Joshua Topolsky sul perché ha lasciato Bloomberg

The reality in media right now is that there is an enormous amount of noise. There are countless outlets (both old and new) vying for your attention, desperate not just to capture some audience, but all the audience. And in doing that, it feels like there’s a tremendous watering down of the quality and uniqueness of what is being made. Everything looks the same, reads the same, and seems to be competing for the same eyeballs. In both execution and content, I find myself increasingly frustrated with the rat race for maximum audience at any expense. It’s cynical and it’s cyclical — which makes for an exhausting and frankly boring experience. Joshua Topolsky, riguardo la decisione di abbandonare Bloomberg

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Le notizie, dopo il web

Il futuro delle notizie sembra essere quello di vivere dentro canali tematici, distribuite su diverse piattaforme. Se così fosse i siti, e le testate stesse, perderebbero ulteriore importanza come destinazione e le piattaforme, sociali e non, diventerebbero i nuovi intermediari.

Questa è la strada suggerita da BuzzFeed, che dallo scorso Agosto ha una nuova divisione di venti persone, BuzzFeed Distributed, che si occupa solo di quello: creare contenuti per altre piattaforme. Non link verso il loro sito, ma contenuti nativi per Tumblr, Facebook, Snapchat, etc. È la stessa strada suggerita dagli Instant Articles di Facebook e dal nuovo Apple News 1.

In merito, il Nieman Lab ha commentato l’arrivo di Apple News così:

It’s another sign that 2015 really is the Year of Distributed Content. It’s not just social platforms like Facebook and Snapchat that are interested in taking in your content — it’s the device platforms they themselves squat on. […]

The broader narrative is clear: Individual news apps and individual news brands aren’t the point of contact with news any more. They’re all feeding into broader platforms. The loss of power for publishers in that exchange is obvious; the potential benefits remain mostly undiscovered.

Come scrive Tim Carmody, le notizie sono diventate parte dell’OS, un’utility del sistema. Il futuro della stampa è sempre meno legato al web, al punto che secondo Matt Galligam potremmo parlare di un’era post-web delle news, spostandoci da un’esperienza pull-based (siamo noi ad andare a cercarci le notizie, da un browser) a un’esperienza push-based (le notizie ci vengono recapitate, senza dover andare a cercarle). Il browser perde importanza, così come il web, così come chi le notizie le produce:

Simply put, the future for most is distribution and aggregation paired with a native reading experience.

Apple News, Facebook Instant Articles, Snapchat Discover are all examples of this trend. No longer will we be loyal to any one news provider, but rather, we’ll be loyal to the places that deliver us news right within the products we love. It will be a tumultuous time and a rude awakening for anyone believing that they can shore up their traffic and keep people coming back to their properties alone.

Se le notizie abitano su Facebook, e ci vengono recapitate invece che essere noi a doverle andare a cercare, a chi interessa più da dove vengono? La provenienza, e la testata, di un contenuto saranno meno rilevanti — mentre gli algoritmi che ci consigliano, organizzano e smistano l’informazione compieranno sempre più scelte editoriali. Come sottolinea Baekdal, la perdita di importanza del brand delle testate avverrà a vantaggio delle piattaforme, in maniera simile a quanto successo con Spotify o Netflix. Nessuno dice “vado a vedermi un film della Universal Pictures“, quanto piuttosto “vado su Netflix“. A vincere sarà anche il singolo contenuto — un po’ quanto già avviene su Medium.

Se questo fosse il futuro ci sono molti problemi da risolvere. Il web garantiva uguaglianza, chiunque poteva inserirsi nel panorama informativo senza doverlo chiedere a nessuno, o aspettare un invito, mentre molte di queste alternative lanciano con partnership con testate selezionate. Internet è di tutti, queste piattaforme no. E mentre le grandi testate — Guardian, New York Times e simili — hanno accesso a questi nuovi “panorami informativi”, tutte le altre voci restano fuori. Un’alternativa al web deve — dovrebbe, si spera — offrire altrettanta apertura.

Il web offre anche un ottimo sistema per linkare l’informazione fra sé. Al contrario, molte delle soluzioni proposte dalle piattaforme sono chiuse, così che una notizia non esiste fuori dalla piattaforma, o non può essere vista se non si è dentro, con un certo OS o browser. Aspettarsi che una persona, per informarsi, debba installare una certa applicazione o adottare un certo sistema è ingiusto.

Ma forse il problema principale riguarda i contenuti stessi: Apple, Facebook, Google interferiranno mai, ponendo limiti? Saranno piattaforme editoriali — ovvero compiranno scelte editoriali — o lasceranno ogni decisione alla stampa? Apple da sempre controlla cosa può e non può finire nel suo App Store: non mi stupirei se decidesse che un certo tipo d’informazione non è adatto al suo Apple News, che una certa immagine non va bene o è troppo violenta (una cosa difficile da stabilire in questo campo, che può facilmente degenerare in censura — dato che ciò che è offensivo per noi può non esserlo per altri).

