Google penalizzerà i siti con banner giganti

Google Webmaster Central:

After November 1, mobile web pages that show an app install interstitial that hides a significant amount of content on the transition from the search result page will no longer be considered mobile-friendly. This does not affect other types of interstitials. As an alternative to app install interstitials, browsers provide ways to promote an app that are more user-friendly.

Ottimo. Fra questo e gli imminenti content blockers speriamo il messaggio arrivi chiaro.

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WalkCar

Alcuni giorni fa notavo, con invidia, dall’alto del bus, un tizio spostarsi con leggiadria per il marciapiede su un monorover — una specie di Segway meno ingombrante, un affare con due rotelle, elettrico, che si autobilancia (qua la divertente recensione di Casey Nestat). Una cosa bellissima, perché mi avrebbe potuto evitare il bus, lento e imbottigliato nel traffico.

Ieri ha fatto la comparsa un aggeggio anche più bello e portatile, WalkCar, che ricorda il retro di un MacBook1. Immaginate di avere nella tracolla oltre il MacBook un altro MacBook, che vi porta da punto A a B comodamente, standogli sopra in piedi.

Riporta Reuters:

The lightweight aluminum board is stronger than it looks, and can take loads of up to 120kg (265 pounds). It reaches top speeds of 10 kilometers per hour (6.2 miles per hour), for distances of up to 12 kilometers (7.4 miles) after three hours of charging.

Its developer says it’s also extremely simple to ride. Once the rider stands on it the WalkCar starts automatically, while simply stepping off stops the vehicle. To change direction, the user just shifts their weight.

Per favore, facciamo che invece di puntare il dito e deridere chi usa questi oggetti tutti quanti li ammiriamo e decidiamo che sono fantastici, perché lo sono. E perché, suvvia, chi non vorrebbe essere il tizio della gif.

  1. Arriverà su Kickstarter in autunno

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Come utilizzare il font di sistema nel proprio sito

Se ne era fatto accenno, ma l’altro ieri la possibilità è stata ufficialmente documentata sul blog di WebKit. È possibile utilizzare il font di sistema di iOS e Mac OS (quindi San Francisco) specificandola nel proprio CSS semplicemente con font-family: -apple-system.

È in corso una discussione al W3C per standardizzare la proprietà, ed eventualmente sarà possibile specificarla semplicemente con system. È persino possibile specificare direttamente degli stili, ovvero una determinata dimensione e pesantezza dei caratteri, con queste proprietà:

font: -apple-system-body
font: -apple-system-headline
font: -apple-system-subheadline
font: -apple-system-caption1
font: -apple-system-caption2
font: -apple-system-footnote
font: -apple-system-short-body
font: -apple-system-short-headline
font: -apple-system-short-subheadline
font: -apple-system-short-caption1
font: -apple-system-short-footnote
font: -apple-system-tall-body

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Evita iTunes

Apple Music è una di quelle cose che ho evitato, dato che con Spotify comunque mi trovo abbastanza bene. Più passa il tempo più spuntano recensioni in rete e più io sono lieto di non averlo attivato: Dalrymple, che si era iscritto, l’ha abbandonato pochi giorni fa descrivendolo come un incubo; molta della sua musica è andata persa nel passaggio alla cloud, e il servizio si è dimostrato inaffidabile e confuso. Come lavorano assieme iTunes, Apple Music e iTunes Match? Perché Apple non ha semplicemente unificato tutto quanto?

iTunes andrebbe, molto semplicemente, accantonato. Qualsiasi cosa abbia a che fare con esso è per me, per esperienze passate, inaffidabile, incasinata e poco piacevole da usare.

Scrive Marco Arment, che è di parere simile:

The iTunes Store back-end is a toxic hellstew of unreliability. Everything that touches the iTunes Store has a spotty record for me and almost every Mac owner I know. […] iTunes is the definition of cruft and technical debt. […]

iTunes’ UI design is horrible for similar reasons: not because it has bad designers, but because they’ve been given an impossible task: cramming waytoo much functionality into a single app while also making it look “clean”.

iTunes is designed by the Junk Drawer Method: when enough cruft has built up that somebody tells the team to redesign it, while also adding and heavily promoting these great new features in the UI that are really important to the company’s other interests and are absolutely non-negotiable, the only thing they can really do is hide all of the old complexity in new places.

