Cosa resta di aperto in Android

Google sta cercando di riprendersi il controllo di Android, rendendo aspetti sempre più importanti del sistema operativo proprietari: non è più così vantaggioso, né semplice, creare fork personalizzate.

Sei anni fa, Google annunciò l’Android Open Source Project. In sei anni un OS che aveva lo 0% del mercato è arrivato ad averne quasi l’80%: nato inizialmente per proteggere i servizi di Google (da una possibile egemonia di Apple che avrebbe potuto escluderli a suo piacimento) è diventato importante di per sé. Forse un po’ per questo, la natura open source del sistema è cambiata. È facile e conveniente dare via tutto quando hai lo 0% del mercato, lo è di meno quando inizi ad avere un’ampia fetta e temere di perderne il controllo. Per quanto una parte di Android resti open source, nel corso degli anni parti sempre più ampie dell’OS sono state portate sotto l’ombrello di Google e rese, come conseguenza, proprietarie.

In un recente articolo Ars Technica ha riassunto la strategia di Google per mantenere il controllo su Android e rendere sempre più difficile, a chi lo volesse, di sviluppare una versione alternativa dell’OS (una fork) partendo dalla parte open dello stesso. La cosa ha funzionato così: le stock app inizialmente open source sono state rimpiazzate (e abbandonate) a favore di applicazioni brandizzate Google. La migrazione è iniziata con Search, rimpiazzata da Google Search nel 2010: la prima era un box di ricerca, la seconda permette ad oggi la ricerca via voce, abilita Google Now e, di fatto, ha stabilito anche la fine dello sviluppo della versione open source a favore di un sostituto chiuso. A tutte le stock app è toccata nel tempo la stessa sorte: l’applicazione per l’ascolto di musica? Rimpiazzata da Google Play Music. Il calendario? Ecco Google Calendar. L’applicazione per i messaggi? Abbandonata a favore di Google Hangout. Pure la tastiera e la fotocamera sono state sostituite, la prima da Google Keyboard, la seconda da Google Camera che offre in più le foto panoramiche e, guarda caso, non è open source.

Le stock app open source sono state tutte abbandonate in favore di alternative chiuse. Di un Android aperto restano solo delle (fragili) fondamenta. Chi decide di utilizzarle — si pensi a Amazon — per costruirci una versione personalizzata dell’OS va incontro a una serie di problemi come l’impossibilità di avere accesso a tutte le (nuove) applicazioni chiuse di Google — e ai suoi servizi — e la necessità di dovere sviluppare in casa dei sostituti. Si legge, dal blog ufficiale di Android:

While Android remains free for anyone to use as they would like, only Android compatible devices benefit from the full Android ecosystem.

Non solo: di recente Google ha cominciato a chiudere anche le API. Significa che se sviluppate un’applicazione per Android questa, molto probabilmente, non funzionerà sui device non approvati (come il Kinde Fire). Ecco perché Amazon ha una pagina in cui spiega agli sviluppatori come supportare le mappe di Nokia (perché quelle di Google cessano di funzionare, sul Kindle) o ha dovuto creare l’Amazon Device Messaging per offrire un’alternativa alle notifiche push (che Google ha sviluppato, ma non offre a chi decide di creare una fork di Android). Giunti a questo punto, abbandonare Android per sviluppare una versione personalizzata dello stesso — come da tempo si vocifera sia nei piani di Samsung — comincia ad essere nient’altro che un sogno. Se persino le applicazioni di terze parte smettono di funzionare sui device non approvati da Google (essendo queste legate alle API proprietarie offerte da Google) se ne va uno dei vantaggi principali: quello di offrire all’utente, costruendo il proprio OS partendo da Android, l’accesso a un app store ben fornito. Il piano, spiegato con le parole di Ars Technica:

Fare proprio l’app store di Google sembra facile: costruisci un tuo app store e convinci gli sviluppatori a caricare le loro applicazioni su questo. Ma le Google API che vengono fornite con i Google Play Services servono proprio a convincere gli sviluppatori a lasciare che le loro applicazioni dipendano da Google. La strategia di Google con i Play Services è trasformare l’ecosistema di Android in un “Google Play Ecosystem“, rendendo la vita agli sviluppatori il più possibile facile sui device approvati da Google — e quanto più difficile sui restanti.

Parti fondamentali dell’OS che si è sempre definito “aperto” sono diventate proprietarie. Lo scorso Giugno, alla conferenza I/O, Google ha annunciato di avere riscritto le location API. In breve si tratta dei servizi di localizzazione, una parte fondamentale di un sistema operativo mobile che è stata resa più efficiente e aggiornata con nuove funzioni. Ovviamente, ora viene offerta come parte dei Google Play Services. Il che comporta questo: un altro pezzo di Android che diventa proprietario.

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Scritti un anno fa: Dentro i magazzini di Amazon / Biscuit /

Appunti sparsi sul dualismo digitale

Appunti sparsi presi allo speech di Nathan Jurgenson all’Internet Festival di Pisa sul dualismo digitale; con aggiunte, commenti e precisazioni personali.

Pensiamo all’online e all’offline come a due entità separate, mentre non lo sono: l’offline è costantemente influenzato dall’online e viceversa. L’online non è un mondo astratto fatto di byte: dietro ai siti e ai social network e a quel mondo ci siamo sempre noi. Abbiamo creato questa finzione del mondo virtuale fatto da chissà chi per crearne, allo stesso tempo, un’altra: quella del mondo reale fatto di campi di grano, pannocchie dorate, gente scalza, aria fresca e rapporti puri senza intermediari, senza interruzioni.

Il mondo puro e naturale come alcuni lo immaginano non esiste, ma è profondamente mediato da una serie di variabili che potremmo anche definire “cultura”. Gli umani sono sempre stati tecnologici: non ha riscontro nella realtà quest’idea di un rapporto umano puro, naturale. Abbiamo avuto tecnologie invadenti per tanto tempo, alcune non le consideriamo più tali semplicemente perché sono recesse allo stato di natura. I nostri rapporti e le connessioni che stabiliamo con gli altri individui sono mediati dall’architettura del luogo in cui ci troviamo, dal modo in cui siamo vestiti, da tutto ciò che ci circonda: internet, la rete, è solo una delle tanti variabili che si è di recente aggiunta. Pretendere di avere accesso a una versione più pura di noi stessi e del mondo facendone a meno è illudersi.

Abbiamo patologizzato la connessione, iniziando a definire come più umano — più autentico — chi non è connesso. Abbiamo costruito una morale e cominciato a considerare la connessione come problematica, quasi una malattia. Abbiamo iniziato a parlare di astinenza dalla rete, quasi fosse una virtù. Ma la visione dualistica, fra vita reale e mondo virtuale, è insoddisfacente: crede che basti disconnettersi per fare a meno della rete. Questa è una concezione più pessimista: puoi anche disconnetterti, ma non ne stai davvero facendo a meno. Apprezzi così tanto il tempo senza rete perché normalmente hai la rete, perché mentre ti godi il gorgoglio del ruscello pensi a quello che ti sei lasciato alle spalle e a cui (sospiro di sollievo) potrai tornare. E comunque: mentre credi di farne a meno ti appoggi ad un mondo che funziona grazie a questa — e indirettamente continui a farne uso. Un po’ come quella persona che non ha il cellulare, però grazie all’uso che ne fanno gli amici riesce a tenersi in contatto.

La persona che pensa più spesso al denaro è quella che non ce l’ha, dicono. Funziona un po’ così: quelli più fissati con la storia del dualismo digitale sono anche gli stessi che alla fine ci pensano di più, e vedono le cose più in antagonismo. C’è sinergia fra i due: c’è un mondo solo, quello reale, e il virtuale ne è parte (come tante altre cose). Invece che purificarci facendo a meno della rete dovremmo impararne a farne un uso migliore. Puoi disconnetterti, e goderti il tempo senza, ma sapendo che ciò avviene perché quando ti sarai stancato del profumo delle margherite potrai riaccendere l’iPhone e leggere le cose interessanti che le persone dall’altra parte del globo stanno scrivendo. Pensa che rottura di palle, altrimenti.

C’è (a volte) un problema di abuso, e di buone maniere, nessuno lo nega. Ma non lo si risolve togliendosi dalla rete. È una soluzione a breve termine, senza futuro, drastica. E comunque, anche volendo, non ci si riesce — se non in apparenza.

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Microsoft Word deve sparire

Non userei Microsoft Word da anni, né programmi simili quali Pages, non fosse che purtroppo spesso l’uso ne viene esplicitamente richiesto — dall’università, dall’editoria, nel lavoro. Questo avviene nonostante il formato di Word non sia, in molte situazioni, quello più appropriato. Per qualche ragione, tutti si sono convinti che un documento testuale debba essere in .doc, nonostante i limiti — e soprattutto imposizioni — del formato.

Microsoft Word deve sparire perché fino a quando non sarà sparito, a me toccherà continuare ad usarlo — per richieste esterne.

