Pagheresti per togliere la pubblicità dai tuoi siti preferiti?

Google ha presentato — in fase sperimentale, su un numero limitato di siti e per un numero limitato di utenti — Contributor, uno strumento che permette, pagando, di togliere le pubblicità Adsense dai propri siti preferiti. Ovvero un visitatore particolarmente affezionato ad un sito potrà scegliere di donare ad esso fra gli uno e i tre dollari al mese, e in cambio avere accesso ad una versione più pulita dello stesso.

L’intento di Contributor è di supportare i produttori di contenuti: se uno volesse la pubblicità potrebbe già rimuoverla da ogni pagina web gratuitamente con AdBlock. È un’opzione interessante, credo soprattutto per blog e siti di minore importanza. Alcuni si supportano già con un modello simile (questo blog, ad esempio): offrendo una membership destinata ai lettori affezionati, ovvero una piccola donazione ricorrente. Normalmente i vantaggi (per il lettore che sceglie di sottoscriverla) non ci sono, e se ci sono sono minimi: come poter visitare il sito senza pubblicità. La speranza è che Google riesca a convincere più persone a sottoscrivere — o se non altro a considerare — una “membership” ai loro cinque siti preferiti.

Nel frattempo, come scrivevo, non serve Google per avere una membership su Bicycle Mind: c’è già.

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Scritti un anno fa: non ci sono articoli, per questa data

Le fine dei banner

Farhad Manjoo sostiene che i banner siano finiti, usati sempre meno. Hanno ricoperto ogni pagina web, rovinandone usabilità e presentazione, ma finalmente potremmo essere prossimi dal liberarcene. Ciò si deve in parte alle applicazioni, nelle quali la pubblicità nativa — un tweet sponsorizzato, o una foto su Instagr.am — funziona meglio, integrandosi con il contenuto.

Del resto, stando a quanto racconta Manjoo, i banner nacquero quasi per caso — ed è possibile non siano mai stati particolarmente efficaci:

The banner ad was born of necessity, in a rush, and not because anyone thought it was a particularly good idea.

“There was really no choice,” said Andrew Anker, who in the mid-1990s was the chief technology officer of Wired, charged with finding a way to pay for the print magazine’s entrance online. Mr. Anker knew that subscriptions or other direct payments for Wired’s content would not work; it was too technically difficult to accept credit card payments on the nascent web. So advertising became the only option, and the banner ad was a natural shape to fill early browsers.

Mr. Anker said that after the first ads ran, he closely watched other sites to see if they would adopt banners. Within a few months, most rivals did. Soon banners became not just a format accepted by advertisers, but something closer to a technical standard.

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Peccato per la tipografia

Jason Snell recensisce l’ultimo Kindle (il Kindle Voyage, al momento non disponibile in Italia): uno schermo bellissimo, un “Retina Display” e-ink, non pienamente sfruttato dalle scelte tipografiche mediocri di Amazon:

The original Kindle screen was 167 ppi; the Paperwhite upped that all the way to 212 ppi. The Paperwhite’s screen is actually quite good, but the Voyage’s is still noticeably better. To put it in Apple terms, this is really the first Kindle with a Retina display.

Unfortunately, Amazon has invested all of this effort in improved reading technology only to find itself completely at sea when it comes to typography. The Voyage still only offers six typefaces—many of them poor choices for this context—and still force-justifies every line (with no hyphenation!), creating variable-length gaps between words just so the right margin is straight rather than ragged. A device that’s dedicated to words on a page, one with a screen this beautiful, deserves better type options.

Il Kindle è un prodotto di cui molti non vedono il senso, visto che già abbiamo un tablet e uno smartphone, ma che soddisfa una nicchia di lettori che vogliono un device dedicato alla lettura, che offra un’esperienza di lettura ottimale. È un lusso, non una necessità. Ma in quel campo, è imbattibile:

I’m not saying you can’t read books on an iPhone or an iPad. I’m saying that I prefer not to, because I find the Kindle reading experience superior. Does that make the Kindle a luxury? Absolutely. But when I bought my first Kindle, the volume of reading I did went way up, thanks to the convenience and portability of the device. Having a Kindle lets me read more.

