iOS 8: richiedi sito per desktop

Una degli esperimenti più assurdi nel tentativo di monetizzare un quotidiano l’ha fatto il Corriere della Sera, che da anni ha deciso che se il suo sito lo navighi da mobile allora lo devi pagare — il sito, non un’applicazione con qualche aggiunta o navigazione migliore, il sito che da desktop è gratis da mobile lo paghi: assurdo, appunto.

iOS 8 ha aggiunto a Safari una nuova e da tempo desiderata funzione: tappando la barra degli indirizzi e con uno swipe verso il basso viene rivelato un menù che offre, fra le altre cose, di “richiedere il sito per desktop”. Ovvero far sì che quei siti che da mobile hanno deciso di offrire un’esperienza di navigazione totalmente diversa e stravolta dalla loro controparte del desktop, vengano visualizzati normalmente — come da desktop, appunto. In alcuni casi ci evita un template orribile, o l’assenza di informazioni essenziali, in quello del Corriere un paywall bizzarro.

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28 Ottobre 2014

Giorno in cui il sottoscritto nolentemente viola uno dei suoi precetti e decide di applicare una cover all’iPhone, nello specifico quella nera in silicone prodotta da Apple stessa. La cover aggiunge uno spessore notevole, più di quanto non si sospetterebbe, e ha il tipico a malapena accettabile costo (35 euro) degli accessori Apple.

Tale atto empio e deprecabile, da sempre contestato (a testimonianza rimando a un articolo del 2011), che cela l’elegante design dell’iPhone — che a questo punto per quel che mi concerne poteva essere rosa e illuminare nel buio dato che mai lo vedrò — è stato reso necessario dal design dell’oggetto in questione. Date le dimensioni esagerate risulta una sofferenza da tenere in una mano sola, ma soprattutto — di nuovo: saranno le dimensioni, saranno i bordi arrotondati, o sarò io — risulta estremamente scivoloso. La cover fornisce quell’attrito necessario, e fino all’iPhone 5S offerto di default dal design dell’iPhone stesso, affinché il device non si proietti verso il suolo e la mia presa su di esso risulti efficace. (La cosa peggiore, aggiungo, è che oramai mi sono abituato allo schermo dell’iPhone 6: quando vedo un iPhone 5S mi dà l’impressione di essere estremamente piccolo, nonostante contemporaneamente provi frustrazione ogni volta che uso il 6 in movimento.)

Design è come funziona — ci ha detto più volte Apple. Non è solo l’estetica appagante di un oggetto, ma quanto usabile risulta. Se per farlo funzionare devo ricorrere a due mani e aggiungerci una cover allora, ne deduco, potrebbe funzionare meglio.

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Perché dovresti fare una donazione a Wikipedia

Più volte nel corso dell’anno, una visita a Wikipedia comporta la visione del faccione di Jimmy Wales, che da un banner in alto alla pagina ci scruta, un po’ tristemente, cercando di convincerci a una donazione che aiuti a coprire i costi necessari a tenere in piedi Wikipedia (alcuni anni fa lo adottai per promuovere la membership)

Non ci convince. È probabile che la maggior parte di noi abbia sempre ignorato la richiesta. È probabile che forse pensiamo che dovremmo, e lo vogliamo fare, ma possiamo sempre farlo il prossimo anno. Emily Dreifus, su Wired, racconta di come le abbia anzi sempre fatto provare una sorta di irrazionale fastidio — lo stesso che proviamo ogni volta che qualcosa su internet si rivela non essere gratuita.

I saw co-founder Jimmy Wales’ face staring at me from the top of every. Single. Article. It was 2011. Jesus, I thought. Enough! I get it! You need money! Stop following me to articles about the island of Socotra or the demographics of Idaho! I don’t need your hungry eyes glaring at me as I’m reading up on 17th century body snatchers!

“Give me money, Emily,” Wales begged, “then go back to researching Beyonce lyrics.”

