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CheatSheet

App: CheatSheet

Applicazione per Mac, semplice e gratuita, che elenca tutti gli shortcut da tastiera tenendo premuto per circa tre secondi il tasto ⌘.

La solita (prevedibile) sorte

Il sottoscritto, commentando l’acquisizione di Instagr.am da parte di Facebook:

Costringere gli utenti a migrare su facebook, portare su facebook le feature principali di instagr.am e lasciare quest’ultimo morire lentamente, ignorandolo per anni.

Questa era una possibile via, quella che non auspicavo, l’altra era continuare a migliorare instagr.am. Ma oggi è stata lanciata Facebook Camera, applicazione dedicata esclusivamente a fare quella cosa lì, dotata di 15 filtri fotografici. E Instagr.am, come si posiziona in tutto questo? Probabilmente va a collocarsi nello stesso angolo dove dal 2009, intoccato, giace FriendFeed.

London Unfurled per iPad

Matteo Pericoli ha disegnato, dopo New York, Londra. Il libro dedicato alla città è uscito lo scorso Settembre, quel che mi era sfuggito è che di recente è uscita anche l’edizione per iPad. London Unfurled per iPad è il risultato di venti miglia di cammino lungo il Thames rappresentate su carta con inchiostro nero.

La skyline della città su iPad ha alcuni vantaggi rispetto all’edizione cartacea. Innanzitutto è arricchita dei rumori dell’ambiente, ai quali si aggiungono le narrazioni — audio o testuali — di Matteo. La navigazione è più semplice e piacevole, oltre che ovviamente interattiva (zoom sugli edifici o elenco dei landmarks).

Un bel modo di sentirsi a Londra, o in alternativa un bel modo per scoprirla — se non ci siete mai stati. London Unfurled su iPad sfrutta appieno le potenzialità dell’oggetto; viene venduta a 5,49 sull’App Store.

1-Bit Camera

App: 1-Bit Camera

Da piccolo avevo la Game Boy Camera con annessa stampante (Game Boy Printer). Le cose inutili mi sono sempre piaciute. Il risultato, fra qualità della fotocamera e qualità della carta, erano scatti che rassomigliavano leggermente a delle foto, orrendi.

La premessa serve a presentare 1-Bit camera, un’applicazione per iPhone che emula quelle fotografie, permettendo di ottenerle anche oggi, con un dispositivo del 2012. Io l’ho scaricata: la sto utilizzando, è divertente. Come ho sopra scritto, le cose inutili mi sono sempre piaciute.

Le idee iniziano su Paper

FiftyThree, azienda composta da cinque persone, fra cui alcune provenienti dall’ex-team di Courier, ha creato Paper, applicazione per disegnare con l’iPad — o prendere appunti, a mano libera. Il Courier, per chi se lo fosse dimenticato, è stato un progetto interno a Microsoft per lo sviluppo di un tablet pensato soprattutto per la creazione di contenuti — dunque per designer e creativi. Questa è la differenza principale con l’iPad che, al contrario, ne facilita più che altro il consumo.

Le cose stanno a dire il vero iniziando a cambiare e Paper è un esempio di questo, lento, mutamento. Ancora non ho avuto modo di provarlo1 ma sta riscuotendo numerosi consensi e complimenti. Scrive The Verge:

The iPad is already a blank slate, a canvas for making art, playing games, checking email, and surfing the web. While digital newspapers made their way to iPad years ago, plain old pen and paper have been a bit slower to adapt. There are plenty of apps like Penultimate, UPAD, and NotesPlus that let you draw, make annotations, insert text, and import pictures, but there aren’t many apps that strive to give you the same experience as staring at a blank page with nothing but a pencil or pen in hand. And that’s where Paper excels. Petschnigg explains, “Paper is the place to spend time with your ideas,” a clutter-free environment that pretends it’s a simple pad of paper. The app doesn’t include many features, but the ones it does include are fine tuned to the nth degree.

