Non siamo costretti ad abituarci ai Google Glass

“I don’t get the appeal of this other than as a network-connected head-mounted camera, which I personally have no need for”John Gruber

In un nuovo video, Google prova a spiegare ‘come ci si sente’ a indossare i Google Glass. Io, per quanto affascinato dalle cose che possono fare, continuo a trovarmi a disagio con questa visione del futuro. Molto è dovuto a una questione meramente estetica, ma la mia reticenza rimarrebbe, credo, anche immaginando un modello meno appariscente. Anche immaginandomeli identici a dei Ray-Ban.

Un dispositivo intermedio fra lo smartphone e i Google Glass (l’orologio di cui tanto si parla) mi sembra una soluzione migliore. Certo, diranno alcuni, è meno immediato e meno appropriato al futuro che ci aspetta, un futuro in cui c’è sempre meno separazione fra realtà e digitale (ma non lo stiamo già vivendo, questo futuro?). Ed è pure meno futuristico, quindi noioso quanto il presente (meglio sognare le macchine volanti, che un presente migliorato). Eliminare qualsiasi separazione e attrito1 dovrebbe essere lo scopo ultimo: i Google Glass ci riescono meglio di un orologio perché si mettono di mezzo a qualsiasi cosa.

Però, però: non è vero che ci si abitua a tutto, e che ogni tecnologia è imbarazzante all’inizio e poi la adottiamo senza alzare un sopracciglio. I Google Glass io li vedo un po’ come gli auricolari bluetooth: per comodità e evoluzione battono senza dubbio il dover allungare la manina alla tasca dei jeans per rispondere alle chiamate, eppure nonostante esistano da anni non ci siamo ancora abituati a vederli in uso. Perché sono più comodi, ma non così tanto da giustificare quell’invasione. Perché ci sembrano un’esagerazione, un eccesso.

(Poi se volete a questo punto pensate anche al Segway)

I Google Glass hanno un futuro, ma non sono il futuro. Sono un prodotto che sicuramente esisterà, ma che non credo diventerà diffuso tanto quanto gli smartphone. Perché potranno essere utili in certe occasioni, e troveranno un pubblico di affezionati, ma nella vita di tutti i giorni sono un eccesso. Il video di Google mostra molte attività in cui potrebbero essere adottati (io me li immagino anche molto belli come console di videogame ambientati nella realtà) ma in quanto ai Google Glass come oggetto quotidiano: non riesco a immaginarmi un mondo in cui fra dieci anni sarà normale avere uno schermo incollato al lato destro della nostra visuale.

A meno che non decida di immaginarmelo e farmelo piacere solo perché un futuro così siamo in grado di crearcelo. Ma il fatto che siamo in grado di crearcelo non significa che dobbiamo. La tecnologia non vuole nulla: siamo noi che vogliamo cose dalla tecnologia. Dovremmo chiederci quali, e se abbiano senso.

  1. Ma poi chi non ha problemi alla vista, come me: sinceramente mi rompe le balle uguale dover tirare fuori un coso dalle tasche o essere costretto a portare degli occhiali. Ovvero: l’attrito c’è, eccome.

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Scritti un anno fa: non ci sono articoli, per questa data

Perché questo blog continuerà ad usare i linked-post

Ciclicamente, la discussione su quanto siano validi i blog in stile Daring Fireball (come questo, d’altra parte) si riaccende. La critica è che i linked-post siano un modo pigro di prendere parte a una discussione, spesso aggiungendo poco valore ad essa. Fatti per aumentare le visite senza troppo sforzo. Si potrebbe utilizzare twitter per questo genere di segnalazioni? Vero, ma lo è altrettanto che la durata nel tempo di un tweet è ridicola (o sei su twitter nel momento in cui lo scrivo o difficilmente ne verrai a conoscenza) e i limiti di spazio impediscono un commento, seppur minimo.

Non sono quindi d’accordo e continuerò ad usarli, in gran parte perché li apprezzo e trovo utili sui blog che leggo. Sono raccomandazioni piacevoli, da parte di persone di cui mi fido. Sono iscritto a molti blog solo per le loro segnalazioni esterne: hanno un valore, per me. Come scrive Gabe Weatherhead, un linked-post è come una raccomandazione di un libro: ci dice qualcosa sulla persona che la fa e significa qualcosa se proviene da qualcuno che rispettiamo.

The Internet is one big experiment in attention capitalism. If a site consistently links to Kottke or Daring Fireball, then that site’s market share is going to get pretty small. Most people are either already reading Kottke and Gruber or a hundred other sites will link to them anyway. But if I find a site that links to something truly out of the ordinary, I’m going to give them some of my attention. If they say smart things about those links I’ll probably give them a great deal of my attention.

The link posts tell people what you care about. Lined up end to end, the titles of link posts tell a story about the person sharing them. Either they care about things or they don’t. The type of post doesn’t make a damn bit of difference to me. It’s the Internet.

Mi sembra una discussione sterile. Un po’ perché è tutta incentrata su quanto valore abbia e mantenga un post nel tempo: dicono (quelli avversi a questa tecnica) nullo nel caso dei linked-post, prolungato nel caso di un classico articolo. Ecco, secondo me è quasi sempre zero, a parte per quei tre/quattro post l’anno che verranno fuori particolarmente bene. Uno scrive per l’oggi, non pensando a quanto varrà fra tre anni quello che ha scritto. Soprattutto se uno scrive un blog come questo (di tecnologia, di notizie: suggerirei di prendersi un po’ meno sul serio). Gli inglesi direbbero “today’s news is tomorrow’s fish wrap”.

Senza poi scordare che i confini fra linked-post e post normali sono (di frequente) sottili, che dietro la decisione fra i primi o i secondi c’è spesso solo l’onestà della persona di voler riconoscere che gran parte del lavoro è dovuto ad altri: i giornali fanno linked-post da sempre solo non li chiamano e formattano così.

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Fitbit One: una recensione sfibrante

Ho acquistato il Fitbit One, un activity tracker. Chiedete: “Perché non un Jawbone UP, dopo che ce ne hai parlato così spesso?”. Rispondo:

  • API. Il vantaggio principale del Fitbit, per me, è che offre delle API, il Jawbone UP no. Quindi ci sono, o ci saranno, tutta una serie di applicazioni e servizi non ufficiali che sfruttano il prodotto.
  • Ha l’altimetro.
  • Non serve collegarlo né all’iPhone né al Mac per sincronizzarlo, è dotato di bluetooth 4.0
  • (Motivo scemo, d’impazienza: l’UP non è in vendita fuori dagli USA)

C’è da aggiungere che settimana scorsa, al CES, Fitbit ha presentato un nuovo tracker, Fitbit Flex, da mettere al polso, somigliante all’UP e al Nike Fuelband — ovvero con il vantaggio che hanno gli altri due oggetti, più quelli elencati sopra meno però l’altimetro. Data questa assenza, il Fitbit One resta il tracker migliore in commercio.

Dopo due settimane di utilizzo, sto messo come Craig Mod: cammino solo per il gusto di vedere le linee dei miei grafici impennarsi. Non ho più preso un autobus di mattina, alle fermate dell’underground ignoro i minacciosi cartelli “attenzione, questa scala è composta da 320 gradini non prendetela a meno che non siate dei pirla”, sono addirittura andato a correre! Le mie zampe ancora non si sono riprese dallo shock. Mettiamola così: questa è stata la recensione più faticosa che io abbia dovuto scrivere, ad oggi. Sono sfibrato e stanco. Da questo lato, funziona: ti incentiva a camminare di più, per raggiungere l’obiettivo che ti sei prefissato.

Il tracker

Fitbit tiene conto dei passi, dell’altitudine, calorie, distanza percorsa e delle dormite (tutte queste informazioni le visualizza sullo schermo OLED di cui è dotato), dove per quest’ultime registra anche il tempo che abbiamo impiegato ad addormentarci e il numero di volte che ci siamo svegliati. Al contrario del Jawbone UP, il Fitbit ha il classico aspetto del contapassi; lo si porta alla cintura o lo si mette in tasca. Quando si dorme lo si mette sul braccio, con un’apposita fascia (non dà per nulla fastidio). Le storie di gente che l’ha perso fioccano, quindi io alla cintura ce l’ho portato solo per i primi quattro giorni. Poi è finito nel taschino minuscolo ed inutile dei jeans. Trattandosi però di un oggetto piccolo mi sembra facile che esca inavvertitamente, e si finisca col perderlo. Una brutta prospettiva, per un’affare di 99$.

(Di recente ho avuto un’illuminazione di cui sono particolarmente fiero: prendere una di quelle cinture che alcuni usano nei viaggi, con una piccola tasca interna per nascondere i soldi. Potrebbe essere una buona soluzione.)

Mi pare piuttosto preciso nel raccogliere i dati. Certo, ci sono cose che vorrei facesse e non fa. Per esempio è in grado di svegliarmi la mattina vibrando, ma invece che farlo ad un orario preimpostato sarebbe bello se come l’UP fosse in grado di determinare la fase di sonno leggero e svegliarmi durante quella — in modo che fossi riposato e pimpante. Sono anche convinto che l’activity tracker ideale dovrebbe avere il GPS: in tal modo potrebbe creare una mappa, indicando le zone attive e quelle passive, rendendo i suggerimenti su come migliorare più accurati.

Ma in generare, tutte le soluzioni in commercio più o meno si equivalgono. Se lo chiedete a me, avrà successo l’activity tracker che sarà più bravo nel leggere i dati, ovvero nel dare una prospettiva e un contesto a quello che raccoglie. Come sempre, l’hardware da solo non vale una mazza: sarà il software a fare la differenza. L’applicazione per iPhone e il sito: chi li farà meglio sarà anche chi, probabilmente, col tempo avrà più successo. Il Fitbit non è messo molto bene, da questo punto di vista. Ma la situazione è mediocre ovunque, ancora non c’è nessuno che eccelle in questo campo. C’è però, scegliendo il Fitbit, un vantaggio che gli altri non hanno: le API, appunto.

