Il Turco della Silicon Valley

Nel 1796 Wolfgang von Kempelen presentò The Turk, il Turco, una macchina in grado di giocare a scacchi. L’automa fece il giro del mondo, e ovunque impressionò per le sue capacità. Ovviamente c’era un trucco: la grossa scrivania, sulla quale avveniva il gioco, conteneva — oltre agli ingranaggi — posto per una persona, che di nascosto pilotava la macchina. Che appariva così intelligente, affidandosi invece al lavoro di un umano.

Nel 2014 The Turk vede una strana reincarnazione nell’Amazon Mechanical Turk, un servizio di Amazon che permette alle aziende di assegnare piccoli e semplici compiti a persone sparse per il globo, riuscendo così a fare apparire i propri algoritmi più intelligenti di quanto non siano. Scrive il New Inquiry, che ha appena trattato la questione in un articolo:

Amazon ha costruito un network per lavoratori occasionali la cui manodopera nascosta permette a programmatori e “innovatori” di apparire brillanti. Il Mechanical Turk assume persone per svolgere lavoro invisibile online — lavoro che permette al software che lo sfrutta di apparire perfetto. Il CEO di Amazon lo chiama “artificial artificial intelligence“.

È un marketplace che permette a chi ne ha bisogno di pubblicizzare piccoli task che chiunque può decidere di completare. Si tratta di task che risultano molto difficili a un computer, ma sono facili per un umano: trascrivere il testo di un file audio, identificare il soggetto di una fotografia o riconoscere il tono di un articolo. È il crowdsourcing del lavoro, in tanti piccoli compiti (task) a tante persone, il 90% delle quali remunerate a 0.10 centesimi di dollaro per task.

Il Mechanical Turk è formalmente una piattaforma, un marketplace, cosa che permette ad Amazon di non assumersi alcuna responsabilità per la (bassa) retribuzione che le aziende stabiliscono sulle loro task. Amazon fornisce semplicemente l’infrastruttura. La tesi del New Inquiry è che purtroppo una struttura simile sia presente alla base della Silicon Valley. Lavoro a contratto, quasi invisibile, e remunerato infimamente, che permette al software di apparire magico.

In maniera simile vi ha ricorso Google per Google Books, quando per scannerizzare i libri assunse a contratto un numero di persone. Per quanto il prodotto finale possa apparire perfetto e automatico, è stato necessario di qualcuno che voltasse le pagine (come certe simpatiche mani dimostrano), di qualcuno che si assicurasse della qualità e leggibilità del risultato. In genere queste persone, prive di alcun diritto, sono molto diverse da quelle che si incontrato nel campus principale: tanto per cominciare, sono perlopiù donne. Persone tenute segrete e in disparte (lo raccontò alcuni anni fa Norman Wilson) al punto che, scrive il New Inquiry “sono cancellate dalla narrativa“. L’utente finale ne resta totalmente ignaro.

Si tratta del medesimo trucco che permette ad Uber di apparire magica, quando dietro ci sono dei tassisti che hanno dovuto acquistare una macchina a spese proprie, dipendono totalmente da un sistema di rating ingiusto e sono privi di alcun diritto. Uber non si assume, né è costretta a farlo, alcuna responsabilità — così come non deve pagare il salario minimo, riconoscere alcuna pensione o assicurazione. La ragione per cui ciò funziona è che Uber si definisce un marketplace: offrono semplicemente un’infrastruttura, che il tassista può scegliere o meno di utilizzare. Se sceglie di utilizzarla è per volontà propria, e comunque non è assunto da Uber direttamente. Di nuovo, per concludere, il New Inquiry:

L’appeal di applicazioni come Uber è che chiunque con uno smartphone può premere un bottone e vedersi comparire un’autista personale al proprio servizio. Premi un bottone e il pranzo è pronto, i fiori sono inviati, la casa è pulita. È magico. Ed è con questa sensazione di magia — questa gratificazione instantanea del desiderio che si realizza nel momento stesso in cui viene espresso — che le applicazioni si presentano al pubblico.

Sembra magia, ma non è magia. C’è un trucco. La magia si basa su lavoro sottopagato, a contratto casuale. Premi un bottone e un umano si prepara a svolgere ciò di cui hai bisogno, senza gli stessi diritti o protezioni di un normale impiegato.

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Scritti un anno fa: non ci sono articoli, per questa data

È incredibile che l’industria discografica sia mai esistita

Nel corso della settimana scorsa, Taylor Swift ha fatto rimuovere la propria musica da Spotify. L’idea, implicita, è che si debba pagare per un disco — che questo è il modo naturale, l’unico plausibile, in cui l’industria discografica funziona. Il punto fondamentale — e ne scrive su Medium Philip Kaplan — è che è una fortuna per gli artisti come Taylor Swift che l’industria discografica sia esistita in primo luogo.

L’industria discografica come l’abbiamo conosciuta fino ad oggi copre 100 dei 40.000 anni di storia della musica, e fu una soluzione temporanea a un problema temporaneo generato dall’invenzione della registrazione sonora. Spiega Kaplan con un’utile analogia con Microsoft Word:

Record players were invented in the late 1800’s. But there were no records. So for the same reason Microsoft made Word & Excel to make Windows more useful — electronics companies like Sony and Columbia started making records.

Turns out the music was more profitable than the hardware. And so the recording industry was born.

Per circa 100 anni (posizionandone la fine nel 2005), gli artisti sono stati in grado di arricchirsi da copie — vinili, cassette e CD. Altre forme d’arte non hanno questo lusso, così come i compositori di un’altra epoca non l’avevano. L’industria discografica è nata da una necessità, sfruttando l’inefficienza del mercato: per esempio costringendo l’acquisto di un disco da 12 canzoni anche quando l’utente era interessato solo ad una.

Inefficienza risolta, appunto, da Internet (e gli iTunes e Spotify che ne conseguono). Inefficienza che, ovviamente, l’industria discografica — e alcuni fra quelli che ve ne fatto parte — vorrebbero mantenere.

How many of those millions of people only wanted one track but had to buy the entire album? iTunes fixed that by decoupling the tracks from albums. How many of those millions put the album on a shelf and never listened to it? Spotify fixed that—artists only get paid for plays.

By removing herself from streaming services, Taylor Swift is intentionally adding inefficiency back into the market

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28 Ottobre 2014

Giorno in cui il sottoscritto nolentemente viola uno dei suoi precetti e decide di applicare una cover all’iPhone, nello specifico quella nera in silicone prodotta da Apple stessa. La cover aggiunge uno spessore notevole, più di quanto non si sospetterebbe, e ha il tipico a malapena accettabile costo (35 euro) degli accessori Apple.

Tale atto empio e deprecabile, da sempre contestato (a testimonianza rimando a un articolo del 2011), che cela l’elegante design dell’iPhone — che a questo punto per quel che mi concerne poteva essere rosa e illuminare nel buio dato che mai lo vedrò — è stato reso necessario dal design dell’oggetto in questione. Date le dimensioni esagerate risulta una sofferenza da tenere in una mano sola, ma soprattutto — di nuovo: saranno le dimensioni, saranno i bordi arrotondati, o sarò io — risulta estremamente scivoloso. La cover fornisce quell’attrito necessario, e fino all’iPhone 5S offerto di default dal design dell’iPhone stesso, affinché il device non si proietti verso il suolo e la mia presa su di esso risulti efficace. (La cosa peggiore, aggiungo, è che oramai mi sono abituato allo schermo dell’iPhone 6: quando vedo un iPhone 5S mi dà l’impressione di essere estremamente piccolo, nonostante contemporaneamente provi frustrazione ogni volta che uso il 6 in movimento.)

Design è come funziona — ci ha detto più volte Apple. Non è solo l’estetica appagante di un oggetto, ma quanto usabile risulta. Se per farlo funzionare devo ricorrere a due mani e aggiungerci una cover allora, ne deduco, potrebbe funzionare meglio.

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La macchina che si guida da sola è ancora fantascienza

La macchina che si guida da sola, quella che già da ora sta guidando in certe strade, la stessa che Google ha fatto provare a un gruppo di utenti, potrebbe essere meno imminente di quanto non sembri. Lee Gomes, su Slate, ne spiega le ragioni: il prototipo — perché di questo si tratta: di un prototipo — potrebbe sembrare più intelligente di quanto non sia, affidandosi invece a sistemi impossibili da applicare su larga scala.

Il problema principale è il sistema di mappatura che permette alla macchina di muoversi per le strade. Senza di esso, la macchina non è in grado di muoversi di un centimetro. Si tratta di una specie di Google Maps, ma molto più complesso, dettagliato e — come Google stessa rivela — inefficiente. Le mappe forniscono alla macchina la posizione precisa di ogni oggetto circostante; segnale, semaforo, scritta, etc.: tutto quello che può servirgli per guidare. In tale modo, più memoria e capacità di calcolo può essere dedicata a rilevare gli oggetti in movimento, quali persone o veicoli circostanti. Gomes riporta il laborioso processo necessario a produrre queste mappe:

A dedicated vehicle outfitted with a bank of sensors first makes repeated passes scanning the roadway to be mapped. The data is then downloaded, with every square foot of the landscape pored over by both humans and computers to make sure that all-important real-world objects have been captured. This complete map gets loaded into the car’s memory before a journey, and because it knows from the map about the location of many stationary objects, its computer—essentially a generic PC running Ubuntu Linux—can devote more of its energies to tracking moving objects, like other cars.

