Il problema non è Safari, ma la mancanza di scelta su iOS

Recentemente diversi sviluppatori web si sono lamentati dello stato di Safari — e della lenta adozione di tecnologie web che altri browser (come Chrome) sono più celeri nel supportare. Il problema, suggerisce Kenneth Auchenberg, si fa più accentuato perché Apple ancora non permette, nel 2015, di impostare un browser diverso da Safari su iOS — né esiste un’alternativa, dato che Chrome su iOS non è davvero Chrome: è sempre Safari, ma con una UI diversa.

Ciò costringe l’intera piattaforma a rimanere ferma allo stato del web che Apple ritiene soddisfacente:

It’s limiting the browser-vendor competition on Apple’s iOS platfrom, as Apple are the only one allowed to innovate within the browser engine. […]

It’s creates a big overhead for web developers as they forced to cater for mobile Safari’s slow update cycle, with hacks and workarounds for bugs and issues, that are fixed in other browsers. This is where the “new IE” reasoning has it’s roots.

La cosa è ridicola e sinceramente questa imposizione di stock apps (client di posta, anche) sarebbe ora che finisse.

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L’Apple Watch è un telecomando

Luca Sofri:

Mi chiedo spesso come fu quando arrivò il telecomando della tv: mi ricordo il primo che vidi, lo si incastrava in una specie di alloggiamento del televisore dei miei nonni, quando non era usato. Era grosso e pesante, più largo che lungo, con sedici tasti colorati per sedici canali. Ma non mi ricordo bene la percezione del cambiamento, probabilmente si accompagnò alla crescita del numero dei canali visibili. Prima c’erano pochi canali da cambiare, non si faceva zapping, e ci si alzava poco per andare a premere il tasto sul televisore (un CGE, a casa mia). Poi non ci si alzò più, e non ci siamo ancora alzati. […]

Watch è il telecomando, non il televisore. Dopo poche ore che lo usi e non hai mai dovuto estrarre iPhone della tasca – né in alcuni casi premere o toccare niente – per leggere i messaggi arrivati, vedere che prossimi impegni hai, rispondere al telefono e telefonare, cambiare canzoni in cuffia, comunicare su Skype, e altre cose ancora, capisci che quello che è arrivato è il telecomando del televisore, come quella volta là.

Trovo il paragone molto calzante, seppur considererei l’Apple Watch il telecomando non dell’iPhone ma del mondo circostante. Come ha notoriamente detto Marc Andreessen, software is eating the world, e affinché ciò avvenga è necessario un modello d’interazione immediato con il software (sì, più immediato di uno smartphone, per quanto già comodo).

L’Apple Watch, un wearable, abilita questa possibilità. Quello che per me Watch è — sarà, una volta che il suo potenziale sarà ben chiaro — è un telecomando per il famoso internet delle cose di cui si parla da anni. Perché un mondo connesso alla rete funzioni — mi riferisco a lampadine WiFi, e cose più utili — ci serve un dispositivo che ne permetta un’interazione immediata. Credo HomeKit e Apple Pay rivelino che Apple stessa abbia intenzione di puntare verso quella direzione.

(Sono in fermento per la prossima settimana, quando potrò salire e scendere dai bus, e entrare in metropolitana, con l’oggetto. Quello per me è già un esempio di ciò di cui parlo sopra.)

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Pioverà fra mezz’ora?

Facendone poco uso, in generale trovo le applicazioni per il meteo piuttosto noiose. Dark Sky però è un’eccezione: invece di dirmi che tempo farà domani — cosa che mi serve relativamente poco, durante la settimana — mi avvisa su che tempo farà fra mezz’ora, o dieci minuti. Se ci sono dei cambiamenti repentini, vento forte improvviso o pioggia, mi avvisa.

Purtroppo in Italia non funziona, ma dove funziona (in UK) è fantastica. Già da tempo mi invia notifiche poco prima che inizi a piovere, così che se sto per uscire di casa so cosa mi attende — e se sono in giro posso correre ai ripari. L’applicazione in sé la apro raramente, ma le notifiche mi sono tornate utili più di una volta.