Non ho una conclusione, ma pare ovvio una cosa si sia capita: il passaggio dal web — un luogo aperto, in cui chiunque può inserirsi — alla piattaforma con canali tematici stile televisione non mi entusiasma.

  1.  Se avete un blog/sito è già possibile registrarlo come un canale — anche in lingua diversa da quella inglese — e pubblicare al suo interno via RSS. Nonostante questo nelle FAQ Apple specifica che al momento i contenuti devono essere in lingua inglese. Per creare articoli simili a quelli mostrati durante il keynote — pieni di effetti, animazioni urticanti e altri arzigogoli inutili — invece bisognerà aspettare l’arrivo dell’Apple News Format.

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Medium è un social network

Il passaggio da strumento di scrittura, con focus su contenuti longform al punto dal portare all’acquisto di Matter e assemblare una redazione, a social network è stato annunciato da Ev Williams pochi giorni fa. Medium sarebbe soprattutto la rete sociale — i commenti, le interazioni e condivisioni, un luogo che permette a dei contenuti di trovare dei lettori.

Scrive Ev:

In the last few months, we’ve shifted more of our attention on the product side from creating tool value to creating network value. What does this mean? Obviously, one form of that value is distribution. And there’s no doubt that something published on Medium has a higher likelihood to find an audience than the same thing published on an untrafficked island on the web. […]

That’s why I say Medium is not a publishing tool. It’s a network. A network of ideas that build off each other. And people.

La facilità di scrittura e pubblicazione (che Medium può sì vantare, ma che anche Tumblr e molte altre alternative offrono) non è il punto di forza principale — la ragione per cui tanti scelgono Medium è invece il social network Medium, il fatto che un contenuto su Medium ha più possibilità di venire letto e diventare popolare che uno ospitato su un blog personale sconosciuto. Medium è sempre stato, soprattutto, uno strumento per promuovere un contenuto.

Dopo questo annuncio l’attenzione data da Medium all’aspetto sociale aumenterà; secondo le fonti di BuzzFeed già ci sarebbero stati dei cambiamenti per Matter e altre pubblicazioni che Medium possiede, soprattutto una spinta maggiore verso la produzione di contenuti che portino facilmente a condivisioni (come quiz).

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La libreria del futuro, cartacea e digitale

Matteo Scurati si è occupato, per Bookrepublic e librerie.coop, all’interno del Supermercato del futuro di Expo, della creazione di un concetto di libreria che vada oltre, e riunisca, la dicotomia digitale e cartaceo, l’idea che la scelta sia o l’uno o l’altro formato. Ne ha scritto su Medium:

Entrare in una libreria fisica per acquistare un libro cartaceo ottenendo immediatamente la copia digitale, dovrebbe essere la norma. Ed è la norma solo se pensiamo che l’editore vende contenuti, aldilà della forma su cui il lettore vorrà usufruirne.

Se riportiamo il lettore all’interno delle librerie e se lo facciamo con la promessa che è la sua voglia di leggere al centro dell’esperienza (e non la mia voglia di pensare che il mercato andrà in un certo modo), avremo fatto un primo passo decisivo.

Anche la recentemente riaperta e ristrutturata libreria Rizzoli in Galleria a Milano è basata su idee simili — come racconta Enrico Sola:

Il fine è stato quello di trasformare la normale libreria in uno spazio di animazione della lettura. A differenza del classico sito di e-commerce di libri che lavora molto sulla comfort zone, ovvero su cose che si avvicinano al già conosciuto, noi abbiamo voluto lavorare su due parole chiave: serendipity, quindi l’incontro con cose inattese e di qualità, e discovery, ovvero la scoperta di qualcosa che non è di tua conoscenza. Questi concetti si concretizzano sul layout dei tre piani della libreria, nell’alternarsi dei temi e delle sezioni che permettono di ibridare gli interessi e vedere cose che online non vedresti. E poi ovviamente nel lavoro di assistenza del team di librai.

La libreria si occupa insomma di vendere un contenuto, che verrà poi usufruito dove (e come) il lettore meglio crede. Acquistando un libro di carta si ha anche accesso all’ebook, che può essere letto via web (similmente a un esperimento di Penguin, che mette il browser al centro della lettura) o su un e-reader. L’esperienza di lettura stessa diventa quindi fluida, e può essere portata avanti su più device: di sera, a casa, sul cartaceo; la mattina, in metropolitana, sullo smartphone via browser; in altre situazioni su un e-reader.

Mettendo il contenuto al centro, invece dell’oggetto libro, è possibile sia ridare una funzione alle librerie (non minacciate dal futuro dei libri di carta perché non legate solamente alla carta) sia, come scrive Matteo, ripensare l’edizione digitale, che ad oggi è stata molto influenzata dal cartaceo. Così evitando, ad esempio, soluzioni skeumorfiche (l’effetto delle pagine che frusciano).