L’immagine che a me è venuta in mente, leggendo, è quella di un tram. Anche se queste macchine apparentemente sembrano muoversi senza vincoli in realtà fanno stretto affidamento a una mappa virtuale che utilizzano come sorta di rotaia per sapere come muoversi e dove andare. Oltretutto, una mappa non è mai conclusa: se il processo di creazione è laborioso, quello di aggiornamento è ancora più difficoltoso. Se un segnale stradale viene cambiato, o un semaforo aggiunto, affinché la macchina se ne accorga è necessario che la mappa a cui fa affidamento sia stata aggiornata. Altrimenti potrebbe andare dritta, ignorandolo. Il problema non è minore: le strade vengono cambiate all’improvviso, deviazioni o cartelli aggiunti dal mattino alla sera: è impossibile per Google riuscire a tenere traccia di tutto ciò in tempi ragionevoli e sicuri. A meno che non immaginiamo un futuro imminente in cui le strade vengano ridisegnate e adattate ai veicoli autonomi (oramai la norma) e in cui un cartello stradale è prima segnalato online e poi in strada.

La realtà è che sembrerebbe Google voglia che la macchina che si guida da sola ci sembri più reale di quanto non sia. Un altro di quei suoi prodotti innovativi e quasi impossibili (e di fatto tali, per lungo tempo ancora) usciti da Google X, che si rivelano poi per quello che sono: prototipi. In questa categoria inserisco anche i Google Glass, che ultimamente sembrano abbastanza ignorati da Google stessa, più focalizzata su Android Wear. E che resteranno ancora per lungo tempo un prototipo. O se ci piace di più come dicono loro, “beta”.

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Ello: il social network etico

Sta ricevendo molta attenzione, negli ultimi giorni, Ello. Ello è un nuovo social network, dal design molto minimale, fondato su un manifesto in cui essenzialmente dichiara di non basare il proprio modello di business sulla pubblicità. L’obettivo è quello di essere visti in maniera diversa da Facebook, e ricorda App.net negli intenti.

È sia Facebook che un blog, un po’ Twitter e un po’ Tumblr: i post possono essere brevi e essenziali come un tweet, o lunghi quanto un articolo. Le persone possono essere aggiunte come amici, o inserite in “noise“. Queste ultime non compariranno nella home page, ma in una sezione a parte. L’editing dei post avviene tramite markdown, e le conversazioni come su twitter (anche se poi vengono organizzate come commento ai post). Al momento non offre molte funzioni che ci siamo abituati ad aspettarci da un social network — come messaggi privati — e nemmeno ha un’applicazione per iPhone (o Android).

È, di nuovo, estremamente essenziale: nella grafica e nelle funzioni. Eppure sta avendo successo e ha registrato un numero crescente di utenti negli ultimi giorni. A me piace, ma ho la sensazione che possa essere perché è piccolo e nuovo. In quanto tale, non è ancora caotico come Facebook — o come lo è diventato Twitter — e ha un numero selezionato di utenti (è in beta, e richiede un invito per iscriversi). Comunque, se volete mi trovate qui.

Ello

C’è un problema però: il manifesto su cui è basato è molto vago, e seppure dichiari in maniera chiara di non volersi affidare al modello pubblicitario (= vendita dei dati dei propri utenti) per sostenersi, non fornisce nemmeno un’alternativa esplicita e seria di come intenda fare soldi. Al contrario, si è scoperto che ha accettato 435.000 dollari da un gruppo di venture capitalist. Come ha commentato Andy Baio:

At the moment, Ello is a free, closed-source social network, with no export tools or an API, fueled by venture capital and a loose plan for paid premium features. I think it’s fair to be skeptical.

Continuerò ad usarlo nei prossimi giorni, sperando che i dubbi vengano chiariti e che i principi su cui è fondato vengano rispettati. Se così fosse, Ello potrebbe essere un ottimo social network. Il primo basato su questi principi che sembra stia riuscendo ad avere successo.

(Se volete provarlo ho degli inviti. Lasciate un commento a questo articolo1 e ve ne mando uno.)

  1. Magari con una vostra opinione su Ello? ;)

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La vita breve dell’Apple Watch

Al mio elenco di questioni non risolte sull’Apple Watch, ci aggiungo l’obsolescenza. Il prezzo di partenza dell’orologio è chiaro: 350 dollari, per la Sport Edition. Non sappiamo invece quale sarà il prezzo di arrivo, ma c’è chi comincia a ipotizzarlo. Quello che ci si aspetta è che i prezzi di alcune edizioni, con design del cinturino estremamente curato, e orologio in oro, possano partire dai cinquemila dollari. Se una tale strategia di prezzo sembra assurda applicata a un computer, lo risulta di meno considerando l’Apple Watch non un computer, ma un gioiello (orologio) — strada che Apple sembra suggerire, con le varie collezioni e gli inviti all’industria del fashion per assisterne al lancio. Apple vuole posizionare l’Apple Watch non solo come device per tutti, ma anche come alternativa a un Rolex.

Questo crea due problemi. Il primo, minore: noi che scriviamo e leggiamo di computer rimarremo allibiti dai prezzi che l’Apple Watch raggiungerà. Le specifiche tecniche in questo caso conteranno ancora di meno che per l’iPhone. E molti non capiranno come sarà possibile che un computer venda a un così caro prezzo. La ragione, nuovamente, è che stiamo considerando e analizzando l’Apple Watch come un computer. Pensiamo all’Apple Watch come un orologio, e posizioniamolo in quel mercato, e le cose cominciano ad assumere più senso.

Il secondo (e principale) problema è che, pur se presentato come un prodotto più dell’industria del fashion che dell’informatica, l’Apple Watch ha pur sempre — alla base — un computer. E come tale sarà obsoleto in (massimo) un paio d’anni. Scrive John Gruber:

But Apple Watch is not just a piece of jewelry, and it’s not a mechanical device. It’s a computer. And all computers have lifespans measured in just a handful of years before obsolescence. If you buy a $6,000 mechanical watch and take care of it, you can expect it to outlive you and become a family heirloom. Paying even $1,000, let alone a multiple of that, for a premium Apple Watch seems like folly if it’s going to be obviated by faster, sleeker, longer-lasting versions in just a few years. And I don’t see how it won’t be replaced by faster, sleeker, longer-lasting versions, because that’s how all computer technology goes.

Apple Watch is not a tech product, but technology is what distinguishes it — and computer technology gets old fast.

Esiste un mercato per un Rolex, ma esiste sapendo che quello che si acquista durerà una vita, e sapendo che fra dieci anni sarà altrettanto bello e funzionante. Lo stesso non si potrà dire dell’Apple Watch, a meno che Apple non abbia trovato un modo di farlo durare nel tempo. (Un’opzione è che gli interni siano sostituibili: Apple definisce l’S1 come “un computer in un chip“, e potrebbe essere che in anno offra l’opzione di sostituirlo, pagando, con un S2)

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Apple Watch: intimo e personale

Mi accorgo di non avere ancora scritto nulla sull’Apple Watch, forse per via delle domande non risposte che dalla presentazione mi sono rimaste in mente. Siccome l’Apple Watch non è radicalmente diverso dagli smartwatch in commercio — non è l’iPhone nel 2007 — se e quanto avrà successo dipenderà dal numero di dettagli che Apple sarà riuscita, entro la data di messa in commercio, a implementare nella maniera corretta. Spesso i prodotti Apple non sono rivoluzionari per via delle tecnologie di cui fanno uso — in circolazione da anni — ma per il modo in cui le implementano, e per come di conseguenza riescono a risultare intuitive e semplici agli utenti. Nell’insieme. Un esempio rapido dal keynote: NFC e Apple Pay.

Molti di questi dettagli che fanno la differenza non ci sono stati forniti. Non conosciamo:

  • La durata della batteria. Probabilmente una giornata, ma comunque ufficialmente sconosciuta.
  • Quanto effettivamente sarà indipendente dall’iPhone. Quali funzioni potrà offrire da sé, e quali richiederanno un iPhone.
  • Lo storage interno.
  • Il prezzo. Sappiamo quello di partenza, ed è buono, ma non sappiamo cosa si ottiene con il prezzo di partenza. Quanto effettivamente sarà necessario spendere per avere un modello decente?

