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Abbiamo smesso di leggere

Se non altro nella maniera in cui leggevamo un tempo: il modo di consumare le informazioni in rete, e di muoversi all’interno di essa, ha influenzato il nostro stile di lettura, e secondo alcuni neuroscienziati, come Maryanne Wolf, oggi al deep reading — le lettura immersiva — preferiamo lo skim reading: ovvero scandagliamo il testo alla ricerca di informazione da estrapolare, per passare in fretta a quello successivo.

But it’s not just online anymore. She finds herself behaving the same way with a novel. “It’s like your eyes are passing over the words but you’re not taking in what they say,” she confessed. “When I realize what’s happening, I have to go back and read again and again.”

Leggere per avere letto

Nelle ultime settimane ha suscitato grande interesse una tecnologia, Spritz, che permette di leggere un romanzo in 90 minuti. Le parole si alternano rapidamente davanti ai nostri occhi, in sequenza una dopo l’altra, velocizzando il processo di lettura di un testo. A patto che si abbia un concetto molto limitato del leggere; più simile al consumare, e che quello che si voglia fare non sia veramente leggere un romanzo — immergersi in una storia, godersela, imparare qualcosa da essa — ma finirlo. Iniziare a leggere con lo scopo di finire il più in fretta possibile, che non è mai una buona idea. Spritz può aiutarci a leggere più velocemente, ma la nostra comprensione diminuisce di pari passo con la velocità con cui leggiamo:

Puoi davvero leggere un romanzo in 90 minuti comprendendolo a pieno? [...] Una ricerca del 1970 mostra che la nostra comprensione e memorizzazione di un testo diminuisce con l’aumento della velocità. [...] Una delle ragioni è che non c’è abbastanza tempo per mettere insieme il significato della storia e memorizzarlo.

La differenza fra consumare un’informazione e ricavare una conoscenza da essa stabilendo dei collegamenti, sviluppando riflessioni. La celebrazione dello speed reading, un leggere in cui ciò che ha valore è solamente il tempo impiegato per arrivare alla conclusione del testo per poter passare quanto prima a quello successivo. Che in certi ambiti (una mail, un testo noioso che siamo costretti a leggere, un manuale) può avere un senso, ma quando applicato a un romanzo è assurdo. E lo è anche applicato alle notizie che riceviamo su Internet, a meno che non ci si voglia ingozzare di informazione per puro intrattenimento. Per riprendere una citazione che avevo inserito in un vecchio articolo, “Il piacere di leggere in un’epoca di distrazioni“:

Io credo che molte persone leggano velocemente perché non vogliono leggere ma vogliono aver letto. Ma perché vogliono aver letto? Perché, io credo, concepiscono la lettura semplicemente come un modo attraverso cui caricare informazioni nelle loro menti.

Questa concezione ci spinge a iniziare romanzi con la voglia di finirli entro un numero prestabilito di giorni — indipendentemente dalla fatica cognitiva che questi potrebbero richiederci — a sentirci soddisfatti se leggiamo 50 romanzi all’anno. È il numero e la quantità che conta. Un consumo, agevolato da Internet e dalla sensazione che ci siano troppe cose a cui prestare attenzione. Forse sarebbe meglio lasciar perdere, e accettare l’idea che ci sono troppe cose interessanti in circolazione: meglio ignorarne alcune, piuttosto che non capirne nessuna.

Fallo più lungo o non ci prendono sul serio

Mentre il The Atlantic scrive di come le storie lunghe funzionino e vengano consumate sempre di più anche sui dispositivi mobili, dal New York Times giunge un’altra critica agli articoli long-form:

The problem is that long-form stories are too often celebrated simply because they exist. And are long. It’s a familiar phenomenon: When you fetishize — as opposed to value — something, you wind up celebrating the idea of the thing rather than the thing itself.

Non è un aspetto nuovo, e nemmeno uno che riguarda solo il giornalismo. Un libro lungo “vale più” di uno breve — basta chiedere a quelli che misurano i lettori in base al numero di pagine lette consumate. Un fenomeno simile è in atto in rapporto al giornalismo: persone che leggono e scelgono pezzi solo in base alla loro lunghezza, pensando che ciò porti loro una maggiore conoscenza sull’argomento trattato (lunghezza != contenuti).  A concludere questo ciclo, certi pezzi long-form (ciao a te, Malcolm Gladwell) si ripresentano nel giro di un anno sotto forma di saggi di 300 pagine — nonostante queste non diano nessun apporto o aggiunta a quanto già trattato nell’articolo iniziale.

(“Contro le cose lunghe“)

Ma la lunghezza non coincide con la qualità e profondità di un pezzo giornalistico: può succedere, ma non è automatico. Così si finisce invece col giudicare gli articoli in base al numero di parole.

