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L’appificazione dei media

In un articolo pubblicato sul Nieman Journalism Lab Nicholas Carr (autore di The Shallows) parla dell’appificazione dei media. Il software, un tempo venduto in negozi fisici come prodotto a sé stante, assomiglia sempre di più ad un media: ci si iscrive, è supportato con pubblicità, viene continuamente aggiornato e i contenuti che propone sono importanti tanto quanto le sue funzioni. La linea di divisione fra un’applicazione e un prodotto editoriale si assottiglia sempre di più e oggi è praticamente scomparsa, scrive Carr.

La trasformazione delle riviste e dei quotidiani in applicazioni rende finalmente facile e fattibile una cosa che per anni è stata loro preclusa: la monetizzazione dei contenuti. Mentre sul web risulta tuttora difficile da realizzare, molte persone non hanno problemi a sottoscrivere un abbonamento quando questo è relativo ad un’applicazione.

Nel vecchio mondo del web aperto, pagare per un contenuto online sembrava strano e ripugnante. Nel nuovo mondo delle applicazioni, pagare per un contenuto sembra improvvisamente normale. E cos’è l’app store se non una serie di paywall?

Una serie di paywall, che se sbloccati aprono l’accesso a sempre più funzioni, a contenuti più ricchi e completi. Ed infatti l’appificazione conduce a quello che Hal Varian, economista di Berkley e dipendente di Google, definisce “versioning”. Versioning è la pratica di creare differenti versioni dello stesso prodotto, vendute a prezzi differenti in modo da coprire ogni settore del mercato.

Un esempio applicato di versioning è la strada intrapresa dal New York Times, che ha scelto di permettere ai visitatori occasionali di leggere gratuitamente il suo sito e di farlo invece pagare a coloro che lo leggono abitualmente. Le persone che danno valore ai suoi contenuti saranno disposte a pagarli, i clienti occasionali invece non lo sarebbero: quindi possono leggerlo gratuitamente un numero limitato di volte.

Il versioning consiste nel differenziare il prodotto in più prodotti, ciascuno con un prezzo differente in base all’utenza che vuole soddisfare e alla sua volontà di pagare. Il versioning è una pratica altamente diffusa nell’App Store: le applicazioni vengono solitamente vendute in una versione base, gratuita, e in una più ricca, a pagamento, che volendo può essere ulteriormente ampliata con acquisti in-app.

Secondo Carr, il versioning – come quello adottato dal New York Times – è anche il futuro dei media online.

10 cose che abbiamo imparato su Apple nel 2011

Una lista pubblicata da Dan Frommer, il punto più significativo è il secondo (e credo che molti ancora non l’abbiano capito):

Apple è felice di passare un intero anno senza apportare un cambiamento significativo al design del suo hardware. L’iPad 2 non era tanto differente dal primo iPad. L’iPhone 4S era “solo un 4S”. Nemmeno l’iPod, il Mac e la Apple TV sono cambiati molto quest’anno.

Come più volte è stato ripetuto, non avviene di frequente che Apple cambi drasticamente il design dei propri prodotti.

Blackberry contro iPhone

Sul numero del 23 Dicembre di Internazionale, le consuete regole sono dedicate al Blackberry:

1 Chi vive su facebook, ha bisogno dell’iPhone. E di un bravo analista. 2 Se hai un problema di sudorazione alle mani, il touchscreen non fa per te. 3 La tastiera del tuo Blackberry fa le bizze? Prova a tagliarti le unghie. 4 È inutile continuare a ripetere che hai scelto il Blackberry. È il tuo datore di lavoro che l’ha scelto per te. 5 Se più che un telefono cerchi qualcuno con cui scambiare due parole, c’è un nuovo iPhone pronto ad ascoltarti. (*)

Forse prenderò una tastiera

David Chartier racconta un momento di era Post-PC da lui vissuto durante il giorno di Natale, incontrando la figlia di un parente:

Annette è all’ultimo anno di scuola superiore e noleggia la maggior parte dei suoi libri con un paio di applicazioni per iPad. Se un libro non è disponibile per il noleggio, lo compra attraverso il Kindle store o l’iBook store. Inoltre lo usa per scrivere, Annette adopera una stylus per prendere tutti suoi appunti in classe perché non è soddisfatta del modo di scrittura con le dita.

