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La mia lista di applicazioni da avere su un Mac

Il wallpaper in fotografia è di fiftyfootshadows

Una settimana fa ho mandato in pensione il mio vecchio e stanco MacBook Pro (early 2008) sostituendolo con un MacBook Air 13″. Questa volta, a differenza di altre, ho preferito non trasferire nulla sul nuovo computer — a parte file fondamentali e libreria musicale. Per questa ragione mi sono ritrovato a scaricare tutti i programmi che avevo da capo, non in blocco però: aggiungendoli mano a mano che la necessità di averli si presentava.

Ho pensato che una lista di applicazioni fondamentali potesse essere utile, che magari in questo periodo sono in molti a cambiare computer (o a comprare un Mac per la prima volta!). Tenendo presente che alcune sono legati strettamente all’uso che io faccio del Mac, altre invece sono utility che chiunque dovrebbe avere:

  • CloudApp (menù bar, gratis), per condividere rapidamente immagini su Twitter o altrove.
  • Dropbox (utility, gratis). Va beh, ovvio. È stata la prima cosa che ho installato.
  • DragonDrop (utility, € 3), migliora il drag & drop di OS X agevolando lo spostamento dei file da una cartella all’altra. Dovrebbe essere inclusa di default nei Mac.
  • Trickster (menù bar, € 7,50), mostra gli ultimi file con cui abbiamo interagito e permette di accedervi in un lampo (ndr. in prova).
  • ClipMenu (menù bar, gratis), per avere una cronologia dei ⌘ + C che abbiamo fatto
  • iStat Menu (menù bar, € 12), per avere sotto controllo lo stato del Mac. Personalmente lo uso soprattutto per la batteria, mi dà informazioni dettagliate sui cicli e la salute.
  • Bartender (menù bar, € 11,75), ora che abbiamo aggiunto tutte ‘ste cose alla menu bar serve qualcosa per nasconderle: questa applicazione aggiunge un’altra icona alla menù bar che rivela, se cliccata, una seconda menù bar con gli elementi meno importanti — selezionati a nostra scelta. Sembra un casino, non lo è: è utilissima.
  • Alfred (gratis oppure €18), per fare qualsiasi cosa senza mai togliere le mani dalla tastiera. Spotlight, fatto meglio.
  • Bowtie (utility, gratis), mini player per iTunes, Spotify e simili.
  • DropZone (utility, € 7,50), aggiunge a destra o a sinistra dello schermo una serie di icone che permettono di svolgere azioni. Io lo uso soprattutto per caricare immagini su Amazon S3.
  • SelfControl (utility, gratis), blocca l’accesso a una lista da noi predefinita di siti. Tipo, facebook. Utile per evitare di distrarsi.
  • Transmit (web development, € 25), client FTP molto molto bello.
  • Hazel (utility, € 18), aiuta a tenere in ordine il Mac. Gli si può dire per esempio di spostare automaticamente nella cartella Musica i file musicali che si trovano nella cartella Download, e altre robe simili.
  • Chocolat (€ 36), text editor (ndr. in prova).
  • PopClip (utility, €  4,49), evidenziando del testo visualizza un popover stile iOS, dal quale si può tradurre il testo selezionato, cercarlo su Google, vedere la definizione di una parola nel dizionario e altre cose, a seconda di come la si configura (grazie a @jackalstudio)
  • Soulver (€ 17,99), va provata per capire bene cosa sia e quanto bene funzioni. A metà fra una calcolatrice, un foglio elettronico e un normale file .txt, imbattibile per semplicità: se vi trovate spesso a fare calcoli è da avere.  (ndr. in prova)
  • Coda 2 (web development, € 56), se lavorate sul web da avere. L’ho usato per creare il tema di Bicyclemind, mi sono trovato benissimo. In alternativa, anche Espresso non è male.
  • iA Writer (scrittura, € 4,49), lo uso per prendere appunti in università o scrivere meravigliosi articoli come questo, evitando distrazioni. Ho già scritto fino alla noia quanto mi piaccia questo software.
  • Evernote (gratis), ci si butta dentro un po’ di tutto, da ricette a appunti universitari — serve a quello, del resto.
  • 1Password (utility, € 45), altro software fondamentale per gestire password e informazioni private quali carte di credito.
  • Skype (gratis), sai cos’è.
  • Caffeine (utility, gratis), per tenere sveglio il Mac ed evitare che vada in stop.
  • JustNotes (scrittura, € 8,99), per rapide note testuali sincronizzate, volendo, con Simplenote (io preferisco Dropbox). È un’alternativa un po’ più bella a National Velocity, che comunque resta un gran bel software. C’è anche una versione gratuita, che però può restare aperta per massimo 30 minuti.
  • Carbon Copy Cloner (utility, € 33), per i backup.

Se avete qualcosa da suggerire che non appare nella lista, @philapple su twitter.

I MOOC e il futuro delle università

MOOC è un acronimo piuttosto brutto che sta per Massive open online course, viene usato per indicare i corsi che vengono tenuti via web. Coursera e Udacity sono due siti descritti dall’acronimo: entrambi distribuiscono e raccolgono corsi di prestigiose università (Princeton, Stanford, MIT, …), gratuitamente attraverso la rete. Udacity, per dare un’idea, dice di avere più di 739,000 studenti. È nato nel 2011 dopo che Sebastian Thrun decise di mettere in rete il corso da lui tenuto a Stanford sull’intelligenza artificiale, raggiungendo un pubblico di 160,000 studenti provenienti da più di 190 diversi paesi. Il successo dell’esperimento lo portò a lasciare il suo lavoro a Stanford e fondare Udacity. L’idea generale, su cui si discute di questi tempi, è che l’istruzione si trovi in questo momento nella stessa situazione in cui si è trovata l’industria musicale quando è spuntato Napster: di fronte a un cambiamento radicale. Ne ha scritto Clay Shirky sul suo blog:

Once you see this pattern—a new story rearranging people’s sense of the possible, with the incumbents the last to know—you see it everywhere. First, the people running the old system don’t notice the change. When they do, they assume it’s minor. Then that it’s a niche. Then a fad. And by the time they understand that the world has actually changed, they’ve squandered most of the time they had to adapt. It’s been interesting watching this unfold in music, books, newspapers, TV, but nothing has ever been as interesting to me as watching it happen in my own backyard. Higher education is now being disrupted; our MP3 is the massive open online course (or MOOC), and our Napster is Udacity, the education startup. We have several advantages over the recording industry, of course. We are decentralized and mostly non-profit. We employ lots of smart people. We have previous examples to learn from, and our core competence is learning from the past. And armed with these advantages, we’re probably going to screw this up as badly as the music people did.

Ovviamente i dubbi riguardo i MOOC sono molti. Pare che solo il 10% degli iscritti abbia portato a termine i corsi, altri si domandano sulla validità di un certificato ottenuto via internet, ma soprattutto l’obiezione principale è come possa un computer sostituire l’esperienza di una lezione tenuta da un professore. In parte Udacity e Coursera snobbano queste domande, e vanno avanti imperterriti per la loro strada. Sembrano dire “ci penseremo in seguito, ad affrontare i problemi”, nel frattempo comunque le cose cambieranno lo stesso — ed infatti stanno cambiando. Però Shirky ha provato attraverso un’analogia con il mercato musicale a spiegare la differenza fra un corso in rete e una lecture, tenendo conto non solo dell’esperienza (più avvincente?) ma anche del costo del sistema universitario attuale, che continua ad aumentare e al cui problema i MOOC possono rappresentare una soluzione:

Starting with Edison’s wax cylinders, and continuing through to Pandora and the iPod, the biggest change in musical consumption has come not from production but playback. Hearing an excellent string quartet play live in an intimate venue has indeed become a very expensive proposition, as cost disease would suggest, but at the same time, the vast majority of music listened to on any given day is no longer recreated live.

C’è poi da sottolineare che l’obiezione pecca di benevolenza nei confronti delle lezioni tradizionali, ignorando che la maggior parte di queste non sono così entusiasmanti. Per rubare le parole a Shirky, a ogni critica che cominci con “prendiamo Hardvard come esempio” si dovrebbe rispondere “no, non facciamolo”, perché Harvard riguarda una microscopica percentuale degli studenti del pianeta. La maggior parte degli studenti studia in università che non eccellono per qualità, con corsi che non sono affatto l’esperienza insostituibile descritta dai critici dei MOOC. I MOOC non provano a rimpiazzare le università, sono la prima versione di qualcosa di nuovo, che avrà sempre più rilevanza. Nel frattempo, come successo per la musica prima, per i giornali poi, sono un’ottima cosa per l’intero settore dell’istruzione — forse non per le università intese come istituzione, ma per l’istruzione, senza alcun dubbio. Anche solamente perché obbligano le università a porsi delle domande, le costringono a cambiare riscoprendosi con un ruolo più attivo e meno passivo. Eric Mazur, professore di fisica a Harvard, ha di recente abbandonato il sistema delle lecture (che consistono essenzialmente nella trasmissione passiva di informazioni) facendo studiare agli studenti la lezione a casa, da soli, dedicando in tal modo il suo tempo in classe a discutere su quanto appreso, affidando a se stesso un ruolo che i MOOC non possono coprire:

Taking active learning seriously means revamping the entire teaching/learning enterprise—even turning it inside out or upside down. For example, active learning overthrows the “transfer of information” model of instruction, which casts the student as a dry sponge who passively absorbs facts and ideas from a teacher. This model has ruled higher education for 600 years, since the days of the medieval Schoolmen who, in their lectio mode, stood before a room reading a book aloud to the assembly—no questions permitted. The modern version is the lecture.

I MOOC probabilmente non sostituiranno le università (se non altro non quelle valide), scrive Shirky, e sì, al momento pongono svariate problematiche a cui devono ancora dare una risposta, ma la qualità della loro offerta (da alcuni criticata) migliorerà esponenzialmente col tempo e — sembra dire Shirky — evitiamo di demonizzarli perché faranno un gran bene al sistema dell’educazione:

That’s because the fight over MOOCs is really about the story we tell ourselves about higher education: what it is, who it’s for, how it’s delivered, who delivers it. The most widely told story about college focuses obsessively on elite schools and answers a crazy mix of questions: How will we teach complex thinking and skills? How will we turn adolescents into well-rounded members of the middle class? Who will certify that education is taking place? How will we instill reverence for Virgil? Who will subsidize the professor’s work? MOOCs simply ignore a lot of those questions. The possibility MOOCs hold out isn’t replacement; anything that could replace the traditional college experience would have to work like one, and the institutions best at working like a college are already colleges. The possibility MOOCs hold out is that the educational parts of education can be unbundled. MOOCs expand the audience for education to people ill-served or completely shut out from the current system, in the same way phonographs expanded the audience for symphonies to people who couldn’t get to a concert hall, and PCs expanded the users of computing power to people who didn’t work in big companies. Those earlier inventions systems started out markedly inferior to the high-cost alternative: records were scratchy, PCs were crashy. But first they got better, then they got better than that, and finally, they got so good, for so cheap, that they changed people’s sense of what was possible.

Andiamo sempre meno d’accordo

Interessante pezzo di Clay Shirky su Poynter, in cui l’autore sottolinea una conseguenza della vastità delle opinioni disponibili in rete (e di persone disposte a sostenerle):

Siamo meno disposti a concordare su cosa costituisce la verità, ma non perché siamo recentemente diventati testardi. Siamo sempre stati così. Solo non eravamo a conoscenza di quante altre persone erano così.