Uno dei problemi nel creare un’interfaccia digitale — di qualsiasi tipo, che si tratti di un calendario, una rubrica o un libro — è, come scriveva Matt Gemmel, l’avere come riferimento la controparte analogica, che solo poiché è venuta prima si impone sul digitale. Un’interfaccia skeumorfica — e una libreria che consideri il libro solamente come un oggetto fisico, di carta —rappresenta un fallimento di visione, o peggio, scrive Gemmel, “di capitalizzazione del nuovo medium“; un’opportunità persa:

We forget that physical objects are also just specific embodiments – or presentations – of their content and function. A paperback book and an ebook file are two embodiments of the text they each contain; the ebook isn’t descended from the paperback. They’re siblings, from different media spheres, one of which happens to have been invented more recently. The biggest intellectual stumbling-block we’re facing is the fallacy that just because physical embodiments came first, they’re also somehow canonical. The publishing industry is choking itself to death with that assumption, despite readily available examples of innovative, digitally-native approaches.

Relativo: Come il Regno Unito immagina le biblioteche del futuro

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Prodotti editoriali

Voglio capire come il giornalismo si inserisca nel panorama informativo odierno. Prima di tutto, denoto uno spostamento da contenuto a prodotto. Una fonte d’informazione è molto più delle storie che produce; è anche il sistema con cui decide quali notizie coprire, o come consegnare al lettore l’informazione. In secondo luogo, dobbiamo includere gli algoritmi. Tutte le volte che un programmatore scrive un codice che si dovrà occupare di informazione sta facendo una scelta editoriale. Sotto quest’ottica, il giornalismo è parte di un ecosistema informativo che include tutto, da Wikipedia a motori di ricerca. Tutti questi prodotti coprono un bisogno di informazione, e tutti usano una combinazione di professionisti, partecipanti e algoritmi che la producono e consegnano agli utenti. — Jonathan Stray, The Editorial Product

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

Il mio anno a derubare il web assieme al Daily Mail

James King è stato un giornalista del Daily Mail per circa un anno, prima di abbandonarlo esasperato dalle pratiche giornalistiche (scorrette) del quotidiano che ha raccontato nel dettaglio su Gawker, in un pezzo intitolato “Il mio anno a derubare il web assieme al Daily Mail”.

Una tipica giornata lavorativa, per James, funzionava così:

Quando sei libero di scrivere una storia, semplicemente gridi “sono libero” e l’editore ti assegna un link da un’articolo in lista. In molti casi, il link è accompagnato da un titolo ad effetto che il giornalista deve adottare — e che può o non può essere accurato.

Durante un turno di 10 ore lavorative in media mi venivano assegnati quattro o sette articoli di questo tipo. Al contrario delle altre testate per cui ho lavorato, ai giornalisti non veniva richiesto di sviluppare narrative proprie, né di citare le fonti. Ci venivano assegnate storie scritte da altre testate e essenzialmente ci veniva richiesto di riscriverle.

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Come il New York Times evita di mostrare pubblicità negli articoli relativi a tragedie

Interessante, con un solo tag meta:

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Facebook inizierà a ospitare sulle sue pagine i contenuti di alcune testate

Fra alcuni mesi Facebook avvierà un esperimento (a cui hanno già aderito il The New York Times, BuzzFeed e il National Geographic) per ospitare i pezzi di alcune testate direttamente nelle sue pagine:

Facebook has said publicly that it wants to make the experience of consuming content online more seamless. News articles on Facebook are currently linked to the publisher’s own website, and open in a web browser, typically taking about eight seconds to load. Facebook thinks that this is too much time, especially on a mobile device, and that when it comes to catching the roving eyeballs of readers, milliseconds matter.

Che meraviglia, eh? Purtroppo è più o meno la situazione di cui parlava Matt Buchanan in Content Distributed — che ricorda molto i canali televisivi, e (molto) poco internet:

When all content lives wholly and completely on Facebook (or Yo or Tumblr or Push for Pizza) who cares where it comes from? […]

What we’ll have, at best maybe, are channels in a single viewfinder, probably one owned by Facebook, sort of like the screen on the back of an airplane seat: Maybe you’ll watch the BuzzFeed comedy channel, then be shown the New Yorker reporting channel when an algorithm detects you’re feeling Ambitious or Smart, until it sees that you’re not all that engaged with the Dexter Filkins’ account of the latest skirmish in Iraq (you didn’t even look at the share buttons), so then maybe you’d like to peek the NBC Universal reality channel (you did Like Top Chef the other day) or the Vice Noisey channel for some music to perk you up since you were listening to some weird dance stuff through Spotify the other day. The future may be unevenly distributed, particularly for producers, but not for their content: it will be smoothly, cleanly, perfectly so.

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L’unità fondamentale del blog non è l’articolo. L’unità fondamentale del blog è lo stream

In occasione del 15esimo anniversario del suo blog, Anil Dash scriveva:

Lo scroll è tuo amico. Se hai pubblicato un post brutto o qualcosa che non ti piace, semplicemente scrivi qualcosa di nuovo. Se hai pubblicato qualcosa di cui sei particolarmente orgoglioso e nessuno se la fila, semplicemente scrivine di nuovo. Un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra, è l’unico fattore comune che ho trovato a questo blog di cui sono orgoglioso. I post scendono nella pagina, e il buono e il brutto semplicemente scorrono via.

