Perché l’esperienza d’uso di iOS 8 è inferiore a quella di iOS 7

L’esperienza d’uso di iOS 8 è peggiore rispetto a quella iOS 7, secondo Dmitry Kovalenko (Lead Designer di Readdle), e questo perché è cambiata la dimensione del dispositivo — iPhone 6 e iPhone 6 Plus sono notevolmente più grandi dell’iPhone originale — mentre l’interfaccia non è stata ripensata in modo da accomodare questo cambiamento.

Il cambiamento nelle dimensioni del device porta, inevitabilmente, a un cambiamento nel modo in cui lo teniamo in mano, e di conseguenza usiamo. I modelli di comportamento instaurati con le precedenti versioni di iOS non funzionano più dall’iPhone 5 in poi.

Secondo una ricerca di Steve Hoober, l’85% degli utenti usa lo smartphone con una mano sola:

Questo significa che, nella maggior parte dei casi, iOS 8 non è comodo, né ideale, da usare. Per provare il suo punto, Dmitry mostra come le aree dell’interfaccia con i bottoni più importanti di un’applicazione (il menù in alto, ad esempio, con le opzioni più comuni, come Salva, Chiudi, Conferma, Indietro, etc.) rientrino nell’area dello schermo difficile da raggiungere. L’utente, come conseguenza, si ritrova di continuo a riposizionare il device in mano — un device fra l’altro molto scivoloso.

Alcuni sviluppatori hanno risolto spostando gli elementi importanti in basso (una soluzione, secondo Dmitry, oltre menù di navigazioni alternativi rispetto a quello suggerito da Apple, potrebbe arrivare con Force Touch), ma resta che il pattern promosso da Apple (in Mail, ad esempio) e legato a precedenti versioni di iOS e iterazioni dell’iPhone non è più adatto (o se non altro ideale), viste le dimensioni dello schermo.

Più l’iPhone diventa grande, più quei bottoni diventano arduii da pigiare con il dito: purtroppo, come mostra l’immagine, il tipico menù di navigazione dopo iPhone 5 è posizionato nell’area rossa (l’esempio che segue, di Scott Hurff, è con Mailbox).

Apple, sottolinea Dmitry, non ha adattato l’interfaccia ai nuovi schermi (più grandi), ma ha applicato due pezze (una okay, l’altra scomoda):

  • swipe verso destra dal bordo sinistro, per tornare indietro (in mail, ad esempio)
  • doppio tap sull’Home Button per abbassare l’intera UI in modo da rendere quei bottoni più raggiungibili

La seconda, che dimostra come Apple sia consapevole del problema, è bizzarra e non tanto rapida da usare (a quel punto mi sposto in su con l’intera mano). È una pezza: invece di ripensare e adattare l’UI ci hanno dato un modo per abbassare quella vecchia, inadatta e scomoda nell’85% dei casi d’uso.

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La nuova dittatura delle ricevute di lettura

Fra le cose più stupide che sono successe negli ultimi anni io ci metto le ricevute di lettura. Mentre prima erano un’opzione, oggi vengono inflitte senza possibilità di opt-out su Facebook e simili. Sarebbe bello (se non altro) se fosse possibile abilitarle solo per certi contatti, e soprattutto sarebbe giusto che la scelta — di abilitarle o meno — ricadesse su me. Invece nel caso di iMessage sono abilitate o per nessuno o per tutti, e nel caso di Facebook la scelta nemmeno esiste.

Capisco l’intenzione, buona (Es. “Ricordati il latte” non ha bisogno di una risposta, ma solo di una lettura), ma sono diventate uno strumento per spingere le persone a sentirsi in difetto se non rispondono entro pochi minuti dalla lettura, e servono solamente a soddisfare l’ego del mittente. Credo sia anche per questo che abbiamo finito con l’accettarle: non ci piacciono da destinatari, ma nella posizione di mittente ci tornano comode, ansiosi come siamo che tutti rispondano quanto prima.

Eppure, il fatto che io abbia avuto modo e tempo di leggere un messaggio non significa che debba anche occuparmi della risposta ora, non significa che debba interrompere ulteriormente la mia attività (qualsiasi essa sia, anche stessi solamente fissando il soffitto da ore) per rispondere. Invece, con le ricevute di lettura, tutti si aspettano che tutti siano sempre connessi. È come essere in chat, e avere il proprio stato su online alla mercé di tutti. La linea di ragionamento è questa: X ha visto il messaggio? E allora è davanti a un computer, o ha uno smartphone/tablet con sè, e deve e può rispondermi.

Le ricevute di lettura, come scrive Garret Murray, eliminano la distinzione fra offline e online facendo credere all’interlocutore che tutti siano immediatamente disponibili e sempre connessi:

Sending read receipts completely removes the feeling of being offline. When you don’t send receipts, people can send you as many messages as they’d like but until (if ever) you respond they have no idea if you received the message at all and they can make the safe assumption you might be unavailable at the moment. I like this. I miss this. With read receipts enabled, you’re always online. People know the minute you glance at their message. Sometimes I’m in the middle of feeding my kids but I glance at the phone. Now for the next hour this person knows I’ve read but haven’t responded. Why do I need this stress?

È una situazione davvero stressante, e siccome oramai sono inflitte senza scelta è necessaria una serie di accorgimenti non sempre efficaci per evitare di inviarne una. Apro iMessage con la paura che questo invii una ricevuta di lettura (aprendosi in automatico su una conversazione), sblocco l’iPhone stando attento a non scorrere sopra una notifica, visito Facebook ignorando le icone rosse che segnalano messaggi — perché oramai non mi è più possibile leggerli senza dover rispondere pochi attimi dopo. Un po’ come succede a Garret, dalla lettura di un messaggio parte nella mia mente una specie di cronometro — più passa il tempo più mi sento in difetto, più la persona dall’altra parte probabilmente si sente in diritto di ricevere una risposta quanto prima.

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L’unità fondamentale del blog non è l’articolo. L’unità fondamentale del blog è lo stream

In occasione del 15esimo anniversario del suo blog, Anil Dash scriveva:

Lo scroll è tuo amico. Se hai pubblicato un post brutto o qualcosa che non ti piace, semplicemente scrivi qualcosa di nuovo. Se hai pubblicato qualcosa di cui sei particolarmente orgoglioso e nessuno se la fila, semplicemente scrivine di nuovo. Un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra, è l’unico fattore comune che ho trovato a questo blog di cui sono orgoglioso. I post scendono nella pagina, e il buono e il brutto semplicemente scorrono via.

È una descrizione perfetta di un blog. Non è il singolo articolo a renderlo interessante, ma l’insieme degli articoli che si susseguono. Articoli magari inconcludenti, ma il cui insieme dà forma a qualcosa di interessante. E se un articolo non funziona se ne scrive uno nuovo, o se un’idea non è stata ben espressa la si esprime di nuovo. Lo stream si porta via tutto. Come sollinea Michael Sippey su Medium, “l’unità fondamentale del blog non è il post. L’unità fondamentale del blog è lo stream”. Il valore di un post è derivato (spesso) dal blog di provenienza e dall’autore/blogger.

L’ultimo aggiornamento di Medium, che agevola contenuti brevi, è un ritorno in quella direzione, verso lo stream. Mentre il vecchio Medium cancellava l’autore (Joshua Benton: “La cosa più radicale di Medium è che cancella l’autore […], lo degrada, lo rende secondario“) per sostituirsi fra il pezzo e il lettore — provando a instaurare l’idea che Medium = qualità — il nuovo Medium rimette l’autore (e lo stream) al centro.

La domanda è: qual è il modello più corretto oggi? Organizzare il materiale per collezioni, oppure per autore? L’autore ha ancora uno spazio, oppure il web di oggi (con lettori guidati dai social network) agevola contenuti atomistici — cancellando l’autore e di conseguenza la costruzione di uno stream/audience? Domande che il The Atlantic si è posto in “What Blogging Has Become“:

Cos’è la scrittura su web nel 2015? Ruota ancora attorno all’autore? E se ti piace osservare un autore nel corso del tempo (o ti piace avere questa libertà come autore), c’è ancora un modo di farlo? Oppure i contenuti sono diventati atomistici [a sé stanti] e non è più possibile raccogliere attorno a una voce un audience? Il nuovo Medium è una scommessa che è rimasto qualcosa di valido nel modello che ruota attorno all’autore.