Contro le cose lunghe

James Bennet:

When you don’t have to print words on pages and then bundle the pages together and stick postage stamps on the result, you slip some of the constraints that have enforced excellence (and provided polite excuses for editors to trim fat) since Johannes Gutenberg began printing books. You no longer have to make that agonizing choice of the best example from among three or four—you can freely use them all. More adjectives? Why not?

Più che contro il “longform journalism“, quello di James Bennet è un articolo contro il termine longform: perché pone l’enfasi sulla lunghezza del pezzo, invece che sulla profondità dello stesso. Conta quello, non il numero di parole1. Articoli chilometrici pieni di ridondanze, esempi e dettagli futili non appartengono al longform journalism, nonostante adottare tale terminologia possa far credere che sia così.

  1. Lo stesso si potrebbe dire dei podcast

Le mani di Google

Google Books è ricco di contenuti extra risultati da errori nella scansione dei libri. Di mani ad esempio, come racconta il New Yorker:

In the future, more and more people will consult Google’s scans. Because of the speed and volume with which Google is executing the project, the company can’t possibly identify and correct all of the disturbances in what is supposed to be a seamless interface. There’s little doubt that generations to come will be stuck with both these antique stains and workers’ hands.

Il nuovo corso di giornalismo digitale di Google e La Stampa

La Stampa ha stretto una collaborazione con Google per mettere online un corso gratuito (sullo stile MOOC) volto a insegnare il giornalismo digitale:

Si rivolge agli studenti di giornalismo, ingegneria informatica, grafica e ai giovani professionisti fino ai 35 anni. È l’occasione migliore – e gratuita – per imparare a sviluppare nuovi contenuti di giornalismo digitale (visual journalism e data-driven journalism), con l’aiuto di professionisti dell’informazione e del web.

Il progetto comprende un pacchetto di lezioni dal vivo e online distribuite nell’arco di un mese e mezzo e prevede la formazione di gruppi di lavoro misti. Al termine, i gruppi migliori potranno misurarsi su progetti reali e retribuiti di datajournalism per La Stampa.

Giornali autoprodotti

Il Guardian ha avviato un esperimento nel suo coffee shop del quartiere di Shoreditch di Londra, iniziando a distribuire gratuitamente un giornale settimanale in cui raccoglie gli articoli più lunghi e di successo pubblicati nel corso della settimana, individuati automaticamente attraverso un algoritmo. La cosa più interessante è che non solo la selezione è automatizzata, ma anche la stampa: il servizio a cui il Guardian si affida è The Newspaper Club, che a prezzi molto bassi permette a chiunque di stampare il proprio giornale, nel formato preferito (berlinese, tabloid, …), prendendosi cura anche (con un tool automatico) dell’impaginazione e organizzazione della stesso.

Consigli ai siti di informazione

Federico Ferrazza, vicedirettore di Wired, elenca le 36 cose che ha imparato negli ultimi 3 anni sui siti di informazione:

3. Gran parte del traffico di TUTTI i siti è generato da contenuti leggeri e di servizio. È inutile prendersi in giro e ricordare i bei tempi andati: è quello che succede(va) anche con la carta (sia in Italia che all’estero) con gli allegati: dagli annunci delle case ai calendari, fino ai dvd.

5. Diffidare dei giornali(sti) o simili che dicono di essere SEMPRE integerrimi nei loro contenuti. I compromessi ci sono e l’unico sforzo che si può fare è quello di essere trasparenti.

11. La ridondanza (di parole, di contenuti, di foto) è utile: per esempio risocializzare lo stesso contenuto in un arco di tempo funziona.

Il punto 11 secondo me è molto interessante: di recente ho cominciato a rilanciare più volte sui social network lo stesso articolo, a distanza di ore o giorni. Alcuni trovano questa pratica invasiva, ma di fatto aiuta molto a farsi trovare da chi alla prima condivisione non era davanti al computer, allungando un po’ la vita (misera) dell’articolo.

Perché in futuro avremo bisogno delle biblioteche

Con un discorso tenuto al Barbican Centre di Londra, Neil Gaman ha spiegato perché abbiamo bisogno delle biblioteche. Che non sono obsolete, e non sono solamente una raccolta di libri disposti su delle mensole. Il futuro delle biblioteche non ha che fare tanto coi libri quanto con l’informazione; la necessità — fra le altre cose — di avere un luogo che insegni a selezionare quella buona da quella cattiva e che al contempo la renda accessibile gratuitamente a chiunque, senza differenze:

I worry that here in the 21st century people misunderstand what libraries are and the purpose of them. If you perceive a library as a shelf of books, it may seem antiquated or outdated in a world in which most books in print exist digitally. But that is to miss the point fundamentally. I think it has to do with nature of information. Information has value, and the right information has enormous value. […] A library is a place that is a repository of information and gives every citizen equal access to it. That includes health information. And mental health information. It’s a community space. It’s a place of safety, a haven from the world. It’s a place with librarians in it. What the libraries of the future will be like is something we should be imagining now.