Annette mi ha detto che non sente per nulla la mancanza di un notebook. Non vede l’ora di andare al college e non crede che nel suo futuro ci sia un notebook. “Se alla fine al College avrò bisogno di scrivere più di quanto faccia ora”, mi ha detto Annette, “potrei forse comprarmi una tastiera wireless”.

Forse.

Perché è così difficile tenere aggiornato Android

Motorola in un lungo articolo prova a spiegare perché tenere aggiornati i propri telefoni all’ultima versione di Android è un’operazione lunga e costosa. In sintesi il codice rilasciato da Google deve venire adattato ad ogni modello, configurato in base all’hardware su cui andrà installato e incontrare i requisiti che le compagnie telefoniche che distribuiscono quello smartphone hanno imposto. Il codice deve poi venire inviato alla suddetta compagnia telefonica che ci aggiungerà il proprio software proprietario, testerà il funzionamento dell’intero OS e solo allora, se approvato, potrà venire distribuito.

Ne facessero di meno, sarebbe tutto più semplice. Così invece l’intero processo, come si può immaginare, richiede mesi. I costi, per questa ragione, sono alti e il produttore dello smartphone – assieme alla compagnia telefonica – potrebbe decidere di non addossarseli (ed infatti, di frequente, lo fa). Lo stesso problema l’aveva Microsoft, prima di decidere di rivedere l’intero business model e abbandonarlo con Windows Phone 7 – da allora riesce a distribuire update agilmente, come Apple con l’iPhone.

Costringere gli utenti a comprare nuovi telefoni per poter usufruire dell’ultimo OS potrebbe essere vantaggioso per il produttore, ma di sicuro non lo è per la compagnia telefonica – a cui il produttore è costretto ad appoggiarsi per la distribuzione del proprio telefono. Per lei è solo una spesa aggiuntiva: è perfettamente felice se l’utente mantiene il vecchio smartphone rinnovando il precedente contratto. Come si può notare le variabili che questo modello di business comporta sono molte, e quelle da me riportate solo alcune delle tante elencate da Ed Bott su ZDNet.

Sempre su ZDNet, James Kendrick ha suggerito una possibile soluzione al problema: far pagare agli utenti gli aggiornamenti. Per farlo Google dovrebbe però riuscire a bloccare tutte le versioni gratuite alternative (sarebbe semplice, essendo necessario un Google ID per attivare l’OS).

Aggiornare un device e supportare quella nuova versione dell’OS nel futuro costa un sacco di soldi per gli OEM. Quindi facciamoci carico di quel costo sin dall’inizio e facciamo pagare i possessori di device Android per gli update ‘principali’.

Paghereste 15 dollari per Ice Cream Sandwich?

Apple regala un live dei Coldplay

Iniziano oggi i 12 giorni di regali, ovvero per 12 giorni Apple vi regala qualcosa di iTunes – un brano, un video, un’applicazione o un gioco. Gli anni scorsi si sono rivelati abbastanza deludenti (perlopiù giochi, inutili), quest’anno hanno dato il via all’iniziativa regalando un album live dei Coldplay (contenente tracce audio e video), registrato alla Roundhouse di Camden (Londra) in occasione dell’iTunes Festival.

È un buon inizio.

Una volta l’anno

Una delle cose che più mi piacciono dell’iPhone è che ne esce uno nuovo all’anno. Non uno ogni sei mesi, non tre modelli contemporaneamente: uno solo, ogni anno. La cosa rappresenta per Apple un grande vantaggio (secondo me è anche il giusto modo di operare), ma molti non sono d’accordo.