Mentre, pur possedendone uno, frequentemente questiono il ruolo e le necessità che l’iPad soddisfa nel mio caso (minime, pienamente coperte da iPhone e MacBook Air), rimpiango l’essermi liberato del mio Kindle di seconda generazione: svolgeva bene il suo compito, e offriva features per la lettura — anche solamente il fatto che lo schermo non rifletteva la luce del sole — che erano complementari all’iPhone e laptop; un’aggiunta alle funzioni offerte dai device che possiedo, seppur non fondamentale, comoda.

Da quando l’ho sostituito con un iPad mini, leggere è diventato meno attraente (tradotto: compro libri di carta!).

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Kindle Unlimited è arrivato in Italia

Kindle Unlimited, lo Spotify per i libri di Amazon, è arrivato anche in Italia. Pagando 9,99 euro al mese (potete provarlo gratis per 30 giorni, inizialmente) potete leggere un numero illimitato di volumi — a patto che le vostre scelte siano limitate ai 15.000 titoli in catalogo disponibili per lo “streaming”.

9,99 euro al mese non sono molti se siete dei lettori forti, mentre è molto più di quanto la maggior parte della popolazione non spenda in libri mensilmente. Se quindi Kindle Unlimited è orientato ai primi, ai lettori forti, i 15.000 titoli disponibili iniziano a stare stretti1. Anche perché, generalmente, un lettore accanito ha idee e intenzioni su cosa leggere in seguito — non facilmente dirottabili dai suggerimenti e dalla pubblicità di Amazon.

  1. Dei libri quelli che ho nella mia lista desideri di Amazon solo un paio sono disponibili

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Sovraccaricati di informazioni

CIT.

According to a 2011 study, on a typical day, we take in the equivalent of about 174 newspapers’ worth of information, five times as much as we did in 1986. — New York Times, Hit the Reset Button in Your Brain

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Margini

Craig Mod ha scritto un pezzo sui margini dei libri:

A book with proper margins says a number of things. It says, we care about the page. It says, we care about the words. We care so much that we’re going to ensure the words and the page fall into harmony. We’re not going to squish the text to save money. Oh, no, we will not not rush and tuck words too far into the gutter.

A book with proper margins says, We respect you, Dear Reader, and also you, Dear Author, and you, too, Dear Book.

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John Oliver sulle pubblicità native

Video: John Oliver sulle pubblicità native

Native Advertising indica pezzi di giornalismo che sembrano normali, e si presentano come tali, ma in realtà sono pubblicità: sponsorizzati e pagati da aziende. BuzzFeed è forse il sito che ne fa più uso, ma anche testate più tradizionali hanno iniziato a sperimentarlo: l’Atlantic pubblicò un articolo sponsorizzato da Scientology, mentre recentemente il New York Times ha pubblicato un’inchiesta pagata da Netflix, volta a pubblicizzare Orange Is the New Black.

John Oliver ha due parole da dire, non in positivo, riguardo questo nuovo modello di business.

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Come offrire un’esperienza di lettura ottimale

Alcuni consigli che editori di quotidiani, magazine e blog dovrebbero seguire nel presentare i loro contenuti online:

Imitating books, newspapers, and magazines worked well because most of us are used to reading them for decades. This isn’t the case anymore. Both the medium and the reader have evolved. We no longer need these classic metaphors because we’ve gotten used to hardware as an actual medium for reading.

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Il nuovo “Snow Fall” del Guardian

Il Guardian ha pubblicato un pezzo di interactive storytelling sulla prima guerra mondiale. Il “documentario” è stato tradotto in sei lingue, e rappresenta un buon esempio di quello che può essere e diventare il giornalismo in rete — sfruttando gli strumenti offerti dalla rete per narrare una storia.

Francesca Panetta, responsabile del progetto:

I often get asked where all this will go and my answer is always the same: technology is at the steering wheel, but there is always going to be a demand for great content. If we can be creative and fleet of foot enough to stay ahead of the game, then as an organisation we will develop and thrive. This is what the Guardian has always done – been brave – and innovations in digital storytelling is part of that strategy.

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Cosa dice il documento sull’innovazione del New York Times

La scorsa settimana è uscito il NYT Innovation Report, un documento di 96 pagine interno al New York Times in cui si provano ad analizzare, spiegare e valutare le strategie che il quotidiano sta adottato per adattarsi (sopravvivere?) a internet. Ne sono uscite alcune cose risapute — ma confermate con dati — e altre riflessioni interessanti.

1.

Il valore dell’homepage va diminuendo. Le persone raggiungono le notizie attraverso i social media. Trovano non solo le storie più valide oggettivamente ma anche soggettivamente: le più adatte ai loro gusti. In due anni l’homepage ha perso 80 milioni di visitatori.