Uno degli intenti della nuova versione di Dark Sky, la 5, è proprio quello di tenere gli utenti fuori dall’applicazione quando non necessario — dando maggiore importanza alle notifiche:

A big goal of this update is not only to make the app significantly better, but also to limit how often you actually need to open it up: The ability to schedule daily summaries automatically delivered to your phone and create your own custom weather alerts means you can stay on top of the weather without having to constantly check the app.

Dark Sky utilizza Forecast.io per le previsioni, che io ho trovato molto accurato. Forecast è stato creato dagli sviluppatori stessi di Dark Sky, aggregando dati sul meteo da fonti differenti.

La nuova versione dell’applicazione prova anche a migliorare la qualità dei dati invitando gli utenti a segnalare errori ma soprattutto sfruttando (è opt-in) il barometro presente negli iPhone 6. Se si accetta, è possibile lasciare che Dark Sky registri e invii a Forecast.io la pressione atmosferica a intervalli regolari. Non lo sapevo, ma a quanto pare quel dato da solo potrebbe “rivoluzionare” le previsioni del tempo su piccola scala, riuscendo a fornire dati precisi e validi per ciò che viene chiamato nowcasting. Ovvero, appunto, previsioni del tempo su piccola scala, sia temporale che geografica:

Because they offer the chance to get a extraordinary density of pressure observations, which provides the potential to describe small scale atmospheric structures. Structures we need to knwo about if we are to predict key weather features like strong thunderstorms. […]

So why would these pressure sensors be a boon for weather prediction?  Because the numerical weather prediction is now going to smaller and smaller scales, and meteorologist are trying to do much better in predicting  what will happen during the next few hours (called Nowcasting).

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Cosa sognano le macchine

Google si è chiesta cosa vedano le sue macchine — quelle che a cui ha insegnato a riconoscere e analizzare le foto. Simulando una rete neurale, ha provato a dare una risposta a questa domanda (è tutto ben spiegato nel loro post).

Queste reti non devono solamente riconoscere un’immagine, ma possono anche generarne di nuove. Si sono quindi chiesti cosa una macchina veda, partendo da un’immagine (delle nuvole, ad esempio) fornita a caso — quali oggetti riconosca, e cosa enfatizzi.

Scrivono:

This creates a feedback loop: if a cloud looks a little bit like a bird, the network will make it look more like a bird. This in turn will make the network recognize the bird even more strongly on the next pass and so forth, until a highly detailed bird appears, seemingly out of nowhere.

Ovvero, questa è una delle tante cose che è le macchine hanno immaginato:

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Come Apple pubblicizzò il primo personal computer

Fotografie e video dal 1977, quando era necessario spiegare cosa fosse un personal computer e perché fosse utile. Scrive l’Atlantic, in merito al marketing dietro all’Apple II:

Here was a machine you could set up in moments, even if the ad’s opening lines might sound like a daunting amount of work to the iPhone generation: “Clear the kitchen table. Bring in the color TV. Plug in your new Apple II, and connect any standard cassette recorder. Now you’re ready for an evening of discovery.”

The idea of clearing off the kitchen table had strangely recurred in the computer market for years prior.

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Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno

Il prossimo Apple Watch (speriamo sia lontano)

Circolano già rumors sul prossimo Apple Watch. Mark Gurman, su 9to5mac, dice che potrebbe avere una fotocamera frontale (per videochiamate via FaceTime) ed essere più indipendente dall’iPhone — ad esempio riuscendosi a collegare direttamente al WiFi. La seconda cosa sarebbe bellissima, la prima del tutto superflua.

Al di la di questo — ho ricevuto il mio meno di una settimana fa, e chi ha voglia di parlare di rumors del prossimo Apple Watch quando il primo ancora non è in vendita in molti Apple Store? — l’unico rumors interessante è quello relativo alla data di lancio. Si parla di 2016, e quasi quasi spero si vada a metà 2016 se non oltre.

