A cosa serve Snapchat

Bloomberg, in un articolo titolato “Come Snapchat ha costruito un business confondendo gli adulti“:

The company says users watch roughly 8 billion videos on its platform each day, about the same number as Facebook, which has 10 times as many users as Snapchat. On a given day, according to Nielsen, 41 percent of adults in the U.S. under 35 spend time on Snapchat.

“Everybody from 14 to 24 in America, it’s either the No. 1 or No. 2 app in their lives,” after Instagram, says Gary Vaynerchuk, an angel investor and entrepreneur. Actually, it’s not just an American phenomenon: Snapchat is a top 10 most-downloaded app in about 100 countries, according to market researcher App Annie. Vaynerchuk, who has investments in Snapchat, Twitter, and Facebook, likens the excitement to that of television in the early 1960s. “The vast majority of people reading this article will have a Snapchat account within 36 months,” he says. “Even if, as they’re reading this, they don’t believe me.”

Snapchat confonde, sia perché ha un UI ridicola — gialla, con icone scelte quasi a caso, con gestures e feature semi-nascoste — sia perché ha la nomea di essere un’applicazione per scambiarsi contenuti imbarazzanti.

A confondere è soprattutto questa feature — la durata effimera degli snaps. Questa serve però più a liberarsi dal peso che tutto ciò che postiamo in rete acquista — perché “eternamente” conservato o recuperabile da chiunque — piuttosto che a scambiarsi foto di nudi. La vita effimera che accomuna tutto ciò che su Snapchat esiste — assieme al fatto che nulla è frutto di lunghe premeditazioni: non è possibile scegliere materiale dal rullino fotografico, ma tutto deve essere catturato al momento — aiuta più che altro a creare uno stream onesto di quello che ci sta succedendo. Mentre Instagr.am serve a raccontare la nostra vita attraverso filtri, editandola come più ci piace, Snapchat sembra, appare, più naturale. E se qualcosa è imbarazzante o poco interessante pazienza: già domani sarà sparito per sempre. Snapchat è Facebook senza memoria.

In realtà Snapchat non è tanto una chat — almeno io trovo che intrattenere una conservazione su lì sia quasi impossibile — quanto piuttosto un modo per raccontare la propria giornata e una finestra sulla vita altrui. La feature principale dell’app, oltre all’invio di foto o immagini a un particolare contatto, è My Story: una collezione di snap pubblici. Ciascun utente può raccontare la propria giornata postando foto o video nella propria Story. Questi snap rimarranno visibili — dai propri followers — per 24 ore.

L’UI, per quanto orripilante, asseconda lo scopo: non ci sono link esterni, contenuti da leggere, ma solo cose da guardare — i video e le immagini dei nostri amici occupano, senza interruzioni, senza fronzoli, senza possibilità di particolari interazioni, tutto lo schermo. Su Snapchat si guarda o si filma quello che si sta facendo — ma non si edita o discute troppo. Si risponde per immagini e video, in maniera quasi instantanea.

Snapchat è snobbato dagli adulti, ma solo per un fraintendimento. Quello che Snapchat sicuramente non è è un’app per inviarsi cose di cui ci vergogniamo. Lo considererei, quasi, una specie di FaceTime asincrono, o Periscope per stream senza un particolare intento. È Instagr.am e Facebook ma senza la dimensione pubblica (persino le celebrità sono difficili da trovare) e editoriale.

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Non riguarda un singolo iPhone

Un riassunto per capire meglio la vicenda FBI/Apple. Prima di iniziare, però, una citazione di Bruche Schneier:

In generale, la privacy è qualcosa che le persone tendono a sottovalutare finché non ce l’hanno più. Argomenti come “io non ho nulla da nascondere” sono comuni, ma non sono davvero validi. Chi vive in un regime di costante sorveglianza sa che la privacy non è avere qualcosa da nascondere. Riguarda la propria individualità e la propria autonomia personale. Riguarda l’essere in grado di decidere cosa rivelare di se stessi e in quali termini. Riguarda l’essere liberi come individuo, senza essere costretti a giustificarsi continuamente a qualcuno che ci osserva.


L’FBI vuole accedere a dei dati contenuti dentro l’iPhone 5c di Syed Rizwan Farouk, uno degli attentatori di San Bernardino. Questi dati — messaggi, foto, etc.; cifrati — non sono stati salvati su iCloud ma si trovano dentro l’iPhone. Apple ha già dato accesso all’FBI ai dati che si trovavano su iCloud ma l’FBI ha avuto problemi a bypassare le misure di sicurezza dell’iPhone e, di conseguenza, ad accedere ai dati che risiedono solo sul device in questione.

Per accedere ai dati di un iPhone 5c sono necessari “solo” due ingredienti: il passcode dell’utente e il codice del device. A complicare le cose sono le misure di sicurezza adottate da Apple: il fatto che i dati vengano cancellati dopo 10 tentativi, o che fra un tentativo e l’altro sia necessario aspettare 5 secondi. Ci vorrebbero dunque anni per l’FBI a indovinare il codice tramite brute force (provando ogni possibile combinazione del codice).

L’iPhone in questione è un 5c, quindi senza Secure Enclave. Come spiega Ben Thompson, la Secure Enclave è un chip A7 che agisce come computer indipendente, con un proprio sistema operativo, che renderebbe molto più complesso l’accesso ai dati. Nel caso di un iPhone 6s, dotato di Secure Enclave, sarebbero necessari tre ingredienti per decrittografare i dati: la chiave del device, il passcode dell’utente e una chiave casuale, generata dalla Secure Enclave, sconosciuta a Apple stessa. Se l’attentatore avesse avuto un iPhone 6s o uno qualsiasi degli iPhone più recenti, sarebbe stato impossibile per Apple cooperare con l’FBI — anche se avesse voluto — se non inserendo una backdoor ancora più insicura e terrificante nel sistema operativo: una chiave fissa e unica. Si può fare, però, e il pericolo principale è che l’FBI sfrutti questo caso come precedente — per chiedere un qualcosa di ancora più insicuro.


L’FBI, dunque, come spiega Fabio Chiusi, vuole tre cose da Apple:

  1. Rimuovere o disabilitare la funzione di auto-distruzione dei contenuti.
  2. Consentire all’FBI di provare a inserire la password corretta (in sostanza, abilitare tentativi infiniti di trovarla, una tecnica detta “brute force”).
  3. Garantire che non ci siano le attese (delay) tra un tentativo e l’altro attualmente previste da iOS, a meno di quelle necessarie al funzionamento dell’hardware.

L’FBI chiede a Apple di disabilitare la funzione che elimina tutti i dati di un iPhone dopo dieci tentativi di accesso falliti — in modo da poter provare tutte le combinazioni possibili e accedere al device tramite brute force. Apple non può semplicemente disabilitare la funzionalità: solo l’utente (che l’ha attivata) può farlo. Affinché questa misura di sicurezza possa essere bypassata, è necessario che Apple scriva un software che sia in grado di disabilitare una delle funzionalità di sicurezza di iOS.

Il che significa — punto e basta, senza sfumature — creare una backdoor. La Casa Bianca si è difesa spiegando che in realtà vuole l’accesso a un solo, singolo, device — l’iPhone 5c in questione — ma Cook è stato ben chiaro: non è così semplice.

Il governo suggerisce che questo strumento potrebbe essere usato solo una volta, su unico telefono. Ma è semplicemente falso. Una volta creata, la stessa tecnica potrebbe essere usata ancora e ancora, su un qualunque numero di device. Nel mondo fisico, sarebbe l’equivalente di un passe-partout, in grado di aprire centinaia di milioni di lucchetti – di ristorante e banche, negozi e case. Nessuna persona ragionevole lo accetterebbe.

Una volta che Apple sviluppa questo software, crea un precedente e lo rende disponibile a qualsiasi soggetto e situazione. Rende tutti gli iPhone — di tutti i cittadini — insicuri. Potenzialmente un qualsiasi hacker potrebbe sfruttare questa falla per ottenere i dati di un qualsiasi altro utente. Non solo: un governo meno democratico potrebbe a sua volta sfruttare questa porta ai dati dei cittadini. Quando si trattano questi temi bisogna sempre ricordarsi che le misure che prendiamo dalle nostre parti hanno ripercussioni in luoghi meno liberi del pianeta.


La Electronic Frontier Foundation (nota a margine: è il momento di fare una donazione a loro se non l’avete mai fatto — io ho impostato a inizio anno una donazione ricorrente di $10. Vi mandano pure a casa una bellissima maglietta, per ringraziarvi) è intervenuta a sostegno di Apple:

Supportiamo Apple perché il governo sta chiedendo più di un semplice aiuto da parte di Apple. Per la prima volta, il governo sta chiedendo a Apple di scrivere un nuovo codice che elimina le funzioni di base di sicurezza dell’iPhone — funzioni che proteggono tutti noi. Essenzialmente, il governo sta chiedendo a Apple di creare una master key così che possa accedere a un singolo telefono. Una volta che questa chiave esiste, siamo certi che il governo chiederà di farne uso ancora e ancora, per altri telefoni, e utilizzerà questo precedente contro qualsiasi altro software o device che decida di offrire una protezione maggiore.