L’applicazione e il sito

Non è granché: i dati che fornisce sono piuttosto scarsi, privi di un contesto ampio a sufficienza. È deludente che lo schermo retina dell’iPhone 5 dia quasi la stessa quantità di dati del display OLED del Fitbit. Potrebbe, e dovrebbe, fare di più. È mediocre, strutturata non proprio bene e ricca di parti superflue: la sezione che consente di tenere traccia del numero di bicchieri d’acqua bevuti nel corso della giornata e il sistema per inserire le calorie consumate, macchinoso, complesso e per nulla intuitivo. Capisco che alcuni possano trovare utili queste cose, non serve eliminarle del tutto: basta fare due applicazioni. Una per la gestione del Fitbit e una per un healt graph più esteso.

L’idea è che il Fitbit sia più utile se l’utente si impegna spiegandogli cosa ha mangiato nel corso della giornata, il problema è che l’impegno è davvero grande, anche per cose — come prodotti industriali — che dovrebbero essere facili da inserire. Persino registrare le calorie di un panino di McDonald’s è complesso, dato che all’utente vengono presentate varianti su varianti, opzioni e alternative. Invece che cercare la perfezione dei dati, non sarebbe meglio bilanciare accuratezza con semplicità e fare un’approssimazione? Approssimazione che, a meno che non si mangi sempre in posti come McDonald’s, sarà comunque inevitabile quando si cucina in casa.

La parte del “food tracking” è sostanzialmente inutile: l’ho usata una giornata e poi buttata via. Altrettanto incasinata la parte che permette di tenere traccia delle attività svolte (nel registrare una corsa, ad esempio, ci si trova di fronte a venti tipi diversi!). Un’enorme fatica che pochi saranno disposti ad affrontare. Il resto è utile ma troppo essenziale.

Il sito non è da meno, dato che offre le stesse funzioni dell’applicazione. La mia più grande delusione è che non fa nulla per rendere i dati raccolti interessanti. A parte tracciare i grafici più banali e scontati; esempio: lo storico dei sette giorni di dormite. Non gioca con i dati, non li relaziona, non cerca un modo di incrociarli che stupisca. Fortuna che ci sono le API. Notch è uno di quei siti che, sfruttando le API ufficiali del Fitbit, queste cose le fa. Le API permettono, fra le altre cose, di importare i dati su RunKeeper e utilizzare Google Docs per creare i propri grafici personali (quest’ultima cosa è molto utile). Purtroppo ad oggi non offrono molto altro, ma spero che nel tempo l’adozione da parte di terzi aumenti.

C’è una cosa che mi ha fatto alzare le sopracciglia: l’azienda vende un servizio che chiama Fitbit Premium e attraverso il quale offre al cliente, che ha pagato 99$ per un oggetto, quei servizi che già dovrebbe dargli gratuitamente: un’allenatore virtuale che lo sproni a fare di più, un contesto ai dati raccolti. Una lettura che li renda utili senza fatica per l’utente. Ho dormito 4 ore: cosa significa? Cosa comporta? Se questa assenza di base potrebbe anche essere accettabile è vergognoso che io, in quanto utente normale non abbonato a quel servizio, non possa scaricare i miei dati. La cifra per effettuare il download di quello che mi appartiene è 49$ all’anno.

Conclusione

Abbiamo bisogno di dispositivi che facciano silenziosamente queste cose per noi — braccialetti come l’UP, bici, cardiofrequenzimetri e bilance — e si connettano a un sistema centralizzato che  compili le informazioni e le renda utili per noi. Questi device devono fare tutto questo con la minore interazione necessaria, così che le nostre attività rimangano il più naturale possibile. Invece che tribolare con un’applicazione per iPhone, semplicemente prendiamo la bici (con un modulo GPS integrato) che da sola si preoccupa del data tracking e fa l’upload per noi, mentre qualsiasi servizio abbiamo scelto si preoccupa di raccogliere i dati. — Kyle Baxter

Un oggetto di questo tipo non serve a niente se non c’è del lavoro dietro i dati raccolti. Un oggetto di questo genere dovrebbe suggerirti cosa fare per migliorare, indicarti quali sono i giorni più attivi e quelli più passivi, quali le ore sedentarie e quali no, magari chiedendoti per le prime dove ti trovavi e dicendoti cosa potresti fare per migliorare. Questo lavoro, semplicemente, non c’è. O ce n’è poco. Quindi se prendete un Fitbit, sappiate che toccherà a voi farlo. Al momento il Fitbit i dati si limita a raccoglierli: non è abbastanza.

È un oggetto che richiede lavoro da parte dell’utente, non fa molto da solo e dovete impegnarvi perché si riveli utile. Ma non credo sia un difetto del Fitbit: credo sia una cosa di tutti gli activity tracker, che hanno ampi margini di miglioramento e al momento restano un oggetto per appassionati del quantified self. Sono soddisfatto del Fitbit in sé, non lo sono dell’applicazione e del sito.

Se dovessi dare un voto, darei 8/10 al tracker e poi direi all’ecosistema che gli è stato costruito attorno di tornare al prossimo appello, che proprio non ci siamo. Ragione per cui prendetelo solo se avete voglia di perderci tempo: con le API, con Google Docs, con servizi alternativi.

Lo trovate su Amazon o sul sito ufficiale, a €99.

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La mia lista di applicazioni da avere su un Mac

Il wallpaper in fotografia è di fiftyfootshadows

Una settimana fa ho mandato in pensione il mio vecchio e stanco MacBook Pro (early 2008) sostituendolo con un MacBook Air 13″. Questa volta, a differenza di altre, ho preferito non trasferire nulla sul nuovo computer — a parte file fondamentali e libreria musicale. Per questa ragione mi sono ritrovato a scaricare tutti i programmi che avevo da capo, non in blocco però: aggiungendoli mano a mano che la necessità di averli si presentava.

Ho pensato che una lista di applicazioni fondamentali potesse essere utile, che magari in questo periodo sono in molti a cambiare computer (o a comprare un Mac per la prima volta!). Tenendo presente che alcune sono legati strettamente all’uso che io faccio del Mac, altre invece sono utility che chiunque dovrebbe avere:

  • CloudApp (menù bar, gratis), per condividere rapidamente immagini su Twitter o altrove.
  • Dropbox (utility, gratis). Va beh, ovvio. È stata la prima cosa che ho installato.
  • DragonDrop (utility, € 3), migliora il drag & drop di OS X agevolando lo spostamento dei file da una cartella all’altra. Dovrebbe essere inclusa di default nei Mac.
  • Trickster (menù bar, € 7,50), mostra gli ultimi file con cui abbiamo interagito e permette di accedervi in un lampo (ndr. in prova).
  • ClipMenu (menù bar, gratis), per avere una cronologia dei ⌘ + C che abbiamo fatto
  • iStat Menu (menù bar, € 12), per avere sotto controllo lo stato del Mac. Personalmente lo uso soprattutto per la batteria, mi dà informazioni dettagliate sui cicli e la salute.
  • Bartender (menù bar, € 11,75), ora che abbiamo aggiunto tutte ‘ste cose alla menu bar serve qualcosa per nasconderle: questa applicazione aggiunge un’altra icona alla menù bar che rivela, se cliccata, una seconda menù bar con gli elementi meno importanti — selezionati a nostra scelta. Sembra un casino, non lo è: è utilissima.
  • Alfred (gratis oppure €18), per fare qualsiasi cosa senza mai togliere le mani dalla tastiera. Spotlight, fatto meglio.
  • Bowtie (utility, gratis), mini player per iTunes, Spotify e simili.
  • DropZone (utility, € 7,50), aggiunge a destra o a sinistra dello schermo una serie di icone che permettono di svolgere azioni. Io lo uso soprattutto per caricare immagini su Amazon S3.
  • SelfControl (utility, gratis), blocca l’accesso a una lista da noi predefinita di siti. Tipo, facebook. Utile per evitare di distrarsi.
  • Transmit (web development, € 25), client FTP molto molto bello.
  • Hazel (utility, € 18), aiuta a tenere in ordine il Mac. Gli si può dire per esempio di spostare automaticamente nella cartella Musica i file musicali che si trovano nella cartella Download, e altre robe simili.
  • Chocolat (€ 36), text editor (ndr. in prova).
  • PopClip (utility, €  4,49), evidenziando del testo visualizza un popover stile iOS, dal quale si può tradurre il testo selezionato, cercarlo su Google, vedere la definizione di una parola nel dizionario e altre cose, a seconda di come la si configura (grazie a @jackalstudio)
  • Soulver (€ 17,99), va provata per capire bene cosa sia e quanto bene funzioni. A metà fra una calcolatrice, un foglio elettronico e un normale file .txt, imbattibile per semplicità: se vi trovate spesso a fare calcoli è da avere.  (ndr. in prova)
  • Coda 2 (web development, € 56), se lavorate sul web da avere. L’ho usato per creare il tema di Bicyclemind, mi sono trovato benissimo. In alternativa, anche Espresso non è male.
  • iA Writer (scrittura, € 4,49), lo uso per prendere appunti in università o scrivere meravigliosi articoli come questo, evitando distrazioni. Ho già scritto fino alla noia quanto mi piaccia questo software.
  • Evernote (gratis), ci si butta dentro un po’ di tutto, da ricette a appunti universitari — serve a quello, del resto.
  • 1Password (utility, € 45), altro software fondamentale per gestire password e informazioni private quali carte di credito.
  • Skype (gratis), sai cos’è.
  • Caffeine (utility, gratis), per tenere sveglio il Mac ed evitare che vada in stop.
  • JustNotes (scrittura, € 8,99), per rapide note testuali sincronizzate, volendo, con Simplenote (io preferisco Dropbox). È un’alternativa un po’ più bella a National Velocity, che comunque resta un gran bel software. C’è anche una versione gratuita, che però può restare aperta per massimo 30 minuti.
  • Carbon Copy Cloner (utility, € 33), per i backup.

Se avete qualcosa da suggerire che non appare nella lista, @philapple su twitter.

