BuzzFeed e il vestito

Vi ricordate di Snow Fall? L’articolo interattivo — ricco di infografiche (spesso in d3.js), con una storia sviluppata tanto in forma testuale quanto multimediale, sfruttando le tecnologie offerte dal web. Nei mesi successi molti provarono a replicarne il successo — spesso riproponendone gli effetti senza i contenuti, o gli effetti senza una riflessione dietro sull’effettiva (in)utilità degli stessi.

La potenza di Snow Fall risiede nella perfetta sinergia tra il testo e gli elementi interattivi, studiati appositamente per uno specifico contenuto o informazione. Molti hanno provato a standardizzarli, semplificando la creazione di “storytelling interattivi”, il tutto semplicemente riproponendo l’effetto di scrolling ritardato (una specie di parallax scrolling all’acqua di rose) o altri meramente grafici; senza grande successo insomma.

Oltre a ciò, Paul Ford crede per replicare Snow Fall occorra replicare il New York Times, un’organizzazione organizzata per costruire quel genere di cose1:

The thing about “Snow Fall” is that it went way off the grid—not the visual grid, but the technological grid. It was its own weird thing, with its own weird code, created by a completely weird digital department that was connected to the much larger, slightly-less-weird digital department, all of it inside one of the world’s weirdest news organizations—that was flexing its muscles in a very specific way. (If you don’t like “weird” think “unique.”) In any case no one but the Times could have created something like that andgathered the attention that it gathered. My proof is that no one had done so before. 620 8th Ave, where the Times is headquartered, is custom-built for things like that.

Tutta questa premessa per arrivare a BuzzFeed. Qual è invece il ruolo di BuzzFeed? Ahimé, bisogna tirare in ballo il vestito che ieri ci ha terrorizzati, o meglio: una conseguenza del vestito. Questa: le 25 mila visite che BuzzFeed ci ha ricavato.

Il ruolo di BuzzFeed è catturare quelle visite, e per farlo hanno costruito un’organizzazione unica dietro che da anni ne perfeziona l’arte:

La ragione per cui BuzzFeed esiste — la vera, attuale, ragione — è quella di raccontare, in maniera completa, tutte le cose ridicoli e folli che si diffondono su Internet. Dalla sua fondazione (2006) è diventato una “platform company”, con un team tecnico molto ampio, un team editoriale enorme, un team dedicato ai soli contenuti audiovisivi, un’agenzia pubblicitaria, molti giornalisti e tantissimi soldi dalla California.

Quello a cui ho assistito, quando ieri ho dato uno sguardo alla consistente copertura che BuzzFeed ha stava dedicando al vestito, è la pratica di un’arte che BuzzFeed sta affinando dal 2006. Sono maestri in quella forma. Se credete che si tratti di sole cazzate, va bene — anche io credo si tratti perlopiù di cazzate. Ma non hanno creato un’organizzazione che andasse solamente a trovare, e a parlare, del vestito, Ne hanno creata una che lo identificasse, documentasse e ne catturasse il traffico [25 milioni di visite!].

  1. Popular Mechanics ne ha scritto nel dettaglio poche settimane fa, su come funziona ed è organizzato dentro il New York Times

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I nativi digitali preferiscono leggere su carta?

Un articolo del Washington Post dice di sì:

“You just get so distracted,” one student said. “It’s like if I finish a paragraph, I’ll go on Tumblr, and then three hours later you’re still not done with reading.”

There are quirky, possibly lazy reasons many college students prefer print, too: They like renting textbooks that are already highlighted and have notes in the margins.

Il fatto che li preferiscano non implica una necessaria superiorità dei libri di carta; molte delle motivazioni — elencate nell’articolo — sono il classico e ben noto “odore della carta” e il fruscio delle pagine.

(Il futuro dei libri è nel browser?)