Se non avete una stylus: nel video ne utilizzano una della Wacom (Bamboo Stylus), in vendita su Amazon per 21 euro. In alternativa un’altra molto apprezzata è la Cosmonaut.

  1. UPDATE: L’ho provato, ho perso una marea di tempo a fare futili schizzi. Tenete presente che io non so disegnare. Per niente.

Il Mac App Store deve introdurre gli aggiornamenti a pagamento

Lo sviluppatore di Delicious Monster ha scritto nel suo blog della necessità che Apple introduca la possibilità di offrire aggiornamenti a pagamento per le applicazioni già acquistate:

Al momento gli sviluppatori che vendono tramite il Mac App Store devono affrontare una scelta: o offrire gratuitamente agli attuali clienti tutti gli aggiornamenti maggiori (perdendo così un quarto dei loro guadagni) o creare un nuovo prodotto per ogni nuova versione principale (creando confusione ai consumatori) e far pagare ai clienti esistenti il prezzo intero (creando rabbia).

L’impossibilità di offrire aggiornamenti a pagamento (sia chiaro: quelli corposi e relativi ad un cambio di versione, non aggiornamenti minori o bug fix) disincentiva lo sviluppatore a migliorare e lavorare sul suo prodotto.

Io aggiungo, oltre a questa mancanza, anche l’inesistenza di una versione trial: poter provare le applicazioni prima dell’acquisto.

Sparrow per iPhone

App: Sparrow per iPhone

Sparrow, il client di posta che, nel mio caso, ha sostituito su Mac quello ufficiale di Apple, è disponibile per iPhone. La grafica ricorda un po’ quella di facebook, per via del sistema di navigazione adottato. Ma la grafica non è l’unica cosa che lo contraddistingue da mail.app.

Come fanno notare quelli di MacStories, è la prima volta che un client di posta non ufficiale1, così completo, fa il suo ingresso nell’App Store.

  1. C’era stata l’applicazione di GMail, ma era completamente basata sul web.

iA Writer per iPhone

App: iA Writer per iPhone

iA Writer, ovvero una delle cinque applicazioni che risiedono nel dock del mio iPad, è appena diventata universal: non più solo per iPad, ma anche per iPhone 1.

(iA Writer: la recensione)

Il supporto a Dropbox ed iCloud la rendono ideale per la scrittura sincronizzata su tutti i vostri dispositivi2. Il minimalismo e l’essenzialità sono il suo punto di forza, come già dissi. Io la utilizzo per scrivere quando non sono in casa e non ho il Mac a portata di mano: la uso da quando esiste, circa due anni, e non l’ho mai abbandonata. Ne sono pienamente soddisfatto.

In occasione del lancio costa solo 0.79 centesimi — non indugiate.

  1. Qualcuno pochi giorni fa ha dimenticato l’iPad in casa ed ha finito col fare questa cosa: se solo ci fosse stato iA Writer per iPhone già allora!
  2. Ricordate: esiste anche per mac

Apple rimuove dall’iBooks Store i libri con link verso Amazon

Apple ha rifiutato a Seth Godin la vendita del suo ultimo libro attraverso l’iBooks Store. La motivazione:

Ho appena scoperto che Apple ha rifiutato il mio nuovo manifesto “Stop Stealing Dreams” dall’iBooks Store perché al suo interno, nella bibliografia, c’erano dei link per acquistare i libri che ho menzionato. Cito ora la loro nota a me destinata, relativa al rifiuto: “Link multipli allo store di Amazon. IE pagina 35, David Weinberger”.

La cosa è assurda1: se io entro in un negozio Feltrinelli troverò tutti i libri che desidero, siano della Feltrinelli stessa o di qualunque casa editrice concorrente ad essa (es. Mondadori). Nessun rivenditore fisico impone limiti o controlli sul contenuto che questi libri hanno.

Più semplicemente, il rivenditore non dovrebbe essere interessato al contenuto di un libro. Una libreria non ha bisogno di “approvare” i libri che vende.