Non posso dunque che sottoscrivere le parole di Charlie Stross, quando scrive che Microsoft Word deve morire. Perché è un software pesante e disastrato, che incorpora al suo interno diecimila funzioni che ha inglobato nel corso degli anni, con la solita strategia di Microsoft di osservare il mercato e acquistare ciò che di innovativo si affaccia su di esso. Perché impone una propria e determinata gestione e visione del documento che non è adatta a tutti i casi (ma che tutti i campi hanno adottato e si sono imposti di farsi andare bene). Perché il formato non dà garanzie sulla durata del file negli anni.

Non sarebbe meglio se i file testuali fossero testuali e basta, e poi vi fossero applicazioni specifiche per gli specifici compiti (formattazioni speciali per la stampa, controllo grammaticale, collaborazione, e tutto quello che volete farci col documento)?

Microsoft Word grew by acquiring new subsystems: mail merge, spelling checkers, grammar checkers, outline processing. […] One by one, Microsoft moved into each sector and built one of the competitors into Word, thereby killing the competition and stifling innovation. Microsoft killed the outline processor on Windows; stalled development of the grammar checking tool, stifled spelling checkers. There is an entire graveyard of once-hopeful new software ecosystems, and its name is Microsoft Word.

Quando Word finalmente smetterà di essere dominante succederà come con Google Reader: sviluppatori indipendenti proveranno ad entrare in un mercato e settore che per anni è stato monopolizzato da una singola entità, e se ne usciranno con soluzioni innovative dopo anni di stagno, con nuovi paradigmi.

A dire il vero qualcosa di simile sta succedendo con l’iPad, su cui Microsoft stupidamente (per lei) ha preferito non portare Word. E non credo molti ne sentano la mancanza.

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Sui peggiori blog di domani

Da quando Steve, il caro estinto, non c’è più la mela ha perso la capacità di stupire e innovare. Senza il suo guru e mentore non sa cosa fare e in che direzione andare. Continuiamo a guardare i keynote nella speranza sempre più remota di una scintilla, ogni volta disattesa: sono piatti, noiosi e ci parlano di un’azienda che non ha idea su quale sia il futuro. I tempi d’oro sono finiti.

Che fine ha fatto l’orologino che tutti ci aspettavamo? Gli analisti dell’assenza ancora non se ne capacitano. Samsung, la vera innovatrice, è già entrata nel mercato con il suo Galaxy Gear. Apple, come al solito, siede sugli allori.

Il keynote si è basato sulla solita formula assodata e stancante. È iniziato snocciolando numeri alla folla, numeri che non sono più quelli di una volta e che mostrano segni di un iniziale cedimento. La messa è proseguita con prodotti tutt’altro che innovativi: i rumors ancora una volta erano tutti esatti; nessuna one more thing è arrivata a stupire i presenti.

(SAMSUNG FOREVAH!!!!)

I vari sostituiti di Jobs si dilungano in demo superflue, Cook è totalmente incapace di attirare interesse mentre ad Ive, come al solito, viene affidato il compito di mistificare quanto (non) è stato fatto con chiacchere. Il tutto serve solamente a venderci dei prodotti che senza le parole e il teatrino del marketing non starebbero in piedi: un lavaggio delle menti per i soliti pecoroni che scelgono Apple.

(Io del resto, che ho un iPhone ma ne ho orrore, la prossima volta prenderò un Lumia)

I due nuovi iPhone non cambiano molto da quello che li ha preceduti: sono la reiterazione così come l’avevamo immaginata di un prodotto che inizia a sentire i suoi anni e che oramai mostra mancanze imperdonabili: dallo schermo minuscolo all’assenza di NFC. Con Android da una parte, Samsung che sempre stupisce e il colosso Microsoft + Nokia dall’altra, Apple dovrebbe impegnarsi a fare di più. Eppure l’iPhone economico, che Apple si è sentita in dovere di lanciare vista l’agguerrita concorrenza di Android, è una delusione atroce: venduto a un prezzo così alto che a nulla servirà all’azienda di Cupertino a guadagnare fette del mercato low-cost.

(W SAMSUNG, la sorgente pura da cui sgorga il progresso)

Il resto, già si sapeva: iOS 7 era argomento del keynote scorso, eppure ha rubato un’ampia fetta di quello corrente. Mentre tutti sbadigliavamo, loro ci parlavano di quello che già sapevamo. Non che ci sia poi molto da dire a riguardo: dai colori sgargianti, icone spaventose e feature scopiazzate da Android, con esso Apple perderà anche l’unico vantaggio che gli rimaneva sulla concorrenza: la superiorità nel design (del resto i nuovi iPhone colorati fanno venire la pelle d’oca). Apple è assediata e non sa che pesci pigliare. Le azioni Apple sono giù.

Addirittura alcune settimane fa si parlava di un’iPhone oro, simbolo di quello che Apple è diventata: un’azienda senza una guida, che fa prodotti per gente ricca, avara che ha in odio il bene del mondo a.k.a l’open source! (fate un inchino)

(Dei Mac, non c’ho voglia di parlare. Li hanno lievemente aggiornati, ma sono sempre i soliti computer dal prezzo esorbitante e ingiustificabile, ovviamente.)

Vi scrivo queste mie riflessioni fra un KitKat e l’altro; lasciate che vi riveli la verità: da tempo la mela è ferma, in una lunga fase di stallo. Non innova più, non che lo abbia mai fatto. Solo che ora non riesce nemmeno più a copiare da Android e Samsung, che ogni giorno disrupta un nuovo mercato. Non solo presenta da due anni il solito iPhone con lievi modifiche, nessuna di queste significativa, ma si permette anche di dimenticarsi dei suoi stessi prodotti. L’iPad è stato a malapena nominato: eppure tutti — anche il mio barista sotto casa — si aspettavano che venisse totalmente rinnovato (dov’è lo schermo retina sul mini?). Non c’è da stupirsi che il trimestre scorso sia stato fra i peggiori della storia di Apple.

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Dietro le quinte

Ho pensato potesse essere interessante, anche viste le mail di simile argomento che ho ricevuto di recente, fare un riassunto dei servizi di cui questo blog fa uso e come questi vengono sfruttati.

I domini con estensione .com, .net, .org sono registrati con Hover (€22,6 all’anno), mentre bicyclemind.it risiede su Gandi (€14,35 annuali). Il server è invece un Grid (Shared hosting) di Mediatemple (€12 mensili); tutti i file sono ospitati su quello ad esclusione delle immagini (ed eventuale altro materiale pesante) che vengono caricate su Amazon S3 (~ €5 mensili, a seconda del traffico generato). Il caricamento del sito è velocizzato con Cloudflare (versione gratuita).

Per quanto concerne il backup: ne viene effettuato uno del database ogni settimana, su Dropbox 1. Contemporaneamente, tutti i link pubblicati nella linked-list vengono archiviati su Pinboard (€19 annuali), nel senso che la pagina web e il suo contenuto viene scaricato e salvato per evitare l’effetto di link-rot pervasivo a distanza di anni (poi, eventualmente, dell’archivio si vedrà che farne).

I font sono affidati a Typekit (€38 annuali). Il feed è gestito da FeedPress (€2.3 mensili), che fa le veci di feedburner 2. La newsletter spetta invece a Mailchimp (versione gratuita). Per le membership si usa PayPal, anche se a voler dedicarci del tempo sarebbe bello implementare Stripe. Le statistiche generali, pagine viste e robe simili, sono affidate a Gosquared (€7 ogni mese).

I costi mensili sono attorno ai 40 euro; poi variano.

  1. Un’alternativa valida, considerata ma non adottata per via del costo, sarebbe VaultPress
  2. Abbandonato di recente con grande soddisfazione

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Una nuova direzione

Fra le cose più importanti presentate al WWDC di quest’anno, io ci metto la pubblicità “Designed by Apple”. Come scrive Ben Thompson, è un Think Different dei giorni nostri, il tentativo di Tim Cook di spiegare come funziona Apple, quali sono i suoi valori e obiettivi. È una risposta chiara alle critiche che l’azienda ha ricevuto negli ultimi mesi, da quando Steve Jobs non c’è più.

The truth about the greatest commercial of all time – Think Different – is that the intended audience was Apple itself. Jobs took over a demoralized company on the precipice of bankruptcy, and reminded them that they were special, and, that Jobs was special. It was the beginning of a new chapter. “Designed in California” should absolutely be seen in the same light. This is a commercial for Apple on the occasion of a new chapter; we just get to see it.

È un manifesto, un manifesto per una nuova Apple — nuova, nel senso guidata da nuove persone (meno Scott Forstall, meno Steve Jobs, più Jonathan Ive). È anche un tentativo di spiegare (e qui lo si è fatto molte volte) perché il design dell’iPhone non si trasforma ad ogni iterazione in qualcosa di totalmente diverso (e perché dedurne da ciò che Apple non innova più è roba per dilettanti) o perché le specifiche tecniche non contano una mazza (conta come il prodotto funziona; quali compiti svolge, non quanti). “If you’re busy making everything, how can you perfect anything?”. Ovvero, siamo sicuri che lanciare prodotti ogni due mesi, senza chiedersi il senso di questi, che allargare lo schermo o aggiungere feature che ecciteranno The Verge ma interesseranno pochissimo all’utente finale, si chiami innovazione?