“Excuse me, Jimmy,” I wanted to say, “I don’t appreciate being watched as I read about how her song “Baby Boy” includes a lyrical interpolation of “No Fear” by O.G.C.”

Later, Wikipedia replaced Wales with other employees of the Wikimedia Foundation, which maintains Wikipedia with grants and donations. They moved me about as much as Wales did, which is to say not at all.

Fino a quando non ci ha riflettuto, sul valore che Wikipedia ha per il suo lavoro di giornalista, e per il numero di volte a cui vi ricorre al giorno per i suoi interessi privati, e ha finito col sottoscrivere una donazione mensile di 6 dollari al mese. Un donazione che probabilmente dovremmo fare tutti, ma appunto: la faremo. Più in seguito.

Trovo più efficace, o comunque molto valida, la proposta di Kottke di trattare Wikipedia come una spesa di lavoro — un po’ come paghiamo l’hosting, o l’accesso a internet. Più che da parte di blogger e giornalisti singoli, da parte di entità come il New York Times, Wired, Il Post, Repubblica o il Corriere della Sera. Tutte, sicuramente, vi si affidano ogni giorno:

I consider it a subscription fee to an indispensable and irreplaceable resource I use dozens of times weekly while producing kottke.org. It’s a business expense. […] Even $500/month is a drop in the bucket compared to your monthly animated GIF hosting bill and I know your writers use Wikipedia as much as I do. Come on, grab that company credit card and subscribe.

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Cose da fare subito dopo l’aggiornamento a OS X Yosemite

Sono in ritardo ad installare OS X Yosemite, che a parte cose orribili come un’icona del volume con bordi neri, e l’ancora peggiore constatazione che aprendo un link a un’immagine in Safari, questo me la centra in mezzo alla finestra, sembra funzionare sul mio MacBook Air. Funziona, con le dovute modifiche:

  • Preferenze di Sistema > Accessibilità > Riduci trasparenza, per rimuovere l’effetto LSD, traslucido e brillante
  • Preferenze di Sistema > Mission Control, per sovrapporre (come facevamo ai bei tempi di Tiger) la dashboard al desktop, invece di averla in uno spazio dedicato
  • Preferenze di Sistema > Suono > Effetti, per riattivare l’effetto sonoro del cambio del volume (altrimenti muto)

Per il resto, l’elenco di novità, trucchi e dettagli su Yosemite stilato da Macstories è probabilmente il pezzo più utile che ho letto per ambientarmi. La mia funzione preferita è la possibilità di rinominare contemporaneamente più elementi del Finder (con regole):

A batch renaming option has been added to the Finder in Yosemite: if you need to rename multiple files at once, select them, then choose “Rename [x] Items…” from the contextual menu. This will open a modal dialog with three options to batch rename files: Replace Text, Add Text, and Format. The first two are rather self-explanatory: one replaces a string of text found in the filename and the other can append or prepend text to the filename. Format is more advanced, as it lets you pick a format name with index, date, or counter to be placed before or after the filename with an option for a custom format as well.

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Il monopsonio di Amazon non va bene

L’ha scritto Paul Krugman (e sì, spiega anche cosa significa monopsonio):

Fino ad oggi Amazon non ha provato a sfruttare i suoi clienti. Al contrario, ha sistematicamente tenuto i prezzi bassi, per rafforzare il suo dominio. Quello che ha fatto, invece, è usare il suo potere di mercato per controllare gli editori, riuscendo ad abbassare il prezzo che deve pagare per i libri — da qui la causa con Hachette. Per utilizzare un gergo economico, Amazon non è, o se non altro non lo è stata fino ad ora, un monopolio, un venditore dominante con il potere di alzare i prezzi. Al contrario, si comporta come un monopsonio, un compratore dominante con il potere di abbassare i prezzi.