Negli anni ho provato a convincere tanti amici coetanei (20 — 25 anni) a usare un Kindle, e il successo è sempre stato discreto fuori dal mio circolo di geek di twitter (quelli che ho convinto l’hanno abbandonato — finendo con il tornare sui cartacei). Vivo con altri sei universitari (non luddisti, eh: hanno tutti un Mac e un iPhone) e solo uno di loro ha Kindle da un paio di mesi — e l’ha già abbandonato. Forse è un falso problema; i libri di carta non sono meglio degli ebook, ma non credo esista ancora un ebook che eguagli l’esperienza di lettura su carta sotto ogni aspetto. Non solo l’esperienza di lettura, ma anche di presentazione. Più che dimostrare la superiorità dei libri su carta, ciò che questa “preferenza” dimostra è che c’è ancora molto da fare e migliorare nell’esperienza d’uso degli eBook per renderli appetibili a tutti.

Ci sono cose utili che gli ebook non sanno fare bene (come permettere appunti a margine), problemi legati ai device di lettura (il Kindle è buono ma non “eccellente” — la tipografia ad esempio fa schifo. Punto.) e cose apparentemente secondarie — la forma e la presentazione — che, pur se importantissime per un lettore, gli ebook quasi ignorano. Gli ebook avrebbero bisogno della stessa cura — nella copertina e sotto ogni altro aspetto — che i cartacei ricevono. L’esperienza d’uso potrebbe, insomma, essere migliore.

Per dire che io me ne strafrego dell’odore della carta e pure delle pagine che frusciano. La “fisicità” del libro di carta è scomoda sul bus e mi occupa un discreto spazio nella tracolla. Eppure, nell’ultimo anno, ho comprato solo romanzi di carta. Non che vi sappia spiegare il perché di questa cosa (se non che poi stanno bene sulla mensola)

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Medium è anche per le cose corte

Ieri Medium ha introdotto un cambiamento piuttosto significativo (e altri, che ritrovate nell’annuncio ufficiale): la possibilità di creare rapidamente un post direttamente dall’homepage. Pubblicazione e scrittura immediata che agevolano dei post più corti. Ev Williams spera ciò permetta a Medium di diventare un luogo adatto sia ad articoli long-form — tradizionali di un magazine, a cui frequentemente Medium si è paragonato — sia ad articoli/pensieri che ricordino piuttosto i post di un blog:

It was not our intention to create a platform just for long-form content or where people feel intimidated to publish if they’re not a professional writer or a famous person (something we’ve heard many times). We know that length is not a measure of thoughtfulness.

Williams ha specificato che al contrario di Twitter, a cui Medium si avvicina con questo aggiornamento, Medium non è per aggiornamenti di stato, o per parlare fra amici, quanto piuttosto per idee e storie. Mentre l’attenzione di Twitter è sul “cosa sta succedendo adesso“, Medium vuole proporsi come luogo sul quale poter condividere facilmente le proprie idee (hanno semplificato le cose togliendo i “titoli” ai post brevi, spesso d’impiccio1).

Un blog, insomma (internamente, queste release è stata appellata “bloggy Medium“), senza barriere d’ingresso.

* * *

Riguardo all’articolo “Medium è superfluo“: Medium, come Blogger prima (per citare un altra creazione di Ev Williams), vuole facilitare la creazione dei contenuti, rimuovendo qualsiasi frizione vi possa essere fra la scrittura e il bottone pubblica.

Tuttavia, sostenere che le funzioni offerte da Medium per la pubblicazione di un testo siano “superiori” alla concorrenza per facilità d’uso è opinabile. È Medium più facile da usare di Tumblr? Boh. È più veloce? Boh, di nuovo. Medium è sicuramente più bello — tipograficamente, e sotto ogni aspetto partendo dalla presentazione dei testi.

Medium rientra nella numerosissima categoria di strumenti con cui pubblicare un testo online, e al contrario di molti di questi (di nuovo, Tumblr) priva l’utente di molte opzioni — e del controllo dei propri testi.