  1. Gruber non ci vede nulla di strano, ma il suo argomento a supporto di questo modo d’agire non mi convince per nulla

Clear — fare le cose, smettere di organizzarle

Nel corso della notte è arrivata nell’App Store Clear, attesa applicazione per iPhone per gestire e creare to-do list, a cui dedicai un breve articolo alcune settimane fa. Clear è stata sviluppata dalla Realmac Software e costa solo 0.79 centesimi, in occasione del lancio. Vediamo perché dovreste assolutamente prenderla.


Come il nome stesso suggerisce, uno dei punti di forza dell’applicazione è la chiarezza, che si traduce non solo in semplicità ma anche in rapidità. La UI la rende speciale e unica — non assomiglia a nessuna applicazione che abbia in precedenza provato.

La chiarezza di Clear si rivela nel fatto che non esistono bottoni e non c’è nessun menù: la UI è la lista delle nostre cose da fare, fine. L’applicazione si utilizza interamente attraverso le gesture multi touch: uno swipe a destra per completare una task, uno verso sinistra per cancellarla, uno verso l’alto per aggiungerne una nuova, un “tap” sopra una esistente per modificarla o spostarla.

Le task sono ordinate in base ad una gradazione di colori, ricordando in qualche modo una Heat Map. Quelle posizionate più in alto sono di un colore scuro — a sottolineare la loro importanza — quelle in basso di uno chiaro. Questo permette che si possa dedurre la priorità di ciascuna di esse senza dover inserire una data o informazioni aggiuntive di qualsiasi genere che, del resto, non vengono contemplate dall’applicazione: non esistono note, scadenze, tag o luoghi.

Non esistono opzioni: esistono solo le task.

Ma non sarà troppo semplice?

Suppongo che molti si staranno già domandando quale sia il punto di forza di questo software quando le alternative si configurano in svariati modi, dando all’utente una moltitudine di opzioni per ciascuna task. Partiamo dallo slogan di Clear, per spiegarlo:

“Clear ti lascia concentrare sul fare le cose che importano — e nulla più”

I suoi limiti non danno fastidio, la rendono al contrario rapida da usare. Una volta aperta non vi ritrovate davanti ad un menù, ma ad una lista. La vostra to-do list, fine. L’uso è immediato, nulla si frappone fra voi e le cose che dovete fare — non vi fa perdere tempo nella categorizzazione, organizzazione e gestione delle attività, ve le fa svolgere.

Per descriverne la potenza, prendiamo Omnifocus. Omnifocus è l’applicazione GTD meno affine a Clear in circolazione. È ricca di funzioni, ma questa ricchezza la rende complessa e va a discapito dell’immediatezza.

Non sono un grande fan di Omnifocus, come forse avrete avuto modo di notare non ne ho mai parlato su questo blog — né positivamente né negativamente. Non credo sia utile alla maggioranza delle persone, ritengo che le centomila opzioni di configurazione che offre la rendano estremamente flessibile ma anche estremamente complicata. In sintesi: secondo me con Omnifocus si rischia di perdere troppo tempo ad organizzare le proprie task in una maniacale attività fine a se stessa. Quando, invece, l’importante è “concentrarsi sul fare le cose”, non concentrarsi nell’organizzarle.

Ad esser sinceri, il mio strumento GTD preferito era (è) una lavagna — o un foglio di carta, in alternativa. Una lista di parole su cui traccio sopra una linea, una volta che ho completato le azioni a loro associate. Troppo semplice? È il sistema più efficace che ho trovato, sicuramente molto più di Omnifocus.

La realtà è che i tag, le scadenze, le categorie non servono a nulla. L’orario di svolgimento associato ad una task è un di più e, io credo, l’ordinamento per importanza adottato da Clear attraverso la differente gradazione funzioni molto meglio. Diciamoci la verità, quante volte abbiamo pianificato nel dettaglio la giornata, associando a ciascuna cosa da fare un orario per poi non rispettarlo a causa degli imprevisti, delle dilatazioni e, più semplicemente, di un errata “progettazione”? Questo sistema non tiene conto del mondo reale 1.

