) offrendo delle spiegazioni. È facile capire se stai scrivendo un commento interessante, che aggiunge valore all’articolo, o semplicemente schiacciando i tasti della tastiera; nessun commento che sia critico e efficace verrà mai cancellato.

Insomma: fatene buon uso.

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I limiti di internet che ci hanno portato a Facebook

Mike Caulfield, in un commento a questo post:

You look in 1993 and see Guido Van Rossum and Berners-Lee arguing that instead of an IMG tag there should be a general “include”, that would allow you to pull together pieces of multiple sites together from multiple MIME types. Twenty years later, there’s still no include.

You see Shirky and Weinberger talking in 2003 about how the web was designed to connect pages, not people, and the groups forming were essentially hacks on top of that. But that power to connect people doesn’t get built into the protocols, or the browser, or HTML. It gets built on servers.

It’s almost like the web’s inability to connect people, places, and things was the ultimate carve-out for corporations. [I]f the connections have to live on a single server (or server cluster) then the company who controls that server wins.

Come sottolinea Frank Chimero, l’assenza di un protocollo per connettere le persone ha permesso la nascita di Facebook, la difficoltà d’uso degli RSS hanno facilitato l’ascesa di Twitter e l’inesistenza del tag <include> nell’HTML ha portato alla creazione di Pinterest: ogni azienda che è riuscita a monopolizzare un settore di internet è stata in grado di farlo per una mancanza nel protocollo, nelle specifiche o nell’interfaccia.

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Cose che restano

CIT.

My blog’s older than Twitter and Facebook, and it will outlive them. It has seen Flickr explode and then fade. It’s seen Google Wave and Google Reader come and go, and it’ll still be here as Google Plus fades. When Medium and Tumblr are gone, my blog will be here.

The things that will last on the internet are not owned. Plain old websites, blogs, RSS, irc, email. — Brent Simmons, Waffle on Social Media

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Le email sono una cosa meravigliosa

Negli ultimi anni, di continuo, si leggono lamentele sul funzionamento delle email e una qualche previsione sulla loro imminente dipartita. L’ultimo servizio entrato nella lista di quelli che le renderanno obsolete è Slack, che rende la comunicazione all’interno di un’azienda più facile 1. A ciò, si aggiungono le critiche: sono troppe, un mezzo del passato che non si è evoluto a sufficienza, se ne accumulano centinaia, non c’è un modo ottimo di filtrarle e portano via troppo tempo.

Ciò nonostante, le email sono una cosa meravigliosa. Sono un esempio di quel web che abbiamo perso e dei suoi valori: aperto, decentralizzato e inter-comunicabile. E negli ultimi anni sono diventate anche più intelligenti. Nel filtraggio dello spam, o grazie a nuove funzioni come la priority inbox di Gmail, che le divide in automatico in base alla loro importanza e al loro scopo.

La loro stessa esperienza“, scrive Alexis Madrigal sul The Atlantic, “è stata trasformata“. Le email non stanno morendo, ma il loro uso sta cambiando: le varie funzioni che una volta svolgevano gli stanno venendo sottratte da nuovi servizi, e a loro rimane la funzione originaria da cui prendono, del resto, il loro nome: di lettera elettronica, di posto in cui ricevere tutte quelle comunicazioni che tradizionalmente sarebbero arrivate via posta.

Inizialmente le email hanno svolto centinaia di compiti: sono state il nostro newsfeed, la nostra identità per verificarci sui siti web, o il modo più efficace con cui scambiarsi file. Compiti che negli anni si sono spostati su servizi più appropriati, lasciando alla mail la sua funzione primaria, ciò in cui eccelle:

Because it developed  early in the history of the commercial Internet, email served as a support structure for many other developments in the web’s history. This has kept email vitally important, but the downside is that the average inbox in the second decade of the century had become clogged with cruft. Too many tasks were bolted on to email’s simple protocols.

[…]

Email is not dying, but it is being unbundled.

Ah, un’ultima cosa: le email funzionano meravigliosamente da mobile: sono veloci e si adattano bene agli schermi. Sono uno strumento di un’altra internet, e si basano su idee e principi di un’altra internet alla quale quella corrente — chiusa e centralizzata — somiglia poco. E, ciò nonostante, riescono a competere senza problemi con i servizi d’oggi:

While email’s continued evolution is significant, what it has retained from the old web sets it apart from the other pretty, convenient apps. Email is an open, interoperable protocol. Someone can use Google’s service, spin up a server of her own, or send messages through Microsoft’s enterprise software. And yet all of these people can communicate seamlessly. […]

Email—yes, email—is one way forward for a less commercial, less centralized web, and the best thing is, this beautiful cockroach of a social network is already living in all of our homes.

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Facebook in Africa

Internet.org è un progetto nato per offrire accesso gratuito a internet in quei Paesi in cui internet non è particolarmente diffuso. È stato lanciato l’altro ieri, il 31 Luglio, in Zambia sotto l’operatore Airtel.

