Sponsorship su Bicycle Mind

Se qualcuno avesse un prodotto, un’applicazione o più precisamente un qualcosa da oggi può presentarlo e proporlo ai meravigliosi e colti lettori di questo blog attraverso la sponsorship. Una sponsorship (esclusiva, della durata di una settimana) include un post dedicato e lo spazio pubblicitario subito sotto l’header.

Si legga di più in merito qua.

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La fotocamera dell’iPhone 6 in Islanda

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Austin Mann (di The Verge) è andato in Islanda con il nuovo iPhone 6. La sua recensione fotografica dedicata alla fotocamera del dispositivo è imperdibile. L’iPhone 6 scatta foto meravigliose, in condizioni (di luce) in cui persino una DSLR faticherebbe.

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Chi si prende cura delle emoji?

Unicode è il consorzio che promuove, aggiorna e cura il sistema di codifica che permette che le emoji funzionino in maniera identica su diversi dispositivi: che una faccina triste su un iPhone non diventi infelice su un altro smartphone. Cosa interessante: Unicode non si cura di come le emojii vengono visualizzate, ma solamente che rappresentino in qualche modo il concetto a cui fanno riferimento. Anche solo da questa piccola libertà possono sorgere problemi: ad esempio il cuore giallo di iOS viene visualizzato dagli utenti Android come uno spaventoso cuore peloso-

The New Republic:

According to Unicode’s website, before their standard system was developed, hundreds of different systems were used to assign code combinations to letters, numbers, and symbols in different alphabets, often with some overlap. By contrast, Unicode assigns a unique number to every character, so that it is guaranteed to be legible across platforms, programs, and languages. When Japanese cell phone carriers started making emoji available, different vendors used different codes for the same symbols (or the same code for different symbols). Unicode treated the symbols as, essentially, another language, and offered their services to the Japanese companies.

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Yo: cos’è, come funziona e a cosa serve (se serve a qualcosa)

Yo

Il mio primo impatto con Yo non era stato dei migliori. Ne scrissi brevemente in Giugno quando ricevette un investimento di 1 milione di dollari, con mia grande perplessità. Per chi non sa di cosa stia parlando: è un’applicazione per iOS che serve ad inviare ai propri amici uno Yo. Nient’altro: niente parole o informazioni di alcun genere contenute nel messaggio inviato. Che non è un messaggio, ma una notifica. Uno Yo. Per semplificare: pensate a una specie di poke.

Da quando è stata lanciata gli sviluppatori vi hanno aggiunto delle funzioni che la rendono (leggermente) più interessante. Non come mezzo di comunicazione con gli amici — a meno che non stipuliate in anticipo un qualche tacito patto del tipo “ti faccio uno YO quando sono sotto casa tua” — ma come sistema di notifiche.

Yo funziona così: l’interfaccia minimale, ma proprio molto minimale, vi mostra l’elenco dei vostri contatti iscritti al servizio. Sta tutta lì, in un elenco dei contatti. Tap sul nome di una persone e gli inviate l’inutile notifica, del tipo “YO from Philapple“. Con un tap prolungato invece (e questa è una delle nuove aggiunte) gli inviate l’URL che avete copiato negli appunti poco prima.  Yo — dato che non fa molto — funziona bene soprattutto da Pebble, per cui c’è un’applicazione specifica.

A farmi installare Yo sull’iPhone sono state le API, che permettono di integrarlo con vari servizi che lo rendono un pochettino utile. Ai servizi ci si iscrive semplicemente aggiungendoli fra gli amici, e inviandogli uno YO iniziale. Ad esempio: volete ricevere uno YO ogni volta che pubblico un post su questo blog? Inviate uno YO a BICYCLEMIND, e verrete soddisfatti. Una notifica per post. Niente titolo, ovviamente. Solo una notifica.

Anche IFTTT ha aggiunto un canale dedicato a Yo: inviate uno YO a IFTTT e potrete attivare una delle moltissime azioni a disposizione. Qui già diventa più interessante. Esempi? Inviando uno YO a IFTTT spegnete le luci della stanza. O in alternativa: per ogni YO inviato a IFTTT potete fare in modo che venga aggiunta una riga a un foglio elettronico su Google Docs, con data e ora: può servire a tenere traccia dei caffè che bevete.