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Cosa succederà alla televisione

Il documento in cui Netflix delinea la propria posizione nel futuro — e la direzione in cui la TV sta andando — merita una lettura. Inizia con una breve dichiarazione:

Le applicazioni stanno rimpiazzando i canali,

e gli schermi stanno proliferando.

Un po’ come il giornalismo non avrà bisogno di giornali di carta, nel futuro i programmi televisisi non avranno bisogno della televisione — se non altro nella sua forma attuale. Mentre i contenuti prodotti per la televisione continuano a generare molto interesse, la linearità tradizionale del mezzo — il modo in cui i canali offrono un programma in un determinato momento della giornata — inizia a venire meno apprezzata.

Secondo il documento di Netflix (Long Term View), la velocità (crescente) di Internet e la vendita (crescente) di Smart TV, tablet e smartphone avvieranno un processo che lentamente porterà la televisione tradizionale (lineare) ad essere guardata sempre meno, in favore di una televisione non-lineare, nella quale i canali si trasformeranno in applicazioni — BBC iPlayer è l’esempio più interessante e meglio riuscito al momento in Europa. Questo nuovo modello offre diverse opportunità di “disruption”.

Per Netflix l’opportunità è quella di essere un canale — e come tale di offrire una determinata selezione di film, a loro dire i migliori, a un determinato prezzo senza fronzoli e sorprese. L’obiettivo è quello di essere un’alternativa appetibile alla pirateria, offrendo un servizio economico, immediato e curato. Non vogliono competere per quantità con HBO, Amazon e altri colossi che entreranno nel mercato, sanno che non riusciranno a eguagliare il loro catalogo; vogliono batterli curando l’offerta («Instead of trying to have everything, we should strive to have the best in each category. As such, we are actively curating our service rather than carrying as many titles as we can»).

Vogliono essere un canale di intrattenimento. In quest’ottica, in questa visione di Netflix come “canale” (piuttosto di un iTunes dei film), la decisione di produrre materiale originale (serie TV) acquista molto senso:

We believe we have a major advantage over our linear competitors when it comes to launching a show. The networks need to attract an audience on a given night at a given time. We can be much more flexible. Because each show on Netflix is not competing for scarce prime-time slots like on linear TV, a show that is taking a long time to find its audience is one we can keep nurturing. This allows us to prudently commit to a whole season, rather than just a pilot episode. In addition, we are able to provide a platform for more creative storytelling (varying run times per episode based on storyline, no need for week to week recaps, no fixed notion of what constitutes a “season”). We believe this makes it easier for us to attract creative talent.

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Medium.com è superfluo?

Matthew Butterick (l’autore del bellissimo Butterick’s Practical Typography) ha risposto a un post uscito su Medium alcuni giorni fa, in cui l’autore illustrava come le macchine da scrivere abbiano contribuito a imbruttire la tipografia. L’argomento del post di Butterick non sono tanto le macchine da scrivere, quanto Medium stesso, e perché esista (una questione interessante, secondo me).

L’idea di uno YouTube dei testi può sembra buona — ma il costo di pubblicazione di un articolo, o gestione del design, è praticamente zero. Secondo Butterick, al web odierno Medium non aggiunge nuove possibilità: ne chiude e basta, limitando le opzioni, racchiudendo tutto nella stessa confezione. Medium priva gli autori del controllo sui propri pezzi, sulla loro presentazione e distribuzione. E nonostante Medium dia molta attenzione alla tipografia e alla presentazione, questa rimane identica per ogni testo: se il ruolo della tipografia è migliorare il testo per il lettore, testi differenti richiedono tipografia differente.

Ogni storia su Medium si presenta in ugual modo — come proveniente più da Medium, che da un autore specifico. Personalmente, non capisco chi ha un blog e decide di pubblicare pezzi su Medium, a meno che non lo si faccia per ottenere una maggiore diffusione. Perché a questo Medium si riduce: a uno strumento per promuovere un “contenuto”. Medium non è uno strumento per la scrittura, ma per la promozione della scrittura.

Medium serve a creare l’illusione che tutto quello che sta al suo interno faccia parte di un ecosistema editoriale. Medium vorrebbe, come il New York Times, riuscire a conferire autorità ad un pezzo semplicemente mettendoci il suo logo. Funziona anche grazie ai (pochi) autori che Medium paga per produrre contenuti, che ne portano altri attratti dal “prestigio” della piattaforma.

Medium, scrive Butterick, è marketing al servizio del marketing:

In verità, il prodotto principale di Medium non è una piattaforma per la pubblicazione, ma la promozione della stessa. Questa promozione porta lettori e scrittori sul sito. Questi generano i contenuti e i dati che servono ai pubblicitari. Ridotto così, Medium è semplicemente marketing al servizio di altro marketing. Non è un “posto per le idee”. È un posto per i pubblicitari. È, quindi, totalmente superfluo.

“Ma cosa mi dici riguardo a tutti gli articoli scritti su Medium?” La misura dell’inutilità non risiede negli articoli. Piuttosto, risiede in ciò che Medium aggiunge alla scrittura e agli articoli. Ricordate la questione iniziale: in che modo Medium migliore Internet? Non ho trovato una singola storia su Medium che non avrebbe potuto esistere altrettanto bene altrove.

La retorica con cui il sito viene presentato — il posto in cui scambiarsi le idee, una specie di conferenza TED testuale — serve a promuovere un sito di cui potremmo tranquillamente fare a meno.

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Le nuove applicazioni di IFTTT

Ho appena perso una buona ora a provarle, e seppur non sappia ancora bene come sfruttarle appieno le potenzialità sono molte. IFTTT è un buon servizio, ma anche molto geek, e queste applicazioni aiutano a semplificarlo dividendo le ricette in due differenti categorie: IF (girano in background e in automatico, quando avviene qualcosa su un servizio — ad esempio quando qualcuno vi tagga su facebook o mettete un mi piace su una foto) e DO (si avviano con un tap), quelle appena introdotte dalle 3 nuove applicazioni.

L’idea è che siano un bottone: una volta premuto, avviene qualcosa. IFTTT ha introdotto 3 applicazioni per 3 differenti bottoni:

  • Do Button. Letteralmente un bottone. Con un tap avviate un’azione.
  • Do Camera. Scattate una foto, e IFTTT la manda dove volete.
  • Do Note. Scrivete una nota, e la mandate a IFTTT per farci qualcosa.

Un esempio scemo, che tira in ballo i caffè. Con Do Button poteste creare un bottone per tenere traccia di quanto ne bevete: ogni volta che verrà premuto IFTTT aggiungerà a un file di testo su Dropbox (o a un foglio di calcolo su Google Drive) una riga, contenete data e ora del momento delizioso (IFTTT permette di aggiungere anche altri dettagli, come latitudine, longitudine, o immagine della vostra posizione con Google Maps). Do Camera e Do Note funzionano nella stessa maniera, ma si attivano dopo aver scattato una foto o scritto una breve nota.

(Si possono fare cose molto più interessanti di quella appena descritta. Può anche essere utile.)

Tutte ovviamente possono contenere più di un bottone — uno swipe laterale permette di scambiarli. L’interfaccia è semplicissima, in modo da velocizzare l’input il più possibile. Al punto che ogni applicazione può contenere un massimo di tre bottoni (un limite fastidioso).

Do è una versione di IFTTT non automatizzata (le ricette si avviano quando voi fate qualcosa), ma che riesce comunque a risultare immediata.

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Google e la preservazione della conoscenza

Per anni, la missine di Google includeva l’importante compito di preservare il passato. Google Books, lanciato nel 2004, aveva come obiettivo la digitalizzazione e preservazione di ogni libro mai pubblicato, al ritmo di 1.000 pagine all’ora. Il Google News Archive, lanciato nel 2006 con notizie risalenti fino a 200 anni fa, rappresenta uno sforzo nella medesima direzione.