L’Apple Watch più che all’iPhone somiglia all’iPod. L’iPod non era nulla di rivoluzionario, ma riuscì a riassumere tutte le necessità dei consumatori per quel tipo di prodotto, eliminando quelle secondarie. Non era nulla di rivoluzionario nella tecnologia interna e nelle funzionalità offerte; fu il design — l’insieme delle scelte fatte da Apple — a renderlo rivoluzionario. Marco Arment lo dice meglio:

We can’t tell you what that might be, of course. We have no ideas that are actually realistic and practical to make. But Apple must know something we don’t, right? Nope. They don’t. It’s a watch. And it’s very similar to other smartwatches we’ve seen — just executed far better. (We hope.)

What Apple does best is take established ideas, build upon them, make good design decisions along the way, and execute well.

Dunque senza i dettagli è impossibile dire quanto l’Apple Watch sia rivoluzionario. E i dettagli non ci mancano solo nelle funzionalità dell’oggetto, ma anche nello scopo: la presentazione per me non è stata delle migliori. Sarà stata la frustrazione procuratami dallo streaming a singhiozzo, ma personalmente l’ho trovata molto vaga. Alla fine delle due ore, Apple non ci ha dato una spiegazione chiara e precisa del perché abbiamo bisogno di uno smartwatch. Non dell’Apple Watch, ma della categoria a cui appartiene in generale: qual’è il loro scopo? Quale buco vanno a coprire?

Forse, scrive Ben Thompson, la spiegazione è che Apple stessa è incerta sullo scopo del device. In particolare, non hanno ancora dato una risposta a una domanda fondamentale: è l’Apple Watch un accessorio dell’iPhone o è invece un device a sé stante?

This is why I’m worried that the lack of explanation about the Watch’s purpose wasn’t just a keynote oversight, but something that reflects a fundamental question about the product itself that Apple itself has yet to answer: is Watch an iPhone accessory, or is it valuable in its own right?4

Seppure ci manchino i dettagli, abbiamo alcuni esempi che rivelano il potenziale dello smartwatch. Tim Cook l’ha introdotto con tre definizioni, ricalcando la presentazione dell’iPhone (un iPod, un telefono e un device per internet). L’Apple Watch è:

  • Un orologio preciso
  • Una nuovo, intimo, mezzo con cui comunicare
  • Un device per la salute e il fitness

Intimo è la parola che rivela di più sul device, a mio parere. Le restanti definizioni servono soprattutto ad introdurlo, ma in realtà non lo definiscono. A definirlo saranno le applicazioni, le killer app che, forse, Apple non ha ancora identificato. Se ci riflettete, oggi non pensate all’iPhone come a un iPod, e il fatto che sia un telefono è secondario. Le categorie con cui venne definito e presentato nel 2007 non lo definiscono più. Oggi, quando pensiamo all’iPhone pensiamo soprattutto ad applicazioni, e ai vari compiti che queste hanno rimpiazzato:

Yes, the iPhone is still a wide-screen iPod which gets plenty of use but I don’t think anyone thinks that is a defining feature. It’s also a phone, but the Phone is just an app which, for me at least, is not frequently used. I communicate with my iPhone but the go-to app is iMessage or FaceTime or Skype or maybe Email or Twitter. Phone is something I use so rarely that the interface sometimes baffles me. And yes, it’s an Internet appliance. Browsing is something I do quite a bit but many of the browsing jobs-to-be-done are done better by apps. News, shopping Facebook and maps are “things which were once done in a browser.”

Ma, al contrario, intimo e personale è una descrizione che mi aspetto resti attaccata all’Apple Watch, per identificarlo. Ci sono stati mostrati piccoli dettagli che rivelano come la componente “personale” ne sia parte essenziale. È evidente nell’estetica e hardware del device — disponibile in due differenti dimensioni, con quasi infinite varianti nello stile del cinturino — e in alcune sue piccole funzioni. Abilita nuove maniere di connettersi più personali e intime, permettendo di inviare agli amici un piccolo disegno o addirittura il proprio battito cardiaco. Alcuni le ritengono inutili, io le trovo dolci e simpatiche. Grazie alla Taptic Engine le notifiche risultano gentili e discrete — gentili come un leggero tap sul proprio polso.

Come ha detto Jony Ive, “These are subtle ways to communicate that technology often inhibits rather than enables”. Come Patrick Rhone, io lo considero il personal computer più personale della storia:

This is an angle that I don’t feel has been written about enough regarding Apple. One of the biggest things that sets them apart is that they understand that a device like this — one that is always with you and is an integral part of your interactions and communications — to be successful, needs to be deeply personal. […] Tim Cook, describing the Apple Watch, even said it was “The most personal device we’ve ever created.”.

L’Apple Watch eccellerà non nel fornire applicazioni complete e ricche di funzioni — abbiamo l’iPhone, per quelle — ma nel fornire informazioni e funzioni che richiedono poca interazione. Jonathan Ive, nuovamente: “Apps are designed for lightweight interaction”. Non pensate all’applicazione foto — perché mai vorreste consultare la vostra galleria fotografica su uno schermo così piccolo quando avete l’iPhone in tasca? — ma pensate a mappe, che fornirà a ogni deviazione un gentile feedback sulla direzione da prendere, tramite la Taptic Engine. In altre parole: sarà possibile sapere in che direzione andare senza neppure guardare all’orologio.

Apple Pay è un altro sistema che per me giocherà un ruolo chiave nella diffusione del device. Con il mio esperimento col Pebble ho scoperto che pagare con uno smartwatch è davvero più semplice e immediato che con qualsiasi altro oggetto. E il sistema integra piccoli accorgimenti che lo rendono superiore alla concorrenza. Dalla sicurezza del pagamento stabilita tramite il contatto dello stesso con la pelle, alla posizione unica in cui Apple si trova: al contrario di Google, non è interessata a raccogliere informazioni. Apple Pay può essere l’iTunes Store dell’Apple Watch1. Un investimento a lungo termine, il cui scopo è vendere più device — non guadagnare direttamente attraverso Apple Pay:

Aside from the technical differences, Apple is in a unique position due to its business model. It doesn’t want or need to track transactions. It doesn’t want or need to be the payment processor. It isn’t restricted by carrier agreements, since it fully controls the hardware. Google, although first to the market by a matter of years, is still hamstrung by device manufacturers and carriers. Softcard is hamstrung by the usual greed and idiocy of mobile phone providers. PayPal has no footprint on devices.

Non mi aspetto dall’Apple Watch un successo enorme alla prima iterazione. Non significa che sarà un flop: si ricorda — come sottolinea Benedict Evans (e come il grafico sotto mostra) — che l’iPod impiegò quattro anni a diventare popolare. Prima di allora, era un gadget per una nicchia di geek e appassionati di musica.

 

Di fatto, non so bene come mi aspetto. Ma appunto — come posso saperlo quando mancano i dettagli, che sono proprio quelli che fanno la differenza?

***

Concludo con un passaggio da una recensione letta in rete. Non è stata pubblicata da un blog di tecnologia, ma da un tizio che recensisce orologi. Il John Gruber degli orologi, mi pare di capire. A suo dire, per quella fascia di prezzo batte i brand svizzeri che da sempre dominano il mercato. Non c’è nulla che ricerca e raggiunge — scrive — la stessa attenzione nei dettagli:

Apple got more details right on their watch than the vast majority of Swiss and Asian brands do with similarly priced watches, and those details add up to a really impressive piece of design. […]

The overall level of design in the Apple Watch simply blows away anything – digital or analog – in the watch space at $350. There is nothing that comes close to the fluidity, attention to detail, or simple build quality found on the Apple Watch in this price bracket.

Lui parla dell’estetica, si riferisce all’orologio nell’Apple Watch. Ecco quindi una cosa che mi aspetto: che Apple abbia riposto dei dettagli altrettanto riusciti e piacevoli nelle funzioni del device, nel suo software. Dei dettagli, in apparenza minori, che definiranno l’uso (e lo scopo) che ne faremo. Dell’Apple Watch, e degli smartwatch in generale.

  1. Nota a margine: che per ora arriverà solo negli USA, e spero vivamente non impieghi anni a diffondersi altrove

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Pebble + NFC

Dall’iWatch mi aspetto, soprattutto, il supporto alla tecnologia NFC. Senza quello, non importa quanto bello sarà, una parte di me resterà delusa. Pagare con un orologio è estremamente semplice e immediato. Sembra una feature minore, ma è una di quelle la cui comodità non è evidente fino a quando non ci si trova ad usarla tutti i giorni. Non lo dico per supposizione: lo dico perché lo sto facendo da un paio di settimane. Il contactless payment è supportato, a Londra, dalla maggior parte dei negozi e supermercati. Per ragioni di sicurezza è limitato a un massimo di £20 per transazione, più che sufficienti per la maggior parte degli acquisti rapidi e immediati di cui sto parlando.

Ma soprattutto — e questo è il caso in cui la differenza si sente per davvero — è accettato sui bus1. Questo significa poter salire su un bus senza dover andare a cercare il portafogli, semplicemente appoggiando l’orologio sul lettore.