Ma non basta una pubblicità a convincere il mondo che non c’è alcuna sedimentazione in corso, e di novità al WWDC ce ne sono state. Un rinnovamento totale di un OS, iOS, e un aggiornamento di un altro, il Macintosh. Craig Hockenberry ha paragonato le reazioni di shock e stupore ad iOS 7 a quelle ricevuta da Aqua, la nuova GUI per Mac OS presentata nel 2000. iOS 7 è un OS più maturo e, soprattutto, sotto la direzione di Jony Ive più fedele all’hardware che lo ospita. Dice bene John Gruber:

iOS 7 is not perfect; this new design framework will evolve and improve over time, just like iOS’s original aesthetic did. But it’s a conceptual foundation that corrects all of the excesses of the original iOS aesthetic. It’s radically different but not disorienting. Less flashy, less bling, more subtle, more refined.

È una prima iterazione di un nuovo stile grafico, una svolta radicale in una nuova direzione che ovviamente richiederà del tempo — sia all’utente per abituarsi, sia a se stessa per migliorarsi. Come scrive Viticci, è la versione 1.0 di un OS che si evolverà per i prossimi cinque anni. È una svolta verso qualcosa di meno appariscente; verso il contenuto, verso l’informazione. Certe cose sono perfettibili, come varie icone che lasciano decisamente perplessi. Ma improvvisarsi giudici di un OS senza averlo mai provato è piuttosto insensato. Se si crede che il design non è una roba solo di contorno per dilettare gli occhi, ma è come qualcosa funziona, allora forse prima di buttare nel cestino un intero stile grafico bisognerebbe provarlo. Apple ha dedicato all’argomento un paragrafo nella pagina di presentazione del nuovo iOS:

Nothing we’ve ever created has been designed just to look beautiful. That’s approaching the opportunity from the wrong end. Instead, as we reconsidered iOS, our purpose was to create an experience that was simpler, more useful, and more enjoyable — while building on the things people love about iOS. Ultimately, redesigning the way it works led us to redesign the way it looks. Because good design is design that’s in service of the experience.

Una GUI può essere una meravigliosa opera d’arte ma rivelarsi totalmente utilizzabile, mentre io sono quasi convinto che alcune delle cose che in iOS 7 ci fanno storcere la bocca — cose che ci sembrano imperfezioni, errori — siano compromessi che ne faciliteranno l’uso. Nel recensire, oramai più di un anno fa, Metro parlavo di un meraviglioso (ma inutilizzabile?) esercizio di stile. Ovvero la tipografia perfetta di Metro, la sua geometria, la sua perfezione, si rivelava poi scomoda nel momento in cui smettevo di guardarlo e cominciavo ad usarlo, in quanto strumento.

Ci sono, in giro, molte critiche sterili, liquidazioni e sentenze emesse dopo aver visto due screenshot. Ce ne sono anche di sensate, come quella di Frank Chimero che crede che Apple abbia esagerato nei colori per stupire:

As I look at the iconographic choices, color palette, and typography, there’s a tendency to overindulge in very visible ways (such as the bright, almost garish colors and the use of transparency and blurring) and undervalue more subtle ways of establishing graphic tone (such as the use of Helvetica as the primary typeface instead of something with more character and better suited for interfaces). Basically, there’s not much nuance there, but there’s not much room for subtlety when one has to give the impression of stark newness.

iOS 7 non ha solamente una nuova GUI, ovviamente. Il Notification Center è migliorato, il multitasking è finalmente “vero”, nuovi comandi per attivare/disattivare velocemente WiFi e simili sono stati aggiunti, AirDrop per lo scambio dei file è il benvenuto, iCloud Keychain è una piccola ma importante aggiunta che semplificherà l’uso di Internet a molti, le fotografie finalmente sono organizzate in maniera intelligente e non in venti stream differenti. Questo e altro e anche molti problemi che permangono, certamente. Problemi che iOS si trascina dietro da anni, non ancora risolti: la comunicazione interna fra applicazioni, un iCloud che sia in grado di competere con l’efficenza di Google. E poi ci sono altre novità che lasciano freddi, e occasioni perse: come iTunes Radio nell’era di Spotify. Justin Williams parla di un prodotto lanciato per tenerne in vita un altro (iTunes, basato su modello di business sempre meno interessante per l’utente) — atteggiamento inusuale, per Apple.

Ma di novità, al WWDC, ce ne sono state. Senza scordarsi del nuovo Mac Pro e del MacBook Air dalla batteria impressionante (merito di Intel e del nuovo chip Haswell). Se vedete in giro qualcuno che grida “da quando Steve Jobs non c’è più tutto va in malora”, voi passategli oltre.

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A rischio sbadiglio

Massimo Mantellini, su Paul Miller e quelli che lasciano Internet:

Molte di queste discussioni sono da tempo inutili e a rischio sbadiglio: in alcune occasioni perfino un po’ capziose. Non occorre mandare un volonteroso hacker 25enne fuori da Internet per un anno a leggersi i Miserabili per scoprire che Internet in fondo serve, così come non sarebbe stato necessario scollegarlo bruscamente per comprendere che se abbiamo 100 pagine da leggere senza Twitter le leggeremo meglio e più in fretta.

Le discussioni sul dualismo Internet grande occasione/Internet grande rischio sono tutte, perfino quelle più brillanti, destituite di fondamento se il tema sul tavolo è quello di una ipotetica decisione da prendere al riguardo: ciascuno di noi, pensosamente solo, di fronte al grande dilemma, chiuso nella propria cameretta. Non ci sono decisioni da prendere, né dilemmi da sciogliere, solo prassi da consolidare e nuove usanze da codificare e migliorare.

Leggo diversi commenti su quanto sia interessante l’esperimento di Miller. Ho espresso ripetutamente i miei dubbi, in breve io credo non solo che abbandonare la rete per un anno non giovi granché ai problemi che uno ha con Internet (è una soluzione solo in parte, ed è la peggiore e più drastica), ma che la cosa di per sé sia una trovata non tanto originale e, per chi guarda, pallosa — un esperimento non dei più necessari, se vogliamo. Dietro poi c’è l’idea un po’ superba che forse tutti stanno sbagliando, e io senza rete posso farcela meglio del resto del globo che ha deciso di esserne schiavo. Ritrovare se stessi facendo a meno di uno strumento. Invece poi si scopre che il resto dell’umanità non è scema, e che un po’ come la corrente elettrica e gli altri progressi tecnologici, Internet serve (che è diverso da fondamentale per la vita, ma comunque torna in molti casi utile). Lo ha scritto Miller stesso l’altro ieri, nel suo primo post da quanto è tornato su Internet, “I thought the internet might be an unnatural state for us humans, or at least for me.” Into The Wild, reloaded.

C’è la solita dicotomia, offline e online, uno è finzione e l’altro e realtà, virtuale verso vita vera e pura, rapporti fittizi contro rapporti veri. Forse il commento più interessante su questa infinita discussione sulla relazione fra mondo “reale” e Internet viene da Nathan Jurgenson:

There’s a lot of “reality” in the virtual, and a lot of “virtual” in our reality. When we use a phone or a computer we’re still flesh-and-blood humans, occupying time and space.

Ci sono molte cose da cui noi umani siamo diventati dipendenti, e non per forza dobbiamo vergognarcene. Dobbiamo utilizzarle intelligentemente, questo sì. Dobbiamo migliorarle e migliorarne l’uso che ne facciamo. Forse sono io, ma leggendo Miller durante l’anno raramente ho trovato riflessioni che mi hanno fatto pensare ne sia valsa la pena, e molte delle conclusioni e scoperte potevano essere raggiunte e immaginate senza cimentarsi nell’impresa.

L’esperimento è stato interessante? Yawn. Sapete cosa è interessante? Utilizzare Internet in maniera proficua per migliorarla e migliorare quello che ci sta attorno. Non fare un passo indietro, spaventati.

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Non siamo costretti ad abituarci ai Google Glass

“I don’t get the appeal of this other than as a network-connected head-mounted camera, which I personally have no need for”John Gruber

In un nuovo video, Google prova a spiegare ‘come ci si sente’ a indossare i Google Glass. Io, per quanto affascinato dalle cose che possono fare, continuo a trovarmi a disagio con questa visione del futuro. Molto è dovuto a una questione meramente estetica, ma la mia reticenza rimarrebbe, credo, anche immaginando un modello meno appariscente. Anche immaginandomeli identici a dei Ray-Ban.

Un dispositivo intermedio fra lo smartphone e i Google Glass (l’orologio di cui tanto si parla) mi sembra una soluzione migliore. Certo, diranno alcuni, è meno immediato e meno appropriato al futuro che ci aspetta, un futuro in cui c’è sempre meno separazione fra realtà e digitale (ma non lo stiamo già vivendo, questo futuro?). Ed è pure meno futuristico, quindi noioso quanto il presente (meglio sognare le macchine volanti, che un presente migliorato). Eliminare qualsiasi separazione e attrito1 dovrebbe essere lo scopo ultimo: i Google Glass ci riescono meglio di un orologio perché si mettono di mezzo a qualsiasi cosa.