La relativizzazione dei fatti e la frammentazione delle opinioni1 fa sì che ci sia sempre qualcuno che non concorda su quanto affermato e ritenga che la sua opinione abbia diritto ad avere uguale spazio e diffusione di quella altrui, anche se non ha alcun collegamento con la realtà e non è supportata da fatti.

Per questa ragione, il fact-checking è probabilmente uno dei ruoli più importanti che i giornali possono coprire e uno dei modi in cui possono ritrovare autorità e importanza nel nuovo panorama mediatico. La soluzione non è dare uguale spazio a qualsiasi opinione, ma valutare la varietà di opinioni disponibili e selezionare quelle che hanno un senso scartando le restanti:

I giornalisti devono operare in un mondo dove nessuna dichiarazione, per quanto triviale, sarà completamente al sicuro da una smentita. [...] Un mondo nel quale ipoteticamente tutte le affermazioni sono disponibili, rende il giornalismo del “lui ha detto, lei ha affermato” una forma di giornalismo sempre più irresponsabile, [da ritenere] sempre meno una via per instaurare un dibattito moderato e sempre più una strada per evadere la responsabilità di informare il pubblico. Cercare la verità consiste sempre meno nella ricerca del consenso, dato che ce ne è meno nel mondo, e sempre più riguarda smistare gli attori rilevanti da quelli irrilevanti. I giornalisti non possono più fare affidamento sugli esperti, come se ogni professore o ricercatore fosse in ugual modo affidabile.

  1. E il fatto che siamo convinti delle stesse, indipendentemente dalla loro validità. Una conseguenza della polarizzazione delle idee

Persone ridicole

Silvio Berlusconi, nel 2011:

“Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. La vita in Italia è la vita di un paese benestante, i consumi non sono diminuiti, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni”.

Spero che coloro che fanno paragoni fra le proteste in Spagna e le code fuori dagli Apple Store1 — e facebook è pieno di banalità di questo tipo, declinate in modi diversi — si rendano conto che non sono sagaci, né intelligenti. Sono arroganti e pomposi, fanno assunzioni sulla vita altrui sulla base di un singolo elemento. Se me lo permettete, o anche se non: sono dei poveri cretini. Magari questo circolo di intellettuali si scorda che fumando o bevendo birra ogni sera — mentre prende decisioni su come migliorare il pianeta senza mai distrarsi da questo obiettivo — ne spende altrettanti, di soldi. Oppure, vogliono farci credere, loro li investono tutti in volontariato?

Piantiamola, con i moralismi. È un peccato che a ogni lancio di un iPhone si ripeta la solita sequela di banalità, è un peccato che certe persone non riescano a concepire che ciascuno ha interessi e priorità diverse: non c’è nulla di male, nulla, se una persona decide di investire i propri soldi in un iPhone 5. Così come non c’è nulla di male se a quello preferisce altro. Piantiamola con l’immagine delle pecore per rappresentare i clienti, e con tutta questa supponenza — se ci riflettono bene, forse possono rendersi conto che le loro scelte non sono più alternative; che la loro minoranza non è una minoranza.

Concludo, sperando (vanamente, lo so) che il tutto non si ripeta di nuovo al prossimo iPhone o iPad, con queste parole di Lorenzo Fantoni:

Io non mi metterei mai in coda per l’iPhone 5, ma mi sono messo in coda per tante altre cose in vita mia, se fossero migliori o peggiori non lo so. La verità è che tutti ci rendiamo ridicoli agli occhi degli altri per qualcosa, solo che non tutti hanno la sfortuna di avere un fotografo che passa li davanti. [...] Che poi, voi siete proprio sicuri di spendere i vostri soldi (e il vostro tempo) in maniera più etica? Io assolutamente no.

  1. Che poi ci sono code anche fuori dagli Apple Store spagnoli: le cose non sono mutuamente escludibili

Sul mancato supporto dell’iPhone 5 alla tecnologia NFC

L’unica cosa che manca al nuovo iPhone — avevo scritto a poche ore dalla presentazione — è il supporto alla tecnologia NFC. Non sono stato l’unico a lamentarmi, ma concordo con Matt Drance che i tempi sono prematuri: Apple spesso ha spinto verso nuove tecnologie, adottandole in anticipo con i tempi, e probabilmente nel momento in cui deciderà di inserirla nell’iPhone l’NFC subirà un’espansione improvvisa. Tuttavia, per ora dobbiamo accontentarci di altri sistemi di pagamento.

Passbook, per esempio, che si è rivelato ancora più deludente del mancato supporto a NFC. Non tanto per l’applicazione in sé, ma per il fatto che è nato in sordina e, al momento, non serve a nulla. Il sistema è pronto, ma le applicazioni che lo supportano sono poche e molte persone si stanno chiedendo cosa debbano farci, con questa applicazione.

Passbook si basa sulla localizzazione e i codici QR: quando ci si trova in prossimità dell’evento o del negozio appare una notifica sulla schermata di sblocco dell’iPhone che rimanda al biglietto, alla tessera, al cupon, etc. — contenente il codice QR — con cui è possibile pagare. Starbucks ha annunciato che presto supporterà il sistema, ma Starbucks già offre un’applicazione con cui permette di pagare con il proprio iPhone — sempre affidandosi a codici QR. Funziona? Io la trovo scomoda: i codici QR sono tutto fuorché facili da usare, soprattutto se dietro te si trovano altre 10 persone in coda.

Cap Watkins sostiene, come altri, che Apple non abbia aggiunto il supporto a NFC semplicemente perché non c’è alcun bisogno di supportare NFC. La tecnologia per abilitare un nuovo sistema di pagamento già esiste, si chiama WiFi. Un esempio è Square: non c’è nemmeno bisogno di estrarre l’iPhone dalla tasca, è sufficiente dire il proprio nome al barista. Tutto ciò grazie al GPS e Internet; nessun uso dell’NFC.

Io però credo che l’NFC serva anche a altro e che, comunque, sarebbe molto più comodo dei codici QR. Estrarre l’iPhone dalla tasca sarà faticoso, ma lo è ancora di più centrare il codice QR — piuttosto che semplicemente poggiare il cellulare su un rilevatore NFC. Le tessere della metropolitana, che al momento si basano sull’RFID, potrebbero essere sostituite da un cellulare abilitato a NFC1. Non puoi basare l’accesso alla metro sul WiFi e sul GPS perché l’afflusso di persone è spesso enorme, e quindi è necessario che ciascuno dei passeggeri timbri il biglietto nel modo più rapido e univoco possibile.

Potrei andare avanti con svariati esempi (uso una tessera RFID per accedere alla biblioteca, ai vari dipartimenti dell’università e persino nella residenza universitaria), ma non è necessario: il punto è chiaro. I pagamenti non sono l’unica cosa che verrebbe rivoluzionata dall’arrivo dell’NFC. C’è anche altro, da considerare.

  1. Ci sono problemi sulla velocità del sistema. TFL (Transport for London) lo ha sperimentato e ritenuto troppo lento. Ma può essere migliorato, credo.

Cosa c’è da sapere sull’iPhone 5

Se avete letto i rumors i giorni scorsi siete già a posto: l’iPhone 5 è come si immaginava che fosse, ha tutte le caratteristiche che erano state previste. Citando Mantellini, l’unica sorpresa è stata il colore degli iPod. Altrimenti:

  • È più lungo. In soldoni: ci sta una riga in più di icone nell’Home Screen, oppure un tweet in più in Tweetbot. Significa anche letterbox (una barra nera sopra e sotto lo schermo), per le applicazioni che non si adatteranno
  • È l’unica cosa che è aumentata, l’altezza. Per il resto è più leggero e più sottile. E vuole le NanoSIM, le Micro non gli garbano più
  • Il retro è perlopiù di alluminio racchiuso, sopra e sotto, da due fasce in vetro. Ma se cade, si frantuma comunque
  • Il connettore, nuovo, più piccolo, si inserisce in ogni direzione — non come prima, che si sbagliava sempre il senso d’ingresso
  • Supporta LTE. Sarebbe bello, peccato tu viva in Italia
  • Ha un processore A6, veloce il doppio
  • Nonostante questo, la batteria dura di più
  • La fotocamera, da 8 megapixel e funzione Panorama, è forse uno dei principali miglioramenti. Apple la migliora molto, di anno in anno. Ben Brooks sostiene che funzioni da strumento di marketing: i nostri amici vedono le meravigliose foto che scattiamo con l’iPhone 5 = un altro iPhone 5 venduto
  • I prezzi sono identici
  • Arriva il 28 Settembre, in Italia (nei Paesi seri e rilevanti il 21)

Note a margine su altri prodotti presentati ieri che però non ci interessano particolarmente:

  • Hanno presentato i nuovi iPod. La notizia è che gli iPod sono ancora in commercio. Poi hanno presentato i nuovi Newton
  • iPod Nano: non si può più usare come orologio ed ha delle icone rotonde che, THE HORROR! THE HORROR!
  • iPod Touch: forse il più bello fino ad oggi. Però dai colori si capisce chiaramente che è pensato per bimbi. C’è anche un laccetto incluso, così glielo si affranca al braccio e non gli cade
  • Nuove cuffie: sembrano terribilmente scomode, dicono siano terribilmente comode

Cosa dire a quelli che sono delusi e che dicono Apple-non-innova-più:

A me sembra sia un ottimo iPhone, l’unica cosa che avrei voluto e che non ha è il supporto alla tecnologia NFC. Ma è una cosa che vorrei io e che sapevo non ci sarebbe stata (era circolato come rumors, poi subito smentito). I miglioramenti sono incrementali, e del resto non mi pare che dal punto di vista dell’hardware si potesse fare di più. Non è che i Samsung o i Nokia siano diversi, se i miglioramenti li misuriamo sul lato dell’utilità e non di quanto di anno in anno gli aumentano le dimensioni dello schermo.

Forse a lasciare scontenti è iOS 6. Anche in questo caso si tratta solo di un miglioramento incrementale, ma data la concorrenza in questo caso non è sufficiente.

Cosa dire sugli utenti Android che ieri sera su Twitter commentavano la conferenza reinterpretando una favola di Fedro:

Siete pallosi.

Apple ha brevettato l’angolo smussato

Antonio Dini su WIRED:

Per quanto riguarda il design dell’iPhone, dire che “Apple ha brevettato l’angolo smussato” in un paese che deve buona parte della sua credibilità alle scuole di design e all’esportazione del Made in Italy secondo me è un autogol che rasenta la malafede. Andate allora a dire ad Armani che ha fatto solo una camicia? O alla Ferrari che ha fatto la macchina con due sportelli? E se arriva un coreano che fa la camicia di Armani o la Ferrari, tale e quale che non le distingui se non ti metti seduto sotto una buona luce a guardare con calma, gli dici che fa bene perché così aumenta la scelta dei consumatori e i prezzi sono più bassi?