Il ciclo annuale di ricambio dei nostri device non è sostenibile per ogni prodotto. Ha senso per l’iPhone, contesterei che abbia senso per l’iPad, ma sono quasi convinto non abbia senso per un wearable. L’Apple Watch non vuole proporsi come mero gadget, la tecnologia interna è solo parte della motivazione dietro l’acquisto: componente altrettanto fondamentale è lo stile, il design; in altre parole l’orologio in quanto tale.

Apple vende l’Apple Watch paragonandolo agli orologi tradizionali, e offrendo modelli costosissimi. Se vuole che questa strategia abbia successo deve anche, a parer mio, staccarsi dal ciclo annuale di aggiornamenti — spesso un obbligo, più che una necessità. Per riuscire a proporre l’Apple Watch come un orologio deve anche riuscire a renderlo più duraturo del tempo. Non dico che non debba diventare obsoleto, ma che per lo meno non lo diventi nel giro di un anno.

Un aggiornamento all’OS, come quello in arrivo in autunno, potrebbe essere più che sufficiente, un buon modo per accontentare gli scontenti. Per l’Apple Watch con FaceTime invece possiamo aspettare.

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‘Ho letto tutti i termini di servizio e voglio morire’

Alex Hern si è letto per il Guardian tutti i termini di servizio dei servizi che usa. Ha deciso che per una settimana avrebbe dovuto, prima di utilizzare uno fra i tanti servizi a cui è già iscritto, leggersi il contratto che al momento dell’iscrizione aveva ignorato. Significa che di prima mattina, appena acceso l’iPhone, ha dovuto leggersi pagine e pagine di condizioni da rispettare — scoprendo che la semplicità tipica di Apple non si ritrova nei suoi documenti legali (che anzi non sono neppure aggiornati: quello di iOS contiene tuttora un riferimento a Google Maps). Poco dopo ha dovuto utilizzare Gmail: contrariamente a quel che si potrebbe pensare, quelli di Google sono invece piuttosto semplici e scritti in un inglese chiaro da capire.

Il problema, comunque, è secondo Hern la differente forza contrattuale fra le due parti in causa, l’utente e l’azienda. Il primo, anche leggendosi tutte le condizioni e prestando attenzione a ogni clausola, non può comunque che o accettare o rifiutare l’intero documento:

The problem is that reading the terms and conditions simply doesn’t help. Sure, you find out how pitifully small your rights are compared to those that even a medium-sized company will reserve when you use its product. But the issue isn’t just one of obscurity: it’s also a problem with the power relationship. With no negotiating power, it ends up being mostly depressing reading.

Finding out that Sony can brick my console at will if they decide I haven’t downloaded the software update quickly enough doesn’t give me any power to fight back. I can’t offer them £50 extra for a console that doesn’t come with that clause, nor can I jump ship to a competitor with better terms – because one doesn’t exist.

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Di cosa hai paura?

Secondo Benedict Evans, il tema al centro dei due recenti eventi di Apple e Google, il WWDC e il Google I/O, rivelerebbe anche il timore principale di entrambe le aziende. Il Google I/O è stato dedicato più che altro a mostrare cosa Google può fare con la mole di dati che raccoglie, e come i suoi algoritmi possano estrarre “intelligenza” da questi; il WWDC  è stato focalizzato su App Search, iBeacons, e altri kit di sviluppo che aiutano gli sviluppatori.

Mentre per Google il timore principale è quello, un giorno, di perdere “l’intelligenza” che distingue il suo motore di ricerca e gli altri servizi che fornisce, per Apple è quello che gli sviluppatori se ne vadano e di poter perdere, come un tempo, il vantaggio sull’App Store:

For Apple, I’d suggest the fear is that the developers leave. This is what happened in the 90s and it was a key part of the company’s near-death experience (and arguably Apple only survived because the web made the lack of Mac apps matter less as a reason to buy a computer). Once developers start leaving you’re in a vicious circle that’s very hard to reverse (this is where Windows Phone is now). Today the iOS ecosystem is smaller than Android in absolute users and downloads, but has 7-800m live device, which is three times the size of the PC install base in 1995, and twice as much app store revenue per user as Google Play. More importantly, perhaps, the users are highly concentrated in key locations – Chase isn’t going to abandon its iPhone app because there are 500m Android users in China. So right now the ecosystem looks sustainable, but that could change. Developers can leave. That’s Apple’s existential fear.

