r/thebutton

(Lo ammetto subito, sconfitto: io il bottone l’ho premuto dopo 2 secondi. Per discolparmi: era il 1 Aprile, e non avevo idea avrebbe significato così tanto.)

Il primo d’Aprile è comparso su Reddit un nuovo subreddit, r/thebutton, con un bottone. Il bottone è accompagnato da un countdown di 60 secondi che si resetta (torna a 60) ogni volta che un utente preme il suddetto bottone. Nessuno sa cosa succeda quando il countdown raggiunge zero, perché ad oggi l’impegno collettivo di diverse persone confuse — con i loro click casuali — ha impedito che scendesse sotto i 29 secondi.

Ciascun utente può premere il bottone solo una volta, e poi mai più, resettandolo di conseguenza. Solo chi ha creato il proprio account prima del primo d’Aprile può farlo, e a pressione avvenuta ci guadagna un badge a fianco del proprio username — di colore diverso a secondo dello stato in cui si trovava il countdown quanto si è premuto il bottone. Se rimangono 50 secondi, e premete il bottone, non valete molto. Se il countdown è sotto i 40 invece valete un po’ di più, e vi guadagnate un badge verde. Volendo potete anche non premere: c’è una fazione di non presser pronta ad accogliervi. Pare che più aspettate più siete virtuosi. Ovviamente, è difficile ottenere un numero basso: altri utenti connessi al subreddit mirano allo stesso obiettivo e potrebbero premere il bottone prima di voi (accontentandosi di un 40s), azzerando nuovamente il countdown.

Ma, appunto, a distanza di 10 giorni il countdown non si è ancora azzerato una volta. VOX ha riassunto tutto questo nonsense, spiegandolo (beh, non del tutto: l’intera cosa non ha comunque un senso):

The button is powered by two of the most powerful forces in human societies: status competition and boredom.

When users post messages on the /r/thebutton subreddit, a colored badge (called “flair” in Reddit-land) shows whether the user has pressed the button and if so, what time the counter showed at the time that user pressed it. If you’ve never pressed the button, you get a gray “non-presser” badge that looks like this:

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I domini di primo livello che Google vuole per sé

Da un po’ di tempo l’ICANN ha liberalizzato i domini di primo livello, permettendo a chi lo desidera — dopo un lungo processo burocratico, e una spesa consistente — di ottenere un dominio di primo livello, del tipo .ciao o .apple.

Google ha fatto domanda per 101 domini di primo livello, con l’intenzione di “chiuderli” per uso interno. Uno di questi domini è .dev; se l’ICANN approverà la richiesta di Google, .dev sarà privato, ad uso esclusivo di Google — nessuno potrà registrare un sito.dev, perché Google lo vuole riservare e rendere esclusivo ai propri progetti.

Nella domanda che Google ha presentato all’ICANN (via Drew Crawford) questa intenzione è esplicitamente delineata e motivata:

Second-level domain names within the proposed gTLD are intended for registration and use by Google only, and domain names under the new gTLD will not be available to the general public for purchase, sale, or registration. […] The proposed gTLD will provide Google with direct association to the term ʺdev,ʺ which is an abbreviation of the word, ʺdevelopment.ʺ The mission of this gTLD, .dev, is to provide a dedicated domain space in which Google can enact second-level domains specific to its projects in development. Specifically, the new gTLD will provide Google with greater ability to create a custom portal for employees to manage products and services in development.

101 domini, fra cui inizialmente anche .cloud, .app, .blog e .search (intendono ancora registrarli, ma permettendone l’uso ad altri)

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L’unità fondamentale del blog non è l’articolo. L’unità fondamentale del blog è lo stream

In occasione del 15esimo anniversario del suo blog, Anil Dash scriveva:

Lo scroll è tuo amico. Se hai pubblicato un post brutto o qualcosa che non ti piace, semplicemente scrivi qualcosa di nuovo. Se hai pubblicato qualcosa di cui sei particolarmente orgoglioso e nessuno se la fila, semplicemente scrivine di nuovo. Un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra, è l’unico fattore comune che ho trovato a questo blog di cui sono orgoglioso. I post scendono nella pagina, e il buono e il brutto semplicemente scorrono via.