È una descrizione perfetta di un blog. Non è il singolo articolo a renderlo interessante, ma l’insieme degli articoli che si susseguono. Articoli magari inconcludenti, ma il cui insieme dà forma a qualcosa di interessante. E se un articolo non funziona se ne scrive uno nuovo, o se un’idea non è stata ben espressa la si esprime di nuovo. Lo stream si porta via tutto. Come sollinea Michael Sippey su Medium, “l’unità fondamentale del blog non è il post. L’unità fondamentale del blog è lo stream”. Il valore di un post è derivato (spesso) dal blog di provenienza e dall’autore/blogger.

L’ultimo aggiornamento di Medium, che agevola contenuti brevi, è un ritorno in quella direzione, verso lo stream. Mentre il vecchio Medium cancellava l’autore (Joshua Benton: “La cosa più radicale di Medium è che cancella l’autore […], lo degrada, lo rende secondario“) per sostituirsi fra il pezzo e il lettore — provando a instaurare l’idea che Medium = qualità — il nuovo Medium rimette l’autore (e lo stream) al centro.

La domanda è: qual è il modello più corretto oggi? Organizzare il materiale per collezioni, oppure per autore? L’autore ha ancora uno spazio, oppure il web di oggi (con lettori guidati dai social network) agevola contenuti atomistici — cancellando l’autore e di conseguenza la costruzione di uno stream/audience? Domande che il The Atlantic si è posto in “What Blogging Has Become“:

Cos’è la scrittura su web nel 2015? Ruota ancora attorno all’autore? E se ti piace osservare un autore nel corso del tempo (o ti piace avere questa libertà come autore), c’è ancora un modo di farlo? Oppure i contenuti sono diventati atomistici [a sé stanti] e non è più possibile raccogliere attorno a una voce un audience? Il nuovo Medium è una scommessa che è rimasto qualcosa di valido nel modello che ruota attorno all’autore.

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BuzzFeed e il vestito

Vi ricordate di Snow Fall? L’articolo interattivo — ricco di infografiche (spesso in d3.js), con una storia sviluppata tanto in forma testuale quanto multimediale, sfruttando le tecnologie offerte dal web. Nei mesi successi molti provarono a replicarne il successo — spesso riproponendone gli effetti senza i contenuti, o gli effetti senza una riflessione dietro sull’effettiva (in)utilità degli stessi.

La potenza di Snow Fall risiede nella perfetta sinergia tra il testo e gli elementi interattivi, studiati appositamente per uno specifico contenuto o informazione. Molti hanno provato a standardizzarli, semplificando la creazione di “storytelling interattivi”, il tutto semplicemente riproponendo l’effetto di scrolling ritardato (una specie di parallax scrolling all’acqua di rose) o altri meramente grafici; senza grande successo insomma.

Oltre a ciò, Paul Ford crede per replicare Snow Fall occorra replicare il New York Times, un’organizzazione organizzata per costruire quel genere di cose1:

The thing about “Snow Fall” is that it went way off the grid—not the visual grid, but the technological grid. It was its own weird thing, with its own weird code, created by a completely weird digital department that was connected to the much larger, slightly-less-weird digital department, all of it inside one of the world’s weirdest news organizations—that was flexing its muscles in a very specific way. (If you don’t like “weird” think “unique.”) In any case no one but the Times could have created something like that andgathered the attention that it gathered. My proof is that no one had done so before. 620 8th Ave, where the Times is headquartered, is custom-built for things like that.

Tutta questa premessa per arrivare a BuzzFeed. Qual è invece il ruolo di BuzzFeed? Ahimé, bisogna tirare in ballo il vestito che ieri ci ha terrorizzati, o meglio: una conseguenza del vestito. Questa: le 25 mila visite che BuzzFeed ci ha ricavato.

Il ruolo di BuzzFeed è catturare quelle visite, e per farlo hanno costruito un’organizzazione unica dietro che da anni ne perfeziona l’arte:

La ragione per cui BuzzFeed esiste — la vera, attuale, ragione — è quella di raccontare, in maniera completa, tutte le cose ridicoli e folli che si diffondono su Internet. Dalla sua fondazione (2006) è diventato una “platform company”, con un team tecnico molto ampio, un team editoriale enorme, un team dedicato ai soli contenuti audiovisivi, un’agenzia pubblicitaria, molti giornalisti e tantissimi soldi dalla California.

Quello a cui ho assistito, quando ieri ho dato uno sguardo alla consistente copertura che BuzzFeed stava dedicando al vestito, è la pratica di un’arte che BuzzFeed sta affinando dal 2006. Sono maestri in quella forma. Se credete che si tratti di sole cazzate, va bene — anche io credo si tratti perlopiù di cazzate. Ma non hanno creato un’organizzazione che andasse solamente a trovare, e a parlare, del vestito, ne hanno creata una che lo identificasse, documentasse e ne catturasse il traffico [25 milioni di visite!].