Quando l’obiettivo di Google era organizzare l’informazione del mondo, e renderla accessibile, preservarla — chiedersi cosa ne sarà fra 10 anni delle pagine web indicizzate — era parte e sforzo fondamentale per raggiungere tale obiettivo. Uno sforzo non particolarmente remunerativo, ma molto apprezzato, che purtroppo negli anni è andato diminuendo.

Due mesi fa Larry Page ha detto che l’azienda non si sente più rappresentata dal “mission statement” di 14 anni fa. L’obiettivo è cambiato. “Organise the world’s information and make it universally accessible and useful” è del 1998, e male si adatta alla Google odierna. Il focus è sul social e sull’oggi, del passato interessa meno. Scrive Andy Baio:

Google in 2015 is focused on the present and future. Its social and mobile efforts, experiments with robotics and artificial intelligence, self-driving vehicles and fiberoptics.

As it turns out, organizing the world’s information isn’t always profitable. Projects that preserve the past for the public good aren’t really a big profit center. Old Google knew that, but didn’t seem to care.

The desire to preserve the past died along with 20% timeGoogle Labs, and the spirit of haphazard experimentation.

Preservare la conoscenza non è remunerativo, ma è necessario.

Per fortuna che c’è l’Internet Archive. Il nome è fuorviante: molti pensano che il suo scopo sia preservare Internet, ma seppure quel compito sia fra i principali svolti dall’organizzazione, l’Internet Archive è soprattutto una biblioteca digitale. Lo scopo è più ampio; è preservare, e garantire accesso futuro, alla conoscenza. Ciò include anche preservare le pagine web, ma il motto e l’obiettivo dell’Internet Archive è più generico, inclusivo e caotico. È “Universal access to all knowledge“.

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TUAW, e il declino dei grandi siti dedicati a Apple

John Moltz ha postato un tweet interessante:

 I’m not exactly sure why Apple’s success is having an inverse effect on the corporate-owned Apple sites.

È una risposta all’annunciata chiusura di TUAW, “The Unofficial Apple Blog” (esiste dal 2003, e dal 2005 appartiene a AOL). C’è stato un tempo in cui lo ricevevo via rss, e in cui TUAW era una fonte frequentemente menzionata nella blogosfera — sì, si parla di quando si usava il termine blogosfera. Ma il successo di Apple sembra stare avendo un effetto opposto ai “grandi siti” stile TUAW, appartenenti a un network più grande e generico.

La storia raccontata dalla controparte italiana è simile — ne dico tre che un tempo furono interessanti, ma oramai non visito da anni: Melablog, Macworld e Macitynet 1. La qualità delle notizie di TUAW & simili è molto scarsa: comunicati stampa, rumors, recensioni apatiche 2 di prodotti e applicazioni poco interessanti, roba “esclusiva” che non lo è, etc.; tutto materiale scontato e disponibile ovunque in mille altre declinazioni. O forse eravamo tutti così anni fa, e semplicemente loro hanno mantenuto con la stessa linea: nuovo aggiornamento per OS X, nuovo rumors su iPhone, nuovo brevetto registrato da Cupertino, altro rumors più due nuove applicazioni di dubbia qualità.

Il problema è che la copertura di TUAW & simili non approfondisce, non più se non altro, né aggiunge nulla; ad approfondire sono i blog più piccoli. I contenuti di TUAW e degli altri grandi aggregatori semplicemente non interessano quando i blog più piccoli, indipendenti, curati da una sola persona (o comunque di piccole dimensioni, come MacStories), offrono una selezione più interessante di notizie, e degli articoli costruiti con più cura. Recensioni personali. Separazione chiara fra contenuto e pubblicità (senza comunicati stampa mischiati ovunque).

Considerate questi, assieme alla valida copertura data da The Verge (Re/code, e simili) alle notizie che riguardano Apple. Ora visitate TUAW, o altri fra i siti menzionati sopra, e chiedetevi: c’è qualcosa che già non so? C’è una notizia interessante che non avevo letto altrove? La selezione è valida?

La risposta raramente è sì.

  1. Quelli che mai furono validi, oggi godono sorte anche peggiore
  2. Spesso costruite attorno alle specifiche tecniche, e a una lista di features

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Apple ha successo perché sono tutti tonti

Ben Thompson ha commentato gli incredibili risultati dell’ultimo trimestre fiscale di Apple. Per capire l’enormità basta pensare a questo: Apple ha perso più soldi a causa delle fluttuazioni di valuta che Google ne ha fatti in un trimestre. Un utile di 18,2 miliardi di dollari in un trimestre: un profitto di circa 8,3 milioni di dollari all’ora. Appunto, assurdo.

Eppure, per qualche ragione, è Apple che è sempre sull’orlo di fallire, il cui “impero” è sotto attacco, e che deve preoccuparsi e temere ogni tecnologia e azienda emergente. Ed è Apple, di nuovo, l’azienda che ha successo solo perché siamo tutti stupidi, imbevuti dal marketing e incapaci di scegliere le miriadi di alternative migliori e più a buon mercato che ci vengono offerte. Scegliamo Apple, e paghiamo di più, perché siamo tonti insomma: senza ricavarci nulla.

Il prezzo di Ben Thompson affronta anche questa accusa, spiegando cosa includa il prezzo “premium” dei prodotti Apple: da una rete (gli Apple Store) sempre pronta a fornire assistenza — da non sottovalutare —, a un’esperienza d’uso che, seppur limitante per un geek, va incontro all’utente comune.

Apple ha successo per il design: la lunga e ponderata progettazione e riflessione che sta dietro ogni singolo aspetto dei suoi prodotti (ed è per questo che il declino nella qualità del software è preoccupante).

The old hoary chestnut that “Apple only wins because its advertising tricks people into paying too much” was raised in my Twitter feed last night, and while the holders of such an opinion are implicitly saying others are stupid, my take runs in the opposite direction: it’s not that people are irrational, it’s that human rationality is about more than what can be reduced to a number. Delight is a real thing, as is annoyance; not feeling stupid is worth so much more than theoretical capability. Knowing there is someone you can ask for help is just as important as never needing help in the first place.

Apple spends an inordinate amount of time and resources on exactly these aspects of their products. Everything is considered, from the purchase to the unboxing to the way a webpage scrolls. Things are locked down and sandboxed, to the consternation of many geeks, but to the relief of someone who has long been conditioned to never install anything for fear of bad actors. Stores – with free support – are just a few miles away (at least in the US), a comfort blanket that you ideally never need. All of this is valuable, even though much of it is priceless, only glimpsed in an average selling price nearly triple the industry average.

A molti qua fuori interessa anche la velocità di un prodotto, la quantità di RAM e tutti i numeri che si riescono a inserire in un’affollata tabella, su carta. Le specifiche tecniche. Ma appunto: sono numeri, e dicono poco su come il prodotto funzionerà realmente, su come le varie parti si integreranno fra di loro.

Pochi comprano un prodotto in base a dei numeri. “Apple ha successo” non per qualche fattore irrazionale, ma per l’esperienza utente. Comprano tutti Apple non perché sono tonti, ma per la ragione opposta: per non sentirsi tonti, grazie a dei prodotti facili da usare — e un’assistenza clienti superiore a ogni altro produttore.