Però, però: non è vero che ci si abitua a tutto, e che ogni tecnologia è imbarazzante all’inizio e poi la adottiamo senza alzare un sopracciglio. I Google Glass io li vedo un po’ come gli auricolari bluetooth: per comodità e evoluzione battono senza dubbio il dover allungare la manina alla tasca dei jeans per rispondere alle chiamate, eppure nonostante esistano da anni non ci siamo ancora abituati a vederli in uso. Perché sono più comodi, ma non così tanto da giustificare quell’invasione. Perché ci sembrano un’esagerazione, un eccesso.

(Poi se volete a questo punto pensate anche al Segway)

I Google Glass hanno un futuro, ma non sono il futuro. Sono un prodotto che sicuramente esisterà, ma che non credo diventerà diffuso tanto quanto gli smartphone. Perché potranno essere utili in certe occasioni, e troveranno un pubblico di affezionati, ma nella vita di tutti i giorni sono un eccesso. Il video di Google mostra molte attività in cui potrebbero essere adottati (io me li immagino anche molto belli come console di videogame ambientati nella realtà) ma in quanto ai Google Glass come oggetto quotidiano: non riesco a immaginarmi un mondo in cui fra dieci anni sarà normale avere uno schermo incollato al lato destro della nostra visuale.

A meno che non decida di immaginarmelo e farmelo piacere solo perché un futuro così siamo in grado di crearcelo. Ma il fatto che siamo in grado di crearcelo non significa che dobbiamo. La tecnologia non vuole nulla: siamo noi che vogliamo cose dalla tecnologia. Dovremmo chiederci quali, e se abbiano senso.

  1. Ma poi chi non ha problemi alla vista, come me: sinceramente mi rompe le balle uguale dover tirare fuori un coso dalle tasche o essere costretto a portare degli occhiali. Ovvero: l’attrito c’è, eccome.

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Perché questo blog continuerà ad usare i linked-post

Ciclicamente, la discussione su quanto siano validi i blog in stile Daring Fireball (come questo, d’altra parte) si riaccende. La critica è che i linked-post siano un modo pigro di prendere parte a una discussione, spesso aggiungendo poco valore ad essa. Fatti per aumentare le visite senza troppo sforzo. Si potrebbe utilizzare twitter per questo genere di segnalazioni? Vero, ma lo è altrettanto che la durata nel tempo di un tweet è ridicola (o sei su twitter nel momento in cui lo scrivo o difficilmente ne verrai a conoscenza) e i limiti di spazio impediscono un commento, seppur minimo.

Non sono quindi d’accordo e continuerò ad usarli, in gran parte perché li apprezzo e trovo utili sui blog che leggo. Sono raccomandazioni piacevoli, da parte di persone di cui mi fido. Sono iscritto a molti blog solo per le loro segnalazioni esterne: hanno un valore, per me. Come scrive Gabe Weatherhead, un linked-post è come una raccomandazione di un libro: ci dice qualcosa sulla persona che la fa e significa qualcosa se proviene da qualcuno che rispettiamo.

The Internet is one big experiment in attention capitalism. If a site consistently links to Kottke or Daring Fireball, then that site’s market share is going to get pretty small. Most people are either already reading Kottke and Gruber or a hundred other sites will link to them anyway. But if I find a site that links to something truly out of the ordinary, I’m going to give them some of my attention. If they say smart things about those links I’ll probably give them a great deal of my attention.

The link posts tell people what you care about. Lined up end to end, the titles of link posts tell a story about the person sharing them. Either they care about things or they don’t. The type of post doesn’t make a damn bit of difference to me. It’s the Internet.

Mi sembra una discussione sterile. Un po’ perché è tutta incentrata su quanto valore abbia e mantenga un post nel tempo: dicono (quelli avversi a questa tecnica) nullo nel caso dei linked-post, prolungato nel caso di un classico articolo. Ecco, secondo me è quasi sempre zero, a parte per quei tre/quattro post l’anno che verranno fuori particolarmente bene. Uno scrive per l’oggi, non pensando a quanto varrà fra tre anni quello che ha scritto. Soprattutto se uno scrive un blog come questo (di tecnologia, di notizie: suggerirei di prendersi un po’ meno sul serio). Gli inglesi direbbero “today’s news is tomorrow’s fish wrap”.

Senza poi scordare che i confini fra linked-post e post normali sono (di frequente) sottili, che dietro la decisione fra i primi o i secondi c’è spesso solo l’onestà della persona di voler riconoscere che gran parte del lavoro è dovuto ad altri: i giornali fanno linked-post da sempre solo non li chiamano e formattano così.

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Fitbit One: una recensione sfibrante

Ho acquistato il Fitbit One, un activity tracker. Chiedete: “Perché non un Jawbone UP, dopo che ce ne hai parlato così spesso?”. Rispondo:

  • API. Il vantaggio principale del Fitbit, per me, è che offre delle API, il Jawbone UP no. Quindi ci sono, o ci saranno, tutta una serie di applicazioni e servizi non ufficiali che sfruttano il prodotto.
  • Ha l’altimetro.
  • Non serve collegarlo né all’iPhone né al Mac per sincronizzarlo, è dotato di bluetooth 4.0
  • (Motivo scemo, d’impazienza: l’UP non è in vendita fuori dagli USA)

C’è da aggiungere che settimana scorsa, al CES, Fitbit ha presentato un nuovo tracker, Fitbit Flex, da mettere al polso, somigliante all’UP e al Nike Fuelband — ovvero con il vantaggio che hanno gli altri due oggetti, più quelli elencati sopra meno però l’altimetro. Data questa assenza, il Fitbit One resta il tracker migliore in commercio.

Dopo due settimane di utilizzo, sto messo come Craig Mod: cammino solo per il gusto di vedere le linee dei miei grafici impennarsi. Non ho più preso un autobus di mattina, alle fermate dell’underground ignoro i minacciosi cartelli “attenzione, questa scala è composta da 320 gradini non prendetela a meno che non siate dei pirla”, sono addirittura andato a correre! Le mie zampe ancora non si sono riprese dallo shock. Mettiamola così: questa è stata la recensione più faticosa che io abbia dovuto scrivere, ad oggi. Sono sfibrato e stanco. Da questo lato, funziona: ti incentiva a camminare di più, per raggiungere l’obiettivo che ti sei prefissato.

Il tracker

Fitbit tiene conto dei passi, dell’altitudine, calorie, distanza percorsa e delle dormite (tutte queste informazioni le visualizza sullo schermo OLED di cui è dotato), dove per quest’ultime registra anche il tempo che abbiamo impiegato ad addormentarci e il numero di volte che ci siamo svegliati. Al contrario del Jawbone UP, il Fitbit ha il classico aspetto del contapassi; lo si porta alla cintura o lo si mette in tasca. Quando si dorme lo si mette sul braccio, con un’apposita fascia (non dà per nulla fastidio). Le storie di gente che l’ha perso fioccano, quindi io alla cintura ce l’ho portato solo per i primi quattro giorni. Poi è finito nel taschino minuscolo ed inutile dei jeans. Trattandosi però di un oggetto piccolo mi sembra facile che esca inavvertitamente, e si finisca col perderlo. Una brutta prospettiva, per un’affare di 99$.

(Di recente ho avuto un’illuminazione di cui sono particolarmente fiero: prendere una di quelle cinture che alcuni usano nei viaggi, con una piccola tasca interna per nascondere i soldi. Potrebbe essere una buona soluzione.)

Mi pare piuttosto preciso nel raccogliere i dati. Certo, ci sono cose che vorrei facesse e non fa. Per esempio è in grado di svegliarmi la mattina vibrando, ma invece che farlo ad un orario preimpostato sarebbe bello se come l’UP fosse in grado di determinare la fase di sonno leggero e svegliarmi durante quella — in modo che fossi riposato e pimpante. Sono anche convinto che l’activity tracker ideale dovrebbe avere il GPS: in tal modo potrebbe creare una mappa, indicando le zone attive e quelle passive, rendendo i suggerimenti su come migliorare più accurati.

Ma in generare, tutte le soluzioni in commercio più o meno si equivalgono. Se lo chiedete a me, avrà successo l’activity tracker che sarà più bravo nel leggere i dati, ovvero nel dare una prospettiva e un contesto a quello che raccoglie. Come sempre, l’hardware da solo non vale una mazza: sarà il software a fare la differenza. L’applicazione per iPhone e il sito: chi li farà meglio sarà anche chi, probabilmente, col tempo avrà più successo. Il Fitbit non è messo molto bene, da questo punto di vista. Ma la situazione è mediocre ovunque, ancora non c’è nessuno che eccelle in questo campo. C’è però, scegliendo il Fitbit, un vantaggio che gli altri non hanno: le API, appunto.

L’applicazione e il sito

Non è granché: i dati che fornisce sono piuttosto scarsi, privi di un contesto ampio a sufficienza. È deludente che lo schermo retina dell’iPhone 5 dia quasi la stessa quantità di dati del display OLED del Fitbit. Potrebbe, e dovrebbe, fare di più. È mediocre, strutturata non proprio bene e ricca di parti superflue: la sezione che consente di tenere traccia del numero di bicchieri d’acqua bevuti nel corso della giornata e il sistema per inserire le calorie consumate, macchinoso, complesso e per nulla intuitivo. Capisco che alcuni possano trovare utili queste cose, non serve eliminarle del tutto: basta fare due applicazioni. Una per la gestione del Fitbit e una per un healt graph più esteso.