Conosco possessori dell’iPhone che credono che due cicli all’anno sarebbero migliori di uno, perché permetterebbero ad Apple di restare maggiormente al passo con le ultime innovazioni del settore. Ricordiamo tutti, inoltre, le critiche che il nuovo iPhone 4S ricevette subito dopo il lancio, perché non era sufficientemente nuovo e “ci era voluto ben un anno per farlo”. A queste critiche cercai a suo tempo di rispondere; sintetizzando un mio vecchio post: (a) Apple cambia raramente radicalmente il proprio design, (b) Apple non è interessata alle ultime innovazioni del settore, al processore interno e a quanta RAM è possibile aggiungere a un prodotto; preferisce che il prodotto funzioni.

La scelta opposta, di rilasciare tanti modelli all’anno, cosa comporta? Lo spiega The Verge:

  • Ti inimichi i tuoi stessi clienti, che in breve tempo si ritrovano dal possedere il modello top del mercato a quello vecchio ed obsoleto
  • Confondi le persone, che non capiscono più quale fra i 50 modelli coesistenti debbano acquistare
  • Ti privi dell’hype che Apple è in grado di generare con l’iPhone
  • Ti rendi praticamente impossibile supportare i vecchi modelli a lungo, perché ne hai prodotti troppi

La biodiversità che accomuna tutti i produttori di telefoni Android è svantaggiosa e, soprattutto, non fa gli interessi dell’utente finale. A  causa di questa diversità i produttori di telefoni Android non sono in grado di supportare i modelli a lungo termine: i costi sarebbero infatti eccessivi. Non sarebbe allora meglio fare un solo modello e tenerlo in vita, aggiornato e funzionante, il maggior tempo possibile?

Invece ne fanno troppi e l’utente confuso non capisce più nulla. Qualcuno saprebbe spiegarmi le caratteristiche del Galaxy S II Epic 4G Touch? E il Galaxy R, una variante del Galaxy S II, lo conoscete? No, appunto. Perché sono device praticamente identici ma con nomi diversi (e improbabili), usciti a pochi mesi di distanza.

La soluzione? E’ semplice:

Fai un dispositivo di fascia alta, un dispositivo di minor valore e uno con tastiera QWERTY. Questo è tutto. Aggiornali una volta l’anno, tieni lo stesso nome. (*)

Sarà più semplice per te e per il tuo utente; riuscirai ad offrirgli un servizio migliore e gli eviterai il mal di testa che ora immancabilmente gli viene quando cerca di districarsi fra le opzioni e alternative della tua offerta, senza capire quale sia lo smartphone consigliato.

Qualcuno è sorpreso?

Il Galaxy S, smartphone lanciato nel Giugno del 2010 di cui Samsung ha venduto dieci milioni di unità lo scorso anno, non verrà aggiornato ad Android 4.0, meglio conosciuto con il risibile nome “Ice Cream Sandwich”. La stessa sorte toccherà al tablet lanciato nel Settembre dello stesso anno, il Galaxy Tab.

Il Galaxy S ha un anno e sei mesi circa, è chiaramente troppo vecchio:

Il produttore di telefoni si occupa solo dell’hardware e, una volta venduto l’hardware, tutto il guadagno per lui possibile è stato raggiungo. Non farà altri soldi aggiornando l’OS, dunque non ha il minimo interesse a mantenere aggiornati i telefoni già venduti. (*)

Nulla di sorprendente, tutto normale.

Applicazioni per individui che bevono (e lodano) il caffè

Shawn Blanc ha stilato un’interessante lista di applicazioni per iPhone adatte a soddisfare le esigenze di tutti gli amanti del caffè (ottime da affiancare alla vostra nuova e scintillante Aeropress). Come vuole una diffusa (e non particolarmente divertente) battuta, “ma fa anche il caffè?”. No, non lo fa; però può aiutarvi. Ecco le applicazioni proposte da Shawn, più altre che non figurano nel suo elenco (ma io uso):

  • Affogato, una specie di enciclopedia su tutto quanto riguarda il caffè. Quindi provenienza e origine dei chicchi, differenti metodi di infusione, svariate bevande possibili.
  • Bloom, per gente rigorosamente insana: permette di sapere quanto caffè usare, quanta acqua e contare il tempo di infusione.
  • Tea, questa è per i te e vi aiuta a tenere un diario di degustazione con appunti e impressioni. Peccato non ci sia un equivalente per il caffè, che io sappia.
  • Decaf Sucks, per essere guidati verso il migliore caffè di una città (seguendo le opinioni degli utenti)
  • Illy Locator e Starbucks Locator, mi pare chiaro cosa facciano
  • Brew Timer, molto semplice, altrettanto utile: vi dice quanto tempo lasciare in infusione il caffè nella French Press.

