In migliaia si sono già iscritti a ResearchKit

Bloomberg:

Stanford University researchers were stunned when they awoke Tuesday to find that 11,000 people had signed up for a cardiovascular study using Apple Inc.’s ResearchKit, less than 24 hours after the iPhone tool was introduced.

“To get 10,000 people enrolled in a medical study normally, it would take a year and 50 medical centers around the country,” said Alan Yeung, medical director of Stanford Cardiovascular Health. “That’s the power of the phone.”

Abbastanza fantastico, no?

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Cosa si può fare con un ‘force click’ ad oggi

Il trackpad Force Touch dei nuovi MacBook è più sensibile “al tocco”, essendo capace di rilevare il grado di pressione di un click. Ciò permette di associare ad un click con intensità maggiore (force click) un’azione specifica, diversa a seconda dell’applicazione.

Questi sono alcuni degli usi documentati da Apple:

  • Look Up. Un force click sopra una parola permette di visualizzare la definizione della stessa.
  • Contatti. Force click su un indirizzo per vederne la mappa.
  • Eventi. Sopra date e eventi per aggiungerli al calendario.
  • Anteprima dei link. Sopra i link nei messaggi e nelle email per vedere un’anteprima della pagina web.
  • Numeri di spedizione. Sopra i numeri di spedizione (nei messaggi e nelle email) per vederne lo stato e i dettagli.
  • Icona di un file. Apre Quick Look.
  • Nome di un file. Permette di cambiarlo.
  • QuickTime. Una pressione maggiore durante rewind/forward comporta una velocità maggiore.

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I MacBook d’ora in poi

I nuovi MacBook non hanno un connettore Magsafe, che ha frequentemente salvato il mio MacBook Air da possibili brutte cadute.

(È anche vero che questo MacBook probabilmente è pensato per essere utilizzato come un iPhone/iPad, portatile allo stesso livello — e raramente attaccato alla presa elettrica)

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‘Becoming Steve Jobs’

‘Becoming Steve Jobs’ è un nuovo libro sulla vita di Steve Jobs scritto da Brent Schlender (giornalista che ha avuto modo di intervistare Steve Jobs più volte per il Wall Street Journal e Fortune) e Rick Tetzeli.

John Gruber, che l’ha letto in anteprima, l’ha definito “remarkable”:

The book is smart, accurate, informative, insightful, and at times, utterly heartbreaking. Schlender and Tetzeli paint a vivid picture of Jobs the man, and also clearly understand the industry in which he worked. They also got an astonishing amount of cooperation from the people who knew Jobs best: colleagues past and present from Apple and Pixar — particularly Tim Cook — and his widow, Laurene Powell Jobs.

The book is an accurate, engaging retelling of the known history of Jobs’s life and career, but also contains a significant amount of new reporting. There are stories in this book that are going to be sensational.

Solo sulla base di questa recensione, vale la pena pre-ordinarne una copia per quando uscirà.

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iPhoto si butta via in primavera

Video

iPhoto si butta via in primavera

Si vede la fine, finalmente. Dopo essersi dimenticata per anni dell’esistenza di iPhoto, Apple è rinvenuta l’anno scorso ricordandosene improvvisamente. Annunciarono Photos, una nuova applicazione che ne avrebbe fatto le veci e l’avrebbe rimpiazzato (dato che oramai era troppo tardi per aggiustarlo — prova: apritelo, usatelo per cinque minuti).

Beh, in primavera potremo finalmente spostare iPhoto nel cestino: l’ha comunicato Apple sulla sua pagina dedicata a Photos. The Verge ha già provato il sostituto in anteprima, girando il video qua sopra in cui si nota lo scrolling veloce sulla libreria fotografica, senza intoppi, fluido dalla prima foto all’ultima — una cosa di cui iPhoto ci ha da tempo privati.

Anche la recensione di Macworld è molto positiva:

I’ve had very little time with Photos but my general impression is that it hits a sweet spot for the casual-to-enthusiastic iOS and digital camera shooter. Its navigation is more nimble and, from what I can tell, its performance is significantly improved over iPhoto’s, which I found sluggish with large image libraries. And, scaling back to the big picture, it’s the first of the old iLife apps that shares a common experience among the Mac, iOS devices, and iCloud. All your photos, your most recent edits, wherever you are. It’s an app worth looking forward to.