Alcune delle cose che leggo in questi giorni in quel fantastico luogo, Google Plus, caratterizzato da un sur(Plus) di gente che accompagna i propri illuminati pensieri con l’hastag #BoycottApple:

  • È solo un rettangolo con gli angoli smussati. Con questo fine ragionamento possiamo ridurre tutto a una forma primaria e liquidare qualsiasi argomento, per eccesso di semplificazione.
  • Ci sarà meno scelta per il consumatore! Come scrive Dini, solo se più scelta equivale a offrire prodotti copiati; ma allora dovremmo tutti comprare merce falsificata e scaricare musica pirata.
  • I telefoni costeranno di più! E perché mai? È un costo insignificante che va a perdersi nella marea di altri costi che già Samsung deve affrontare. Non preoccupatevi, Samsung non ha un margine del 10% sull’hardware che vende.
  • È una vittoria per Samsung. Perché Apple avrebbe dimostrato che i suoi prodotti sono identici ma costano di meno, sostengono questi. C’è gente che ci crede.
  • Apple blocca l’innovazione. L’ho lasciata per ultima perché è la più assurda. Questo è successo perché Samsung non ha innovato affatto. Perché ha copiato, fine. Se Samsung avesse fatto un minimo di sforzo nel creare qualcosa di originale tutta questa vicenda ce la saremmo potuta evitare.

La verifica in due passaggi, come e perché abilitarla

Dopo quanto successo a Mat Honan, il suggerimento di molti per difendersi da attacchi di quel tipo è stato quello di consigliare l’attivazione della verifica in due passaggi. La verifica in due passaggi è un’opzione che offre Google per autenticarsi al suo sito, che se abilitata affianca alla classica password un codice — da inserire quando si effettua il login — che viene recapitato ogni volta tramite SMS. Per autenticarsi vengono richieste dunque due cose:

  • Qualcosa che si conosce: la propria password
  • Qualcosa che non si conosce, generato in automatico: un PIN di verifica, della durata di pochi minuti

Volendo, per evitare l’SMS, si può installare sul proprio iPhone Google Authenticator, un’applicazione che genera questi codici a scadenza. È inoltre consigliabile conservare nel proprio portafoglio dei codici di backup, ovvero dieci PIN che possono tornare utili nelle occasioni in cui l’iPhone non abbia possibilità di collegarsi alla rete.

Ovviamente non è il caso che ci tocchi inserire un PIN anche quando accediamo alla mail tramite il nostro computer: almeno in questa situazione la doppia autenticazione può essere disabilitata, per un periodo di 30 giorni o anche più. Siccome la doppia autenticazione avviene tramite web, il problema della sicurezza per i client di posta viene risolto generando una password diversa per ciascuna di essi (che ovviamente non serve ricordare, ma va trattata come fosse un codice di autorizzazione da inserire una volta sola e mai più).

Google Authenticator è aperto, questo ha fatto sì che anche altre aziende lo implementassero nei loro servizi. Per esempio, io lo uso anche con WordPress1. È un vero peccato che Apple non sia così attenta alla sicurezza con iCloud, ed è anche certo che iCloud dovrebbe offrire una sicurezza ulteriore rispetto a quella data da una banale password.

Un altro servizio che mi piacerebbe offrisse la doppia autenticazione, anche visti i suoi recenti problemi con la gestione dei dati degli utenti, è Dropbox. Fortunatamente, sembra ci stiano lavorando.

  1. Altri servizi supportati: DreamHost, Amazon Web Services

La guida sintetica al processo Samsung e Apple

Lo scontro fra Apple e Samsung si è spostato in California. Se vi sentite confusi fra i brevetti e tutte le recriminazioni dell’una e dell’altra parte troverete utile (e esaustivo) il pezzo che The Verge ha pubblicato, in cui sintetizza gli argomenti di entrambe le aziende. Di quel pezzo ne faccio un riassunto ancora più sintetico.

* * *

L’argomento di Apple è molto semplice: sostiene che Samsung abbia copiato il trade dress dei suoi prodotti e che si sia avvantaggiata ingiustamente degli investimenti, in ricerca e sviluppo, di Apple in questo settore. Samsung deve difendersi da questa accusa e per farlo proverà a dimostrare che anche Apple, azienda relativamente recente in questo settore, si sia avvantaggiata a sua volta di anni e anni di ricerca e investimenti di Samsung.

Samsung si deve difendere anche dall’accusa principale, quella di avere copiato il trade dress dell’iPhone e iPad:

Probabilmente non avete mai sentito il termine trade dress prima di oggi, ma vi scontrate con lui tutti i giorni: rappresenta gli elementi di un prodotto che lo rendono riconducibile a una certa azienda. L’esempio classico è la bottiglia della Coca-Cola: la forma caratteristica della bottiglia è riconoscibile almeno quanto la parola Coca-Cola stessa (*)

“Il problema del rettangolo nero di Apple” (Apple’s black rectangle problem) è la frase utilizzata da Samsung per descrivere i brevetti relativi al design dell’iPhone, che ritiene generici e quindi poco indicativi. In aggiunta, Samsung proverà a dimostrare che il design dell’iPhone non è originale, ovvero come anche Apple abbia tratto ispirazione da altre aziende (nello specifico da Sony).

Apple vuole in totale 2.525 miliardi di dollari da Samsung, Samsung vuole 14.40 dollari per ogni iPad e iPhone venduti. Samsung accusa Apple di fare uso indebito di vari brevetti relativi alla connettività 3G (da lei detenuti) e per questo chiede una percentuale, 2.4% del costo di ogni iPad e iPhone (da dove venga questa cifra non è chiaro, dalle carte). Apple potrebbe difendersi facendo notare che acquista i suoi chip da Intel, la quale regolarmente paga Samsung per l’uso di queste tecnologie.

L’accusa di Apple è piuttosto semplice, ma difficile da difendere in sole 25 ore di processo a causa della varietà dei prodotti di Samsung. Apple ha quindi chiesto di poter ricondurre i vari device di Samsung a più categorie rappresentative. Questo perché mentre Samsung si trova a dover fare riferimento a pochi prodotti, e quindi a poterli analizzare accuratamente tutti quanti, Apple deve fare riferimento all’offerta di Samsung, ben più varia e differenziata.

Benvenuto su Bicycle Mind

Quando qualcuno mi chiede dove scrivo — non che succeda spesso, ma capita durante quei meeting di blogger che la gente normale non frequenta —, e io gli rispondo su un blog che si chiama Mac Blog, li vedo che mi guardano come a dire beh, che nome, che fantasia, un po’ anonimo, non trovi?

Già, un po’ anonimo. Sono d’accordo, ma l’ho creato nel 2005, avevo 15anni allora, e il me del 2005 che ne so, che pensava, mentre sceglieva questo nome. Il fatto è che non è solo anonimo, ma è anche sbagliato. Perché limita attraverso il titolo l’argomento al Mac e, come potete notare, è da un po’ che qua si parla anche d’altro — non solo di Mac.

Quindi, si cambia nome.

* * *

Sei su Mac Blog, anche se non sembra, solo che dopo 7 anni non si chiama più Mac Blog. Si chiama Bicycle Mind 1, in onore di una cosa che disse una volta Steve Jobs che ritengo esprima bene quello che penso delle cose di cui parlo, su queste pagine, tutti i giorni:

“And that’s what a computer is to me. What a computer is to me is it’s the most remarkable tool that we’ve ever come up with, and it’s the equivalent of a bicycle for our minds.”

Gli argomenti resteranno gli stessi, solo che da oggi verranno pubblicati sotto un nuovo nome e, come puoi notare, una nuova grafica. La nuova grafica, creata partendo da mnlist, ma che ora con mnlist non ha più nulla a che fare, è stata creata con una sola cosa in mente: la lettura.

Questa è la ragione per cui il font — non è meraviglioso? — potrebbe sembrare enorme. Questa è la ragione per cui non c’è nemmeno una pubblicità. Non prometto che le cose resteranno così, forse una — piccola piccola, non fastidiosa, bella per quanto nei limiti del possibile — sarà necessario inserirla prima o poi. Ma se al momento questa piacevole assenza è possibile è grazie agli iscritti alla MEMBERSHIP 2.

Cambiano alcune cose, per esempio non ci sono più i commenti. Un po’ mi dispiace, un po’ è stato necessario. Non ci saranno fino a quando non troverò un modo intelligente di integrarli, il che significa un sistema che stimoli la discussione, il dibattito, ma eviti i flame e gli idioti. Quindi, si capisce, resteranno disattivati a lungo.

Questo non significa che, se lo vorrai, non potrai ribattere a quello che scrivo: potrai farlo sul tuo blog o rispondermi twitter. In entrambi i casi però il tuo commento apparirà chiaramente legato al tuo nome, e se scriverai cose stupide andrai a rovinare il tuo spazio personale, non il mio.

Ci sono anche alcune novità per quanto riguarda i post. Ci sono i linked-post, ma quelli già c’erano, ci sono però anche altri post speciali (come i CIT., per occasionali citazioni).

Detto questo, spero vi piaccia.

  1. Devo ammettere di aver rubato il nome a Stephen Hackett, ma solo dopo che lui ha deciso di non usarlo
  2. Ci sono delle novità anche riguardo alla membership: ne parlerò a breve, in un futuro post

Gli ebook non si pubblicano da soli

In una delle ultime puntate, ovvero la 15, di quel fantastico podcast conosciuto come ‘Brevi accenni‘ avevamo, io e Diego, sostenuto la necessità che gli ebook venissero regalati con l’acquisto di una copia cartacea del libro, in una sorta di bundle che si rivelerebbe vantaggioso sia per il lettore che per la casa editrice. A sostegno di questa tesi ho due punti:

  • Che agli editori interessi soprattutto vendere il cartaceo, e così facendo ne incentivano l’acquisto. Nessuno, che io sappia, una volta acquistato il cartaceo compra anche l’ebook — quindi la ‘cannibalizzazione’ delle possibili vendite sarebbe minima
  • Che quello che io acquisto è un contenuto, non un oggetto, e dunque devo poi poterne usufruire come preferisco. Esattamente come acquistando un CD posso poi importarne le tracce in iTunes, o abbonandomi all’edizione cartacea del New York Times ho accesso gratuito a quella online, quando acquisto un libro dovrei poterlo leggere dove voglio

Bravo, ma gli ebook non si creano da soli: è questa l’obiezione principale. Gli ebook hanno un costo, l’editore non può permettersi di regalarli. Sul New Yorker Ken Auletta spiega che il costo di produzione di un ebook rispetto a un cartaceo è infatti inferiore solo del 20%: si perdono le spese relative alla carta, di spedizione e stampa, e quelle dei libri invenduti ma ce ne sono di nuove, come la digitalizzazione dei vecchi libri e la manutenzione dei server, oltre i vecchi costi che permangono, come gli stipendi degli editor e dei traduttori.

La mia idea è che i lettori sono menefreghisti e, per questo, poco interessati a questi dettagli. Non è raccontando loro quanto costa la produzione di un libro che gli editori li convinceranno a pagare sia il cartaceo che l’ebook, o a tenere alti i prezzi di quest’ultimo. Come diceva Jeff Bezos in una recente intervista, l’editore deve adattarsi per sopravvivere. Lamentarsi non servirà a nulla.