Comunque, dopo tutta questa cosa — e dopo averne parlato male a lungo: se volete aggiungermi su Medium questo è il mio account (normalmente non scrivo, ma condivido gli articoli che apprezzo).

  1. Confermo.

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Cos’è Il Post

Anna Momigliano di Rivista Studio ha passato una mattina nella redazione de Il Post, per poi raccontare come funziona:

Il Post – primo punto – spiega. Ogni suo pezzo articola, o se non altro si sforza di farlo, fatti e interpretazioni in modo fruibile e puntuale. Tutto è molto chiaro, le opinioni sono separate dagli eventi, c’è sempre un riassunto delle puntate precedenti. Gli “spiegoni del Post” sono diventati un genere giornalistico a sé stante, al punto che si trova in giro pure qualche parodia. Una formula Google-friendly, che sembra fatta apposta per intercettare le domande sui motori di ricerca da parte di chi vuole capirci qualcosa, e che ha il pregio di saper tenere informato su quello che succede in Italia e nel mondo anche chi non si informa regolarmente («dai giornali non si capisce mai di cosa si parla, se non hai già seguito la vicenda» è una delle lamentele che sento più spesso da alcuni conoscenti disinnamorati della stampa, persone istruite e non necessariamente under-40. Ecco, a questo problema Il Post offre una soluzione).

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Medium.com è superfluo?

Matthew Butterick (l’autore del bellissimo Butterick’s Practical Typography) ha risposto a un post uscito su Medium alcuni giorni fa, in cui l’autore illustrava come le macchine da scrivere abbiano contribuito a imbruttire la tipografia. L’argomento del post di Butterick non sono tanto le macchine da scrivere, quanto Medium stesso, e perché esista (una questione interessante, secondo me).

L’idea di uno YouTube dei testi può sembra buona — ma il costo di pubblicazione di un articolo, o gestione del design, è praticamente zero. Secondo Butterick, al web odierno Medium non aggiunge nuove possibilità: ne chiude e basta, limitando le opzioni, racchiudendo tutto nella stessa confezione. Medium priva gli autori del controllo sui propri pezzi, sulla loro presentazione e distribuzione. E nonostante Medium dia molta attenzione alla tipografia e alla presentazione, questa rimane identica per ogni testo: se il ruolo della tipografia è migliorare il testo per il lettore, testi differenti richiedono tipografia differente.

Ogni storia su Medium si presenta in ugual modo — come proveniente più da Medium, che da un autore specifico. Personalmente, non capisco chi ha un blog e decide di pubblicare pezzi su Medium, a meno che non lo si faccia per ottenere una maggiore diffusione. Perché a questo Medium si riduce: a uno strumento per promuovere un “contenuto”. Medium non è uno strumento per la scrittura, ma per la promozione della scrittura.

Medium serve a creare l’illusione che tutto quello che sta al suo interno faccia parte di un ecosistema editoriale. Medium vorrebbe, come il New York Times, riuscire a conferire autorità ad un pezzo semplicemente mettendoci il suo logo. Funziona anche grazie ai (pochi) autori che Medium paga per produrre contenuti, che ne portano altri attratti dal “prestigio” della piattaforma.

Medium, scrive Butterick, è marketing al servizio del marketing:

In verità, il prodotto principale di Medium non è una piattaforma per la pubblicazione, ma la promozione della stessa. Questa promozione porta lettori e scrittori sul sito. Questi generano i contenuti e i dati che servono ai pubblicitari. Ridotto così, Medium è semplicemente marketing al servizio di altro marketing. Non è un “posto per le idee”. È un posto per i pubblicitari. È, quindi, totalmente superfluo.

“Ma cosa mi dici riguardo a tutti gli articoli scritti su Medium?” La misura dell’inutilità non risiede negli articoli. Piuttosto, risiede in ciò che Medium aggiunge alla scrittura e agli articoli. Ricordate la questione iniziale: in che modo Medium migliore Internet? Non ho trovato una singola storia su Medium che non avrebbe potuto esistere altrettanto bene altrove.