Poi c’è YOSERVERISDOWN, che vi invia uno YO quando il server va giù, o Yotify, il mio preferito: per ricevere uno YO ogni volta che qualcuno vi manda soldi via PayPal o Stripe (ovvero, nel mio caso, ogni volta che vi iscrivete alla membership).

Ne trovate altri nello Yo Index, tutti servizi che offrono di inviarvi uno Yo, aka una notifica, quando succede qualcosa. E forse questa è la strada da seguire: un sistema per ricevere notifiche quando succede qualcosa, piuttosto che un modo per importunare gli amici.

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È arrivato il momento di aprire il WiFi

Nel suo più recente editoriale, Walt Mossberg ha sostenuto la necessità di liberare le reti WiFi permettendo finalmente a chiunque di utilizzarle. Immaginate di potere camminare per le strade di una città, con l’iPhone in grado di connettersi automaticamente a ogni rete che incontra, alleggerendo così la rete mobile (del cellulare) da possibili congestioni e facendo pieno uso delle reti private.

Fu Steve Jobs a discuterne con Mossberg:

His idea was to get as many wireless router makers as possible to build in a “guest network” option — essentially a second Wi-Fi network, securely walled off from the rest of the home network, and with its own name. Then, he hoped that the industry would encourage people to share their bandwidth with strangers via these guest networks. That way, a smartphone user could walk around, moving from one Wi-Fi hotspot to another, without logging in — much like people using cellular data move from one cell tower to another.

Il progetto ha dei limiti e problemi — di sicurezza o complessità, che però possono essere facilmente risolti. Molti utenti non creano una seconda rete per uso pubblico semplicemente perché toccare il modem è l’ultima cosa che desiderano fare: spesso intimoriti dalle impostazioni complicate o da possibili risultati catastrofici (= no internet).

Un’idea che in Europa aveva provato a promuovere Fon, un po’ di anni fa, distribuendo un modem economico che generava due reti WiFi: una per uso personale, privata, e una per uso pubblico. Non prese mai piedi in Italia (con rare eccezioni; io ad esempio ne comprai una), ed anzi da noi è persino illegale aprire a tutti la propria connessione. In Inghilterra invece — dove Fon è diventato popolare, appoggiandosi a BT (British Telecom) — chiunque abbia un contratto con British Telecom può sfruttare la rete privata di un’altra persona, senza costi e ovunque si trovi.

La proposta di Mossberg è simile, magari senza alcun contratto.

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Apple presenterà un orologio a Ottobre

Lo scrive John Paczkowski, una persona che solitamente ci azzecca. Si parla di un dispositivo indossabile che sfrutterà il nuovo HealthKit:

That’s the tentative launch date Apple has set for its first, long-in-the-offing foray into wearable devices. People familiar with Apple’s plans tell Code/red the company hopes to schedule a special event that month to show off the device, which is designed to make good use of the HealthKit health and fitness information-gathering app it recently showed off at WWDC.

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Cosa c’è di innovativo in FireChat

FireChat è una nuova applicazione per iPhone, a primo impatto non particolarmente interessante: serve a scambiare messaggi con le persone attorno a noi, indipendentemente dalla presenza o meno di una connessione alla rete. Lo scambio avviene via bluetooth, Wi-Fi o quello che viene definito “Wi-Fi peer-to-peer”.

L’applicazione sfrutta l’API “Multipeer Connectivity“, una tecnologia che Apple ha inserito in iOS 7 e che permette agli iPhone di collegarsi l’uno all’altro sfruttando il bluetooth o il Wi-Fi come alternativa a Internet. Lo scambio dei messaggi, nel caso di FireChat, avviene senza l’uso di alcuna connessione. Gli iPhone sono connessi direttamente fra loro, e sfruttando questa tecnologia sono in grado di creare una rete alternativa a quella centralizzata, non controllata da alcun operatore1:

L’applicazione verrà migliorata in modo che i dati possano raggiungere gli iPhone non direttamente connessi fra loro, attraverso degli iPhone intermedi a cui invece sono connessi. Questo approccio, conosciuto come mesh networking, sta alla base di diversi progetti che vogliono creare una rete a prova di disastro, o un sistema di comunicazione controllato dalla comunità.