È una descrizione perfetta di un blog. Non è il singolo articolo a renderlo interessante, ma l’insieme degli articoli che si susseguono. Articoli magari inconcludenti, ma il cui insieme dà forma a qualcosa di interessante. E se un articolo non funziona se ne scrive uno nuovo, o se un’idea non è stata ben espressa la si esprime di nuovo. Lo stream si porta via tutto. Come sollinea Michael Sippey su Medium, “l’unità fondamentale del blog non è il post. L’unità fondamentale del blog è lo stream”. Il valore di un post è derivato (spesso) dal blog di provenienza e dall’autore/blogger.

L’ultimo aggiornamento di Medium, che agevola contenuti brevi, è un ritorno in quella direzione, verso lo stream. Mentre il vecchio Medium cancellava l’autore (Joshua Benton: “La cosa più radicale di Medium è che cancella l’autore […], lo degrada, lo rende secondario“) per sostituirsi fra il pezzo e il lettore — provando a instaurare l’idea che Medium = qualità — il nuovo Medium rimette l’autore (e lo stream) al centro.

La domanda è: qual è il modello più corretto oggi? Organizzare il materiale per collezioni, oppure per autore? L’autore ha ancora uno spazio, oppure il web di oggi (con lettori guidati dai social network) agevola contenuti atomistici — cancellando l’autore e di conseguenza la costruzione di uno stream/audience? Domande che il The Atlantic si è posto in “What Blogging Has Become“:

Cos’è la scrittura su web nel 2015? Ruota ancora attorno all’autore? E se ti piace osservare un autore nel corso del tempo (o ti piace avere questa libertà come autore), c’è ancora un modo di farlo? Oppure i contenuti sono diventati atomistici [a sé stanti] e non è più possibile raccogliere attorno a una voce un audience? Il nuovo Medium è una scommessa che è rimasto qualcosa di valido nel modello che ruota attorno all’autore.

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Homo Pluralis

È uscito per Codice Edizioni Homo Pluralis, il nuovo libro di Luca De Biase su come sono e saranno gli esseri umani cambiati dall’evoluzione tecnologica recente e prossima — intelligenza artificiale, robot e droni, big data.

Il Post ne ha riportato un pezzo, di cui a mia volta riporto il paragrafo dedicato alla privacy e all’argomento “ma io non ho nulla da nascondere“:

In realtà, le persone vogliono uno spazio in cui essere lasciate al riparo dal giudizio degli altri. Perché quel giudizio di per sé le limita. Per non temere le invasioni della privacy occorrerebbe essere o sentirsi talmente poco interessanti e così conformisti e omogenei da non avere nessuna diversità da proteggere da nessun punto di vista. E del resto, come diceva Bentham, sentirsi osservati costantemente produce un comportamento autocontrollato, conforme a ciò che si immagina che gli altri si aspettino. Questo però riduce la creatività, il dissenso, la critica, l’opposizione, l’invenzione, lo stupore e molte delle qualità umane che fanno avanzare la cultura e la società. Le piattaforme online che costruiscono una socialità trasparente e una vita esposta sotto gli occhi di tutti conducono al conformismo, suggerisce Alessandro Acquisti, ricercatore alla Carnegie Mellon University. Occorre una diversa narrazione per mantenere viva la possibilità di riprogettare continuamente le piattaforme e difendere la diversità culturale e umana dalla circolazione indifferenziata di informazioni. Una narrazione basata sulla pluralità delle dimensioni della vita degli esseri umani.

(Conto di leggerlo)

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Netstalgia

Il New York Times ha dedicato un articolo a Animated Text, il blog nostalgico di una web designer ricco di gif animate, <blink> e scritte multicolori terribili (nel resto del suo tempo fa siti responsive, e al passo con i tempi). Il web di molti anni fa, quello Geocities, insomma.

Più che il contenuto dell’articolo, è bellissima la presentazione:

Geocities

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

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Difendere la privacy

Gabriel Weinberg, fondatore e CEO di DuckDuckGo:

Abbiamo imposto limiti alla finanza, all’industria farmaceutica, a quella dei trasporti e alle telecomunicazioni. Perché non metterli anche all’online tracking? Dovrebbero esserci del limiti, specialmente ora che la tecnologia digitale si sta lentamente inserendo in più parti della nostra vita, e i dati raccolti diventano più e più importanti.