Qualcuno si ricorderà che ho un Pebble. Ebbene recentemente ho ordinato una Barclays Band, un braccialetto di Barclays con all’interno un chip NFC. Il chip è essenzialmente una carta di credito dalle dimensioni estremamente ridotte. Che è stata, dal sottoscritto, subito rimossa dall’orribile braccialetto per essere incollata sul retro del Pebble — come mostra la foto: sembra un risultato terribile, ma indossandolo non dà alcun fastidio ed è impossibile sia vederla che sentirla al contatto con la pelle 2.

Il risultato, appunto, è un sistema di pagamento sempre con me e, soprattutto, estremamente comodo. Sui mezzi di trasporto, e per acquisti minori — quali una bottiglietta d’acqua, o un caffè da Starbucks. Mi evita di cercare fra le monete, e mi permette di salire sull’autobus senza trafficare con il portafoglio. Mentre correte verso fermata del bus, in quei 10 secondi in cui potreste perderlo o prenderlo, l’ultima cosa che volete fare è anche cercare il portafoglio. Come scrive Ben Thompson:

I’d bet the difference between using a wearable for payment and using your phone will be greater than most people expect. I have no particular evidence for this outside of my own experience with keyless ignition systems in cars; the first time we got it, I thought it was a tremendous waste of money (it was part of a package); since then, I can not imagine buying a car without it. Saving a bit of hassle and a few seconds on a daily basis really adds up; it’s the type of subtle experience improvement that is Apple’s biggest differentiation.

Non esiterei a considerare l’acquisto di un iWatch che abbia questa funzione, integrata inoltre con un software che offra ulteriori vantaggi. Cambiamenti minori, piccoli, ma impercettibilmente comodi.

  1. E dal 16 di questo mese ogni mezzo di trasporto — metropolitana inclusa — ne introdurrà il supporto
  2. Non apporta alcun cambiamento all’estetica finale del Pebble, e comunque se avete un Pebble questo ha un aspetto geek di per sé

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Le email sono una cosa meravigliosa

Negli ultimi anni, di continuo, si leggono lamentele sul funzionamento delle email e una qualche previsione sulla loro imminente dipartita. L’ultimo servizio entrato nella lista di quelli che le renderanno obsolete è Slack, che rende la comunicazione all’interno di un’azienda più facile 1. A ciò, si aggiungono le critiche: sono troppe, un mezzo del passato che non si è evoluto a sufficienza, se ne accumulano centinaia, non c’è un modo ottimo di filtrarle e portano via troppo tempo.

Ciò nonostante, le email sono una cosa meravigliosa. Sono un esempio di quel web che abbiamo perso e dei suoi valori: aperto, decentralizzato e inter-comunicabile. E negli ultimi anni sono diventate anche più intelligenti. Nel filtraggio dello spam, o grazie a nuove funzioni come la priority inbox di Gmail, che le divide in automatico in base alla loro importanza e al loro scopo.

La loro stessa esperienza“, scrive Alexis Madrigal sul The Atlantic, “è stata trasformata“. Le email non stanno morendo, ma il loro uso sta cambiando: le varie funzioni che una volta svolgevano gli stanno venendo sottratte da nuovi servizi, e a loro rimane la funzione originaria da cui prendono, del resto, il loro nome: di lettera elettronica, di posto in cui ricevere tutte quelle comunicazioni che tradizionalmente sarebbero arrivate via posta.

Inizialmente le email hanno svolto centinaia di compiti: sono state il nostro newsfeed, la nostra identità per verificarci sui siti web, o il modo più efficace con cui scambiarsi file. Compiti che negli anni si sono spostati su servizi più appropriati, lasciando alla mail la sua funzione primaria, ciò in cui eccelle:

Because it developed  early in the history of the commercial Internet, email served as a support structure for many other developments in the web’s history. This has kept email vitally important, but the downside is that the average inbox in the second decade of the century had become clogged with cruft. Too many tasks were bolted on to email’s simple protocols.

[…]

Email is not dying, but it is being unbundled.

Ah, un’ultima cosa: le email funzionano meravigliosamente da mobile: sono veloci e si adattano bene agli schermi. Sono uno strumento di un’altra internet, e si basano su idee e principi di un’altra internet alla quale quella corrente — chiusa e centralizzata — somiglia poco. E, ciò nonostante, riescono a competere senza problemi con i servizi d’oggi:

While email’s continued evolution is significant, what it has retained from the old web sets it apart from the other pretty, convenient apps. Email is an open, interoperable protocol. Someone can use Google’s service, spin up a server of her own, or send messages through Microsoft’s enterprise software. And yet all of these people can communicate seamlessly. […]

Email—yes, email—is one way forward for a less commercial, less centralized web, and the best thing is, this beautiful cockroach of a social network is already living in all of our homes.

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Fingere di essere informati

Non è mai stato così facile, come lo è oggi, pretendere di essere informati e eruditi, senza in realtà sapere nulla.” In “Faking Cultural Literacy“, Karl Greenfeld ha riassunto il modo in cui oggi ci muoviamo nell’informazione: non ci interessa assumerla ma condividerla, e ci interessa condividerla — sui social network, o nelle conversazioni faccia a faccia —  per mostrare ai nostri amici che siamo informati, che siamo istruiti:

Selezioniamo quello che ci appare rilevante da Facebook, Twitter o fonti simili, e poi lo rigurgitiamo. Quello che oggi a noi interessa non è necessariamente aver consumato un contenuto di prima mano, ma semplicemente sapere che esiste — e avere una posizione a riguardo, essere in grado di discuterne in merito.

Tony Haile, CEO di Chartbeat (un’azienda che si occupa di statistiche online), ha dichiarato in un tweet che non esiste correlazione fra la condivisione di un pezzo su un social network e l’effettiva lettura di quest’ultimo da parte dell’utente. Apparentemente, non abbiamo più tempo per leggere libri o articoli, ma solamente per assimilare le opinioni succinte che i nostri amici o fonti hanno a riguardo di essi: ci bastano quelle, per potere avere un’opinione che sia scambiabile in un’interazione, per non mostrarci impreparati.

Tutte le volte che qualcuno, in qualsiasi posto, online o fuori dalla rete, menziona qualcosa, dobbiamo fingere di esserne al corrente. L’informazione è diventata una valuta di scambio:

Chi decide cosa sappiamo, quali opinioni vediamo, quali idee riproponiamo come nostre osservazioni? Algoritmi, apparentemente, quali Google, Facebook e Twitter. […] Abbiamo affidato le nostre opinioni a questa fonte di dati che ci permette di mostrarci informati a un party, in qualunque situazione. […] Qualcuno ammette mai di essersi completamente perso nella conversazione? No. Annuiamo e diciamo “ho sentito quel nome”, o “suona familiare”, che solitamente significa che non abbiamo alcuna familiarità con il soggetto in questione.

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Cosa dice il documento sull’innovazione del New York Times

La scorsa settimana è uscito il NYT Innovation Report, un documento di 96 pagine interno al New York Times in cui si provano ad analizzare, spiegare e valutare le strategie che il quotidiano sta adottato per adattarsi (sopravvivere?) a internet. Ne sono uscite alcune cose risapute — ma confermate con dati — e altre riflessioni interessanti.

1.

Il valore dell’homepage va diminuendo. Le persone raggiungono le notizie attraverso i social media. Trovano non solo le storie più valide oggettivamente ma anche soggettivamente: le più adatte ai loro gusti. In due anni l’homepage ha perso 80 milioni di visitatori.

Only a third of our readers ever visit it. And those who do visit are spending less time: page views and minutes spent per reader dropped by double-digit percentages last year.

2.

L’archivio è importante. Il New York Times ha 14.7 milioni di articoli nel suo archivio, a partire dal 1985. Andrebbe valorizzato: certe storie hanno valore nel tempo e possono venire riproposte. La vita media di una storia su uno stream di Twitter è bassissima, ma non c’è ragione per non provare ad allungarla rilanciandola nel tempo. È una questione che avevamo già affrontato qua: perché così pochi giornali propongono ai lettori pezzi dal loro archivio?

We can be both a daily newsletter and a library — offering news every day, as well as providing context, relevance and timeless works of journalism.

Un grosso problema nella gestione dell’archivio è stata la scarsa organizzazione dello stesso negli anni: occorre migliorarla, dare più attenzione ai metadata, ai tag e a strumenti che permettono di correlare e gestire gli articoli.

3.

Riconfezionare i contenuti — vecchi contenuti in nuovi formati. Di nuovo: riproporre cose vecchie. Il futuro del New York Times dipende soprattutto dalla capacità di sfruttare i nuovi strumenti per promuovere i suoi contenuti e organizzarli con metodi differenti:

The product and design teams are developing a collections format, and they should further consider tools to make it easier for journalists, and maybe even readers, to create collections and repackage the content.

4.

Ci vuole più impegno sui social media: da parte degli stessi giornalisti che devono impegnarsi nel promuovere i loro articoli. Il compito della diffusione di un pezzo spetta anche — e soprattutto — a loro:

For someone with a print background, you’re accustomed to the fact that if it makes the editor’s cut — gets into the paper — you’re going to find an audience. It’s entirely the other way around as a digital journalist. The realization that you have to go find your audience — they’re not going to just come and read it — has been transformative.