L’idea è che il Fitbit sia più utile se l’utente si impegna spiegandogli cosa ha mangiato nel corso della giornata, il problema è che l’impegno è davvero grande, anche per cose — come prodotti industriali — che dovrebbero essere facili da inserire. Persino registrare le calorie di un panino di McDonald’s è complesso, dato che all’utente vengono presentate varianti su varianti, opzioni e alternative. Invece che cercare la perfezione dei dati, non sarebbe meglio bilanciare accuratezza con semplicità e fare un’approssimazione? Approssimazione che, a meno che non si mangi sempre in posti come McDonald’s, sarà comunque inevitabile quando si cucina in casa.

La parte del “food tracking” è sostanzialmente inutile: l’ho usata una giornata e poi buttata via. Altrettanto incasinata la parte che permette di tenere traccia delle attività svolte (nel registrare una corsa, ad esempio, ci si trova di fronte a venti tipi diversi!). Un’enorme fatica che pochi saranno disposti ad affrontare. Il resto è utile ma troppo essenziale.

Il sito non è da meno, dato che offre le stesse funzioni dell’applicazione. La mia più grande delusione è che non fa nulla per rendere i dati raccolti interessanti. A parte tracciare i grafici più banali e scontati; esempio: lo storico dei sette giorni di dormite. Non gioca con i dati, non li relaziona, non cerca un modo di incrociarli che stupisca. Fortuna che ci sono le API. Notch è uno di quei siti che, sfruttando le API ufficiali del Fitbit, queste cose le fa. Le API permettono, fra le altre cose, di importare i dati su RunKeeper e utilizzare Google Docs per creare i propri grafici personali (quest’ultima cosa è molto utile). Purtroppo ad oggi non offrono molto altro, ma spero che nel tempo l’adozione da parte di terzi aumenti.

C’è una cosa che mi ha fatto alzare le sopracciglia: l’azienda vende un servizio che chiama Fitbit Premium e attraverso il quale offre al cliente, che ha pagato 99$ per un oggetto, quei servizi che già dovrebbe dargli gratuitamente: un’allenatore virtuale che lo sproni a fare di più, un contesto ai dati raccolti. Una lettura che li renda utili senza fatica per l’utente. Ho dormito 4 ore: cosa significa? Cosa comporta? Se questa assenza di base potrebbe anche essere accettabile è vergognoso che io, in quanto utente normale non abbonato a quel servizio, non possa scaricare i miei dati. La cifra per effettuare il download di quello che mi appartiene è 49$ all’anno.

Conclusione

Abbiamo bisogno di dispositivi che facciano silenziosamente queste cose per noi — braccialetti come l’UP, bici, cardiofrequenzimetri e bilance — e si connettano a un sistema centralizzato che  compili le informazioni e le renda utili per noi. Questi device devono fare tutto questo con la minore interazione necessaria, così che le nostre attività rimangano il più naturale possibile. Invece che tribolare con un’applicazione per iPhone, semplicemente prendiamo la bici (con un modulo GPS integrato) che da sola si preoccupa del data tracking e fa l’upload per noi, mentre qualsiasi servizio abbiamo scelto si preoccupa di raccogliere i dati. — Kyle Baxter

Un oggetto di questo tipo non serve a niente se non c’è del lavoro dietro i dati raccolti. Un oggetto di questo genere dovrebbe suggerirti cosa fare per migliorare, indicarti quali sono i giorni più attivi e quelli più passivi, quali le ore sedentarie e quali no, magari chiedendoti per le prime dove ti trovavi e dicendoti cosa potresti fare per migliorare. Questo lavoro, semplicemente, non c’è. O ce n’è poco. Quindi se prendete un Fitbit, sappiate che toccherà a voi farlo. Al momento il Fitbit i dati si limita a raccoglierli: non è abbastanza.

È un oggetto che richiede lavoro da parte dell’utente, non fa molto da solo e dovete impegnarvi perché si riveli utile. Ma non credo sia un difetto del Fitbit: credo sia una cosa di tutti gli activity tracker, che hanno ampi margini di miglioramento e al momento restano un oggetto per appassionati del quantified self. Sono soddisfatto del Fitbit in sé, non lo sono dell’applicazione e del sito.

Se dovessi dare un voto, darei 8/10 al tracker e poi direi all’ecosistema che gli è stato costruito attorno di tornare al prossimo appello, che proprio non ci siamo. Ragione per cui prendetelo solo se avete voglia di perderci tempo: con le API, con Google Docs, con servizi alternativi.

Lo trovate su Amazon o sul sito ufficiale, a €99.

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La mia lista di applicazioni da avere su un Mac

Il wallpaper in fotografia è di fiftyfootshadows

Una settimana fa ho mandato in pensione il mio vecchio e stanco MacBook Pro (early 2008) sostituendolo con un MacBook Air 13″. Questa volta, a differenza di altre, ho preferito non trasferire nulla sul nuovo computer — a parte file fondamentali e libreria musicale. Per questa ragione mi sono ritrovato a scaricare tutti i programmi che avevo da capo, non in blocco però: aggiungendoli mano a mano che la necessità di averli si presentava.

Ho pensato che una lista di applicazioni fondamentali potesse essere utile, che magari in questo periodo sono in molti a cambiare computer (o a comprare un Mac per la prima volta!). Tenendo presente che alcune sono legati strettamente all’uso che io faccio del Mac, altre invece sono utility che chiunque dovrebbe avere:

  • CloudApp (menù bar, gratis), per condividere rapidamente immagini su Twitter o altrove.
  • Dropbox (utility, gratis). Va beh, ovvio. È stata la prima cosa che ho installato.
  • DragonDrop (utility, € 3), migliora il drag & drop di OS X agevolando lo spostamento dei file da una cartella all’altra. Dovrebbe essere inclusa di default nei Mac.
  • Trickster (menù bar, € 7,50), mostra gli ultimi file con cui abbiamo interagito e permette di accedervi in un lampo (ndr. in prova).
  • ClipMenu (menù bar, gratis), per avere una cronologia dei ⌘ + C che abbiamo fatto
  • iStat Menu (menù bar, € 12), per avere sotto controllo lo stato del Mac. Personalmente lo uso soprattutto per la batteria, mi dà informazioni dettagliate sui cicli e la salute.
  • Bartender (menù bar, € 11,75), ora che abbiamo aggiunto tutte ‘ste cose alla menu bar serve qualcosa per nasconderle: questa applicazione aggiunge un’altra icona alla menù bar che rivela, se cliccata, una seconda menù bar con gli elementi meno importanti — selezionati a nostra scelta. Sembra un casino, non lo è: è utilissima.
  • Alfred (gratis oppure €18), per fare qualsiasi cosa senza mai togliere le mani dalla tastiera. Spotlight, fatto meglio.
  • Bowtie (utility, gratis), mini player per iTunes, Spotify e simili.
  • DropZone (utility, € 7,50), aggiunge a destra o a sinistra dello schermo una serie di icone che permettono di svolgere azioni. Io lo uso soprattutto per caricare immagini su Amazon S3.
  • SelfControl (utility, gratis), blocca l’accesso a una lista da noi predefinita di siti. Tipo, facebook. Utile per evitare di distrarsi.
  • Transmit (web development, € 25), client FTP molto molto bello.
  • Hazel (utility, € 18), aiuta a tenere in ordine il Mac. Gli si può dire per esempio di spostare automaticamente nella cartella Musica i file musicali che si trovano nella cartella Download, e altre robe simili.
  • Chocolat (€ 36), text editor (ndr. in prova).
  • PopClip (utility, €  4,49), evidenziando del testo visualizza un popover stile iOS, dal quale si può tradurre il testo selezionato, cercarlo su Google, vedere la definizione di una parola nel dizionario e altre cose, a seconda di come la si configura (grazie a @jackalstudio)
  • Soulver (€ 17,99), va provata per capire bene cosa sia e quanto bene funzioni. A metà fra una calcolatrice, un foglio elettronico e un normale file .txt, imbattibile per semplicità: se vi trovate spesso a fare calcoli è da avere.  (ndr. in prova)
  • Coda 2 (web development, € 56), se lavorate sul web da avere. L’ho usato per creare il tema di Bicyclemind, mi sono trovato benissimo. In alternativa, anche Espresso non è male.
  • iA Writer (scrittura, € 4,49), lo uso per prendere appunti in università o scrivere meravigliosi articoli come questo, evitando distrazioni. Ho già scritto fino alla noia quanto mi piaccia questo software.
  • Evernote (gratis), ci si butta dentro un po’ di tutto, da ricette a appunti universitari — serve a quello, del resto.
  • 1Password (utility, € 45), altro software fondamentale per gestire password e informazioni private quali carte di credito.
  • Skype (gratis), sai cos’è.
  • Caffeine (utility, gratis), per tenere sveglio il Mac ed evitare che vada in stop.
  • JustNotes (scrittura, € 8,99), per rapide note testuali sincronizzate, volendo, con Simplenote (io preferisco Dropbox). È un’alternativa un po’ più bella a National Velocity, che comunque resta un gran bel software. C’è anche una versione gratuita, che però può restare aperta per massimo 30 minuti.
  • Carbon Copy Cloner (utility, € 33), per i backup.