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I MOOC e il futuro delle università

MOOC è un acronimo piuttosto brutto che sta per Massive open online course, viene usato per indicare i corsi che vengono tenuti via web. Coursera e Udacity sono due siti descritti dall’acronimo: entrambi distribuiscono e raccolgono corsi di prestigiose università (Princeton, Stanford, MIT, …), gratuitamente attraverso la rete. Udacity, per dare un’idea, dice di avere più di 739,000 studenti. È nato nel 2011 dopo che Sebastian Thrun decise di mettere in rete il corso da lui tenuto a Stanford sull’intelligenza artificiale, raggiungendo un pubblico di 160,000 studenti provenienti da più di 190 diversi paesi. Il successo dell’esperimento lo portò a lasciare il suo lavoro a Stanford e fondare Udacity. L’idea generale, su cui si discute di questi tempi, è che l’istruzione si trovi in questo momento nella stessa situazione in cui si è trovata l’industria musicale quando è spuntato Napster: di fronte a un cambiamento radicale. Ne ha scritto Clay Shirky sul suo blog:

Once you see this pattern—a new story rearranging people’s sense of the possible, with the incumbents the last to know—you see it everywhere. First, the people running the old system don’t notice the change. When they do, they assume it’s minor. Then that it’s a niche. Then a fad. And by the time they understand that the world has actually changed, they’ve squandered most of the time they had to adapt. It’s been interesting watching this unfold in music, books, newspapers, TV, but nothing has ever been as interesting to me as watching it happen in my own backyard. Higher education is now being disrupted; our MP3 is the massive open online course (or MOOC), and our Napster is Udacity, the education startup. We have several advantages over the recording industry, of course. We are decentralized and mostly non-profit. We employ lots of smart people. We have previous examples to learn from, and our core competence is learning from the past. And armed with these advantages, we’re probably going to screw this up as badly as the music people did.

Ovviamente i dubbi riguardo i MOOC sono molti. Pare che solo il 10% degli iscritti abbia portato a termine i corsi, altri si domandano sulla validità di un certificato ottenuto via internet, ma soprattutto l’obiezione principale è come possa un computer sostituire l’esperienza di una lezione tenuta da un professore. In parte Udacity e Coursera snobbano queste domande, e vanno avanti imperterriti per la loro strada. Sembrano dire “ci penseremo in seguito, ad affrontare i problemi”, nel frattempo comunque le cose cambieranno lo stesso — ed infatti stanno cambiando. Però Shirky ha provato attraverso un’analogia con il mercato musicale a spiegare la differenza fra un corso in rete e una lecture, tenendo conto non solo dell’esperienza (più avvincente?) ma anche del costo del sistema universitario attuale, che continua ad aumentare e al cui problema i MOOC possono rappresentare una soluzione:

Starting with Edison’s wax cylinders, and continuing through to Pandora and the iPod, the biggest change in musical consumption has come not from production but playback. Hearing an excellent string quartet play live in an intimate venue has indeed become a very expensive proposition, as cost disease would suggest, but at the same time, the vast majority of music listened to on any given day is no longer recreated live.

C’è poi da sottolineare che l’obiezione pecca di benevolenza nei confronti delle lezioni tradizionali, ignorando che la maggior parte di queste non sono così entusiasmanti. Per rubare le parole a Shirky, a ogni critica che cominci con “prendiamo Hardvard come esempio” si dovrebbe rispondere “no, non facciamolo”, perché Harvard riguarda una microscopica percentuale degli studenti del pianeta. La maggior parte degli studenti studia in università che non eccellono per qualità, con corsi che non sono affatto l’esperienza insostituibile descritta dai critici dei MOOC. I MOOC non provano a rimpiazzare le università, sono la prima versione di qualcosa di nuovo, che avrà sempre più rilevanza. Nel frattempo, come successo per la musica prima, per i giornali poi, sono un’ottima cosa per l’intero settore dell’istruzione — forse non per le università intese come istituzione, ma per l’istruzione, senza alcun dubbio. Anche solamente perché obbligano le università a porsi delle domande, le costringono a cambiare riscoprendosi con un ruolo più attivo e meno passivo. Eric Mazur, professore di fisica a Harvard, ha di recente abbandonato il sistema delle lecture (che consistono essenzialmente nella trasmissione passiva di informazioni) facendo studiare agli studenti la lezione a casa, da soli, dedicando in tal modo il suo tempo in classe a discutere su quanto appreso, affidando a se stesso un ruolo che i MOOC non possono coprire:

Taking active learning seriously means revamping the entire teaching/learning enterprise—even turning it inside out or upside down. For example, active learning overthrows the “transfer of information” model of instruction, which casts the student as a dry sponge who passively absorbs facts and ideas from a teacher. This model has ruled higher education for 600 years, since the days of the medieval Schoolmen who, in their lectio mode, stood before a room reading a book aloud to the assembly—no questions permitted. The modern version is the lecture.

I MOOC probabilmente non sostituiranno le università (se non altro non quelle valide), scrive Shirky, e sì, al momento pongono svariate problematiche a cui devono ancora dare una risposta, ma la qualità della loro offerta (da alcuni criticata) migliorerà esponenzialmente col tempo e — sembra dire Shirky — evitiamo di demonizzarli perché faranno un gran bene al sistema dell’educazione:

That’s because the fight over MOOCs is really about the story we tell ourselves about higher education: what it is, who it’s for, how it’s delivered, who delivers it. The most widely told story about college focuses obsessively on elite schools and answers a crazy mix of questions: How will we teach complex thinking and skills? How will we turn adolescents into well-rounded members of the middle class? Who will certify that education is taking place? How will we instill reverence for Virgil? Who will subsidize the professor’s work? MOOCs simply ignore a lot of those questions. The possibility MOOCs hold out isn’t replacement; anything that could replace the traditional college experience would have to work like one, and the institutions best at working like a college are already colleges. The possibility MOOCs hold out is that the educational parts of education can be unbundled. MOOCs expand the audience for education to people ill-served or completely shut out from the current system, in the same way phonographs expanded the audience for symphonies to people who couldn’t get to a concert hall, and PCs expanded the users of computing power to people who didn’t work in big companies. Those earlier inventions systems started out markedly inferior to the high-cost alternative: records were scratchy, PCs were crashy. But first they got better, then they got better than that, and finally, they got so good, for so cheap, that they changed people’s sense of what was possible.

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Andiamo sempre meno d’accordo

Interessante pezzo di Clay Shirky su Poynter, in cui l’autore sottolinea una conseguenza della vastità delle opinioni disponibili in rete (e di persone disposte a sostenerle):

Siamo meno disposti a concordare su cosa costituisce la verità, ma non perché siamo recentemente diventati testardi. Siamo sempre stati così. Solo non eravamo a conoscenza di quante altre persone erano così.

La relativizzazione dei fatti e la frammentazione delle opinioni1 fa sì che ci sia sempre qualcuno che non concorda su quanto affermato e ritenga che la sua opinione abbia diritto ad avere uguale spazio e diffusione di quella altrui, anche se non ha alcun collegamento con la realtà e non è supportata da fatti.

Per questa ragione, il fact-checking è probabilmente uno dei ruoli più importanti che i giornali possono coprire e uno dei modi in cui possono ritrovare autorità e importanza nel nuovo panorama mediatico. La soluzione non è dare uguale spazio a qualsiasi opinione, ma valutare la varietà di opinioni disponibili e selezionare quelle che hanno un senso scartando le restanti:

I giornalisti devono operare in un mondo dove nessuna dichiarazione, per quanto triviale, sarà completamente al sicuro da una smentita. [...] Un mondo nel quale ipoteticamente tutte le affermazioni sono disponibili, rende il giornalismo del “lui ha detto, lei ha affermato” una forma di giornalismo sempre più irresponsabile, [da ritenere] sempre meno una via per instaurare un dibattito moderato e sempre più una strada per evadere la responsabilità di informare il pubblico. Cercare la verità consiste sempre meno nella ricerca del consenso, dato che ce ne è meno nel mondo, e sempre più riguarda smistare gli attori rilevanti da quelli irrilevanti. I giornalisti non possono più fare affidamento sugli esperti, come se ogni professore o ricercatore fosse in ugual modo affidabile.

  1. E il fatto che siamo convinti delle stesse, indipendentemente dalla loro validità. Una conseguenza della polarizzazione delle idee

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Persone ridicole

Silvio Berlusconi, nel 2011:

“Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. La vita in Italia è la vita di un paese benestante, i consumi non sono diminuiti, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni”.

Spero che coloro che fanno paragoni fra le proteste in Spagna e le code fuori dagli Apple Store1 — e facebook è pieno di banalità di questo tipo, declinate in modi diversi — si rendano conto che non sono sagaci, né intelligenti. Sono arroganti e pomposi, fanno assunzioni sulla vita altrui sulla base di un singolo elemento. Se me lo permettete, o anche se non: sono dei poveri cretini. Magari questo circolo di intellettuali si scorda che fumando o bevendo birra ogni sera — mentre prende decisioni su come migliorare il pianeta senza mai distrarsi da questo obiettivo — ne spende altrettanti, di soldi. Oppure, vogliono farci credere, loro li investono tutti in volontariato?

Piantiamola, con i moralismi. È un peccato che a ogni lancio di un iPhone si ripeta la solita sequela di banalità, è un peccato che certe persone non riescano a concepire che ciascuno ha interessi e priorità diverse: non c’è nulla di male, nulla, se una persona decide di investire i propri soldi in un iPhone 5. Così come non c’è nulla di male se a quello preferisce altro. Piantiamola con l’immagine delle pecore per rappresentare i clienti, e con tutta questa supponenza — se ci riflettono bene, forse possono rendersi conto che le loro scelte non sono più alternative; che la loro minoranza non è una minoranza.