La question del dibattito dovrebbe essere: quali limiti? L’idea di raccoglierne quanti più possibili e rivelarne pochi deve sparire, c’è una via di mezzo fra “la massima collezione possibile di dati” e “il minimo necessario”. Ecco alcune cose che potremmo fare. Le aziende (e i governi) dovranno esplicitamente dichiarare e dirvi cosa ne faranno delle vostre informazioni personali. Devono permettere opt-out. Potrebbero anche fornire all’utenza un controllo granulare sui propri dati. Potrebbero persino dirvi cosa ci guadagnate in cambio di un certo pezzo di informazione. Ci sono molte opzioni.

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Medium.com è superfluo?

Matthew Butterick (l’autore del bellissimo Butterick’s Practical Typography) ha risposto a un post uscito su Medium alcuni giorni fa, in cui l’autore illustrava come le macchine da scrivere abbiano contribuito a imbruttire la tipografia. L’argomento del post di Butterick non sono tanto le macchine da scrivere, quanto Medium stesso, e perché esista (una questione interessante, secondo me).

L’idea di uno YouTube dei testi può sembra buona — ma il costo di pubblicazione di un articolo, o gestione del design, è praticamente zero. Secondo Butterick, al web odierno Medium non aggiunge nuove possibilità: ne chiude e basta, limitando le opzioni, racchiudendo tutto nella stessa confezione. Medium priva gli autori del controllo sui propri pezzi, sulla loro presentazione e distribuzione. E nonostante Medium dia molta attenzione alla tipografia e alla presentazione, questa rimane identica per ogni testo: se il ruolo della tipografia è migliorare il testo per il lettore, testi differenti richiedono tipografia differente.

Ogni storia su Medium si presenta in ugual modo — come proveniente più da Medium, che da un autore specifico. Personalmente, non capisco chi ha un blog e decide di pubblicare pezzi su Medium, a meno che non lo si faccia per ottenere una maggiore diffusione. Perché a questo Medium si riduce: a uno strumento per promuovere un “contenuto”. Medium non è uno strumento per la scrittura, ma per la promozione della scrittura.

Medium serve a creare l’illusione che tutto quello che sta al suo interno faccia parte di un ecosistema editoriale. Medium vorrebbe, come il New York Times, riuscire a conferire autorità ad un pezzo semplicemente mettendoci il suo logo. Funziona anche grazie ai (pochi) autori che Medium paga per produrre contenuti, che ne portano altri attratti dal “prestigio” della piattaforma.

Medium, scrive Butterick, è marketing al servizio del marketing:

In verità, il prodotto principale di Medium non è una piattaforma per la pubblicazione, ma la promozione della stessa. Questa promozione porta lettori e scrittori sul sito. Questi generano i contenuti e i dati che servono ai pubblicitari. Ridotto così, Medium è semplicemente marketing al servizio di altro marketing. Non è un “posto per le idee”. È un posto per i pubblicitari. È, quindi, totalmente superfluo.

“Ma cosa mi dici riguardo a tutti gli articoli scritti su Medium?” La misura dell’inutilità non risiede negli articoli. Piuttosto, risiede in ciò che Medium aggiunge alla scrittura e agli articoli. Ricordate la questione iniziale: in che modo Medium migliore Internet? Non ho trovato una singola storia su Medium che non avrebbe potuto esistere altrettanto bene altrove.

La retorica con cui il sito viene presentato — il posto in cui scambiarsi le idee, una specie di conferenza TED testuale — serve a promuovere un sito di cui potremmo tranquillamente fare a meno.

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The Internet Show (1995)

Video

The Internet Show (1995)

Andy Baio ha messo su YouTube una vecchia videocassetta della PBS, contenente un programma del 1995 dedicato a internet: The Internet Show. I due presentatori spiegano cos’è Internet, stando attenti a non utilizzare un linguaggio da nerd (nel corso del programma appaiono frequenti “nerd alert”, seguiti da un rumore fastidiosissimo) e invitando gli ascoltatori a provare questa nuova cosa che, dicono, potrebbe diventare grande.

Guardarlo oggi è un’esperienza surreale. Ad esempio del web parlano solamente a fine dell’episodio — lo menzionano rapidamente, un po’ come si parla di un esperimento che forse potrebbe avere successo. Di Gopher invece sono più entusiasti.

Bellissimo.

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Possiamo archiviare Internet?