La retorica con cui il sito viene presentato — il posto in cui scambiarsi le idee, una specie di conferenza TED testuale — serve a promuovere un sito di cui potremmo tranquillamente fare a meno.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

64 diversi modi di organizzare la prima pagina di un sito d’informazione

Melody Joy Kramer, insieme a molte persone radunate nel corso di una conferenza a Chicago, ha provato a immaginare tutti i modi in cui l’homepage di un sito d’informazione potrebbe essere organizzata. Ne hanno elencati 64 — alcuni molto diffusi, altri bizzarri e mai visti. Cè QUARTZ (la cui homepage ricorda una newsletter), Vox (storie organizzate in cards), il New York Times (storie organizzate da una persona, divise per sezione) e suggerimenti nuovi (come una prima pagina “choose your own adventure” in base alle pre-conoscenze del lettore sulla notizia).

La maggior parte dei lettori di un giornale online non passa più dall’homepage, ma proviene da twitter, facebook e altri social. Nel caso di siti come BuzzFeed la percentuale di visitatori provenienti da social arriva al 75%, al punto che BuzzFeed sta “sperimentando” con l’idea di abbandonare del tutto il sito, il contenitore, per concentrarsi solamente sul contenuto — distribuito sulle varie piattaforme (Facebook, Tumblr, Instagr.am, etc). Riporta il New York Times:

And the future of BuzzFeed may not even be on BuzzFeed.com. One of the company’s nascent ideas, BuzzFeed Distributed, will be a team of 20 people producing content that lives entirely on other popular platforms, like Tumblr, Instagram or Snapchat.

(È un’idea pessima, ha spiegato bene perché Matt Buchanan in “Content Distributed“)

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Come il Regno Unito immagina le biblioteche del futuro

Un rapporto sulle biblioteche pubbliche del ministero della Cultura, dei media e dello sport del Regno Unito ha provato a immaginare come queste dovranno essere, e le trasformazioni che dovranno subire, per il futuro. Riassumendo il risultato in una riga: un po’ più simili a dei coffee shop, con spazi più confortevoli, con bevande e divani, e ovviamente WiFi.

Ma la domanda che alcuni si chiedono è: ne abbiamo ancora bisogno? Sì, dice il rapporto1, e spiega il perché a pagina sei:

The library does more than simply loan books. It underpins every community. It is not just a place for self-improvement, but the supplier of an infrastructure for life and learning, from babies to old age, offering support, help, education, and encouraging a love of reading. Whether you wish to apply for a job, or seek housing benefit, or understand your pension rights or the health solutions available to you, or learn to read, the library can assist. […]

There is still a clear need and demand within communities for modern, safe, non-judgemental, flexible spaces.

Le biblioteche non devono essere percepite solo come una collezione di libri da cui attingere, ma un luogo tranquillo in cui accedere all’informazione (selezionata e) importante per una comunità, gratuitamente e senza barriere d’ingresso (nel rapporto ricordano che diversi cittadini inglesi tuttora non hanno accesso a internet da casa; qua si ricorda che in Italia la situazione è ben peggiore). Uno spazio non solo per studiare, o per chi ha bisogno di libri, ma aperto a tutti. Devono diventare, riporta il documento, un “community hub”.

Mi è tornato in mente un discorso tenuto da Nel Gaiman al Barbican Centre (Londra), un anno fa. Disse una cosa simile in difesa delle biblioteche:

I worry that here in the 21st century people misunderstand what libraries are and the purpose of them. If you perceive a library as a shelf of books, it may seem antiquated or outdated in a world in which most books in print exist digitally. But that is to miss the point fundamentally. I think it has to do with nature of information. Information has value, and the right information has enormous value. […] A library is a place that is a repository of information and gives every citizen equal access to it. That includes health information. And mental health information. It’s a community space. It’s a place of safety, a haven from the world. It’s a place with librarians in it. What the libraries of the future will be like is something we should be imagining now.