Spero risolva parte dei miei tormenti legati alla gestione delle foto dell’iPhone — una cosa che non faccio da tempo, quella di gestire e organizzare la mia libreria fotografica, dato che l’inusabilità e lo stato di abbandono di iPhoto mi hanno col tempo spinto a rinunciarvi.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

Black Mirror

Black Mirror è una serie tv di Charlie Brooker1, dedicata a esplorare l’impatto che la tecnologia odierna (smartphone, computer, social network, etc.) così come quella attualmente in sviluppo (AI), avranno sulle nostre vite.

Due cose che mi piacciono della serie. La prima: che ogni episodio esplora una degenerazione diversa, fra le tante possibili. Il terzo episodio, “The Entire History of You”, mostra l’impatto che una versione avanzata dei Google Glass potrebbe avere su relazioni e ricordi. Un chip, inserito direttamente nel cervello, è in grado di registrare tutto quello che ci succede: finiamo con il diventare ossessionati dai ricordi e col rivivere i momenti belli di continuo, nello stesso modo in cui oggi ricorriamo a Facebook. “The Waldo Moment”, l’ultimo episodio della prima serie, mostra un comico “proporsi” come politico, grazie a un panorama informativo dedicato più a intrattenere che informare (è meno futuristico, e con il Movimento 5 Stelle in Italia ci andiamo molto vicini). Ma se ne volete uno davvero terrificante “White Christmas“, lo speciale che Channel 4 (che ha commissionato la serie) ha mandato in onda a Natale, è quello da vedere.

La seconda ragione per cui Black Mirror funziona è che i device che i protagonisti usano per quanto diano luogo a scenari distopici e poco augurabili, sono anche molto belli. E sono belli sia nelle funzionalità (a volte) che, soprattutto, nel design. Sembrano oggetti che Apple avrebbe potuto disegnare, e in ciò si svela l’elemento più spaventoso di Black Mirror: il fatto che queste tecnologie — per quanto diano spazio a scenari e ipotesi terrificanti — si diffondano per scelta, non forzatamente. Vengano volentieri e spontaneamente adottate dai protagonisti degli episodi, grazie a un design minimalista e molto in linea con i gusti correnti che ci fa dimenticare, se non nasconde, i pericoli.

Scrive il New York Times:

To that end, the gadgets in “Black Mirror,” including the creepy memory-recording devices, look sleek enough to want, which is perhaps the show’s cleverest trick. It is impossible to watch the show and not idly fantasize about having access to some of the services and systems they use, even as you see them used in horrifying ways. (You might not feel this way about, say, “The Terminator.”) Most television shows and movies can’t even correctly portray the standard interfaces that we use to browse the Web, send a text message or make a voice call, let alone design them in a desirable way.

“Black Mirror” resonates because the show manages to exhibit caution about the role of technology without diminishing its importance and novelty, functioning as a twisted View-Master of many different future universes where things have strayed horribly off-course. (This is an advantage it has over the movies: a blockbuster must settle on one convincing outcome and stick with it.)

  1. Il cui Wipe annuale è appuntamento imperdibile a capodanno

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iOS 8: richiedi sito per desktop

Una degli esperimenti più assurdi nel tentativo di monetizzare un quotidiano l’ha fatto il Corriere della Sera, che da anni ha deciso che se il suo sito lo navighi da mobile allora lo devi pagare — il sito, non un’applicazione con qualche aggiunta o navigazione migliore, il sito che da desktop è gratis da mobile lo paghi: assurdo, appunto.

iOS 8 ha aggiunto a Safari una nuova e da tempo desiderata funzione: tappando la barra degli indirizzi e con uno swipe verso il basso viene rivelato un menù che offre, fra le altre cose, di “richiedere il sito per desktop”. Ovvero far sì che quei siti che da mobile hanno deciso di offrire un’esperienza di navigazione totalmente diversa e stravolta dalla loro controparte del desktop, vengano visualizzati normalmente — come da desktop, appunto. In alcuni casi ci evita un template orribile, o l’assenza di informazioni essenziali, in quello del Corriere un paywall bizzarro.