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L’intervista di John Gruber a Phil Schiller

Da un paio d’anni mi sono lentamente sempre più disaffezionato ai keynote di Apple. Li seguo, sto attento a tutto quel che succede, spesso mi entusiasmo per i contenuti (i prodotti presentati o features discusse), ma ne apprezzo sempre meno l’esecuzione: il modo in cui il tutto è presentato, abbastanza sofferente da seguire per l’alto numero di battute (ma sono necessarie? A quale pro? Che Apple è un’azienda divertente?) e per i toni eccessivamente eccitati (tutto è grandioso, ogni update — anche il più stupido — ha bisogno di essere preceduto da un “fantastico” per essere descritto); entrambe cose che mi rendono il keynote meno umano e più costruito.

Per questo, l’intervista di John Gruber a Phil Schiller è una ventata d’aria fresca. Gruber è riuscito a intervistare, per un episodio del suo podcast (The Talk Show), Phil Schiller, il quale si è reso disponibile a rispondere a qualsiasi domanda Gruber desiderasse. Gli ha chiesto perché vendano ancora iPhone da 16GB (pare per convincerci ad utilizzare iCloud!), cosa ne pensa — e se crede esista — sul declino della qualità del software Apple e quando vale la pena compromettere la sottigliezza di un device a favore della batteria. Schiller ha risposto in maniera onesta, genuina, e dimostrando di leggere e ascoltare molte delle voci che discutono e parlano di Apple online.

Come scrive Marco Arment (una delle voci che Schiller ha menzionato):

Apple is just people. Their usual communication style makes that hard to see and easy to forget.

Phil’s appearance on the show was warm, genuine, informative, and entertaining.

It was human.

And humanizing the company and its decisions, especially to developers — remember, developer relations is all under Phil — might be worth the PR risk.

L’episodio è online. Guardatelo, è molto meglio del keynote di lunedì.

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Le notizie, dopo il web

Il futuro delle notizie sembra essere quello di vivere dentro canali tematici, distribuite su diverse piattaforme. Se così fosse i siti, e le testate stesse, perderebbero ulteriore importanza come destinazione e le piattaforme, sociali e non, diventerebbero i nuovi intermediari.

Questa è la strada suggerita da BuzzFeed, che dallo scorso Agosto ha una nuova divisione di venti persone, BuzzFeed Distributed, che si occupa solo di quello: creare contenuti per altre piattaforme. Non link verso il loro sito, ma contenuti nativi per Tumblr, Facebook, Snapchat, etc. È la stessa strada suggerita dagli Instant Articles di Facebook e dal nuovo Apple News 1.

In merito, il Nieman Lab ha commentato l’arrivo di Apple News così:

It’s another sign that 2015 really is the Year of Distributed Content. It’s not just social platforms like Facebook and Snapchat that are interested in taking in your content — it’s the device platforms they themselves squat on. […]

The broader narrative is clear: Individual news apps and individual news brands aren’t the point of contact with news any more. They’re all feeding into broader platforms. The loss of power for publishers in that exchange is obvious; the potential benefits remain mostly undiscovered.

Come scrive Tim Carmody, le notizie sono diventate parte dell’OS, un’utility del sistema. Il futuro della stampa è sempre meno legato al web, al punto che secondo Matt Galligam potremmo parlare di un’era post-web delle news, spostandoci da un’esperienza pull-based (siamo noi ad andare a cercarci le notizie, da un browser) a un’esperienza push-based (le notizie ci vengono recapitate, senza dover andare a cercarle). Il browser perde importanza, così come il web, così come chi le notizie le produce:

Simply put, the future for most is distribution and aggregation paired with a native reading experience.