Un po’ di tempo fa un utente di Pinboard aveva provato a importare sul servizio la sua collezione di bookmark risalente al 1995–1997: dopo 17 anni il 91% degli indirizzi non risultava più raggiungibile. L’entità più grossa che sta provando a trovare una soluzione a questo problema è l’Internet Archive, il cui tentativo di preservare il web per il futuro è stato recentemente raccontato dal New Yorker.

L’articolo è pieno di spunti interessanti (ad esempio, sarebbe utile aggiungere una terza dimensione, temporale, al browser? Introducendo così una sorta di version control), ma siccome qui non siamo seri riporto il passaggio più simpatico — ovvero di quando Kahle (il fondatore dell’Internet Archive) mise il web in un container, per misurarlo:

I was on a panel with Kahle a few years ago, discussing the relationship between material and digital archives. When I met him, I was struck by a story he told about how he once put the entire World Wide Web into a shipping container. He just wanted to see if it would fit. How big is the Web? It turns out, he said, that it’s twenty feet by eight feet by eight feet, or, at least, it was on the day he measured it. How much did it weigh? Twenty-six thousand pounds. He thought that meant something. He thought people needed to know that.

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Facebook non è nemico della tua pace interiore

Scrive il New York Times, in merito a una ricerca del Pew Research Centre, secondo cui la tecnologia — e i social network — non ci rendono più stressati:

Frequent Internet and social media users do not have higher stress levels than those who use technology less often. And for women, using certain digital tools decreases stress. “The fear of missing out and jealousy of high-living friends with better vacations and happier kids than everybody else turned out to be not true,” said Lee Rainie, director of Internet, science and technology research at Pew and an author of the study. […]

Just as the telephone made it easier to maintain in-person relationships but neither replaced nor ruined them, this recent research suggests that digital technology can become a tool to augment the relationships humans already have.

Ohibò! Ma come? Internet ci rende tutti gelosi, frenetici, ansiosi!!!!!! No.

La ricerca rivela che ci sono situazioni in cui la tecnologia può rovinare la nostra pace interiore, in cui Facebook può disturbare il nostro quieto vivere, ma non sono causate da internet: sono dovute al fatto che grazie a internet siamo sempre a contatto con chi ci è caro — anche quando siamo lontani. Ciò significa poter ricevere, e restare informati, sulle situazioni spiacevoli dei nostri conoscenti — e provare di conseguenza più empatia e coinvolgimento.

In altre parole, “la relazione fra i livelli di stress e l’uso dei social media è indiretta. È l’uso sociale della tecnologia digitale, e il modo in cui questa migliora la nostra conoscenza degli eventi dolorosi nelle vite altrui, che spiega perché l’uso dei social media può, a volte, causare stress“. Proseguono:

Immagina un utente tipico di Facebook. È probabile che lui o lei usi anche altre tecnologie, come email e sms. Tutte queste tecnologie gli/le permettono di condividere informazioni con amici e parenti — sotto forma di foto, o brevi messaggi. Come risultato di questa comunicazione, sarà più coinvolto/a e consapevole delle attività in corso nella vita dei propri amici e famiglia.

Ci sono dei benefici da questo “contatto”. Secondo una precedente ricerca di Pew, questa persona — in confronto a un individuo non molto attivo su Facebook, o che non fa uso di social media — è più portata ad avere amici intimi; ha più fiducia nelle persone; si sente più supportata; è più coinvolta nella vita politica. Mentre qualcuno potrebbe assumere che il tipico utente di Facebook (e altre tecnologie) finisca col partecipare sotto la pressione dei propri coetanei, e per una sorta di paura di restarne fuori (fear of missing out), se tale pressione esiste il nostro tipico utente non è più stressato di altri, e il beneficio che ne deriva dall’uso di queste tecnologie ne cancella il costo. È raro che sia più stressato di coloro che non sono sui social media, o di coloro che ne fanno un uso modesto.

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Dentro un data center

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Dentro un data center

Google racconta uno dei propri data center, quello di Austin. Le misure di sicurezza — del luogo stesso: per impedire l’accesso a estranei — sono quasi incredibili.