I vantaggi di potersi connettere agli altri senza essere tecnicamente connessi alla rete? Wired ha ipotizzato degli scenari: siete in montagna e non avete alcun segnale: potreste sperare che l’iPhone di un passante con FireChat installato riceva il messaggio e lo ridistribuisca. O di nuovo, in quelle situazioni come festival, conferenze o disastri in cui le linee degli operatori sono normalmente intasate: sarebbe comunque possibile scambiarsi messaggi, foto, notizie creando una rete alternativa.

Gli stessi sviluppatori di FireChat lavorano anche su un altro progetto, Open Garden. È un’applicazione che sfrutta questa tecnologia per condividere la propria connessione alla rete. Mettiamo che vi trovate in un edificio privo Wi-Fi, all’interno del quale il vostro operatore non prende: l’iPhone sarebbe in grado di collegarsi a quello di una persona a voi vicina, che a sua volta si collega a un iPhone nelle vicinanze, e così via formando una catena di connessioni fino a quando non si allacciano a un iPhone dotato di Internet. Grazie a Open Garden, anche gli altri dispositivi che fanno parte di questa catena ora hanno accesso alla rete.

  1. I dati scambiati non potrebbero essere raccolti da alcun governo, non passando da uno snodo centrale

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Contro le cose lunghe

James Bennet:

When you don’t have to print words on pages and then bundle the pages together and stick postage stamps on the result, you slip some of the constraints that have enforced excellence (and provided polite excuses for editors to trim fat) since Johannes Gutenberg began printing books. You no longer have to make that agonizing choice of the best example from among three or four—you can freely use them all. More adjectives? Why not?

Più che contro il “longform journalism“, quello di James Bennet è un articolo contro il termine longform: perché pone l’enfasi sulla lunghezza del pezzo, invece che sulla profondità dello stesso. Conta quello, non il numero di parole1. Articoli chilometrici pieni di ridondanze, esempi e dettagli futili non appartengono al longform journalism, nonostante adottare tale terminologia possa far credere che sia così.

  1. Lo stesso si potrebbe dire dei podcast

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Una cosa un po’ deludente sul nuovo iPad Mini con Retina Display

Una cosa che non mi aspettavo, ma che dopo un mese d’uso continua a darmi (sempre più) fastidio. Sono rimasto davvero stupito quando ho notato che le tab di Safari non restano in memoria. È un problema che avevo avuto con l’iPad 1, ma che si manifestò un anno o più dopo l’acquisto — ovvero quando installai il nuovo iOS, che appunto lo rallentò leggermente. Non credevo Apple potesse tollerare che ciò succedesse con un modello nuovo. Invece gli va bene, e i nuovi iPad hanno un solo GB di RAM.

Come risultato, la navigazione su Internet ne risente e spesso è frustrante. Tornare alla prima tab dopo averne visitata un’altra significa di frequente aspettare che questa si ricarichi; averne aperte tante comporta che Safari si chiuda inaspettatamente. A volte, addirittura, — ma se non altro questo raramente — l’iPad si riavvia. Su iPad 1 succedeva in continuazione che io dovessi aspettare che le tab si ricaricassero, ed è ciò che più mi ha spinto un anno fa a smettere di utilizzarlo. Sui nuovi iPad succede di meno ma troppo spesso, di sicuro troppo spesso per essere dei nuovi modelli.

Ma soprattutto, se fa così adesso cosa succederà fra un anno?

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‘Metti via l’iPhone’

Robert McGinley, a commento della nuova pubblicità di Apple, “Misunderstood“:

Nella prima metà dello spot, un ragazzo è dipinto come asociale, assorbito in se stesso, persino maleducato per l’attenzione che dà al suo iPhone. Ma perché? Lo avremmo visto in una luce altrettanto negativa se l’avessimo colto a leggere una copia de “Il giovane Holden“, a scrivere nel suo diario, a disegnare o a suonare la chitarra? La cosa rivoluzionaria e magica dell’iPhone è che può diventare un libro, un diario, uno strumento musicale o una videocamera.

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Alt + Click

Dalla barra del menù di Mac OS, un alt + click sull’icona del WiFi rivela informazioni dettagliate sulla rete a cui si è connessi, un alt + click sull’icona del centro notifiche permette di disabilitare rapidamente la ricezione di notifiche, mentre un alt + click sull’icona del volume di selezionare i dispositivi di uscita e di ingresso. Ce ne sono molte altre di funzioni poco conosciute che il tasto alt permette di attivare, questo articolo di Lifehacker raccoglie le principali.