(Nota a margine numero due: quello che scrive Beppe Severgnigni questa mattina sul Corriere è uno schifo. Non ha senso, e dimostra che non ne capisce nulla di come funziona tecnicamente la crittografia. È approssimativo — crea disinformazione e danni attorno a un argomento già poco chiaro e complesso per il cittadino comune, spesso affrontato con disinteresse perché liquidato con un “ma io non ho nulla da nascondere”.)


Tutto ciò non ha a che fare con l’iPhone 5c in questione. Come la vicenda dell’NSA e di Snowden dovrebbe aver insegnato, l’FBI sta utilizzando il terrorismo come scusa per potere accedere ai dati di chiunque quando gli pare e piace, quando ritengono necessario.

Apple si trova in una posizione unica rispetto alle altre aziende tecnologiche di simili dimensioni: il suo business model non dipende minimamente dai dati degli utenti e per questo può lottare per lasciarli a chi appartengono. La risposta del CEO di Google è — in confronto — debole: piena di could (e fornita via twitter…???).


La crittografia va difesa anche se a farne uso sono anche i terroristi. L’anche, in quella frase, è importante: perché la crittografia giova innanzitutto noi, i cittadini.

Anche se Apple venisse costretta a inserire una backdoor nell’iPhone un’organizzazione terroristica troverebbe (o potrebbe sviluppare) alternative per comunicare in sicurezza. Così facendo, il cittadino normale ci rimetterebbe senza alcun vantaggio per la sicurezza generale.

Come spiega Dan Gillmor:

Un giorno si potrebbe venire a sapere che un terrorista ha usato sistemi potenti di criptaggio, e la risposta giusta sarebbe: “Sì, lo ha fatto, ma dobbiamo comunque proteggere questi sistemi di criptaggio, perché indebolirli peggiorerebbe soltanto le cose.” Perché? Perché il criptaggio è davvero una questione semplice, non importa quanto funzionari legislativi desiderosi di diffondere la paura o politici codardi e ostinatamente ignoranti vadano sbandierando sul bisogno di backdoor nelle comunicazioni protette. La scelta è fondamentalmente binaria per molti esperti in materia. Non si possono alterare i sistemi di criptaggio in maniera significativa senza renderci tutti meno sicuri, perché i cattivi poi sfrutteranno le vulnerabilità introdotte nel processo. Non è una questione di sicurezza verso privacy, come gli esperti hanno spiegato ormai innumerevoli volte, è una questione di sicurezza contro sicurezza.

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16 tesi per un mondo “mobile”

Sono passati nove anni dal primo iPhone e alcune situazioni e conseguenze della “rivoluzione mobile” sono oramai state assodate — Apple e Google dominano le due maggiori piattaforme, Facebook è completamente passato a mobile ed è chiaro che il futuro risiede su internet e mobile.

Benedict Evans propone 16 tesi da cui partire, per capire cosa succederà nel futuro prossimo:

  1. L’ecosistema tecnologico esistente ruota attorno ai dispositivi mobili. Basta vedere il numero di utenti, che è 10 volte superiore a quello dei personal computer.
  2. Mobile = Internet. Dovremmo smettere di parlare di internet mobile e internet su desktop, esattamente come non parliamo più di televisione a colori e televisione in bianco e nero. La versione mobile non è, oramai, più limitante ma offre uguali — se non maggiori — vantaggi.
  3. I dispositivi mobili non hanno nulla a che fare con le dimensioni dello schermo e i PC non sono strettamente legati alle tastiere — mobile significa ecosistema mobile e questo ecosistema assorbirà il PC. I dispositivi mobili finiranno con l’assumere sempre più dei compiti che oggi affidiamo ai computer tradizionali.
  4. Avremo per sempre bisogno di un mouse e di una tastiera, di Excel e Powerpoint, per essere produttivi? Probabilmente no. Il software si adatterà. Questi sono solamente strumenti, e ne inventeremo di nuovi.
  5. Microsoft è capitolata. In passato tutto ruotava attorno a Office e Windows.
  6. Apple e Google hanno entrambe vinto, ma è complicato.
  7. Il problema di come filtrare l’informazione è sempre più centrale. In passato tutto ruotava attorno alla ricerca e al browsing — oggi piattaforme come Facebook e soluzioni basate su AI stanno tentando di inserirsi per risolvere il problema.
  8. C’è una discussione in corso se il futuro stia nelle applicazioni o nel web. L’unica domanda da porsi è: le persone vogliono la tua icona sul loro smartphone?
  9. La fine di Netscape, e del PageRank. Per 15 anni il web è rimasto abbastanza ben definito, dal browser, dalla tastiera e dal mouse. Internet e web per la maggior parte delle persone sono stati dei sinonimi. Oggi c’è più confusione. C’è bisogno di un nuovo modo per cercare e scoprire l’informazione — per raggiungere gli utenti.
  10. I messaggi come piattaforma. WeChat ha costruito un’intera piattaforma attorno a un’applicazione per inviare messaggi, e Facebook sta facendo lo stesso con Messenger: entrambe offrono un modello alternativo all’App Store e al web, senza il problema dell’installazione. Una conseguenza importante è l’unbundling, lo spacchettamento: dei contenuti dalle applicazioni e dai siti dentro messaggi e notifiche.
  11. Il futuro incerto degli OEM di Android — di quei produttori di smartphone che fanno affidamento su Google e Android. L’OS è sempre più la via d’accesso a contenuti e servizi: chi lo controlla, controlla anche quest’ultimi.
  12. Così come i nostri nonni sarebbero stati in grado di elencarci tutti i dispositivi che possedevano dotati di un motore e noi non lo facciamo più (perché ne abbiamo troppi), oggi sappiamo quali dispositivi possediamo che si connettono alla rete ma, in un futuro, non lo sapremo più. Alcune di queste applicazioni ci sembreranno assurde — così come sarebbe potuto apparire assurdo abbassare un finestrino con un pulsante — ma verranno implementate, perché non costerà nulla e sarà comodo.
  13. Macchine che si guidano da sole. Arriveranno e cambieranno tutto: il nostro rapporto con la macchina — come la utilizziamo e chi la possiede — e le città, le strade stesse.
  14. La televisione e il salotto: sono anni che si parla di TV connessa a internet, e pare che finalmente stia per succedere.
  15. Gli smartwatch sono ancora a uno stadio embrionale, un accessorio dello smartphone.
  16. E come al solito, il futuro è diversamente distribuito: alcune persone ignorano certe tecnologie, tecnologie vecchi tornano di moda (vinili), e ogni tecnologia appare diversa a seconda del luogo da cui la si osserva. Il futuro è diversamente distribuito, ma lo è anche il nostro interesse nel futuro.

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La crittografia va difesa, anche se la usano i terroristi

Dan Gillmor, tradotto da Valigia Blu:

Un giorno si potrebbe venire a sapere che un terrorista ha usato sistemi potenti di criptaggio, e la risposta giusta sarebbe: “Sì, lo ha fatto, ma dobbiamo comunque proteggere questi sistemi di criptaggio, perché indebolirli peggiorerebbe soltanto le cose.” Perché? Perché il criptaggio è davvero una questione semplice, non importa quanto funzionari legislativi desiderosi di diffondere la paura o politici codardi e ostinatamente ignoranti vadano sbandierando sul bisogno di backdoor nelle comunicazioni protette. La scelta è fondamentalmente binaria per molti esperti in materia. Non si possono alterare i sistemi di criptaggio in maniera significativa senza renderci tutti meno sicuri, perché i cattivi poi sfrutteranno le vulnerabilità introdotte nel processo. Non è una questione di sicurezza verso privacy, come gli esperti hanno spiegato ormai innumerevoli volte, è una questione di sicurezza contro sicurezza. […]

È triste, ma pochi media mainstream hanno cercato di spiegare il problema del criptaggio in modo aderente alla realtà. Citare persone che mentono è già abbastanza brutto, ma non spiegare la realtà può essere anche peggiore.

I giornalisti, in generale, non hanno ricordato al pubblico che usiamo sistemi potenti di criptaggio ogni giorno facendo shopping online. Non hanno spiegato perché i whistleblower, che con coraggio raccontano al pubblico e alla stampa il pessimo comportamento dei governi, delle corporation o di altre grandi istituzioni, sono in grave pericolo in uno stato di sorveglianza. Non hanno unito i puntini fra la copertura sensazionalistica dell’episodio di hacking alla Sony e il bisogno delle aziende di fare affari in modo sicuro, ad esempio. Abbiamo bisogno di sicurezza maggiore e migliore nelle nostre vite, non minore e peggiore.