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Come vanno le vendite dell’orologio

Tim Cook, durante la conferenza sui risultati del terzo trimestre fiscale di Apple:

Sales of the Watch did exceed our expectations and they did so despite supply still trailing demand at the end of the quarter.

And to give you a little additional insight, through the end of the quarter, in fact, the Apple Watch sell-through was higher than the comparable launch periods of the original iPhone or the original iPad.

Non sappiamo quanti Apple Watch siano stati venduti, ma a meno che Tim non menta (cosa che sarebbe piuttosto grave) possiamo già dire che i fiumi di parole scritti nei giorni passati da analisti e giornalisti sul nuovo flop di Apple sono andati sprecati.

L’Apple Watch, nelle prime nove settimane, ha venduto più di quanto l’iPhone e l’iPad non avessero fatto nel medesimo periodo. La prima iterazione di un prodotto Apple — il primo iPhone, il primo iPad, il primo MacBook Air, il primo, nuovo, MacBook — viene sempre derisa: è inutile, troppo costosa e non offre abbastanza vantaggi rispetto al “vecchio”. L’Apple Watch rispetta questo copione.

Non mi aspettavo vendite stellari dell’orologio — con questo modello Apple piuttosto getta le fondamenta di quello che potrebbe diventare un ottimo business — ma pare stia andando piuttosto bene. In risposta a chi supponeva che le vendite si fossero abbassate dopo la settimana di lancio, Tim Cook:

On the Watch, our June sales were higher than April or May. I realize that’s very different than some of what’s being written, but June sales were the highest. The Watch had a more of a back-ended kind of skewing.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

I suggerimenti di Apple da non seguire nel disegnare un’applicazione

Generalmente, è una buona idea seguire le indicazioni che Apple fornisce nelle iOS Human Interface Guidelines nel disegnare la propria applicazione — le iOS Human Interface Guidelines sono delle linee guida e suggerimenti che Apple dà agli sviluppatori per creare un’applicazione che sia usabile e che rispetti i principi di design dietro ad iOS.

Tuttavia, il Nielsen Norman Group ha individuato quattro suggerimenti che sarebbe meglio non rispettare:

  • Apple utilizza dei puntini per indicare il numero di pagine disponibili e invitare l’utente a fare swipe fra gli elementi (sono in uso nell’Home Screen, in basso, poco sopra il dock). Nei test di usabilità questi puntini risultano poco visibili e spesso non rendono affatto evidente che l’applicazione è formata da più schermate.
  • Apple suggerisce di posizionare il bottone submit dei form in alto a destra, nella barra di navigazione. In realtà posizionato così rompe il normale “flow” visivo della pagina, dato che generalmente ci si aspetterebbe di trovarlo in fondo a un form.
  • Da evitare: l’icona “più” (+), che viene utilizzata per scopi diversi in contesti diversi così che l’utente non sa mai cosa attendersi. Non è per nulla chiara e per questo è meglio ridurne l’uso il più possibile.
  • Da evitare: l’icona per spostare gli elementi di una lista, che è identica all‘icona “hamburger” che viene usata per espandere un menù. Da evitare non solo per quest’ultima ragione, ma anche perché è superflua: l’utente si aspetta che il drag & drop funzioni direttamente sull’elemento, di potere dunque intervenire direttamente su di esso, non che gli tocchi andare a premere un’icona specifica per spostarlo.

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Indietro, senza affaticarsi

Ho installato la beta di iOS 9 sull’iPhone. Ha molti difetti, essendo una beta, e a meno che non siate affetti da neomania vi conviene attendere — nel mio caso all’apertura di un’applicazione c’è uno spazio fra la barra in alto e l’applicazione stessa, che sparisce nel giro di un secondo ma è molto urtante da vedere.