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Limiti di traffico e d’utilità

L’altro giorno, preparando la valigia per il rientro in Italia per le vacanze natalizie, mi sono accorto che non ho idea di che fine abbia fatto la mia (nano)SIM della Tre. Non la uso da mesi, da quando per università mi sono spostato in Inghilterra. Pazienza, mi sono detto: terrò il numero inglese su terra italica per due settimane. Speriamo sia una cosa fattibile, mi sono detto. Il mio numero inglese appartiene a Three UK, alla quale do £15 mensili, circa 19 euro. Senza contratto: se voglio posso smettere domani di pagare. In cambio ottengo un numero di SMS consistente e intonso (per via di iMessage e WhatsApp), più 500 minuti di chiamate di cui non necessito (uso lo smartphone per tutto, tranne che per chiamare) e una cosa di cui invece sento gran necessità: internet illimitato. Senza limiti giornalieri, senza limiti mensili. Lo specifico perché per gli operatori italiani illimitato è finito con l’essere sinonimo di “tanti GB”: illimitato, ma entro certi limiti. Giornalieri e mensili. No: con Three UK ho internet illimitato, non una versione all’acqua di rose dello stesso. Oltretutto, quando disponibile, si allaccia a rete 4G senza costi aggiuntivi — gratuitamente. Quel numero l’ho fatto due anni fa in un aeroporto, da un distributore automatico, mentre aspettavo la valigia. Stava di fianco a un altro distributore, di bevande: con la stessa facilità e rapidità con cui scelsi cosa bere mi scelsi anche l’operatore — meno di un minuto per un numero di telefono. Perché da nessun altra parte esiste che ti venga richiesta e archiviata la sequenza del DNA per un numero di telefono.

Un piccolo riepilogo dei miei spostamenti ora, per capire dove sto andando con questo post. Due anni fa ero in Inghilterra, poi l’anno scorso sono tornato in Italia, e quest’anno mi trovo di nuovo in Inghilterra. Traduzione: internet illimitato, poi internet limitato a pochi GB mensili, poi di nuovo internet illimitato. Due anni fa ho scoperto che in certe parti del mondo internet illimitato su rete mobile non solo esiste, ma è pure disponibile a prezzo accessibile. Poi sono tornato in Italia e mi sono disperato, e mi sono ricordato di quant’è triste la vita con internet limitato: una lunga e tribolata ricerca mi ha confermato che un abbonamento a prezzo non esorbitante e quantità decente di traffico dati da rete mobile non esiste. Sembra sia concepibile solo per i clienti business. Fallimento. Il meglio che riuscii a trovare fu Tre, 3 GB. Oggi vedo che Tre offre Web senza limiti, ma in realtà con limiti: 500MB giornalieri, 15GB mensili. Lo specificano più sotto nella pagina web dell’offerta: i limiti che non esistono sono di tempo. Ma che bravi.

Ciò che ho avuto modo di notare — passando da internet limitato a illimitato, e poi essendo stato costretto a tornare al primo — è quanto vari l’esperienza d’uso di un iPhone a seconda del tipo di connessione. Dopo avere provato internet illimitato, tornare al primo mi ha riportato alla memoria i tempi di quanto si doveva spegnere il modem, altrimenti la bolletta saliva. È anche la differenza fra l’avere una linea normale e affidarsi a una chiavetta. La seconda è limitante, la prima apre molte possibilità — cambia le regole del gioco. Così come il nostro uso di internet è cambiato con l’arrivo di connessioni illimitate (a casa), aprendo nuove possibilità e creando nuovi servizi, l’arrivo di una connessione senza limiti di traffico su mobile cambierà l’uso che faremo degli smartphone stessi. Ma perché ciò avvenga non basterà fare un pochettino meglio, non basterà dare uno o due GB in più al mese: ne servono infiniti. Serve che non ci sia più un limite su quanto possiamo scaricare da mobile.

C’è stato un aumento dell’utilità dell’iPhone, e un cambiamento nell’uso che ne faccio. Non ho più alcuna canzone archiviata in locale: solo Spotify. Certe mattine, dal bus, guardo un episodio di una qualche serie tv su Netflix. Le applicazioni mi si aggiornano ovunque. Se un podcast che seguo pubblica un episodio mentre sono in giro posso ascoltarlo subito, in streaming, senza preoccuparmi. Backup ovunque. Uso Skype senza problemi. Posso aprire qualsiasi link — anche video di YouTube di diversi minuti. Chiamo con FaceTime, in giro per la città. Praticamente non faccio mai — mai — una chiamata normale. Se mi serve il MacBook Air posso trasformare l’iPhone in un hotspot senza crucciarmi di quanto traffico dati mi resterà a disposizione. Posso arrivare a casa senza dover subito attivare il WiFi: che tanto non fa più alcuna differenza. Da metà Ottobre ho consumato circa 25GB da rete mobile. Oltretutto, siccome Three UK offre 4G gratuitamente, la connessione è anche velocissima.

Quello che poi ho scoperto — come conseguenza dell’aver perso la mia SIM italiana della Tre — è che Three UK offre un’opzione simile al nostro all’estero come a casa: se ti trovi in un Paese in cui c’è H3G come operatore puoi usufruire delle tue tariffe e del tuo piano dati come fossi nel Paese a cui il tuo numero appartiene. In questo caso un limite c’è, ma è fissato a 25GB mensili: molto più di quanto qualsiasi operatore italiano offra a quel costo. Da quando sono qua ho scaricato circa 645MB, in roaming. Il paradosso, insomma: è più conveniente andare su internet in Italia con un operatore estero, in roaming, che con una qualsiasi altra offerta di un qualsiasi altro operatore italiano.

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Il futuro dei libri è nel browser?

Pelican Books è la collana di saggistica di Penguin Books. Venne fondata nel 1937, con l’intento di pubblicare volumi che illustrassero con una prosa semplice argomenti complessi e importanti. Lo scorso Aprile Penguin ha deciso di rilanciare la collana, chiusa nel 1984, con particolare attenzione verso gli ebook e il digitale.

A fianco del classico .epub, Pelican ha presentato pelicanbooks.com. Il sito permette acquisto, lettura e “consumo” dei (cinque, per ora) titoli disponibili. L’utente non scarica un file, ma a seguito dell’acquisto ottiene l’accesso al sito — dal quale può leggere il contenuto del libro. La fruizione è molto piacevole — ricorda Medium come impaginazione — e Pelican è stata attenta nell’offrire gli strumenti fondamentali di cui un lettore necessita durante la lettura di un libro. Il sito permette di sottolineare e salvare passaggi (oltre che condividerli), ricorda la posizione di lettura ed è, ovviamente, responsivo: risulterà leggibile sia da Mac che da iPhone.

La scommessa di Penguin è semplice: che il futuro del libro stia nel browser. Un modello che presenta anche degli svantaggi: i dati (es. annotazioni) e i libri stessi rimangono chiusi dentro pelicanbooks.com, e di fatto il lettore non possiede nulla se non l’accesso ai contenuti del sito. Una sorta di libro con paywall che funziona bene nel caso di Pelican e nel campo della saggistica — provo a ipotizzare — ma avrebbe forse meno fortuna in narrativa.

Scegliendo questa strada — evitando l’.epub — Pelican ha evitato anche i limiti dell’.epub. Limiti dovuti più al device che al formato stesso. L’ebook reader più diffuso (Kindle) è in bianco e nero, con tipografia bruttissima. I singoli titoli non ricevono alcuna particolare attenzione o cura, e si somigliano tutti perché la possibilità di distinguersi è minima. Al contrario, sviluppando per il browser l’editore ha più opzioni nel creare un ebook. Potrà finalmente scegliere una tipografia adeguata. Avrà la stessa libertà creativa che ha nel progettare un libro di carta — e potrà riporre nell’ebook la stessa attenzione e cura. Due esempi di libri costruiti attorno al browser: The Shape of Design di Frank Chimero, o Practical Typography di Butterick. L’esperienza di lettura non è inferiore a quella di un .epub — anzi, direi il contrario. Due cose che funzionano meglio nel libro di Chimero e Butterick: le note a piè di pagina e i link.

L’esperimento di Pelican mette il browser al centro dell’esperienza di lettura: del resto i tablet sono più diffusi del Kindle, e il browser permette a un libro di essere fruibile ovunque — e in maniera simile su ogni device. Si può iniziare a leggere “Economics: The User’s Guide” (uno dei titoli di Pelican) da Safari, su Mac, per poi continuare sull’iPhone e più tardi proseguire dall’iPad. Il tutto digitando un indirizzo. Un libro, la stessa esperienza di lettura su ogni dispositivo, fluida e coerente.