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Il costo di un anno su Internet

Come MacDrifter, ho deciso di raccogliere in un foglio di calcolo tutte le spese annuali legate a Internet: i servizi a cui sono iscritto, con pagamento mensile e annuale, e dei quali spesso mi dimentico. Molti di questi mi sono essenziali, altri per nulla: stilare una lista mi ha permesso di ricordare cosa e quanto pago, e di eliminarne quest’ultimi di conseguenza.

Per via del costo irrisorio può succedere di accumulare un numero consistente e oneroso di abbonamenti. Escludendo quelli legati al blog (hosting, domini, statistiche e Amazon AWS), questi sono i miei:

ServizioCosto mensileCosto annuale
Dropbox$9,99$119,98
Spotify UK (Student)£4,99£49,88
Netflix UK£5,99£71.88
Cloak$2,99$35,88
iCloud Storage$0,99$11,88
Skype€3,32€39,84
Instapaper Premium$2,99$35,88
FeedWranglerN/A$19
CloudApp$8,25$99
Amazon Prime (UK)N/A£19,75
Pinboard ArchiveN/A$25

Un po’ di considerazioni:

Spotify & Netflix sono utilizzati quasi a cadenza giornaliera. Non ho più alcuna libreria musicale in locale, su iPhone — mentre quella su Mac non la apro da anni.

Dropbox è il servizio più costoso e seppure si riveli sempre meno fondamentale per la sincronizzazione dei file fra dispositivi occupa tuttora un posto importante — nel mio setup — per il backup: libreria fotografica, documenti e quant’altro risiedono al suo interno. iCloud si giustifica allo stesso modo (backup di iPhone e iPad).

L’abbonamento mensile a Skype mi serve per chiamare in Italia dall’estero senza spendere cifre esorbitanti.

Instapaper Premium ha forse un costo più alto del beneficio. Per $2,99 mensili aggiunge due funzionalità al servizio: highlights (per evidenziare e salvare frasi dagli articoli) e ricerca “full-text” dell’archivio. Di nuovo: abbastanza costoso, ma anche perfetto per le mie necessità (inoltre, non trovo alternative).

FeedWrangler è il mio lettore di feed rss da quando Google Reader è sparito. Perché FeedWrangler e non Feedly, che è gratis? La verità è che non lo so bene neppure io, ma dopo migrazioni e migrazioni fra servizi e servizi mi sono accasato lì, e mi trovo bene da un anno: quando scadrà a Febbraio non ho dubbi che lo rinnoverò. I feed rss sono la cosa che uso di più — più di Twitter, più di Facebook. Il primo angolo del web che leggo nel tempo libero, e quello al quale attribuisco più valore (sicuramente, più che ai social network): 19 dollari all’anno per una cosa che uso più volte quotidianamente non sono molti.

Cloak è un VPN per proteggere la connessione e, volendo, fingere di provenire da un altro Paese — per aggirare i blocchi sui contenuti (se tuttavia l’unica ragione per sottoscriverlo fosse quest’ultima il consiglio è di usare Unlocator). Mi è utilissimo per quando mi trovo in un bar o in biblioteca — sia su iPhone che su Mac. Su entrambi si attiva in automatico quando è ritenuto necessario. Ho il piano Mini: 5GB di traffico mensili per $2,99.

Da come si evince dalla tabella, ci sono due perdite: CloudApp e Pinboard Archive. Uso CloudApp per condividere file, in pubblico e in privato, ma in realtà ne faccio un uso moderatissimo che non giustifica il costo ($8.25 mensili). È vero: potrei utilizzare la versione gratuita, ma ho questo problema: voglio che tutto sia sotto il mio URL. È una fissa che c’ho da sempre. Quindi niente CloudApp1. Pinboard Archive — che archivia una versione full-text degli URL presenti nel proprio Pinboard — l’ho provato per un anno, e ho deciso di non tenerlo (unico uso: evitare il link-rot, salvando al suo interno tutti gli articoli linkati da queste parti).

  1. A meno che… C’è un’offerta in corso adesso che consente di ottenere l’abbonamento Pro a vita per $39 dollari.

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Il nuovo Cluetrain Manifesto

Dopo 16 anni, Doc Searls e David Weinberger hanno scritto un nuovo manifesto. Una serie di “clues” sulla rete. Si legge su Medium e su quest’altra pagina di Dave Winer.

9. The Internet is no-thing at all. At its base the Internet is a set of agreements, which the geeky among us (long may their names be hallowed) call “protocols,” but which we might, in the temper of the day, call “commandments.”