Se avete qualcosa da suggerire che non appare nella lista, @philapple su twitter.

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I MOOC e il futuro delle università

MOOC è un acronimo piuttosto brutto che sta per Massive open online course, viene usato per indicare i corsi che vengono tenuti via web. Coursera e Udacity sono due siti descritti dall’acronimo: entrambi distribuiscono e raccolgono corsi di prestigiose università (Princeton, Stanford, MIT, …), gratuitamente attraverso la rete. Udacity, per dare un’idea, dice di avere più di 739,000 studenti. È nato nel 2011 dopo che Sebastian Thrun decise di mettere in rete il corso da lui tenuto a Stanford sull’intelligenza artificiale, raggiungendo un pubblico di 160,000 studenti provenienti da più di 190 diversi paesi. Il successo dell’esperimento lo portò a lasciare il suo lavoro a Stanford e fondare Udacity. L’idea generale, su cui si discute di questi tempi, è che l’istruzione si trovi in questo momento nella stessa situazione in cui si è trovata l’industria musicale quando è spuntato Napster: di fronte a un cambiamento radicale. Ne ha scritto Clay Shirky sul suo blog:

Once you see this pattern—a new story rearranging people’s sense of the possible, with the incumbents the last to know—you see it everywhere. First, the people running the old system don’t notice the change. When they do, they assume it’s minor. Then that it’s a niche. Then a fad. And by the time they understand that the world has actually changed, they’ve squandered most of the time they had to adapt. It’s been interesting watching this unfold in music, books, newspapers, TV, but nothing has ever been as interesting to me as watching it happen in my own backyard. Higher education is now being disrupted; our MP3 is the massive open online course (or MOOC), and our Napster is Udacity, the education startup. We have several advantages over the recording industry, of course. We are decentralized and mostly non-profit. We employ lots of smart people. We have previous examples to learn from, and our core competence is learning from the past. And armed with these advantages, we’re probably going to screw this up as badly as the music people did.

Ovviamente i dubbi riguardo i MOOC sono molti. Pare che solo il 10% degli iscritti abbia portato a termine i corsi, altri si domandano sulla validità di un certificato ottenuto via internet, ma soprattutto l’obiezione principale è come possa un computer sostituire l’esperienza di una lezione tenuta da un professore. In parte Udacity e Coursera snobbano queste domande, e vanno avanti imperterriti per la loro strada. Sembrano dire “ci penseremo in seguito, ad affrontare i problemi”, nel frattempo comunque le cose cambieranno lo stesso — ed infatti stanno cambiando. Però Shirky ha provato attraverso un’analogia con il mercato musicale a spiegare la differenza fra un corso in rete e una lecture, tenendo conto non solo dell’esperienza (più avvincente?) ma anche del costo del sistema universitario attuale, che continua ad aumentare e al cui problema i MOOC possono rappresentare una soluzione:

Starting with Edison’s wax cylinders, and continuing through to Pandora and the iPod, the biggest change in musical consumption has come not from production but playback. Hearing an excellent string quartet play live in an intimate venue has indeed become a very expensive proposition, as cost disease would suggest, but at the same time, the vast majority of music listened to on any given day is no longer recreated live.

C’è poi da sottolineare che l’obiezione pecca di benevolenza nei confronti delle lezioni tradizionali, ignorando che la maggior parte di queste non sono così entusiasmanti. Per rubare le parole a Shirky, a ogni critica che cominci con “prendiamo Hardvard come esempio” si dovrebbe rispondere “no, non facciamolo”, perché Harvard riguarda una microscopica percentuale degli studenti del pianeta. La maggior parte degli studenti studia in università che non eccellono per qualità, con corsi che non sono affatto l’esperienza insostituibile descritta dai critici dei MOOC. I MOOC non provano a rimpiazzare le università, sono la prima versione di qualcosa di nuovo, che avrà sempre più rilevanza. Nel frattempo, come successo per la musica prima, per i giornali poi, sono un’ottima cosa per l’intero settore dell’istruzione — forse non per le università intese come istituzione, ma per l’istruzione, senza alcun dubbio. Anche solamente perché obbligano le università a porsi delle domande, le costringono a cambiare riscoprendosi con un ruolo più attivo e meno passivo. Eric Mazur, professore di fisica a Harvard, ha di recente abbandonato il sistema delle lecture (che consistono essenzialmente nella trasmissione passiva di informazioni) facendo studiare agli studenti la lezione a casa, da soli, dedicando in tal modo il suo tempo in classe a discutere su quanto appreso, affidando a se stesso un ruolo che i MOOC non possono coprire:

Taking active learning seriously means revamping the entire teaching/learning enterprise—even turning it inside out or upside down. For example, active learning overthrows the “transfer of information” model of instruction, which casts the student as a dry sponge who passively absorbs facts and ideas from a teacher. This model has ruled higher education for 600 years, since the days of the medieval Schoolmen who, in their lectio mode, stood before a room reading a book aloud to the assembly—no questions permitted. The modern version is the lecture.

I MOOC probabilmente non sostituiranno le università (se non altro non quelle valide), scrive Shirky, e sì, al momento pongono svariate problematiche a cui devono ancora dare una risposta, ma la qualità della loro offerta (da alcuni criticata) migliorerà esponenzialmente col tempo e — sembra dire Shirky — evitiamo di demonizzarli perché faranno un gran bene al sistema dell’educazione:

That’s because the fight over MOOCs is really about the story we tell ourselves about higher education: what it is, who it’s for, how it’s delivered, who delivers it. The most widely told story about college focuses obsessively on elite schools and answers a crazy mix of questions: How will we teach complex thinking and skills? How will we turn adolescents into well-rounded members of the middle class? Who will certify that education is taking place? How will we instill reverence for Virgil? Who will subsidize the professor’s work? MOOCs simply ignore a lot of those questions. The possibility MOOCs hold out isn’t replacement; anything that could replace the traditional college experience would have to work like one, and the institutions best at working like a college are already colleges. The possibility MOOCs hold out is that the educational parts of education can be unbundled. MOOCs expand the audience for education to people ill-served or completely shut out from the current system, in the same way phonographs expanded the audience for symphonies to people who couldn’t get to a concert hall, and PCs expanded the users of computing power to people who didn’t work in big companies. Those earlier inventions systems started out markedly inferior to the high-cost alternative: records were scratchy, PCs were crashy. But first they got better, then they got better than that, and finally, they got so good, for so cheap, that they changed people’s sense of what was possible.

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Andiamo sempre meno d’accordo

Interessante pezzo di Clay Shirky su Poynter, in cui l’autore sottolinea una conseguenza della vastità delle opinioni disponibili in rete (e di persone disposte a sostenerle):

Siamo meno disposti a concordare su cosa costituisce la verità, ma non perché siamo recentemente diventati testardi. Siamo sempre stati così. Solo non eravamo a conoscenza di quante altre persone erano così.

La relativizzazione dei fatti e la frammentazione delle opinioni1 fa sì che ci sia sempre qualcuno che non concorda su quanto affermato e ritenga che la sua opinione abbia diritto ad avere uguale spazio e diffusione di quella altrui, anche se non ha alcun collegamento con la realtà e non è supportata da fatti.

Per questa ragione, il fact-checking è probabilmente uno dei ruoli più importanti che i giornali possono coprire e uno dei modi in cui possono ritrovare autorità e importanza nel nuovo panorama mediatico. La soluzione non è dare uguale spazio a qualsiasi opinione, ma valutare la varietà di opinioni disponibili e selezionare quelle che hanno un senso scartando le restanti:

I giornalisti devono operare in un mondo dove nessuna dichiarazione, per quanto triviale, sarà completamente al sicuro da una smentita. […] Un mondo nel quale ipoteticamente tutte le affermazioni sono disponibili, rende il giornalismo del “lui ha detto, lei ha affermato” una forma di giornalismo sempre più irresponsabile, [da ritenere] sempre meno una via per instaurare un dibattito moderato e sempre più una strada per evadere la responsabilità di informare il pubblico. Cercare la verità consiste sempre meno nella ricerca del consenso, dato che ce ne è meno nel mondo, e sempre più riguarda smistare gli attori rilevanti da quelli irrilevanti. I giornalisti non possono più fare affidamento sugli esperti, come se ogni professore o ricercatore fosse in ugual modo affidabile.

  1. E il fatto che siamo convinti delle stesse, indipendentemente dalla loro validità. Una conseguenza della polarizzazione delle idee

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Persone ridicole

Silvio Berlusconi, nel 2011:

“Mi sembra che in Italia non ci sia una forte crisi. La vita in Italia è la vita di un paese benestante, i consumi non sono diminuiti, per gli aerei si riesce a fatica a prenotare un posto, i ristoranti sono pieni”.