Pelican ha iniziato a costruire i suoi ebook domandandosi quale ruolo assuma la copertina di un libro, quando questo è digitale. La copertina è la prima cosa che vediamo ogni volta che prendiamo in mano un libro di carta, ma è ridotta a una thumbnail visibile quasi solamente al momento dell’acquisto nel caso degli ebook. È al centro dell’attenzione nei libri di carta, nascosta e poco curata negli ebook. Ne ha parlato Matt Young (designer di Pelican) a Fast Company:

When reading a book in print, we interact with the cover every time we open and close the book – we see it all the time, it reinforces our perception of the book in our minds. Whereas when reading an ebook, the cover often has a much smaller role to play – reduced to a thumbnail, and sometimes never seen again once the book has been purchased. With Pelican, the cover is echoed throughout the entire book: each chapter begins with a full-page/full-screen chapter opener, acting as an important visual signpost and echoing the cover, reinforcing the brand and the series style.

I libri su browser di Pelican provano a andare oltre la copertina — vista la perdita d’importanza, e di posizione — cercando invece di rendere riconoscibili le singole pagine. Pelican ha costruito uno “stile grafico” che il lettore ritrova e riconosce in tutte le pagine di un libro: l’azzurro che contraddistingue la collana si ritrova nei passaggi evidenziati, o come bordo della finestra del browser. L’ebook non è più anonimo — date le scelte tipografiche, o quelle minime di layout, non fastidiose ma sempre a vantaggio della leggibilità — ma ha uno stile ben definito. È evidente come l’editore vi abbia riposto la stessa cura che ripone nell’edizione cartacea. Cosa non esattamente possibile al momento, su Kindle.

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Italia, la Rete che non c’è

Mi cadono le braccia.

Solo il 56% della popolazione italiana tra i 16 ed i 74 anni ha usato Internet nel 2013 (qua il report completo sulla situazione). Siamo fra gli ultimi in Europa: il Regno Unito arriva all’87%, la Germania all’80%. Da noi, nel frattempo, un 34% dichiara di non avere mai utilizzato Internet.

Gli sconfortanti dati dell’ISTAT, riportati da Punto Informatico (da cui il titolo di questo post è stato rubato):

I cosiddetti “utenti forti”, definiti come quelli che usano quotidianamente Internet, si fermano al 33 per cento del campione. I non utenti, invece, superano addirittura il 40 per cento, quelli deboli (che si connettono, cioè, almeno una volta a settimana) sono il 17 per cento, quelli sporadici il 2,7 ed infine gli ex utenti (coloro che sono stati online più di 3 mesi prima della rilevazione) arrivano al 4,5 per cento.

Ci sono gli utenti forti, e poi c’è una gran fetta — troppo ampia — della popolazione che di internet — quel luogo pericoloso, ricco di insidie, secondo la narrazione più comune dei quotidiani italiani — non vuole saperne.

Come si fa ad andare totalmente digitali su certe pratiche, risparmiando denaro e tempo, con questi dati? Nel Regno Unito l’amministrazione pubblica è digital by default (passa prima dal computer, e per quei rari casi sconnessi dai canali tradizionali): scordiamocelo con solo un 56% della popolazione che ne ha fatto uso nel 2013.

(La lentezza di Internet in Italia)

Per chi voglia approfondire l’argomento, consiglio la lettura di “La vista da qui” — degli appunti di Mantellini per un’internet italiana.

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Il Turco della Silicon Valley

Nel 1796 Wolfgang von Kempelen presentò The Turk, il Turco, una macchina in grado di giocare a scacchi. L’automa fece il giro del mondo, e ovunque impressionò per le sue capacità. Ovviamente c’era un trucco: la grossa scrivania, sulla quale avveniva il gioco, conteneva — oltre agli ingranaggi — posto per una persona, che di nascosto pilotava la macchina. Che appariva così intelligente, affidandosi invece al lavoro di un umano.

Nel 2014 The Turk vede una strana reincarnazione nell’Amazon Mechanical Turk, un servizio di Amazon che permette alle aziende di assegnare piccoli e semplici compiti a persone sparse per il globo, riuscendo così a fare apparire i propri algoritmi più intelligenti di quanto non siano. Scrive il New Inquiry, che ha appena trattato la questione in un articolo:

Amazon ha costruito un network per lavoratori occasionali la cui manodopera nascosta permette a programmatori e “innovatori” di apparire brillanti. Il Mechanical Turk assume persone per svolgere lavoro invisibile online — lavoro che permette al software che lo sfrutta di apparire perfetto. Il CEO di Amazon lo chiama “artificial artificial intelligence“.

È un marketplace che permette a chi ne ha bisogno di pubblicizzare piccoli task che chiunque può decidere di completare. Si tratta di task che risultano molto difficili a un computer, ma sono facili per un umano: trascrivere il testo di un file audio, identificare il soggetto di una fotografia o riconoscere il tono di un articolo. È il crowdsourcing del lavoro, in tanti piccoli compiti (task) a tante persone, il 90% delle quali remunerate a 0.10 centesimi di dollaro per task.

Il Mechanical Turk è formalmente una piattaforma, un marketplace, cosa che permette ad Amazon di non assumersi alcuna responsabilità per la (bassa) retribuzione che le aziende stabiliscono sulle loro task. Amazon fornisce semplicemente l’infrastruttura. La tesi del New Inquiry è che purtroppo una struttura simile sia presente alla base della Silicon Valley. Lavoro a contratto, quasi invisibile, e remunerato infimamente, che permette al software di apparire magico.

In maniera simile vi ha ricorso Google per Google Books, quando per scannerizzare i libri assunse a contratto un numero di persone. Per quanto il prodotto finale possa apparire perfetto e automatico, è stato necessario di qualcuno che voltasse le pagine (come certe simpatiche mani dimostrano), di qualcuno che si assicurasse della qualità e leggibilità del risultato. In genere queste persone, prive di alcun diritto, sono molto diverse da quelle che si incontrato nel campus principale: tanto per cominciare, sono perlopiù donne. Persone tenute segrete e in disparte (lo raccontò alcuni anni fa Norman Wilson) al punto che, scrive il New Inquiry “sono cancellate dalla narrativa“. L’utente finale ne resta totalmente ignaro.

Si tratta del medesimo trucco che permette ad Uber di apparire magica, quando dietro ci sono dei tassisti che hanno dovuto acquistare una macchina a spese proprie, dipendono totalmente da un sistema di rating ingiusto e sono privi di alcun diritto. Uber non si assume, né è costretta a farlo, alcuna responsabilità — così come non deve pagare il salario minimo, riconoscere alcuna pensione o assicurazione. La ragione per cui ciò funziona è che Uber si definisce un marketplace: offrono semplicemente un’infrastruttura, che il tassista può scegliere o meno di utilizzare. Se sceglie di utilizzarla è per volontà propria, e comunque non è assunto da Uber direttamente. Di nuovo, per concludere, il New Inquiry:

L’appeal di applicazioni come Uber è che chiunque con uno smartphone può premere un bottone e vedersi comparire un’autista personale al proprio servizio. Premi un bottone e il pranzo è pronto, i fiori sono inviati, la casa è pulita. È magico. Ed è con questa sensazione di magia — questa gratificazione instantanea del desiderio che si realizza nel momento stesso in cui viene espresso — che le applicazioni si presentano al pubblico.

Sembra magia, ma non è magia. C’è un trucco. La magia si basa su lavoro sottopagato, a contratto casuale. Premi un bottone e un umano si prepara a svolgere ciò di cui hai bisogno, senza gli stessi diritti o protezioni di un normale impiegato.

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È incredibile che l’industria discografica sia mai esistita

Nel corso della settimana scorsa, Taylor Swift ha fatto rimuovere la propria musica da Spotify. L’idea, implicita, è che si debba pagare per un disco — che questo è il modo naturale, l’unico plausibile, in cui l’industria discografica funziona. Il punto fondamentale — e ne scrive su Medium Philip Kaplan — è che è una fortuna per gli artisti come Taylor Swift che l’industria discografica sia esistita in primo luogo.