Sono invece meno propenso a dare ragione a Jeff Bezos quando afferma che l’editoria, intesa come intermediario fra scrittore e lettore1, è finita perché troppo dispendiosa, in risorse. L’articolo di Ken Auletta è interessante proprio nel punto in cui spiega come l’editoria tradizionale, in realtà, svolga dei ruoli fondamentali e aiuti i libri più di quanto non si creda:

Il modello tradizionale ha dei vantaggi per gli autori, soprattutto nella funzione dell’editore come finanziatore. Quando un autore vende una proposta a un editore, riceve un anticipo sulle royalties, anticipo che gli permette di fare ricerca e scrivere il libro. Gran parte di questo anticipo non tornerà mai indietro. Ma i libri che vendono bene supportano quelli che vendono male. In un buon anno, questo permette all’editore di guadagnare una cifra modesta e permette a nuovi autori di arrischiare dei nuovi progetti. In un mondo più efficiente gli editori pagano gli autori dei best-seller e raramente pagano gli altri, in una prospettiva allarmante per i lettori e gli scrittori.

  1. Come se anche Amazon, a sua volta, non fosse un middle man

Il sogno infranto delle galline

Riguardo Volunia, argomento fino ad oggi volutamente evitato su queste pagine perché se mi mettessi a recensire e parlare di ogni startup che crede di essere innovativa e speciale annoierei tutti infinitamente, ho solo due cose da dire. Le dico, velocemente, sotto forma di appunti, sapendo che andrebbero entrambe sviluppate maggiormente.

La prima cosa riguarda la retorica stantia e noiosa sull’Italia, tutti orgogliosi di un prodotto solo perché può vantare del tricolore, di un Marchiori che ricorda in ogni occasione e ad ogni evento di avere milioni di proposte estere, proposte che puntualmente rifiuta perché desidera rimanere in Italia e lottare 1. Lodevole, ma questo deve essere un elemento di contorno, non il fulcro di tutto, non deve essere la sola ragione per cui si parla del progetto. E invece fiumi di parole a ricordare a noi, in ogni occasione, che il prodotto è italiano, frutto di menti italiane.

Se il mio obiettivo fosse l’arricchimento personale, avrei da tempo abbandonato l’Università e l’Italia e accettato una delle offerte provenienti dall’estero. Mi sono invece immerso anima e corpo in questo progetto per la bellezza di far progredire il mondo del web, per il piacere di dare una scossa al futuro e fare qualcosa di utile. Ed anche per altri motivi, come quello di dare stimoli all’Italia, mostrare che si deve cercare di innovare, e non serve necessariamente scappare da questo Paese per farlo.

Essendo io una persona strana, il luogo di sviluppo e nascita di un progetto sono fra le ultime cose a cui faccio caso quando mi iscrivo a un sito. Essendo una persona originale, io mi iscrivo a un sito se è bello e se il prodotto che offre funziona. Essendo stravagante, la nazionalità degli sviluppatori è in secondo (anzi, terzo) piano. Invece mi sembra che l’unica ragione per cui la stampa ha tanto parlato di Volunia è che Volunia è nata in Italia.

Ora, Volunia, grande esempio di quello che l’Italia può far nascere, aveva:

  • Una grafica così bella che veniva voglia di navigare il sito disattivando il CSS
  • Non funzionava

Il sito non funzionava. Il motore di ricerca non ricercava, le metamappe di per sé risultano piuttosto inutili. Ecco perché è fallito. Mica perché è difficile innovare in Italia2. Mica per la miopia degli investitori.

La seconda cosa che voglio dire, la faccio corta, è che la lettera in cui Marchiori annuncia il suo ritiro, inviata alla stampa, e pubblicata acriticamente dalla medesima, rappresenta bene un altro problema italiano. In Italia manca la cultura del fallimento, dice Riccardo Luna (ex direttore di Wired Italia) commentando le reazioni del web alla lettera. Vero, ma manca anche un’altra cosa: la cultura del prendersi la responsabilità delle cazzate che si fanno.

Volunia l’hai fatto te, Marchiori. L’hai promosso, diffuso e portato avanti. Ne hai parlato per mesi alla stampa, creando un immotivato hype, e ora te ne tiri fuori, dicendo che eri già a conoscenza di tutti i problemi — dovuti ad altri, non a te. Hai lavorato e promosso un progetto in cui non credevi, dicendo però, fino a ieri, ai giornali che quello era un grande progetto che rappresentava quello che l’Italia può essere in grado di fare.

Manca la cultura del fallimento (e magari dell’essere in grado di ammetterlo, anche), ma questa cosa qua, che roba sarebbe? La cultura del non sono stato io, la colpa e i problemi sono sempre da dare a terzi?

  1. Sul tema, Volunia è nato vecchio perché è figlio dell’università, Paolo Bottazzini su Linkiesta.it
  2. Non sto negando che lo sia, manca sicuramente il dare spazio e fiducia alle nuove idee, la cosiddetta cultura del fallimento. Ma Volunia non ce l’ha fatta per altre ragioni

La mistificazione delle conversazioni faccia a faccia

Sherry Turkle — autrice di Alone Together — ritiene che abbiamo sacrificato la “comunicazione” per una mera connessione. Ne ha scritto in “The Flight From Conversasion“, assieme ad altre asserzioni più o meno condivisibili. Che frequentemente si condivida senza pensare alla cosa condivisa, riponendo quasi più valore nell’atto stesso che nel messaggio, è quanto mai vero. Che spesso abusiamo della connessione è un’idea tanto giusta quanto banale: sì, a volte ci lasciamo prendere da internet, ne facciamo un uso smodato e finiamo col venirne completamente assorbiti. L’invito — presente nell’articolo — ad usare i nostri iPhone più consapevolmente, che significa evitare di avere uno sguardo perennemente fisso sullo schermo, alienati dal mondo esterno, è senza dubbio apprezzabile.

Molto di discutibile ci sarebbe invece nel modo in cui Turkle presenta le conversazioni reali 1, fra due o più persone sedute davanti ad una tazza di caffè, contrapponendole a quelle che avvengono online. Le conversazioni faccia a faccia, dice, sono lente, insegnano ad essere pazienti, sono formate da interlocutori completamente dediti alle stesse e pronti a dedicare il loro tempo alla persona che hanno di fronte.

Io ritengo questo sia falso, sia una mitizzazione delle conversazioni volto a volto — che possono essere anche così ma molte volte non lo sono. Frequentemente sono caotiche, composte da gente interessata solo alla sua opinione e poco accorta nell’ascoltare quella altrui, alcune sono piene di ragionamenti e argomenti fallaci, ai quali non si ha tempo di ribattere, ad altre si ribatte troppo in fretta, alzando i toni e zittendo il nostro interlocutore. Riassumendo, capita che siano meno valide di quelle online. Non è una regola, così come altrettanto non dovrebbe esserlo la visione proposta da Turkle, la quale invece dice che “non importa quanto siano di valore, [Twitter, facebook, le email] non sostituiscono le conversazioni reali” e aggiunge “non funzionano bene quando dobbiamo capire e conoscere una persona”. Sono contrario, credo che la rete e, in definitiva, le parole scritte possano aiutarci a conoscere meglio una persona, o a conoscere parti di lei che a voce abbiamo perso, siano insomma un’integrazione di quella persona. Le conversazioni virtuali sono, se condotte con “fatica”, intesa come dedizione e attenzione, paragonabili a quelle reali, altrettanto valide. Ne parlavo, riguardo questa mia convinzione, lo scorso febbraio in un articolo, “Connettersi meglio“.

Per concludere, c’è un ultimo argomento che Turkle propone, marginalmente in questo articolo ma frequentemente nei suoi scritti. Riguarda l’isolarsi momentaneamente durante una conversazione, nascondersi dietro allo schermo dell’iPhone o iPad mentre si è in presenza di una persona. Questa cosa che ci distraiamo, che anche se siamo in compagnia di altri non ci facciamo problemi ad usare la rete, o inviare SMS, ignorando la persona che abbiamo di fronte. L’argomento ottiene sempre un ampio consenso — “ecco come ci ha ridotto la tecnologia” o, per usare le parole di Turkle, “insieme ma soli“.

La cosa è fastidiosa, se si prolunga nel tempo e a seconda del modo in cui la si compie, ma dobbiamo evitare anche in questo caso di pensare in maniera estremista. A me capitava prima dell’iPhone di isolarmi momentaneamente durante una cena con più persone; davvero i presenti credevano che prima degli smartphone io fossi attento e vigile come ad una lezione universitaria, senza mai distrarmi né dedicarmi ad altri pensieri, ai miei pensieri? Davvero credete che le persone abbiano iniziato a rifugiarsi in se stesse con l’avvento dello smartphone?

Vige la regola del buon senso. Il buon senso di chi parla, a non sentirsi mortalmente offeso se qualcuno si dedica momentaneamente al proprio iPhone, e al buon senso di chi ascolta, a non passare l’intera serata nel suo smartphone; inviando SMS ogni cinque minuti.

  1. Reali, secondo lei, sono tutte le conversazioni che non avvengono in rete

Kindle e iPad: e se il Retina Display cambiasse tutto?

Possiedo un Kindle 2 (seconda generazione) da Dicembre 20091 — da prima che l’iPad arrivasse sul mercato — e lo utilizzo con soddisfazione da allora. Su questo blog ne ho parlato a lungo e in svariate occasioni nei primi mesi del 2010, spiegando perché l’iPad non lo rendesse obsoleto; al contrario, i due dispositivi potevano convivere.

E quindi? Quindi ne sono sempre meno convinto. Quello che vi dicevo nel 2010 era vero nel 2010 e lo è stato per il 2011, lo è un po’ di meno da quando esiste il Retina Display. Disclaimer: l’iPad nuovo non l’ho ancora provato ma oggi Dan Frakes, su Macworld, conferma i miei timori:

Il nuovo iPad mi ha anche fatto rinunciare al mio Kindle. Sono stato per lungo tempo un fan del Kindle, perché sentivo che quando si trattava di leggere gli ebook il testo semplicemente si vedeva meglio e con una somiglianza più prossima alla carta con la tecnologia e-ink del Kindle piuttosto che sullo schermo retroilluminato dell’iPhone o iPad. Ma il testo è così chiaro sul nuovo iPad che nelle ultime due settimane, tutte le volte che avrei in precedenza appoggiato l’iPad per andare alla ricerca del Kindle, ho preferito tenere l’iPad in mano. Questo potrebbe cambiare nel tempo, continuo ad apprezzare la semplicità e leggerezza del Kindle, ma non avverrà più perché preferisco lo schermo del Kindle per leggere testo.

I vantaggi del Kindle sono vantaggi immanenti che col tempo andranno diminuendo? Forse il Kindle ha la stessa ragione d’esistere di un iPod Touch: costa meno di un iPhone. O per usare un altro termine di paragone: pensate al Kindle nella stesso modo in cui oggi pensereste ad un iPod. È innegabile che ne vendano ancora, di iPod: a persone a cui non basta lo storage interno dell’iPhone per la propria libreria di iTunes, che vogliono un device monofunzione (= Kindle) che abbia una batteria di lunga durata (= Kindle) e che non costi troppo (= Kindle).

I vantaggi del Kindle:

  • Costo contenuto
  • Lentezza (intesa come impossibilità di fare altro e distrarsi) 2
  • Leggerezza
  • Schermo e-ink — si legge anche al sole
  • Durata della batteria

Bisogna anche considerare un altro fattore contro Kindle, che noto molti non degnano d’attenzione: pochi accetteranno di comprare due tablet. Se l’era post-PC porterà in ogni casa un tablet, sicuramente una cifra irrisoria accetterà di spendere altri soldi per un e-reader. Oggi il Kindle ha ancora un senso, per coloro che non possiedono un iPad e vogliono godere dei vantaggi degli ebook senza spendere troppo.