10. The first among these is: Thy network shall move all packets closer to their destinations without favor or delay based on origin, source, content, or intent.

11. Thus does this First Commandment lay open the Internet to every idea, application, business, quest, vice, and whatever.

12. There has not been a tool with such a general purpose since language.

13. This means the Internet is not for anything special or in particular. Not for social networking, not for documents, not for advertising, not for business, not for education, not for porn, not for anything. It is specifically designed for everything.

14. Optimizing the Internet for one purpose de-optimizes it for all others.

15. The Internet like gravity is indiscriminate in its attraction. It pulls us all together, the virtuous and the wicked alike.

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Attento a quello che scrivi

Dave Pell riflette su intercettazioni e leak di dati: è giusto pubblicarli indiscriminatamente, così come hanno fatto i giornali nel caso di Sony — considerando il materiale di pubblico dominio una volta che è stato rubato dai server dell’azienda — oppure, come argomentava Jacob Weister, editore di Slate, si tratta di una violazione della privacy?

Scrive su Medium Dave Pell:

If it’s digital, it’s public. That should make you scared of losing your privacy. But I’m more concerned about it scaring you away from publishing or sharing your thoughts and opinions at all. But I wouldn’t blame you for holding back. More and more, I find myself holding back too. We all do.

I worry that these new realities will lead us down path towards self-censorship. Sharing was fun at first. But now we can see the potential costs. And the risks associated with broadcasting our thoughts just might be enough to turn the era of open digital communication into the age of shut the fuck up.

Le email e documenti rubati a Sony, secondo Jacob, sono come le foto di Jennifer Lawrence e delle altre attrici che anno subito attacchi al loro account di iCloud alcuni mesi fa: non sono di pubblico interesse, e il fatto che siano state rubate non significa che siano improvvisamente di dominio pubblico. Sempre su Slate un altro giornalista sosteneva la tesi contraria: è importante pubblicare le email di Sony, se queste si rivelano razziste o sessiste, perché mostrano i processi decisionali interni di una grande azienda, i cui prodotti hanno un’influenza molto estesa.

Dal mio punto di vista occorre molta prudenza e una lunga riflessione e selezione del materiale rubato, prima di pubblicare email private, prima di dare in mano al pubblico pezzi di conversazione telefonica, prima di estrapolare da contesto e persona una singola frase. Altrimenti sembra una caccia alla strega. E anche perché una volta in rete, una volta pubblicata la frase sconveniente, può rovinare la carriera — se non la vita — di chi l’ha scritta.

A quanti di voi piacerebbe svegliarsi e ritrovare le proprie email, SMS e corrispondenza privata in rete? E quanti di voi sono certi di non essere mai stati stronzi e irragionevoli in alcune email? Sapreste difendere ogni frase mai scritta? Come scriveva Rodotà in un pezzo uscito poco dopo l’11 Settembre (quindi del 2001, ma pur sempre attuale):

Bisogna diffidare dell’argomento di chi sottolinea come il cittadino probo non abbia nulla da temere dalla conoscenza delle informazioni che lo riguardano. L’uomo di vetro è una metafora totalitaria, perché su di essa si basa poi la pretesa dello Stato di conoscere tutto, anche gli aspetti più intimi della vita dei cittadini, trasformando automaticamente in “sospetto” chi chieda salvaguardia della vita privata.

Se l’equazione digitale = pubblico persiste, anche chi non ha nulla da nascondere dovrebbe preoccuparsi.

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Le porcherie contro Google News

È di pochi giorni fa l’annunciata chiusura di Google News in Spagna, a seguito di una nuova legge che costringerà Google a pagare una tassa per indicizzare gli articoli di un quotidiano. Un piccolo obolo per ogni articolo.

Ma Google News non ha alcuna pubblicità al suo interno (così da evitare le critiche che comunque gli sono state rivolte), è un aggregatore che riporta poche righe del testo originale (in linea i diritti di citazione che permettono anche a me di riprendere il paragrafo di un pezzo del New York Times) e il loro corrispettivo titolo, che a sua volta rimanda alla fonte originale. È insomma — come scrive Mantellini — una lunga lista di link e “una porcheria senza scusanti“.