  1. Popular Mechanics ne ha scritto nel dettaglio poche settimane fa, su come funziona ed è organizzato dentro il New York Times

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I nativi digitali preferiscono leggere su carta?

Un articolo del Washington Post dice di sì:

“You just get so distracted,” one student said. “It’s like if I finish a paragraph, I’ll go on Tumblr, and then three hours later you’re still not done with reading.”

There are quirky, possibly lazy reasons many college students prefer print, too: They like renting textbooks that are already highlighted and have notes in the margins.

Il fatto che li preferiscano non implica una necessaria superiorità dei libri di carta; molte delle motivazioni — elencate nell’articolo — sono il classico e ben noto “odore della carta” e il fruscio delle pagine.

(Il futuro dei libri è nel browser?)

Negli anni ho provato a convincere tanti amici coetanei (20 — 25 anni) a usare un Kindle, e il successo è sempre stato discreto fuori dal mio circolo di geek di twitter (quelli che ho convinto l’hanno abbandonato — finendo con il tornare sui cartacei). Vivo con altri sei universitari (non luddisti, eh: hanno tutti un Mac e un iPhone) e solo uno di loro ha Kindle da un paio di mesi — e l’ha già abbandonato. Forse è un falso problema; i libri di carta non sono meglio degli ebook, ma non credo esista ancora un ebook che eguagli l’esperienza di lettura su carta sotto ogni aspetto. Non solo l’esperienza di lettura, ma anche di presentazione. Più che dimostrare la superiorità dei libri su carta, ciò che questa “preferenza” dimostra è che c’è ancora molto da fare e migliorare nell’esperienza d’uso degli eBook per renderli appetibili a tutti.

Ci sono cose utili che gli ebook non sanno fare bene (come permettere appunti a margine), problemi legati ai device di lettura (il Kindle è buono ma non “eccellente” — la tipografia ad esempio fa schifo. Punto.) e cose apparentemente secondarie — la forma e la presentazione — che, pur se importantissime per un lettore, gli ebook quasi ignorano. Gli ebook avrebbero bisogno della stessa cura — nella copertina e sotto ogni altro aspetto — che i cartacei ricevono. L’esperienza d’uso potrebbe, insomma, essere migliore.

Per dire che io me ne strafrego dell’odore della carta e pure delle pagine che frusciano. La “fisicità” del libro di carta è scomoda sul bus e mi occupa un discreto spazio nella tracolla. Eppure, nell’ultimo anno, ho comprato solo romanzi di carta. Non che vi sappia spiegare il perché di questa cosa (se non che poi stanno bene sulla mensola)

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Medium è anche per le cose corte

Ieri Medium ha introdotto un cambiamento piuttosto significativo (e altri, che ritrovate nell’annuncio ufficiale): la possibilità di creare rapidamente un post direttamente dall’homepage. Pubblicazione e scrittura immediata che agevolano dei post più corti. Ev Williams spera ciò permetta a Medium di diventare un luogo adatto sia ad articoli long-form — tradizionali di un magazine, a cui frequentemente Medium si è paragonato — sia ad articoli/pensieri che ricordino piuttosto i post di un blog:

It was not our intention to create a platform just for long-form content or where people feel intimidated to publish if they’re not a professional writer or a famous person (something we’ve heard many times). We know that length is not a measure of thoughtfulness.

Williams ha specificato che al contrario di Twitter, a cui Medium si avvicina con questo aggiornamento, Medium non è per aggiornamenti di stato, o per parlare fra amici, quanto piuttosto per idee e storie. Mentre l’attenzione di Twitter è sul “cosa sta succedendo adesso“, Medium vuole proporsi come luogo sul quale poter condividere facilmente le proprie idee (hanno semplificato le cose togliendo i “titoli” ai post brevi, spesso d’impiccio1).

Un blog, insomma (internamente, queste release è stata appellata “bloggy Medium“), senza barriere d’ingresso.

* * *

Riguardo all’articolo “Medium è superfluo“: Medium, come Blogger prima (per citare un altra creazione di Ev Williams), vuole facilitare la creazione dei contenuti, rimuovendo qualsiasi frizione vi possa essere fra la scrittura e il bottone pubblica.

Tuttavia, sostenere che le funzioni offerte da Medium per la pubblicazione di un testo siano “superiori” alla concorrenza per facilità d’uso è opinabile. È Medium più facile da usare di Tumblr? Boh. È più veloce? Boh, di nuovo. Medium è sicuramente più bello — tipograficamente, e sotto ogni aspetto partendo dalla presentazione dei testi.

Medium rientra nella numerosissima categoria di strumenti con cui pubblicare un testo online, e al contrario di molti di questi (di nuovo, Tumblr) priva l’utente di molte opzioni — e del controllo dei propri testi.