Dopo alcuni giorni d’uso posso dire però qual è la cosa che più apprezzo: il bottone indietro. Appare quando un’applicazione vi spinge in un’altra applicazione; ad esempio, quando aprite un link di Mail e finite all’improvviso in Safari. Fino ad iOS 8 per tornare indietro, all’app iniziale, toccava ricorrere a un continuo doppio tap del bottone Home (il che rendeva lo spostarsi da un’app all’altra abbastanza faticoso), con iOS 9 nella seconda applicazione appare invece un piccolo bottone in alto a sinistra che permette di tornare, subito, indietro appunto.

Questo bottone è l’aggiunta che fino ad ora ha avuto maggior impatto sul mio uso di iOS. Comporta una riduzione drastica del continuo doppio tap del tasto Home — e dita meno stanche.

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Apple cattura il 92% dei profitti del mercato degli smartphone

Apple vende meno del 20% del totale degli smartphone venduti, ma nonostante ciò cattura il 92% dei profitti (lo scorso anno la percentuale si attestava al 65%, una crescita non di poco!). Samsung, per paragone, ne cattura il 15%. Questo significa anche che qualsiasi altro produttore si ritrova con un margine di guadagno basso se non inesistente (alcuni produttori, come HTC e Microsoft, riportano perdite).

Wall Street Journal:

Neil Mawston, executive director at market researcher Strategy Analytics, said many Android vendors are stuck between low-cost, high-volume brands such as China’s Xiaomi Corp. and Apple’s premium smartphones. […]

Microsoft and Xiaomi aim to profit after phones are sold, through paid app downloads, phone accessories or other add-ons. Samsung also makes money from making components that go into its phones, as well as those of rivals.

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Il problema non è Safari, ma la mancanza di scelta su iOS

Recentemente diversi sviluppatori web si sono lamentati dello stato di Safari — e della lenta adozione di tecnologie web che altri browser (come Chrome) sono più celeri nel supportare. Il problema, suggerisce Kenneth Auchenberg, si fa più accentuato perché Apple ancora non permette, nel 2015, di impostare un browser diverso da Safari su iOS — né esiste un’alternativa, dato che Chrome su iOS non è davvero Chrome: è sempre Safari, ma con una UI diversa.

Ciò costringe l’intera piattaforma a rimanere ferma allo stato del web che Apple ritiene soddisfacente:

It’s limiting the browser-vendor competition on Apple’s iOS platfrom, as Apple are the only one allowed to innovate within the browser engine. […]

It’s creates a big overhead for web developers as they forced to cater for mobile Safari’s slow update cycle, with hacks and workarounds for bugs and issues, that are fixed in other browsers. This is where the “new IE” reasoning has it’s roots.

La cosa è ridicola e sinceramente questa imposizione di stock apps (client di posta, anche) sarebbe ora che finisse.

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L’Apple Watch è un telecomando

Luca Sofri:

Mi chiedo spesso come fu quando arrivò il telecomando della tv: mi ricordo il primo che vidi, lo si incastrava in una specie di alloggiamento del televisore dei miei nonni, quando non era usato. Era grosso e pesante, più largo che lungo, con sedici tasti colorati per sedici canali. Ma non mi ricordo bene la percezione del cambiamento, probabilmente si accompagnò alla crescita del numero dei canali visibili. Prima c’erano pochi canali da cambiare, non si faceva zapping, e ci si alzava poco per andare a premere il tasto sul televisore (un CGE, a casa mia). Poi non ci si alzò più, e non ci siamo ancora alzati. […]

Watch è il telecomando, non il televisore. Dopo poche ore che lo usi e non hai mai dovuto estrarre iPhone della tasca – né in alcuni casi premere o toccare niente – per leggere i messaggi arrivati, vedere che prossimi impegni hai, rispondere al telefono e telefonare, cambiare canzoni in cuffia, comunicare su Skype, e altre cose ancora, capisci che quello che è arrivato è il telecomando del televisore, come quella volta là.

Trovo il paragone molto calzante, seppur considererei l’Apple Watch il telecomando non dell’iPhone ma del mondo circostante. Come ha notoriamente detto Marc Andreessen, software is eating the world, e affinché ciò avvenga è necessario un modello d’interazione immediato con il software (sì, più immediato di uno smartphone, per quanto già comodo).