Concludo, sperando (vanamente, lo so) che il tutto non si ripeta di nuovo al prossimo iPhone o iPad, con queste parole di Lorenzo Fantoni:

Io non mi metterei mai in coda per l’iPhone 5, ma mi sono messo in coda per tante altre cose in vita mia, se fossero migliori o peggiori non lo so. La verità è che tutti ci rendiamo ridicoli agli occhi degli altri per qualcosa, solo che non tutti hanno la sfortuna di avere un fotografo che passa li davanti. [...] Che poi, voi siete proprio sicuri di spendere i vostri soldi (e il vostro tempo) in maniera più etica? Io assolutamente no.

  1. Che poi ci sono code anche fuori dagli Apple Store spagnoli: le cose non sono mutuamente escludibili

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Sul mancato supporto dell’iPhone 5 alla tecnologia NFC

L’unica cosa che manca al nuovo iPhone — avevo scritto a poche ore dalla presentazione — è il supporto alla tecnologia NFC. Non sono stato l’unico a lamentarmi, ma concordo con Matt Drance che i tempi sono prematuri: Apple spesso ha spinto verso nuove tecnologie, adottandole in anticipo con i tempi, e probabilmente nel momento in cui deciderà di inserirla nell’iPhone l’NFC subirà un’espansione improvvisa. Tuttavia, per ora dobbiamo accontentarci di altri sistemi di pagamento.

Passbook, per esempio, che si è rivelato ancora più deludente del mancato supporto a NFC. Non tanto per l’applicazione in sé, ma per il fatto che è nato in sordina e, al momento, non serve a nulla. Il sistema è pronto, ma le applicazioni che lo supportano sono poche e molte persone si stanno chiedendo cosa debbano farci, con questa applicazione.

Passbook si basa sulla localizzazione e i codici QR: quando ci si trova in prossimità dell’evento o del negozio appare una notifica sulla schermata di sblocco dell’iPhone che rimanda al biglietto, alla tessera, al cupon, etc. — contenente il codice QR — con cui è possibile pagare. Starbucks ha annunciato che presto supporterà il sistema, ma Starbucks già offre un’applicazione con cui permette di pagare con il proprio iPhone — sempre affidandosi a codici QR. Funziona? Io la trovo scomoda: i codici QR sono tutto fuorché facili da usare, soprattutto se dietro te si trovano altre 10 persone in coda.

Cap Watkins sostiene, come altri, che Apple non abbia aggiunto il supporto a NFC semplicemente perché non c’è alcun bisogno di supportare NFC. La tecnologia per abilitare un nuovo sistema di pagamento già esiste, si chiama WiFi. Un esempio è Square: non c’è nemmeno bisogno di estrarre l’iPhone dalla tasca, è sufficiente dire il proprio nome al barista. Tutto ciò grazie al GPS e Internet; nessun uso dell’NFC.

Io però credo che l’NFC serva anche a altro e che, comunque, sarebbe molto più comodo dei codici QR. Estrarre l’iPhone dalla tasca sarà faticoso, ma lo è ancora di più centrare il codice QR — piuttosto che semplicemente poggiare il cellulare su un rilevatore NFC. Le tessere della metropolitana, che al momento si basano sull’RFID, potrebbero essere sostituite da un cellulare abilitato a NFC1. Non puoi basare l’accesso alla metro sul WiFi e sul GPS perché l’afflusso di persone è spesso enorme, e quindi è necessario che ciascuno dei passeggeri timbri il biglietto nel modo più rapido e univoco possibile.

Potrei andare avanti con svariati esempi (uso una tessera RFID per accedere alla biblioteca, ai vari dipartimenti dell’università e persino nella residenza universitaria), ma non è necessario: il punto è chiaro. I pagamenti non sono l’unica cosa che verrebbe rivoluzionata dall’arrivo dell’NFC. C’è anche altro, da considerare.

  1. Ci sono problemi sulla velocità del sistema. TFL (Transport for London) lo ha sperimentato e ritenuto troppo lento. Ma può essere migliorato, credo.

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Cosa c’è da sapere sull’iPhone 5

Se avete letto i rumors i giorni scorsi siete già a posto: l’iPhone 5 è come si immaginava che fosse, ha tutte le caratteristiche che erano state previste. Citando Mantellini, l’unica sorpresa è stata il colore degli iPod. Altrimenti:

  • È più lungo. In soldoni: ci sta una riga in più di icone nell’Home Screen, oppure un tweet in più in Tweetbot. Significa anche letterbox (una barra nera sopra e sotto lo schermo), per le applicazioni che non si adatteranno
  • È l’unica cosa che è aumentata, l’altezza. Per il resto è più leggero e più sottile. E vuole le NanoSIM, le Micro non gli garbano più
  • Il retro è perlopiù di alluminio racchiuso, sopra e sotto, da due fasce in vetro. Ma se cade, si frantuma comunque
  • Il connettore, nuovo, più piccolo, si inserisce in ogni direzione — non come prima, che si sbagliava sempre il senso d’ingresso
  • Supporta LTE. Sarebbe bello, peccato tu viva in Italia
  • Ha un processore A6, veloce il doppio
  • Nonostante questo, la batteria dura di più
  • La fotocamera, da 8 megapixel e funzione Panorama, è forse uno dei principali miglioramenti. Apple la migliora molto, di anno in anno. Ben Brooks sostiene che funzioni da strumento di marketing: i nostri amici vedono le meravigliose foto che scattiamo con l’iPhone 5 = un altro iPhone 5 venduto
  • I prezzi sono identici
  • Arriva il 28 Settembre, in Italia (nei Paesi seri e rilevanti il 21)

Note a margine su altri prodotti presentati ieri che però non ci interessano particolarmente:

  • Hanno presentato i nuovi iPod. La notizia è che gli iPod sono ancora in commercio. Poi hanno presentato i nuovi Newton
  • iPod Nano: non si può più usare come orologio ed ha delle icone rotonde che, THE HORROR! THE HORROR!
  • iPod Touch: forse il più bello fino ad oggi. Però dai colori si capisce chiaramente che è pensato per bimbi. C’è anche un laccetto incluso, così glielo si affranca al braccio e non gli cade
  • Nuove cuffie: sembrano terribilmente scomode, dicono siano terribilmente comode

Cosa dire a quelli che sono delusi e che dicono Apple-non-innova-più:

A me sembra sia un ottimo iPhone, l’unica cosa che avrei voluto e che non ha è il supporto alla tecnologia NFC. Ma è una cosa che vorrei io e che sapevo non ci sarebbe stata (era circolato come rumors, poi subito smentito). I miglioramenti sono incrementali, e del resto non mi pare che dal punto di vista dell’hardware si potesse fare di più. Non è che i Samsung o i Nokia siano diversi, se i miglioramenti li misuriamo sul lato dell’utilità e non di quanto di anno in anno gli aumentano le dimensioni dello schermo.

Forse a lasciare scontenti è iOS 6. Anche in questo caso si tratta solo di un miglioramento incrementale, ma data la concorrenza in questo caso non è sufficiente.

Cosa dire sugli utenti Android che ieri sera su Twitter commentavano la conferenza reinterpretando una favola di Fedro:

Siete pallosi.

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Apple ha brevettato l’angolo smussato

Antonio Dini su WIRED:

Per quanto riguarda il design dell’iPhone, dire che “Apple ha brevettato l’angolo smussato” in un paese che deve buona parte della sua credibilità alle scuole di design e all’esportazione del Made in Italy secondo me è un autogol che rasenta la malafede. Andate allora a dire ad Armani che ha fatto solo una camicia? O alla Ferrari che ha fatto la macchina con due sportelli? E se arriva un coreano che fa la camicia di Armani o la Ferrari, tale e quale che non le distingui se non ti metti seduto sotto una buona luce a guardare con calma, gli dici che fa bene perché così aumenta la scelta dei consumatori e i prezzi sono più bassi?

Alcune delle cose che leggo in questi giorni in quel fantastico luogo, Google Plus, caratterizzato da un sur(Plus) di gente che accompagna i propri illuminati pensieri con l’hastag #BoycottApple:

  • È solo un rettangolo con gli angoli smussati. Con questo fine ragionamento possiamo ridurre tutto a una forma primaria e liquidare qualsiasi argomento, per eccesso di semplificazione.
  • Ci sarà meno scelta per il consumatore! Come scrive Dini, solo se più scelta equivale a offrire prodotti copiati; ma allora dovremmo tutti comprare merce falsificata e scaricare musica pirata.
  • I telefoni costeranno di più! E perché mai? È un costo insignificante che va a perdersi nella marea di altri costi che già Samsung deve affrontare. Non preoccupatevi, Samsung non ha un margine del 10% sull’hardware che vende.
  • È una vittoria per Samsung. Perché Apple avrebbe dimostrato che i suoi prodotti sono identici ma costano di meno, sostengono questi. C’è gente che ci crede.
  • Apple blocca l’innovazione. L’ho lasciata per ultima perché è la più assurda. Questo è successo perché Samsung non ha innovato affatto. Perché ha copiato, fine. Se Samsung avesse fatto un minimo di sforzo nel creare qualcosa di originale tutta questa vicenda ce la saremmo potuta evitare.

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La verifica in due passaggi, come e perché abilitarla

Dopo quanto successo a Mat Honan, il suggerimento di molti per difendersi da attacchi di quel tipo è stato quello di consigliare l’attivazione della verifica in due passaggi. La verifica in due passaggi è un’opzione che offre Google per autenticarsi al suo sito, che se abilitata affianca alla classica password un codice — da inserire quando si effettua il login — che viene recapitato ogni volta tramite SMS. Per autenticarsi vengono richieste dunque due cose:

  • Qualcosa che si conosce: la propria password
  • Qualcosa che non si conosce, generato in automatico: un PIN di verifica, della durata di pochi minuti

Volendo, per evitare l’SMS, si può installare sul proprio iPhone Google Authenticator, un’applicazione che genera questi codici a scadenza. È inoltre consigliabile conservare nel proprio portafoglio dei codici di backup, ovvero dieci PIN che possono tornare utili nelle occasioni in cui l’iPhone non abbia possibilità di collegarsi alla rete.