Comunque, dopo tutta questa cosa — e dopo averne parlato male a lungo: se volete aggiungermi su Medium questo è il mio account (normalmente non scrivo, ma condivido gli articoli che apprezzo).

  1. Confermo.

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Cos’è Il Post

Anna Momigliano di Rivista Studio ha passato una mattina nella redazione de Il Post, per poi raccontare come funziona:

Il Post – primo punto – spiega. Ogni suo pezzo articola, o se non altro si sforza di farlo, fatti e interpretazioni in modo fruibile e puntuale. Tutto è molto chiaro, le opinioni sono separate dagli eventi, c’è sempre un riassunto delle puntate precedenti. Gli “spiegoni del Post” sono diventati un genere giornalistico a sé stante, al punto che si trova in giro pure qualche parodia. Una formula Google-friendly, che sembra fatta apposta per intercettare le domande sui motori di ricerca da parte di chi vuole capirci qualcosa, e che ha il pregio di saper tenere informato su quello che succede in Italia e nel mondo anche chi non si informa regolarmente («dai giornali non si capisce mai di cosa si parla, se non hai già seguito la vicenda» è una delle lamentele che sento più spesso da alcuni conoscenti disinnamorati della stampa, persone istruite e non necessariamente under-40. Ecco, a questo problema Il Post offre una soluzione).

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Medium.com è superfluo?

Matthew Butterick (l’autore del bellissimo Butterick’s Practical Typography) ha risposto a un post uscito su Medium alcuni giorni fa, in cui l’autore illustrava come le macchine da scrivere abbiano contribuito a imbruttire la tipografia. L’argomento del post di Butterick non sono tanto le macchine da scrivere, quanto Medium stesso, e perché esista (una questione interessante, secondo me).

L’idea di uno YouTube dei testi può sembra buona — ma il costo di pubblicazione di un articolo, o gestione del design, è praticamente zero. Secondo Butterick, al web odierno Medium non aggiunge nuove possibilità: ne chiude e basta, limitando le opzioni, racchiudendo tutto nella stessa confezione. Medium priva gli autori del controllo sui propri pezzi, sulla loro presentazione e distribuzione. E nonostante Medium dia molta attenzione alla tipografia e alla presentazione, questa rimane identica per ogni testo: se il ruolo della tipografia è migliorare il testo per il lettore, testi differenti richiedono tipografia differente.

Ogni storia su Medium si presenta in ugual modo — come proveniente più da Medium, che da un autore specifico. Personalmente, non capisco chi ha un blog e decide di pubblicare pezzi su Medium, a meno che non lo si faccia per ottenere una maggiore diffusione. Perché a questo Medium si riduce: a uno strumento per promuovere un “contenuto”. Medium non è uno strumento per la scrittura, ma per la promozione della scrittura.

Medium serve a creare l’illusione che tutto quello che sta al suo interno faccia parte di un ecosistema editoriale. Medium vorrebbe, come il New York Times, riuscire a conferire autorità ad un pezzo semplicemente mettendoci il suo logo. Funziona anche grazie ai (pochi) autori che Medium paga per produrre contenuti, che ne portano altri attratti dal “prestigio” della piattaforma.

Medium, scrive Butterick, è marketing al servizio del marketing:

In verità, il prodotto principale di Medium non è una piattaforma per la pubblicazione, ma la promozione della stessa. Questa promozione porta lettori e scrittori sul sito. Questi generano i contenuti e i dati che servono ai pubblicitari. Ridotto così, Medium è semplicemente marketing al servizio di altro marketing. Non è un “posto per le idee”. È un posto per i pubblicitari. È, quindi, totalmente superfluo.

“Ma cosa mi dici riguardo a tutti gli articoli scritti su Medium?” La misura dell’inutilità non risiede negli articoli. Piuttosto, risiede in ciò che Medium aggiunge alla scrittura e agli articoli. Ricordate la questione iniziale: in che modo Medium migliore Internet? Non ho trovato una singola storia su Medium che non avrebbe potuto esistere altrettanto bene altrove.

La retorica con cui il sito viene presentato — il posto in cui scambiarsi le idee, una specie di conferenza TED testuale — serve a promuovere un sito di cui potremmo tranquillamente fare a meno.

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64 diversi modi di organizzare la prima pagina di un sito d’informazione

Melody Joy Kramer, insieme a molte persone radunate nel corso di una conferenza a Chicago, ha provato a immaginare tutti i modi in cui l’homepage di un sito d’informazione potrebbe essere organizzata. Ne hanno elencati 64 — alcuni molto diffusi, altri bizzarri e mai visti. Cè QUARTZ (la cui homepage ricorda una newsletter), Vox (storie organizzate in cards), il New York Times (storie organizzate da una persona, divise per sezione) e suggerimenti nuovi (come una prima pagina “choose your own adventure” in base alle pre-conoscenze del lettore sulla notizia).