Literacy is more important than ever it was, in this world of text and email, a world of written information. We need to read and write, we need global citizens who can read comfortably, comprehend what they are reading, understand nuance, and make themselves understood.

Kindle Matchbook

Amazon inizierà da Ottobre a offrire l’ebook a prezzo scontato (quasi gratuito), con il cartaceo — il servizio sarà valido non solo per gli acquisti futuri ma attivo anche sui libri acquistati in passato. Doveva succedere, e questo blog sosteneva la necessità che succedesse da tempo.

Il Boston Globe ha perso il 97% del suo valore in 20 anni

Venduto dal New York Times per 70 milioni di dollari, Steve Buttry ipotizza che i soli beni immobili del giornale si aggirino attorno a quella cifra. In altre parole, il valore economico di un giornale, oggi, equivale alle sue proprietà immobiliari:

In the past 20 years, a great American newspaper has lost 97 percent of its value. I thought that was a deal for the value of the real estate, with a newspaper thrown in. I think that’s what newspapers cost today.

Ho comprato un quotidiano

Henry Blodget ha fatto una cosa un po’ stramba: ha comprato un giornale, di carta.

That article alone was worth the $1.50 I had to pay for the paper. That price, by the way, was about half of what the same store charges for a blueberry muffin. [...] And that got me thinking about the much-ballyhooed problems and challenges in the news industry and how unbelievably boneheaded so many newspaper companies have been. The main problem in the news industry, of course, is not that there isn’t enough news coverage. The problem in the news industry, with many popular areas of coverage, is there is way too much news coverage. 

Il declino delle copertine dei libri

Tim Kreider sul New Yorker:

The illustrated book cover, like painted movie posters or newspaper comics, is pretty much dead. Fonts, stock photos, and Photoshop are cheaper than commissioning illustrations. With the imminence of Kindles and e-readers, this is all moot anyway; soon enough, book covers, like album covers before them—like albums themselves, or sheet music for popular songs, or dance cards—will be a quaint, old-timey thing you have to explain to the uninterested young, and there’ll be one fewer excuse to strike up conversations with pretty strangers on the subway.

I giornalisti non esistono

Un dibattito molto vecchio (si pensi alla diatriba blogger vs giornalisti), “chi può definirsi  giornalista?”, è  riaffiorato negli ultimi giorni. Jeff Jarvis spiega che i giornalisti — intesi come persone con il ruolo e la capacità di diffondere notizie: ovvero chiunque, da quando c’è Internet — da un po’ di tempo non esistono più: continua però ad esistere il giornalismo, il cui scopo è informare il pubblico.

I’ve long said it’s the wrong question now that anyone can perform an act of journalism: a witness sharing news directly with the world; an expert explaining news without need of gatekeepers; a whistleblower opening up documents to sunlight; anyone informing everyone. It’s the wrong question when we reconsider journalism not as the manufacture of content but instead as a service whose goal is an informed public. [...] Thus anything that reliably serves the end of an informed community is journalism. Anyone can help do that.

Scordarsi della carta

Matt Gemmel ha scritto un articolo dei più intelligenti che abbia letto sul design degli oggetti digitali, con particolare attenzione ad iOS. È una critica allo skeumorfismo, più sensata di tante lette fino ad oggi. È sbagliato avere come riferimento assoluto, nel disegnare un’interfaccia, la versione analogica di quello che si sta proponendo; si tratti di un calendario, una rubrica, un libro. Parlando di libri di carta e ebook noi dovremmo tenere a mente che sono entrambi design per un contenuto, rappresentazioni della stessa cosa e, di conseguenza, strutturare i secondi scordandoci dei primi; che sono sì venuti — da un punto di vista temporale — prima, ma non per questo devono influenzare la struttura degli ebook.

We forget that physical objects are also just specific embodiments – or presentations – of their content and function. A paperback book and an ebook file are two embodiments of the text they each contain; the ebook isn’t descended from the paperback. They’re siblings, from different media spheres, one of which happens to have been invented more recently. The biggest intellectual stumbling-block we’re facing is the fallacy that just because physical embodiments came first, they’re also somehow canonical. The publishing industry is choking itself to death with that assumption, despite readily available examples of innovative, digitally-native approaches

Semplifico: ciò che conta è il contenuto, e realizzare una struttura che sia quanto più fedele ad esso. Non è detto che ciò che funziona ed è intuitivo nel mondo di atomi, continui ad esserlo se portato su iOS:

The reality is that skeuomorphism enshrines and validates a failure of vision, and even worse, a failure to capitalise on the medium.