5.

Vogliono uno strumento che faciliti e automatizzi la creazione di Snow Fall (“I’d rather have a Snow Fall builder than a Snow Fall” — Kevin Delaney). Comunque nel report non si parla molto di Long-Form e Snow Fall. Come ha rilevato Craig Mod sembra che il New York Times spinga adesso per progetti più semplici. L’obiettivo è di trovare la maniera più adatta a visualizzare un’informazione. Scrive Craig Mod su Medium:

“Snow Fall” was less about what felt natural in a web browser or what was best for the story, and more about what was maximally possible in a web browser. The experiment just happened to be attached to an article. Great storytelling is not about maximizing technical possibility.

It’s easy to throw the kitchen sink into a web site and call it the future. It’s much harder to use an obvious technology well and have it be part of your institution’s future.

L’obiettivo, come segnalato nel punto 3, è capire quale sia per ogni storia il mezzo (o i mezzi, spesso) più adatto per narrarla.

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Come migliorare la durata della batteria dell’iPhone

Scotty Loveless ha lavorato nel Genius Bar di un Apple Store per due anni; dovendo spesso rispondere alla domanda su come migliorare la batteria del proprio iPhone è diventato un esperto dell’argomento, e ha deciso di raccogliere i suoi suggerimenti in un articolo, specificando come:

Nel 99.9% dei casi non è iOS la ragione per cui la batteria si esaurisce rapidamente. Posso garantirti che se resettassi il telefono mantenendolo senza applicazioni o email, durerebbe per secoli.

Ovviamente, sarebbe anche inutile avere un iPhone a quel punto. Scott ha dei consigli pratici: innanzitutto inerenti a Facebook, che si è rivelato in molti casi la fonte principale di consumo della batteria. Disattivare per Facebook i servizi di localizzazione e il background refresh, e poi individuare le altre applicazioni per le quali questi ultimi non sono strettamente necessari, e disattivarli anche per esse.

Smettere di chiudere le applicazioni dalla barra del multitasking, un metodo del tutto inefficace: sia perché comunque la maggior parte di queste applicazioni non sono aperte (iOS ne gestisce la chiusura automaticamente) sia perché iOS consumerà più batteria nel momento in cui l’applicazione verrà riavviata:

By closing the app, you take the app out of the phone’s RAM . While you think this may be what you want to do, it’s not. When you open that same app again the next time you need it, your device has to load it back into memory all over again. All of that loading and unloading puts more stress on your device than just leaving it alone. Plus, iOS closes apps automatically as it needs more memory, so you’re doing something your device is already doing for you.

Disabilitare (momentaneamente) la ricezione push per le email, e disabilitare le notifiche push indesiderate. “Ogni volta che ricevi una di queste notifiche, lo schermo del tuo telefono si illumina per pochi secondi e attende una tua reazione a questa notifica“.

È utile disabilitare da Impostazioni > Generali > Utilizzo l’indicatore della percentuale della batteria, per una ragione psicologica: mette ansia, e ci spinge a controllare lo stato della batteria in continuazione, accendendo lo schermo del telefono senza altre ragioni.

Nelle situazioni in cui il segnale della rete è debole — in edifici chiusi, ad esempio —, l’iPhone consuma più batteria potenziando la ricezione delle proprie antenne. In quei casi, è vantaggioso abilitare la modalità aeroplano, e usufruire della rete via Wi-Fi (se disponibile):

One major reason your battery could be draining too quickly is poor cellular service. When the iPhone detects that you are in a place of low signal, it will increase the power to the antenna in order to stay connected enough to receive calls (primarily) and maintain a data connection.

Se ancora vi sono problemi, pochi sanno che all’Apple Store possono effettuare in pochi minuti un test ad hoc sull’iPhone, per rilevare le condizione della batteria: se si rivelerà difettosa vi verrà sostituita gratuitamente, nei casi in cui l’iPhone sia ancora coperto da garanzia.

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La nuova membership di Bicycle Mind

La membership esiste da tempo, ma da un anno a questa parte è stata messa un po’ in disparte. È il sistema migliore per chi legge questo blog quotidianamente, di supportarlo. Costa due euro al mese e da oggi è basata su un nuovo sistema1 che rende tutto un po’ più semplice e bello. La nuova membership ti permette, per ora:

  • Di navigare su un sito privo di pubblicità. Non che normalmente ce ne sia molta, ma quella poca che al momento vi annoia e turba tanto potete eliminarla, se diventate membri del blog
  • Di avere accesso a del materiale riservato agli iscritti

Il materiale in questione è una collezione di link che verrà pubblicato (potenzialmente) una volta a settimana. Materiale che non ho avuto tempo di sviluppare sul blog, e per questo va a finire in quella lista. Già in passato veniva pubblicato, ma da un po’ di tempo è stato assente: a breve si riprenderà a renderlo disponibile — ai soli iscritti.

Ho pensato anche ad altro: di offrire ai non iscritti un feed rss troncato, e ai membri uno completo, ma al momento ho rimandato l’idea. O di proporre ai comuni visitatori un sito in Comic Sans, e riservare la bellezza di Museo Sans e FF Meta Serif agli iscritti — ok, non è vero, non ci ho mai pensato seriamente. Meglio che il sito sia bello per chiunque, e comodo da leggere per chiunque: se decidete di iscrivervi è in primis perché lo apprezzate così com’è, e in misura minore perché desiderate i piccoli vantaggi che una membership offre.

Altri vantaggi verranno aggiunti in futuro, ma in primis una membership è: perché vi piace Bicycle Mind, e volete supportarlo. Così com’è. Click qui per iscriversi <3

NOTA AGLI ISCRITTI: Chi è iscritto al vecchio sistema purtroppo deve effettuare la migrazione manualmente, come una mail inviata pochi giorni fa spiega. Chi non l’avesse ricevuta mi contatti. La migrazione non è obbligatoria, ma necessaria se volete sfruttare i nuovi vantaggi 2.

  1. Il pagamento avviene tramite Stripe, invece del pessimo PayPal
  2. Altrimenti, se l’unica cosa che vi importa è regalarmi due euro al mese, non è necessario migrare

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L’era di Facebook è un’anomalia

Noi non siamo sempre le stesse persone: ci comportiamo in maniera diversa, e condividiamo cose diverse, a seconda di con chi siamo. Con voi parlo di Apple e tecnologia, con i miei amici di libri, musica o serie televisive. In entrambi i casi sono sempre io. Su Facebook invece tutte queste diverse audience vanno bilanciate simultaneamente, e i miei amici si beccano i miei (per loro) “noiosi” articoli di tecnologia. È un problema che ha affrontato Danah Boyd in un saggio, “It’s Complicated“, su come i ragazzi usano i social network:

L’era di Facebook è un’anomalia. L’idea che tutti vadano su un singolo sito è semplicemente bizzarra. Dimmi un altro momento nella storia in cui tutti si ritrovavano nello stesso spazio sociale. La frammentazione è uno stato più naturale. La tua socialità è guidata dagli interessi o dalle amicizie? Stai andando in un posto perché lì si ritrovano i ragazzi appassionati di anime, o perché è il luogo in cui si ritrovano i tuo compagni delle medie?

Normalmente, andiamo in bar diversi a seconda del nostro stato d’animo. Vediamo persone diverse: quando vogliamo andare a un concerto, o quando vogliamo passare una serata tranquilla, in compagnia di pochi amici. Su Facebook invece siamo ridotti a un profilo unico che deve andare bene per chiunque, ogni nostra azione e passione è legata a una singola identità, il nostro nome e cognome: ma nel mondo fisico non è quella la cosa che ci contraddistingue. È piuttosto il nostro corpo: ci vestiamo diversamente, muoviamo diversamente, comportiamo diversamente. Utilizzare il nome come identificatore universale significa supporre che noi siamo sempre, in ogni contesto, esattamente identici.

La persona che sei in questo momento con me è diversa da quella che sei quando parli con tua mamma. Potrebbe non capire le cose di cui tu e io stiamo parlando. Questo è il momento in cui inizi a pensare come presenti te stesso differentemente in questi contesti, non perché ti stai nascondendo, ma perché dai importanza a ciò che ha più rilevanza. […] Ecco uno dei problemi che i teenagers hanno con Facebook: come gestire contesti multipli contemporaneamente.

Facebook ha ancora valore perché permette di raggiungere chiunque, in maniera semplice e immediata. Per certi tipi di informazioni e comunicazioni può rivelarsi la soluzione migliore, quella più comoda. Il social graph è una risorsa che ha la potenzialità di durare nel tempo, ma questa è una funzione diversa da quella originaria: più di utilità che di divertimento.

Non è vero che le persone stanno abbandonando Facebook, piuttosto non lo vedono più come un luogo di passione, in cui collegarsi per condividere i propri interessi. Facebook — dall’essere qualcosa di divertente — sta diventando più simile a uno strumento, come l’email.