Perché gli utenti Android non capiscono iOS

La recensione di MG Siegler del nuovo Galaxy Nexus è molto interessante, soprattutto perché Google ha deciso di dare in mano il telefono ad una persona che è dichiaratamente, e lo si riscontra in ogni articolo che ha scritto in passato, critica nei confronti di Android. È un po’ come se lo dessero in mano a me: Siegler, da sempre utente iPhone affezionato, si è ritrovato con questo Galaxy Nexus, scettico ma aperto. Provandolo ha rilevato che il telefono è valido, ha riscontrato numerosi difetti ma anche apprezzabili passi in avanti e una qualità notevole.

Non gli è, in altre parole, dispiaciuto: arriva addirittura ad affermare “che è il miglior smartphone che abbia provato che non sia un iPhone”. A questo punto, si chiederanno in molti, cosa rende questo smartphone inferiore – o comunque non valido tanto quanto l’iPhone? Siegler ha provato a spiegarlo, molto chiaramente:

Sfortunatamente, al sistema mancano ancora la maggior parte delle rifiniture di cui gli utenti di iOS godono. La maggior parte degli utenti Android penserà che questa critica sia probabilmente una stronzata, ma è sempre stato così. Immagino che sia probabilmente difficile per un possessore di una Mercedes spiegare ad un guidatore di un Honda perché l’attenzione ai dettagli renda la propria esperienza di guida migliore, quando entrambe le macchine ti portano dal punto A al punto B. Come proprietario di un Honda io stesso, non sono sicuro che comprerei una Mercedes – dovrei provarla per capirla, per immaginarla. E la maggior parte degli amanti di Android non spenderà abbastanza tempo con iOS per apprezzare a pieno le differenze.

Ecco come mai gli utenti Android, nonostante gli sforzi di Siegler e gente come lui (non guardatemi così!), continuino a non capire cosa ci sia di meglio in iOS rispetto al sistema operativo da loro scelto. Più o meno, ero giunto ad una conclusione simile tempo fa: occorre usare iOS a lungo, approfonditamente, per notare le differenze non palesi con Android, per apprezzarne i dettagli – che sono quelli che, a mio parere, lo rendono superiore.

O dormi, o sei connesso

Se avete usato Path – il social network con quell’applicazione che definii meravigliosa – sapete probabilmente che oltre a poter scrivere un messaggio di stato, caricare una foto, postare un video e altre azioni tipiche di facebook, potete dire quando andate a dormire e, di conseguenza, anche quando vi svegliate.

Perché? Ha risposto alla domanda che molti si sono posti Dave Morin, il CEO di Path:

Siamo nel post-PC, nell’era Mobile. Nell’era del PC ci chiedevamo spesso: sei online o offline? Nell’era mobile non accade più. Stai semplicemente dormendo, oppure sei sveglio.

(l’altra possibile spiegazione – che viene sempre da Dave Morin – è che sia interessante per l’utente avere quei dati e per Path riuscire ad analizzarli costruendoci dei grafici, un po’ in stile UP)

AeroPress

Questo blog esiste grazie ad un Mac su cui gli articoli vengono digitati, ad un hosting, a WordPress, a svariate altre cose ma più di ogni altra grazie al caffè che chi lo scrive prende ogni mattina, caffè fatto con la AeroPress, originale macchina che vi consente di preparare dell’ottimo caffè americano.

Siccome mi sono oramai sobbarcato coscientemente del piacevole macigno di aumentarne la diffusione, avendone parlato un po’ ovunque, anche su Brevi accenni, e siccome sento di non essere stato abbastanza ripetitivo: ho scritto una recensione che fuga ogni dubbio e vi obbliga di conseguenza al doveroso acquisto dell’ottimo oggetto.