Apple News, Facebook Instant Articles, Snapchat Discover are all examples of this trend. No longer will we be loyal to any one news provider, but rather, we’ll be loyal to the places that deliver us news right within the products we love. It will be a tumultuous time and a rude awakening for anyone believing that they can shore up their traffic and keep people coming back to their properties alone.

Se le notizie abitano su Facebook, e ci vengono recapitate invece che essere noi a doverle andare a cercare, a chi interessa più da dove vengono? La provenienza, e la testata, di un contenuto saranno meno rilevanti — mentre gli algoritmi che ci consigliano, organizzano e smistano l’informazione compieranno sempre più scelte editoriali. Come sottolinea Baekdal, la perdita di importanza del brand delle testate avverrà a vantaggio delle piattaforme, in maniera simile a quanto successo con Spotify o Netflix. Nessuno dice “vado a vedermi un film della Universal Pictures“, quanto piuttosto “vado su Netflix“. A vincere sarà anche il singolo contenuto — un po’ quanto già avviene su Medium.

Se questo fosse il futuro ci sono molti problemi da risolvere. Il web garantiva uguaglianza, chiunque poteva inserirsi nel panorama informativo senza doverlo chiedere a nessuno, o aspettare un invito, mentre molte di queste alternative lanciano con partnership con testate selezionate. Internet è di tutti, queste piattaforme no. E mentre le grandi testate — Guardian, New York Times e simili — hanno accesso a questi nuovi “panorami informativi”, tutte le altre voci restano fuori. Un’alternativa al web deve — dovrebbe, si spera — offrire altrettanta apertura.

Il web offre anche un ottimo sistema per linkare l’informazione fra sé. Al contrario, molte delle soluzioni proposte dalle piattaforme sono chiuse, così che una notizia non esiste fuori dalla piattaforma, o non può essere vista se non si è dentro, con un certo OS o browser. Aspettarsi che una persona, per informarsi, debba installare una certa applicazione o adottare un certo sistema è ingiusto.

Ma forse il problema principale riguarda i contenuti stessi: Apple, Facebook, Google interferiranno mai, ponendo limiti? Saranno piattaforme editoriali — ovvero compiranno scelte editoriali — o lasceranno ogni decisione alla stampa? Apple da sempre controlla cosa può e non può finire nel suo App Store: non mi stupirei se decidesse che un certo tipo d’informazione non è adatto al suo Apple News, che una certa immagine non va bene o è troppo violenta (una cosa difficile da stabilire in questo campo, che può facilmente degenerare in censura — dato che ciò che è offensivo per noi può non esserlo per altri).

Non ho una conclusione, ma pare ovvio una cosa si sia capita: il passaggio dal web — un luogo aperto, in cui chiunque può inserirsi — alla piattaforma con canali tematici stile televisione non mi entusiasma.

  1.  Se avete un blog/sito è già possibile registrarlo come un canale — anche in lingua diversa da quella inglese — e pubblicare al suo interno via RSS. Nonostante questo nelle FAQ Apple specifica che al momento i contenuti devono essere in lingua inglese. Per creare articoli simili a quelli mostrati durante il keynote — pieni di effetti, animazioni urticanti e altri arzigogoli inutili — invece bisognerà aspettare l’arrivo dell’Apple News Format.

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Cose belle (e di minore importanza) che iOS 9 porterà con sé