L’argomento “la crittografia è pericolosa perché anche i terroristi possono farne uso” è alquanto stolido: togliere la crittografia di default ci renderebbe tutti più insicuri, ma non impedirebbe a organizzazioni terroristiche di ricorrervi. Queste potrebbero utilizzare gli strumenti distribuiti da altri paesi, dove la crittografia non sarebbe illegale, o costruirsene di propri (e di fatto, lo fanno).

In difesa di quest’assurdità ho letto uno degli articoli più stupidi su cui mi sia capitato di posare gli occhi negli ultimi anni, sul Telegraph solo settimana scorsa, dal sobrio titolo “Perché la Silicon Valley sta aiutando gli jihadisti?“. Di seguito un allucinante paragrafo:

What will it take? 129 dead on American soil? 129 killed in California? What level of atrocity, what location will it take for the Gods of Silicon Valley to wake up to the dangerous game they are playing by plunging their apps and emails ever deeper into encryption, so allowing jihadists to plot behind an impenetrable wall? […]

It goes back to Edward Snowden, the weaselly inadequate whose grasp for posterity has proved a boon for Isil. They should be gratefully chanting his name in Raqqa, for it was Snowden’s revelations about government surveillance methods that triggered this extraordinary race towards deeper encryption.

Provo vergogna a copiare e incollare quelle frasi su queste pagine — mi chiedo come si possa concepire di scriverle. La risposta di TechDir è alquanto ficcante:

How many hacked credit cards, medical information and email accounts will it take for the Gods of Silicon Valley to wake up and recognize they need to better protect user data. Because that’s what’s actually happening. Encryption is not about “allowing jihadists to plot behind an impenetrable wall” it’s about protecting your data. […]

But, more to the point, undermining encryption makes everyone significantly less safe. The whole idea that weakening encryption makes people more safe is profoundly ignorant.

La sorveglianza di massa non è la soluzione al terrorismo, e il modo in cui la stampa generalista la sta affrontato è piuttosto sconfortante. Considerato poi che sono argomenti che, generalmente, suscitano sbadiglio.

Credere che si possa stare, sorvegliando tutti, completamente sicuri è un’idea fanciullesca. Non bisogna, come scrive Luca De Biase, rinunciare alla libertà:

Si può sostenere che la riduzione di libertà introdotta con la sorveglianza di massa possa essere temporanea, fino alla fine della guerra. E che aumenti le probabilità di scoprire e contrastare i terroristi. Oppure si può sostenere che quella riduzione di libertà tende poi a diventare stabile e che la sorveglianza di massa non faccia che aumentare il potere dei servizi segreti. L’esperienza aiuta a capire quale sia la valutazione giusta.

L’esperienza americana è chiara. La sorveglianza tecnologica “di massa” era stata introdotta, con Echelon, molto prima dell’11 settembre 2001. E la Nsa aveva iniziato il suo progetto di sorveglianza via internet prima del più terribile atto di terrorismo della storia americana. Secondo alcune inchieste (vedi Washington Post), in più occasioni è stato provato che le notizie potenzialmente utili per fermare i terroristi erano in possesso dei servizi americani, archiviate da qualche parte e non utilizzate a dovere. Anche per la scarsa collaborazione tra servizi, dovuta a una certa loro idea di potere. Dopo di allora, l’attività di sorveglianza di massa dell’Nsa si è sviluppata oltre ogni senso del limite, come ha provato Edward Snowden. E il tentativo di sradicare la sorveglianza di massa operato in qualche occasione dall’attuale amministrazione si è arenato di fronte al “ricatto” dei servizi formulato in modo tale da far pensare che ridurre quella sorveglianza significhi aumentare i rischi di attentati.

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Lo Steve Jobs di Sorkin

Steve Jobs, il film, è vagamente basato su Steve Jobs, l’uomo. E questo su ammissione stessa di Sorkin, il regista, come ha ricordato in più e più interviste. A Steven Levy, per esempio, ha risposto così:

This isn’t The Steve Jobs Story. And it was never intended to give you all the facts about Steve’s life. And your first clue to that  —  because I want to make sure that the audience wasn’t mistaking it for anything else  —  is that we made no attempt to have the actor in any way do a physical impersonation of Steve Jobs. He doesn’t look like Steve Jobs, we didn’t ask him to speak like Steve Jobs. There is a joke about “insanely great” but I didn’t write in any of the Jobs-isms. It’s just not that movie.

Ok, non un documentario, non è una biopic. Riprende solo un frangente della vita di un uomo, seppur quel frangente sia adattato — con eventi e situazioni mai verificatesi — alle necessità della storia che Sorkin si è inventato, contenga diverse finzioni e inesattezze, e finisca col ridurre la personalità di Steve Jobs a pochi schemi collaudati: il bastardo intrattabile abbandonato dalla famiglia, il padre che non ha riconosciuto la figlia, presentato come il direttore d’orchestra che non sa fare bene nulla se non comandare gli altri e distorcere la realtà. È un po’ una soap opera, anche per la scelta degli eventi su cui il regista si è focalizzato: il rapporto padre e figlia, tagliando fuori tutto il resto.

Sorkin semplifica Steve Jobs, riconducendolo a quel poco su di lui che il pubblico già sa — riportando la sua figura dentro le letture trite e ritrite che i media hanno dato di Steve Jobs, di fatto non aggiungendo nulla di proprio nella comprensione di questa figura: chi è stato e cos’ha fatto. Non aggiunge nulla né sul lato umano — anzi, lo riduce a uno stronzo arrogante, pieno di sé, incapace di migliorarsi — né su quello innovativo e tecnologico — alla fine, uno si domanda come quest’uomo abbia potuto portarci il Macintosh, l’iPod, l’iPhone, etc. Cos’ha fatto Steve Jobs, e perché in molti lo rimpiangono? Andate a vedere il film e ne uscirete più confusi di prima, senza una risposta, probabilmente con una piccola convinzione: che il successo, Steve Jobs, non se lo sia meritato.

Steve Jobs esce sminuito dal film. Non si capisce cosa faccia, a che serva, perché sia stato importante o cosa abbia portato a Apple se non un’ossessiva ossessione per i dettagli e una personalità urtante. NeXT è, secondo Sorkin, il piano diabolico e personale per tornare dentro Apple — non un’azienda che ha avuto un’esistenza propria per 12 anni. Pixar non esiste. E l’iPhone non viene nemmeno menzionato perché il film si ferma al 1998. La maggior parte dei dialoghi che occupano grande rilievo nel film — con Hertzfeld, Wozniak e Sculley — sono inventati. Ah, e tutti, più o meno, non lo sopportano.

Aaron Sorkin ha deciso di fare un film leggermente basato su Steve Jobs, dipingendolo in luce negativa. Sceglie eventi a proprio piacimento e ne scarta altri a suo dire irrilevanti. Come scrive Walt Mossberg:

Sorkin chose to cherry-pick and exaggerate some of the worst aspects of Jobs’ character, and to focus on a period of his career when he was young and immature. His film chooses to place enormous emphasis on perhaps the most shameful episode in Jobs’ personal life, the period when he denied paternity to an out-of-wedlock daughter.

Dirò una cosa: il film, per quelle due ore in cui mi sono trovato chiuso al buio nella sala cinematografica, mi è piaciuto. È suddiviso in tre scene principali, che si svolgono poco prima di un keynote: quello del lancio del Macintosh, quello del lancio di NeXT e il keynote del 1998 in cui Steve introduce il primo iMac, trasparente. Al solito con Sorkin, tutto ruota attorno ai dialoghi serranti e scontri incalzanti. Dialoghi e situazioni, però, perlopiù inventate.

Nel buio della sala, il film mi ha preso. Poi, una volta finito, mentre le luci tornavano in sala e mi avviavo all’uscita, ho colto i mormorii degli altri spettatori. Il sentimento generale, avrebbe potuto riassumersi in: “hai visto che gran bastardo?” E “e quindi perché lo celebriamo?“.

E questo mi ha dato un gran fastidio. Perchè Sorkin può anche ripetere centomila volte che non si tratta di una biopic, a The Verge e Medium, ma lo spettatore medio non andrà a leggersi The Verge o Medium: uscirà piuttosto dalla sala cinematografica convinto di essersi visto una sintesi di quella che è stata la vita di Steve Jobs, e di averne compreso persona e idee. Dato che il film s’intitola Steve Jobs e in nessun momento, nella pellicola, un disclaimer avvisa lo spettatore che i fatti narrati nel film non si sono mai svolti il dubbio non viene mai instillato nello spettatore. È inutile che poi Sorkin si difenda nelle interviste: magari un avviso sulle fabbricazioni, nella pellicola, all’inizio o alla fine lo si sarebbe potuto mettere, no?