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L’iPad come unico device: perché anche no

L’esperimento è in voga da quando esiste l’iPad: costringersi, in modo piuttosto masochista, a rimpiazzare il computer con un iPad tentando di fare tutto con quest’ultimo. Non c’è uno scopo ben preciso dietro, è un esercizio fine a se stesso, dato che differenti device svolgono differenti compiti in modo ottimale. Un iPad può rimpiazzare l’80% delle cose che fa un computer, ma il restante 20% risulterà o impossibile o molto faticoso. Il che porta alle degenerazione che vediamo di questi tempi: workflow diabolici composti da decine di applicazioni concatenate fra loro per fare un mero copia e incolla, o dispositivi — i phablet — che non sono né smartphone né tablet ma una via di mezzo.

Matt Gemmel lo spiega meglio:

Usare un solo device non è liberatorio: è l’esatto opposto. Significa andare senza alcuna necessità contro a disagi e frizione, nonostante un’opzione migliore sia disponibile. L’unica misura valida per valutare il valore di una tecnologia è capire quale soluzione funziona meglio in un contesto. E la risposta varia da situazione a situazione.

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Fra il computer e l’iPod

J.K. Appleseed è tornato su McSweeneys con una raccolta di episodi assurdi avvenuti dentro un Apple Store. Appleseed è ovviamente un nome inventato, che un Genius si è scelto per potere raccontare in modo anonimo sulla rivista cosa significa lavorare dentro un Apple Store. Appleseed ha spiegato in un precedente articolo come spesso le richieste siano, diciamo, stravaganti, essendo Apple un’azienda che vende prodotti soprattutto alla massa, non solo a geek ed esperti:

Un cliente viene da me e appoggia il MacBook, un iPod e un cavo USB sul tavolo.

“Ho bisogno del tuo aiuto,” dice.

“Certo,” rispondo. “Come posso aiutarti?”

“Stavo copiando una canzone dal mio computer al mio iPod,” mi dice.

“Okay.”

“Ma non è mai arrivata a destinazione.”

“Vuoi che proviamo di nuovo?”

“Non possiamo, perché la canzone non è più sul computer.”

“Oh.”

“Ma non è neppure nel mio iPod.”

Mi porge il cavo USB e mi dice, “Deve essersi incastrata qui. Puoi tirarla fuori per me?”

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La grafica rinnovata di Bicycle Mind

Era da più di un anno che non mettevo mano al template del blog. Nell’ultimo mese, nei momenti liberi, ho modificato alcune cose. Il risultato è quello che vedete ora. Riassumendo:

  • Tipografia migliorata, o almeno spero.
  • Più leggero.
  • Header migliorato, con logo rubato senza permesso da una vecchia pubblicità di Apple.
  • Nuove icone, di Silvia Gatta.
  • La parte responsiva va di gran lunga perfezionata, ma se siete abituati a leggermi da uno schermo di 30” ora dovreste avere meno problemi.
  • Pubblicità!

L’ultimo punto probabilmente non sarà fonte di giubilio, ma penso che la soluzione adottata non sia troppo invasiva. Va ancora sviluppata, nel senso che al momento ci sono solo link sponsorizzati verso Amazon (o a ciò che decido io), ma in futuro quello spazio si potrebbe riservare per una forma di sponsorship (che molti blog americani hanno). La membership continua ad esistere (le due cose non sono in conflitto), e anzi continuo a ripetervi e a sostenere che se volete sentirvi in pace col mondo abbonarsi è la soluzione più breve per risolvere ogni vostro problema.

Se notate degli errori per favore scrivetemi (anche via twitter).

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Le applicazioni per iOS 7 sono migliori delle precedenti?

Una buona domanda posta da Ellis Hamburger su The Verge. Come poi spiega più avanti nell’articolo la risposta è sì: il passaggio da iOS 6 ad iOS 7 non dovrebbe consistere solamente nello spennellare l’applicazione di bianco, cambiargli il font e nell’eliminare texture e riflessi, ma nello sfruttare appieno le animazioni offerte dall’OS — l’effetto parallasse — che permettono di dare all’applicazione una profondità:

It all starts with creating the illusion of direct manipulation,” says Jeremy Olson. “It’s the idea of performing functions in real time by directly manipulating objects on the screen, rather than tapping a button in one place and seeing the result in another,” he says. Swiping to scroll, pinching to zoom, and dragging and dropping objects are all examples of this. Apple has always focused on responsive interactions within iOS, but has given the philosophy an even greater role in iOS 7, where apps spring forth from inside their icons and pages within apps can be swept aside when you want to go back.