L’Apple Watch, un wearable, abilita questa possibilità. Quello che per me Watch è — sarà, una volta che il suo potenziale sarà ben chiaro — è un telecomando per il famoso internet delle cose di cui si parla da anni. Perché un mondo connesso alla rete funzioni — mi riferisco a lampadine WiFi, e cose più utili — ci serve un dispositivo che ne permetta un’interazione immediata. Credo HomeKit e Apple Pay rivelino che Apple stessa abbia intenzione di puntare verso quella direzione.

(Sono in fermento per la prossima settimana, quando potrò salire e scendere dai bus, e entrare in metropolitana, con l’oggetto. Quello per me è già un esempio di ciò di cui parlo sopra.)

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Pioverà fra mezz’ora?

Facendone poco uso, in generale trovo le applicazioni per il meteo piuttosto noiose. Dark Sky però è un’eccezione: invece di dirmi che tempo farà domani — cosa che mi serve relativamente poco, durante la settimana — mi avvisa su che tempo farà fra mezz’ora, o dieci minuti. Se ci sono dei cambiamenti repentini, vento forte improvviso o pioggia, mi avvisa.

Purtroppo in Italia non funziona, ma dove funziona (in UK) è fantastica. Già da tempo mi invia notifiche poco prima che inizi a piovere, così che se sto per uscire di casa so cosa mi attende — e se sono in giro posso correre ai ripari. L’applicazione in sé la apro raramente, ma le notifiche mi sono tornate utili più di una volta.

Uno degli intenti della nuova versione di Dark Sky, la 5, è proprio quello di tenere gli utenti fuori dall’applicazione quando non necessario — dando maggiore importanza alle notifiche:

A big goal of this update is not only to make the app significantly better, but also to limit how often you actually need to open it up: The ability to schedule daily summaries automatically delivered to your phone and create your own custom weather alerts means you can stay on top of the weather without having to constantly check the app.

Dark Sky utilizza Forecast.io per le previsioni, che io ho trovato molto accurato. Forecast è stato creato dagli sviluppatori stessi di Dark Sky, aggregando dati sul meteo da fonti differenti.

La nuova versione dell’applicazione prova anche a migliorare la qualità dei dati invitando gli utenti a segnalare errori ma soprattutto sfruttando (è opt-in) il barometro presente negli iPhone 6. Se si accetta, è possibile lasciare che Dark Sky registri e invii a Forecast.io la pressione atmosferica a intervalli regolari. Non lo sapevo, ma a quanto pare quel dato da solo potrebbe “rivoluzionare” le previsioni del tempo su piccola scala, riuscendo a fornire dati precisi e validi per ciò che viene chiamato nowcasting. Ovvero, appunto, previsioni del tempo su piccola scala, sia temporale che geografica:

Because they offer the chance to get a extraordinary density of pressure observations, which provides the potential to describe small scale atmospheric structures. Structures we need to knwo about if we are to predict key weather features like strong thunderstorms. […]

So why would these pressure sensors be a boon for weather prediction?  Because the numerical weather prediction is now going to smaller and smaller scales, and meteorologist are trying to do much better in predicting  what will happen during the next few hours (called Nowcasting).

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Cosa sognano le macchine

Google si è chiesta cosa vedano le sue macchine — quelle che a cui ha insegnato a riconoscere e analizzare le foto. Simulando una rete neurale, ha provato a dare una risposta a questa domanda (è tutto ben spiegato nel loro post).

Queste reti non devono solamente riconoscere un’immagine, ma possono anche generarne di nuove. Si sono quindi chiesti cosa una macchina veda, partendo da un’immagine (delle nuvole, ad esempio) fornita a caso — quali oggetti riconosca, e cosa enfatizzi.

Scrivono:

This creates a feedback loop: if a cloud looks a little bit like a bird, the network will make it look more like a bird. This in turn will make the network recognize the bird even more strongly on the next pass and so forth, until a highly detailed bird appears, seemingly out of nowhere.