Il mio problema con lo Steve Jobs di Sorkin è — come scrive FastCompany — che il film aiuta a solidificare una lettura e comprensione dell’uomo Steve Jobs molto semplicistica. Lo Steve Jobs dipinto da Sorkin non avrebbe mai potuto salvare Apple: è una caricatura, costruita e tenuta in piedi grazie a molte omissioni. È la narrazione da bar di Steve Jobs, la mitologia, quella che verte attorno agli episodi di scontro e discordia ma tralascia tutti i pezzetti importanti che gli hanno permesso di diventare Steve Jobs, di costruire Apple e di costruire se stesso.

Come scrivono su FastCompany:

The film’s title character is a one-trick pony, a grandstanding egotist who gets great work out of people by charming them or berating them. Humans stand in the way of his unchanging genius, at least until that unconvincing reunion with Lisa at the end. It’s an old and unsophisticated view that’s been trotted out since the early days of Apple. The fact that Sorkin’s dialogue crackles with energy under Danny Boyle’s direction doesn’t make it any more authentic.

The Steve Jobs portrayed in Steve Jobs could never have saved Apple. In the perpetually changing technology industry, simple stubbornness is the kiss of death. Sorkin has created a caricature, an entertaining and modern take on the archetypal tortured business genius. It’s kind of fun, especially for people who don’t know much about how business gets done. But characters like the “Steve Jobs” of this movie don’t last long in business—they burn out, or they get thrown out.

Nelle intenzioni di Sorkin potrebbe non esserci mai stata quella di tentare di capire cosa abbia permesso a Steve Jobs di diventare Steve Jobs, di passare dallo Steve Jobs ventenne arrogante e pieno di sé a qualcosa di più. Sorkin si ferma lì: allo Steve Jobs iniziale. Non c’è evoluzione.

È triste sapere che un mucchio di gente lascerà una sala cinematografica convinta di conoscere quella che, di fatto, è una finzione. Lo Steve Jobs di Sorkin aiuta a cementificare una narrazione attorno alla figura di Steve Jobs che in questi anni non ha fatto che semplificarlo e ridurlo. Il film sarà anche tecnicamente ottimo, e la storia narrata ben congegnata, ma non si possono ignorare i danni che fa attorno alla narrazione e comprensione della figura di Steve Jobs.

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Attraverso i Google Cardboard

Ho provato la realtà virtuale, e per farlo mi è bastato il mio iPhone e un pezzo di cartone. Il pezzo di cartone sono i Google Cardboard, un prodotto lanciato da Google quasi due anni fa e recentemente aggiornato per funzionare in ugual modo sia con Android che con iPhone1.

Sono la via più economica per dare uno sguardo dentro la realtà virtuale senza dover investire troppi soldi. Quelli che ho scelto io, su Amazon, costano £15 e sono prodotti da I Am Cardboard. Infatti Googla rilascia semplicemente le specifiche tecniche: a produrli, i Cardboard, sono altre aziende.

I Cardboard sono, di fatto, una scatoletta di cartone con delle lenti e, sul fronte, un vano in cui riporre lo smartphone. Si assemblano in pochi attimi, hanno un aspetto che non intimorisce, e basta portarseli agli occhi per iniziare ad usarli — avendo cura di aprire, prima, sul dispositivo, una delle applicazioni apposite. La seconda iterazione dei Cardboard presenta un bottone sul lato superiore per navigare all’interno delle applicazioni, o per spostarsi dentro i vari paesaggi virtuali. Per camminare, si preme quel bottone (che altro non fa che tappare sullo schermo al posto vostro). Tutte le rimanenti interazioni col device avvengono, beh, muovendo la testa — sfruttando il giroscopio.

Stando alle mie precedenti, limitate, esperienze con i Samsung Gear VR sono rimasto piacevolmente stupito per la qualità che, per così poco, è possibile ottenere. Non sono perfetti — entra un po’ di luce dai lati, e in certi casi/con certe app lo schermo dell’iPhone non è molto a fuoco — ma per qualcosa fatto di cartone e a questo prezzo davvero non ci si può lamentare.

L’applicazione ufficiale di Google è interessante le prime volte che li si usa, per esplorare le potenzialità. Offre un kaleidoscopio, alcuni oggetti 3D e altre cose fatte più che altro per impressionare. Dopo, a parte tirarla fuori quando degli amici vogliono provarli anche loro per la prima volta, si rivela abbastanza inutile.

Al contrario, un ottimo lavoro l’ha fatto Vrse, che ha creato dei brevi video, a 360° gradi. Il New York Times ha recentemente avviato una collaborazione con Vrse, e per questo poche settimane fa ha lanciato un’app che contiene diversi documentari immersivi (ha anche inviato a ciascun abbonato al cartaceo, per promuoverla, un Cardboard gratuito). I documentari su New York Times VR sono belli, affascinano, informano e sperimentano con questo nuovo mezzo in un modo interessante — forse, aiutano anche ad empatizzare di più con le notizie. Mi raccomando: le cuffie sono d’obbligo per un’esperienza più immersiva.

La cosa che però più mi affascina, e di fatto ciò che mi fa tornare e spinge verso i Cardboard, è Street View. L’applicazione (anche quella per iOS, da Ottobre) ha un bottone per la realtà virtuale: premendolo, adatta Google Street View ai Cardboard permettendo così di camminare per le vie di qualsiasi città. L’altro ieri avevo nostalgia di Pisa — non ci vado da un po’, e volevo rivedere le vie che due anni fa percorrevo tutti i giorni — così mi sono fatto un giro per la città; poco fa invece gironzolavo per le strade di Tokyo. Col bottone — quello menzionato, posto sul lato superiore dei Cardboard — si cammina. Per il resto, basta meravigliati girare la testa a destra e sinistra per guardarsi attorno.

Google non ha dato molta importanza ai Cardboard — li considerano più che altro, credo, un esperimento. Eppure io lo trovo un esperimento meglio riuscito dei, ad esempio, Google Glass. I Cardboard sono l’esempio di un prodotto che mi aspetterei da Google. Sono eccitanti e futuristici, aperti e quasi gratuiti. Semplici, ma pure nella loro semplicità riescono a stupire.

Li consiglio.

  1. La versione 1 dei Cardboard funzionava maluccio con l’iPhone

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Twitter mi ha stancato

Ho (quasi) completamente smesso di utilizzare Twitter. È successo pian piano, e non intenzionalmente. Ho iniziato scrivendoci sopra meno frequentemente, passando da utente attivo a passivo. Osservando la timeline, limitandomi a dare una stellina o due al giorno, a retwittare al massimo. Quei pochi tweet fatti di testo sono diventati meno interessanti di un tempo: più impersonali. Ho iniziato col twittare solo link ed immagini, che è quello che vuole Twitter oggi: meno parole, più contenuti. All’inizio il mio twittare era fatto di opinioni, pensieri e riflessioni personali; oggi è fatto di link e retweet.

Tweetbot — il client che uso da anni — è ancora nella prima schermata del mio iPhone, ma solo per abitudine: perché, dal 2006, Twitter è stata una presenza costante. Ho conosciuto persone su Twitter, ho interagito con tanti lettori di questo blog. Credo il mio rapporto con Twitter perduri per abitudine, affezione, più che per ciò che oggi ne traggo.

Purtroppo, mi sento di condividere le parole di Umair Haque:

We once glorified Twitter as a great global town square, a shining agora where everyone could come together to converse. But I’ve never been to a town square where people can shove, push, taunt, bully, shout, harass, threaten, stalk, creep, and mob you. […]

What really happens on Twitter these days? People have self-sorted into cliques, little in-groups, tribes. The purpose of tribes is to defend their beliefs, their ways, their customs, their culture — their ways of seeing the world. The digital world is separated into “ists” — it doesn’t matter what, really, economists, mens-rightists, leftists, rightists — and those “ists” place their “ism” before and above all, because it is their organizing belief, the very faith that has brought them together in the first place.

Twitter, come strumento per conversare e raggiungere chiunque, negli ultimi anni mi ha deluso. Il passaggio da social network per tutti a social network ottimizzato per celebrità l’ha impoverito. L’incapacità di migliorarsi, non solo per pubblicitari e Taylor Swift, l’ha reso più scemo. Su Twitter si grida. La piattaforma non promuove più le conversazioni ma soprattutto promozioni e litigi. Non è più fatta per gli utenti, ma per i pubblicitari.