La mia definizione personale del Kindle era “strumento dedicato per la lettura”. Oggi, questa definizione, si restringe a “strumento dedicato per la lettura di romanzi”. Mi sto abituando sempre di più a farne a meno: leggo perlopiù su iPad, giornali e riviste. Ma non solo: libri di testo, slide e materiale universitario. Lentamente, sto marginalizzando l’utilizzo del Kindle, che diventa sempre più come un libro. È un oggetto affascinante e quasi vecchio, rispetto alla tecnologia con cui cerca di competere. Ma è forse — e dico forse perché ho dubbi a riguardo, e devo ancora giungere ad una conclusione certa — destinato a scomparire. E lo sospetta anche Amazon, vedi il Kindle Fire.

Amazon stessa non è particolarmente interessata a Kindle, che vende in perdita: è interessata ad Amazon, a vendere ebook su ogni piattaforma esistente. Kindle è per Amazon molto di più una piattaforma, un ecosistema, una strategia per il futuro piuttosto che un oggetto, un pezzo d’hardware. L’hardware è solo una componente di un sistema molto più ampio, ed importante.

I vantaggi dell’e-ink su uno schermo retroilluminato sono, per buona parte, questione d’abitudine. E mentre più persone si abituano ad usare l’iPad — o qualsiasi altro tablet — per la lettura l’interesse per l’e-ink andrà scemando. Sia chiaro: il Kindle è meraviglioso, un oggetto carino e monofunzione e per 90 euro è un ottimo acquisto. Ma un ottimo acquisto per chi?

Per un numero davvero ristretto di persone, molto inferiore rispetto a coloro che lo stanno acquistando. Per una nicchia di lettori forti, che leggono diversi libri al mese e che leggono libri lunghi, narrativa, romanzi; non saggistica. Pochi vogliono un device apposta per la lettura e questo numero si andrà restringendo col tempo, mentre gran parte della lettura che facciamo ogni giorno si sposta su iPad. L’ho già detto: studio e studieremo su iPad, le riviste confluiranno sono confluite lì e lo stesso vale i giornali. E internet, non dimentichiamocelo: anche quello è leggere. La sintesi è questa: ci stiamo abituando a leggere su LCD.

Fatte queste riflessioni, non vorrei dimenticaste le premesse: che io lo uso ancora, Kindle, e l’ho usato dal 2009, ininterrottamente. Ma è anche vero, inutile ingannarmi, che lo uso sempre meno. È anche vero che un anno fa non avrei mai letto su iPad un romanzo, ieri invece ne ho appena concluso uno. L’ho acquistato su Amazon e l’ho letto da Kindle, inteso come applicazione per iPad, non oggetto. Aveva dei vantaggi: non dovevo accendere la luce, di sera, e non dovevo portarmi dietro due oggetti.

Quindi, mi domando: questa tendenza si andrà accentuando col tempo, ovvero finirò a fare tutto con iPad, oppure Kindle nel 2014 continuerà a far parte del mio setup?

  1. Tenete presente che in Italia se ne parla con particolare insistenza dall’autunno del 2011 perché dall’autunno del 2011 hanno iniziato a venderlo da noi, ma Kindle è uno strumento vecchio: esiste dal 2007
  2. Sono convinto che col tempo la perderemo. Prendere appunti a margine, sottolineare o sfogliare rapidamente un libro: non sono cose secondarie e al momento sono limitate, per colpa della lentezza.

Il linguaggio di Twitter

Franzen la scorsa settimana si è lamentato di twitter, definendolo la versione stupida di facebook. Michele Serra giusto ieri ha detto che non gli piace, motivando la sua spiegazione. Ha poi aggiunto: “se usassi Twitter, direi che Twitter mi fa schifo.”. Notiamo subito che ha fatto due cose sbagliate, Serra: ha detto il perché di un pensiero e ha usato un periodare complesso, composto da un periodo ipotetico. Due cose che a twitter non piacciono — ed infatti nel commentarlo (leggi:insultarlo) non l’hanno mica capito.

Sono iscritto a twitter dal 2006, quando a usarlo eravamo io e gli altri due fondatori, ho due account, uno personale e uno per questo blog, e devo dire che ultimamente lo trovo non poco irritante anche io. La ragione è la medesima di Franzen:

“È difficile ragionare o citare dei fatti in soli 140 caratteri. È un po’ come scrivere un romanzo senza usare la lettera P”

La domanda che Twitter poneva ai suoi utenti, quand’è nato, è “cosa stai facendo”. Non cosa ne pensi sui massimi sistemi, quali sono le tue idee in merito a questa complessa questione politica che è certo interessante saperlo ma non è un po’ da stupidi, pretendere di esaurirla o spiegarla in 140 caratteri?

Nessun problema se decidete di utilizzare twitter per dirmi cosa state facendo, o per segnalare un articolo che avete trovato in rete. È l’uso che ne faccio anche io e, ripeto, è l’uso che ne faccio dal 2006. E sono anche convinto sia l’unico uso sensato dello strumento: usarlo per divertirsi, senza attribuirgli troppa importanza, usarlo per segnalare materiale, sia esso un articolo, foto, video o immagine. O usarlo come ANSA pubblica, nel caso si debba trasmettere un’informazione — asettica, rapida e immediata.

Ma non usarlo, invece, per esprimere giudizi. Ho molte perplessità verso le persone che pretendono di farne un uso più serio, troppo serio, e pretendono di dare le loro idee, impressioni ed opinioni su temi complessi in 140 caratteri.

Dire che twitter è uno strumento, e di conseguenza che il problema concerne non tanto esso quanto l’uso che la gente ne fa, è corretto solo in parte. Uno strumento porta con sé un determinato modo di esprimersi, influenza il messaggio o, per dirla con le parole di Neil Postman in “Divertirsi da morire”: la tecnica è un’ideologia. Il giudizio su twitter è codificato nel linguaggio di twitter, che è un linguaggio definito dalla sommarietà e brevità.

Centoquarantacaratteri che ahimé troppo spesso vengono usati per dire cosa si pensa su argomenti che non possono, né devono, essere esauriti in quello spazio. Il perché di una propria convinzione non è superfluo, è anzi fondamentale. I se e i ma e le varie premesse, unite agli antefatti e ai ragionamenti, non sono obsoleti, né possono essere elimitati come un mezzo quale twitter costringe.

La critica, di Franzen e Serra, è questa. E ieri, e settimana scorsa pure, tutto twitter a insultare entrambi confermando di fatto la veridicità di quel che avevano detto: che twitter è composto da giudizi drastici, da sentenze brevi e destrutturate private della parte più importante di un’opinione, di un concetto, di un’idea. E le perplessità di F. e S. hanno senso e mi dispiace che il so called popolo di twitter si sia offeso e l’abbia presa male commentando con la solita ironia, i soliti lapidari giudizi1 ma soprattutto con la solita “binarietà” di pensiero. Prima F, poi S: sono stupidi, senza sfumature, senza perplessità, senza riflessioni. Sono stupidi e luddisti. Punto.

Wow, che pensata geniale, complimenti. Twitter è così immediato che prima si twitta, poi si riflette e si tenta di capire il problema. O magari no, perché tanto una riflessione in centoquarantacaratteri mica ci sta, quindi perché farla? E così va a finire che la gente esprime giudizi senza ben riflettere, esprime le proprie idee come se la condivisione avesse più valore delle idee stesse. È a questo, che stiamo giungendo. Dì quello che pensi — anche quando magari quello che pensi non sai motivarlo, è sbagliato e sarebbe meglio che lo tenessi per te. Perché se io oggi avessi fatto un post dicendo twitter mi fa schifo voi mi avreste detto sei scemo, dimmi perché. Motiva. Spiegati. Mentre invece su twitter l’avreste presa per buona, questa frase senza alcun valore, oppure mi avreste replicato, ma sempre in centoquarantacaratteri — e che replica ci potrete mai fare, in centoquarantacaratteri, ditemelo.

Serra è poi tornato sull’argomento, oggi, più approfonditamente:

L’uso frettoloso e impulsivo della parola. La prevalenza dell’emotività sul ragionamento. […] La parola – e questa è ovviamente solo una mia opinione – non deve rispondere solo all’ossessione di comunicare (la comunicazione sta diventando il feticcio della nostra epoca). La parola dovrebbe servire ad aggiungere qualcosa, a migliorare il già detto.

Il problema è tutto qua. A dire questo mi piace, quest’altra cosa mi fa schifo sono buoni tutti, a esprimere la propria contrarietà o meno su un tema anche. E non c’è alcun valore, nel farlo. Nessuno. Mentre a dire il perché, beh, ci vuole un po’ più d’impegno.

(a proposito: sono 5081 caratteri; poco più di 36 tweet)

  1. Fra parentesi: a esprimere un concetto in 140 caratteri ci vuole abilità, padronanza e bravura. Non perché esiste twitter significa che tutti siano diventati dei buoni titolisti.

Riguardo al tuo vecchio iPad: sei sicuro sia necessario cambiarlo?

Other people will look up to me because I own this thing and use it frequently, which will make me very happy. When I’m at a party, for instance, I can wait for a moment when people start talking about how cool it looks from the latest advertisement. Then I can stroll over and take it out and start using it, pretending that I hadn’t heard their conversation, and I can look up casually and wink at them. They’re sure to be impressed. — “Buying this thing will make me happy“, McSweeney’s.

Dopo una lunga riflessione e svariati tentennamenti, ho deciso di non comprare il nuovo iPad. La ragione è che l’iPad che possiedo, il primo, è ancora piuttosto soddisfacente per l’uso che ne faccio, ovvero:

  • Navigare in Internet
  • Inviare mail
  • Leggere riviste
  • Scrivere (blogging e appunti universitari)

Non penso che un aggiornamento dell’hardware mi porterebbe un significativo vantaggio nello svolgimento di queste azioni. La scrittura avviene con iA Writer, applicazione leggera e molto semplice. Un Retina Display renderebbe la lettura e la navigazione in rete più piacevole, ma credo di poter resistere ancora con i vecchi pixel senza soffrire troppo — almeno fino a quando non avrò visto dal vivo un nuovo iPad; allora sarò più cosciente di quel che mi perdo.

La cosa probabilmente meno gradevole è la navigazione in rete, che sempre più spesso trovo frustrante. La RAM interna al primo iPad è poca, così poca che spesso Safari ricarica le tab aperte anche quando queste sono un numero esiguo (due sono sufficienti, a volte). Spero vivamente che abbiano risolto il problema nel nuovo iPad.

Restando al mio attuale, vecchio e primo iPad, confido che le applicazioni di cui faccio uso — come ho detto sopra, applicazioni molto leggere e semplici — non si appesantiscano e non diventino lente a causa del nuovo arrivo. Se questo non accadrà, non vedo ragione di passare al nuovo modello. Nerd Gap è dello stesso parere, ovvero che un oggetto vada rimpiazzato quando non soddisfa più le nostre esigenze e non, al contrario, quando una nuova versione dello stesso viene rilasciata.