E su quel fronte il suo potere è davvero immenso — di fatto, è anche più ampio di quanto le sue quote di mercato non lascino intendere. La vendita di un libro dipende soprattutto dal passaparola (che è anche la ragione per cui gli autori vengono costretti a fare tour per il loro libro); compri un libro perché ne hai sentito parlare, perché altre persone l’hanno letto, perché è argomento di conversazione, perché è entrato nei best-sellers. E quello che Amazon possiede è il potere di uccidere questo passaparola. È definitivamente possibile, con un po’ di sforzo, acquistare un libro di cui hai sentito parlare anche se Amazon non lo vende, ma la probabilità che tu venga a scoprire del libro in primo luogo è molto bassa.

Quindi possiamo fidarci di Amazon, e credere che non sfrutterà questo potere? La disputa con Hachette ci ha dato una risposta: no, non possiamo.

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L’unica cosa interessante del keynote di ieri

Apple ha incluso nei nuovi iPad una SIM che non appartiene ad alcun operatore. Dalle impostazioni l’utente può selezionare a quale network abbinarla, senza dover andare in negozio a comprarne una specifica, legata a un singolo operatore. Al momento funzionerà solo negli Stati Uniti e Regno Unito, ma è un primo — e molto ben accolto — passo verso l’eliminazione delle SIM card. Immaginate di essere in vacanza all’estero e di potere, dal vostro iPad, stipulare un contratto di alcuni giorni per sfruttare internet — senza dovere sostituire alcuna SIM, e senza dovere andare in un negozio fisico.

La morte della SIM card significa più libertà per l’utente, che potrà facilmente passare da un operatore all’altro:

Apple’s unique place in the market gives it extraordinary power over carriers, which are notorious for being difficult to work with and, often, stuck in their ways. And with the Apple SIM, only a small number of carriers are on board so far: AT&T, T-Mobile, Sprint, and UK’s EE (Verizon, perhaps the most stubborn of them all, is missing). But, as with the introduction of the micro-SIM on the original iPad, this is a tell by Apple. It’s a warning that the next iPhone will be using reprogrammable SIMs — and if a carrier would like to offer that iPhone, it had better start getting ready. It’s easy to imagine that Apple could just eliminate the tray altogether, leaving uncooperative carriers on the sideline.

Il prossimo passo è inserire questa funzionalità nell’hardware senza dover passare da una schedina, e eliminare del tutto la SIM card.

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C’è così tanto spazio qua sopra

It’s an incredible thing, extreme elevation. It makes you feel both alone and unsurpassable.

Quella che segue è una traduzione di una parte di Drones and Everything After, un pezzo apparso sul New York Magazine dedicato ai droni.

Durante uno dei pomeriggi antecedenti al Labor Day mi trovavo in auto con Gene Robinson, diretti verso un campo deserto in Texas Hill Country per mettere in volo il suo drone. Robinson stava sistemando la macchina sul tetto del suo camion e connettendosi ad essa, per programmare il piano di volo e decidere il protocollo di lancio. Poi si è incamminato verso il centro del campo e ha lanciato il drone in aria. Fino a quando non ha raggiunto i 20 metri da terra, ha continuato a salire. Poi, una volta sistematosi nello spazio, si è stabilizzato e ha proseguito in una lunga, lenta salita verso i 120 metri d’altezza, abbastanza distante che non potevi più sentirlo.

Lo abbiamo perso di vista in fretta. Si udiva, distante, un rumore di un motore che sembrava avvicinarsi a noi. “Aviazione generale,” ha mormorato Robinson — un aeroplano, e si è guardato attorno per cercarlo. I piloti di un drone sanno che non devono mai ostruire la via a un aeroplano, dato che questa è una delle poche regole che la FAA ha stabilito. Ho chiesto a Robinson se fosse preoccupato. “Oh, no,” dice. Possiamo vederli entrambi adesso, il drone e l’aeroplano. “Siamo a 120 metri da terra,” mi spiega Robinson, puntano al drone. Poi ha puntato all’aeroplano. “È a più di 6.000 metri”.