Il perché lo dice Mantellini:

[La ragione per cui] L’attacco a Google News è una porcheria ributtante è che attaccare gli estratti, le citazioni, i link, trovando magari un giudice stupido che ti dà ragione come è accaduto in Spagna, è un attacco frontale non solo a Google ma anche all’architettura di rete e ai diritti dei cittadini. È un attacco proditorio e insensato modello bambino-acqua sporca, perché tutte le normative sul diritto d’autore proteggono il diritto di chiunque di estrarre un titolo o due righe da un testo per citarle ad altri, sia che questi siano liberamente disponibili sia che siano protetti da un paywall ad accesso milionario. E questo, per fortuna, da prima di Internet. Ed è un attacco al cuore stesso della rete perché coinvolge il diritto di collegare i propri scritti ed i propri pensieri in rete a quelli di qualcun altro senza dover chiedere permesso. […]

Da quando esiste Internet ogni tanto qualcuno prova a rendersi ridicolo invocando il proprio diritto a non essere linkato senza preventiva autorizzazione o, come nella variante iberica del delirio editoriale, previo pagamento di una somma per la citazione di due righe del prezioso testo: se rimaniamo dentro il microcosmo del contenzioso editoriale la faccenda la si potrebbe ricondurre al comparto psichiatrico delle liti temerarie. Ma così non è: la difesa strenua e a prescindere dei diritti editoriali nel caso di Google News mette in pericolo – seppur in maniera caricaturale – l’essenza stessa della libera espressione dei pensiero e la logica stessa della condivisione delle informazioni in rete.

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Il gruppo che scrive le regole del Web

Paul Ford:

The ultimate function of any standards body is epistemological; given an enormous range of opinions, it must identify some of them as beliefs. The automatic validator is an encoded belief system. Not every Web site offers valid HTML, just as not every Catholic eschews pre-marital sex. The percentage of pure and valid HTML on the web is probably the same as the percentage of Catholics who marry as virgins.

In occasione dell’ufficializzazione di HTML5 Paul Ford scrive del W3C, il gruppo che stabilisce e mantiene gli standard relativi al web. Ne scrive in maniera molto chiara, godibile sia da chi non ne sa nulla sia dagli esperti.

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Automatismi

Gli automatismi con cui giudichiamo chi ha lo sguardo fisso su uno schermo mi hanno sempre lasciato perplesso. “Guarda la coppia seduta al tavolo di fianco: da cinque minuti non si scambiano una parola, troppo presi dal loro smartphone.” — spesso qualcuno mi fa notare. Pazienza se non conosciamo nulla di quello che stanno facendo o hanno fatto (magari hanno parlato incessantemente per ore), e di ciò che faranno dopo: qualcuno li giudicherà comunque.

Nella stessa maniera, moralista e fastidiosa, e con la stessa popolarità di cui queste cose godono, circola in rete una foto di una scolaresca in gita ad Amsterdam, dentro a un museo (il Rijksmuseum), di fianco a un Rembrandt, e con gli sguardi chini sui loro cellulari. A nessuno viene da supporre che i ragazzi stiano cercando il quadro su Google — magari sollecitati dall’insegnante —, stiano utilizzando l’applicazione del museo o stiano facendo di internet un qualsiasi altro uso proficuo.

No. È un segno di dove siamo andati a finire. Scrive Massimo Mantellini:

Vi viene in mente una maniera più efficace per descrivere la povertà dei tempi moderni? Il loro abisso, la perdita di ogni punto di riferimento, il disinteresse verso la cultura classica, l’eterno riferirsi ad un presente che ci rimbecillisce?

No, una maniera migliore non c’è, e non c’è per due ragioni. La prima è quella – ovvia – che se ci interessa sostenere la tesi della stupidità del nostro essere eternamente connessi (ed eternamente dediti di giorno e di notte a stupidaggini irrilevanti) quella foto è perfetta. Anzi sono abbastanza sicuro che la vedremo circolare nei prossimi dieci anni con discreta frequenza perché il non detto che trasmette è di primo acchito chiaro e lampante. Piuttosto che comprendere la grandezza di Rembrandt i giovani virgulti preferiscono dare conferma alle fosche previsioni di “malattia generazionale” sostenute da Umberto Eco, l’umanità avviata all’autodistruzione dentro un gorgo di superficialità che infine ci ucciderà tutti.