Literacy is more important than ever it was, in this world of text and email, a world of written information. We need to read and write, we need global citizens who can read comfortably, comprehend what they are reading, understand nuance, and make themselves understood.

(Via Il Post)

  1. Io in biblioteca ci vado più volte a settimana, anche nei periodi in cui non devo studiare. Quando stavo a Pisa la biblioteca di scelta era la SMS Biblio, aperta nel 2013: molte di queste “richieste” le rispettava.

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Il New York Times e BuzzFeed non sono così diversi

Mathew Ingram sostiene che, in fin dei conti, il New York Times e BuzzFeed non siano così diversi negli intenti e nei mezzi. C’è tanta pomposità nel mondo di presentarsi nel primo, e tanti gattini nel secondo, ma in realtà BuzzFeed produce pezzi di qualità a sua volta, reportage e tanto materiale inedito — ha uno staff di 1000 persone sparse per il globo che se ne occupano.

Here’s the thing, though: If you look at the most-read items the New York Timespublished last year, do you see any investigative journalism or long features about important issues? No. You see a photo essay, a couple of quizzes and a travel guide. That sounds a lot more like BuzzFeed than many on staff might like to admit. If the paper’s online audience is indeed continuing to grow by 20 percent — as a recent memo from executive editor Dean Baquet says it is — then those kinds of items are partly to thank.

But the New York Times is much more than just photo essays and quizzes, you will protest. That’s true — and so is BuzzFeed. Judging BuzzFeed based on a listicle or a photo gallery is a little like judging the New York Times because it has a fashion section, or a comics section, or classifieds. Or because some of its columnists are irritating and frequently wrong. Or because it does trend stories about things that aren’t trends.

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Il ruolo dei giornali

CIT.

Nel momento in cui la stampa diventa uguale all’ambiente informativo che la circonda, nell’istante in cui le informazioni che possiamo raggiungere sui social network su Twitter e sui media sono le medesime, in quel momento la stampa perde il proprio ruolo di bussola informativa e si trasforma in semplice aggregatore dei deliri del mondo. Mantellini

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Quali notizie vengono bloccate in Cina

Pro Publica sta tracciando quando le homepage di alcune delle principali fonti di informazione (BBC, New York Times, WSJ, etc.) vengono bloccate in Cina. Il grafico a questa pagina mostra quando queste risultavano inaccessibili, e quali notizie erano presenti in prima pagina in quel momento.

(La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto ipotizzato)

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Il futuro dei libri è nel browser?

Pelican Books è la collana di saggistica di Penguin Books. Venne fondata nel 1937, con l’intento di pubblicare volumi che illustrassero con una prosa semplice argomenti complessi e importanti. Lo scorso Aprile Penguin ha deciso di rilanciare la collana, chiusa nel 1984, con particolare attenzione verso gli ebook e il digitale.

A fianco del classico .epub, Pelican ha presentato pelicanbooks.com. Il sito permette acquisto, lettura e “consumo” dei (cinque, per ora) titoli disponibili. L’utente non scarica un file, ma a seguito dell’acquisto ottiene l’accesso al sito — dal quale può leggere il contenuto del libro. La fruizione è molto piacevole — ricorda Medium come impaginazione — e Pelican è stata attenta nell’offrire gli strumenti fondamentali di cui un lettore necessita durante la lettura di un libro. Il sito permette di sottolineare e salvare passaggi (oltre che condividerli), ricorda la posizione di lettura ed è, ovviamente, responsivo: risulterà leggibile sia da Mac che da iPhone.