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Leggere per avere letto

Nelle ultime settimane ha suscitato grande interesse una tecnologia, Spritz, che permette di leggere un romanzo in 90 minuti. Le parole si alternano rapidamente davanti ai nostri occhi, in sequenza una dopo l’altra, velocizzando il processo di lettura di un testo. A patto che si abbia un concetto molto limitato del leggere; più simile al consumare, e che quello che si voglia fare non sia veramente leggere un romanzo — immergersi in una storia, godersela, imparare qualcosa da essa — ma finirlo. Iniziare a leggere con lo scopo di finire il più in fretta possibile, che non è mai una buona idea. Spritz può aiutarci a leggere più velocemente, ma la nostra comprensione diminuisce di pari passo con la velocità con cui leggiamo:

Puoi davvero leggere un romanzo in 90 minuti comprendendolo a pieno? […] Una ricerca del 1970 mostra che la nostra comprensione e memorizzazione di un testo diminuisce con l’aumento della velocità. […] Una delle ragioni è che non c’è abbastanza tempo per mettere insieme il significato della storia e memorizzarlo.

La differenza fra consumare un’informazione e ricavare una conoscenza da essa stabilendo dei collegamenti, sviluppando riflessioni. La celebrazione dello speed reading, un leggere in cui ciò che ha valore è solamente il tempo impiegato per arrivare alla conclusione del testo per poter passare quanto prima a quello successivo. Che in certi ambiti (una mail, un testo noioso che siamo costretti a leggere, un manuale) può avere un senso, ma quando applicato a un romanzo è assurdo. E lo è anche applicato alle notizie che riceviamo su Internet, a meno che non ci si voglia ingozzare di informazione per puro intrattenimento. Per riprendere una citazione che avevo inserito in un vecchio articolo, “Il piacere di leggere in un’epoca di distrazioni“:

Io credo che molte persone leggano velocemente perché non vogliono leggere ma vogliono aver letto. Ma perché vogliono aver letto? Perché, io credo, concepiscono la lettura semplicemente come un modo attraverso cui caricare informazioni nelle loro menti.

Questa concezione ci spinge a iniziare romanzi con la voglia di finirli entro un numero prestabilito di giorni — indipendentemente dalla fatica cognitiva che questi potrebbero richiederci — a sentirci soddisfatti se leggiamo 50 romanzi all’anno. È il numero e la quantità che conta. Un consumo, agevolato da Internet e dalla sensazione che ci siano troppe cose a cui prestare attenzione. Forse sarebbe meglio lasciar perdere, e accettare l’idea che ci sono troppe cose interessanti in circolazione: meglio ignorarne alcune, piuttosto che non capirne nessuna.

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Perché ci annoiamo nonostante Internet

Com’è possibile annoiarsi nonostante Google e un accesso illimitato all’informazione come quello che abbiamo oggi, è la domanda a cui sostanzialmente prova a dare risposta un articolo di Aeon Magazine legando fra loro due concetti: quello di informazione e quello del significato che traiamo da essa.

Internet dà accesso all’informazione, che tuttavia è il materiale più grezzo attraverso il quale giungiamo a un significato: uno stream di fatti e opinioni, di cose sensate e insensate, nel quale possiamo andare a pescare per trovare qualcosa di più grande. Non si tratta solo di filtrare il rumore dal segnale, ma con pazienza, tempo e capacità trasformarlo in qualcosa di meglio: in conoscenza dotata di un significato.

La conoscenza inizia ad avere senso quando iniziamo a stabilire delle connessioni, a trarre storie da essa, storie attraverso le quali diamo un senso al mondo e alla nostra posizione in esso. È la differenza fra il memorizzare l’orario dei bus di una città che non visiterai mai e utilizzare quell’orario per esplorare la città in cui sei appena arrivato. Quando seguiamo le connessioni — quando permettiamo alla conoscenza di portarci da qualche parte, accettando il rischio che questo punto d’arrivo cambi lungo il tragitto — questa può dare la nascita a un “significato”.

Se c’è un antidoto alla noia, questo non è l’informazione fine a se stessa ma il significato — che da quando c’è internet in alcuni casi è diventato ancora più difficile da trarre. Perché l’informazione è intrattenimento, a meno che non si vada oltre essa e la si elevi. Perché la ricerca di un significato non richiede solo lo stimolo dato dall’informazione ma anche un impegno nel trovare e costruire dei collegamenti:

Internet è un aiuto incredibile nella ricerca di connessioni che portino un significato. Ma se le radici della noia risiedono nella mancanza di significato, piuttosto che in una mancanza di stimoli, e se esiste un sottile, variegato processo attraverso il quale l’informazione può essere elevata a significato, il flusso costante di informazione a cui stiamo diventando abituati non può aiutarci a portare in atto questo compito. Al massimo, può permetterci di distrarci posticipandolo con un loop infinito di click.

In altre parole, sarebbe necessario “staccarsi” da Internet e dal flusso costante di informazione per riuscire a trovare un significato più profondo della mera acquisizione di essa. “Spegni la macchina, non per sempre, non perché ci sia nulla di cattivo in essa, ma per riconoscere il limite: c’è solo una certa quantità di informazione che siamo in grado di sopportare, e non possiamo andare a pescare nel ruscello [internet] se vi stiamo affogando“.

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Un mese con Pebble

Ho un Pebble da più di un mese. Non si è rivelato utilissimo e potrei farne facilmente a meno, però: mi piace. Mi piace più per quello che potrebbe fare, potenzialmente, che per quello che fa, effettivamente. Mi piace anche esteticamente1, ma io sono quella persona che ha avuto una calcolatrice al polso per anni. Il problema dell’hardware per me non è estetico ma di qualità: non dà l’idea che ci sia stata cura nel mettere insieme i pezzi, che inoltre sembrano economici, e il risultato finale è un orologio che pare assemblato in un garage da dei ragazzi. Avete presente la sensazione che dà un prodotto Apple, di essere stato levigato con attenzione maniacale in ogni dettaglio? Bene, la sensazione opposta. E non è perché è di plastica.

La batteria dura meno del dichiarato, nel mio caso arriva a cinque giorni. Comunque, un buon risultato2. Ha dei bottoni laterali (uno a sinistra, tre a destra) piuttosto duri da premere che servono a tutto; dal navigare nel menù all’utilizzare le applicazioni interne. Quello a sinistra è per tornare indietro, quelli a destra rispettivamente: i due laterali per spostarsi, quello centrale per selezionare. Lo schermo non è multi-touch, e per queste due ragioni — schermo e sistema di navigazione — l’orologio non è comodissimo da utilizzare. È lo stesso problema dell’iPod e della clickwheel — non so con quale soluzione se ne sarebbero potuti uscire ma so che hanno optato per dei bottoni, ovvero per la soluzione più pigra.

Mac Watchface

Lo schermo — estremamente sensibile ai graffi — è in bianco e nero, retroilluminato. Scuotendo il polso, in maniera vigorosa, si attiva la retroilluminazione. Con lo stesso movimento per nulla naturale e piuttosto stancante dovrebbe essere possibile, in futuro, eliminare la notifica più recente. L’orologio si collega all’iPhone con bluetooth e riceve i dati da esso. La schermata iniziale del Pebble è ovviamente l’orologio, data e ora; da lì premendo il bottone centrale si passa al menù (con le applicazioni), mentre premendo i due laterali si cambia watchface. Watchface significa “grafica dell’orologio“, ovvero il modo in cui l’ora viene mostrata. Gli utenti ne hanno create tantissime, e a volte ho la sensazione che sia stata data troppa importanza a queste. Divertenti, per nulla utili. Sono una distrazione: un po’ come gli utenti Android si divertono a cambiare la grafica del loro telefono, chi ha un Pebble ha opzioni illimitate per visualizzare l’ora: analogica, digitale, con Super Mario sullo sfondo, o — perché no — pure con Steve Jobs. I due bottoni laterali permettono — dalla schermata iniziale — di passare da una grafica all’altra, da una watchface all’altra. Rapido, facile. Per aprire un’applicazione, invece, prima occorre premere il bottone centrale per andare al menù, poi scorrere la lista delle applicazioni e per concludere premere di nuovo quello centrale, per finalmente aprirne una. Eppure una volta che ho scelto la grafica del mio orologio, probabilmente la terrò così per diverso tempo: sarebbe più comodo se i bottoni laterali scorressero le applicazioni, invece delle watchface, e offrissero un accesso rapido a queste. Se lo smartwatch non si rivela più veloce del telefono, allora tanto vale usarlo.