Ve lo dice uno che queste funzioni le ha usate a lungo, una persona che ha passato diverso tempo ad inserire nel suo elenco di “cose da fare” progetti e attività gestendoli e curandoli nei dettagli, con scadenze e informazioni aggiuntive — solo perché così facendo c’era l’illusione di aver fatto quelle cose, o se non altro di avere in mente di farle; di averle in programma. Un po’ come l’iscriversi in palestra: ci sentiamo già tutti un po’ meglio, anche se magari non ci siamo ancora andati né ci andremo.

L’organizzazione nei minimi dettagli delle attività a cui software come Omnifocus invita porta a quello che sull’Harvard Business Review è stato definito da Daniel Markovitz in “To-Do List Don’t Work” come il “paradosso della scelta”. Ovvero l’avere pianificato nella propria To-Do List 30 o più task con il risultato che:

  • Le evitiamo, finendo col fare qualcos’altro.
  • Scegliamo le più semplici (e veloci) posticipando le più complesse (e impegnative).

Alla fine Clear è, in qualche modo, è simile alla mia lavagna. Una lista di parole, limitata nello spazio, e nulla più. Non serve a pianificare un progetto ma a segnarsi quello che si vuole fare, nell’immediato futuro.

Alla fine, questo è quello che vi serve.

  1. Senza dimenticare che molto spesso si fa confusione fra gli elementi che dovrebbero entrare nella to-do list (“comprare il latte”) e quelli che al contrario farebbero parte del Calendario (“Registrare il podcast, alle 16 di domani”)

Tweetbot per iPad

Tweetbot, il miglior client di Twitter su iPhone, da oggi è disponibile anche per iPad. L’applicazione non è universal, significa che anche se già possedete la versione per iPhone dovete pagare circa tre euro per averlo su iPad. Ne vale la pena? Certo, a questo ridicolo prezzo.

Chi si lamenta, fa questa figura:

Tweetbot per iPad non è universal. Devo pagare DUE VOLTE e sono FURENTE. Inoltre, sono inspiegabilmente povero nonostante possegga sia un iPad e un iPhone. (via Matt Gemmel)

Niente più iTunes senza preavviso

A chi non parte un soffocato improperio quando, navigando in rete, cliccando su un link ad un’applicazione, un album, un libro o un qualsiasi altro contenuto dell’iTunes Store si avvia automaticamente quel colabrodo, lento e pesante, che col tempo è diventato iTunes? E chi poi, cercando di arginare il danno, non corre ad impedirne l’avvio con un’uscita forzata?

Niente più improperi da oggi, che non stanno bene: No More iTunes è un’estensione di Safari che blocca l’apertura automatica di iTunes quando la (temibile) situazione prima descritta si presenta.

Probabilmente, l’estensione di Safari più utile che troverete qua fuori.

(via 512Pixels)

Clear

Realmac Software, cioè un gruppo di sviluppatori dall’ottima fama, creatori di RapidWeaver. E Impending, nome che non dice nulla ma dietro al quale si nascondono i due fondatori di MacHeist. Hanno fatto, queste due aziende, insieme, un’applicazione GTD. Un’applicazione per gestire una To Do List.

Cosa? Che noia? Ah, dite che ce ne sono già troppe, anche fatte bene, e non ne serve un’altra? Proprio per questa ragione, uscire fuori con qualcosa di innovativo e bello era anche più difficile. Ci sono riusciti.

Utilizzo Things da quando ho l’iPhone, eppure sono pronto ad abbandonarla senza indugio in favore di Clear: per immediatezza, semplicità e naturalezza è qualcosa di non visto prima.

Clear: sembra stupenda. Arriverà a breve, aspettiamola con impazienza.