I gatti sono divertenti

BuzzFeed è un sito che (in stile Gawker) mischia contenuti di qualità con molti, moltissimi contenuti creati con il solo scopo di intrattenere il lettore. Lo scopo principale degli articoli non è informare, ma che risultino facili da diffondere sui social network perché divertenti e leggeri. È un sito che accetta che la pubblicità somigli a un articolo e viceversa, così che al visitatore sia poco chiaro cosa è un contenuto sponsorizzato e cosa non lo è. È un sito che ha articoli composti da sole GIF animate, ma poi è anche in grado, con stupore, di creare pezzi giornalistici di qualità (come questo).

Il NY Magazine ha parlato, di questo e altro, in “Does BuzzFeed Know the Secret?“; dentro ci sono domande e risposte a questioni che testate in tutto il mondo stanno affrontando, però io credo che il tutto si sintetizzi in questa riga:

BuzzFeed is an opinionated publication with a point of view, and their opinion is cats are funny.

Le notizie (dimenticate) del giorno prima

Robert Cottrell — che passa il suo tempo a leggere articoli per poi segnalarli sul suo sito, The Browser — si chiede perché i giornali investano poco o nulla nel loro archivio, nel dare nuova vita e spazio a pezzi di un anno fa, nonostante molti di questi mantengano la loro rilevanza nel tempo:

You never hear anybody say, “I’m not going to listen to that record because it was released last year,” or, “I’m not going to watch that film because it came out last month.” Why are we so much less interested in journalism that’s a month or a year old? The answer is that we have been on the receiving end of decades of salesmanship from the newspaper industry, telling us that today’s newspaper is essential but yesterday’s newspaper is worthless.[...] [Online] you can call up a year-old piece as easily as you can call up a day-old piece. And yet we hardly ever do so, because we are so hardly ever prompted to do so. Which condemns tens if not hundreds of thousands of perfectly serviceable articles to sleep in writers’ and publishers’ archives, written off, never to be seen again.

Times Haiku

Un esperimento del NY Times: haiku generati automaticamente (con il Natural Language Processing) dagli articoli pubblicati:

How does our algorithm work? It periodically checks the New York Times home page for newly published articles. Then it scans each sentence looking for potential haikus by using an electronic dictionary containing syllable counts. We started with a basic rhyming lexicon, but over time we’ve added syllable counts for words like “Rihanna” or “terroir” to keep pace with the broad vocabulary of The Times

(Altri modi bizzarri di leggere il NY Times: @nytimes_ebooks, un account di twitter che propone gli articoli in stile @horse_ebooks)

Essere un giornalista, oggi

CIT.

You have to want to be jacked into the Internet all day long, every day. This is not the life most journalists imagined when they were looking at 1970s magazines. Alexis Madrigal

Non si tratta solo di scrittura

Settimana scorsa l’Atlantic ha chiesto al giornalista Nate Thayer di poter pubblicare un suo pezzo gratuitamente. La faccenda è stata molto dibattuta in rete, attirando opinioni e contributi da diversi giornalisti e esperti del settore (se avete tempo e interesse per il tema vi invito a leggere la discussione nata su Branch): se l’Atlantic non avrebbe semplicemente potuto fare un cross-posting (ovvero riprendere parte dell’articolo, pratica che non richiede alcun costo, e rimandare il lettore alla fonte originaria per una lettura completa), se sia accettabile che una testata chieda a un giornalista di scrivere pezzi gratuitamente pagando solo in visibilità, e — questione più importante di tutte — se semplicemente non sia anacronistico aspettarsi che il lavoro del freelance sia e possa essere lo stesso di un tempo (“The economics of writing have changed”scrive Mathew Ingram su PaidContent).

Fra i contributi che si focalizzano sull’ultimo punto c’è quello di Felix Salmon di Reuters, che spiega bene come sono cambiate le cose e perché essere un giornalista freelance “in rete” non può più significare scrivere un pezzo e basta, ma occorra fare molto di più:

The fact is that freelancing only really works in a medium where there’s a lot of clear distribution of labor: where writers write, and editors edit, and art directors art direct, and so on. Most websites don’t work like that, and are therefore difficult places to incorporate freelance content. [...] The lesson here, then, is not that digital journalism doesn’t pay. It does pay, and often it pays better than print journalism. Rather, the lesson is that if you want to earn money in digital journalism, you’re probably going to have to get a full-time job somewhere. Lots of people write content online; most of them aren’t even journalists, and as Arianna Huffington says, “self-expression is the new entertainment”. Digital journalism isn’t really about writing, any more — not in the manner that freelance print journalists understand it, anyway. Instead, it’s more about reading, and aggregating, and working in teams; doing all the work that used to happen in old print-magazine offices, but doing it on a vastly compressed timescale.

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