L’industria discografica come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi copre 100 dei 40.000 anni di storia della musica, e fu una soluzione temporanea a un problema temporaneo generato dall’invenzione della registrazione sonora. Spiega Kaplan con un’utile analogia con Microsoft Word:

Record players were invented in the late 1800’s. But there were no records. So for the same reason Microsoft made Word & Excel to make Windows more useful — electronics companies like Sony and Columbia started making records.

Turns out the music was more profitable than the hardware. And so the recording industry was born.

Per circa 100 anni (posizionandone la fine nel 2005), gli artisti sono stati in grado di arricchirsi da copie — vinili, cassette e CD. Altre forme d’arte non hanno questo lusso, così come i compositori di un’altra epoca non l’avevano. L’industria discografica è nata da una necessità, sfruttando l’inefficienza del mercato: per esempio costringendo l’acquisto di un disco da 12 canzoni anche quando l’utente era interessato solo ad una.

Inefficienza risolta, appunto, da Internet (e gli iTunes e Spotify che ne conseguono). Inefficienza che, ovviamente, l’industria discografica — e alcuni fra quelli che ve ne fatto parte — vorrebbero mantenere.

How many of those millions of people only wanted one track but had to buy the entire album? iTunes fixed that by decoupling the tracks from albums. How many of those millions put the album on a shelf and never listened to it? Spotify fixed that—artists only get paid for plays.

By removing herself from streaming services, Taylor Swift is intentionally adding inefficiency back into the market

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28 Ottobre 2014

Giorno in cui il sottoscritto nolentemente viola uno dei suoi precetti e decide di applicare una cover all’iPhone, nello specifico quella nera in silicone prodotta da Apple stessa. La cover aggiunge uno spessore notevole, più di quanto non si sospetterebbe, e ha il tipico a malapena accettabile costo (35 euro) degli accessori Apple.

Tale atto empio e deprecabile, da sempre contestato (a testimonianza rimando a un articolo del 2011), che cela l’elegante design dell’iPhone — che a questo punto per quel che mi concerne poteva essere rosa e illuminare nel buio dato che mai lo vedrò — è stato reso necessario dal design dell’oggetto in questione. Date le dimensioni esagerate risulta una sofferenza da tenere in una mano sola, ma soprattutto — di nuovo: saranno le dimensioni, saranno i bordi arrotondati, o sarò io — risulta estremamente scivoloso. La cover fornisce quell’attrito necessario, e fino all’iPhone 5S offerto di default dal design dell’iPhone stesso, affinché il device non si proietti verso il suolo e la mia presa su di esso risulti efficace. (La cosa peggiore, aggiungo, è che oramai mi sono abituato allo schermo dell’iPhone 6: quando vedo un iPhone 5S mi dà l’impressione di essere estremamente piccolo, nonostante contemporaneamente provi frustrazione ogni volta che uso il 6 in movimento.)

Design è come funziona — ci ha detto più volte Apple. Non è solo l’estetica appagante di un oggetto, ma quanto usabile risulta. Se per farlo funzionare devo ricorrere a due mani e aggiungerci una cover allora, ne deduco, potrebbe funzionare meglio.

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La macchina che si guida da sola è ancora fantascienza

La macchina che si guida da sola, quella che già da ora sta guidando in certe strade, la stessa che Google ha fatto provare a un gruppo di utenti, potrebbe essere meno imminente di quanto non sembri. Lee Gomes, su Slate, ne spiega le ragioni: il prototipo — perché di questo si tratta: di un prototipo — potrebbe sembrare più intelligente di quanto non sia, affidandosi invece a sistemi impossibili da applicare su larga scala.

Il problema principale è il sistema di mappatura che permette alla macchina di muoversi per le strade. Senza di esso, la macchina non è in grado di muoversi di un centimetro. Si tratta di una specie di Google Maps, ma molto più complesso, dettagliato e — come Google stessa rivela — inefficiente. Le mappe forniscono alla macchina la posizione precisa di ogni oggetto circostante; segnale, semaforo, scritta, etc.: tutto quello che può servirgli per guidare. In tale modo, più memoria e capacità di calcolo può essere dedicata a rilevare gli oggetti in movimento, quali persone o veicoli circostanti. Gomes riporta il laborioso processo necessario a produrre queste mappe:

A dedicated vehicle outfitted with a bank of sensors first makes repeated passes scanning the roadway to be mapped. The data is then downloaded, with every square foot of the landscape pored over by both humans and computers to make sure that all-important real-world objects have been captured. This complete map gets loaded into the car’s memory before a journey, and because it knows from the map about the location of many stationary objects, its computer—essentially a generic PC running Ubuntu Linux—can devote more of its energies to tracking moving objects, like other cars.

L’immagine che a me è venuta in mente, leggendo, è quella di un tram. Anche se queste macchine apparentemente sembrano muoversi senza vincoli in realtà fanno stretto affidamento a una mappa virtuale che utilizzano come sorta di rotaia per sapere come muoversi e dove andare. Oltretutto, una mappa non è mai conclusa: se il processo di creazione è laborioso, quello di aggiornamento è ancora più difficoltoso. Se un segnale stradale viene cambiato, o un semaforo aggiunto, affinché la macchina se ne accorga è necessario che la mappa a cui fa affidamento sia stata aggiornata. Altrimenti potrebbe andare dritta, ignorandolo. Il problema non è minore: le strade vengono cambiate all’improvviso, deviazioni o cartelli aggiunti dal mattino alla sera: è impossibile per Google riuscire a tenere traccia di tutto ciò in tempi ragionevoli e sicuri. A meno che non immaginiamo un futuro imminente in cui le strade vengano ridisegnate e adattate ai veicoli autonomi (oramai la norma) e in cui un cartello stradale è prima segnalato online e poi in strada.

La realtà è che sembrerebbe Google voglia che la macchina che si guida da sola ci sembri più reale di quanto non sia. Un altro di quei suoi prodotti innovativi e quasi impossibili (e di fatto tali, per lungo tempo ancora) usciti da Google X, che si rivelano poi per quello che sono: prototipi. In questa categoria inserisco anche i Google Glass, che ultimamente sembrano abbastanza ignorati da Google stessa, più focalizzata su Android Wear. E che resteranno ancora per lungo tempo un prototipo. O se ci piace di più come dicono loro, “beta”.

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Ello: il social network etico

Sta ricevendo molta attenzione, negli ultimi giorni, Ello. Ello è un nuovo social network, dal design molto minimale, fondato su un manifesto in cui essenzialmente dichiara di non basare il proprio modello di business sulla pubblicità. L’obettivo è quello di essere visti in maniera diversa da Facebook, e ricorda App.net negli intenti.

È sia Facebook che un blog, un po’ Twitter e un po’ Tumblr: i post possono essere brevi e essenziali come un tweet, o lunghi quanto un articolo. Le persone possono essere aggiunte come amici, o inserite in “noise“. Queste ultime non compariranno nella home page, ma in una sezione a parte. L’editing dei post avviene tramite markdown, e le conversazioni come su twitter (anche se poi vengono organizzate come commento ai post). Al momento non offre molte funzioni che ci siamo abituati ad aspettarci da un social network — come messaggi privati — e nemmeno ha un’applicazione per iPhone (o Android).

È, di nuovo, estremamente essenziale: nella grafica e nelle funzioni. Eppure sta avendo successo e ha registrato un numero crescente di utenti negli ultimi giorni. A me piace, ma ho la sensazione che possa essere perché è piccolo e nuovo. In quanto tale, non è ancora caotico come Facebook — o come lo è diventato Twitter — e ha un numero selezionato di utenti (è in beta, e richiede un invito per iscriversi). Comunque, se volete mi trovate qui.