Ovviamente non è il caso che ci tocchi inserire un PIN anche quando accediamo alla mail tramite il nostro computer: almeno in questa situazione la doppia autenticazione può essere disabilitata, per un periodo di 30 giorni o anche più. Siccome la doppia autenticazione avviene tramite web, il problema della sicurezza per i client di posta viene risolto generando una password diversa per ciascuna di essi (che ovviamente non serve ricordare, ma va trattata come fosse un codice di autorizzazione da inserire una volta sola e mai più).

Google Authenticator è aperto, questo ha fatto sì che anche altre aziende lo implementassero nei loro servizi. Per esempio, io lo uso anche con WordPress1. È un vero peccato che Apple non sia così attenta alla sicurezza con iCloud, ed è anche certo che iCloud dovrebbe offrire una sicurezza ulteriore rispetto a quella data da una banale password.

Un altro servizio che mi piacerebbe offrisse la doppia autenticazione, anche visti i suoi recenti problemi con la gestione dei dati degli utenti, è Dropbox. Fortunatamente, sembra ci stiano lavorando.

  1. Altri servizi supportati: DreamHost, Amazon Web Services

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La guida sintetica al processo Samsung e Apple

Lo scontro fra Apple e Samsung si è spostato in California. Se vi sentite confusi fra i brevetti e tutte le recriminazioni dell’una e dell’altra parte troverete utile (e esaustivo) il pezzo che The Verge ha pubblicato, in cui sintetizza gli argomenti di entrambe le aziende. Di quel pezzo ne faccio un riassunto ancora più sintetico.

* * *

L’argomento di Apple è molto semplice: sostiene che Samsung abbia copiato il trade dress dei suoi prodotti e che si sia avvantaggiata ingiustamente degli investimenti, in ricerca e sviluppo, di Apple in questo settore. Samsung deve difendersi da questa accusa e per farlo proverà a dimostrare che anche Apple, azienda relativamente recente in questo settore, si sia avvantaggiata a sua volta di anni e anni di ricerca e investimenti di Samsung.

Samsung si deve difendere anche dall’accusa principale, quella di avere copiato il trade dress dell’iPhone e iPad:

Probabilmente non avete mai sentito il termine trade dress prima di oggi, ma vi scontrate con lui tutti i giorni: rappresenta gli elementi di un prodotto che lo rendono riconducibile a una certa azienda. L’esempio classico è la bottiglia della Coca-Cola: la forma caratteristica della bottiglia è riconoscibile almeno quanto la parola Coca-Cola stessa (*)

“Il problema del rettangolo nero di Apple” (Apple’s black rectangle problem) è la frase utilizzata da Samsung per descrivere i brevetti relativi al design dell’iPhone, che ritiene generici e quindi poco indicativi. In aggiunta, Samsung proverà a dimostrare che il design dell’iPhone non è originale, ovvero come anche Apple abbia tratto ispirazione da altre aziende (nello specifico da Sony).

Apple vuole in totale 2.525 miliardi di dollari da Samsung, Samsung vuole 14.40 dollari per ogni iPad e iPhone venduti. Samsung accusa Apple di fare uso indebito di vari brevetti relativi alla connettività 3G (da lei detenuti) e per questo chiede una percentuale, 2.4% del costo di ogni iPad e iPhone (da dove venga questa cifra non è chiaro, dalle carte). Apple potrebbe difendersi facendo notare che acquista i suoi chip da Intel, la quale regolarmente paga Samsung per l’uso di queste tecnologie.

L’accusa di Apple è piuttosto semplice, ma difficile da difendere in sole 25 ore di processo a causa della varietà dei prodotti di Samsung. Apple ha quindi chiesto di poter ricondurre i vari device di Samsung a più categorie rappresentative. Questo perché mentre Samsung si trova a dover fare riferimento a pochi prodotti, e quindi a poterli analizzare accuratamente tutti quanti, Apple deve fare riferimento all’offerta di Samsung, ben più varia e differenziata.

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Benvenuto su Bicycle Mind

Quando qualcuno mi chiede dove scrivo — non che succeda spesso, ma capita durante quei meeting di blogger che la gente normale non frequenta —, e io gli rispondo su un blog che si chiama Mac Blog, li vedo che mi guardano come a dire beh, che nome, che fantasia, un po’ anonimo, non trovi?

Già, un po’ anonimo. Sono d’accordo, ma l’ho creato nel 2005, avevo 15anni allora, e il me del 2005 che ne so, che pensava, mentre sceglieva questo nome. Il fatto è che non è solo anonimo, ma è anche sbagliato. Perché limita attraverso il titolo l’argomento al Mac e, come potete notare, è da un po’ che qua si parla anche d’altro — non solo di Mac.

Quindi, si cambia nome.

* * *

Sei su Mac Blog, anche se non sembra, solo che dopo 7 anni non si chiama più Mac Blog. Si chiama Bicycle Mind 1, in onore di una cosa che disse una volta Steve Jobs che ritengo esprima bene quello che penso delle cose di cui parlo, su queste pagine, tutti i giorni:

“And that’s what a computer is to me. What a computer is to me is it’s the most remarkable tool that we’ve ever come up with, and it’s the equivalent of a bicycle for our minds.”

Gli argomenti resteranno gli stessi, solo che da oggi verranno pubblicati sotto un nuovo nome e, come puoi notare, una nuova grafica. La nuova grafica, creata partendo da mnlist, ma che ora con mnlist non ha più nulla a che fare, è stata creata con una sola cosa in mente: la lettura.

Questa è la ragione per cui il font — non è meraviglioso? — potrebbe sembrare enorme. Questa è la ragione per cui non c’è nemmeno una pubblicità. Non prometto che le cose resteranno così, forse una — piccola piccola, non fastidiosa, bella per quanto nei limiti del possibile — sarà necessario inserirla prima o poi. Ma se al momento questa piacevole assenza è possibile è grazie agli iscritti alla MEMBERSHIP 2.

Cambiano alcune cose, per esempio non ci sono più i commenti. Un po’ mi dispiace, un po’ è stato necessario. Non ci saranno fino a quando non troverò un modo intelligente di integrarli, il che significa un sistema che stimoli la discussione, il dibattito, ma eviti i flame e gli idioti. Quindi, si capisce, resteranno disattivati a lungo.

Questo non significa che, se lo vorrai, non potrai ribattere a quello che scrivo: potrai farlo sul tuo blog o rispondermi twitter. In entrambi i casi però il tuo commento apparirà chiaramente legato al tuo nome, e se scriverai cose stupide andrai a rovinare il tuo spazio personale, non il mio.

Ci sono anche alcune novità per quanto riguarda i post. Ci sono i linked-post, ma quelli già c’erano, ci sono però anche altri post speciali (come i CIT., per occasionali citazioni).

Detto questo, spero vi piaccia.

  1. Devo ammettere di aver rubato il nome a Stephen Hackett, ma solo dopo che lui ha deciso di non usarlo
  2. Ci sono delle novità anche riguardo alla membership: ne parlerò a breve, in un futuro post

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Gli ebook non si pubblicano da soli

In una delle ultime puntate, ovvero la 15, di quel fantastico podcast conosciuto come ‘Brevi accenni‘ avevamo, io e Diego, sostenuto la necessità che gli ebook venissero regalati con l’acquisto di una copia cartacea del libro, in una sorta di bundle che si rivelerebbe vantaggioso sia per il lettore che per la casa editrice. A sostegno di questa tesi ho due punti:

  • Che agli editori interessi soprattutto vendere il cartaceo, e così facendo ne incentivano l’acquisto. Nessuno, che io sappia, una volta acquistato il cartaceo compra anche l’ebook — quindi la ‘cannibalizzazione’ delle possibili vendite sarebbe minima
  • Che quello che io acquisto è un contenuto, non un oggetto, e dunque devo poi poterne usufruire come preferisco. Esattamente come acquistando un CD posso poi importarne le tracce in iTunes, o abbonandomi all’edizione cartacea del New York Times ho accesso gratuito a quella online, quando acquisto un libro dovrei poterlo leggere dove voglio

Bravo, ma gli ebook non si creano da soli: è questa l’obiezione principale. Gli ebook hanno un costo, l’editore non può permettersi di regalarli. Sul New Yorker Ken Auletta spiega che il costo di produzione di un ebook rispetto a un cartaceo è infatti inferiore solo del 20%: si perdono le spese relative alla carta, di spedizione e stampa, e quelle dei libri invenduti ma ce ne sono di nuove, come la digitalizzazione dei vecchi libri e la manutenzione dei server, oltre i vecchi costi che permangono, come gli stipendi degli editor e dei traduttori.

La mia idea è che i lettori sono menefreghisti e, per questo, poco interessati a questi dettagli. Non è raccontando loro quanto costa la produzione di un libro che gli editori li convinceranno a pagare sia il cartaceo che l’ebook, o a tenere alti i prezzi di quest’ultimo. Come diceva Jeff Bezos in una recente intervista, l’editore deve adattarsi per sopravvivere. Lamentarsi non servirà a nulla.

Sono invece meno propenso a dare ragione a Jeff Bezos quando afferma che l’editoria, intesa come intermediario fra scrittore e lettore1, è finita perché troppo dispendiosa, in risorse. L’articolo di Ken Auletta è interessante proprio nel punto in cui spiega come l’editoria tradizionale, in realtà, svolga dei ruoli fondamentali e aiuti i libri più di quanto non si creda:

Il modello tradizionale ha dei vantaggi per gli autori, soprattutto nella funzione dell’editore come finanziatore. Quando un autore vende una proposta a un editore, riceve un anticipo sulle royalties, anticipo che gli permette di fare ricerca e scrivere il libro. Gran parte di questo anticipo non tornerà mai indietro. Ma i libri che vendono bene supportano quelli che vendono male. In un buon anno, questo permette all’editore di guadagnare una cifra modesta e permette a nuovi autori di arrischiare dei nuovi progetti. In un mondo più efficiente gli editori pagano gli autori dei best-seller e raramente pagano gli altri, in una prospettiva allarmante per i lettori e gli scrittori.