La seconda ragione è che, molto probabilmente quella foto non è quello che sembra e anzi la lettura superficiale che siamo portati a darne è a sua volta un segno interessante di quanto siano vasti e automatici i pregiudizi che riserviamo al mondo che cambia.

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I commenti cambiano il contenuto di un articolo

Anne Applebaum su Slate, tradotta da Il Post:

Un tempo, sembrava che Internet fosse un posto adatto per un dialogo civile; ora, spazi di discussione libera degenerano in luoghi dove ci si insulta a vicenda. Che piaccia o no, è un problema: diversi studi hanno dimostrato che la percezione di un articolo, dell’autore di un certo articolo, o del suo contenuto, siano influenzati pesantemente dai commenti anonimi ad esso associati online, specialmente se sono duri. Un gruppo di ricercatori ha scoperto che i commenti sgarbati «non solo polarizzano i lettori, ma cambiano l’interpretazione di chi li legge nei confronti della notizia stessa»

Anne racconta poi di come certi governi (ad esempio, la Russia) paghino delle persone per confondere le idee ai visitatori di un sito:

Come hanno scoperto i giornalisti Peter Pomerantsev e Michael Weiss in uno studio sulle nuove tecniche di disinformazione, lo scopo dei troll russi è quello di «generare confusione attraverso la diffusione di teorie complottiste e la proliferazione di falsità». In un mondo in cui il giornalismo tradizionale è fragile e l’informazione è variegata, non è una cosa molto complicata da attuare.

In realtà questo blog ha recentemente invertito linea, re-introducendo i commenti. La qualità dei commenti varia molto in base alla comunità che un sito attira, alla dimensione di questa comunità (i quotidiani di minore importanza spesso ospitano discussioni più interessanti e sviluppate di quelli dominanti) e, ho idea, anche all’uso dei contenuti e commenti a cui il design del sito stesso invita (un buon design può influenzare la qualità dei commenti). Questo, e molta moderazione bloccando e cancellando senza timore tutto ciò che non aggiunge valore a una discussione, ma solo rumore (come MetaFilter dimostra). Tutto ciò che non si inserisce nella discussione, ma è un attacco o un urlo sconnesso.

È bene curare la sezione dei commenti, investirci tempo, perché questi influenzeranno la percezione che i visitatori hanno del nostro sito, e di quello che scriviamo. Meglio toglierli, piuttosto abbandonarli a se stessi.

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Collegamenti

Nikola Tesla, in un’intervista (di impressionante preveggenza) per Collier’s del 1926:

Il sistema senza fili sarà di grande beneficio per la specie umana, più di qualunque altra scoperta scientifica, perché annullerà virtualmente le distanze. La maggior parte dei mali di cui l’umanità soffre sono dovuti all’immensa estensione del globo terrestre e all’impossibilità per gli individui e per le nazioni di entrare in stretto contatto. I collegamenti senza fili ci avvicineranno grazie alla trasmissione di intelligenza, al trasporto di corpi e di materiali, al trasferimento di energia. Quando i collegamenti senza fili saranno perfettamente applicati, l’intero pianeta sarà convertito in un grande cervello, cosa che in effetti è, ogni cosa essendo parte di un tutto reale e ritmico. Saremo in grado di comunicare con gli altri in modo istantaneo, indipendentemente dalle distanze. Non solo: attraverso la televisione e il telefono potremo vedere e sentire un’altra persona a migliaia di chilometri, e lo strumento con cui potremo farlo sarà incredibilmente semplice rispetto agli attuali telefoni. Un uomo potrà portarne uno nella tasca del suo gilè. Saremo testimoni e ascoltatori di eventi – il giuramento di un presidente, la partita di un torneo mondiale, la devastazione di un terremoto o il terrore di una battaglia – proprio come se fossimo presenti.

(Via Giovanni De Mauro)

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Il digitale è pieno di analogico

CIT.

The crux of the Internet loneliness debate isn’t actually the Internet; it’s the tension between Internet reality and real world reality. There’s a sense in which the Internet is somehow fake, and that the real world is better, but we go online to talk about it anyway, hovering in that space between technological connection and physical connection. It’s illogical to think of the Internet as separate from the real world — we’re still regular people communicating regular things on it — and yet we constantly differentiate between the two. I am lonely, will anyone speak to me?

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