Così ne approfitto anche per dirvi che ho rinnovato Orpolina!, l’altro blog/tumblr non monotematico e per questo difficilmente illustrabile con una spiegazione chiarificante.

Tornando alla Aeropress: prendetela (click qua, che Amazon mi dà una percentuale e divento ricco)

Ad Apple, costruiamo strumenti che amplificano le capacità umane

VIDEO: Ad Apple, costruiamo strumenti che amplificano le capacità umane

In questa registrazione del 1980 resa disponibile dal Computer History Museum, Steve Jobs discute di problemi e idee che poi finiranno, negli anni, col costituire una parte essenziale di Apple.

(Molti avranno sicuramente già visto quel video in cui Steve dichiara che i computer sono, per lui, come “biciclette per la mente”; in questo filmato è presente un abbozzo di quel pensiero, al quinto minuto circa.)

L’iPhone è sufficientemente piccolo e personale

Nick Bilton ha scritto sul New York Times che negli ultimi due anni Apple e Google hanno segretamente lavorato a dei computer ‘indossabili’, che possono essere messi al polso e sono in grado di comunicare con il nostro smartphone. Dei computer più piccoli ed accessibili, che non richiedono di andare a cercare lo smartphone per vedere l’ultima notifica ricevuta. Questo risolverebbe la frustrante situazione di avere a che fare con persone che fissano e sono alla perenne ricerca di uno schermo.

Viene da pensare ad un evoluzione dell’attuale iPod Nano, che attraverso dei semplici hack può anche attualmente venire indossato, seppur non faccia nulla a parte visualizzare l’ora. L’idea è simile, un futuro iPod Nano più potente ed intelligente che sia in grado di reperire i dati dallo smartphone che sta nella nostra tasca, e svolgere dei task molto semplici. L’iPhone, in questa concezione, diventerebbe l’hub della nostra vita digitale, da cui i dati vengono pescati – è sempre con noi, è sempre connesso ad internet, contiene quasi tutto quello di cui abbiamo bisogno. Solo in certe situazioni è troppo ingombrante e invasivo: non sarebbe sufficiente un orologio per leggere una notifica e utilizzare Siri?

Seppur l’idea mi affascini – sono attratto dall’iPod Nano attuale, figuriamoci da uno che sia in grado di comunicare con l’iPhone – non credo vedremo a breve qualcosa che faccia nulla di simile. È una bella idea, ma è superflua. Risolve dei problemi, ma dei problemi relativi e piccoli per i quali le persone non sono disposte a spendere 300 dollari. Dipende tanto anche da quello che sarà in grado di fare, un simile device, ma io credo che uno smartphone sia sufficientemente piccolo e portabile da soddisfare le esigenze attuali e non richiedere un device aggiuntivo, al polso, con cui comandarlo.

L’iPhone è il computer più piccolo e personale che abbiamo. Per ora credo sia il caso di lavorare su lui, piuttosto che su un computer ancora più piccolo e personale attaccato al polso che faccia affidamento a lui per funzionare. Non sto dicendo che nel futuro non ci sarà nulla di simile: sto dicendo che nei prossimi due anni non ci sarà nulla di simile.

È più facile che nell’immediato futuro avremo a che fare con prodotti di altro genere che sfrutteranno l’iPhone come base di dati, come hub. Prodotti che utilizzeranno l’iPhone nello stesso modo in cui l’iPod utilizzava il computer: per sincronizzarsi. Dunque prodotti che amplieranno l’uso dell’iPhone, nei modi più svariati possibili.

Il Jawbone UP era interessante per questo, ed è proprio il tipo di dispositivo di cui sto parlando. Un dispositivo per nulla invadente, sempre con noi, in grado di raccogliere dati e comunicare con l’iPhone. Credo che nei prossimi anni vedremo tanti dispositivi simili, che in maniera quasi impercettibile raccoglieranno dei dati sul nostro stile di vita o svolgeranno dei compiti in background, senza che noi dovremo occuparci della loro esistenza.