La maggior parte dei lettori di un giornale online non passa più dall’homepage, ma proviene da twitter, facebook e altri social. Nel caso di siti come BuzzFeed la percentuale di visitatori provenienti da social arriva al 75%, al punto che BuzzFeed sta “sperimentando” con l’idea di abbandonare del tutto il sito, il contenitore, per concentrarsi solamente sul contenuto — distribuito sulle varie piattaforme (Facebook, Tumblr, Instagr.am, etc). Riporta il New York Times:

And the future of BuzzFeed may not even be on BuzzFeed.com. One of the company’s nascent ideas, BuzzFeed Distributed, will be a team of 20 people producing content that lives entirely on other popular platforms, like Tumblr, Instagram or Snapchat.

(È un’idea pessima, ha spiegato bene perché Matt Buchanan in “Content Distributed“)

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Come il Regno Unito immagina le biblioteche del futuro

Un rapporto sulle biblioteche pubbliche del ministero della Cultura, dei media e dello sport del Regno Unito ha provato a immaginare come queste dovranno essere, e le trasformazioni che dovranno subire, per il futuro. Riassumendo il risultato in una riga: un po’ più simili a dei coffee shop, con spazi più confortevoli, con bevande e divani, e ovviamente WiFi.

Ma la domanda che alcuni si chiedono è: ne abbiamo ancora bisogno? Sì, dice il rapporto1, e spiega il perché a pagina sei:

The library does more than simply loan books. It underpins every community. It is not just a place for self-improvement, but the supplier of an infrastructure for life and learning, from babies to old age, offering support, help, education, and encouraging a love of reading. Whether you wish to apply for a job, or seek housing benefit, or understand your pension rights or the health solutions available to you, or learn to read, the library can assist. […]

There is still a clear need and demand within communities for modern, safe, non-judgemental, flexible spaces.

Le biblioteche non devono essere percepite solo come una collezione di libri da cui attingere, ma un luogo tranquillo in cui accedere all’informazione (selezionata e) importante per una comunità, gratuitamente e senza barriere d’ingresso (nel rapporto ricordano che diversi cittadini inglesi tuttora non hanno accesso a internet da casa; qua si ricorda che in Italia la situazione è ben peggiore). Uno spazio non solo per studiare, o per chi ha bisogno di libri, ma aperto a tutti. Devono diventare, riporta il documento, un “community hub”.

Mi è tornato in mente un discorso tenuto da Nel Gaiman al Barbican Centre (Londra), un anno fa. Disse una cosa simile in difesa delle biblioteche:

I worry that here in the 21st century people misunderstand what libraries are and the purpose of them. If you perceive a library as a shelf of books, it may seem antiquated or outdated in a world in which most books in print exist digitally. But that is to miss the point fundamentally. I think it has to do with nature of information. Information has value, and the right information has enormous value. […] A library is a place that is a repository of information and gives every citizen equal access to it. That includes health information. And mental health information. It’s a community space. It’s a place of safety, a haven from the world. It’s a place with librarians in it. What the libraries of the future will be like is something we should be imagining now.

Literacy is more important than ever it was, in this world of text and email, a world of written information. We need to read and write, we need global citizens who can read comfortably, comprehend what they are reading, understand nuance, and make themselves understood.

(Via Il Post)

  1. Io in biblioteca ci vado più volte a settimana, anche nei periodi in cui non devo studiare. Quando stavo a Pisa la biblioteca di scelta era la SMS Biblio, aperta nel 2013: molte di queste “richieste” le rispettava.

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Il New York Times e BuzzFeed non sono così diversi

Mathew Ingram sostiene che, in fin dei conti, il New York Times e BuzzFeed non siano così diversi negli intenti e nei mezzi. C’è tanta pomposità nel mondo di presentarsi nel primo, e tanti gattini nel secondo, ma in realtà BuzzFeed produce pezzi di qualità a sua volta, reportage e tanto materiale inedito — ha uno staff di 1000 persone sparse per il globo che se ne occupano.

Here’s the thing, though: If you look at the most-read items the New York Timespublished last year, do you see any investigative journalism or long features about important issues? No. You see a photo essay, a couple of quizzes and a travel guide. That sounds a lot more like BuzzFeed than many on staff might like to admit. If the paper’s online audience is indeed continuing to grow by 20 percent — as a recent memo from executive editor Dean Baquet says it is — then those kinds of items are partly to thank.

But the New York Times is much more than just photo essays and quizzes, you will protest. That’s true — and so is BuzzFeed. Judging BuzzFeed based on a listicle or a photo gallery is a little like judging the New York Times because it has a fashion section, or a comics section, or classifieds. Or because some of its columnists are irritating and frequently wrong. Or because it does trend stories about things that aren’t trends.

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Il ruolo dei giornali

Nel momento in cui la stampa diventa uguale all’ambiente informativo che la circonda, nell’istante in cui le informazioni che possiamo raggiungere sui social network su Twitter e sui media sono le medesime, in quel momento la stampa perde il proprio ruolo di bussola informativa e si trasforma in semplice aggregatore dei deliri del mondo. Mantellini

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Quali notizie vengono bloccate in Cina

Pro Publica sta tracciando quando le homepage di alcune delle principali fonti di informazione (BBC, New York Times, WSJ, etc.) vengono bloccate in Cina. Il grafico a questa pagina mostra quando queste risultavano inaccessibili, e quali notizie erano presenti in prima pagina in quel momento.