  1. Come se anche Amazon, a sua volta, non fosse un middle man

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Il sogno infranto delle galline

Riguardo Volunia, argomento fino ad oggi volutamente evitato su queste pagine perché se mi mettessi a recensire e parlare di ogni startup che crede di essere innovativa e speciale annoierei tutti infinitamente, ho solo due cose da dire. Le dico, velocemente, sotto forma di appunti, sapendo che andrebbero entrambe sviluppate maggiormente.

La prima cosa riguarda la retorica stantia e noiosa sull’Italia, tutti orgogliosi di un prodotto solo perché può vantare del tricolore, di un Marchiori che ricorda in ogni occasione e ad ogni evento di avere milioni di proposte estere, proposte che puntualmente rifiuta perché desidera rimanere in Italia e lottare 1. Lodevole, ma questo deve essere un elemento di contorno, non il fulcro di tutto, non deve essere la sola ragione per cui si parla del progetto. E invece fiumi di parole a ricordare a noi, in ogni occasione, che il prodotto è italiano, frutto di menti italiane.

Se il mio obiettivo fosse l’arricchimento personale, avrei da tempo abbandonato l’Università e l’Italia e accettato una delle offerte provenienti dall’estero. Mi sono invece immerso anima e corpo in questo progetto per la bellezza di far progredire il mondo del web, per il piacere di dare una scossa al futuro e fare qualcosa di utile. Ed anche per altri motivi, come quello di dare stimoli all’Italia, mostrare che si deve cercare di innovare, e non serve necessariamente scappare da questo Paese per farlo.

Essendo io una persona strana, il luogo di sviluppo e nascita di un progetto sono fra le ultime cose a cui faccio caso quando mi iscrivo a un sito. Essendo una persona originale, io mi iscrivo a un sito se è bello e se il prodotto che offre funziona. Essendo stravagante, la nazionalità degli sviluppatori è in secondo (anzi, terzo) piano. Invece mi sembra che l’unica ragione per cui la stampa ha tanto parlato di Volunia è che Volunia è nata in Italia.

Ora, Volunia, grande esempio di quello che l’Italia può far nascere, aveva:

  • Una grafica così bella che veniva voglia di navigare il sito disattivando il CSS
  • Non funzionava

Il sito non funzionava. Il motore di ricerca non ricercava, le metamappe di per sé risultano piuttosto inutili. Ecco perché è fallito. Mica perché è difficile innovare in Italia2. Mica per la miopia degli investitori.

La seconda cosa che voglio dire, la faccio corta, è che la lettera in cui Marchiori annuncia il suo ritiro, inviata alla stampa, e pubblicata acriticamente dalla medesima, rappresenta bene un altro problema italiano. In Italia manca la cultura del fallimento, dice Riccardo Luna (ex direttore di Wired Italia) commentando le reazioni del web alla lettera. Vero, ma manca anche un’altra cosa: la cultura del prendersi la responsabilità delle cazzate che si fanno.

Volunia l’hai fatto te, Marchiori. L’hai promosso, diffuso e portato avanti. Ne hai parlato per mesi alla stampa, creando un immotivato hype, e ora te ne tiri fuori, dicendo che eri già a conoscenza di tutti i problemi — dovuti ad altri, non a te. Hai lavorato e promosso un progetto in cui non credevi, dicendo però, fino a ieri, ai giornali che quello era un grande progetto che rappresentava quello che l’Italia può essere in grado di fare.

Manca la cultura del fallimento (e magari dell’essere in grado di ammetterlo, anche), ma questa cosa qua, che roba sarebbe? La cultura del non sono stato io, la colpa e i problemi sono sempre da dare a terzi?

  1. Sul tema, Volunia è nato vecchio perché è figlio dell’università, Paolo Bottazzini su Linkiesta.it
  2. Non sto negando che lo sia, manca sicuramente il dare spazio e fiducia alle nuove idee, la cosiddetta cultura del fallimento. Ma Volunia non ce l’ha fatta per altre ragioni

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La mistificazione delle conversazioni faccia a faccia

Sherry Turkle — autrice di Alone Together — ritiene che abbiamo sacrificato la “comunicazione” per una mera connessione. Ne ha scritto in “The Flight From Conversasion“, assieme ad altre asserzioni più o meno condivisibili. Che frequentemente si condivida senza pensare alla cosa condivisa, riponendo quasi più valore nell’atto stesso che nel messaggio, è quanto mai vero. Che spesso abusiamo della connessione è un’idea tanto giusta quanto banale: sì, a volte ci lasciamo prendere da internet, ne facciamo un uso smodato e finiamo col venirne completamente assorbiti. L’invito — presente nell’articolo — ad usare i nostri iPhone più consapevolmente, che significa evitare di avere uno sguardo perennemente fisso sullo schermo, alienati dal mondo esterno, è senza dubbio apprezzabile.

Molto di discutibile ci sarebbe invece nel modo in cui Turkle presenta le conversazioni reali 1, fra due o più persone sedute davanti ad una tazza di caffè, contrapponendole a quelle che avvengono online. Le conversazioni faccia a faccia, dice, sono lente, insegnano ad essere pazienti, sono formate da interlocutori completamente dediti alle stesse e pronti a dedicare il loro tempo alla persona che hanno di fronte.

Io ritengo questo sia falso, sia una mitizzazione delle conversazioni volto a volto — che possono essere anche così ma molte volte non lo sono. Frequentemente sono caotiche, composte da gente interessata solo alla sua opinione e poco accorta nell’ascoltare quella altrui, alcune sono piene di ragionamenti e argomenti fallaci, ai quali non si ha tempo di ribattere, ad altre si ribatte troppo in fretta, alzando i toni e zittendo il nostro interlocutore. Riassumendo, capita che siano meno valide di quelle online. Non è una regola, così come altrettanto non dovrebbe esserlo la visione proposta da Turkle, la quale invece dice che “non importa quanto siano di valore, [Twitter, facebook, le email] non sostituiscono le conversazioni reali” e aggiunge “non funzionano bene quando dobbiamo capire e conoscere una persona”. Sono contrario, credo che la rete e, in definitiva, le parole scritte possano aiutarci a conoscere meglio una persona, o a conoscere parti di lei che a voce abbiamo perso, siano insomma un’integrazione di quella persona. Le conversazioni virtuali sono, se condotte con “fatica”, intesa come dedizione e attenzione, paragonabili a quelle reali, altrettanto valide. Ne parlavo, riguardo questa mia convinzione, lo scorso febbraio in un articolo, “Connettersi meglio“.

Per concludere, c’è un ultimo argomento che Turkle propone, marginalmente in questo articolo ma frequentemente nei suoi scritti. Riguarda l’isolarsi momentaneamente durante una conversazione, nascondersi dietro allo schermo dell’iPhone o iPad mentre si è in presenza di una persona. Questa cosa che ci distraiamo, che anche se siamo in compagnia di altri non ci facciamo problemi ad usare la rete, o inviare SMS, ignorando la persona che abbiamo di fronte. L’argomento ottiene sempre un ampio consenso — “ecco come ci ha ridotto la tecnologia” o, per usare le parole di Turkle, “insieme ma soli“.

La cosa è fastidiosa, se si prolunga nel tempo e a seconda del modo in cui la si compie, ma dobbiamo evitare anche in questo caso di pensare in maniera estremista. A me capitava prima dell’iPhone di isolarmi momentaneamente durante una cena con più persone; davvero i presenti credevano che prima degli smartphone io fossi attento e vigile come ad una lezione universitaria, senza mai distrarmi né dedicarmi ad altri pensieri, ai miei pensieri? Davvero credete che le persone abbiano iniziato a rifugiarsi in se stesse con l’avvento dello smartphone?

Vige la regola del buon senso. Il buon senso di chi parla, a non sentirsi mortalmente offeso se qualcuno si dedica momentaneamente al proprio iPhone, e al buon senso di chi ascolta, a non passare l’intera serata nel suo smartphone; inviando SMS ogni cinque minuti.

  1. Reali, secondo lei, sono tutte le conversazioni che non avvengono in rete

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Kindle e iPad: e se il Retina Display cambiasse tutto?

Possiedo un Kindle 2 (seconda generazione) da Dicembre 20091 — da prima che l’iPad arrivasse sul mercato — e lo utilizzo con soddisfazione da allora. Su questo blog ne ho parlato a lungo e in svariate occasioni nei primi mesi del 2010, spiegando perché l’iPad non lo rendesse obsoleto; al contrario, i due dispositivi potevano convivere.

E quindi? Quindi ne sono sempre meno convinto. Quello che vi dicevo nel 2010 era vero nel 2010 e lo è stato per il 2011, lo è un po’ di meno da quando esiste il Retina Display. Disclaimer: l’iPad nuovo non l’ho ancora provato ma oggi Dan Frakes, su Macworld, conferma i miei timori:

Il nuovo iPad mi ha anche fatto rinunciare al mio Kindle. Sono stato per lungo tempo un fan del Kindle, perché sentivo che quando si trattava di leggere gli ebook il testo semplicemente si vedeva meglio e con una somiglianza più prossima alla carta con la tecnologia e-ink del Kindle piuttosto che sullo schermo retroilluminato dell’iPhone o iPad. Ma il testo è così chiaro sul nuovo iPad che nelle ultime due settimane, tutte le volte che avrei in precedenza appoggiato l’iPad per andare alla ricerca del Kindle, ho preferito tenere l’iPad in mano. Questo potrebbe cambiare nel tempo, continuo ad apprezzare la semplicità e leggerezza del Kindle, ma non avverrà più perché preferisco lo schermo del Kindle per leggere testo.

I vantaggi del Kindle sono vantaggi immanenti che col tempo andranno diminuendo? Forse il Kindle ha la stessa ragione d’esistere di un iPod Touch: costa meno di un iPhone. O per usare un altro termine di paragone: pensate al Kindle nella stesso modo in cui oggi pensereste ad un iPod. È innegabile che ne vendano ancora, di iPod: a persone a cui non basta lo storage interno dell’iPhone per la propria libreria di iTunes, che vogliono un device monofunzione (= Kindle) che abbia una batteria di lunga durata (= Kindle) e che non costi troppo (= Kindle).