L’idea alla base di Twitter è ancora valida, solamente a questo punto ho grosse perplessità che sarà Twitter a realizzarla pienamente. Twitter è stato, per un periodo di tempo, lo strumento migliore per avviare una conversazione su internet — il modo più rapido e sicuro per raggiungere qualcuno. Per me, se non altro, era soprattutto quello: un luogo per conversare; la facilità e rapidità con cui è possibile intromettersi in uno scambio di tweet senza dover prima chiederne il permesso. Ma basta guardare a cos’ha lavorato Twitter negli ultimi anni per capire che le priorità sono state altre. L’ultimo sforzo inutile sono i sondaggi nativi. Invece di migliorare le conversazioni, lo sforzo è andato a concentrarsi nell’assomigliare più ad altri social network, alle alternative. Insomma, negli ultimi anni Twitter si è impoverito e non ha fatto nulla per risolvere quei problemi che rovinano il suo prodotto principale: le conversazioni — problemi come abuso, o difficoltà per utenti non esperti e casuali di estrarre utilità dalla piattaforma. La timeline è Twitter, e il lavoro sulla timeline è stato molto debole — le difficoltà che c’erano nel 2006 nel restare aggiornati perdurano nel 2015. Anche il nuovo Twitter Moments è deludente: ricorda, per implementazione — così visuale, pieno di media e privo quasi di testo —, più Snapchat che Twitter. Invece di essere fatto e basato sulle conversazioni degli utenti sembra essere fatto dalle conversazioni di un gruppo di persone verificate e testate selezionate.

Nel 2015, Medium sembra uno strumento più adatto per parlare con qualcuno. Molto lavoro nell’ultimo anno è andato proprio in questa direzione: a sembrare meno una pubblicazione editoriale, e più un network di persone che parlano fra loro. Medium è un social network che facilita la conversazione, e che nel frattempo pone anche attenzione sulla qualità della conversazione. I suoi contenuti sono facili da ritrovare senza dover avere un client sempre aperto.

Ho iniziato dicendo che ho smesso di twittare, se non raramente. Mi accorgo però che ultimamente ho anche smesso di leggerlo, Twitter. Le conversazioni che un tempo seguivo con attenzione oggi avvengono — e si rivelano più proficue — altrove senza tutto quel rumore di fondo. Spesso, quell’altrove è Medium.

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Dropbox è ancora rilevante?

Ultimamente Dropbox viene frequentemente criticato — oltre a basarsi su un modello di business poco redditizio (lo storage è quasi gratuito, e venderlo non rende), il servizio offre una soluzione a un problema che non sussiste più (la gestione dei file), ritrovandosi a competere con iCloud, Google Drive e simili — alternative che per la maggior parte degli utenti sono sufficientemente buone. E nonostante tutto ciò, Dropbox ha una valutazione che raggiunge i 10 miliardi di dollari.

Il problema principale di Dropbox, tuttavia, è se serva ancora oppure sia diventato una mera funzione del sistema operativo (come disse Steve Jobs). Da quando i file e il file system sono diventati meno centrali, Dropbox ha tentato di reinventarsi come hub collaborativo; strumento per condividere file e collaborare con i propri colleghi. Ma, sottolinea Casey Newton su The Verge, sincronizzare i file continua a essere il suo core, ciò in cui eccelle (mentre nella collaborazione lascia a desiderare, a confronto di Google Drive) — e ciò in cui eccelle sta velocemente diventando irrilevante:

But after years of investment and exploration, syncing files is still the only thing Dropbox does well. Steve Jobs knew this: he famously told Houston (while trying to acquire it) that his company was “a feature and not a product.” As Dropbox rocketed to 400 million users, Jobs’ viewpoint was easy to dismiss. But as its rivals caught up, and Dropbox began casting about for its next act, Jobs has come to look more prescient. Dropbox’s consumer products are losing their luster, and their business products lag well behind their competitors.

Dropbox potrebbe perire non perché arriverà qualcuno con un sistema per sincronizzare i file migliore del loro, ma semplicemente perché agli utenti (e alle aziende, di maggiore interesse a Dropbox) non interessa più questo tipo di prodotto. In un’analisi piuttosto illuminante, Benedict Evans (parlando di Office, e più in generale dei “file”) notava come il pericolo principale, per prodotti come Office, non sia tanto un Office migliore di quello di Microsoft, ma un prodotto che introduca un nuovo modo di fare le cose:

Hence today, in a thousand companies, a thousand execs will pull data from internal systems into Excel, make charts, put the charts into PowerPoint, write some bullets and email the PowerPoint to a dozen other people. What kills that task is not better or cheaper (or worse and free) spreadsheet or presentation software, but a completely different way to address the same underlying need – a different mechanism.

That Powerpoint file could be replaced by a web app for making slides that lets two people work on it at once. But it should be replaced by a SaaS dashboard with realtime data, alerts for unexpected changes and a chat channel or Slack integration. PowerPoint gets killed by things that aren’t presentations at all. The business need is met, but the mechanism changes. You can see some of these use cases in the suggestions in the ‘File/New’ menu. Each of these is a smartphone app or a web service – the unbundling of productivity apps. And none of these have to be ‘spreadsheets’.

PowerPoint gets killed by things that aren’t presentations at all.” Nel caso di Office (e dei file: Dropbox), uno di questi nuovi modi di fare le cose è Slack — utilizzato sia come sistema per collaborare sui file (ciò che Dropbox vorrebbe essere), che per andare a ritrovarli mesi dopo. I file non più organizzati per cartelle, ma inseriti all’interno dello stream della conversazione, con tutto il contesto disponibile. Scrive Evans, in un altro articolo sull’argomento:

Slack is a person-to-person messaging platform that’s more than messaging – through third-party integrations, it acts as a common aggregation layer for every other system in an enterprise. All the messages, updates and notifications from the dozens of other systems in a company can be inserted into the relevant team or project chat channels, and then be scanned through or searched later on. Slack is effectively a networked file manager, but instead of folders full of Photoshop, Word or Excel files you have links to Google Docs, SAP or Salesforce, all surrounded by the relevant context and team conversation.

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L’Apple Watch è un telecomando

Luca Sofri:

Mi chiedo spesso come fu quando arrivò il telecomando della tv: mi ricordo il primo che vidi, lo si incastrava in una specie di alloggiamento del televisore dei miei nonni, quando non era usato. Era grosso e pesante, più largo che lungo, con sedici tasti colorati per sedici canali. Ma non mi ricordo bene la percezione del cambiamento, probabilmente si accompagnò alla crescita del numero dei canali visibili. Prima c’erano pochi canali da cambiare, non si faceva zapping, e ci si alzava poco per andare a premere il tasto sul televisore (un CGE, a casa mia). Poi non ci si alzò più, e non ci siamo ancora alzati. […]

Watch è il telecomando, non il televisore. Dopo poche ore che lo usi e non hai mai dovuto estrarre iPhone della tasca – né in alcuni casi premere o toccare niente – per leggere i messaggi arrivati, vedere che prossimi impegni hai, rispondere al telefono e telefonare, cambiare canzoni in cuffia, comunicare su Skype, e altre cose ancora, capisci che quello che è arrivato è il telecomando del televisore, come quella volta là.

Trovo il paragone molto calzante, seppur considererei l’Apple Watch il telecomando non dell’iPhone ma del mondo circostante. Come ha notoriamente detto Marc Andreessen, software is eating the world, e affinché ciò avvenga è necessario un modello d’interazione immediato con il software (sì, più immediato di uno smartphone, per quanto già comodo).

L’Apple Watch, un wearable, abilita questa possibilità. Quello che per me Watch è — sarà, una volta che il suo potenziale sarà ben chiaro — è un telecomando per il famoso internet delle cose di cui si parla da anni. Perché un mondo connesso alla rete funzioni — mi riferisco a lampadine WiFi, e cose più utili — ci serve un dispositivo che ne permetta un’interazione immediata. Credo HomeKit e Apple Pay rivelino che Apple stessa abbia intenzione di puntare verso quella direzione.

(Sono in fermento per la prossima settimana, quando potrò salire e scendere dai bus, e entrare in metropolitana, con l’oggetto. Quello per me è già un esempio di ciò di cui parlo sopra.)

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Il prossimo Apple Watch (speriamo sia lontano)

Circolano già rumors sul prossimo Apple Watch. Mark Gurman, su 9to5mac, dice che potrebbe avere una fotocamera frontale (per videochiamate via FaceTime) ed essere più indipendente dall’iPhone — ad esempio riuscendosi a collegare direttamente al WiFi. La seconda cosa sarebbe bellissima, la prima del tutto superflua.

Al di la di questo — ho ricevuto il mio meno di una settimana fa, e chi ha voglia di parlare di rumors del prossimo Apple Watch quando il primo ancora non è in vendita in molti Apple Store? — l’unico rumors interessante è quello relativo alla data di lancio. Si parla di 2016, e quasi quasi spero si vada a metà 2016 se non oltre.