Ello

C’è un problema però: il manifesto su cui è basato è molto vago, e seppure dichiari in maniera chiara di non volersi affidare al modello pubblicitario (= vendita dei dati dei propri utenti) per sostenersi, non fornisce nemmeno un’alternativa esplicita e seria di come intenda fare soldi. Al contrario, si è scoperto che ha accettato 435.000 dollari da un gruppo di venture capitalist. Come ha commentato Andy Baio:

At the moment, Ello is a free, closed-source social network, with no export tools or an API, fueled by venture capital and a loose plan for paid premium features. I think it’s fair to be skeptical.

Continuerò ad usarlo nei prossimi giorni, sperando che i dubbi vengano chiariti e che i principi su cui è fondato vengano rispettati. Se così fosse, Ello potrebbe essere un ottimo social network. Il primo basato su questi principi che sembra stia riuscendo ad avere successo.

(Se volete provarlo ho degli inviti. Lasciate un commento a questo articolo1 e ve ne mando uno.)

  1. Magari con una vostra opinione su Ello? ;)

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La vita breve dell’Apple Watch

Al mio elenco di questioni non risolte sull’Apple Watch, ci aggiungo l’obsolescenza. Il prezzo di partenza dell’orologio è chiaro: 350 dollari, per la Sport Edition. Non sappiamo invece quale sarà il prezzo di arrivo, ma c’è chi comincia a ipotizzarlo. Quello che ci si aspetta è che i prezzi di alcune edizioni, con design del cinturino estremamente curato, e orologio in oro, possano partire dai cinquemila dollari. Se una tale strategia di prezzo sembra assurda applicata a un computer, lo risulta di meno considerando l’Apple Watch non un computer, ma un gioiello (orologio) — strada che Apple sembra suggerire, con le varie collezioni e gli inviti all’industria del fashion per assisterne al lancio. Apple vuole posizionare l’Apple Watch non solo come device per tutti, ma anche come alternativa a un Rolex.

Questo crea due problemi. Il primo, minore: noi che scriviamo e leggiamo di computer rimarremo allibiti dai prezzi che l’Apple Watch raggiungerà. Le specifiche tecniche in questo caso conteranno ancora di meno che per l’iPhone. E molti non capiranno come sarà possibile che un computer venda a un così caro prezzo. La ragione, nuovamente, è che stiamo considerando e analizzando l’Apple Watch come un computer. Pensiamo all’Apple Watch come un orologio, e posizioniamolo in quel mercato, e le cose cominciano ad assumere più senso.

Il secondo (e principale) problema è che, pur se presentato come un prodotto più dell’industria del fashion che dell’informatica, l’Apple Watch ha pur sempre — alla base — un computer. E come tale sarà obsoleto in (massimo) un paio d’anni. Scrive John Gruber:

But Apple Watch is not just a piece of jewelry, and it’s not a mechanical device. It’s a computer. And all computers have lifespans measured in just a handful of years before obsolescence. If you buy a $6,000 mechanical watch and take care of it, you can expect it to outlive you and become a family heirloom. Paying even $1,000, let alone a multiple of that, for a premium Apple Watch seems like folly if it’s going to be obviated by faster, sleeker, longer-lasting versions in just a few years. And I don’t see how it won’t be replaced by faster, sleeker, longer-lasting versions, because that’s how all computer technology goes.

Apple Watch is not a tech product, but technology is what distinguishes it — and computer technology gets old fast.

Esiste un mercato per un Rolex, ma esiste sapendo che quello che si acquista durerà una vita, e sapendo che fra dieci anni sarà altrettanto bello e funzionante. Lo stesso non si potrà dire dell’Apple Watch, a meno che Apple non abbia trovato un modo di farlo durare nel tempo. (Un’opzione è che gli interni siano sostituibili: Apple definisce l’S1 come “un computer in un chip“, e potrebbe essere che in anno offra l’opzione di sostituirlo, pagando, con un S2)

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Apple Watch: intimo e personale

Mi accorgo di non avere ancora scritto nulla sull’Apple Watch, forse per via delle domande non risposte che dalla presentazione mi sono rimaste in mente. Siccome l’Apple Watch non è radicalmente diverso dagli smartwatch in commercio — non è l’iPhone nel 2007 — se e quanto avrà successo dipenderà dal numero di dettagli che Apple sarà riuscita, entro la data di messa in commercio, a implementare nella maniera corretta. Spesso i prodotti Apple non sono rivoluzionari per via delle tecnologie di cui fanno uso — in circolazione da anni — ma per il modo in cui le implementano, e per come di conseguenza riescono a risultare intuitive e semplici agli utenti. Nell’insieme. Un esempio rapido dal keynote: NFC e Apple Pay.

Molti di questi dettagli che fanno la differenza non ci sono stati forniti. Non conosciamo:

  • La durata della batteria. Probabilmente una giornata, ma comunque ufficialmente sconosciuta.
  • Quanto effettivamente sarà indipendente dall’iPhone. Quali funzioni potrà offrire da sé, e quali richiederanno un iPhone.
  • Lo storage interno.
  • Il prezzo. Sappiamo quello di partenza, ed è buono, ma non sappiamo cosa si ottiene con il prezzo di partenza. Quanto effettivamente sarà necessario spendere per avere un modello decente?

L’Apple Watch più che all’iPhone somiglia all’iPod. L’iPod non era nulla di rivoluzionario, ma riuscì a riassumere tutte le necessità dei consumatori per quel tipo di prodotto, eliminando quelle secondarie. Non era nulla di rivoluzionario nella tecnologia interna e nelle funzionalità offerte; fu il design — l’insieme delle scelte fatte da Apple — a renderlo rivoluzionario. Marco Arment lo dice meglio:

We can’t tell you what that might be, of course. We have no ideas that are actually realistic and practical to make. But Apple must know something we don’t, right? Nope. They don’t. It’s a watch. And it’s very similar to other smartwatches we’ve seen — just executed far better. (We hope.)

What Apple does best is take established ideas, build upon them, make good design decisions along the way, and execute well.

Dunque senza i dettagli è impossibile dire quanto l’Apple Watch sia rivoluzionario. E i dettagli non ci mancano solo nelle funzionalità dell’oggetto, ma anche nello scopo: la presentazione per me non è stata delle migliori. Sarà stata la frustrazione procuratami dallo streaming a singhiozzo, ma personalmente l’ho trovata molto vaga. Alla fine delle due ore, Apple non ci ha dato una spiegazione chiara e precisa del perché abbiamo bisogno di uno smartwatch. Non dell’Apple Watch, ma della categoria a cui appartiene in generale: qual’è il loro scopo? Quale buco vanno a coprire?

Forse, scrive Ben Thompson, la spiegazione è che Apple stessa è incerta sullo scopo del device. In particolare, non hanno ancora dato una risposta a una domanda fondamentale: è l’Apple Watch un accessorio dell’iPhone o è invece un device a sé stante?

This is why I’m worried that the lack of explanation about the Watch’s purpose wasn’t just a keynote oversight, but something that reflects a fundamental question about the product itself that Apple itself has yet to answer: is Watch an iPhone accessory, or is it valuable in its own right?4

Seppure ci manchino i dettagli, abbiamo alcuni esempi che rivelano il potenziale dello smartwatch. Tim Cook l’ha introdotto con tre definizioni, ricalcando la presentazione dell’iPhone (un iPod, un telefono e un device per internet). L’Apple Watch è:

  • Un orologio preciso
  • Una nuovo, intimo, mezzo con cui comunicare
  • Un device per la salute e il fitness

Intimo è la parola che rivela di più sul device, a mio parere. Le restanti definizioni servono soprattutto ad introdurlo, ma in realtà non lo definiscono. A definirlo saranno le applicazioni, le killer app che, forse, Apple non ha ancora identificato. Se ci riflettete, oggi non pensate all’iPhone come a un iPod, e il fatto che sia un telefono è secondario. Le categorie con cui venne definito e presentato nel 2007 non lo definiscono più. Oggi, quando pensiamo all’iPhone pensiamo soprattutto ad applicazioni, e ai vari compiti che queste hanno rimpiazzato:

Yes, the iPhone is still a wide-screen iPod which gets plenty of use but I don’t think anyone thinks that is a defining feature. It’s also a phone, but the Phone is just an app which, for me at least, is not frequently used. I communicate with my iPhone but the go-to app is iMessage or FaceTime or Skype or maybe Email or Twitter. Phone is something I use so rarely that the interface sometimes baffles me. And yes, it’s an Internet appliance. Browsing is something I do quite a bit but many of the browsing jobs-to-be-done are done better by apps. News, shopping Facebook and maps are “things which were once done in a browser.”