  • È disponibile un’applicazione per accedere ai file salvati su iCloud Drive — occorre attivarla da Impostazioni.
  • Ah, si può fare una ricerca dentro Impostazioni adesso. Buona cosa, ci sono un bel po’ di robe lì dentro.
  • Find my Friends e Find my Phone sono integrati nel sistema. È la volta che il primo inizia a venire usato?
  • Si può tornare indietro nel sistema. Questo a me succede di continuo: apro un link in una mail, leggo, e poco dopo torno alla mail. Vado e torno di continuo fra due applicazioni. Con iOS 9, quando un’applicazione vi spingerà in un’altra applicazione ci sarà un bottone “indietro” piccolo piccolo, in alto a sinistra.
  • Share appare adesso a fianco di copia e incolla.
  • Non la uso da anni, ma con iOS 9 proverò a dare a Note una seconda chance (permette di inserire immagini, disegni e anteprime dei link. Insomma, è migliorata molto.)
  • iOS 9 introdurra l’upload dei file da Safari — evviva!
  • Se poggiate l’iPhone con schermo rivolto verso il basso, questo dovrebbe capire che illuminare lo schermo è inutile e di conseguenza lasciarlo spento, anche con l’arrivo di una notifica.
  • Il passcode sarà di 6 cifre.
  • L’iPad è diventato serio. Non solo perché finalmente è possibile avere davanti agli occhi due applicazioni alla volta — addio incessante click del bottone home! — , ma anche perché il supporto a tastiere esterne è migliorato (così come il supporto agli shortcut da tastiera: Option + Capslock).
  • La modalità “Low Power” per iPhone che dovrebbe permettere di guadagnare fino a tre ore extra di batteria.

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I buoni e i cattivi

“You might like these so-called free services, but we don’t think they’re worth having your email or your search history or now even your family photos data-mined and sold off for God knows what advertising purpose.” — Tim Cook

Trovo abbastanza fastidiosa la dichiarazione di Tim Cook sulle altre aziende cattive della Silicon Valley che rivendono i nostri dati. Se è vero che l’uso che Google fa dei dati che raccoglie va ben oltre anche solo le intenzioni di Apple, non credo Apple, o Tim Cook, si trovino nella condizione di fare la morale a Google o altre aziende . Oltretutto l’uso dei dati degli utenti è inevitabile per prodotti come Google Photos che grazie al machine learning riescono a organizzarci la libreria fotografica senza alcuno sforzo.

Apple dovrebbe fare più di queste cose, restando ovviamente lontana dai pubblicitari. Del resto Siri ha bisogno dei dati degli utenti per funzionare, e tutto sta (beh, non che sia facile) nel riuscire a trovare un bilancio, fra schedare gli utenti e quantità di dati minimi necessari per offrire un servizio decente. Il commento di Gruber, sotto questo punto di vista, è condivisibile:

Apple needs to provide best-of-breed services and privacy, not second-best-but-more-private services. Many people will and do choose convenience and reliability over privacy. Apple’s superior position on privacy needs to be the icing on the cake, not their primary selling point.

Se Apple vuole competere con Google, deve riuscire a uguagliare l’offerta offrendo prodotti altrettanto validi — anche nella cloud e sul web dove, ahimè, non sempre ci riesce. La privacy deve essere la ciliegina sulla torta, non il solo punto di forza. Nessuno — a parte un paio di geek — sceglierà iCloud perché è migliore per la privacy, ma in molti sceglieranno Google Photos perché offre spazio illimitato e organizza senza alcuno sforzo le foto.

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Jonathan Ive lascerà Apple?

Stephen Fry ha chiaccherato con Ive, sulla promozione a Chief Design Officer — un nuovo ruolo ad Apple, appositamente creato:

When I catch up with Ive alone, I ask him why he has seemingly relinquished the two departments that had been so successfully under his control. “Well, I’m still in charge of both,” he says, “I am called Chief Design Officer. Having Alan and Richard in place frees me up from some of the administrative and management work which isn’t … which isn’t …”

“Which isn’t what you were put on this planet to do?”

“Exactly. Those two are as good as it gets. Richard was lead on the iPhone from the start. He saw it all the way through from prototypes to the first model we released. Alan has a genius for human interface design. So much of the Apple Watch’s operating system came from him. With those two in place I can …”

I could feel him avoiding the phrase “blue sky thinking”… think more freely?”

“Yes!”