Da terra, erano solamente due punteruoli sulla medesima lavagna; non sarei stato in grado di stabile quale dei due si trovasse più in alto. Uno dei disegni di Raptopoulos 1 mostra una superstrada per droni, una linea orizzontale a un centinaio di metri da terra, nella quale i droni possono viaggiare indisturbati dal traffico e dal caos sottostante. Ma poi ti rendi conto che c’è spazio per una dozzina di queste superstrade fra il drone di Robinson e l’aeroplano che gli stava viaggiando alcuni metri sopra. Magari anche più di una dozzina. C’è così tanto spazio qua sopra.

  1. CEO di una startup che sfrutta i droni per consegnare medicine in luoghi irraggiungibili da altri mezzi

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Sponsorship su Bicycle Mind

Se qualcuno avesse un prodotto, un’applicazione o più precisamente un qualcosa da oggi può presentarlo e proporlo ai meravigliosi e colti lettori di questo blog attraverso la sponsorship. Una sponsorship (esclusiva, della durata di una settimana) include un post dedicato e lo spazio pubblicitario subito sotto l’header.

Si legga di più in merito qua.

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La fotocamera dell’iPhone 6 in Islanda

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La fotocamera dell’iPhone 6 in Islanda

Austin Mann (di The Verge) è andato in Islanda con il nuovo iPhone 6. La sua recensione fotografica dedicata alla fotocamera del dispositivo è imperdibile. L’iPhone 6 scatta foto meravigliose, in condizioni (di luce) in cui persino una DSLR faticherebbe.

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Chi si prende cura delle emoji?

Unicode è il consorzio che promuove, aggiorna e cura il sistema di codifica che permette che le emoji funzionino in maniera identica su diversi dispositivi: che una faccina triste su un iPhone non diventi infelice su un altro smartphone. Cosa interessante: Unicode non si cura di come le emojii vengono visualizzate, ma solamente che rappresentino in qualche modo il concetto a cui fanno riferimento. Anche solo da questa piccola libertà possono sorgere problemi: ad esempio il cuore giallo di iOS viene visualizzato dagli utenti Android come uno spaventoso cuore peloso-

The New Republic:

According to Unicode’s website, before their standard system was developed, hundreds of different systems were used to assign code combinations to letters, numbers, and symbols in different alphabets, often with some overlap. By contrast, Unicode assigns a unique number to every character, so that it is guaranteed to be legible across platforms, programs, and languages. When Japanese cell phone carriers started making emoji available, different vendors used different codes for the same symbols (or the same code for different symbols). Unicode treated the symbols as, essentially, another language, and offered their services to the Japanese companies.

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Yo: cos’è, come funziona e a cosa serve (se serve a qualcosa)

Yo

Il mio primo impatto con Yo non era stato dei migliori. Ne scrissi brevemente in Giugno quando ricevette un investimento di 1 milione di dollari, con mia grande perplessità. Per chi non sa di cosa stia parlando: è un’applicazione per iOS che serve ad inviare ai propri amici uno Yo. Nient’altro: niente parole o informazioni di alcun genere contenute nel messaggio inviato. Che non è un messaggio, ma una notifica. Uno Yo. Per semplificare: pensate a una specie di poke.

Da quando è stata lanciata gli sviluppatori vi hanno aggiunto delle funzioni che la rendono (leggermente) più interessante. Non come mezzo di comunicazione con gli amici — a meno che non stipuliate in anticipo un qualche tacito patto del tipo “ti faccio uno YO quando sono sotto casa tua” — ma come sistema di notifiche.

Yo funziona così: l’interfaccia minimale, ma proprio molto minimale, vi mostra l’elenco dei vostri contatti iscritti al servizio. Sta tutta lì, in un elenco dei contatti. Tap sul nome di una persone e gli inviate l’inutile notifica, del tipo “YO from Philapple“. Con un tap prolungato invece (e questa è una delle nuove aggiunte) gli inviate l’URL che avete copiato negli appunti poco prima.  Yo — dato che non fa molto — funziona bene soprattutto da Pebble, per cui c’è un’applicazione specifica.