Il nostro desiderio di sostituire l’oggetto posseduto con la nuova versione dello stesso è così alto da spingerci, a volte, a desiderare che il vecchio si rompa, in modo da fornirci una giustificazione all’acquisto. Ne parlò alcuni mesi fa l’Atlantic con l’articolo “Replacement Therapy“. Immaginate che Apple vi dica, domani, di aver fatto un iPhone che dura 20 anni: chi, sinceramente, lo desidererebbe?

Cambiare strumento — sia esso hardware o software — comporta una fatica, non solo economica. Come giustamente il sito Last Years Model fa notare, occorre capire come il nuovo oggetto funziona e riorganizzare il proprio lavoro attorno ad esso, adottando la nuova maniera di fare le cose. Questo non è sicuramente il caso dell’iPad, che non ci obbliga ad una riorganizzazione, ma una riflessione più generale: troppo spesso abbandoniamo software perfettamente validi in favore di altri, solo perché un’alternativa nuova e luccicante si è affacciata sul panorama.

Sono stato il primo a sostituire l’iPhone 3GS con un iPhone 4, perché i vantaggi erano tali — batteria in primis, fotocamera e schermo in secondo luogo — da indurmi all’acquisto. Ma non credo cambierò l’iPad, perché tutto sommato il mio adempie ancora bene al ruolo che gli ho assegnato, ovvero quello di strumento di scrittura e lettura. Non che il nuovo non sia significativamente migliore, quanto piuttosto che io non abbia davvero bisogno di quei miglioramenti. Senza dimenticare che, come ho detto svariate volte, la parte più importante del dispositivo, la sua anima, quello che lo rende piacevole, è il software. Non è il caso di cambiare hardware, fino a quando il software rimarrà potente in ugual modo 1.

Insomma, comprare il nuovo iPad non mi renderebbe più felice. Né porterebbe dei significativi vantaggi al modo in cui lo uso. Quindi mi tengo il mio, quello vecchio, che è ancora molto bello e utile. Inoltre, vuoi mettere la soddisfazione di possedere un oggetto vintage?

  1. Probabilmente quando verrà rilasciato iOS 6 ci saranno delle limitazioni, a causa della RAM inferiore del primo modello rispetto all’ultimo, che inibiranno certe funzioni e miglioramenti di cui il nuovo iPad potrà avvantaggiarsi.

Connettersi meglio

Beppe Severgnini ha così descritto, sul Corriere, l’effetto della sua volontaria astinenza da Internet per sette giorni:

Mi accorgo di essere meno distratto, e la concentrazione risulta facile. È come se avessi liberato Ram cerebrale. Come succede sotto la doccia o in volo sugli aerei, due luoghi offline (per adesso).

Nel 2010 anche una giornalista di The Millions, Edan Lepucki, si gettò in questo esperimento giungendo ad una sensazione simile a quella descritta da Severgnini, una sensazione di libertà e di leggerezza — non aveva più il peso ossessivo degli articoli ancora da leggere, né l’ansia dei tweet in costante arrivo.

Per quanto condivida questa sensazione, che a mia volta ho provato nei sempre più rari momenti in cui la rete mi abbandona, dobbiamo convenire che la soluzione attraverso cui “la tranquillità” è stata raggiunta — ovvero togliere internet dalla propria vita, del tutto — non è praticabile, né tantomeno utile. Infatti si finisce col fare come Severgnini, che allo scadere dei sette giorni corre su twitter a vedere cosa si è perso, quasi sollevato che l’incubo sia terminato.

Nella nostra vita non possiamo leggere tutti i libri che ci interessano, né vedere tutti i film mai girati. È triste, ma abbiamo imparato a farcene una ragione e a scegliere meglio, a causa di questa situazione, a cosa dedicare il nostro tempo. Allo stesso modo, dobbiamo accettare il fatto che ci perderemo tantissimi articoli, non avremo mai il tempo necessario per stare dietro a twitter e molte delle cose salvate su Instapaper non le leggeremo mai. Pazienza. Dobbiamo riuscire a liberarci dell’ansia a cui notizie sempre nuove e per noi interessanti ci inducono, l’ansia di rimanere indietro rispetto al loro flusso costante; dobbiamo imparare a ignorarle, a ridurre l’informazione e smettere di dare la colpa alla tecnologia e all’informazione stessa, se questa ci riempie inverosimilmente le nostre vite.

«Si può avere l’informazione o si può avere una vita, ma non tutte e due le cose» — Douglas Coupland, Le ultime cinque ore (*)

La colpa è nostra, se consumiamo troppe cose il problema siamo noi. Che senso ha disconnettersi da Internet per una giornata, come molte famiglie scelgono di fare di domenica? Invece di concedersi un fugace momento di pace, non sarebbe meglio adattare la rete alle proprie vite e fare in modo che la sua presenza non ci disturbi? In ‘Plug In Better‘, un manifesto pubblicato sull’Atlantic, l’autrice suggerisce di utilizzare meglio i propri strumenti: la soluzione non è privarsi di questi, ma farne buon uso. Evitare le distrazioni, l’information overload, le costanti notifiche e tutte quelle cose che ci rendono infelici.

Io sono del medesimo parere: invece che privarti di Internet, utilizzalo meglio. Non abbiamo bisogno di una giornata di riposo dalla tecnologia. Se ciò di cui incolpiamo la rete è distrarci dai rapporti umani allora abbiamo bisogno di imparare a connetterci meglio con gli individui, attraverso essa.

(Sulla condivisione inconsapevole)

Se permettiamo a noi stessi di dare la colpa alla tecnologia di distrarci dai nostri figli o dai rapporti con la comunità, allora la soluzione al problema diventa semplicemente fare a meno della tecnologia1. Ma è assurdo dare la colpa della perdita dei rapporti umani ad un mezzo che dovrebbe “connetterci” maggiormente.

Connettersi meglio significa ridurre il numero di tab aperte, disattivare i flussi di informazione che abbiamo costantemente attivi e, una volta eliminate le distrazioni, dedicarsi ad una sola persona. Scrivergli una lunga mail, conversare con lei attraverso Skype — scegliere e preferire questi sistemi agli SMS, ai messaggi istantanei, a facebook. Scegliere di seguire una conversazione lunga e profonda con Internet, evitando fretta e distrazioni, evitando il multitasking.

Il tipo di connessione che si instaura con quella persona non è forse profonda, in buona parte, tanto quella che avremmo ricavato con lei davanti ad una tazza di caffè? Perché qualificarla come necessariamente inferiore? È diversa, questo è certo, ma non è meno profonda. La rete può rivelarsi a sua volta utile per stringere rapporti umani.

Il nostro riserbo nel definire una connessione come quella sopra descritta reale (e profonda), ovvero ciò che ci spinge, alla fine, ad attribuirgli un valore inferiore rispetto ad un incontro avvenuto in un luogo dotato di coordinate spazio/temporali deriva dal fatto che spesso siamo portati a considerare la vita su Internet una cosa a sé stante, diversa dalla vita nel mondo reale.

Dovremmo dimenticarci dell’acronimo I.R.L, la nostra vita su Internet non è separata dalla nostra vita “offline”. Sono parte integrante della medesima vita: io sono la stessa persona, in rete e fuori dalla rete. Ne dà dieci ragioni Alexandra Samuel, in questa conferenza TED.

Può essere bello privarsi della rete per alcuni giorni — ci sentiamo più liberi, come Severgnini. Perché, ammettiamolo, è difficile liberarsi delle distrazioni. Così difficile che è più facile privarsi del tutto del mezzo — un po’ come (D.F.) Wallace, che ammise di non avere la televisione perché altrimenti l’avrebbe guardata mattina, giorno e sera.

Eppure non può essere la soluzione, non può essere la soluzione perché in un futuro sarà sempre più difficile fare a meno della rete e quindi raggiungere la pace attraverso l’assenza di essa.

La soluzione, per forza di cose, dev’essere la seconda: imparare a connettersi meglio. O, in altre parole: quello di cui abbiamo bisogno non è una vacanza lontani della rete, ma riuscire a sfruttare meglio il nostro tempo online. Anche se non sarà facile.

  1. We Don’t Need Digital Sabbath“, The Atlantic

La pirateria è un fattore di sistema

Giuseppe Granieri sulla pirateria:

Se guardi le cose dal punto di vista del digitale (e non da quello del XX secolo), la pirateria è un fattore di sistema. È parte della natura intrinseca dei beni digitali e non trova una collocazione nella logica con cui siamo abituati a far funzionare il mercato. Quindi, se devo scommettere la mia solita birra parlando del futuro, io credo che la soluzione non sia combatterla (cosa che assomiglierebbe a remare con un fiammifero) quanto capirla e cercare di immaginare un sistema — per l’intera industria culturale — che ridisegni valore e remunerazioni in modo coerente con il digitale.

Non va combattuta la pirateria (e magari va chiamata anche in un altro modo): vanno aggiornate alla modernità le regole e le categorie interpretative.

Nel tempo sempre più prodotti culturali e non diventeranno digitali e, di conseguenza, “piratabili”. È ovvio che bisogna riflettere sulla questione avendo in mente il mondo attuale, dove i byte sono economici da trasmettere e facili da copiare, non il mondo dei VHS dove una copia fisica sottratta genera un “vuoto”  — sia fisico che di guadagno.

Il fatto è che dovremo viverci con la pirateria, come ha scritto Kim Davis sul proprio blog e più tardi Paul Tassi, su Forbes, rilevando che “non la ucciderai mai” (ma nemmeno lei ucciderà i film o i libri, ha aggiunto). Forse, la si combatte con la convenienza. Questa se non altro pare la strada intrapresa da Apple: semplicità e costi ridotti adatti ad un nuovo mondo, un mondo in cui un DVD da 10 euro non è più né pensabile né proponibile.

Di sicuro le variabili sono molte, la discussione lunga e complessa. È vero che la pirateria non ha fino ad ora danneggiato (drasticamente) i blockbuster, ma è solamente perché viviamo a cavallo di due sistemi, un mondo in cui Hollywood può ancora fare affidamento sulle vendite di DVD e le case editrici su quelle dei libri cartacei. Il “Gratis“oggi può essere utilizzato come forma di promozione perché molte persone ancora acquistano la versione tradizionale e fisica dei beni culturali, tenendo in piedi tutto. In un non troppo remoto futuro in cui tutto è digitale, le regole andranno ridefinite e modificate.

Non ho una soluzione, se non il medesimo (momentaneo?) espediente promosso da Apple, Nexflix e altri sistemi che di fatto hanno reso piacevole, rapida e semplice la fruizione di materiale altrimenti reperibile, con un po’ più di fatica (ma nemmeno molta) altrove. Sistemi che si sono avvantaggiati di Internet e delle sue logiche per dare agli utenti quello che volevano e che, in caso contrario, si sarebbero presi da soli.

Perché la pirateria, come ha detto Granieri, “è un fattore di sistema“. E sarà il mercato ad adattarsi al sistema, non viceversa.

La recensione del Lumia 800 e di Windows Mobile 7.5 da parte di una persona da sempre soddisfatta del proprio iPhone

Grazie a Nokia la scorsa settimana ho avuto l’occasione di provare il Lumia 800, che per cinque giorni ha sostituito l’iPhone 4 nel ruolo di mio smartphone personale. Cinque giorni non sono molti, soprattuto se considerate che negli ultimi tre anni ho utilizzato sempre lo stesso OS, iOS, abituandomi dunque ai suoi paradigmi e al suo modo di funzionare. In cinque giorni non si capisce a fondo come il dispositivo funzioni nella vita di tutti i giorni e soprattuto non è ben chiaro se i “problemi” e le difficoltà che si incontrano siano dettate da una progettazione errata o dalle proprie abitudini.