Ovvero, questa è una delle tante cose che è le macchine hanno immaginato:

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Come Apple pubblicizzò il primo personal computer

Fotografie e video dal 1977, quando era necessario spiegare cosa fosse un personal computer e perché fosse utile. Scrive l’Atlantic, in merito al marketing dietro all’Apple II:

Here was a machine you could set up in moments, even if the ad’s opening lines might sound like a daunting amount of work to the iPhone generation: “Clear the kitchen table. Bring in the color TV. Plug in your new Apple II, and connect any standard cassette recorder. Now you’re ready for an evening of discovery.”

The idea of clearing off the kitchen table had strangely recurred in the computer market for years prior.

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Il prossimo Apple Watch (speriamo sia lontano)

Circolano già rumors sul prossimo Apple Watch. Mark Gurman, su 9to5mac, dice che potrebbe avere una fotocamera frontale (per videochiamate via FaceTime) ed essere più indipendente dall’iPhone — ad esempio riuscendosi a collegare direttamente al WiFi. La seconda cosa sarebbe bellissima, la prima del tutto superflua.

Al di la di questo — ho ricevuto il mio meno di una settimana fa, e chi ha voglia di parlare di rumors del prossimo Apple Watch quando il primo ancora non è in vendita in molti Apple Store? — l’unico rumors interessante è quello relativo alla data di lancio. Si parla di 2016, e quasi quasi spero si vada a metà 2016 se non oltre.

Il ciclo annuale di ricambio dei nostri device non è sostenibile per ogni prodotto. Ha senso per l’iPhone, contesterei che abbia senso per l’iPad, ma sono quasi convinto non abbia senso per un wearable. L’Apple Watch non vuole proporsi come mero gadget, la tecnologia interna è solo parte della motivazione dietro l’acquisto: componente altrettanto fondamentale è lo stile, il design; in altre parole l’orologio in quanto tale.

Apple vende l’Apple Watch paragonandolo agli orologi tradizionali, e offrendo modelli costosissimi. Se vuole che questa strategia abbia successo deve anche, a parer mio, staccarsi dal ciclo annuale di aggiornamenti — spesso un obbligo, più che una necessità. Per riuscire a proporre l’Apple Watch come un orologio deve anche riuscire a renderlo più duraturo del tempo. Non dico che non debba diventare obsoleto, ma che per lo meno non lo diventi nel giro di un anno.

Un aggiornamento all’OS, come quello in arrivo in autunno, potrebbe essere più che sufficiente, un buon modo per accontentare gli scontenti. Per l’Apple Watch con FaceTime invece possiamo aspettare.

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‘Ho letto tutti i termini di servizio e voglio morire’

Alex Hern si è letto per il Guardian tutti i termini di servizio dei servizi che usa. Ha deciso che per una settimana avrebbe dovuto, prima di utilizzare uno fra i tanti servizi a cui è già iscritto, leggersi il contratto che al momento dell’iscrizione aveva ignorato. Significa che di prima mattina, appena acceso l’iPhone, ha dovuto leggersi pagine e pagine di condizioni da rispettare — scoprendo che la semplicità tipica di Apple non si ritrova nei suoi documenti legali (che anzi non sono neppure aggiornati: quello di iOS contiene tuttora un riferimento a Google Maps). Poco dopo ha dovuto utilizzare Gmail: contrariamente a quel che si potrebbe pensare, quelli di Google sono invece piuttosto semplici e scritti in un inglese chiaro da capire.

Il problema, comunque, è secondo Hern la differente forza contrattuale fra le due parti in causa, l’utente e l’azienda. Il primo, anche leggendosi tutte le condizioni e prestando attenzione a ogni clausola, non può comunque che o accettare o rifiutare l’intero documento:

The problem is that reading the terms and conditions simply doesn’t help. Sure, you find out how pitifully small your rights are compared to those that even a medium-sized company will reserve when you use its product. But the issue isn’t just one of obscurity: it’s also a problem with the power relationship. With no negotiating power, it ends up being mostly depressing reading.