A farmi installare Yo sull’iPhone sono state le API, che permettono di integrarlo con vari servizi che lo rendono un pochettino utile. Ai servizi ci si iscrive semplicemente aggiungendoli fra gli amici, e inviandogli uno YO iniziale. Ad esempio: volete ricevere uno YO ogni volta che pubblico un post su questo blog? Inviate uno YO a BICYCLEMIND, e verrete soddisfatti. Una notifica per post. Niente titolo, ovviamente. Solo una notifica.

Anche IFTTT ha aggiunto un canale dedicato a Yo: inviate uno YO a IFTTT e potrete attivare una delle moltissime azioni a disposizione. Qui già diventa più interessante. Esempi? Inviando uno YO a IFTTT spegnete le luci della stanza. O in alternativa: per ogni YO inviato a IFTTT potete fare in modo che venga aggiunta una riga a un foglio elettronico su Google Docs, con data e ora: può servire a tenere traccia dei caffè che bevete.

Poi c’è YOSERVERISDOWN, che vi invia uno YO quando il server va giù, o Yotify, il mio preferito: per ricevere uno YO ogni volta che qualcuno vi manda soldi via PayPal o Stripe (ovvero, nel mio caso, ogni volta che vi iscrivete alla membership).

Ne trovate altri nello Yo Index, tutti servizi che offrono di inviarvi uno Yo, aka una notifica, quando succede qualcosa. E forse questa è la strada da seguire: un sistema per ricevere notifiche quando succede qualcosa, piuttosto che un modo per importunare gli amici.

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È arrivato il momento di aprire il WiFi

Nel suo più recente editoriale, Walt Mossberg ha sostenuto la necessità di liberare le reti WiFi permettendo finalmente a chiunque di utilizzarle. Immaginate di potere camminare per le strade di una città, con l’iPhone in grado di connettersi automaticamente a ogni rete che incontra, alleggerendo così la rete mobile (del cellulare) da possibili congestioni e facendo pieno uso delle reti private.

Fu Steve Jobs a discuterne con Mossberg:

His idea was to get as many wireless router makers as possible to build in a “guest network” option — essentially a second Wi-Fi network, securely walled off from the rest of the home network, and with its own name. Then, he hoped that the industry would encourage people to share their bandwidth with strangers via these guest networks. That way, a smartphone user could walk around, moving from one Wi-Fi hotspot to another, without logging in — much like people using cellular data move from one cell tower to another.

Il progetto ha dei limiti e problemi — di sicurezza o complessità, che però possono essere facilmente risolti. Molti utenti non creano una seconda rete per uso pubblico semplicemente perché toccare il modem è l’ultima cosa che desiderano fare: spesso intimoriti dalle impostazioni complicate o da possibili risultati catastrofici (= no internet).

Un’idea che in Europa aveva provato a promuovere Fon, un po’ di anni fa, distribuendo un modem economico che generava due reti WiFi: una per uso personale, privata, e una per uso pubblico. Non prese mai piedi in Italia (con rare eccezioni; io ad esempio ne comprai una), ed anzi da noi è persino illegale aprire a tutti la propria connessione. In Inghilterra invece — dove Fon è diventato popolare, appoggiandosi a BT (British Telecom) — chiunque abbia un contratto con British Telecom può sfruttare la rete privata di un’altra persona, senza costi e ovunque si trovi.

La proposta di Mossberg è simile, magari senza alcun contratto.

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Apple presenterà un orologio a Ottobre

Lo scrive John Paczkowski, una persona che solitamente ci azzecca. Si parla di un dispositivo indossabile che sfrutterà il nuovo HealthKit:

That’s the tentative launch date Apple has set for its first, long-in-the-offing foray into wearable devices. People familiar with Apple’s plans tell Code/red the company hopes to schedule a special event that month to show off the device, which is designed to make good use of the HealthKit health and fitness information-gathering app it recently showed off at WWDC.