Potranno essere anche non indossabili (faccio rientrare il Nest, la Withings e il tensiometro della medesima azienda in questa categoria), ma saranno comunque comandabili e gestibili dallo smartphone, che analizzerà e organizzerà i dati che questi raccolgono. Lo smartphone diventerà quello che nella vecchia concezione era il Mac: l’hub della nostra vita digitale.

A Giugno cambia tutto

Il CEO di Google Eric Schmidt ha affermato in separate occasioni che entro sei mesi (costante temporale reiterata):

  • Avverrà un cambiamento di preferenze, gli sviluppatori di terze parti svilupperanno prima per Android e poi per iOS (dove l’ha detto: conferenza LeWeb)
  • La maggioranza delle televisioni sul mercato supporterà la Google TV (dove l’ha detto: conferenza LeWeb)
  • L’iPad killer prodotto da Google uscirà sul mercato (dove l’ha detto: incontro con la stampa, Corriere)

Sei mesi, Giugno quindi. Ci sarò.

L’articolo trasformato in un insieme di slide

Aumentare il numero di pagine viste, e quindi aumentare le visualizzazioni di ogni singolo banner, è probabilmente l’obiettivo principale in rete di molte riviste e quotidiani, sia di quelli buoni che di quelli che se ne fregano della qualità, del giornalismo e dei lettori. I primi lo fanno con senso, entro certi limiti, i secondi in ogni modo.

Lo raggiungono, questo scopo, con il minimo sforzo ed estrema facilità, attraverso le gallerie di immagini: se un articolo, per quanto lungo, occupa al massimo una pagina, una galleria fotografia – ben più rapida da realizzare – può arrivare ad occuparne 20.

Le gallerie fotografiche rendono molto di più di un articolo, e piacciono anche ai lettori: ecco spiegato il proliferarne in rete. Alcune sono belle, altre sono superflue (una sola foto sarebbe sufficiente), forzate e ridicole. Ma come rendere redditizi anche gli articoli? Come soluzione, seppur meno efficace, gli articoli sono stati divisi su più pagine. Non dà nemmeno tanto fastidio al lettore, perché distribuisce l’informazione senza stravolgerla: ci guadagnano tutti. Ma i giornali, non a sufficienza: anche così facendo, si riesce ad ottenere quattro pagine da una iniziale, non venti; la galleria rimane più conveniente.

Nell’ultimo periodo, la cosa è andata peggiorando: la tendenza alla ‘gallerizzazione’ di qualsiasi cosa si è accentuata, fino al punto che persino gli articoli vengono presentati come fotografie. Un paragrafo corrisponde ad una slide, e leggere un articolo è come sfogliare una raccolta fotografica (un esempio qua). Un articolo anche modesto viene spezzato in più pagine e leggerlo diventa un supplizio.

Ecco, c’è nulla da dire o aggiungere, ma solo da constatare questa brutta tendenza. E che la smettano, anche.

Reinventarsi o farsi da parte

In una lunga intervista a Jeff Bezos, CEO di Amazon, uscita su Wired il mese scorso una frase, in particolare, risulta degna di essere riportata: “Come azienda, una delle nostre forze culturali più importanti è accettare il fatto che o inventi o sei destinata a distruggerti.”

Bezos non ha espresso a caso questo pensiero, ed infatti poche righe dopo è tornato a sottolinearne l’importanza ripetendolo: “ci piace distruggere anche il nostro business”. Significa che non devi preoccuparti dei prodotti che hai attualmente, ma di quelli futuri: se uno di questi minaccia il tuo attuale business, sacrificalo senza indugio. Perché o sarai te stesso a distruggerlo o altre aziende lo uccideranno al posto tuo.