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28 Ottobre 2014

Giorno in cui il sottoscritto nolentemente viola uno dei suoi precetti e decide di applicare una cover all’iPhone, nello specifico quella nera in silicone prodotta da Apple stessa. La cover aggiunge uno spessore notevole, più di quanto non si sospetterebbe, e ha il tipico a malapena accettabile costo (35 euro) degli accessori Apple.

Tale atto empio e deprecabile, da sempre contestato (a testimonianza rimando a un articolo del 2011), che cela l’elegante design dell’iPhone — che a questo punto per quel che mi concerne poteva essere rosa e illuminare nel buio dato che mai lo vedrò — è stato reso necessario dal design dell’oggetto in questione. Date le dimensioni esagerate risulta una sofferenza da tenere in una mano sola, ma soprattutto — di nuovo: saranno le dimensioni, saranno i bordi arrotondati, o sarò io — risulta estremamente scivoloso. La cover fornisce quell’attrito necessario, e fino all’iPhone 5S offerto di default dal design dell’iPhone stesso, affinché il device non si proietti verso il suolo e la mia presa su di esso risulti efficace. (La cosa peggiore, aggiungo, è che oramai mi sono abituato allo schermo dell’iPhone 6: quando vedo un iPhone 5S mi dà l’impressione di essere estremamente piccolo, nonostante contemporaneamente provi frustrazione ogni volta che uso il 6 in movimento.)

Design è come funziona — ci ha detto più volte Apple. Non è solo l’estetica appagante di un oggetto, ma quanto usabile risulta. Se per farlo funzionare devo ricorrere a due mani e aggiungerci una cover allora, ne deduco, potrebbe funzionare meglio.

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Perché dovresti fare una donazione a Wikipedia

Più volte nel corso dell’anno, una visita a Wikipedia comporta la visione del faccione di Jimmy Wales, che da un banner in alto alla pagina ci scruta, un po’ tristemente, cercando di convincerci a una donazione che aiuti a coprire i costi necessari a tenere in piedi Wikipedia (alcuni anni fa lo adottai per promuovere la membership)

Non ci convince. È probabile che la maggior parte di noi abbia sempre ignorato la richiesta. È probabile che forse pensiamo che dovremmo, e lo vogliamo fare, ma possiamo sempre farlo il prossimo anno. Emily Dreifus, su Wired, racconta di come le abbia anzi sempre fatto provare una sorta di irrazionale fastidio — lo stesso che proviamo ogni volta che qualcosa su internet si rivela non essere gratuita.

I saw co-founder Jimmy Wales’ face staring at me from the top of every. Single. Article. It was 2011. Jesus, I thought. Enough! I get it! You need money! Stop following me to articles about the island of Socotra or the demographics of Idaho! I don’t need your hungry eyes glaring at me as I’m reading up on 17th century body snatchers!

“Give me money, Emily,” Wales begged, “then go back to researching Beyonce lyrics.”

“Excuse me, Jimmy,” I wanted to say, “I don’t appreciate being watched as I read about how her song “Baby Boy” includes a lyrical interpolation of “No Fear” by O.G.C.”

Later, Wikipedia replaced Wales with other employees of the Wikimedia Foundation, which maintains Wikipedia with grants and donations. They moved me about as much as Wales did, which is to say not at all.

Fino a quando non ci ha riflettuto, sul valore che Wikipedia ha per il suo lavoro di giornalista, e per il numero di volte a cui vi ricorre al giorno per i suoi interessi privati, e ha finito col sottoscrivere una donazione mensile di 6 dollari al mese. Un donazione che probabilmente dovremmo fare tutti, ma appunto: la faremo. Più in seguito.

Trovo più efficace, o comunque molto valida, la proposta di Kottke di trattare Wikipedia come una spesa di lavoro — un po’ come paghiamo l’hosting, o l’accesso a internet. Più che da parte di blogger e giornalisti singoli, da parte di entità come il New York Times, Wired, Il Post, Repubblica o il Corriere della Sera. Tutte, sicuramente, vi si affidano ogni giorno:

I consider it a subscription fee to an indispensable and irreplaceable resource I use dozens of times weekly while producing kottke.org. It’s a business expense. […] Even $500/month is a drop in the bucket compared to your monthly animated GIF hosting bill and I know your writers use Wikipedia as much as I do. Come on, grab that company credit card and subscribe.