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Cosa c’è di innovativo in FireChat

FireChat è una nuova applicazione per iPhone, a primo impatto non particolarmente interessante: serve a scambiare messaggi con le persone attorno a noi, indipendentemente dalla presenza o meno di una connessione alla rete. Lo scambio avviene via bluetooth, Wi-Fi o quello che viene definito “Wi-Fi peer-to-peer”.

L’applicazione sfrutta l’API “Multipeer Connectivity“, una tecnologia che Apple ha inserito in iOS 7 e che permette agli iPhone di collegarsi l’uno all’altro sfruttando il bluetooth o il Wi-Fi come alternativa a Internet. Lo scambio dei messaggi, nel caso di FireChat, avviene senza l’uso di alcuna connessione. Gli iPhone sono connessi direttamente fra loro, e sfruttando questa tecnologia sono in grado di creare una rete alternativa a quella centralizzata, non controllata da alcun operatore1:

L’applicazione verrà migliorata in modo che i dati possano raggiungere gli iPhone non direttamente connessi fra loro, attraverso degli iPhone intermedi a cui invece sono connessi. Questo approccio, conosciuto come mesh networking, sta alla base di diversi progetti che vogliono creare una rete a prova di disastro, o un sistema di comunicazione controllato dalla comunità.

I vantaggi di potersi connettere agli altri senza essere tecnicamente connessi alla rete? Wired ha ipotizzato degli scenari: siete in montagna e non avete alcun segnale: potreste sperare che l’iPhone di un passante con FireChat installato riceva il messaggio e lo ridistribuisca. O di nuovo, in quelle situazioni come festival, conferenze o disastri in cui le linee degli operatori sono normalmente intasate: sarebbe comunque possibile scambiarsi messaggi, foto, notizie creando una rete alternativa.

Gli stessi sviluppatori di FireChat lavorano anche su un altro progetto, Open Garden. È un’applicazione che sfrutta questa tecnologia per condividere la propria connessione alla rete. Mettiamo che vi trovate in un edificio privo Wi-Fi, all’interno del quale il vostro operatore non prende: l’iPhone sarebbe in grado di collegarsi a quello di una persona a voi vicina, che a sua volta si collega a un iPhone nelle vicinanze, e così via formando una catena di connessioni fino a quando non si allacciano a un iPhone dotato di Internet. Grazie a Open Garden, anche gli altri dispositivi che fanno parte di questa catena ora hanno accesso alla rete.

  1. I dati scambiati non potrebbero essere raccolti da alcun governo, non passando da uno snodo centrale

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Contro le cose lunghe

James Bennet:

When you don’t have to print words on pages and then bundle the pages together and stick postage stamps on the result, you slip some of the constraints that have enforced excellence (and provided polite excuses for editors to trim fat) since Johannes Gutenberg began printing books. You no longer have to make that agonizing choice of the best example from among three or four—you can freely use them all. More adjectives? Why not?

Più che contro il “longform journalism“, quello di James Bennet è un articolo contro il termine longform: perché pone l’enfasi sulla lunghezza del pezzo, invece che sulla profondità dello stesso. Conta quello, non il numero di parole1. Articoli chilometrici pieni di ridondanze, esempi e dettagli futili non appartengono al longform journalism, nonostante adottare tale terminologia possa far credere che sia così.

  1. Lo stesso si potrebbe dire dei podcast

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Una cosa un po’ deludente sul nuovo iPad Mini con Retina Display

Una cosa che non mi aspettavo, ma che dopo un mese d’uso continua a darmi (sempre più) fastidio. Sono rimasto davvero stupito quando ho notato che le tab di Safari non restano in memoria. È un problema che avevo avuto con l’iPad 1, ma che si manifestò un anno o più dopo l’acquisto — ovvero quando installai il nuovo iOS, che appunto lo rallentò leggermente. Non credevo Apple potesse tollerare che ciò succedesse con un modello nuovo. Invece gli va bene, e i nuovi iPad hanno un solo GB di RAM.