Finding out that Sony can brick my console at will if they decide I haven’t downloaded the software update quickly enough doesn’t give me any power to fight back. I can’t offer them £50 extra for a console that doesn’t come with that clause, nor can I jump ship to a competitor with better terms – because one doesn’t exist.

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Di cosa hai paura?

Secondo Benedict Evans, il tema al centro dei due recenti eventi di Apple e Google, il WWDC e il Google I/O, rivelerebbe anche il timore principale di entrambe le aziende. Il Google I/O è stato dedicato più che altro a mostrare cosa Google può fare con la mole di dati che raccoglie, e come i suoi algoritmi possano estrarre “intelligenza” da questi; il WWDC  è stato focalizzato su App Search, iBeacons, e altri kit di sviluppo che aiutano gli sviluppatori.

Mentre per Google il timore principale è quello, un giorno, di perdere “l’intelligenza” che distingue il suo motore di ricerca e gli altri servizi che fornisce, per Apple è quello che gli sviluppatori se ne vadano e di poter perdere, come un tempo, il vantaggio sull’App Store:

For Apple, I’d suggest the fear is that the developers leave. This is what happened in the 90s and it was a key part of the company’s near-death experience (and arguably Apple only survived because the web made the lack of Mac apps matter less as a reason to buy a computer). Once developers start leaving you’re in a vicious circle that’s very hard to reverse (this is where Windows Phone is now). Today the iOS ecosystem is smaller than Android in absolute users and downloads, but has 7-800m live device, which is three times the size of the PC install base in 1995, and twice as much app store revenue per user as Google Play. More importantly, perhaps, the users are highly concentrated in key locations – Chase isn’t going to abandon its iPhone app because there are 500m Android users in China. So right now the ecosystem looks sustainable, but that could change. Developers can leave. That’s Apple’s existential fear.

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L’intervista di John Gruber a Phil Schiller

Da un paio d’anni mi sono lentamente sempre più disaffezionato ai keynote di Apple. Li seguo, sto attento a tutto quel che succede, spesso mi entusiasmo per i contenuti (i prodotti presentati o features discusse), ma ne apprezzo sempre meno l’esecuzione: il modo in cui il tutto è presentato, abbastanza sofferente da seguire per l’alto numero di battute (ma sono necessarie? A quale pro? Che Apple è un’azienda divertente?) e per i toni eccessivamente eccitati (tutto è grandioso, ogni update — anche il più stupido — ha bisogno di essere preceduto da un “fantastico” per essere descritto); entrambe cose che mi rendono il keynote meno umano e più costruito.

Per questo, l’intervista di John Gruber a Phil Schiller è una ventata d’aria fresca. Gruber è riuscito a intervistare, per un episodio del suo podcast (The Talk Show), Phil Schiller, il quale si è reso disponibile a rispondere a qualsiasi domanda Gruber desiderasse. Gli ha chiesto perché vendano ancora iPhone da 16GB (pare per convincerci ad utilizzare iCloud!), cosa ne pensa — e se crede esista — sul declino della qualità del software Apple e quando vale la pena compromettere la sottigliezza di un device a favore della batteria. Schiller ha risposto in maniera onesta, genuina, e dimostrando di leggere e ascoltare molte delle voci che discutono e parlano di Apple online.

Come scrive Marco Arment (una delle voci che Schiller ha menzionato):

Apple is just people. Their usual communication style makes that hard to see and easy to forget.

Phil’s appearance on the show was warm, genuine, informative, and entertaining.

It was human.

And humanizing the company and its decisions, especially to developers — remember, developer relations is all under Phil — might be worth the PR risk.

L’episodio è online. Guardatelo, è molto meglio del keynote di lunedì.

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Le notizie, dopo il web

Il futuro delle notizie sembra essere quello di vivere dentro canali tematici, distribuite su diverse piattaforme. Se così fosse i siti, e le testate stesse, perderebbero ulteriore importanza come destinazione e le piattaforme, sociali e non, diventerebbero i nuovi intermediari.