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Cose da fare subito dopo l’aggiornamento a OS X Yosemite

Sono in ritardo ad installare OS X Yosemite, che a parte cose orribili come un’icona del volume con bordi neri, e l’ancora peggiore constatazione che aprendo un link a un’immagine in Safari, questo me la centra in mezzo alla finestra, sembra funzionare sul mio MacBook Air. Funziona, con le dovute modifiche:

  • Preferenze di Sistema > Accessibilità > Riduci trasparenza, per rimuovere l’effetto LSD, traslucido e brillante
  • Preferenze di Sistema > Mission Control, per sovrapporre (come facevamo ai bei tempi di Tiger) la dashboard al desktop, invece di averla in uno spazio dedicato
  • Preferenze di Sistema > Suono > Effetti, per riattivare l’effetto sonoro del cambio del volume (altrimenti muto)

Per il resto, l’elenco di novità, trucchi e dettagli su Yosemite stilato da Macstories è probabilmente il pezzo più utile che ho letto per ambientarmi. La mia funzione preferita è la possibilità di rinominare contemporaneamente più elementi del Finder (con regole):

A batch renaming option has been added to the Finder in Yosemite: if you need to rename multiple files at once, select them, then choose “Rename [x] Items…” from the contextual menu. This will open a modal dialog with three options to batch rename files: Replace Text, Add Text, and Format. The first two are rather self-explanatory: one replaces a string of text found in the filename and the other can append or prepend text to the filename. Format is more advanced, as it lets you pick a format name with index, date, or counter to be placed before or after the filename with an option for a custom format as well.

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Il monopsonio di Amazon non va bene

L’ha scritto Paul Krugman (e sì, spiega anche cosa significa monopsonio):

Fino ad oggi Amazon non ha provato a sfruttare i suoi clienti. Al contrario, ha sistematicamente tenuto i prezzi bassi, per rafforzare il suo dominio. Quello che ha fatto, invece, è usare il suo potere di mercato per controllare gli editori, riuscendo ad abbassare il prezzo che deve pagare per i libri — da qui la causa con Hachette. Per utilizzare un gergo economico, Amazon non è, o se non altro non lo è stata fino ad ora, un monopolio, un venditore dominante con il potere di alzare i prezzi. Al contrario, si comporta come un monopsonio, un compratore dominante con il potere di abbassare i prezzi.

E su quel fronte il suo potere è davvero immenso — di fatto, è anche più ampio di quanto le sue quote di mercato non lascino intendere. La vendita di un libro dipende soprattutto dal passaparola (che è anche la ragione per cui gli autori vengono costretti a fare tour per il loro libro); compri un libro perché ne hai sentito parlare, perché altre persone l’hanno letto, perché è argomento di conversazione, perché è entrato nei best-sellers. E quello che Amazon possiede è il potere di uccidere questo passaparola. È definitivamente possibile, con un po’ di sforzo, acquistare un libro di cui hai sentito parlare anche se Amazon non lo vende, ma la probabilità che tu venga a scoprire del libro in primo luogo è molto bassa.

Quindi possiamo fidarci di Amazon, e credere che non sfrutterà questo potere? La disputa con Hachette ci ha dato una risposta: no, non possiamo.

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L’unica cosa interessante del keynote di ieri

Apple ha incluso nei nuovi iPad una SIM che non appartiene ad alcun operatore. Dalle impostazioni l’utente può selezionare a quale network abbinarla, senza dover andare in negozio a comprarne una specifica, legata a un singolo operatore. Al momento funzionerà solo negli Stati Uniti e Regno Unito, ma è un primo — e molto ben accolto — passo verso l’eliminazione delle SIM card. Immaginate di essere in vacanza all’estero e di potere, dal vostro iPad, stipulare un contratto di alcuni giorni per sfruttare internet — senza dovere sostituire alcuna SIM, e senza dovere andare in un negozio fisico.