Scopo principale del Pebble è ricevere le notifiche, e per quelle funziona egregiamente. In tutti i casi il Pebble segnala un evento vibrando, senza emettere alcun suono3. I messaggi vengono mostrati con mittente e anteprima degli stessi, e spesso contengono quadrati vuoti dato che il Pebble non supporta le emoji (assurdo)4. Le stock app sono tre watchface che sarebbe piacevole poter rimuovere, un’applicazione per comandare la musica (cambiare canzone, mettere in pausa, ma non modificare il volume per qualche ridicolo motivo), una che funziona da archivio delle notifiche più recenti (per rileggerle) e una sveglia. L’utente può installarne fino a un massimo di 8, prima di finire la memoria del Pebble. Non molte. Queste non possono essere troppo pesanti e quindi richiedono nel 90% dei casi una connessione al telefono per funzionare. Nei momento in cui non l’avete con voi il Pebble è essenzialmente un orologio. Ci sono limiti fastidiosi, come il numero massimo di 8 applicazioni, lo storage interno molto ridicolo (1024KB) e l’assenza del multitasking più blando. Per capirci: se uscite dall’applicazione per i timer, i timer si bloccano. Uguale se uscite dal contapassi: ciò rende impossibile l’utilizzo del Pebble come Fitbit, nonostante possieda l’hardware necessario. Un’applicazione (Morpheuz) offre anche una sveglia intelligente stile Jawbone UP, ma di nuovo occorre lasciarla aperta tutta notte. Un vero peccato, dato che avrebbero potuto essere dei buoni punti di vendita.

Pebble Cards

La gestione del Pebble avviene da iOS, con un’apposita applicazione — lenta e, sospetto, non nativa — dalla quale si configura e si ha poi accesso all’App Store. Ho utilizzato:

  • L’applicazione di Foursquare, che rende facile e immediato effettuare un check-in.
  • Mentre ero a Londra quella della TFL, fornisce a ogni fermata del bus il tempo di attesa e i mezzi in arrivo.
  • Multi Timer, utile mentre si cucina — per impostare svariati timer.
  • Pebble Cards, affianca all’ora piccoli pezzi di informazione, come meteo e notizie.
  • Authenticator, genera i codici temporanei per l’accesso a Gmail, Dropbox e gli altri servizi che offrono l’autenticazione in due passaggi.
  • Un client di Twitter, Twebble, dal quale leggere la timeline e comporre tweet (con i tre bottoni!)

Di utile, ricapitolando: Foursquare, Timer, Authenticator, notifiche. Ci sono anche svariati giochi, ovviamente semplici come quelli del Nokia di vent’anni fa (snake). Il mio preferito è un clone di Flappy Bird, addirittura più frustrante dell’originale. Mi piacerebbe ci fosse un’applicazione per Simplenote o capace di accedere alla mia cartella di Dropbox con le note testuali (in .txt), in modo da poterle scorrere rapidamente. Mi piacerebbe che Trenitalia avesse un’applicazione — come è stata fatta per le ferrovie inglesi — che mi informasse sui treni in partenza da una stazione e sul binario in cui si trovano. Mi piacerebbe ci fosse l’integrazione con IFTTT di cui si era parlato ai tempi della campagna su Kickstarter, ma di cui non si è saputo più nulla5.

Pebble Authenticator Bottoni Pebble

Ci sono applicazioni che richiedono a loro volta applicazioni per funzionare. È il caso di PebbleCam, che se avviata su iPhone e orologio permette di scattare foto con il primo dal secondo, o di PebbleGPS, che mostra una mappa in bianco e nero molto vaga e le direzioni; non è perfetta ma può essere utile in bici. Fra le più popolari c’è Smartwatch+, che permette — fra le altre cose — di visualizzare il calendario di iOS sull’orologio. Purtroppo il difetto di queste è legato alla natura del multitasking di iOS: le applicazioni restano aperte (su iOS), in background, per solo un’ora prima di venire chiuse, quindi la loro controparte su Pebble smetterà presto di ricevere dati. Spesso vi sarà necessario avviarle di nuovo dal telefono per poterle usare: già che ce l’avete in mano tanto vale che usiate direttamente questo.

È un po’ complesso. È da geek. Non serve a molto. Però mi piace. Prima che l’iPhone esistesse, io ero un grande fan del mio Zire. Lo Zire era un palmare di Palm — il modello più economico. Non è che potesse fare molto, e non è che infatti ci facessi molto, a parte tenere un calendario e scrivere appunti. Quel palmare non poteva collegarsi a Internet, l’App Store era un negozio fisico (nel senso che l’applicazione stava dentro una scatola in un negozio: bisognava uscire di casa) ed era molto frustrante anche solo inviare una mail. Comprai una scheda WiFi esterna affinché avesse il WiFi, ma non fu mai molto utile a causa dello stato del browser interno. Ricevere le mail era un casino. Nonostante gli usi fossero limitati, se ne intravedevano le potenzialità. Ed erano più queste a farmi piacere l’oggetto che le sue capacità effettive. Lo so che è strano, ma è così: avevo quel palmare, e pensavo alle cose che avrei potuto farci se qualcuno ne avesse fatta una versione più intelligente. Poi un giorno arrivò Apple che con l’iPhone realizzò quel palmare che avrei voluto lo Zire fosse. In un giorno, risolse tutti i limiti e lo liberò dalle complessità.

Questo smartwatch è un po’ come quel palmare. Io credo che le persone dietro al Pebble abbiano avuto delle intuizioni ma al tempo stesso non abbiano curato i dettagli. Questo smartwatch è smart nella stessa misura in cui lo erano gli smartphone prima dell’iPhone. È un prodotto per geek, disegnato da geek e che funziona in modo un po’ geek. Ma ci sono casi in cui si è rivelato utile, e per questo credo che uno smartwatch progettato correttamente anche nei dettagli abbia un senso.

Pebble costa $150 (circa 110 euro), si compra dal sito ufficiale.

  1. L’alternativa è il Pebble Steel, l’altro Pebble che viene venduto come il modello elegante. In realtà sembra una copia mal riuscita di un orologio classico. Brutto.
  2. Certo, se non avessi dovuto attendere l’arrivo di un altro cavo USB per caricarlo (l’originale era difettoso) sarebbe stato meglio
  3. Io penso che un bip leggero — di nuovo, stile orologi Casio — avrebbero potuto offrirlo
  4. Aggiungo: sarebbe carino se venisse segnalata la presenza di una immagine, al momento si limitano a non visualizzarla. Basterebbe ci fosse un’icona che indicasse che il messaggio contiene un’immagine
  5. Ad esempio: se premi bottone centrale fai x, se premi bottone in basso fai y, etc…

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TONX arriva in Italia: la mia recensione

TONX è un servizio che spedisce ogni due settimane ai suoi abbonati del caffè, nella quantità da loro prescelta (170 grammi o 340). Il caffè viene tostato il giorno stesso della spedizione1, e spedito in grani poche ore dopo. È dunque freschissimo.

TONX è attivo da diverso tempo negli USA, dove ha ricevuto recensioni più che positive. Da oggi ha annunciato che comincerà a spedire anche in alcuni paesi europei, fra cui l’Italia. Io l’ho provato (come beta tester) per alcune settimane e vi assicuro che come qualità batte qualsiasi altro caffè che sia riuscito a reperire nel nostro paese. Ho ricevuto tre diversi pacchi di caffè da inizio Gennaio, e ciascuno si è rivelato una delizia e una scoperta.

I chicchi sono freschi e di qualità, di provenienza diversa di volta in volta. Altro vantaggio: sono a tostatura chiara. A me è risultato quasi impossibile reperire in Italia dei chicchi a tostatura chiara, a tal proposito ho anche sviluppato una mia personale teoria che interessa la moka: è il metodo più diffuso da noi per prepararsi una tazza di caffè, e siccome in quel caso è difficile distinguere fra una tostatura molto scura, media o chiara noi finiamo col non dargli molta importanza. Non solo: con la moka c’è anche una minore differenza se il caffè è fresco o meno.

Ma se vi preparate il caffè con altri metodi, come Aeropress o Drip Brew, tutto questo si nota eccome. Perché è possibile con questi ultimi rilevare qualsiasi nota e gusto che il caffè possiede. Il mio suggerimento, se decidete di abbonarvi a TONX (e dovreste), è di comprare anche una Aeropress e un macina caffè elettrico (io ne ho uno della BODUM2) — di nuovo: il caffè non viene spedito già macinato, altrimenti sarebbe tutto vano. Il metodo migliore per conservare i chicchi è lasciarli nella busta in cui arrivano, essendo dotata di una valvola che aiuta a preservarne l’aroma.

Il costo — che include tutto, spedizione e caffè — è ovviamente più alto dell’offerta del supermercato: 10 euro ($14) per 170 grammi o 16 euro ($22) per 340 — a seconda dell’opzione che scegliete. Nonostante questo, si parla pur sempre di un costo basso e contenuto per tazza. Ad usarne 15 grammi per ciascuna, da un pacco di 340 ne ricavate all’incirca 22. Se vi siete abituati a bere ogni mattina una determinata marca di caffè, iscrivendovi rimarrete stupiti quanto possa variare — anche per palati non esperti — una qualità dall’altra. Generalmente, se comprate il vostro caffè al supermercato rimarrete stupiti quanto TONX (aka del caffè fresco) possa essere buono. Sono convinto di questo anche a discapito del fatto che i chicchi una volta che avranno raggiunto la vostra dimora saranno già stati tostati da due settimane: è il tempo di spedizione per l’Italia3 (in America è sui quattro giorni).