I vantaggi del Kindle:

  • Costo contenuto
  • Lentezza (intesa come impossibilità di fare altro e distrarsi) 2
  • Leggerezza
  • Schermo e-ink — si legge anche al sole
  • Durata della batteria

Bisogna anche considerare un altro fattore contro Kindle, che noto molti non degnano d’attenzione: pochi accetteranno di comprare due tablet. Se l’era post-PC porterà in ogni casa un tablet, sicuramente una cifra irrisoria accetterà di spendere altri soldi per un e-reader. Oggi il Kindle ha ancora un senso, per coloro che non possiedono un iPad e vogliono godere dei vantaggi degli ebook senza spendere troppo.

La mia definizione personale del Kindle era “strumento dedicato per la lettura”. Oggi, questa definizione, si restringe a “strumento dedicato per la lettura di romanzi”. Mi sto abituando sempre di più a farne a meno: leggo perlopiù su iPad, giornali e riviste. Ma non solo: libri di testo, slide e materiale universitario. Lentamente, sto marginalizzando l’utilizzo del Kindle, che diventa sempre più come un libro. È un oggetto affascinante e quasi vecchio, rispetto alla tecnologia con cui cerca di competere. Ma è forse — e dico forse perché ho dubbi a riguardo, e devo ancora giungere ad una conclusione certa — destinato a scomparire. E lo sospetta anche Amazon, vedi il Kindle Fire.

Amazon stessa non è particolarmente interessata a Kindle, che vende in perdita: è interessata ad Amazon, a vendere ebook su ogni piattaforma esistente. Kindle è per Amazon molto di più una piattaforma, un ecosistema, una strategia per il futuro piuttosto che un oggetto, un pezzo d’hardware. L’hardware è solo una componente di un sistema molto più ampio, ed importante.

I vantaggi dell’e-ink su uno schermo retroilluminato sono, per buona parte, questione d’abitudine. E mentre più persone si abituano ad usare l’iPad — o qualsiasi altro tablet — per la lettura l’interesse per l’e-ink andrà scemando. Sia chiaro: il Kindle è meraviglioso, un oggetto carino e monofunzione e per 90 euro è un ottimo acquisto. Ma un ottimo acquisto per chi?

Per un numero davvero ristretto di persone, molto inferiore rispetto a coloro che lo stanno acquistando. Per una nicchia di lettori forti, che leggono diversi libri al mese e che leggono libri lunghi, narrativa, romanzi; non saggistica. Pochi vogliono un device apposta per la lettura e questo numero si andrà restringendo col tempo, mentre gran parte della lettura che facciamo ogni giorno si sposta su iPad. L’ho già detto: studio e studieremo su iPad, le riviste confluiranno sono confluite lì e lo stesso vale i giornali. E internet, non dimentichiamocelo: anche quello è leggere. La sintesi è questa: ci stiamo abituando a leggere su LCD.

Fatte queste riflessioni, non vorrei dimenticaste le premesse: che io lo uso ancora, Kindle, e l’ho usato dal 2009, ininterrottamente. Ma è anche vero, inutile ingannarmi, che lo uso sempre meno. È anche vero che un anno fa non avrei mai letto su iPad un romanzo, ieri invece ne ho appena concluso uno. L’ho acquistato su Amazon e l’ho letto da Kindle, inteso come applicazione per iPad, non oggetto. Aveva dei vantaggi: non dovevo accendere la luce, di sera, e non dovevo portarmi dietro due oggetti.

Quindi, mi domando: questa tendenza si andrà accentuando col tempo, ovvero finirò a fare tutto con iPad, oppure Kindle nel 2014 continuerà a far parte del mio setup?

  1. Tenete presente che in Italia se ne parla con particolare insistenza dall’autunno del 2011 perché dall’autunno del 2011 hanno iniziato a venderlo da noi, ma Kindle è uno strumento vecchio: esiste dal 2007
  2. Sono convinto che col tempo la perderemo. Prendere appunti a margine, sottolineare o sfogliare rapidamente un libro: non sono cose secondarie e al momento sono limitate, per colpa della lentezza.

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Il linguaggio di Twitter

Franzen la scorsa settimana si è lamentato di twitter, definendolo la versione stupida di facebook. Michele Serra giusto ieri ha detto che non gli piace, motivando la sua spiegazione. Ha poi aggiunto: “se usassi Twitter, direi che Twitter mi fa schifo.”. Notiamo subito che ha fatto due cose sbagliate, Serra: ha detto il perché di un pensiero e ha usato un periodare complesso, composto da un periodo ipotetico. Due cose che a twitter non piacciono — ed infatti nel commentarlo (leggi:insultarlo) non l’hanno mica capito.

Sono iscritto a twitter dal 2006, quando a usarlo eravamo io e gli altri due fondatori, ho due account, uno personale e uno per questo blog, e devo dire che ultimamente lo trovo non poco irritante anche io. La ragione è la medesima di Franzen:

“È difficile ragionare o citare dei fatti in soli 140 caratteri. È un po’ come scrivere un romanzo senza usare la lettera P”

La domanda che Twitter poneva ai suoi utenti, quand’è nato, è “cosa stai facendo”. Non cosa ne pensi sui massimi sistemi, quali sono le tue idee in merito a questa complessa questione politica che è certo interessante saperlo ma non è un po’ da stupidi, pretendere di esaurirla o spiegarla in 140 caratteri?

Nessun problema se decidete di utilizzare twitter per dirmi cosa state facendo, o per segnalare un articolo che avete trovato in rete. È l’uso che ne faccio anche io e, ripeto, è l’uso che ne faccio dal 2006. E sono anche convinto sia l’unico uso sensato dello strumento: usarlo per divertirsi, senza attribuirgli troppa importanza, usarlo per segnalare materiale, sia esso un articolo, foto, video o immagine. O usarlo come ANSA pubblica, nel caso si debba trasmettere un’informazione — asettica, rapida e immediata.

Ma non usarlo, invece, per esprimere giudizi. Ho molte perplessità verso le persone che pretendono di farne un uso più serio, troppo serio, e pretendono di dare le loro idee, impressioni ed opinioni su temi complessi in 140 caratteri.

Dire che twitter è uno strumento, e di conseguenza che il problema concerne non tanto esso quanto l’uso che la gente ne fa, è corretto solo in parte. Uno strumento porta con sé un determinato modo di esprimersi, influenza il messaggio o, per dirla con le parole di Neil Postman in “Divertirsi da morire”: la tecnica è un’ideologia. Il giudizio su twitter è codificato nel linguaggio di twitter, che è un linguaggio definito dalla sommarietà e brevità.

Centoquarantacaratteri che ahimé troppo spesso vengono usati per dire cosa si pensa su argomenti che non possono, né devono, essere esauriti in quello spazio. Il perché di una propria convinzione non è superfluo, è anzi fondamentale. I se e i ma e le varie premesse, unite agli antefatti e ai ragionamenti, non sono obsoleti, né possono essere elimitati come un mezzo quale twitter costringe.

La critica, di Franzen e Serra, è questa. E ieri, e settimana scorsa pure, tutto twitter a insultare entrambi confermando di fatto la veridicità di quel che avevano detto: che twitter è composto da giudizi drastici, da sentenze brevi e destrutturate private della parte più importante di un’opinione, di un concetto, di un’idea. E le perplessità di F. e S. hanno senso e mi dispiace che il so called popolo di twitter si sia offeso e l’abbia presa male commentando con la solita ironia, i soliti lapidari giudizi1 ma soprattutto con la solita “binarietà” di pensiero. Prima F, poi S: sono stupidi, senza sfumature, senza perplessità, senza riflessioni. Sono stupidi e luddisti. Punto.

Wow, che pensata geniale, complimenti. Twitter è così immediato che prima si twitta, poi si riflette e si tenta di capire il problema. O magari no, perché tanto una riflessione in centoquarantacaratteri mica ci sta, quindi perché farla? E così va a finire che la gente esprime giudizi senza ben riflettere, esprime le proprie idee come se la condivisione avesse più valore delle idee stesse. È a questo, che stiamo giungendo. Dì quello che pensi — anche quando magari quello che pensi non sai motivarlo, è sbagliato e sarebbe meglio che lo tenessi per te. Perché se io oggi avessi fatto un post dicendo twitter mi fa schifo voi mi avreste detto sei scemo, dimmi perché. Motiva. Spiegati. Mentre invece su twitter l’avreste presa per buona, questa frase senza alcun valore, oppure mi avreste replicato, ma sempre in centoquarantacaratteri — e che replica ci potrete mai fare, in centoquarantacaratteri, ditemelo.

Serra è poi tornato sull’argomento, oggi, più approfonditamente:

L’uso frettoloso e impulsivo della parola. La prevalenza dell’emotività sul ragionamento. […] La parola – e questa è ovviamente solo una mia opinione – non deve rispondere solo all’ossessione di comunicare (la comunicazione sta diventando il feticcio della nostra epoca). La parola dovrebbe servire ad aggiungere qualcosa, a migliorare il già detto.

Il problema è tutto qua. A dire questo mi piace, quest’altra cosa mi fa schifo sono buoni tutti, a esprimere la propria contrarietà o meno su un tema anche. E non c’è alcun valore, nel farlo. Nessuno. Mentre a dire il perché, beh, ci vuole un po’ più d’impegno.

(a proposito: sono 5081 caratteri; poco più di 36 tweet)

  1. Fra parentesi: a esprimere un concetto in 140 caratteri ci vuole abilità, padronanza e bravura. Non perché esiste twitter significa che tutti siano diventati dei buoni titolisti.

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Riguardo al tuo vecchio iPad: sei sicuro sia necessario cambiarlo?

Other people will look up to me because I own this thing and use it frequently, which will make me very happy. When I’m at a party, for instance, I can wait for a moment when people start talking about how cool it looks from the latest advertisement. Then I can stroll over and take it out and start using it, pretending that I hadn’t heard their conversation, and I can look up casually and wink at them. They’re sure to be impressed. — “Buying this thing will make me happy“, McSweeney’s.