Evi, per chi non ha Siri

Evi è un’applicazione, sia per iOS che per Android, venduta a 0.79 centesimi basata sulla tecnologia di Nuance. Svolge (quasi) tutti i compiti di Siri, ma ha due problemi: il primo è che nel mio caso, tutte le volte che l’ho provata, si è dimostrata lenta nel rispondere alle domande (a causa dei server, giù); credo e confido che l’attesa sia temporanea, dovuta al grande traffico che il lancio, avvenuto ieri, ha portato con sé.

Il secondo è che per utilizzarla, ovviamente, occorre prima aprire l’applicazione e con questa pur veloce ma necessaria azione si perde molta della rapidità e immediatezza che rende Siri tanto interessante.

Ma fa tantissime cose e per 0.79 centesimi, se avete un iPhone 4 e non potete godere dell’aiuto di Siri, direi che ne vale la pena. Ah, ovviamente l’inglese è l’unica lingua supportata, il che complica ulteriormente le cose — la metà delle volte non capisce quel che gli dico, ma i creatori specificano che col tempo migliora e impara a riconoscere le stravaganze del “padrone” (inoltre, temo quest’ultimo sia un problema mio, non suo).

Day One — come tenere un diario, con l’iPhone

Questo è un Membership Giveaway: regaliamo cinque copie di Day One — ne parliamo qua sotto, spiegando cos’è — agli iscritti alla Membership. Se sei già iscritto alla Membership, bene. Se invece ancora non lo sei (ma come?!) iscriviti entro Giovedì (incluso) e potrai avere l’occasione di vincerne una copia di Day One, fantastica applicazione per iPad ed iPhone.

(Cos’è la Membership)

(Il sito di Day One)


Con il 2012 ho deciso di impormi l’utilizzo, se non quotidiano comunque frequente, di Day One. Day One è un’applicazione per iPad ed iPhone che permette di curare un proprio diario personale. Io il diario personale non l’ho mai tenuto. Ci ho provato, svariate volte. Ho provato acquistando prima la moleskine, poi altre agende con una grafica fantastica e per finire quaderni eleganti e meravigliosi. Sono rimasti sempre vuoti.

Compravo tutto il necessario per iniziarlo, poi non lo iniziavo. La ragione per cui ho sempre fallito nell’intento non mi è ben chiara. Scrivere non mi dispiace, eppure in questa cosa non sono mai riuscito. In parte, il fallimento, dev’essere stato dovuto alla grafia. Uno compra tutto il materiale curando l’aspetto estetico fin nei minimi dettagli e, alla prima riga, si rende conto (non che già non lo sapesse) di avere la grafia più orrenda della storia.

Insomma, io volevo un diario. Ma il contenuto non era tutto: la forma, anche quella era importante. Uno inciampa nei lavori eleganti come i diari di viaggio di questo uomo e, incantato, decide di fare la stessa cosa. Poi si accorge che non gli verrà mai qualcosa di simile: non solo non sa disegnare, persino la grafia lascia alquanto a desiderare.

Ma non era solo questo, ovviamente. C’era anche il fatto che la maggior parte delle volte non sapevo che scriverci sul diario o ne ero inibito, dal mezzo. Se avessi voluto scriverci qualcosa di davvero personale, quel genere di pensieri stolti e mal congegnati, banali e derisi, che finiscono col costituire il 50% del contenuto di un diario beh, avrei preferito essere certo che nessuno li avrebbe mai potuti leggere.

Quindi, io il diario non l’ho mai tenuto. Perché se siete bravi, può nascere qualcosa di davvero bello. Altrimenti, se siete come me, vi ritrovate con una pila di moleskine intonse. Di recente, però, ho iniziato ad usare Day One.

Day One è un’applicazione Universal, va sia su iPhone che su iPad. Volendo, c’è anche la versione per Mac. Tutte e tre si sincronizzano con Dropbox o iCloud, come si preferisce. Day One è fatta veramente bene, è essenziale al punto giusto e offre quelle funzioni che tutti ci aspetteremmo di trovare su un’applicazione di questo genere — sincronizzazione, backup automatico e protezione dei dati.