Se vi piace il caffè, dovreste iscrivervi a TONX. Per provare e scoprire una diversa qualità di caffè ogni due settimane, scelta e tostata con cura, e per avere del caffè fresco in casa. Bere una tazza di caffè non è mai noioso — ed è sempre fonte di gioia —, ma una volta iscritti a TONX non potrete che notare la monotonia dei chicchi a cui vi eravate abituati.

– – –

A MARGINE: Se vi abbonate, fatelo partendo da qui: ci sono 5$ di sconto sul primo pacco.

  1. La tostatura avviene di domenica
  2. È uno di quelli economici, a lame (Blade Grinder), ma fa il suo lavoro sufficientemente bene per me. Sarebbe più corretto utilizzare un Burr Grinder.
  3. Purtroppo, nel mio caso, una settimana intera viene persa da Poste Italiane a fare non so cosa. Da America all’Italia il pacco è affidato a DHL e resta in viaggio per circa una settimana, poi all’entrata nel nostro paese viene dato in mano a Poste Italiane. Da Milano a Pisa: 7 giorni.

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Questa è l’acqua

Una cosa che scopro e confermo ogni volta che riduco per alcuni giorni — vuoi per impegni, vuoi perché sono in vacanza, vuoi per qualsiasi ragione — il mio tempo speso su Internet è che molti aspetti della rete che nell’uso quotidiano considero importanti e fondamentali perdono il loro appeal non appena Internet diventa una piccola componente della mia giornata. Nel momento in cui non ho un accesso costante al computer, ma uso sia questo che lo smartphone per soli pochi minuti, realizzo che molte cose che consideravo fondamentali — e sono fondamentali quando la rete occupa gran parte del mio tempo — smettono di esserlo.

Non parlo delle email, che controllo sempre. O di Facebook, che in realtà torna spesso comodo per restare in contatto con gli amici e comunicare con loro. E continuo pure ad utilizzare molti altri servizi legati a Internet: Instapaper, Spotify, applicazioni varie, mappe e Google. Continuo a fare un grande uso della rete, ma mi dimentico di certi aspetti di questa.

Twitter, ad esempio. È molto divertente normalmente, ma nel momento in cui ho poco tempo da dedicargli diventa straniante: le conversazioni difficili da seguire e semplicemente il tutto diviene un po’ meno coinvolgente. È come se mi disinteressassi delle persone che seguo e di quello che condividono: tutto ciò che un giorno prima mi sembrava estremamente interessante, il giorno dopo mi sembra una perdita di tempo, pieno di rumore e un modo per nulla efficiente per comunicarmi notizie e articoli.

Ne ha scritto Alexis Madrigal sul The Atlantic, che si è ritrovato con la stessa sensazione nel momento in cui è arrivato un figlio a rovinargli la ruotine:

When you’re plugged in all day, Twitter is fun. Whatever happens in the world, other people on Twitter are talking about it, turning it over, composting it, growing new things in the substrate of the day. If you’re following along, each successive layer of jokes and elucidations make sense, but if you come in at 4pm just to check in, it’s like starting The Wire in season 4 (“Wait, who is McNulty again?”).

È questo un buon test per capire cosa ci è davvero utile e cosa in realtà ci siamo convinti sia utile e bello senza essere consci se davvero lo sia? Forse, in parte, ma è anche vero che molte delle cose che facciamo quotidianamente, che per abitudine non mettiamo in discussione, finirebbero per essere messe in dubbio da una domanda del genere. Quasi nulla è essenziale, molto è solo intrattenimento. E non è che Twitter venga rimpiazzato da cose più fondamentali e profonde: da altre, altrettanto triviali. Quello che ha senso, o se non altro è degno di nota a parere mio, è piuttosto rilevare come le necessità e l’importanza degli strumenti vari a seconda di quello che stiamo facendo. Ovvero di come ingiustamente consideriamo intelligenti certi servizi e stupidi altri. Intendo, Twitter è considerato uno strumento ottimo mentre Facebook una perdita di tempo. Eppure io non posso fare a meno di rilevare come Twitter occupi spesso i miei momenti vuoti, come sia — nel mio caso — quello strumento che vado a cercare quando sono annoiato, che per questo perde il suo fascino non appena ho una giornata ricca di attività.

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Cosa resta di aperto in Android

Google sta cercando di riprendersi il controllo di Android, rendendo aspetti sempre più importanti del sistema operativo proprietari: non è più così vantaggioso, né semplice, creare fork personalizzate.

Sei anni fa, Google annunciò l’Android Open Source Project. In sei anni un OS che aveva lo 0% del mercato è arrivato ad averne quasi l’80%: nato inizialmente per proteggere i servizi di Google (da una possibile egemonia di Apple che avrebbe potuto escluderli a suo piacimento) è diventato importante di per sé. Forse un po’ per questo, la natura open source del sistema è cambiata. È facile e conveniente dare via tutto quando hai lo 0% del mercato, lo è di meno quando inizi ad avere un’ampia fetta e temere di perderne il controllo. Per quanto una parte di Android resti open source, nel corso degli anni parti sempre più ampie dell’OS sono state portate sotto l’ombrello di Google e rese, come conseguenza, proprietarie.

In un recente articolo Ars Technica ha riassunto la strategia di Google per mantenere il controllo su Android e rendere sempre più difficile, a chi lo volesse, di sviluppare una versione alternativa dell’OS (una fork) partendo dalla parte open dello stesso. La cosa ha funzionato così: le stock app inizialmente open source sono state rimpiazzate (e abbandonate) a favore di applicazioni brandizzate Google. La migrazione è iniziata con Search, rimpiazzata da Google Search nel 2010: la prima era un box di ricerca, la seconda permette ad oggi la ricerca via voce, abilita Google Now e, di fatto, ha stabilito anche la fine dello sviluppo della versione open source a favore di un sostituto chiuso. A tutte le stock app è toccata nel tempo la stessa sorte: l’applicazione per l’ascolto di musica? Rimpiazzata da Google Play Music. Il calendario? Ecco Google Calendar. L’applicazione per i messaggi? Abbandonata a favore di Google Hangout. Pure la tastiera e la fotocamera sono state sostituite, la prima da Google Keyboard, la seconda da Google Camera che offre in più le foto panoramiche e, guarda caso, non è open source.

Le stock app open source sono state tutte abbandonate in favore di alternative chiuse. Di un Android aperto restano solo delle (fragili) fondamenta. Chi decide di utilizzarle — si pensi a Amazon — per costruirci una versione personalizzata dell’OS va incontro a una serie di problemi come l’impossibilità di avere accesso a tutte le (nuove) applicazioni chiuse di Google — e ai suoi servizi — e la necessità di dovere sviluppare in casa dei sostituti. Si legge, dal blog ufficiale di Android:

While Android remains free for anyone to use as they would like, only Android compatible devices benefit from the full Android ecosystem.

Non solo: di recente Google ha cominciato a chiudere anche le API. Significa che se sviluppate un’applicazione per Android questa, molto probabilmente, non funzionerà sui device non approvati (come il Kinde Fire). Ecco perché Amazon ha una pagina in cui spiega agli sviluppatori come supportare le mappe di Nokia (perché quelle di Google cessano di funzionare, sul Kindle) o ha dovuto creare l’Amazon Device Messaging per offrire un’alternativa alle notifiche push (che Google ha sviluppato, ma non offre a chi decide di creare una fork di Android). Giunti a questo punto, abbandonare Android per sviluppare una versione personalizzata dello stesso — come da tempo si vocifera sia nei piani di Samsung — comincia ad essere nient’altro che un sogno. Se persino le applicazioni di terze parte smettono di funzionare sui device non approvati da Google (essendo queste legate alle API proprietarie offerte da Google) se ne va uno dei vantaggi principali: quello di offrire all’utente, costruendo il proprio OS partendo da Android, l’accesso a un app store ben fornito. Il piano, spiegato con le parole di Ars Technica:

Fare proprio l’app store di Google sembra facile: costruisci un tuo app store e convinci gli sviluppatori a caricare le loro applicazioni su questo. Ma le Google API che vengono fornite con i Google Play Services servono proprio a convincere gli sviluppatori a lasciare che le loro applicazioni dipendano da Google. La strategia di Google con i Play Services è trasformare l’ecosistema di Android in un “Google Play Ecosystem“, rendendo la vita agli sviluppatori il più possibile facile sui device approvati da Google — e quanto più difficile sui restanti.

Parti fondamentali dell’OS che si è sempre definito “aperto” sono diventate proprietarie. Lo scorso Giugno, alla conferenza I/O, Google ha annunciato di avere riscritto le location API. In breve si tratta dei servizi di localizzazione, una parte fondamentale di un sistema operativo mobile che è stata resa più efficiente e aggiornata con nuove funzioni. Ovviamente, ora viene offerta come parte dei Google Play Services. Il che comporta questo: un altro pezzo di Android che diventa proprietario.

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