Nick Heer, nella sua lunga e accurata descrizione di iOS 7:

With the removal of most shadows and hints of lighting, Apple turned to two methods to show depth: translucent planes, and parallax animation. These are both important to each other; neither one alone would create a convincing illusion of depth. [...] iOS 7 simply isn’t tailored to a static experience; it only feels complete when it’s given a sprinkling of motion.

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Recensione dello scanner per smartphone di pellicole da 35mm prodotto da Lomography

Mi riferisco a questo affare qua venduto da Lomography la cui realizzazione venne finanziata grazie a Kickstarter e dovrebbe permettervi di portare in digitale, partendo dai negativi, pellicole di 35mm utilizzando lo smartphone per la scannerizzazione.

Bello è bello. Affascinante, aspetto retrò, e pure comodo se funzionasse. E funziona? No.

Dicono la qualità — che uno si aspetta comunque non essere eccelsa, essendo un prodotto da 50 euro — dipenda dalla qualità della fotocamera dello smartphone posseduto, essendo questo nel mio caso un iPhone 5 decreto con estrema certezza, dopo numerosi e del tutto infruttuosi tentativi che: a.) la qualità è inaccettabile, b.) l’applicazione per iOS fa un pessimo lavoro di inversione/aggiustamento dei colori1 c.) le foto scannerizzate avranno una vaga somiglianza con gli originali.

In conclusione, il verdetto: non compratelo. L’ho rispedito indietro due giorni dopo.

  1. E il risultato con qualsiasi altra applicazione, sia per Mac che per iPhone, rimane insoddisfacente

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Un video in slow motion girato con l’iPhone 5S

Video: Un video in slow motion girato con l’iPhone 5S

Abbastanza impressionante, direi.

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Gli errori in iOS 7

Sloppy UI è un tumblr che raccoglie ed elenca tutte le situazioni in cui la UI di iOS 7 si comporta in modo bizzarro. Molti degli errori sono tipografici.

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Prima e dopo iOS 7

Una raccolta di screenshot prima e dopo iOS 7, che rivela come cambiano le applicazioni con l’arrivo del nuovo OS. Generalmente, sono meno brutte ma anche più simili fra loro.

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La tecnologia è nulla senza usabilità

Prendendo l’NFC come esempio, Max Uggeri difende l’iPhone 5S e le scelte di Apple basate sull’idea che “la tecnologia sia nulla senza usabilità”. C’è differenza fra il progettare un telefono pensando a come questo verrà utilizzato — e selezionare tecnologia e funzioni di conseguenza — e il riempirlo di feature che magari si rivelano scomode da usare, poco usabili e piuttosto inutili, ma fanno sembrare il produttore un gran figo:

L’NFC in sostanza – sottostando al limite tecnologico della prossimità – ha come vantaggio il fatto che invece di tirar fuori il portafoglio, tiro fuori il telefono. Non male, vero? E per rendere possibile questa meraviglia devo necessariamente ricordarmi un PIN, una password, procurarmi un telefono NFC ready, devo avere fatto un accordo con un operatore telefonico che mi fornisce una SIM abilitata e sperare che abbia un’accordo con la mia banca, altrimenti o cambio operatore o cambio banca. Sfatiamo poi la bufala che puoi girare senza portafoglio perché – come con le carte di credito – i documenti te li chiedono uguale, e i conti sono presto fatti.

Qualcosa stride, un po’ come il frigorifero intelligente che ti dice quando ti scade la roba e ti manda i messaggi, che è fighissimo ma non ci pensano che quando arrivi a casa con 6 borse della spesa (che si stanno pure per rompere perché fatte di quel maledetto di materiale tanto puzzolente quanto ecologico) l’ultima cosa che ti passa per la testa è di far leggere i codici a barre del latte al frigorifero. Insomma, stiamo parlando di concept inutili, direi quasi raffazzonati, che servono solo a far vedere quanto è bello il produttore di telefoni, l’operatore e la banca di turno che fanno “innovazione” mettendo insieme male cose trite e ritrite.

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