La cosa più bella, comunque, è che agevola la scrittura. Day One non vuole che scriviate pagine e pagine di roba, preferisce che raccontiate rapidamente i vostri pensieri, quel che vi è successo. È studiata per consentirvi di appuntare rapidamente e facilmente quel che vi passa per la mente, pensieri in forma rapida e fugace. Del resto, è nata come applicazione per iPhone: non funzionerebbe, se vi obbligasse ad una scrittura prolissa e continua.

Ogni “entry” assomiglia piuttosto ad un tweet, seppur non limitata ai 140 caratteri. E ogni entry (potete inserirne quante volete, in un giorno) vi consente di appuntare un evento, un pensiero, una riflessione o un’idea. Niente immagini, in Day One: solo testo, se volete scritto in markdown.

Dopo più di un mese1, continuo ad usarla. Non la uso tutti i giorni, ma comunque frequentemente. Mi piace credere che fra un anno — o anche più — potrò tornare indietro e scoprire cosa meditavo e facevo in quel determinato giorno. Ma più di questo a volte è utile scrivere quel che ci è successo, perché scrivere e parlare delle cose, che pensiamo o che facciamo, di fatto ci costringe ad analizzarle e, attraverso l’analisi, ad acquisirne una maggiore consapevolezza.

Insomma, Day One. È elegante, funzionale e disponibile su più device. Non avrà l’aspetto vintage e affascinante dei diari analogici, ma fra quelli digitali è il migliore che conosca. La versione per iPhone ed iPad costa 1,50 euro, quella per Mac 7,90. Sommati assieme, i due prezzi non raggiungono quello di una moleskine.

  1. Ho iniziato a Dicembre

Mou — markdown editor per sviluppatori web

Markdown è un linguaggio di markup sviluppato da John Gruber con lo scopo di rendere più leggibili i testi. Markdown è uno strumento di conversione da testo ad HTML che permette di scrivere i propri documenti in un formato semplice e leggero e, solo in seguito, convertirli ed esportarli in HTML valido1.

Di editor markdown su Mac ce ne sono molti, uno dei più popolari è Byword. A lungo ho usato byword pure io poi, di recente, sono passato a Mou. Mou è nuovo, è in beta ed è, soprattutto, promettente.

Ovviamente Mou fa tutto quello che fanno gli altri editor in circolazione, ovvero permette di scrivere un documento in markdown e di esportarlo, a stesura finita, in HTML. E allora perché sceglierlo? Cos’ha, che lo distingue?

La differenza fra gli editor in circolazione e Mou è che mentre i primi sono pensati soprattutto per la scrittura, il secondo è pensato per gli sviluppatori web. Questo significa che offre delle funzioni davvero interessanti che gli altri non hanno. Come la preview automatica. Ovvero la finestra del programma è divisa in due sezioni, in quella di sinistra c’è la versione markdown del documento, in quella di destra un’anteprima di come verrà visualizzato una volta convertito in HTML.

Mou offre anche il supporto a temi CSS, il che significa che potete avere un’anteprima del documento in HTML semplice o in HTML affiancato al CSS relativo. Questo supporto apre anche la strada a plugin ed espansioni originali, come Topmarks sviluppata da Stuart Frisby.

Queste le due caratteristiche principali, a cui se ne affiancano altre che lo rendono uno strumento davvero potente (la ricerca per pattern ne è un esempio). Mou è, per ora, gratuito. Perché è, come ho detto, in beta. Andate a scaricarlo.

  1. Per altre informazioni, e per impararlo (ci vogliono pochi minuti), click qui

Un euro, addirittura?

Perché così tante persone sono terrorizzate dallo spendere 0.99 centesimi per un’applicazione dopo averne spesi 700 per uno smartphone? E perché le medesime persone, quando si trovano da Starbucks, non hanno alcun problema a spendere 5 euro per un Caramel Macchiato? Nel mondo reale spendiamo due euro con relativa facilità, nell’App Store ci sembrano improvvisamente importanti e non siamo disposti ad investirli facilmente (a riguardo, guardate la vignetta di oatmeal).