Ma, al contrario, intimo e personale è una descrizione che mi aspetto resti attaccata all’Apple Watch, per identificarlo. Ci sono stati mostrati piccoli dettagli che rivelano come la componente “personale” ne sia parte essenziale. È evidente nell’estetica e hardware del device — disponibile in due differenti dimensioni, con quasi infinite varianti nello stile del cinturino — e in alcune sue piccole funzioni. Abilita nuove maniere di connettersi più personali e intime, permettendo di inviare agli amici un piccolo disegno o addirittura il proprio battito cardiaco. Alcuni le ritengono inutili, io le trovo dolci e simpatiche. Grazie alla Taptic Engine le notifiche risultano gentili e discrete — gentili come un leggero tap sul proprio polso.

Come ha detto Jony Ive, “These are subtle ways to communicate that technology often inhibits rather than enables”. Come Patrick Rhone, io lo considero il personal computer più personale della storia:

This is an angle that I don’t feel has been written about enough regarding Apple. One of the biggest things that sets them apart is that they understand that a device like this — one that is always with you and is an integral part of your interactions and communications — to be successful, needs to be deeply personal. […] Tim Cook, describing the Apple Watch, even said it was “The most personal device we’ve ever created.”.

L’Apple Watch eccellerà non nel fornire applicazioni complete e ricche di funzioni — abbiamo l’iPhone, per quelle — ma nel fornire informazioni e funzioni che richiedono poca interazione. Jonathan Ive, nuovamente: “Apps are designed for lightweight interaction”. Non pensate all’applicazione foto — perché mai vorreste consultare la vostra galleria fotografica su uno schermo così piccolo quando avete l’iPhone in tasca? — ma pensate a mappe, che fornirà a ogni deviazione un gentile feedback sulla direzione da prendere, tramite la Taptic Engine. In altre parole: sarà possibile sapere in che direzione andare senza neppure guardare all’orologio.

Apple Pay è un altro sistema che per me giocherà un ruolo chiave nella diffusione del device. Con il mio esperimento col Pebble ho scoperto che pagare con uno smartwatch è davvero più semplice e immediato che con qualsiasi altro oggetto. E il sistema integra piccoli accorgimenti che lo rendono superiore alla concorrenza. Dalla sicurezza del pagamento stabilita tramite il contatto dello stesso con la pelle, alla posizione unica in cui Apple si trova: al contrario di Google, non è interessata a raccogliere informazioni. Apple Pay può essere l’iTunes Store dell’Apple Watch1. Un investimento a lungo termine, il cui scopo è vendere più device — non guadagnare direttamente attraverso Apple Pay:

Aside from the technical differences, Apple is in a unique position due to its business model. It doesn’t want or need to track transactions. It doesn’t want or need to be the payment processor. It isn’t restricted by carrier agreements, since it fully controls the hardware. Google, although first to the market by a matter of years, is still hamstrung by device manufacturers and carriers. Softcard is hamstrung by the usual greed and idiocy of mobile phone providers. PayPal has no footprint on devices.

Non mi aspetto dall’Apple Watch un successo enorme alla prima iterazione. Non significa che sarà un flop: si ricorda — come sottolinea Benedict Evans (e come il grafico sotto mostra) — che l’iPod impiegò quattro anni a diventare popolare. Prima di allora, era un gadget per una nicchia di geek e appassionati di musica.

 

Di fatto, non so bene come mi aspetto. Ma appunto — come posso saperlo quando mancano i dettagli, che sono proprio quelli che fanno la differenza?

***

Concludo con un passaggio da una recensione letta in rete. Non è stata pubblicata da un blog di tecnologia, ma da un tizio che recensisce orologi. Il John Gruber degli orologi, mi pare di capire. A suo dire, per quella fascia di prezzo batte i brand svizzeri che da sempre dominano il mercato. Non c’è nulla che ricerca e raggiunge — scrive — la stessa attenzione nei dettagli:

Apple got more details right on their watch than the vast majority of Swiss and Asian brands do with similarly priced watches, and those details add up to a really impressive piece of design. […]

The overall level of design in the Apple Watch simply blows away anything – digital or analog – in the watch space at $350. There is nothing that comes close to the fluidity, attention to detail, or simple build quality found on the Apple Watch in this price bracket.

Lui parla dell’estetica, si riferisce all’orologio nell’Apple Watch. Ecco quindi una cosa che mi aspetto: che Apple abbia riposto dei dettagli altrettanto riusciti e piacevoli nelle funzioni del device, nel suo software. Dei dettagli, in apparenza minori, che definiranno l’uso (e lo scopo) che ne faremo. Dell’Apple Watch, e degli smartwatch in generale.

  1. Nota a margine: che per ora arriverà solo negli USA, e spero vivamente non impieghi anni a diffondersi altrove

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Pebble + NFC

Dall’iWatch mi aspetto, soprattutto, il supporto alla tecnologia NFC. Senza quello, non importa quanto bello sarà, una parte di me resterà delusa. Pagare con un orologio è estremamente semplice e immediato. Sembra una feature minore, ma è una di quelle la cui comodità non è evidente fino a quando non ci si trova ad usarla tutti i giorni. Non lo dico per supposizione: lo dico perché lo sto facendo da un paio di settimane. Il contactless payment è supportato, a Londra, dalla maggior parte dei negozi e supermercati. Per ragioni di sicurezza è limitato a un massimo di £20 per transazione, più che sufficienti per la maggior parte degli acquisti rapidi e immediati di cui sto parlando.

Ma soprattutto — e questo è il caso in cui la differenza si sente per davvero — è accettato sui bus1. Questo significa poter salire su un bus senza dover andare a cercare il portafogli, semplicemente appoggiando l’orologio sul lettore.

Qualcuno si ricorderà che ho un Pebble. Ebbene recentemente ho ordinato una Barclays Band, un braccialetto di Barclays con all’interno un chip NFC. Il chip è essenzialmente una carta di credito dalle dimensioni estremamente ridotte. Che è stata, dal sottoscritto, subito rimossa dall’orribile braccialetto per essere incollata sul retro del Pebble — come mostra la foto: sembra un risultato terribile, ma indossandolo non dà alcun fastidio ed è impossibile sia vederla che sentirla al contatto con la pelle 2.

Il risultato, appunto, è un sistema di pagamento sempre con me e, soprattutto, estremamente comodo. Sui mezzi di trasporto, e per acquisti minori — quali una bottiglietta d’acqua, o un caffè da Starbucks. Mi evita di cercare fra le monete, e mi permette di salire sull’autobus senza trafficare con il portafoglio. Mentre correte verso fermata del bus, in quei 10 secondi in cui potreste perderlo o prenderlo, l’ultima cosa che volete fare è anche cercare il portafoglio. Come scrive Ben Thompson:

I’d bet the difference between using a wearable for payment and using your phone will be greater than most people expect. I have no particular evidence for this outside of my own experience with keyless ignition systems in cars; the first time we got it, I thought it was a tremendous waste of money (it was part of a package); since then, I can not imagine buying a car without it. Saving a bit of hassle and a few seconds on a daily basis really adds up; it’s the type of subtle experience improvement that is Apple’s biggest differentiation.

Non esiterei a considerare l’acquisto di un iWatch che abbia questa funzione, integrata inoltre con un software che offra ulteriori vantaggi. Cambiamenti minori, piccoli, ma impercettibilmente comodi.

  1. E dal 16 di questo mese ogni mezzo di trasporto — metropolitana inclusa — ne introdurrà il supporto
  2. Non apporta alcun cambiamento all’estetica finale del Pebble, e comunque se avete un Pebble questo ha un aspetto geek di per sé

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