Questa è la strada suggerita da BuzzFeed, che dallo scorso Agosto ha una nuova divisione di venti persone, BuzzFeed Distributed, che si occupa solo di quello: creare contenuti per altre piattaforme. Non link verso il loro sito, ma contenuti nativi per Tumblr, Facebook, Snapchat, etc. È la stessa strada suggerita dagli Instant Articles di Facebook e dal nuovo Apple News 1.

In merito, il Nieman Lab ha commentato l’arrivo di Apple News così:

It’s another sign that 2015 really is the Year of Distributed Content. It’s not just social platforms like Facebook and Snapchat that are interested in taking in your content — it’s the device platforms they themselves squat on. […]

The broader narrative is clear: Individual news apps and individual news brands aren’t the point of contact with news any more. They’re all feeding into broader platforms. The loss of power for publishers in that exchange is obvious; the potential benefits remain mostly undiscovered.

Come scrive Tim Carmody, le notizie sono diventate parte dell’OS, un’utility del sistema. Il futuro della stampa è sempre meno legato al web, al punto che secondo Matt Galligam potremmo parlare di un’era post-web delle news, spostandoci da un’esperienza pull-based (siamo noi ad andare a cercarci le notizie, da un browser) a un’esperienza push-based (le notizie ci vengono recapitate, senza dover andare a cercarle). Il browser perde importanza, così come il web, così come chi le notizie le produce:

Simply put, the future for most is distribution and aggregation paired with a native reading experience.

Apple News, Facebook Instant Articles, Snapchat Discover are all examples of this trend. No longer will we be loyal to any one news provider, but rather, we’ll be loyal to the places that deliver us news right within the products we love. It will be a tumultuous time and a rude awakening for anyone believing that they can shore up their traffic and keep people coming back to their properties alone.

Se le notizie abitano su Facebook, e ci vengono recapitate invece che essere noi a doverle andare a cercare, a chi interessa più da dove vengono? La provenienza, e la testata, di un contenuto saranno meno rilevanti — mentre gli algoritmi che ci consigliano, organizzano e smistano l’informazione compieranno sempre più scelte editoriali. Come sottolinea Baekdal, la perdita di importanza del brand delle testate avverrà a vantaggio delle piattaforme, in maniera simile a quanto successo con Spotify o Netflix. Nessuno dice “vado a vedermi un film della Universal Pictures“, quanto piuttosto “vado su Netflix“. A vincere sarà anche il singolo contenuto — un po’ quanto già avviene su Medium.

Se questo fosse il futuro ci sono molti problemi da risolvere. Il web garantiva uguaglianza, chiunque poteva inserirsi nel panorama informativo senza doverlo chiedere a nessuno, o aspettare un invito, mentre molte di queste alternative lanciano con partnership con testate selezionate. Internet è di tutti, queste piattaforme no. E mentre le grandi testate — Guardian, New York Times e simili — hanno accesso a questi nuovi “panorami informativi”, tutte le altre voci restano fuori. Un’alternativa al web deve — dovrebbe, si spera — offrire altrettanta apertura.

Il web offre anche un ottimo sistema per linkare l’informazione fra sé. Al contrario, molte delle soluzioni proposte dalle piattaforme sono chiuse, così che una notizia non esiste fuori dalla piattaforma, o non può essere vista se non si è dentro, con un certo OS o browser. Aspettarsi che una persona, per informarsi, debba installare una certa applicazione o adottare un certo sistema è ingiusto.

Ma forse il problema principale riguarda i contenuti stessi: Apple, Facebook, Google interferiranno mai, ponendo limiti? Saranno piattaforme editoriali — ovvero compiranno scelte editoriali — o lasceranno ogni decisione alla stampa? Apple da sempre controlla cosa può e non può finire nel suo App Store: non mi stupirei se decidesse che un certo tipo d’informazione non è adatto al suo Apple News, che una certa immagine non va bene o è troppo violenta (una cosa difficile da stabilire in questo campo, che può facilmente degenerare in censura — dato che ciò che è offensivo per noi può non esserlo per altri).

Non ho una conclusione, ma pare ovvio una cosa si sia capita: il passaggio dal web — un luogo aperto, in cui chiunque può inserirsi — alla piattaforma con canali tematici stile televisione non mi entusiasma.