A cosa è dovuta questa improvvisa avarizia? Secondo Dan Ariely la risposta è semplice: gestiamo gli acquisti a compartimenti stagni, vedendoli in maniera totalmente differente a seconda della categoria a cui appartengono.

Siamo ancorati al prezzo delle categorie di oggetti, quindi quando pensiamo al caffè, paragoniamo il costo dello stesso alle altre bevande. Quando pensiamo alle applicazioni, le paragoniamo solo agli altri acquisti digitali. Così, quando pensiamo di acquistare un’applicazione da un dollaro, non iniziamo a chiederci quale piacere ci darà questa applicazione da un dollaro – e nemmeno confrontiamo il relativo piacere che ricaviamo da essa con quello che ricaviamo da un caffè da quattro euro. Nella nostra mente, queste sono due decisioni separate.

Nell’App Store il prezzo minimo è nullo: le applicazioni sono disponibili anche gratuitamente. Questo fa sì che un euro sembri improvvisamente tanto. Secondo Dan l’effetto avrebbe potuto essere vanificato se Apple avesse imposto un prezzo minimo diverso da zero, anche ridicolo, anche di 0.15 centesimi: in quel caso saremmo stati più ben disposti ad investire un euro.

Ma al di là del perché questo avviene, cercate di evitarlo. È ridicolo fare il jailbreak ad un dispositivo pagato 700 euro perché “non so se posso permettermi di spendere un euro”. Puoi, e lo sai anche te.

L’appificazione dei media

In un articolo pubblicato sul Nieman Journalism Lab Nicholas Carr (autore di The Shallows) parla dell’appificazione dei media. Il software, un tempo venduto in negozi fisici come prodotto a sé stante, assomiglia sempre di più ad un media: ci si iscrive, è supportato con pubblicità, viene continuamente aggiornato e i contenuti che propone sono importanti tanto quanto le sue funzioni. La linea di divisione fra un’applicazione e un prodotto editoriale si assottiglia sempre di più e oggi è praticamente scomparsa, scrive Carr.

La trasformazione delle riviste e dei quotidiani in applicazioni rende finalmente facile e fattibile una cosa che per anni è stata loro preclusa: la monetizzazione dei contenuti. Mentre sul web risulta tuttora difficile da realizzare, molte persone non hanno problemi a sottoscrivere un abbonamento quando questo è relativo ad un’applicazione.

Nel vecchio mondo del web aperto, pagare per un contenuto online sembrava strano e ripugnante. Nel nuovo mondo delle applicazioni, pagare per un contenuto sembra improvvisamente normale. E cos’è l’app store se non una serie di paywall?

Una serie di paywall, che se sbloccati aprono l’accesso a sempre più funzioni, a contenuti più ricchi e completi. Ed infatti l’appificazione conduce a quello che Hal Varian, economista di Berkley e dipendente di Google, definisce “versioning”. Versioning è la pratica di creare differenti versioni dello stesso prodotto, vendute a prezzi differenti in modo da coprire ogni settore del mercato.

Un esempio applicato di versioning è la strada intrapresa dal New York Times, che ha scelto di permettere ai visitatori occasionali di leggere gratuitamente il suo sito e di farlo invece pagare a coloro che lo leggono abitualmente. Le persone che danno valore ai suoi contenuti saranno disposte a pagarli, i clienti occasionali invece non lo sarebbero: quindi possono leggerlo gratuitamente un numero limitato di volte.

Il versioning consiste nel differenziare il prodotto in più prodotti, ciascuno con un prezzo differente in base all’utenza che vuole soddisfare e alla sua volontà di pagare. Il versioning è una pratica altamente diffusa nell’App Store: le applicazioni vengono solitamente vendute in una versione base, gratuita, e in una più ricca, a pagamento, che volendo può essere ulteriormente ampliata con acquisti in-app.