Only a third of our readers ever visit it. And those who do visit are spending less time: page views and minutes spent per reader dropped by double-digit percentages last year.

2.

L’archivio è importante. Il New York Times ha 14.7 milioni di articoli nel suo archivio, a partire dal 1985. Andrebbe valorizzato: certe storie hanno valore nel tempo e possono venire riproposte. La vita media di una storia su uno stream di Twitter è bassissima, ma non c’è ragione per non provare ad allungarla rilanciandola nel tempo. È una questione che avevamo già affrontato qua: perché così pochi giornali propongono ai lettori pezzi dal loro archivio?

We can be both a daily newsletter and a library — offering news every day, as well as providing context, relevance and timeless works of journalism.

Un grosso problema nella gestione dell’archivio è stata la scarsa organizzazione dello stesso negli anni: occorre migliorarla, dare più attenzione ai metadata, ai tag e a strumenti che permettono di correlare e gestire gli articoli.

3.

Riconfezionare i contenuti — vecchi contenuti in nuovi formati. Di nuovo: riproporre cose vecchie. Il futuro del New York Times dipende soprattutto dalla capacità di sfruttare i nuovi strumenti per promuovere i suoi contenuti e organizzarli con metodi differenti:

The product and design teams are developing a collections format, and they should further consider tools to make it easier for journalists, and maybe even readers, to create collections and repackage the content.

4.

Ci vuole più impegno sui social media: da parte degli stessi giornalisti che devono impegnarsi nel promuovere i loro articoli. Il compito della diffusione di un pezzo spetta anche — e soprattutto — a loro:

For someone with a print background, you’re accustomed to the fact that if it makes the editor’s cut — gets into the paper — you’re going to find an audience. It’s entirely the other way around as a digital journalist. The realization that you have to go find your audience — they’re not going to just come and read it — has been transformative.

5.

Vogliono uno strumento che faciliti e automatizzi la creazione di Snow Fall (“I’d rather have a Snow Fall builder than a Snow Fall” — Kevin Delaney). Comunque nel report non si parla molto di Long-Form e Snow Fall. Come ha rilevato Craig Mod sembra che il New York Times spinga adesso per progetti più semplici. L’obiettivo è di trovare la maniera più adatta a visualizzare un’informazione. Scrive Craig Mod su Medium:

“Snow Fall” was less about what felt natural in a web browser or what was best for the story, and more about what was maximally possible in a web browser. The experiment just happened to be attached to an article. Great storytelling is not about maximizing technical possibility.

It’s easy to throw the kitchen sink into a web site and call it the future. It’s much harder to use an obvious technology well and have it be part of your institution’s future.

L’obiettivo, come segnalato nel punto 3, è capire quale sia per ogni storia il mezzo (o i mezzi, spesso) più adatto per narrarla.

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Abbiamo smesso di leggere

Se non altro nella maniera in cui leggevamo un tempo: il modo di consumare le informazioni in rete, e di muoversi all’interno di essa, ha influenzato il nostro stile di lettura, e secondo alcuni neuroscienziati, come Maryanne Wolf, oggi al deep reading — le lettura immersiva — preferiamo lo skim reading: ovvero scandagliamo il testo alla ricerca di informazione da estrapolare, per passare in fretta a quello successivo.

But it’s not just online anymore. She finds herself behaving the same way with a novel. “It’s like your eyes are passing over the words but you’re not taking in what they say,” she confessed. “When I realize what’s happening, I have to go back and read again and again.”

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Leggere per avere letto

Nelle ultime settimane ha suscitato grande interesse una tecnologia, Spritz, che permette di leggere un romanzo in 90 minuti. Le parole si alternano rapidamente davanti ai nostri occhi, in sequenza una dopo l’altra, velocizzando il processo di lettura di un testo. A patto che si abbia un concetto molto limitato del leggere; più simile al consumare, e che quello che si voglia fare non sia veramente leggere un romanzo — immergersi in una storia, godersela, imparare qualcosa da essa — ma finirlo. Iniziare a leggere con lo scopo di finire il più in fretta possibile, che non è mai una buona idea. Spritz può aiutarci a leggere più velocemente, ma la nostra comprensione diminuisce di pari passo con la velocità con cui leggiamo:

Puoi davvero leggere un romanzo in 90 minuti comprendendolo a pieno? […] Una ricerca del 1970 mostra che la nostra comprensione e memorizzazione di un testo diminuisce con l’aumento della velocità. […] Una delle ragioni è che non c’è abbastanza tempo per mettere insieme il significato della storia e memorizzarlo.