Dietro a Internet.org c’è Facebook, che si sobbarcherà dei costi di connessione. Ma qui sorge anche il problema: quello che i cittadini ottengono non è internet, ma una fetta di internet. Ovviamente: offrire accesso gratuito illimitato non sarebbe praticabile. Ma il problema è che quella piccola fetta di internet include non solo Wikipedia (e altri servizi non a scopo di lucro, che potranno tornare a loro utili), ma anche e soprattutto Facebook.

Quella che in Zambia conosceranno (molti per la prima volta) non è la rete aperta e neutrale che usiamo noi, ma la rete che una società — con un’iniziativa presentata sotto il nome di Internet.org — ha deciso loro di offrire. Una rete chiusa e monopolizzata da un grande leader del settore.

È chiedere troppo eliminare Facebook dall’offerta? Eppure Orange alcuni anni fa lanciò un’iniziativa simile — limitandosi però ad offrire Wikipedia. Scrive Massimo Mantellini:

Qualche anno fa Orange decise di offrire la consultazione gratuita di Wikipedia per i propri utenti di telefonia mobile in alcuni Paesi africani. Era una bella idea, un po’ paracula ma bella: aggiungeva un servizio al proprio pacchetto commerciale per invogliare i clienti a stipulare un contratto, apriva un piccolo spiraglio verso Internet senza travolgere tutti con la retorica dei diritti naturali e delle prerogative della cultura digitale. Contemporaneamente segnalava l’esistenza di un mondo ad una popolazione che in buona parte non lo conosceva.

Internet.org non è così: è una scelta anticompetitiva di una società che, a suo tempo, ha sfruttato a proprio vantaggio la rete neutrale per far valere il proprio talento raccogliendone grandi e meritati successi

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Che fine avete fatto?

Gianluca Diegoli, che cura un blog da dieci anni:

Ora, scrivere e leggere non e’ piu’ il mezzo di espressione dominante, da quanto l’online e’ stato colonizzato dalla gente normale, da quando il mio vicino di casa ha Facebook e vive di Youtube. La gente guarda le figure, fisse o in movimento, su questo non ho dubbi (e pure io, sia chiaro). E ne sono pure contento, di questa de-elite-izzazione della rete, anche se ha eliminato la mia indifendibile e wishful-thinking speranza che l’online avrebbe reso anche la gente un po’ piu’ intelligente, in media. Ma vabbe’, non era davvero possibile. […]

Dopo dieci anni, mi ritrovo a essere sopravvissuto: dove cazzo siete finiti tutti, verrebbe da dire: qualcuno ha fatto dell’online talmente una professione da non avere piu’ nessuna voglia di scrivere in prima persona, come un pasticcere che odia i dolci, qualcuno ha visto i suoi lettori meno assidui e si e’ scoraggiato o scocciato di scrivere per quattro gatti (oh, non che questo blog superi i 20.000 unici mensili), qualcuno e’ diventato famoso e deve sottrarsi alla celebrita’ il piu’ possibile.

Sempre nostalgico, sullo stesso argomento (che probabilmente interessa solamente solo a quelli che quella fase l’hanno vissuta): “Te la ricordi la blogosfera?“.

(Via | Mantellini)

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Fingere di essere informati

Non è mai stato così facile, come lo è oggi, pretendere di essere informati e eruditi, senza in realtà sapere nulla.” In “Faking Cultural Literacy“, Karl Greenfeld ha riassunto il modo in cui oggi ci muoviamo nell’informazione: non ci interessa assumerla ma condividerla, e ci interessa condividerla — sui social network, o nelle conversazioni faccia a faccia —  per mostrare ai nostri amici che siamo informati, che siamo istruiti:

Selezioniamo quello che ci appare rilevante da Facebook, Twitter o fonti simili, e poi lo rigurgitiamo. Quello che oggi a noi interessa non è necessariamente aver consumato un contenuto di prima mano, ma semplicemente sapere che esiste — e avere una posizione a riguardo, essere in grado di discuterne in merito.

Tony Haile, CEO di Chartbeat (un’azienda che si occupa di statistiche online), ha dichiarato in un tweet che non esiste correlazione fra la condivisione di un pezzo su un social network e l’effettiva lettura di quest’ultimo da parte dell’utente. Apparentemente, non abbiamo più tempo per leggere libri o articoli, ma solamente per assimilare le opinioni succinte che i nostri amici o fonti hanno a riguardo di essi: ci bastano quelle, per potere avere un’opinione che sia scambiabile in un’interazione, per non mostrarci impreparati.

Tutte le volte che qualcuno, in qualsiasi posto, online o fuori dalla rete, menziona qualcosa, dobbiamo fingere di esserne al corrente. L’informazione è diventata una valuta di scambio:

Chi decide cosa sappiamo, quali opinioni vediamo, quali idee riproponiamo come nostre osservazioni? Algoritmi, apparentemente, quali Google, Facebook e Twitter. […] Abbiamo affidato le nostre opinioni a questa fonte di dati che ci permette di mostrarci informati a un party, in qualunque situazione. […] Qualcuno ammette mai di essersi completamente perso nella conversazione? No. Annuiamo e diciamo “ho sentito quel nome”, o “suona familiare”, che solitamente significa che non abbiamo alcuna familiarità con il soggetto in questione.