(La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto ipotizzato)

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Il futuro dei libri è nel browser?

Pelican Books è la collana di saggistica di Penguin Books. Venne fondata nel 1937, con l’intento di pubblicare volumi che illustrassero con una prosa semplice argomenti complessi e importanti. Lo scorso Aprile Penguin ha deciso di rilanciare la collana, chiusa nel 1984, con particolare attenzione verso gli ebook e il digitale.

A fianco del classico .epub, Pelican ha presentato pelicanbooks.com. Il sito permette acquisto, lettura e “consumo” dei (cinque, per ora) titoli disponibili. L’utente non scarica un file, ma a seguito dell’acquisto ottiene l’accesso al sito — dal quale può leggere il contenuto del libro. La fruizione è molto piacevole — ricorda Medium come impaginazione — e Pelican è stata attenta nell’offrire gli strumenti fondamentali di cui un lettore necessita durante la lettura di un libro. Il sito permette di sottolineare e salvare passaggi (oltre che condividerli), ricorda la posizione di lettura ed è, ovviamente, responsivo: risulterà leggibile sia da Mac che da iPhone.

La scommessa di Penguin è semplice: che il futuro del libro stia nel browser. Un modello che presenta anche degli svantaggi: i dati (es. annotazioni) e i libri stessi rimangono chiusi dentro pelicanbooks.com, e di fatto il lettore non possiede nulla se non l’accesso ai contenuti del sito. Una sorta di libro con paywall che funziona bene nel caso di Pelican e nel campo della saggistica — provo a ipotizzare — ma avrebbe forse meno fortuna in narrativa.

Scegliendo questa strada — evitando l’.epub — Pelican ha evitato anche i limiti dell’.epub. Limiti dovuti più al device che al formato stesso. L’ebook reader più diffuso (Kindle) è in bianco e nero, con tipografia bruttissima. I singoli titoli non ricevono alcuna particolare attenzione o cura, e si somigliano tutti perché la possibilità di distinguersi è minima. Al contrario, sviluppando per il browser l’editore ha più opzioni nel creare un ebook. Potrà finalmente scegliere una tipografia adeguata. Avrà la stessa libertà creativa che ha nel progettare un libro di carta — e potrà riporre nell’ebook la stessa attenzione e cura. Due esempi di libri costruiti attorno al browser: The Shape of Design di Frank Chimero, o Practical Typography di Butterick. L’esperienza di lettura non è inferiore a quella di un .epub — anzi, direi il contrario. Due cose che funzionano meglio nel libro di Chimero e Butterick: le note a piè di pagina e i link.

L’esperimento di Pelican mette il browser al centro dell’esperienza di lettura: del resto i tablet sono più diffusi del Kindle, e il browser permette a un libro di essere fruibile ovunque — e in maniera simile su ogni device. Si può iniziare a leggere “Economics: The User’s Guide” (uno dei titoli di Pelican) da Safari, su Mac, per poi continuare sull’iPhone e più tardi proseguire dall’iPad. Il tutto digitando un indirizzo. Un libro, la stessa esperienza di lettura su ogni dispositivo, fluida e coerente.



Pelican ha iniziato a costruire i suoi ebook domandandosi quale ruolo assuma la copertina di un libro, quando questo è digitale. La copertina è la prima cosa che vediamo ogni volta che prendiamo in mano un libro di carta, ma è ridotta a una thumbnail visibile quasi solamente al momento dell’acquisto nel caso degli ebook. È al centro dell’attenzione nei libri di carta, nascosta e poco curata negli ebook. Ne ha parlato Matt Young (designer di Pelican) a Fast Company:

When reading a book in print, we interact with the cover every time we open and close the book – we see it all the time, it reinforces our perception of the book in our minds. Whereas when reading an ebook, the cover often has a much smaller role to play – reduced to a thumbnail, and sometimes never seen again once the book has been purchased. With Pelican, the cover is echoed throughout the entire book: each chapter begins with a full-page/full-screen chapter opener, acting as an important visual signpost and echoing the cover, reinforcing the brand and the series style.

I libri su browser di Pelican provano a andare oltre la copertina — vista la perdita d’importanza, e di posizione — cercando invece di rendere riconoscibili le singole pagine. Pelican ha costruito uno “stile grafico” che il lettore ritrova e riconosce in tutte le pagine di un libro: l’azzurro che contraddistingue la collana si ritrova nei passaggi evidenziati, o come bordo della finestra del browser. L’ebook non è più anonimo — date le scelte tipografiche, o quelle minime di layout, non fastidiose ma sempre a vantaggio della leggibilità — ma ha uno stile ben definito. È evidente come l’editore vi abbia riposto la stessa cura che ripone nell’edizione cartacea. Cosa non esattamente possibile al momento, su Kindle.

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