Il ciclo annuale di ricambio dei nostri device non è sostenibile per ogni prodotto. Ha senso per l’iPhone, contesterei che abbia senso per l’iPad, ma sono quasi convinto non abbia senso per un wearable. L’Apple Watch non vuole proporsi come mero gadget, la tecnologia interna è solo parte della motivazione dietro l’acquisto: componente altrettanto fondamentale è lo stile, il design; in altre parole l’orologio in quanto tale.

Apple vende l’Apple Watch paragonandolo agli orologi tradizionali, e offrendo modelli costosissimi. Se vuole che questa strategia abbia successo deve anche, a parer mio, staccarsi dal ciclo annuale di aggiornamenti — spesso un obbligo, più che una necessità. Per riuscire a proporre l’Apple Watch come un orologio deve anche riuscire a renderlo più duraturo del tempo. Non dico che non debba diventare obsoleto, ma che per lo meno non lo diventi nel giro di un anno.

Un aggiornamento all’OS, come quello in arrivo in autunno, potrebbe essere più che sufficiente, un buon modo per accontentare gli scontenti. Per l’Apple Watch con FaceTime invece possiamo aspettare.

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L’intervista di John Gruber a Phil Schiller

Da un paio d’anni mi sono lentamente sempre più disaffezionato ai keynote di Apple. Li seguo, sto attento a tutto quel che succede, spesso mi entusiasmo per i contenuti (i prodotti presentati o features discusse), ma ne apprezzo sempre meno l’esecuzione: il modo in cui il tutto è presentato, abbastanza sofferente da seguire per l’alto numero di battute (ma sono necessarie? A quale pro? Che Apple è un’azienda divertente?) e per i toni eccessivamente eccitati (tutto è grandioso, ogni update — anche il più stupido — ha bisogno di essere preceduto da un “fantastico” per essere descritto); entrambe cose che mi rendono il keynote meno umano e più costruito.

Per questo, l’intervista di John Gruber a Phil Schiller è una ventata d’aria fresca. Gruber è riuscito a intervistare, per un episodio del suo podcast (The Talk Show), Phil Schiller, il quale si è reso disponibile a rispondere a qualsiasi domanda Gruber desiderasse. Gli ha chiesto perché vendano ancora iPhone da 16GB (pare per convincerci ad utilizzare iCloud!), cosa ne pensa — e se crede esista — sul declino della qualità del software Apple e quando vale la pena compromettere la sottigliezza di un device a favore della batteria. Schiller ha risposto in maniera onesta, genuina, e dimostrando di leggere e ascoltare molte delle voci che discutono e parlano di Apple online.

Come scrive Marco Arment (una delle voci che Schiller ha menzionato):

Apple is just people. Their usual communication style makes that hard to see and easy to forget.

Phil’s appearance on the show was warm, genuine, informative, and entertaining.

It was human.

And humanizing the company and its decisions, especially to developers — remember, developer relations is all under Phil — might be worth the PR risk.

L’episodio è online. Guardatelo, è molto meglio del keynote di lunedì.

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Perché l’esperienza d’uso di iOS 8 è inferiore a quella di iOS 7

L’esperienza d’uso di iOS 8 è peggiore rispetto a quella iOS 7, secondo Dmitry Kovalenko (Lead Designer di Readdle), e questo perché è cambiata la dimensione del dispositivo — iPhone 6 e iPhone 6 Plus sono notevolmente più grandi dell’iPhone originale — mentre l’interfaccia non è stata ripensata in modo da accomodare questo cambiamento.

Il cambiamento nelle dimensioni del device porta, inevitabilmente, a un cambiamento nel modo in cui lo teniamo in mano, e di conseguenza usiamo. I modelli di comportamento instaurati con le precedenti versioni di iOS non funzionano più dall’iPhone 5 in poi.

Secondo una ricerca di Steve Hoober, l’85% degli utenti usa lo smartphone con una mano sola:

Questo significa che, nella maggior parte dei casi, iOS 8 non è comodo, né ideale, da usare. Per provare il suo punto, Dmitry mostra come le aree dell’interfaccia con i bottoni più importanti di un’applicazione (il menù in alto, ad esempio, con le opzioni più comuni, come Salva, Chiudi, Conferma, Indietro, etc.) rientrino nell’area dello schermo difficile da raggiungere. L’utente, come conseguenza, si ritrova di continuo a riposizionare il device in mano — un device fra l’altro molto scivoloso.

Alcuni sviluppatori hanno risolto spostando gli elementi importanti in basso (una soluzione, secondo Dmitry, oltre menù di navigazioni alternativi rispetto a quello suggerito da Apple, potrebbe arrivare con Force Touch), ma resta che il pattern promosso da Apple (in Mail, ad esempio) e legato a precedenti versioni di iOS e iterazioni dell’iPhone non è più adatto (o se non altro ideale), viste le dimensioni dello schermo.

Più l’iPhone diventa grande, più quei bottoni diventano arduii da pigiare con il dito: purtroppo, come mostra l’immagine, il tipico menù di navigazione dopo iPhone 5 è posizionato nell’area rossa (l’esempio che segue, di Scott Hurff, è con Mailbox).

Apple, sottolinea Dmitry, non ha adattato l’interfaccia ai nuovi schermi (più grandi), ma ha applicato due pezze (una okay, l’altra scomoda):

  • swipe verso destra dal bordo sinistro, per tornare indietro (in mail, ad esempio)
  • doppio tap sull’Home Button per abbassare l’intera UI in modo da rendere quei bottoni più raggiungibili

La seconda, che dimostra come Apple sia consapevole del problema, è bizzarra e non tanto rapida da usare (a quel punto mi sposto in su con l’intera mano). È una pezza: invece di ripensare e adattare l’UI ci hanno dato un modo per abbassare quella vecchia, inadatta e scomoda nell’85% dei casi d’uso.

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La nuova dittatura delle ricevute di lettura

Fra le cose più stupide che sono successe negli ultimi anni io ci metto le ricevute di lettura. Mentre prima erano un’opzione, oggi vengono inflitte senza possibilità di opt-out su Facebook e simili. Sarebbe bello (se non altro) se fosse possibile abilitarle solo per certi contatti, e soprattutto sarebbe giusto che la scelta — di abilitarle o meno — ricadesse su me. Invece nel caso di iMessage sono abilitate o per nessuno o per tutti, e nel caso di Facebook la scelta nemmeno esiste.

Capisco l’intenzione, buona (Es. “Ricordati il latte” non ha bisogno di una risposta, ma solo di una lettura), ma sono diventate uno strumento per spingere le persone a sentirsi in difetto se non rispondono entro pochi minuti dalla lettura, e servono solamente a soddisfare l’ego del mittente. Credo sia anche per questo che abbiamo finito con l’accettarle: non ci piacciono da destinatari, ma nella posizione di mittente ci tornano comode, ansiosi come siamo che tutti rispondano quanto prima.

Eppure, il fatto che io abbia avuto modo e tempo di leggere un messaggio non significa che debba anche occuparmi della risposta ora, non significa che debba interrompere ulteriormente la mia attività (qualsiasi essa sia, anche stessi solamente fissando il soffitto da ore) per rispondere. Invece, con le ricevute di lettura, tutti si aspettano che tutti siano sempre connessi. È come essere in chat, e avere il proprio stato su online alla mercé di tutti. La linea di ragionamento è questa: X ha visto il messaggio? E allora è davanti a un computer, o ha uno smartphone/tablet con sè, e deve e può rispondermi.

Le ricevute di lettura, come scrive Garret Murray, eliminano la distinzione fra offline e online facendo credere all’interlocutore che tutti siano immediatamente disponibili e sempre connessi:

Sending read receipts completely removes the feeling of being offline. When you don’t send receipts, people can send you as many messages as they’d like but until (if ever) you respond they have no idea if you received the message at all and they can make the safe assumption you might be unavailable at the moment. I like this. I miss this. With read receipts enabled, you’re always online. People know the minute you glance at their message. Sometimes I’m in the middle of feeding my kids but I glance at the phone. Now for the next hour this person knows I’ve read but haven’t responded. Why do I need this stress?

È una situazione davvero stressante, e siccome oramai sono inflitte senza scelta è necessaria una serie di accorgimenti non sempre efficaci per evitare di inviarne una. Apro iMessage con la paura che questo invii una ricevuta di lettura (aprendosi in automatico su una conversazione), sblocco l’iPhone stando attento a non scorrere sopra una notifica, visito Facebook ignorando le icone rosse che segnalano messaggi — perché oramai non mi è più possibile leggerli senza dover rispondere pochi attimi dopo. Un po’ come succede a Garret, dalla lettura di un messaggio parte nella mia mente una specie di cronometro — più passa il tempo più mi sento in difetto, più la persona dall’altra parte probabilmente si sente in diritto di ricevere una risposta quanto prima.