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40 mappe che spiegano internet

Come nacque, come varia la velocità di connessione fra i vari Paesi, come sono connessi fra loro e dove risiedono le tue mail: VOX ha raccolto 40 mappe che spiegano internet:

Sometimes internet access is disrupted due to accidents. In other cases, it’s deliberate government policy. For example, during the 2011 Tahrir Square protests, the Egyptian government cut off Egypt’s connections to the rest of the internet. This was possible because Egypt’s links to the outside world were controlled by a handful of large companies. This map shows which countries have few enough links to the outside world to be at risk of this kind of censorship. Some countries, such as the United States, have dozens of links to the outside world, making a coordinated shutdown of the US internet almost impossible.

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Un documentario sul web, narrato dalle persone che il web lo fanno

What Comes Next is The Future” è un documentario (a cui hanno preso parte anche Jeffrey Zeldman e Ethan Marcotte) sul web e sul suo futuro, dedicato soprattutto a cercare di spiegare cosa succede — a noi, e al web — ora che internet l’abbiamo sempre in tasca.

What Comes Next Is the Future is a story about the internet, and how the shifting mobile landscape has drastically changed our industry. But it’s also the story of how we’ve all changed as a culture and what we can look forward to in the future, as seen from the perspective those who’ve helped build and shape the web over the last 25 years.

Ha già superato la raccolta fondi di Kickstarter, e io non vedo l’ora di vederlo.

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MetaFilter e il volere di Google

MetaFilter, un forum (e blog) di due o tre internet fa, ha recentemente annunciato un dimezzamento del suo staff causato dai cambiamenti improvvisi all’algoritmo di Google:

The money situation changed one day in November 2012, when I saw a drastic reduction in traffic and revenue to Ask MetaFilter. I double-checked to make sure the initial estimates were correct, and it appeared that Ask MetaFilter lost 40% of its traffic overnight.

Successe anche a questo blog anni fa: Google decide di cambiare l’algoritmo e penalizzare quei siti che ritiene non aderiscano e rispettino le sue linee guida. Ovviamente si tratta di assunzioni, assunzioni che in certi casi permettono di identificare lo spam, in altri finiscono col penalizzare siti che non hanno niente a che fare con esso. A volte queste supposizioni sono corrette, altre vanno a discapito di domini innocenti.

MetaFilter è appunto uno di questi — e uno dei pochi forum di quelle dimensioni con una cura e controllo molto severo sullo spam. Un sito che non ha mai applicato pratiche di SEO e ha sempre dato importanza solamente alla qualità dei propri contenuti, ma che oggi viene penalizzato senza particolari spiegazioni e ragioni per un cambiamento a lui esterno sul quale non ha alcuna decisione ma, soprattutto, nessuna capacità di farsi sentire. Dipende totalmente da Google — non solamente per la ricerca ma anche per la pubblicità.

E se non è una novità essere totalmente sottoposti al volere di Google, la situazione negli anni non è migliorata. Come scrive The Awl a Google si sono oggi aggiunti i social network: un sito dipende totalmente — e sempre più — da entità esterne ed enormi che non può controllare. Un cambiamento al Newsfeed di Facebook può avere un impatto significativo sul traffico di un sito, proprio mentre la sua homepage perde sempre più valore:

Of course a website’s fortunes can change overnight. That these fortunes are tied to the whims of a very small group of very large companies, whose interests are only somewhat aligned with those of publishers, however, is sort of new. The publishing opportunity may be bigger today than it’s ever been but the publisher’s role is less glamorous: When did the best sites on the internet, giant and small alike, become anonymous subcontractors to tech companies that operate on entirely different scales?

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Come funziona la Net Neutrality

Video

Come funziona la Net Neutrality

Un video del New York Times spiega in termini molto semplici come funziona la neutralità della rete, e perché è importante che venga preservata.

(Anche VOX l’ha spiegata molto bene)

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La macchina di Internet

Internet Machine è un breve documentario (circa sei minuti) su uno dei datacenter più grandi e sicuri del mondo, quello di Telefonica in Alcalá, Spagna. È stato girato da Timo Arnall, con l’intento di riuscire a spiegare e visualizzare Internet in una maniera più chiara, e veritiera, del concetto di “cloud“:

In this film I wanted to look beyond the childish myth of ‘the cloud’, to investigate what the infrastructures of the internet actually look like. It felt important to be able to see and hear the energy that goes into powering these machines, and the associated systems for securing, cooling and maintaining them.

Vedendo queste immagini, si inizia a realizzare che internet non è qualcosa di immateriale, leggero, invisibile ma ha una componente fisica non trascurabile. L’esterno dell’edificio è circondato da cisterne di acqua, mentre l’interno è caratterizzato da sale enormi il cui accesso richiede il superamento di controlli superiori a quelli a cui si viene sottoposti in un aeroporto.

Cavi un po’ ovunque, e enormi generatori di corrente elettrica, sono altre immagini che restano impresse del luogo:

There are fibre optic connections routed through multiple, redundant, paths across the building. In the labyrinthine corridors of the basement, these cables connect to the wider internet through holes in rough concrete walls.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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