Dopo una lunga riflessione e svariati tentennamenti, ho deciso di non comprare il nuovo iPad. La ragione è che l’iPad che possiedo, il primo, è ancora piuttosto soddisfacente per l’uso che ne faccio, ovvero:

  • Navigare in Internet
  • Inviare mail
  • Leggere riviste
  • Scrivere (blogging e appunti universitari)

Non penso che un aggiornamento dell’hardware mi porterebbe un significativo vantaggio nello svolgimento di queste azioni. La scrittura avviene con iA Writer, applicazione leggera e molto semplice. Un Retina Display renderebbe la lettura e la navigazione in rete più piacevole, ma credo di poter resistere ancora con i vecchi pixel senza soffrire troppo — almeno fino a quando non avrò visto dal vivo un nuovo iPad; allora sarò più cosciente di quel che mi perdo.

La cosa probabilmente meno gradevole è la navigazione in rete, che sempre più spesso trovo frustrante. La RAM interna al primo iPad è poca, così poca che spesso Safari ricarica le tab aperte anche quando queste sono un numero esiguo (due sono sufficienti, a volte). Spero vivamente che abbiano risolto il problema nel nuovo iPad.

Restando al mio attuale, vecchio e primo iPad, confido che le applicazioni di cui faccio uso — come ho detto sopra, applicazioni molto leggere e semplici — non si appesantiscano e non diventino lente a causa del nuovo arrivo. Se questo non accadrà, non vedo ragione di passare al nuovo modello. Nerd Gap è dello stesso parere, ovvero che un oggetto vada rimpiazzato quando non soddisfa più le nostre esigenze e non, al contrario, quando una nuova versione dello stesso viene rilasciata.

Il nostro desiderio di sostituire l’oggetto posseduto con la nuova versione dello stesso è così alto da spingerci, a volte, a desiderare che il vecchio si rompa, in modo da fornirci una giustificazione all’acquisto. Ne parlò alcuni mesi fa l’Atlantic con l’articolo “Replacement Therapy“. Immaginate che Apple vi dica, domani, di aver fatto un iPhone che dura 20 anni: chi, sinceramente, lo desidererebbe?

Cambiare strumento — sia esso hardware o software — comporta una fatica, non solo economica. Come giustamente il sito Last Years Model fa notare, occorre capire come il nuovo oggetto funziona e riorganizzare il proprio lavoro attorno ad esso, adottando la nuova maniera di fare le cose. Questo non è sicuramente il caso dell’iPad, che non ci obbliga ad una riorganizzazione, ma una riflessione più generale: troppo spesso abbandoniamo software perfettamente validi in favore di altri, solo perché un’alternativa nuova e luccicante si è affacciata sul panorama.

Sono stato il primo a sostituire l’iPhone 3GS con un iPhone 4, perché i vantaggi erano tali — batteria in primis, fotocamera e schermo in secondo luogo — da indurmi all’acquisto. Ma non credo cambierò l’iPad, perché tutto sommato il mio adempie ancora bene al ruolo che gli ho assegnato, ovvero quello di strumento di scrittura e lettura. Non che il nuovo non sia significativamente migliore, quanto piuttosto che io non abbia davvero bisogno di quei miglioramenti. Senza dimenticare che, come ho detto svariate volte, la parte più importante del dispositivo, la sua anima, quello che lo rende piacevole, è il software. Non è il caso di cambiare hardware, fino a quando il software rimarrà potente in ugual modo 1.

Insomma, comprare il nuovo iPad non mi renderebbe più felice. Né porterebbe dei significativi vantaggi al modo in cui lo uso. Quindi mi tengo il mio, quello vecchio, che è ancora molto bello e utile. Inoltre, vuoi mettere la soddisfazione di possedere un oggetto vintage?

  1. Probabilmente quando verrà rilasciato iOS 6 ci saranno delle limitazioni, a causa della RAM inferiore del primo modello rispetto all’ultimo, che inibiranno certe funzioni e miglioramenti di cui il nuovo iPad potrà avvantaggiarsi.

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Connettersi meglio

Beppe Severgnini ha così descritto, sul Corriere, l’effetto della sua volontaria astinenza da Internet per sette giorni:

Mi accorgo di essere meno distratto, e la concentrazione risulta facile. È come se avessi liberato Ram cerebrale. Come succede sotto la doccia o in volo sugli aerei, due luoghi offline (per adesso).

Nel 2010 anche una giornalista di The Millions, Edan Lepucki, si gettò in questo esperimento giungendo ad una sensazione simile a quella descritta da Severgnini, una sensazione di libertà e di leggerezza — non aveva più il peso ossessivo degli articoli ancora da leggere, né l’ansia dei tweet in costante arrivo.

Per quanto condivida questa sensazione, che a mia volta ho provato nei sempre più rari momenti in cui la rete mi abbandona, dobbiamo convenire che la soluzione attraverso cui “la tranquillità” è stata raggiunta — ovvero togliere internet dalla propria vita, del tutto — non è praticabile, né tantomeno utile. Infatti si finisce col fare come Severgnini, che allo scadere dei sette giorni corre su twitter a vedere cosa si è perso, quasi sollevato che l’incubo sia terminato.

Nella nostra vita non possiamo leggere tutti i libri che ci interessano, né vedere tutti i film mai girati. È triste, ma abbiamo imparato a farcene una ragione e a scegliere meglio, a causa di questa situazione, a cosa dedicare il nostro tempo. Allo stesso modo, dobbiamo accettare il fatto che ci perderemo tantissimi articoli, non avremo mai il tempo necessario per stare dietro a twitter e molte delle cose salvate su Instapaper non le leggeremo mai. Pazienza. Dobbiamo riuscire a liberarci dell’ansia a cui notizie sempre nuove e per noi interessanti ci inducono, l’ansia di rimanere indietro rispetto al loro flusso costante; dobbiamo imparare a ignorarle, a ridurre l’informazione e smettere di dare la colpa alla tecnologia e all’informazione stessa, se questa ci riempie inverosimilmente le nostre vite.

«Si può avere l’informazione o si può avere una vita, ma non tutte e due le cose» — Douglas Coupland, Le ultime cinque ore (*)

La colpa è nostra, se consumiamo troppe cose il problema siamo noi. Che senso ha disconnettersi da Internet per una giornata, come molte famiglie scelgono di fare di domenica? Invece di concedersi un fugace momento di pace, non sarebbe meglio adattare la rete alle proprie vite e fare in modo che la sua presenza non ci disturbi? In ‘Plug In Better‘, un manifesto pubblicato sull’Atlantic, l’autrice suggerisce di utilizzare meglio i propri strumenti: la soluzione non è privarsi di questi, ma farne buon uso. Evitare le distrazioni, l’information overload, le costanti notifiche e tutte quelle cose che ci rendono infelici.

Io sono del medesimo parere: invece che privarti di Internet, utilizzalo meglio. Non abbiamo bisogno di una giornata di riposo dalla tecnologia. Se ciò di cui incolpiamo la rete è distrarci dai rapporti umani allora abbiamo bisogno di imparare a connetterci meglio con gli individui, attraverso essa.

(Sulla condivisione inconsapevole)

Se permettiamo a noi stessi di dare la colpa alla tecnologia di distrarci dai nostri figli o dai rapporti con la comunità, allora la soluzione al problema diventa semplicemente fare a meno della tecnologia1. Ma è assurdo dare la colpa della perdita dei rapporti umani ad un mezzo che dovrebbe “connetterci” maggiormente.

Connettersi meglio significa ridurre il numero di tab aperte, disattivare i flussi di informazione che abbiamo costantemente attivi e, una volta eliminate le distrazioni, dedicarsi ad una sola persona. Scrivergli una lunga mail, conversare con lei attraverso Skype — scegliere e preferire questi sistemi agli SMS, ai messaggi istantanei, a facebook. Scegliere di seguire una conversazione lunga e profonda con Internet, evitando fretta e distrazioni, evitando il multitasking.

Il tipo di connessione che si instaura con quella persona non è forse profonda, in buona parte, tanto quella che avremmo ricavato con lei davanti ad una tazza di caffè? Perché qualificarla come necessariamente inferiore? È diversa, questo è certo, ma non è meno profonda. La rete può rivelarsi a sua volta utile per stringere rapporti umani.

Il nostro riserbo nel definire una connessione come quella sopra descritta reale (e profonda), ovvero ciò che ci spinge, alla fine, ad attribuirgli un valore inferiore rispetto ad un incontro avvenuto in un luogo dotato di coordinate spazio/temporali deriva dal fatto che spesso siamo portati a considerare la vita su Internet una cosa a sé stante, diversa dalla vita nel mondo reale.

Dovremmo dimenticarci dell’acronimo I.R.L, la nostra vita su Internet non è separata dalla nostra vita “offline”. Sono parte integrante della medesima vita: io sono la stessa persona, in rete e fuori dalla rete. Ne dà dieci ragioni Alexandra Samuel, in questa conferenza TED.

Può essere bello privarsi della rete per alcuni giorni — ci sentiamo più liberi, come Severgnini. Perché, ammettiamolo, è difficile liberarsi delle distrazioni. Così difficile che è più facile privarsi del tutto del mezzo — un po’ come (D.F.) Wallace, che ammise di non avere la televisione perché altrimenti l’avrebbe guardata mattina, giorno e sera.

Eppure non può essere la soluzione, non può essere la soluzione perché in un futuro sarà sempre più difficile fare a meno della rete e quindi raggiungere la pace attraverso l’assenza di essa.

La soluzione, per forza di cose, dev’essere la seconda: imparare a connettersi meglio. O, in altre parole: quello di cui abbiamo bisogno non è una vacanza lontani della rete, ma riuscire a sfruttare meglio il nostro tempo online. Anche se non sarà facile.

  1. We Don’t Need Digital Sabbath“, The Atlantic

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