La scommessa di Penguin è semplice: che il futuro del libro stia nel browser. Un modello che presenta anche degli svantaggi: i dati (es. annotazioni) e i libri stessi rimangono chiusi dentro pelicanbooks.com, e di fatto il lettore non possiede nulla se non l’accesso ai contenuti del sito. Una sorta di libro con paywall che funziona bene nel caso di Pelican e nel campo della saggistica — provo a ipotizzare — ma avrebbe forse meno fortuna in narrativa.

Scegliendo questa strada — evitando l’.epub — Pelican ha evitato anche i limiti dell’.epub. Limiti dovuti più al device che al formato stesso. L’ebook reader più diffuso (Kindle) è in bianco e nero, con tipografia bruttissima. I singoli titoli non ricevono alcuna particolare attenzione o cura, e si somigliano tutti perché la possibilità di distinguersi è minima. Al contrario, sviluppando per il browser l’editore ha più opzioni nel creare un ebook. Potrà finalmente scegliere una tipografia adeguata. Avrà la stessa libertà creativa che ha nel progettare un libro di carta — e potrà riporre nell’ebook la stessa attenzione e cura. Due esempi di libri costruiti attorno al browser: The Shape of Design di Frank Chimero, o Practical Typography di Butterick. L’esperienza di lettura non è inferiore a quella di un .epub — anzi, direi il contrario. Due cose che funzionano meglio nel libro di Chimero e Butterick: le note a piè di pagina e i link.

L’esperimento di Pelican mette il browser al centro dell’esperienza di lettura: del resto i tablet sono più diffusi del Kindle, e il browser permette a un libro di essere fruibile ovunque — e in maniera simile su ogni device. Si può iniziare a leggere “Economics: The User’s Guide” (uno dei titoli di Pelican) da Safari, su Mac, per poi continuare sull’iPhone e più tardi proseguire dall’iPad. Il tutto digitando un indirizzo. Un libro, la stessa esperienza di lettura su ogni dispositivo, fluida e coerente.



Pelican ha iniziato a costruire i suoi ebook domandandosi quale ruolo assuma la copertina di un libro, quando questo è digitale. La copertina è la prima cosa che vediamo ogni volta che prendiamo in mano un libro di carta, ma è ridotta a una thumbnail visibile quasi solamente al momento dell’acquisto nel caso degli ebook. È al centro dell’attenzione nei libri di carta, nascosta e poco curata negli ebook. Ne ha parlato Matt Young (designer di Pelican) a Fast Company:

When reading a book in print, we interact with the cover every time we open and close the book – we see it all the time, it reinforces our perception of the book in our minds. Whereas when reading an ebook, the cover often has a much smaller role to play – reduced to a thumbnail, and sometimes never seen again once the book has been purchased. With Pelican, the cover is echoed throughout the entire book: each chapter begins with a full-page/full-screen chapter opener, acting as an important visual signpost and echoing the cover, reinforcing the brand and the series style.

I libri su browser di Pelican provano a andare oltre la copertina — vista la perdita d’importanza, e di posizione — cercando invece di rendere riconoscibili le singole pagine. Pelican ha costruito uno “stile grafico” che il lettore ritrova e riconosce in tutte le pagine di un libro: l’azzurro che contraddistingue la collana si ritrova nei passaggi evidenziati, o come bordo della finestra del browser. L’ebook non è più anonimo — date le scelte tipografiche, o quelle minime di layout, non fastidiose ma sempre a vantaggio della leggibilità — ma ha uno stile ben definito. È evidente come l’editore vi abbia riposto la stessa cura che ripone nell’edizione cartacea. Cosa non esattamente possibile al momento, su Kindle.

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Pagheresti per togliere la pubblicità dai tuoi siti preferiti?

Google ha presentato — in fase sperimentale, su un numero limitato di siti e per un numero limitato di utenti — Contributor, uno strumento che permette, pagando, di togliere le pubblicità Adsense dai propri siti preferiti. Ovvero un visitatore particolarmente affezionato ad un sito potrà scegliere di donare ad esso fra gli uno e i tre dollari al mese, e in cambio avere accesso ad una versione più pulita dello stesso.