Spero che coloro che fanno paragoni fra le proteste in Spagna e le code fuori dagli Apple Store1 — e facebook è pieno di banalità di questo tipo, declinate in modi diversi — si rendano conto che non sono sagaci, né intelligenti. Sono arroganti e pomposi, fanno assunzioni sulla vita altrui sulla base di un singolo elemento. Se me lo permettete, o anche se non: sono dei poveri cretini. Magari questo circolo di intellettuali si scorda che fumando o bevendo birra ogni sera — mentre prende decisioni su come migliorare il pianeta senza mai distrarsi da questo obiettivo — ne spende altrettanti, di soldi. Oppure, vogliono farci credere, loro li investono tutti in volontariato?

Piantiamola, con i moralismi. È un peccato che a ogni lancio di un iPhone si ripeta la solita sequela di banalità, è un peccato che certe persone non riescano a concepire che ciascuno ha interessi e priorità diverse: non c’è nulla di male, nulla, se una persona decide di investire i propri soldi in un iPhone 5. Così come non c’è nulla di male se a quello preferisce altro. Piantiamola con l’immagine delle pecore per rappresentare i clienti, e con tutta questa supponenza — se ci riflettono bene, forse possono rendersi conto che le loro scelte non sono più alternative; che la loro minoranza non è una minoranza.

Concludo, sperando (vanamente, lo so) che il tutto non si ripeta di nuovo al prossimo iPhone o iPad, con queste parole di Lorenzo Fantoni:

Io non mi metterei mai in coda per l’iPhone 5, ma mi sono messo in coda per tante altre cose in vita mia, se fossero migliori o peggiori non lo so. La verità è che tutti ci rendiamo ridicoli agli occhi degli altri per qualcosa, solo che non tutti hanno la sfortuna di avere un fotografo che passa li davanti. […] Che poi, voi siete proprio sicuri di spendere i vostri soldi (e il vostro tempo) in maniera più etica? Io assolutamente no.

  1. Che poi ci sono code anche fuori dagli Apple Store spagnoli: le cose non sono mutuamente escludibili

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Sul mancato supporto dell’iPhone 5 alla tecnologia NFC

L’unica cosa che manca al nuovo iPhone — avevo scritto a poche ore dalla presentazione — è il supporto alla tecnologia NFC. Non sono stato l’unico a lamentarmi, ma concordo con Matt Drance che i tempi sono prematuri: Apple spesso ha spinto verso nuove tecnologie, adottandole in anticipo con i tempi, e probabilmente nel momento in cui deciderà di inserirla nell’iPhone l’NFC subirà un’espansione improvvisa. Tuttavia, per ora dobbiamo accontentarci di altri sistemi di pagamento.

Passbook, per esempio, che si è rivelato ancora più deludente del mancato supporto a NFC. Non tanto per l’applicazione in sé, ma per il fatto che è nato in sordina e, al momento, non serve a nulla. Il sistema è pronto, ma le applicazioni che lo supportano sono poche e molte persone si stanno chiedendo cosa debbano farci, con questa applicazione.

Passbook si basa sulla localizzazione e i codici QR: quando ci si trova in prossimità dell’evento o del negozio appare una notifica sulla schermata di sblocco dell’iPhone che rimanda al biglietto, alla tessera, al cupon, etc. — contenente il codice QR — con cui è possibile pagare. Starbucks ha annunciato che presto supporterà il sistema, ma Starbucks già offre un’applicazione con cui permette di pagare con il proprio iPhone — sempre affidandosi a codici QR. Funziona? Io la trovo scomoda: i codici QR sono tutto fuorché facili da usare, soprattutto se dietro te si trovano altre 10 persone in coda.

Cap Watkins sostiene, come altri, che Apple non abbia aggiunto il supporto a NFC semplicemente perché non c’è alcun bisogno di supportare NFC. La tecnologia per abilitare un nuovo sistema di pagamento già esiste, si chiama WiFi. Un esempio è Square: non c’è nemmeno bisogno di estrarre l’iPhone dalla tasca, è sufficiente dire il proprio nome al barista. Tutto ciò grazie al GPS e Internet; nessun uso dell’NFC.

Io però credo che l’NFC serva anche a altro e che, comunque, sarebbe molto più comodo dei codici QR. Estrarre l’iPhone dalla tasca sarà faticoso, ma lo è ancora di più centrare il codice QR — piuttosto che semplicemente poggiare il cellulare su un rilevatore NFC. Le tessere della metropolitana, che al momento si basano sull’RFID, potrebbero essere sostituite da un cellulare abilitato a NFC1. Non puoi basare l’accesso alla metro sul WiFi e sul GPS perché l’afflusso di persone è spesso enorme, e quindi è necessario che ciascuno dei passeggeri timbri il biglietto nel modo più rapido e univoco possibile.

Potrei andare avanti con svariati esempi (uso una tessera RFID per accedere alla biblioteca, ai vari dipartimenti dell’università e persino nella residenza universitaria), ma non è necessario: il punto è chiaro. I pagamenti non sono l’unica cosa che verrebbe rivoluzionata dall’arrivo dell’NFC. C’è anche altro, da considerare.

  1. Ci sono problemi sulla velocità del sistema. TFL (Transport for London) lo ha sperimentato e ritenuto troppo lento. Ma può essere migliorato, credo.

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Cosa c’è da sapere sull’iPhone 5

Se avete letto i rumors i giorni scorsi siete già a posto: l’iPhone 5 è come si immaginava che fosse, ha tutte le caratteristiche che erano state previste. Citando Mantellini, l’unica sorpresa è stata il colore degli iPod. Altrimenti:

  • È più lungo. In soldoni: ci sta una riga in più di icone nell’Home Screen, oppure un tweet in più in Tweetbot. Significa anche letterbox (una barra nera sopra e sotto lo schermo), per le applicazioni che non si adatteranno
  • È l’unica cosa che è aumentata, l’altezza. Per il resto è più leggero e più sottile. E vuole le NanoSIM, le Micro non gli garbano più
  • Il retro è perlopiù di alluminio racchiuso, sopra e sotto, da due fasce in vetro. Ma se cade, si frantuma comunque
  • Il connettore, nuovo, più piccolo, si inserisce in ogni direzione — non come prima, che si sbagliava sempre il senso d’ingresso
  • Supporta LTE. Sarebbe bello, peccato tu viva in Italia
  • Ha un processore A6, veloce il doppio
  • Nonostante questo, la batteria dura di più
  • La fotocamera, da 8 megapixel e funzione Panorama, è forse uno dei principali miglioramenti. Apple la migliora molto, di anno in anno. Ben Brooks sostiene che funzioni da strumento di marketing: i nostri amici vedono le meravigliose foto che scattiamo con l’iPhone 5 = un altro iPhone 5 venduto
  • I prezzi sono identici
  • Arriva il 28 Settembre, in Italia (nei Paesi seri e rilevanti il 21)

Note a margine su altri prodotti presentati ieri che però non ci interessano particolarmente:

  • Hanno presentato i nuovi iPod. La notizia è che gli iPod sono ancora in commercio. Poi hanno presentato i nuovi Newton
  • iPod Nano: non si può più usare come orologio ed ha delle icone rotonde che, THE HORROR! THE HORROR!
  • iPod Touch: forse il più bello fino ad oggi. Però dai colori si capisce chiaramente che è pensato per bimbi. C’è anche un laccetto incluso, così glielo si affranca al braccio e non gli cade
  • Nuove cuffie: sembrano terribilmente scomode, dicono siano terribilmente comode

Cosa dire a quelli che sono delusi e che dicono Apple-non-innova-più:

A me sembra sia un ottimo iPhone, l’unica cosa che avrei voluto e che non ha è il supporto alla tecnologia NFC. Ma è una cosa che vorrei io e che sapevo non ci sarebbe stata (era circolato come rumors, poi subito smentito). I miglioramenti sono incrementali, e del resto non mi pare che dal punto di vista dell’hardware si potesse fare di più. Non è che i Samsung o i Nokia siano diversi, se i miglioramenti li misuriamo sul lato dell’utilità e non di quanto di anno in anno gli aumentano le dimensioni dello schermo.

Forse a lasciare scontenti è iOS 6. Anche in questo caso si tratta solo di un miglioramento incrementale, ma data la concorrenza in questo caso non è sufficiente.

Cosa dire sugli utenti Android che ieri sera su Twitter commentavano la conferenza reinterpretando una favola di Fedro:

Siete pallosi.

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Apple ha brevettato l’angolo smussato

Antonio Dini su WIRED:

Per quanto riguarda il design dell’iPhone, dire che “Apple ha brevettato l’angolo smussato” in un paese che deve buona parte della sua credibilità alle scuole di design e all’esportazione del Made in Italy secondo me è un autogol che rasenta la malafede. Andate allora a dire ad Armani che ha fatto solo una camicia? O alla Ferrari che ha fatto la macchina con due sportelli? E se arriva un coreano che fa la camicia di Armani o la Ferrari, tale e quale che non le distingui se non ti metti seduto sotto una buona luce a guardare con calma, gli dici che fa bene perché così aumenta la scelta dei consumatori e i prezzi sono più bassi?