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L’unità fondamentale del blog non è l’articolo. L’unità fondamentale del blog è lo stream

In occasione del 15esimo anniversario del suo blog, Anil Dash scriveva:

Lo scroll è tuo amico. Se hai pubblicato un post brutto o qualcosa che non ti piace, semplicemente scrivi qualcosa di nuovo. Se hai pubblicato qualcosa di cui sei particolarmente orgoglioso e nessuno se la fila, semplicemente scrivine di nuovo. Un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra, è l’unico fattore comune che ho trovato a questo blog di cui sono orgoglioso. I post scendono nella pagina, e il buono e il brutto semplicemente scorrono via.

È una descrizione perfetta di un blog. Non è il singolo articolo a renderlo interessante, ma l’insieme degli articoli che si susseguono. Articoli magari inconcludenti, ma il cui insieme dà forma a qualcosa di interessante. E se un articolo non funziona se ne scrive uno nuovo, o se un’idea non è stata ben espressa la si esprime di nuovo. Lo stream si porta via tutto. Come sollinea Michael Sippey su Medium, “l’unità fondamentale del blog non è il post. L’unità fondamentale del blog è lo stream”. Il valore di un post è derivato (spesso) dal blog di provenienza e dall’autore/blogger.

L’ultimo aggiornamento di Medium, che agevola contenuti brevi, è un ritorno in quella direzione, verso lo stream. Mentre il vecchio Medium cancellava l’autore (Joshua Benton: “La cosa più radicale di Medium è che cancella l’autore […], lo degrada, lo rende secondario“) per sostituirsi fra il pezzo e il lettore — provando a instaurare l’idea che Medium = qualità — il nuovo Medium rimette l’autore (e lo stream) al centro.

La domanda è: qual è il modello più corretto oggi? Organizzare il materiale per collezioni, oppure per autore? L’autore ha ancora uno spazio, oppure il web di oggi (con lettori guidati dai social network) agevola contenuti atomistici — cancellando l’autore e di conseguenza la costruzione di uno stream/audience? Domande che il The Atlantic si è posto in “What Blogging Has Become“:

Cos’è la scrittura su web nel 2015? Ruota ancora attorno all’autore? E se ti piace osservare un autore nel corso del tempo (o ti piace avere questa libertà come autore), c’è ancora un modo di farlo? Oppure i contenuti sono diventati atomistici [a sé stanti] e non è più possibile raccogliere attorno a una voce un audience? Il nuovo Medium è una scommessa che è rimasto qualcosa di valido nel modello che ruota attorno all’autore.

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Cosa succederà alla televisione

Il documento in cui Netflix delinea la propria posizione nel futuro — e la direzione in cui la TV sta andando — merita una lettura. Inizia con una breve dichiarazione:

Le applicazioni stanno rimpiazzando i canali,

e gli schermi stanno proliferando.

Un po’ come il giornalismo non avrà bisogno di giornali di carta, nel futuro i programmi televisisi non avranno bisogno della televisione — se non altro nella sua forma attuale. Mentre i contenuti prodotti per la televisione continuano a generare molto interesse, la linearità tradizionale del mezzo — il modo in cui i canali offrono un programma in un determinato momento della giornata — inizia a venire meno apprezzata.

Secondo il documento di Netflix (Long Term View), la velocità (crescente) di Internet e la vendita (crescente) di Smart TV, tablet e smartphone avvieranno un processo che lentamente porterà la televisione tradizionale (lineare) ad essere guardata sempre meno, in favore di una televisione non-lineare, nella quale i canali si trasformeranno in applicazioni — BBC iPlayer è l’esempio più interessante e meglio riuscito al momento in Europa. Questo nuovo modello offre diverse opportunità di “disruption”.

Per Netflix l’opportunità è quella di essere un canale — e come tale di offrire una determinata selezione di film, a loro dire i migliori, a un determinato prezzo senza fronzoli e sorprese. L’obiettivo è quello di essere un’alternativa appetibile alla pirateria, offrendo un servizio economico, immediato e curato. Non vogliono competere per quantità con HBO, Amazon e altri colossi che entreranno nel mercato, sanno che non riusciranno a eguagliare il loro catalogo; vogliono batterli curando l’offerta («Instead of trying to have everything, we should strive to have the best in each category. As such, we are actively curating our service rather than carrying as many titles as we can»).

Vogliono essere un canale di intrattenimento. In quest’ottica, in questa visione di Netflix come “canale” (piuttosto di un iTunes dei film), la decisione di produrre materiale originale (serie TV) acquista molto senso:

We believe we have a major advantage over our linear competitors when it comes to launching a show. The networks need to attract an audience on a given night at a given time. We can be much more flexible. Because each show on Netflix is not competing for scarce prime-time slots like on linear TV, a show that is taking a long time to find its audience is one we can keep nurturing. This allows us to prudently commit to a whole season, rather than just a pilot episode. In addition, we are able to provide a platform for more creative storytelling (varying run times per episode based on storyline, no need for week to week recaps, no fixed notion of what constitutes a “season”). We believe this makes it easier for us to attract creative talent.

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Medium.com è superfluo?

Matthew Butterick (l’autore del bellissimo Butterick’s Practical Typography) ha risposto a un post uscito su Medium alcuni giorni fa, in cui l’autore illustrava come le macchine da scrivere abbiano contribuito a imbruttire la tipografia. L’argomento del post di Butterick non sono tanto le macchine da scrivere, quanto Medium stesso, e perché esista (una questione interessante, secondo me).

L’idea di uno YouTube dei testi può sembra buona — ma il costo di pubblicazione di un articolo, o gestione del design, è praticamente zero. Secondo Butterick, al web odierno Medium non aggiunge nuove possibilità: ne chiude e basta, limitando le opzioni, racchiudendo tutto nella stessa confezione. Medium priva gli autori del controllo sui propri pezzi, sulla loro presentazione e distribuzione. E nonostante Medium dia molta attenzione alla tipografia e alla presentazione, questa rimane identica per ogni testo: se il ruolo della tipografia è migliorare il testo per il lettore, testi differenti richiedono tipografia differente.

Ogni storia su Medium si presenta in ugual modo — come proveniente più da Medium, che da un autore specifico. Personalmente, non capisco chi ha un blog e decide di pubblicare pezzi su Medium, a meno che non lo si faccia per ottenere una maggiore diffusione. Perché a questo Medium si riduce: a uno strumento per promuovere un “contenuto”. Medium non è uno strumento per la scrittura, ma per la promozione della scrittura.

Medium serve a creare l’illusione che tutto quello che sta al suo interno faccia parte di un ecosistema editoriale. Medium vorrebbe, come il New York Times, riuscire a conferire autorità ad un pezzo semplicemente mettendoci il suo logo. Funziona anche grazie ai (pochi) autori che Medium paga per produrre contenuti, che ne portano altri attratti dal “prestigio” della piattaforma.

Medium, scrive Butterick, è marketing al servizio del marketing:

In verità, il prodotto principale di Medium non è una piattaforma per la pubblicazione, ma la promozione della stessa. Questa promozione porta lettori e scrittori sul sito. Questi generano i contenuti e i dati che servono ai pubblicitari. Ridotto così, Medium è semplicemente marketing al servizio di altro marketing. Non è un “posto per le idee”. È un posto per i pubblicitari. È, quindi, totalmente superfluo.

“Ma cosa mi dici riguardo a tutti gli articoli scritti su Medium?” La misura dell’inutilità non risiede negli articoli. Piuttosto, risiede in ciò che Medium aggiunge alla scrittura e agli articoli. Ricordate la questione iniziale: in che modo Medium migliore Internet? Non ho trovato una singola storia su Medium che non avrebbe potuto esistere altrettanto bene altrove.

La retorica con cui il sito viene presentato — il posto in cui scambiarsi le idee, una specie di conferenza TED testuale — serve a promuovere un sito di cui potremmo tranquillamente fare a meno.

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Le nuove applicazioni di IFTTT

Ho appena perso una buona ora a provarle, e seppur non sappia ancora bene come sfruttarle appieno le potenzialità sono molte. IFTTT è un buon servizio, ma anche molto geek, e queste applicazioni aiutano a semplificarlo dividendo le ricette in due differenti categorie: IF (girano in background e in automatico, quando avviene qualcosa su un servizio — ad esempio quando qualcuno vi tagga su facebook o mettete un mi piace su una foto) e DO (si avviano con un tap), quelle appena introdotte dalle 3 nuove applicazioni.

L’idea è che siano un bottone: una volta premuto, avviene qualcosa. IFTTT ha introdotto 3 applicazioni per 3 differenti bottoni:

  • Do Button. Letteralmente un bottone. Con un tap avviate un’azione.
  • Do Camera. Scattate una foto, e IFTTT la manda dove volete.
  • Do Note. Scrivete una nota, e la mandate a IFTTT per farci qualcosa.