L’intento di Contributor è di supportare i produttori di contenuti: se uno volesse la pubblicità potrebbe già rimuoverla da ogni pagina web gratuitamente con AdBlock. È un’opzione interessante, credo soprattutto per blog e siti di minore importanza. Alcuni si supportano già con un modello simile (questo blog, ad esempio): offrendo una membership destinata ai lettori affezionati, ovvero una piccola donazione ricorrente. Normalmente i vantaggi (per il lettore che sceglie di sottoscriverla) non ci sono, e se ci sono sono minimi: come poter visitare il sito senza pubblicità. La speranza è che Google riesca a convincere più persone a sottoscrivere — o se non altro a considerare — una “membership” ai loro cinque siti preferiti.

Nel frattempo, come scrivevo, non serve Google per avere una membership su Bicycle Mind: c’è già.

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Le fine dei banner

Farhad Manjoo sostiene che i banner siano finiti, usati sempre meno. Hanno ricoperto ogni pagina web, rovinandone usabilità e presentazione, ma finalmente potremmo essere prossimi dal liberarcene. Ciò si deve in parte alle applicazioni, nelle quali la pubblicità nativa — un tweet sponsorizzato, o una foto su Instagr.am — funziona meglio, integrandosi con il contenuto.

Del resto, stando a quanto racconta Manjoo, i banner nacquero quasi per caso — ed è possibile non siano mai stati particolarmente efficaci:

The banner ad was born of necessity, in a rush, and not because anyone thought it was a particularly good idea.

“There was really no choice,” said Andrew Anker, who in the mid-1990s was the chief technology officer of Wired, charged with finding a way to pay for the print magazine’s entrance online. Mr. Anker knew that subscriptions or other direct payments for Wired’s content would not work; it was too technically difficult to accept credit card payments on the nascent web. So advertising became the only option, and the banner ad was a natural shape to fill early browsers.

Mr. Anker said that after the first ads ran, he closely watched other sites to see if they would adopt banners. Within a few months, most rivals did. Soon banners became not just a format accepted by advertisers, but something closer to a technical standard.

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Peccato per la tipografia

Jason Snell recensisce l’ultimo Kindle (il Kindle Voyage, al momento non disponibile in Italia): uno schermo bellissimo, un “Retina Display” e-ink, non pienamente sfruttato dalle scelte tipografiche mediocri di Amazon:

The original Kindle screen was 167 ppi; the Paperwhite upped that all the way to 212 ppi. The Paperwhite’s screen is actually quite good, but the Voyage’s is still noticeably better. To put it in Apple terms, this is really the first Kindle with a Retina display.

Unfortunately, Amazon has invested all of this effort in improved reading technology only to find itself completely at sea when it comes to typography. The Voyage still only offers six typefaces—many of them poor choices for this context—and still force-justifies every line (with no hyphenation!), creating variable-length gaps between words just so the right margin is straight rather than ragged. A device that’s dedicated to words on a page, one with a screen this beautiful, deserves better type options.

Il Kindle è un prodotto di cui molti non vedono il senso, visto che già abbiamo un tablet e uno smartphone, ma che soddisfa una nicchia di lettori che vogliono un device dedicato alla lettura, che offra un’esperienza di lettura ottimale. È un lusso, non una necessità. Ma in quel campo, è imbattibile:

I’m not saying you can’t read books on an iPhone or an iPad. I’m saying that I prefer not to, because I find the Kindle reading experience superior. Does that make the Kindle a luxury? Absolutely. But when I bought my first Kindle, the volume of reading I did went way up, thanks to the convenience and portability of the device. Having a Kindle lets me read more.