La differenza fra consumare un’informazione e ricavare una conoscenza da essa stabilendo dei collegamenti, sviluppando riflessioni. La celebrazione dello speed reading, un leggere in cui ciò che ha valore è solamente il tempo impiegato per arrivare alla conclusione del testo per poter passare quanto prima a quello successivo. Che in certi ambiti (una mail, un testo noioso che siamo costretti a leggere, un manuale) può avere un senso, ma quando applicato a un romanzo è assurdo. E lo è anche applicato alle notizie che riceviamo su Internet, a meno che non ci si voglia ingozzare di informazione per puro intrattenimento. Per riprendere una citazione che avevo inserito in un vecchio articolo, “Il piacere di leggere in un’epoca di distrazioni“:

Io credo che molte persone leggano velocemente perché non vogliono leggere ma vogliono aver letto. Ma perché vogliono aver letto? Perché, io credo, concepiscono la lettura semplicemente come un modo attraverso cui caricare informazioni nelle loro menti.

Questa concezione ci spinge a iniziare romanzi con la voglia di finirli entro un numero prestabilito di giorni — indipendentemente dalla fatica cognitiva che questi potrebbero richiederci — a sentirci soddisfatti se leggiamo 50 romanzi all’anno. È il numero e la quantità che conta. Un consumo, agevolato da Internet e dalla sensazione che ci siano troppe cose a cui prestare attenzione. Forse sarebbe meglio lasciar perdere, e accettare l’idea che ci sono troppe cose interessanti in circolazione: meglio ignorarne alcune, piuttosto che non capirne nessuna.

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Fallo più lungo o non ci prendono sul serio

Mentre il The Atlantic scrive di come le storie lunghe funzionino e vengano consumate sempre di più anche sui dispositivi mobili, dal New York Times giunge un’altra critica agli articoli long-form:

The problem is that long-form stories are too often celebrated simply because they exist. And are long. It’s a familiar phenomenon: When you fetishize — as opposed to value — something, you wind up celebrating the idea of the thing rather than the thing itself.

Non è un aspetto nuovo, e nemmeno uno che riguarda solo il giornalismo. Un libro lungo “vale più” di uno breve — basta chiedere a quelli che misurano i lettori in base al numero di pagine lette consumate. Un fenomeno simile è in atto in rapporto al giornalismo: persone che leggono e scelgono pezzi solo in base alla loro lunghezza, pensando che ciò porti loro una maggiore conoscenza sull’argomento trattato (lunghezza != contenuti).  A concludere questo ciclo, certi pezzi long-form (ciao a te, Malcolm Gladwell) si ripresentano nel giro di un anno sotto forma di saggi di 300 pagine — nonostante queste non diano nessun apporto o aggiunta a quanto già trattato nell’articolo iniziale.

(“Contro le cose lunghe“)

Ma la lunghezza non coincide con la qualità e profondità di un pezzo giornalistico: può succedere, ma non è automatico. Così si finisce invece col giudicare gli articoli in base al numero di parole.

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Contro le cose lunghe

James Bennet:

When you don’t have to print words on pages and then bundle the pages together and stick postage stamps on the result, you slip some of the constraints that have enforced excellence (and provided polite excuses for editors to trim fat) since Johannes Gutenberg began printing books. You no longer have to make that agonizing choice of the best example from among three or four—you can freely use them all. More adjectives? Why not?

Più che contro il “longform journalism“, quello di James Bennet è un articolo contro il termine longform: perché pone l’enfasi sulla lunghezza del pezzo, invece che sulla profondità dello stesso. Conta quello, non il numero di parole1. Articoli chilometrici pieni di ridondanze, esempi e dettagli futili non appartengono al longform journalism, nonostante adottare tale terminologia possa far credere che sia così.

  1. Lo stesso si potrebbe dire dei podcast

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Le mani di Google

Google Books è ricco di contenuti extra risultati da errori nella scansione dei libri. Di mani ad esempio, come racconta il New Yorker:

In the future, more and more people will consult Google’s scans. Because of the speed and volume with which Google is executing the project, the company can’t possibly identify and correct all of the disturbances in what is supposed to be a seamless interface. There’s little doubt that generations to come will be stuck with both these antique stains and workers’ hands.