Secondo Carr, il versioning – come quello adottato dal New York Times – è anche il futuro dei media online.

Applicazioni per individui che bevono (e lodano) il caffè

Shawn Blanc ha stilato un’interessante lista di applicazioni per iPhone adatte a soddisfare le esigenze di tutti gli amanti del caffè (ottime da affiancare alla vostra nuova e scintillante Aeropress). Come vuole una diffusa (e non particolarmente divertente) battuta, “ma fa anche il caffè?”. No, non lo fa; però può aiutarvi. Ecco le applicazioni proposte da Shawn, più altre che non figurano nel suo elenco (ma io uso):

  • Affogato, una specie di enciclopedia su tutto quanto riguarda il caffè. Quindi provenienza e origine dei chicchi, differenti metodi di infusione, svariate bevande possibili.
  • Bloom, per gente rigorosamente insana: permette di sapere quanto caffè usare, quanta acqua e contare il tempo di infusione.
  • Tea, questa è per i te e vi aiuta a tenere un diario di degustazione con appunti e impressioni. Peccato non ci sia un equivalente per il caffè, che io sappia.
  • Decaf Sucks, per essere guidati verso il migliore caffè di una città (seguendo le opinioni degli utenti)
  • Illy Locator e Starbucks Locator, mi pare chiaro cosa facciano
  • Brew Timer, molto semplice, altrettanto utile: vi dice quanto tempo lasciare in infusione il caffè nella French Press.

Path

Path è un social network lanciato un anno fa con quest’idea dietro: creare uno strumento su cui condividere pensieri, foto e quant’altro con un numero molto ristretto di persone, massimo 50. Perché 50? Lo spiegarono i creatori del servizio il Novembre scorso, al lancio, dicendo di essere giunti a tale numero grazie alla ricerca di un professore di Psicologia Evoluzionaria (Evolutionary Psychology) della Oxford University, Robin Dunbar, secondo cui 150 è il numero massimo di interazioni sociali che che la nostra mente può gestire contemporaneamente: riducendo questo numero di un terzo, otteniamo il quantitativo di amici che risultano avere un qualche valore per noi.

Le ricerche di Dunbar hanno mostrato che le relazioni personali tendono ad espandersi di un fattore di circa 3. Quindi mentre potremmo avere 5 persone che consideriamo amici davvero intimi, e 20 con cui manteniamo rapporti regolari, 50 è grossomodo il confine estremo della nostra rete personale.

Le funzioni di Path sono quelli di un social network classico, quale facebook o twitter. Potete dire cosa state facendo, dove vi trovate, pubblicare una foto o una canzone. Ma esattamente come twitter, è il limite imposto che rende questo questo social network diverso dagli altri: è solo per le persone a cui tenete veramente, non per tutti.

Prendete quindi Path come un social network strettamente personale, un diario chiuso fra amici, con cui comunicare con la famiglia e i vostri amici più intimi. Dove dovreste sempre trovare qualcosa che vi interessa, perché le persone che lo scrivono vi interessano.

Path è un social network nello stesso modo in cui lo è Instagr.am, o più recentemente Stamped: è legato ad un’applicazione – dalla quale si fa tutto – e non offre nessun sito web da cui gestire i contenuti. L’ultima versione è uscita oggi e non credo di esagerare dicendo che è la più bella applicazione per iPhone che abbia provato fino ad oggi. Esteticamente, non ha eguali.

Il paragone con facebook sorge spontaneo: quand’è che prenderanno sul serio anche loro il settore mobile? Quand’è che sistemeranno l’applicazione? Oramai funziona male da diversi mesi e, diciamocelo, non è che abbia mai eccelso. Come fa notare Frommers, con queste carenze Facebook si sta facendo sfuggire diverse opportunità. Come lo sharing della fotografia dal telefono, lasciato in mano a Instagr.am.

Path invece viene voglia di usarlo, da quanto è bello, nonostante la carenza di persone iscritte. E questo, purtroppo, è il vero problema.

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