Quindi, quella che segue è una recensione prima dell’hardware, poi dell’OS, del dispositivo. È una recensione con impressioni, idee e pensieri che mi sono fatto sul Lumia 800. In cinque giorni. Che non sono molti, ma sono pur sempre sufficienti per farsi una vaga idea di come il device funzioni.

Hardware

Più volte ho scritto che se avessi dovuto abbandonare il mio iPhone in favore di un altro smartphone, avrei optato per un Lumia 800. Di questo, infatti, mi attirava non solo il software, Windows Mobile 7.5 altrimenti detto Mango, ma anche l’hardware. Il Lumia 800 è lo smartphone che, secondo me, si avvicina di più all’iPhone.

Dalle dimensioni simili, non tenta di conquistare mercato e utenza con uno schermo enorme. Lo schermo, leggermente tondato sui bordi (curved, dice Nokia), è invece di soli 0.2 pollici superiore a quello dell’iPhone1 (e no, ovviamente non si avvertono). Avrebbe potuto essere più ampio, senza inoltre andare ad intaccare le dimensioni del dispositivo, non fosse per i tre bottoni sensibili al tocco posizionati sul lato inferiore dello stesso.

La scelta dei tre bottoni non è di Nokia ma di Microsoft, che li richiede su ogni device che scelga di utilizzare il suo OS. Io li ho trovati — con sorpresa, dato che ho sempre sostenuto che è meglio limitare i bottoni fisici e crearli “virtualmente” nella UI in modo che si adattino all’applicazione in uso — utili. L’unico motivo per cui mi hanno infastidito: basta sfiorarli per avviare l’azione ad essi associata, ed essendo a sfioramento e non “a pressione” questo avviene di frequente e, soprattutto, inavvertitamente.

Dei tre bottoni, specifichiamolo, il primo serve a tornare indietro, quello centrale a raggiungere l’Home Screen, quello a destra ad avviare Bing, il motore di ricerca di Microsoft. Credevo che il primo avrebbe creato dei problemi — si è già discusso di come un bottone generico “indietro” dica ben poco sull’azione che compie e spesso crei dei dubbi su quale sarà il suo comportamento. In realtà è abbastanza chiaro e coerente (non lo è su iOS): come il tasto back del browser, porta sempre indietro di un’azione. A renderlo utile è soprattutto la sua memoria, che è lunghissima: potete andare a ritroso fino a recuperare la prima azione che avete svolto.

Ma torniamo all’aspetto esteriore del device. La scocca, nera nel mio caso2, è di una plastica piacevole al tatto, con i bordi arrotondati; tutti accorgimenti che facilitano la presa del dispositivo.

Su questa cosa vorrei essere chiaro: il Lumia 800 si tiene in mano e si utilizza in una maniera che rispetto all’iPhone 4 è imparagonabile. Dopo cinque giorni con il Lumia, riutilizzando l’iPhone non ho potuto fare a meno di notare quanto fosse scomodo e mal studiato dal punto di vista ergonomico; come se Apple avesse pensato prima al design, poi di nuovo al design e… Beh, mai all’usabilità.

Il Lumia sarebbe dunque perfetto, non fosse per i tasti laterali — accensione/spegnimento, fotocamera e controllo del volume.

Questi sono in plastica e risultando piuttosto poveri e molto spesso, nell’uso, li ho trovati anche poco chiari — li schiacciavo, ma non mi davano un feedback preciso, non mi avvertivano in maniera limpida e inequivocabile se avessero ricevuto l’input o meno. Fra parentesi, trovo infelice la scelta di posizionare quello per l’on/off su uno dei lati del device: tenendo il Lumia in mano, o inserendolo nella custodia, mi è capitato più volte di spegnerlo inavvertitamente.

Non condivido molto la scelta di nascondere l’entrata micro-USB per il caricamento e la sincronizzazione del device, rendendo di fatto meno immediato l’accesso. Lo so: la parte più brutta dell’iPhone è il connettore proprietario di Apple. Nasconderlo potrebbe sembrare una buona idea, ma di fatto:

  • Risulta meno immediato da usufruire
  • Come mostra l’immagine, comporta l’aggiunta al dispositivo di parti mobili, fragili e fastidiose

Per concludere, la batteria non è granché. Mi sembra che la carica duri meno rispetto all’iPhone 4, ma ho letto da qualche parte che è un problema momentaneo, legato al software, che si spera venga a breve risolto.

Ah, ho detto che c’è un’ottica Carl Zeiss sul retro, per le fotografie? Ho idee contrastanti a riguardo: in certe situazioni si è rivelata (leggermente) migliore di quella dell’iPhone, in altre inferiore. Credo comunque che il problema sia legato al software, che la sfrutta o gestisce male. Tuttavia, è sempre stata molto più rapida e pronta all’uso di quanto non sia quella dell’iPhone 4, battendola in questo campo.

In sintesi: dal punto di vista dell’hardware il Lumia è un’ottimo device: solido, esteticamente curato e comodo da utilizzare. Le lamentele a riguardo interessano dei piccoli dettagli, ma c’è davvero poco da non apprezzare. Forse (e ripeto: forse) meno raffinato di un iPhone, ne condivide però la semplicità risultando allo stesso tempo più confortevole e meno fragile nel complesso.

Software

Windows Mobile 7.5 aka Mango è l’OS che gira sul Lumia 800, che ha ricevuto critiche positive da più o meno chiunque. Slate verso Dicembre lo descriveva come “il sistema operativo più bello in commercio”, l’Huffington Post come, semplicemente, magnifico.

Mango, effettivamente, è davvero bello. È quasi incredibile che questo prodotto venga da Microsoft, un’azienda che fino ad ora è stata raramente associata all’eleganza ed al minimalismo. Ma questi due aggettivi sono quanto mai appropriati per l’OS in questione, che sembra quasi provenire da Cupertino.

Mango è un sistema operativo, direi, tipografico. Le icone sono veramente poche, e quelle poche presenti sono essenziali e scarne, quasi come un carattere Unicode. Il grosso della UI sono scritte, di altro c’è ben poco.

In passato abbiamo parlato dello skeuomorph, ovvero quella tendenza a ricreare digitalmente oggetti reali. Un esempio è iBooks, che cerca di imitare, un po’ goffamente, il comportamento di un libro fisico. Apple spesso indulge in questa direzione, creando software che tradiscono lo stile dell’hardware. Com’è possibile conciliare l’essenzialità e la semplicità delle linee dell’iPhone 4 con la UI di iBooks?

Ebbene Mango non pecca di questo problema. Tutto è — l’ho già detto, ma lo ripeto – estremamente essenziale e minimale.

Appena acceso, Mango accoglie l’utente con una schermata che lo informa degli eventi imminenti, eventuali mail, messaggi e chiamate ricevute. Superata questa, lo attende l’equivalente dell’Home Screen, con all’interno delle icone rettangolari animate, in grado di mostrare l’ultimo tweet ricevuto o la più recente informazione correlata ad un’applicazione.

L’idea di sostituire le icone statiche e poco informative di iOS (e Android) con una versione dinamica delle stesse è una soluzione che distingue, positivamente, l’OS in questione dalle alternative.

Per accedere alle restanti applicazioni installate, una freccia in alto a destra dell’Home Screen guida ad una lunga lista che le elenca tutte. Tale lista, a mio parere, è molto scomoda e poco usabile — ricorda un po’ il menù start di Windows. La freccia, inoltre, occupa una sezione consistente dell’Home Screen3, che viene così ridotto di dimensioni facendo credere all’utente che lo schermo sia più piccolo di quanto in realtà non sia — se non altro questa è la sensazione che ho avuto io.

Contatti è una delle applicazioni più significative. Integrata con Facebook, Twitter e LinkedIn, si autopopola con le notizie e informazioni dei nostri amici, creando una sorta di Hub dal quale è possibile sapere e reperire tutto ciò che li riguardi.

Credo che l’applicazione Contatti delinei bene una filosofia di integrazione e omogeneità che ho trovato in tutto Mango. Neppure iOS è tanto coerente (e centralizzato) come Windows Mobile 7.5

Qualsiasi applicazione decidiate di provare ed acquista nel marketplace (= App Store) avrà la stessa UI di base, che è la medesima UI di base che a loro volta condividono le applicazioni preinstallate nel telefono. Suppongo che gli sviluppatori abbiano molta poca libertà e che il tentativo di Microsoft sia di creare un OS coerente in ogni suo aspetto.

Il marketplace e le applicazioni

L’assenza di un grande numero di applicazioni nel Marketplace non mi ha turbato come quanto avrei ipotizzato. Un client di twitter è sufficiente, perché tanto tutti si somigliano condividendo fra loro la medesima interfaccia grafica a causa di questo desiderio di omogeneità dell’OS. Ma, soprattutto, non c’è nemmeno bisogno di un client di twitter perché twitter è già integrato nell’OS4: Mango offre fin da principio la maggior parte delle funzioni che l’utente medio richiede.

Comunque, per esigenze personali, nel corso dei miei cinque giorni ho scaricato le seguenti applicazioni:

    • Flux, per leggere Google Reader
    • Birdsong, per utilizzare Twitter
    • Facebook
    • AnyTask, software GTD molto semplice

Non ne ho provate (ma nemmeno trovate) altre interessanti. Una menzione meritano le applicazioni Nokia di cui il Lumia 800 può vantare, fra cui “Nokia Mappe”, che sono decisamente migliori rispetto a quelle offerte da Microsoft, di Bing, e Nokia Drive. Il Lumia viene venduto con questo pacchetto di utili software già preinstallato.

Un meraviglioso (ma inutilizzabile) esercizio di stile?

The typography is loose and over-produced, with big blimpy titles burning up content real-estate. The titling typography does not serve user needs or activities. Instead it is about its designer self, and looks like signage on the walls of a fashionable building. Good screen design for information/communication devices is all about the user and should be endlessly self-effacing. It is much more difficult to be user-friendly undesigny than designer-friendly designy. — Edward Tufte

Dopo alcuni giorni di utilizzo, mi è venuto da domandarmi se tutta questa eleganza tornasse a vantaggio dell’utente e non fosse solo fine a se stessa. In certi casi, infatti, non si rivela affatto utile. Lo spazio è spesso mal sfruttato, la tipografia troppo enorme e il tutto poco intuitivo. La sensazione è che si tratti di un meraviglioso oggetto da rimirare, ma che se utilizzato comporta dei problemi. La sensazione è che si tratti di un poster, di un’insegna, di un cartello elegante con tipografia curata ma inadatta ad essere utilizzata come UI di un OS.

Io ne ho avuti, di problemi. Non sempre è chiaro cosa sia “cliccabile” e cosa no, per il fatto che è tutto testo e non c’è alcuna differenza fra gli elementi “attivi” e non. Le icone, dite quel che volete, mettiamo pure che siano poco sofisticate, indicano all’utente l’azione ad essa associata: un utilizzo, anche parco, non sarebbe un errore.