Secondo Ben Thompson è l’inizio del distacco di Ive da Apple. Abbandonare una posizione di management giornaliero per “pensare più liberamente” è un indizio; ammettere di volere “viaggiare di più” è un altro. Questo articolo, così come quello apparso a Febbraio sul New Yorker e quello più recente dell’Aprile scorso su Wired, serve anche ad introdurre e familiarizarci con le due persone che (fra due anni?) potrebbero sostituirlo, Alan Dye e Richard Howarth.

Il momento non potrebbe essere più opportuno, a Apple Watch appena uscito è probabile che almeno per i prossimi due anni non ci sia alcun grosso prodotto in vista per Apple. Secondo Thompson, Apple sta pianificando l’uscita di Ive da tempo, e la sta orchestrando in modo da evitare i fiumi di articoli (sull’imminente fallimento) che in molti scrissero quando Tim Cook prese il posto di Steve Jobs.

Scrive Joe Cieplinski (che è dello stesso parere di Ben):

A person such as Jony Ive can’t just retire from Apple one day. He or she must transition, over the course of a year or more, so as to cushion the impact on the stock price, public perception, etc.

Start by making it look like a “promotion.” Then spend the next several months talking up the accomplishments of his replacements. (I wouldn’t be surprised if we started seeing Howarth and Dye featured in upcoming design videos and/or appearing on stage at Apple keynotes.)

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I numeri di Apple

Alcune cose che impressionano:

  • La crescita di vendite in Cina, del 71%. Apple ha fatturato in Cina più di $16 miliardi, in America $21 e in Europa $12: la Cina è più importante dell’Europa, oggi, per Apple.
  • Come sempre, la dimensione del business dell’iPhone.
  • Le vendite dell’iPad, al contrario, continuano a diminuire. 12.6 miliardi di unità vendute, contro le 16.4 del trimestre precedente.
  • Il 20% dei possessori di un iPhone è passato ad iPhone 6 o 6 Plus.

E questa immagine, che mostra il cumulo di denaro su cui Apple siede (194 miliardi di dollari):

Insomma, nell’ultimo trimestre fiscale Apple ha fatturato 58 miliardi di dollari. Daring Fireball ricorda di quando, soli cinque anni fa, Steve Jobs notava con orgoglio come Apple fosse diventata un’azienda con un fatturato annuale da $50 miliardi di dollari.

Cinque anni dopo, fanno più di $50 miliardi a trimestre:

Apple today announced financial results for its fiscal 2015 second quarter ended March 28, 2015. The Company posted quarterly revenue of $58 billion and quarterly net profit of $13.6 billion, or $2.33 per diluted share. These results compare to revenue of $45.6 billion and net profit of $10.2 billion, or $1.66 per diluted share, in the year-ago quarter. Gross margin was 40.8 percent compared to 39.3 percent in the year-ago quarter. International sales accounted for 69 percent of the quarter’s revenue.

The growth was fueled by record second quarter sales of iPhone and Mac and all-time record performance of the App Store.

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Things per Apple Watch

Applicazione • Apple Watch

Things per Apple Watch

Come al solito, gli sviluppatori di Cultured Code hanno fatto un ottimo lavoro:

We set out to design a version of Things that’s focused, not on task management, but on task accomplishment. Specifically, what you’ve decided you will do today.

Things è il mio task manager da anni, dal mio primo iPhone. Ho provato molte alternative (troppe, in questa categoria), ma alla fine sono sempre tornato a Things.

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Calcbot per Apple Watch

Applicazione • Apple Watch

Calcbot per Apple Watch

Tapbot ha rilasciato Calcbot per Apple Watch. Ora non ha davvero più nulla da invidiare al mio vecchio Casio. Include (anche) un convertitore di valute.