La morte della SIM card significa più libertà per l’utente, che potrà facilmente passare da un operatore all’altro:

Apple’s unique place in the market gives it extraordinary power over carriers, which are notorious for being difficult to work with and, often, stuck in their ways. And with the Apple SIM, only a small number of carriers are on board so far: AT&T, T-Mobile, Sprint, and UK’s EE (Verizon, perhaps the most stubborn of them all, is missing). But, as with the introduction of the micro-SIM on the original iPad, this is a tell by Apple. It’s a warning that the next iPhone will be using reprogrammable SIMs — and if a carrier would like to offer that iPhone, it had better start getting ready. It’s easy to imagine that Apple could just eliminate the tray altogether, leaving uncooperative carriers on the sideline.

Il prossimo passo è inserire questa funzionalità nell’hardware senza dover passare da una schedina, e eliminare del tutto la SIM card.

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C’è così tanto spazio qua sopra

It’s an incredible thing, extreme elevation. It makes you feel both alone and unsurpassable.

Quella che segue è una traduzione di una parte di Drones and Everything After, un pezzo apparso sul New York Magazine dedicato ai droni.

Durante uno dei pomeriggi antecedenti al Labor Day mi trovavo in auto con Gene Robinson, diretti verso un campo deserto in Texas Hill Country per mettere in volo il suo drone. Robinson stava sistemando la macchina sul tetto del suo camion e connettendosi ad essa, per programmare il piano di volo e decidere il protocollo di lancio. Poi si è incamminato verso il centro del campo e ha lanciato il drone in aria. Fino a quando non ha raggiunto i 20 metri da terra, ha continuato a salire. Poi, una volta sistematosi nello spazio, si è stabilizzato e ha proseguito in una lunga, lenta salita verso i 120 metri d’altezza, abbastanza distante che non potevi più sentirlo.

Lo abbiamo perso di vista in fretta. Si udiva, distante, un rumore di un motore che sembrava avvicinarsi a noi. “Aviazione generale,” ha mormorato Robinson — un aeroplano, e si è guardato attorno per cercarlo. I piloti di un drone sanno che non devono mai ostruire la via a un aeroplano, dato che questa è una delle poche regole che la FAA ha stabilito. Ho chiesto a Robinson se fosse preoccupato. “Oh, no,” dice. Possiamo vederli entrambi adesso, il drone e l’aeroplano. “Siamo a 120 metri da terra,” mi spiega Robinson, puntano al drone. Poi ha puntato all’aeroplano. “È a più di 6.000 metri”.

Da terra, erano solamente due punteruoli sulla medesima lavagna; non sarei stato in grado di stabile quale dei due si trovasse più in alto. Uno dei disegni di Raptopoulos 1 mostra una superstrada per droni, una linea orizzontale a un centinaio di metri da terra, nella quale i droni possono viaggiare indisturbati dal traffico e dal caos sottostante. Ma poi ti rendi conto che c’è spazio per una dozzina di queste superstrade fra il drone di Robinson e l’aeroplano che gli stava viaggiando alcuni metri sopra. Magari anche più di una dozzina. C’è così tanto spazio qua sopra.

  1. CEO di una startup che sfrutta i droni per consegnare medicine in luoghi irraggiungibili da altri mezzi

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Sponsorship su Bicycle Mind

Se qualcuno avesse un prodotto, un’applicazione o più precisamente un qualcosa da oggi può presentarlo e proporlo ai meravigliosi e colti lettori di questo blog attraverso la sponsorship. Una sponsorship (esclusiva, della durata di una settimana) include un post dedicato e lo spazio pubblicitario subito sotto l’header.

Si legga di più in merito qua.

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La fotocamera dell’iPhone 6 in Islanda

Immagine

La fotocamera dell’iPhone 6 in Islanda

Austin Mann (di The Verge) è andato in Islanda con il nuovo iPhone 6. La sua recensione fotografica dedicata alla fotocamera del dispositivo è imperdibile. L’iPhone 6 scatta foto meravigliose, in condizioni (di luce) in cui persino una DSLR faticherebbe.

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Chi si prende cura delle emoji?