In molti casi, le informazioni fornite all’utente sono ridotte all’osso, poche e mal organizzate in una tipografia enorme, elegante e senza ragione, se non quella di apparire. Per fare un esempio: in base a quale assurda decisione Microsoft ha deciso di non fornire all’utente dettagli sulla batteria e l’intensità del segnale? — dettagli che iOS fornisce in una piccola barra in cima allo schermo, barra che su Windows Mobile 7.5 spesso non esiste e, se esiste, mostra esclusivamente l’ora corrente. Il problema non è limitato a questo particolare: è al contrario diffuso in tutto l’OS, che pecca di carenza di informazioni o di una cattiva organizzazione delle stesse.

Il risultato? Un OS minimale, molto povero e scarno che può piacere ma che molto spesso ho trovato limitato. Un OS che invita poco alla sperimentazioni, all’uso “approfondito”, alla scoperta. È come se Microsoft avesse creato un meraviglioso oggetto da rimirare. Non sto dicendo che è inutilizzabile, ma che non invita all’utilizzo. E me ne sono accorto perché spesso, per quelle azioni che solitamente svolgo con il mio iPhone, andavo alla ricerca dell’iPad. Quando l’iPad non c’era, le rimandavo a più tardi, quando sarei stato davanti al Mac. Non ho mai utilizzato così poco uno smartphone come in questi giorni, e la “novità” avrebbe dovuto spingermi esattamente al contrario. Ho utilizzato pochissimo twitter, facebook anche meno. Non ho quasi mai navigato in Internet e non ho letto gli articoli lunghi che solitamente mi concedo sull’iPhone, pur avendo i due dispositivi uno schermo identico.

A volte l’accendevo, pensavo “è proprio bello, inutile negarlo” ma poi non facevo nulla. Ero come non invogliato all’uso, ma limitato alla contemplazione della grafica sofisticata.

Più un telefono che un computer

Credo a questo punto che lo scopo di Microsoft con Mango sia chiaro: creare un OS molto minimale e, soprattutto, coerente. Un OS dove tutto sia centralizzato e controllato da lei stessa, anche l’UI delle applicazioni. La libertà data all’utente è davvero minima: non ci sono praticamente opzioni, tutto è stato già scelto e predisposto perché l’utente si senta a proprio agio, in un ambiente elegante e sofisticato dotato di tutti i confort e agi più diffusi.

Non è un OS adatto sicuramente agli utenti Android, che se lamentano i paletti imposti da Apple su iOS non potranno che detestare la standardizazzione imposta da Microsoft in Mango. Io credo che questa omogeneità vada a vantaggio dell’utente medio, quello che vuole uno smartphone per chiamare, usare facebook, navigare in rete e poco altro.

Mango non è un OS adatto a me, perché necessito per ragioni personali (blogging, scrittura, etc.) di applicazioni che mi lascino una maggiore libertà e personalizzazione, di applicazioni che amplino significativamente l’offerta iniziale del telefono. Mango invece viene venduto completo delle funzioni principali, più richieste, e tutto è già predisposto per funzionare; difficilmente però potrete aggiungergliene molte altre.

Credo che questo telefono sia perfetto per l’utente comune, ma credo anche che questo sia uno smartphone che somiglia più un telefono che ad un computer. Una volta ho scritto che l’iPhone è il computer più personale che esista. Windows Mobile 7.5, e di conseguenza i device che lo montano, e di conseguenza il Lumia 800, sono inadatti a questa definizione.

Perché somigliano più a dei telefoni che a dei computer. Ma, per molte persone, la maggioranza a dire il vero, questo è più che sufficiente.

Conclusioni

Il Lumia 800 è un ottimo dispositivo, sicuramente un passo nella direzione corretta. L’OS che monta per certi versi ha enormi limiti e paletti che possono e non possono turbare: tutto dipende da quello che si pretende da uno smartphone e da quello che con esso ci si vuol fare. Nel tempo io, lo smartphone, l’ho fatto diventare “il mio computer tascabile”, quindi in certe occasione l’eccessiva semplificazione dell’OS che il Lumia monta mi ha turbato.

Ma ho visto molti possessori dell’iPhone richiedere dallo stesso quei tre o quattro compiti, e installare rare e inutilizzate applicazioni, che probabilmente se avessero scelto un Lumia 800 si sarebbero trovati meglio. In fin dei conti fa scattare foto, utilizzare twitter, pubblicare su facebook, navigare in rete, mappe, rubrica, calendari: tutte le funzioni principali sono qui, organizzate e a disposizione dell’utente in un’interfaccia elegante racchiusa in un hardware solido.

Il vostro amico geek (e mi ci metto anche io, qua dentro) lo troverà limitato, dopo alcuni giorni. Ma il vostro amico geek non è la fascia d’utenza a cui Nokia punta, con il Lumia 800. Almeno credo.

  1. Per altre noiose specifiche tecniche del Lumia 800 vi rimando all’apposita pagina di Nokia.com
  2. È disponibile anche blu e rosso
  3. Una spessa colonna nera è occupata da questa freccia, portando ad un problema di gestione errata dello spazio che tratteremo fra poco
  4. Seppur in una versione molto light con gravi pecche e mancanze

Sulla condivisione inconsapevole

Una delle ragioni per cui facebook è una miniera di materiale scadente è che è troppo facile condividere. Sembra assurdo, per un social network, ma il fatto che un utente debba compiere uno sforzo pari a zero per la condivisione di un’informazione riduce la qualità dell’informazione stessa. Ad aver abbassato la qualità del sito sono state le varie applicazioni che promettono un aggiornamento automatico del proprio profilo. Queste applicazioni esistono altrove, anche su twitter, ma facebook le ha supportate e pubblicizzate più di qualunque altro sistema, integrandole al suo interno.

Vi faccio un esempio: se io metto mi piace ad un articolo su un sito, non significa che desideri condividerlo. Ciò nonostante facebook decide da solo di pubblicarlo sulla mia bacheca, propinandolo a tutti i miei amici. Ancora peggio, di recente facebook ha introdotto un’opzione che, se il giornale o il sito di turno l’ha attivata, segnala in automatico agli amici l’articolo che stiamo leggendo, senza che noi ce ne rendiamo conto, senza né un avviso né una nostra azione. La modalità di default è la condivisione. Il New York Times ha detto “no grazie”, ritenendo giustamente la feature inutile, ma facebook inizia a presentarla come qualcosa di inevitabile, un progresso tecnologico contro il quale è vano schierarsi.

Ma la condivisione automatica, senza una ragione e una motivazione dietro, ha reso lo strumento meno interessante e i suoi utenti sempre meno attenti e consapevoli nel scegliere cosa pubblicare: pubblicano, senza riflettere. L’utente ‘normale’ mette mi piace ad una decina di pagine inutili, posta in un solo giorno più di un video, spesso canzoni, e diverse immagini. Il tutto senza un minimo di autocensura, senza chiedersi nemmeno un istante ‘ma è davvero interessante, quello che sto per condividere?’.

L’attività editoriale comporta che:

  • Una persona sia in grado di decidere fra tante cose a quale dare valore e a quale dar risalto
  • Prevede che certe cose vengano eliminate. Ci sono 50 canzoni che ti piacciono? Ne pubblichi una, non tutte e cinquanta. Grazie.

Su facebook nessuno la attua: nessuno sceglie di escludere certa informazione, anche se superflua, ridondante ed eccessiva, e nessuno si chiede se valga davvero la pena condividere quella determinata cosa. Ed è informazione – intesa come qualcosa che possa interessare qualcuno, anche solo informare gli amici su un proprio gusto o un pensiero – questa? Certamente no, come ha provato a spiegare Mike Loukides, su O’Relly:

La condivisione a sforzo zero di facebook non migliora la condivisione, la rende senza senso. Torniamo alla musica: è interessante se dico a te che mi piace tantissimo la musica di Olivier Messiaen. È altrettanto significativo se ti dico che a volte mi rilasso ascoltando i Pink Floyd. Ma se questo tipo di informazione è sostituita da un flusso costante di quello che si sta ascoltando, diventa priva di significato. Non c’è più una condivisione.

Prendiamo un utente, un utente medio, che mette tanti mi piace a pagine a caso, perché crede sia divertente mettere mi piace a pagine a caso, pubblica tanti video musicali dello stesso gruppo, perché crede che sia doveroso ricordarmi ogni giorno che lui ascolta quel gruppo, pubblica una ventina di immagini divertenti, che smettono di esserlo a questo punto, e scrive dove si trova in ogni istante.

Avete il coraggio di affermare che queste azioni hanno una portata informativa? Io no, l’unica informazione che ci possono dare è la scarsa intelligenza di chi le attua. Chiamarla informazione non ha più senso: si chiama spam. Mi stai dando fastidio, e tanto anche. Perché non mi rispetti e non rispetti il mio tempo: credi che sia giusto pubblicare cinquanta cose scadenti al giorno.

Il problema della superficialità e mediocrità dell’informazione su facebook è dunque dovuto al 50% al sistema, che ha reso la condivisione non tanto immediata e semplice, quanto piuttosto automatica, e per l’altro 50% agli utenti e alla cerchia di amici che ti sei costruito. Se sei circondato da un mare di informazioni irrilevante, è perché i tuoi amici la creano. Non si autogenera.

Per citare Clay Johnson: non dare la colpa all’informazione, dalla a te stesso. Nessuno entrando in una pasticceria grida “aiuto! ho un problema di food overload!”. Lo stesso vale per l’informazione, e per l’information overload: se ne consumi troppa, se hai sei reso il consumo caotico e senza senso, se quella che assumi è priva di interesse, la colpa è di come ti sei scelto le tue fonti. Ma siccome su facebook le tue fonti sono i tuoi amici — e forse proprio qua sta il problema e l’errore di fondo, che i nostri amici spesso e volentieri non sono una fonte d’informazione valida — non puoi risolvere il problema eliminandoli. E anche eliminare te stesso dal sito, non è una soluzione.

Piuttosto, vi ricordate l’amico che cliccava il tasto forward ad ogni mail contenente una catena, un video divertente, un’immagine strana o un appello e storia inventata? Simpatico, i primi giorni, poi tutti abbiamo finito col detestarlo. E l’amico a un certo punto ha smesso1, capendo che l’uso dell’email è un altro, che la ricezione perpetua di materiale inutile non è apprezzata e, soprattutto, che inviare cinque mail al giorno alla stessa persona non aiuta nei rapporti.  Eppure, cinque è un numero basso se paragonato agli aggiornamenti che oggi un utente medio pubblica quotidianamente, su facebook, dove questo tacito accordo ancora non esiste, dove si è legittimati a segnalare molteplici video al giorno, senza finire nello spam e rendere insofferenti gli amici.

Facebook dovrebbe smetterla di spingere verso il frictionless sharing, che non è inevitabile e nemmeno utile. I suoi utenti dovrebbero imparare a rispettarsi a vicenda, porsi il perché di quell’informazione che stanno per condividere e darsi dei limiti. Ma questo è proprio quello che Mark Zuckerberg non vuole: che la gente condivida coscientemente. E questo è proprio il frictionless sharing: una condivisione automatica, senza pensarci sopra, senza fatica.

Quasi inconsapevole.

  1. Oppure, se recidivo, è finito dimenticato nello spam, con buona pace all’anima sua

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