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L’archivio digitale del MoMA

Interessantissimo post dal blog del MoMA sulle misure adottate dal museo per preservare le opere digitali:

The packager addresses the most fundamental challenge in digital preservation: all digital files are encoded. They require special tools in order to be understood as anything more than a pile of bits and bytes. Just as a VHS tape is useless without a VCR, a digital video file is useless without some kind of software that understands how to interpret and play it, or tell you something about its contents. At least with a VHS tape you can hold it in your hand and say, “Hey, this looks like a VHS tape and it probably has an analog video signal recorded on it.” But there is essentially nothing about a QuickTime .MOV file that says, “Hello, I am a video file! You should use this sort of software to view me.” We rely on specially designed software—be it an operating system or something more specialized—to tell us these things. The problem is that these tools may not always be around, or may not always understand all formats the way they do today. This means that even if we manage to keep a perfect copy of a video file for 100 years, no one may be able to understand that it’s a video file, let alone what to do with it. To avoid this scenario, the “packager” analyzes all digital collections materials as they arrive, and records the results in an obsolescence-proof text format that is packaged and stored with the materials themselves. We call this an “archival information package.”

Invece che su hard-disk hanno preferito salvare le opere su nastro magnetico. Questo per la natura dell’archivio: tantissimi dati usati molto raramente. Un museo (in generale) mostra al pubblico una minuscola frazione della propria collezione, mentre la maggior parte delle opere — a parte quando vi è un’esposizione o mostra specifica — vengono accantonate nell’archivio per anni.

In quest’ottica, la scelta del nastro magnetico ha senso. In più, per ogni opera verrà generata una versione di qualità inferiore disponibile on demand, in ogni momento, e salvata (in questo caso) su hard-disk.

It would be irresponsibly expensive to continue using hard drive storage, as it was not quite intended for this scale of data. We are currently in the final stages of designing a completely new “warehouse” with a company called Arkivum. This system will include a small cluster of hard drives, but for primary long-term storage it adds a very cool new element to the mix: data tapes. When archival packages are first stored, they land on the cluster of disks, but are shortly thereafter copied to data tape, a process that is automated by software (and robots!).

Un video di un archivio a nastro molto simile a quello descritto:

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1Password, Due e Workflow arriveranno su Apple Watch

Applicazione • Apple Watch

1Password, Due e Workflow arriveranno su Apple Watch

Altre tre applicazioni — appena annunciate — che mi rendono l’Apple Watch un prodotto più appetibile:

  • 1Password. Per i login di siti/applicazioni non fondamentale, ma per tutte le altre password e codici (bancomat, palestra, etc.), oltre ai codici temporanei d’accesso, sicuramente utilissima (utilizzavo un password manager su Pebble, prima che mi perdesse tutti i dati).
  • Due, app eccellente su iPhone, permetterà di aggiungere nuovi timer e avvisi da Apple Watch, con dettatura vocale.
  • Workflow, che apre una marea di possibilità con azioni personalizzate. Una fra quelle promosse sul loro sito: traduzione di testo (con dettatura vocale).

Aggiungete queste app al già annunciato Citymapper e Things e la cosa si fa interessante.

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Il laptop del futuro non è pronto per il presente

Joanna Stern ha sintetizzato nel titolo della propria recensione del nuovo MacBook il mio pensiero attorno al nuovo MacBook, che sarà bellissimo nel futuro, ma nel presente risulta limitato:

It’s nearly impossible not to be seduced by this MacBook’s beauty, its dazzling screen and perfect trackpad. But don’t give in. Like the original MacBook Air, introduced in 2008, there are too many key compromises—in battery life, speed and port access—for the early-adopter price.

I expect the new MacBook to follow the same path as the Air. Over the next few years, it will improve, and become an affordable, indispensable tool for life in the future. But here, now, in the present day, there are more practical slim, everyday laptop choices.

Un po’ come il primo MacBook Air, il nuovo MacBook mostra qual è il futuro dei MacBook — ma per il momento è meglio restare nel passato. A meno che quello che vogliate sia più un tablet, che un portatile.

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Welcome to Macintosh

Welcome to Macintosh è un podcast godibilissimo, ben costruito, sulla storia di Apple — curiosità attorno ai suoi prodotti, e genesi degli stessi. È anche uno dei pochi podcast che riesco a seguire, con episodi tutti sotto i 30 minuti e davvero informativi.

(Anche Gruber lo consiglia)

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