Se Amazon non avesse fatto un lettore di ebook scegliendo invece di difendere la vendita di libri fisici, non avrebbe ottenuto nulla: altri l’avrebbero comunque realizzato e Amazon avrebbe perso sia il vecchio mercato che quello nuovo. Se Apple non avesse creato l’iPhone preferendo la difesa dell’iPod – ignorando l’intuizione che i due device fossero destinati ad una fusione – altri avrebbero colto l’opportunità al posto suo: le vendite dell’iPod sarebbero comunque diminuite e i guadagni sarebbero però andati nelle mani di altre aziende.

Con un pensiero contrario a quello di Bezos abbiamo Ballmer, che tenta disperatamente di difendere Windows e negare l’era post-PC, desiderando quanto più possibile prolungare la vita del prodotto di maggior successo della sua azienda. Microsoft ha finito con il sopprimere il Courier a causa di questa strategia e tuttora non ha alcun tablet che competa con l’iPad. Apple, invece, ha creato l’iPad nonostante avesse intuito che avrebbe potuto erodere le vendite dei suoi Mac.

Nello stesso modo, RIM ha a lungo ignorato l’iPhone e denigrato gli smartphone simili, dando per scontata la propria predominanza nel mercato, credendo che la vecchia tecnologia, schermi piccoli e tastiere fisiche, fosse vincente contro le innovazioni proposte dalla concorrenza. Che bastasse deriderle, per sconfiggerle.

Si è sbagliata – non ci voleva un genio, a capirlo fin da subito – e oggi RIM non vale più nulla. Ha passato anni morbosamente attaccata al suo prodotto, il Blackberry, senza volerlo cambiare, senza migliorarlo, esaltandone i difetti e credendo che siccome un tempo era ottimo dovesse per forza continuare ad esserlo.

Come scrive Paul Thurrott, “quello che era il Golia di un mercato è stato battuto da aziende più rapide e malleabili nell’evolversi”. Dopo un tablet senza un client per la posta (ma che avevano in mente?) e quasi 40 modelli indistinguibili di smartphone in quattro anni, ecco l’ultima novità di RIM: hanno annunciato che il futuro sistema operativo, il Blackberry 10, non uscirà prima della fine del 2012. Significa che prima della fine del 2012, non ci saranno grandi novità: niente cellulare in grado di risollevare le sorti dell’azienda.

Un’azienda, la RIM, che aveva il 50% del mercato e che si ritrova oggi a possederne il 9%. E perché? Perché ha preferito difendere fino alla fine il proprio prodotto, piuttosto che distruggerlo e crearne uno che fosse adeguato a competere con gli altri. Hanno il 9% del mercato, ma considerato quel che non hanno fatto direi che sono già fortunati.

Elevation Dock

Casey Hopkins era così insoddisfatto del dock creato da Apple per l’iPhone che ha deciso di proporre su kickstarter – quel sito dove si espone la propria idea e si ricevono dagli utenti fondi per realizzarla – una versione alternativa; più robusta, di alluminio, molto elegante ed, effettivamente, migliore.

L’Elevation Dock sembra fatto da Apple, quando invece la versione originale di Apple è molto banale e povera. Comodo per caricare l’iPhone ed appoggiarlo prima di andare a dormire, è un compagno perfetto del dispositivo da tenere sulla propria scrivania a fianco dell’iMac o del MacBook Pro, dai quali prende il materiale e lo stile.

Per averlo: o aspettate che entri in produzione o finanziate il progetto con 79 dollari, aggiudicandovi anche un futuro dock.

Che fai nella vita? Invio SMS

Secondo questo studio di Nielsen, negli USA un giovane fra i 13 e i 17 anni arriva ad inviare l’assurdo numero di 3,417 SMS al mese, non che le altre fasce di età fino ai 44 anni siano messe molto meglio. Ma, tanto perché sia anche più chiaro, 3,417 SMS al mese equivale a sette messaggi per ogni ora trascorsa non dormendo. (*)

Steve Jobs: un hippy miliardario

VIDEO: Steve Jobs: un hippy miliardario

Un bel documentario su Steve Jobs della BBC (della durata di circa un’ora) con all’interno interviste a Woz, Stephen Fry, Tim Berners-Lee e John Sculley. Sbrigatevi a guardarlo, perché è facile che venga rimosso presto da YouTube. (*)

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