  1.  Se avete un blog/sito è già possibile registrarlo come un canale — anche in lingua diversa da quella inglese — e pubblicare al suo interno via RSS. Nonostante questo nelle FAQ Apple specifica che al momento i contenuti devono essere in lingua inglese. Per creare articoli simili a quelli mostrati durante il keynote — pieni di effetti, animazioni urticanti e altri arzigogoli inutili — invece bisognerà aspettare l’arrivo dell’Apple News Format.

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Cose belle (e di minore importanza) che iOS 9 porterà con sé

  • È disponibile un’applicazione per accedere ai file salvati su iCloud Drive — occorre attivarla da Impostazioni.
  • Ah, si può fare una ricerca dentro Impostazioni adesso. Buona cosa, ci sono un bel po’ di robe lì dentro.
  • Find my Friends e Find my Phone sono integrati nel sistema. È la volta che il primo inizia a venire usato?
  • Si può tornare indietro nel sistema. Questo a me succede di continuo: apro un link in una mail, leggo, e poco dopo torno alla mail. Vado e torno di continuo fra due applicazioni. Con iOS 9, quando un’applicazione vi spingerà in un’altra applicazione ci sarà un bottone “indietro” piccolo piccolo, in alto a sinistra.
  • Share appare adesso a fianco di copia e incolla.
  • Non la uso da anni, ma con iOS 9 proverò a dare a Note una seconda chance (permette di inserire immagini, disegni e anteprime dei link. Insomma, è migliorata molto.)
  • iOS 9 introdurra l’upload dei file da Safari — evviva!
  • Se poggiate l’iPhone con schermo rivolto verso il basso, questo dovrebbe capire che illuminare lo schermo è inutile e di conseguenza lasciarlo spento, anche con l’arrivo di una notifica.
  • Il passcode sarà di 6 cifre.
  • L’iPad è diventato serio. Non solo perché finalmente è possibile avere davanti agli occhi due applicazioni alla volta — addio incessante click del bottone home! — , ma anche perché il supporto a tastiere esterne è migliorato (così come il supporto agli shortcut da tastiera: Option + Capslock).
  • La modalità “Low Power” per iPhone che dovrebbe permettere di guadagnare fino a tre ore extra di batteria.

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I buoni e i cattivi

“You might like these so-called free services, but we don’t think they’re worth having your email or your search history or now even your family photos data-mined and sold off for God knows what advertising purpose.” — Tim Cook

Trovo abbastanza fastidiosa la dichiarazione di Tim Cook sulle altre aziende cattive della Silicon Valley che rivendono i nostri dati. Se è vero che l’uso che Google fa dei dati che raccoglie va ben oltre anche solo le intenzioni di Apple, non credo Apple, o Tim Cook, si trovino nella condizione di fare la morale a Google o altre aziende . Oltretutto l’uso dei dati degli utenti è inevitabile per prodotti come Google Photos che grazie al machine learning riescono a organizzarci la libreria fotografica senza alcuno sforzo.

Apple dovrebbe fare più di queste cose, restando ovviamente lontana dai pubblicitari. Del resto Siri ha bisogno dei dati degli utenti per funzionare, e tutto sta (beh, non che sia facile) nel riuscire a trovare un bilancio, fra schedare gli utenti e quantità di dati minimi necessari per offrire un servizio decente. Il commento di Gruber, sotto questo punto di vista, è condivisibile:

Apple needs to provide best-of-breed services and privacy, not second-best-but-more-private services. Many people will and do choose convenience and reliability over privacy. Apple’s superior position on privacy needs to be the icing on the cake, not their primary selling point.

Se Apple vuole competere con Google, deve riuscire a uguagliare l’offerta offrendo prodotti altrettanto validi — anche nella cloud e sul web dove, ahimè, non sempre ci riesce. La privacy deve essere la ciliegina sulla torta, non il solo punto di forza. Nessuno — a parte un paio di geek — sceglierà iCloud perché è migliore per la privacy, ma in molti sceglieranno Google Photos perché offre spazio illimitato e organizza senza alcuno sforzo le foto.

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