Alcune delle cose che leggo in questi giorni in quel fantastico luogo, Google Plus, caratterizzato da un sur(Plus) di gente che accompagna i propri illuminati pensieri con l’hastag #BoycottApple:

  • È solo un rettangolo con gli angoli smussati. Con questo fine ragionamento possiamo ridurre tutto a una forma primaria e liquidare qualsiasi argomento, per eccesso di semplificazione.
  • Ci sarà meno scelta per il consumatore! Come scrive Dini, solo se più scelta equivale a offrire prodotti copiati; ma allora dovremmo tutti comprare merce falsificata e scaricare musica pirata.
  • I telefoni costeranno di più! E perché mai? È un costo insignificante che va a perdersi nella marea di altri costi che già Samsung deve affrontare. Non preoccupatevi, Samsung non ha un margine del 10% sull’hardware che vende.
  • È una vittoria per Samsung. Perché Apple avrebbe dimostrato che i suoi prodotti sono identici ma costano di meno, sostengono questi. C’è gente che ci crede.
  • Apple blocca l’innovazione. L’ho lasciata per ultima perché è la più assurda. Questo è successo perché Samsung non ha innovato affatto. Perché ha copiato, fine. Se Samsung avesse fatto un minimo di sforzo nel creare qualcosa di originale tutta questa vicenda ce la saremmo potuta evitare.

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La verifica in due passaggi, come e perché abilitarla

Dopo quanto successo a Mat Honan, il suggerimento di molti per difendersi da attacchi di quel tipo è stato quello di consigliare l’attivazione della verifica in due passaggi. La verifica in due passaggi è un’opzione che offre Google per autenticarsi al suo sito, che se abilitata affianca alla classica password un codice — da inserire quando si effettua il login — che viene recapitato ogni volta tramite SMS. Per autenticarsi vengono richieste dunque due cose:

  • Qualcosa che si conosce: la propria password
  • Qualcosa che non si conosce, generato in automatico: un PIN di verifica, della durata di pochi minuti

Volendo, per evitare l’SMS, si può installare sul proprio iPhone Google Authenticator, un’applicazione che genera questi codici a scadenza. È inoltre consigliabile conservare nel proprio portafoglio dei codici di backup, ovvero dieci PIN che possono tornare utili nelle occasioni in cui l’iPhone non abbia possibilità di collegarsi alla rete.

Ovviamente non è il caso che ci tocchi inserire un PIN anche quando accediamo alla mail tramite il nostro computer: almeno in questa situazione la doppia autenticazione può essere disabilitata, per un periodo di 30 giorni o anche più. Siccome la doppia autenticazione avviene tramite web, il problema della sicurezza per i client di posta viene risolto generando una password diversa per ciascuna di essi (che ovviamente non serve ricordare, ma va trattata come fosse un codice di autorizzazione da inserire una volta sola e mai più).

Google Authenticator è aperto, questo ha fatto sì che anche altre aziende lo implementassero nei loro servizi. Per esempio, io lo uso anche con WordPress1. È un vero peccato che Apple non sia così attenta alla sicurezza con iCloud, ed è anche certo che iCloud dovrebbe offrire una sicurezza ulteriore rispetto a quella data da una banale password.

Un altro servizio che mi piacerebbe offrisse la doppia autenticazione, anche visti i suoi recenti problemi con la gestione dei dati degli utenti, è Dropbox. Fortunatamente, sembra ci stiano lavorando.

  1. Altri servizi supportati: DreamHost, Amazon Web Services

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La guida sintetica al processo Samsung e Apple

Lo scontro fra Apple e Samsung si è spostato in California. Se vi sentite confusi fra i brevetti e tutte le recriminazioni dell’una e dell’altra parte troverete utile (e esaustivo) il pezzo che The Verge ha pubblicato, in cui sintetizza gli argomenti di entrambe le aziende. Di quel pezzo ne faccio un riassunto ancora più sintetico.

* * *

L’argomento di Apple è molto semplice: sostiene che Samsung abbia copiato il trade dress dei suoi prodotti e che si sia avvantaggiata ingiustamente degli investimenti, in ricerca e sviluppo, di Apple in questo settore. Samsung deve difendersi da questa accusa e per farlo proverà a dimostrare che anche Apple, azienda relativamente recente in questo settore, si sia avvantaggiata a sua volta di anni e anni di ricerca e investimenti di Samsung.

Samsung si deve difendere anche dall’accusa principale, quella di avere copiato il trade dress dell’iPhone e iPad:

Probabilmente non avete mai sentito il termine trade dress prima di oggi, ma vi scontrate con lui tutti i giorni: rappresenta gli elementi di un prodotto che lo rendono riconducibile a una certa azienda. L’esempio classico è la bottiglia della Coca-Cola: la forma caratteristica della bottiglia è riconoscibile almeno quanto la parola Coca-Cola stessa (*)

“Il problema del rettangolo nero di Apple” (Apple’s black rectangle problem) è la frase utilizzata da Samsung per descrivere i brevetti relativi al design dell’iPhone, che ritiene generici e quindi poco indicativi. In aggiunta, Samsung proverà a dimostrare che il design dell’iPhone non è originale, ovvero come anche Apple abbia tratto ispirazione da altre aziende (nello specifico da Sony).

Apple vuole in totale 2.525 miliardi di dollari da Samsung, Samsung vuole 14.40 dollari per ogni iPad e iPhone venduti. Samsung accusa Apple di fare uso indebito di vari brevetti relativi alla connettività 3G (da lei detenuti) e per questo chiede una percentuale, 2.4% del costo di ogni iPad e iPhone (da dove venga questa cifra non è chiaro, dalle carte). Apple potrebbe difendersi facendo notare che acquista i suoi chip da Intel, la quale regolarmente paga Samsung per l’uso di queste tecnologie.

L’accusa di Apple è piuttosto semplice, ma difficile da difendere in sole 25 ore di processo a causa della varietà dei prodotti di Samsung. Apple ha quindi chiesto di poter ricondurre i vari device di Samsung a più categorie rappresentative. Questo perché mentre Samsung si trova a dover fare riferimento a pochi prodotti, e quindi a poterli analizzare accuratamente tutti quanti, Apple deve fare riferimento all’offerta di Samsung, ben più varia e differenziata.

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Benvenuto su Bicycle Mind

Quando qualcuno mi chiede dove scrivo — non che succeda spesso, ma capita durante quei meeting di blogger che la gente normale non frequenta —, e io gli rispondo su un blog che si chiama Mac Blog, li vedo che mi guardano come a dire beh, che nome, che fantasia, un po’ anonimo, non trovi?

Già, un po’ anonimo. Sono d’accordo, ma l’ho creato nel 2005, avevo 15anni allora, e il me del 2005 che ne so, che pensava, mentre sceglieva questo nome. Il fatto è che non è solo anonimo, ma è anche sbagliato. Perché limita attraverso il titolo l’argomento al Mac e, come potete notare, è da un po’ che qua si parla anche d’altro — non solo di Mac.

Quindi, si cambia nome.

* * *

Sei su Mac Blog, anche se non sembra, solo che dopo 7 anni non si chiama più Mac Blog. Si chiama Bicycle Mind 1, in onore di una cosa che disse una volta Steve Jobs che ritengo esprima bene quello che penso delle cose di cui parlo, su queste pagine, tutti i giorni:

“And that’s what a computer is to me. What a computer is to me is it’s the most remarkable tool that we’ve ever come up with, and it’s the equivalent of a bicycle for our minds.”

Gli argomenti resteranno gli stessi, solo che da oggi verranno pubblicati sotto un nuovo nome e, come puoi notare, una nuova grafica. La nuova grafica, creata partendo da mnlist, ma che ora con mnlist non ha più nulla a che fare, è stata creata con una sola cosa in mente: la lettura.

Questa è la ragione per cui il font — non è meraviglioso? — potrebbe sembrare enorme. Questa è la ragione per cui non c’è nemmeno una pubblicità. Non prometto che le cose resteranno così, forse una — piccola piccola, non fastidiosa, bella per quanto nei limiti del possibile — sarà necessario inserirla prima o poi. Ma se al momento questa piacevole assenza è possibile è grazie agli iscritti alla MEMBERSHIP 2.

Cambiano alcune cose, per esempio non ci sono più i commenti. Un po’ mi dispiace, un po’ è stato necessario. Non ci saranno fino a quando non troverò un modo intelligente di integrarli, il che significa un sistema che stimoli la discussione, il dibattito, ma eviti i flame e gli idioti. Quindi, si capisce, resteranno disattivati a lungo.

Questo non significa che, se lo vorrai, non potrai ribattere a quello che scrivo: potrai farlo sul tuo blog o rispondermi twitter. In entrambi i casi però il tuo commento apparirà chiaramente legato al tuo nome, e se scriverai cose stupide andrai a rovinare il tuo spazio personale, non il mio.

Ci sono anche alcune novità per quanto riguarda i post. Ci sono i linked-post, ma quelli già c’erano, ci sono però anche altri post speciali (come i CIT., per occasionali citazioni).

Detto questo, spero vi piaccia.

  1. Devo ammettere di aver rubato il nome a Stephen Hackett, ma solo dopo che lui ha deciso di non usarlo
  2. Ci sono delle novità anche riguardo alla membership: ne parlerò a breve, in un futuro post

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