Unicode è il consorzio che promuove, aggiorna e cura il sistema di codifica che permette che le emoji funzionino in maniera identica su diversi dispositivi: che una faccina triste su un iPhone non diventi infelice su un altro smartphone. Cosa interessante: Unicode non si cura di come le emojii vengono visualizzate, ma solamente che rappresentino in qualche modo il concetto a cui fanno riferimento. Anche solo da questa piccola libertà possono sorgere problemi: ad esempio il cuore giallo di iOS viene visualizzato dagli utenti Android come uno spaventoso cuore peloso-

The New Republic:

According to Unicode’s website, before their standard system was developed, hundreds of different systems were used to assign code combinations to letters, numbers, and symbols in different alphabets, often with some overlap. By contrast, Unicode assigns a unique number to every character, so that it is guaranteed to be legible across platforms, programs, and languages. When Japanese cell phone carriers started making emoji available, different vendors used different codes for the same symbols (or the same code for different symbols). Unicode treated the symbols as, essentially, another language, and offered their services to the Japanese companies.

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Yo: cos’è, come funziona e a cosa serve (se serve a qualcosa)

Yo

Il mio primo impatto con Yo non era stato dei migliori. Ne scrissi brevemente in Giugno quando ricevette un investimento di 1 milione di dollari, con mia grande perplessità. Per chi non sa di cosa stia parlando: è un’applicazione per iOS che serve ad inviare ai propri amici uno Yo. Nient’altro: niente parole o informazioni di alcun genere contenute nel messaggio inviato. Che non è un messaggio, ma una notifica. Uno Yo. Per semplificare: pensate a una specie di poke.

Da quando è stata lanciata gli sviluppatori vi hanno aggiunto delle funzioni che la rendono (leggermente) più interessante. Non come mezzo di comunicazione con gli amici — a meno che non stipuliate in anticipo un qualche tacito patto del tipo “ti faccio uno YO quando sono sotto casa tua” — ma come sistema di notifiche.

Yo funziona così: l’interfaccia minimale, ma proprio molto minimale, vi mostra l’elenco dei vostri contatti iscritti al servizio. Sta tutta lì, in un elenco dei contatti. Tap sul nome di una persone e gli inviate l’inutile notifica, del tipo “YO from Philapple“. Con un tap prolungato invece (e questa è una delle nuove aggiunte) gli inviate l’URL che avete copiato negli appunti poco prima.  Yo — dato che non fa molto — funziona bene soprattutto da Pebble, per cui c’è un’applicazione specifica.

A farmi installare Yo sull’iPhone sono state le API, che permettono di integrarlo con vari servizi che lo rendono un pochettino utile. Ai servizi ci si iscrive semplicemente aggiungendoli fra gli amici, e inviandogli uno YO iniziale. Ad esempio: volete ricevere uno YO ogni volta che pubblico un post su questo blog? Inviate uno YO a BICYCLEMIND, e verrete soddisfatti. Una notifica per post. Niente titolo, ovviamente. Solo una notifica.

Anche IFTTT ha aggiunto un canale dedicato a Yo: inviate uno YO a IFTTT e potrete attivare una delle moltissime azioni a disposizione. Qui già diventa più interessante. Esempi? Inviando uno YO a IFTTT spegnete le luci della stanza. O in alternativa: per ogni YO inviato a IFTTT potete fare in modo che venga aggiunta una riga a un foglio elettronico su Google Docs, con data e ora: può servire a tenere traccia dei caffè che bevete.

Poi c’è YOSERVERISDOWN, che vi invia uno YO quando il server va giù, o Yotify, il mio preferito: per ricevere uno YO ogni volta che qualcuno vi manda soldi via PayPal o Stripe (ovvero, nel mio caso, ogni volta che vi iscrivete alla membership).

Ne trovate altri nello Yo Index, tutti servizi che offrono di inviarvi uno Yo, aka una notifica, quando succede qualcosa. E forse questa è la strada da seguire: un sistema per ricevere notifiche quando succede qualcosa, piuttosto che un modo per importunare gli amici.

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È arrivato il momento di aprire il WiFi

Nel suo più recente editoriale, Walt Mossberg ha sostenuto la necessità di liberare le reti WiFi permettendo finalmente a chiunque di utilizzarle. Immaginate di potere camminare per le strade di una città, con l’iPhone in grado di connettersi automaticamente a ogni rete che incontra, alleggerendo così la rete mobile (del cellulare) da possibili congestioni e facendo pieno uso delle reti private.