Come risultato, la navigazione su Internet ne risente e spesso è frustrante. Tornare alla prima tab dopo averne visitata un’altra significa di frequente aspettare che questa si ricarichi; averne aperte tante comporta che Safari si chiuda inaspettatamente. A volte, addirittura, — ma se non altro questo raramente — l’iPad si riavvia. Su iPad 1 succedeva in continuazione che io dovessi aspettare che le tab si ricaricassero, ed è ciò che più mi ha spinto un anno fa a smettere di utilizzarlo. Sui nuovi iPad succede di meno ma troppo spesso, di sicuro troppo spesso per essere dei nuovi modelli.

Ma soprattutto, se fa così adesso cosa succederà fra un anno?

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‘Metti via l’iPhone’

Robert McGinley, a commento della nuova pubblicità di Apple, “Misunderstood“:

Nella prima metà dello spot, un ragazzo è dipinto come asociale, assorbito in se stesso, persino maleducato per l’attenzione che dà al suo iPhone. Ma perché? Lo avremmo visto in una luce altrettanto negativa se l’avessimo colto a leggere una copia de “Il giovane Holden“, a scrivere nel suo diario, a disegnare o a suonare la chitarra? La cosa rivoluzionaria e magica dell’iPhone è che può diventare un libro, un diario, uno strumento musicale o una videocamera.

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Alt + Click

Dalla barra del menù di Mac OS, un alt + click sull’icona del WiFi rivela informazioni dettagliate sulla rete a cui si è connessi, un alt + click sull’icona del centro notifiche permette di disabilitare rapidamente la ricezione di notifiche, mentre un alt + click sull’icona del volume di selezionare i dispositivi di uscita e di ingresso. Ce ne sono molte altre di funzioni poco conosciute che il tasto alt permette di attivare, questo articolo di Lifehacker raccoglie le principali.

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L’iPad come unico device: perché anche no

L’esperimento è in voga da quando esiste l’iPad: costringersi, in modo piuttosto masochista, a rimpiazzare il computer con un iPad tentando di fare tutto con quest’ultimo. Non c’è uno scopo ben preciso dietro, è un esercizio fine a se stesso, dato che differenti device svolgono differenti compiti in modo ottimale. Un iPad può rimpiazzare l’80% delle cose che fa un computer, ma il restante 20% risulterà o impossibile o molto faticoso. Il che porta alle degenerazione che vediamo di questi tempi: workflow diabolici composti da decine di applicazioni concatenate fra loro per fare un mero copia e incolla, o dispositivi — i phablet — che non sono né smartphone né tablet ma una via di mezzo.

Matt Gemmel lo spiega meglio:

Usare un solo device non è liberatorio: è l’esatto opposto. Significa andare senza alcuna necessità contro a disagi e frizione, nonostante un’opzione migliore sia disponibile. L’unica misura valida per valutare il valore di una tecnologia è capire quale soluzione funziona meglio in un contesto. E la risposta varia da situazione a situazione.

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Fra il computer e l’iPod

J.K. Appleseed è tornato su McSweeneys con una raccolta di episodi assurdi avvenuti dentro un Apple Store. Appleseed è ovviamente un nome inventato, che un Genius si è scelto per potere raccontare in modo anonimo sulla rivista cosa significa lavorare dentro un Apple Store. Appleseed ha spiegato in un precedente articolo come spesso le richieste siano, diciamo, stravaganti, essendo Apple un’azienda che vende prodotti soprattutto alla massa, non solo a geek ed esperti:

Un cliente viene da me e appoggia il MacBook, un iPod e un cavo USB sul tavolo.

“Ho bisogno del tuo aiuto,” dice.

“Certo,” rispondo. “Come posso aiutarti?”

“Stavo copiando una canzone dal mio computer al mio iPod,” mi dice.

“Okay.”

“Ma non è mai arrivata a destinazione.”

“Vuoi che proviamo di nuovo?”

“Non possiamo, perché la canzone non è più sul computer.”

“Oh.”

“Ma non è neppure nel mio iPod.”

Mi porge il cavo USB e mi dice, “Deve essersi incastrata qui. Puoi tirarla fuori per me?”

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