Mentre, pur possedendone uno, frequentemente questiono il ruolo e le necessità che l’iPad soddisfa nel mio caso (minime, pienamente coperte da iPhone e MacBook Air), rimpiango l’essermi liberato del mio Kindle di seconda generazione: svolgeva bene il suo compito, e offriva features per la lettura — anche solamente il fatto che lo schermo non rifletteva la luce del sole — che erano complementari all’iPhone e laptop; un’aggiunta alle funzioni offerte dai device che possiedo, seppur non fondamentale, comoda.

Da quando l’ho sostituito con un iPad mini, leggere è diventato meno attraente (tradotto: compro libri di carta!).

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Kindle Unlimited è arrivato in Italia

Kindle Unlimited, lo Spotify per i libri di Amazon, è arrivato anche in Italia. Pagando 9,99 euro al mese (potete provarlo gratis per 30 giorni, inizialmente) potete leggere un numero illimitato di volumi — a patto che le vostre scelte siano limitate ai 15.000 titoli in catalogo disponibili per lo “streaming”.

9,99 euro al mese non sono molti se siete dei lettori forti, mentre è molto più di quanto la maggior parte della popolazione non spenda in libri mensilmente. Se quindi Kindle Unlimited è orientato ai primi, ai lettori forti, i 15.000 titoli disponibili iniziano a stare stretti1. Anche perché, generalmente, un lettore accanito ha idee e intenzioni su cosa leggere in seguito — non facilmente dirottabili dai suggerimenti e dalla pubblicità di Amazon.

  1. Dei libri quelli che ho nella mia lista desideri di Amazon solo un paio sono disponibili

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Sovraccaricati di informazioni

CIT.

According to a 2011 study, on a typical day, we take in the equivalent of about 174 newspapers’ worth of information, five times as much as we did in 1986. — New York Times, Hit the Reset Button in Your Brain

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Margini

Craig Mod ha scritto un pezzo sui margini dei libri:

A book with proper margins says a number of things. It says, we care about the page. It says, we care about the words. We care so much that we’re going to ensure the words and the page fall into harmony. We’re not going to squish the text to save money. Oh, no, we will not not rush and tuck words too far into the gutter.

A book with proper margins says, We respect you, Dear Reader, and also you, Dear Author, and you, too, Dear Book.

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John Oliver sulle pubblicità native

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John Oliver sulle pubblicità native

Native Advertising indica pezzi di giornalismo che sembrano normali, e si presentano come tali, ma in realtà sono pubblicità: sponsorizzati e pagati da aziende. BuzzFeed è forse il sito che ne fa più uso, ma anche testate più tradizionali hanno iniziato a sperimentarlo: l’Atlantic pubblicò un articolo sponsorizzato da Scientology, mentre recentemente il New York Times ha pubblicato un’inchiesta pagata da Netflix, volta a pubblicizzare Orange Is the New Black.

John Oliver ha due parole da dire, non in positivo, riguardo questo nuovo modello di business.

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Come offrire un’esperienza di lettura ottimale

Alcuni consigli che editori di quotidiani, magazine e blog dovrebbero seguire nel presentare i loro contenuti online:

Imitating books, newspapers, and magazines worked well because most of us are used to reading them for decades. This isn’t the case anymore. Both the medium and the reader have evolved. We no longer need these classic metaphors because we’ve gotten used to hardware as an actual medium for reading.

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Il nuovo “Snow Fall” del Guardian

Il Guardian ha pubblicato un pezzo di interactive storytelling sulla prima guerra mondiale. Il “documentario” è stato tradotto in sei lingue, e rappresenta un buon esempio di quello che può essere e diventare il giornalismo in rete — sfruttando gli strumenti offerti dalla rete per narrare una storia.

Francesca Panetta, responsabile del progetto:

I often get asked where all this will go and my answer is always the same: technology is at the steering wheel, but there is always going to be a demand for great content. If we can be creative and fleet of foot enough to stay ahead of the game, then as an organisation we will develop and thrive. This is what the Guardian has always done – been brave – and innovations in digital storytelling is part of that strategy.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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