Fu Steve Jobs a discuterne con Mossberg:

His idea was to get as many wireless router makers as possible to build in a “guest network” option — essentially a second Wi-Fi network, securely walled off from the rest of the home network, and with its own name. Then, he hoped that the industry would encourage people to share their bandwidth with strangers via these guest networks. That way, a smartphone user could walk around, moving from one Wi-Fi hotspot to another, without logging in — much like people using cellular data move from one cell tower to another.

Il progetto ha dei limiti e problemi — di sicurezza o complessità, che però possono essere facilmente risolti. Molti utenti non creano una seconda rete per uso pubblico semplicemente perché toccare il modem è l’ultima cosa che desiderano fare: spesso intimoriti dalle impostazioni complicate o da possibili risultati catastrofici (= no internet).

Un’idea che in Europa aveva provato a promuovere Fon, un po’ di anni fa, distribuendo un modem economico che generava due reti WiFi: una per uso personale, privata, e una per uso pubblico. Non prese mai piedi in Italia (con rare eccezioni; io ad esempio ne comprai una), ed anzi da noi è persino illegale aprire a tutti la propria connessione. In Inghilterra invece — dove Fon è diventato popolare, appoggiandosi a BT (British Telecom) — chiunque abbia un contratto con British Telecom può sfruttare la rete privata di un’altra persona, senza costi e ovunque si trovi.

La proposta di Mossberg è simile, magari senza alcun contratto.

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Apple presenterà un orologio a Ottobre

Lo scrive John Paczkowski, una persona che solitamente ci azzecca. Si parla di un dispositivo indossabile che sfrutterà il nuovo HealthKit:

That’s the tentative launch date Apple has set for its first, long-in-the-offing foray into wearable devices. People familiar with Apple’s plans tell Code/red the company hopes to schedule a special event that month to show off the device, which is designed to make good use of the HealthKit health and fitness information-gathering app it recently showed off at WWDC.

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Cosa c’è di innovativo in FireChat

FireChat è una nuova applicazione per iPhone, a primo impatto non particolarmente interessante: serve a scambiare messaggi con le persone attorno a noi, indipendentemente dalla presenza o meno di una connessione alla rete. Lo scambio avviene via bluetooth, Wi-Fi o quello che viene definito “Wi-Fi peer-to-peer”.

L’applicazione sfrutta l’API “Multipeer Connectivity“, una tecnologia che Apple ha inserito in iOS 7 e che permette agli iPhone di collegarsi l’uno all’altro sfruttando il bluetooth o il Wi-Fi come alternativa a Internet. Lo scambio dei messaggi, nel caso di FireChat, avviene senza l’uso di alcuna connessione. Gli iPhone sono connessi direttamente fra loro, e sfruttando questa tecnologia sono in grado di creare una rete alternativa a quella centralizzata, non controllata da alcun operatore1:

L’applicazione verrà migliorata in modo che i dati possano raggiungere gli iPhone non direttamente connessi fra loro, attraverso degli iPhone intermedi a cui invece sono connessi. Questo approccio, conosciuto come mesh networking, sta alla base di diversi progetti che vogliono creare una rete a prova di disastro, o un sistema di comunicazione controllato dalla comunità.

I vantaggi di potersi connettere agli altri senza essere tecnicamente connessi alla rete? Wired ha ipotizzato degli scenari: siete in montagna e non avete alcun segnale: potreste sperare che l’iPhone di un passante con FireChat installato riceva il messaggio e lo ridistribuisca. O di nuovo, in quelle situazioni come festival, conferenze o disastri in cui le linee degli operatori sono normalmente intasate: sarebbe comunque possibile scambiarsi messaggi, foto, notizie creando una rete alternativa.

Gli stessi sviluppatori di FireChat lavorano anche su un altro progetto, Open Garden. È un’applicazione che sfrutta questa tecnologia per condividere la propria connessione alla rete. Mettiamo che vi trovate in un edificio privo Wi-Fi, all’interno del quale il vostro operatore non prende: l’iPhone sarebbe in grado di collegarsi a quello di una persona a voi vicina, che a sua volta si collega a un iPhone nelle vicinanze, e così via formando una catena di connessioni fino a quando non si allacciano a un iPhone dotato di Internet. Grazie a Open Garden, anche gli altri dispositivi che fanno parte di questa catena ora hanno accesso alla rete.

  1. I dati scambiati non potrebbero essere raccolti da alcun governo, non passando da uno snodo centrale

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