Un esempio scemo, che tira in ballo i caffè. Con Do Button poteste creare un bottone per tenere traccia di quanto ne bevete: ogni volta che verrà premuto IFTTT aggiungerà a un file di testo su Dropbox (o a un foglio di calcolo su Google Drive) una riga, contenete data e ora del momento delizioso (IFTTT permette di aggiungere anche altri dettagli, come latitudine, longitudine, o immagine della vostra posizione con Google Maps). Do Camera e Do Note funzionano nella stessa maniera, ma si attivano dopo aver scattato una foto o scritto una breve nota.

(Si possono fare cose molto più interessanti di quella appena descritta. Può anche essere utile.)

Tutte ovviamente possono contenere più di un bottone — uno swipe laterale permette di scambiarli. L’interfaccia è semplicissima, in modo da velocizzare l’input il più possibile. Al punto che ogni applicazione può contenere un massimo di tre bottoni (un limite fastidioso).

Do è una versione di IFTTT non automatizzata (le ricette si avviano quando voi fate qualcosa), ma che riesce comunque a risultare immediata.

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Google e la preservazione della conoscenza

Per anni, la missine di Google includeva l’importante compito di preservare il passato. Google Books, lanciato nel 2004, aveva come obiettivo la digitalizzazione e preservazione di ogni libro mai pubblicato, al ritmo di 1.000 pagine all’ora. Il Google News Archive, lanciato nel 2006 con notizie risalenti fino a 200 anni fa, rappresenta uno sforzo nella medesima direzione.

Quando l’obiettivo di Google era organizzare l’informazione del mondo, e renderla accessibile, preservarla — chiedersi cosa ne sarà fra 10 anni delle pagine web indicizzate — era parte e sforzo fondamentale per raggiungere tale obiettivo. Uno sforzo non particolarmente remunerativo, ma molto apprezzato, che purtroppo negli anni è andato diminuendo.

Due mesi fa Larry Page ha detto che l’azienda non si sente più rappresentata dal “mission statement” di 14 anni fa. L’obiettivo è cambiato. “Organise the world’s information and make it universally accessible and useful” è del 1998, e male si adatta alla Google odierna. Il focus è sul social e sull’oggi, del passato interessa meno. Scrive Andy Baio:

Google in 2015 is focused on the present and future. Its social and mobile efforts, experiments with robotics and artificial intelligence, self-driving vehicles and fiberoptics.

As it turns out, organizing the world’s information isn’t always profitable. Projects that preserve the past for the public good aren’t really a big profit center. Old Google knew that, but didn’t seem to care.

The desire to preserve the past died along with 20% timeGoogle Labs, and the spirit of haphazard experimentation.

Preservare la conoscenza non è remunerativo, ma è necessario.

Per fortuna che c’è l’Internet Archive. Il nome è fuorviante: molti pensano che il suo scopo sia preservare Internet, ma seppure quel compito sia fra i principali svolti dall’organizzazione, l’Internet Archive è soprattutto una biblioteca digitale. Lo scopo è più ampio; è preservare, e garantire accesso futuro, alla conoscenza. Ciò include anche preservare le pagine web, ma il motto e l’obiettivo dell’Internet Archive è più generico, inclusivo e caotico. È “Universal access to all knowledge“.

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TUAW, e il declino dei grandi siti dedicati a Apple

John Moltz ha postato un tweet interessante:

 I’m not exactly sure why Apple’s success is having an inverse effect on the corporate-owned Apple sites.

È una risposta all’annunciata chiusura di TUAW, “The Unofficial Apple Blog” (esiste dal 2003, e dal 2005 appartiene a AOL). C’è stato un tempo in cui lo ricevevo via rss, e in cui TUAW era una fonte frequentemente menzionata nella blogosfera — sì, si parla di quando si usava il termine blogosfera. Ma il successo di Apple sembra stare avendo un effetto opposto ai “grandi siti” stile TUAW, appartenenti a un network più grande e generico.

La storia raccontata dalla controparte italiana è simile — ne dico tre che un tempo furono interessanti, ma oramai non visito da anni: Melablog, Macworld e Macitynet 1. La qualità delle notizie di TUAW & simili è molto scarsa: comunicati stampa, rumors, recensioni apatiche 2 di prodotti e applicazioni poco interessanti, roba “esclusiva” che non lo è, etc.; tutto materiale scontato e disponibile ovunque in mille altre declinazioni. O forse eravamo tutti così anni fa, e semplicemente loro hanno mantenuto con la stessa linea: nuovo aggiornamento per OS X, nuovo rumors su iPhone, nuovo brevetto registrato da Cupertino, altro rumors più due nuove applicazioni di dubbia qualità.

Il problema è che la copertura di TUAW & simili non approfondisce, non più se non altro, né aggiunge nulla; ad approfondire sono i blog più piccoli. I contenuti di TUAW e degli altri grandi aggregatori semplicemente non interessano quando i blog più piccoli, indipendenti, curati da una sola persona (o comunque di piccole dimensioni, come MacStories), offrono una selezione più interessante di notizie, e degli articoli costruiti con più cura. Recensioni personali. Separazione chiara fra contenuto e pubblicità (senza comunicati stampa mischiati ovunque).

Considerate questi, assieme alla valida copertura data da The Verge (Re/code, e simili) alle notizie che riguardano Apple. Ora visitate TUAW, o altri fra i siti menzionati sopra, e chiedetevi: c’è qualcosa che già non so? C’è una notizia interessante che non avevo letto altrove? La selezione è valida?

La risposta raramente è sì.

  1. Quelli che mai furono validi, oggi godono sorte anche peggiore
  2. Spesso costruite attorno alle specifiche tecniche, e a una lista di features

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Apple ha successo perché sono tutti tonti

Ben Thompson ha commentato gli incredibili risultati dell’ultimo trimestre fiscale di Apple. Per capire l’enormità basta pensare a questo: Apple ha perso più soldi a causa delle fluttuazioni di valuta che Google ne ha fatti in un trimestre. Un utile di 18,2 miliardi di dollari in un trimestre: un profitto di circa 8,3 milioni di dollari all’ora. Appunto, assurdo.

Eppure, per qualche ragione, è Apple che è sempre sull’orlo di fallire, il cui “impero” è sotto attacco, e che deve preoccuparsi e temere ogni tecnologia e azienda emergente. Ed è Apple, di nuovo, l’azienda che ha successo solo perché siamo tutti stupidi, imbevuti dal marketing e incapaci di scegliere le miriadi di alternative migliori e più a buon mercato che ci vengono offerte. Scegliamo Apple, e paghiamo di più, perché siamo tonti insomma: senza ricavarci nulla.

Il prezzo di Ben Thompson affronta anche questa accusa, spiegando cosa includa il prezzo “premium” dei prodotti Apple: da una rete (gli Apple Store) sempre pronta a fornire assistenza — da non sottovalutare —, a un’esperienza d’uso che, seppur limitante per un geek, va incontro all’utente comune.

Apple ha successo per il design: la lunga e ponderata progettazione e riflessione che sta dietro ogni singolo aspetto dei suoi prodotti (ed è per questo che il declino nella qualità del software è preoccupante).

The old hoary chestnut that “Apple only wins because its advertising tricks people into paying too much” was raised in my Twitter feed last night, and while the holders of such an opinion are implicitly saying others are stupid, my take runs in the opposite direction: it’s not that people are irrational, it’s that human rationality is about more than what can be reduced to a number. Delight is a real thing, as is annoyance; not feeling stupid is worth so much more than theoretical capability. Knowing there is someone you can ask for help is just as important as never needing help in the first place.

Apple spends an inordinate amount of time and resources on exactly these aspects of their products. Everything is considered, from the purchase to the unboxing to the way a webpage scrolls. Things are locked down and sandboxed, to the consternation of many geeks, but to the relief of someone who has long been conditioned to never install anything for fear of bad actors. Stores – with free support – are just a few miles away (at least in the US), a comfort blanket that you ideally never need. All of this is valuable, even though much of it is priceless, only glimpsed in an average selling price nearly triple the industry average.

A molti qua fuori interessa anche la velocità di un prodotto, la quantità di RAM e tutti i numeri che si riescono a inserire in un’affollata tabella, su carta. Le specifiche tecniche. Ma appunto: sono numeri, e dicono poco su come il prodotto funzionerà realmente, su come le varie parti si integreranno fra di loro.

Pochi comprano un prodotto in base a dei numeri. “Apple ha successo” non per qualche fattore irrazionale, ma per l’esperienza utente. Comprano tutti Apple non perché sono tonti, ma per la ragione opposta: per non sentirsi tonti, grazie a dei prodotti facili da usare — e un’assistenza clienti superiore a ogni altro produttore.

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