Il linguaggio di Twitter

Franzen la scorsa settimana si è lamentato di twitter, definendolo la versione stupida di facebook. Michele Serra giusto ieri ha detto che non gli piace, motivando la sua spiegazione. Ha poi aggiunto: “se usassi Twitter, direi che Twitter mi fa schifo.”. Notiamo subito che ha fatto due cose sbagliate, Serra: ha detto il perché di un pensiero e ha usato un periodare complesso, composto da un periodo ipotetico. Due cose che a twitter non piacciono — ed infatti nel commentarlo (leggi:insultarlo) non l’hanno mica capito.

Sono iscritto a twitter dal 2006, quando a usarlo eravamo io e gli altri due fondatori, ho due account, uno personale e uno per questo blog, e devo dire che ultimamente lo trovo non poco irritante anche io. La ragione è la medesima di Franzen:

“È difficile ragionare o citare dei fatti in soli 140 caratteri. È un po’ come scrivere un romanzo senza usare la lettera P”

La domanda che Twitter poneva ai suoi utenti, quand’è nato, è “cosa stai facendo”. Non cosa ne pensi sui massimi sistemi, quali sono le tue idee in merito a questa complessa questione politica che è certo interessante saperlo ma non è un po’ da stupidi, pretendere di esaurirla o spiegarla in 140 caratteri?

Nessun problema se decidete di utilizzare twitter per dirmi cosa state facendo, o per segnalare un articolo che avete trovato in rete. È l’uso che ne faccio anche io e, ripeto, è l’uso che ne faccio dal 2006. E sono anche convinto sia l’unico uso sensato dello strumento: usarlo per divertirsi, senza attribuirgli troppa importanza, usarlo per segnalare materiale, sia esso un articolo, foto, video o immagine. O usarlo come ANSA pubblica, nel caso si debba trasmettere un’informazione — asettica, rapida e immediata.

Ma non usarlo, invece, per esprimere giudizi. Ho molte perplessità verso le persone che pretendono di farne un uso più serio, troppo serio, e pretendono di dare le loro idee, impressioni ed opinioni su temi complessi in 140 caratteri.

Dire che twitter è uno strumento, e di conseguenza che il problema concerne non tanto esso quanto l’uso che la gente ne fa, è corretto solo in parte. Uno strumento porta con sé un determinato modo di esprimersi, influenza il messaggio o, per dirla con le parole di Neil Postman in “Divertirsi da morire”: la tecnica è un’ideologia. Il giudizio su twitter è codificato nel linguaggio di twitter, che è un linguaggio definito dalla sommarietà e brevità.

Centoquarantacaratteri che ahimé troppo spesso vengono usati per dire cosa si pensa su argomenti che non possono, né devono, essere esauriti in quello spazio. Il perché di una propria convinzione non è superfluo, è anzi fondamentale. I se e i ma e le varie premesse, unite agli antefatti e ai ragionamenti, non sono obsoleti, né possono essere elimitati come un mezzo quale twitter costringe.

La critica, di Franzen e Serra, è questa. E ieri, e settimana scorsa pure, tutto twitter a insultare entrambi confermando di fatto la veridicità di quel che avevano detto: che twitter è composto da giudizi drastici, da sentenze brevi e destrutturate private della parte più importante di un’opinione, di un concetto, di un’idea. E le perplessità di F. e S. hanno senso e mi dispiace che il so called popolo di twitter si sia offeso e l’abbia presa male commentando con la solita ironia, i soliti lapidari giudizi1 ma soprattutto con la solita “binarietà” di pensiero. Prima F, poi S: sono stupidi, senza sfumature, senza perplessità, senza riflessioni. Sono stupidi e luddisti. Punto.

Wow, che pensata geniale, complimenti. Twitter è così immediato che prima si twitta, poi si riflette e si tenta di capire il problema. O magari no, perché tanto una riflessione in centoquarantacaratteri mica ci sta, quindi perché farla? E così va a finire che la gente esprime giudizi senza ben riflettere, esprime le proprie idee come se la condivisione avesse più valore delle idee stesse. È a questo, che stiamo giungendo. Dì quello che pensi — anche quando magari quello che pensi non sai motivarlo, è sbagliato e sarebbe meglio che lo tenessi per te. Perché se io oggi avessi fatto un post dicendo twitter mi fa schifo voi mi avreste detto sei scemo, dimmi perché. Motiva. Spiegati. Mentre invece su twitter l’avreste presa per buona, questa frase senza alcun valore, oppure mi avreste replicato, ma sempre in centoquarantacaratteri — e che replica ci potrete mai fare, in centoquarantacaratteri, ditemelo.

Serra è poi tornato sull’argomento, oggi, più approfonditamente:

L’uso frettoloso e impulsivo della parola. La prevalenza dell’emotività sul ragionamento. […] La parola – e questa è ovviamente solo una mia opinione – non deve rispondere solo all’ossessione di comunicare (la comunicazione sta diventando il feticcio della nostra epoca). La parola dovrebbe servire ad aggiungere qualcosa, a migliorare il già detto.

Il problema è tutto qua. A dire questo mi piace, quest’altra cosa mi fa schifo sono buoni tutti, a esprimere la propria contrarietà o meno su un tema anche. E non c’è alcun valore, nel farlo. Nessuno. Mentre a dire il perché, beh, ci vuole un po’ più d’impegno.

(a proposito: sono 5081 caratteri; poco più di 36 tweet)

  1. Fra parentesi: a esprimere un concetto in 140 caratteri ci vuole abilità, padronanza e bravura. Non perché esiste twitter significa che tutti siano diventati dei buoni titolisti.