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Il nuovo corso di giornalismo digitale di Google e La Stampa

La Stampa ha stretto una collaborazione con Google per mettere online un corso gratuito (sullo stile MOOC) volto a insegnare il giornalismo digitale:

Si rivolge agli studenti di giornalismo, ingegneria informatica, grafica e ai giovani professionisti fino ai 35 anni. È l’occasione migliore – e gratuita – per imparare a sviluppare nuovi contenuti di giornalismo digitale (visual journalism e data-driven journalism), con l’aiuto di professionisti dell’informazione e del web.

Il progetto comprende un pacchetto di lezioni dal vivo e online distribuite nell’arco di un mese e mezzo e prevede la formazione di gruppi di lavoro misti. Al termine, i gruppi migliori potranno misurarsi su progetti reali e retribuiti di datajournalism per La Stampa.

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Giornali autoprodotti

Il Guardian ha avviato un esperimento nel suo coffee shop del quartiere di Shoreditch di Londra, iniziando a distribuire gratuitamente un giornale settimanale in cui raccoglie gli articoli più lunghi e di successo pubblicati nel corso della settimana, individuati automaticamente attraverso un algoritmo. La cosa più interessante è che non solo la selezione è automatizzata, ma anche la stampa: il servizio a cui il Guardian si affida è The Newspaper Club, che a prezzi molto bassi permette a chiunque di stampare il proprio giornale, nel formato preferito (berlinese, tabloid, …), prendendosi cura anche (con un tool automatico) dell’impaginazione e organizzazione della stesso.

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Consigli ai siti di informazione

Federico Ferrazza, vicedirettore di Wired, elenca le 36 cose che ha imparato negli ultimi 3 anni sui siti di informazione:

3. Gran parte del traffico di TUTTI i siti è generato da contenuti leggeri e di servizio. È inutile prendersi in giro e ricordare i bei tempi andati: è quello che succede(va) anche con la carta (sia in Italia che all’estero) con gli allegati: dagli annunci delle case ai calendari, fino ai dvd.

5. Diffidare dei giornali(sti) o simili che dicono di essere SEMPRE integerrimi nei loro contenuti. I compromessi ci sono e l’unico sforzo che si può fare è quello di essere trasparenti.

11. La ridondanza (di parole, di contenuti, di foto) è utile: per esempio risocializzare lo stesso contenuto in un arco di tempo funziona.

Il punto 11 secondo me è molto interessante: di recente ho cominciato a rilanciare più volte sui social network lo stesso articolo, a distanza di ore o giorni. Alcuni trovano questa pratica invasiva, ma di fatto aiuta molto a farsi trovare da chi alla prima condivisione non era davanti al computer, allungando un po’ la vita (misera) dell’articolo.

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Perché in futuro avremo bisogno delle biblioteche

Con un discorso tenuto al Barbican Centre di Londra, Neil Gaman ha spiegato perché abbiamo bisogno delle biblioteche. Che non sono obsolete, e non sono solamente una raccolta di libri disposti su delle mensole. Il futuro delle biblioteche non ha che fare tanto coi libri quanto con l’informazione; la necessità — fra le altre cose — di avere un luogo che insegni a selezionare quella buona da quella cattiva e che al contempo la renda accessibile gratuitamente a chiunque, senza differenze:

I worry that here in the 21st century people misunderstand what libraries are and the purpose of them. If you perceive a library as a shelf of books, it may seem antiquated or outdated in a world in which most books in print exist digitally. But that is to miss the point fundamentally. I think it has to do with nature of information. Information has value, and the right information has enormous value. […] A library is a place that is a repository of information and gives every citizen equal access to it. That includes health information. And mental health information. It’s a community space. It’s a place of safety, a haven from the world. It’s a place with librarians in it. What the libraries of the future will be like is something we should be imagining now.

Literacy is more important than ever it was, in this world of text and email, a world of written information. We need to read and write, we need global citizens who can read comfortably, comprehend what they are reading, understand nuance, and make themselves understood.

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Kindle Matchbook

Amazon inizierà da Ottobre a offrire l’ebook a prezzo scontato (quasi gratuito), con il cartaceo — il servizio sarà valido non solo per gli acquisti futuri ma attivo anche sui libri acquistati in passato. Doveva succedere, e questo blog sosteneva la necessità che succedesse da tempo.

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