Path

Path è un social network lanciato un anno fa con quest’idea dietro: creare uno strumento su cui condividere pensieri, foto e quant’altro con un numero molto ristretto di persone, massimo 50. Perché 50? Lo spiegarono i creatori del servizio il Novembre scorso, al lancio, dicendo di essere giunti a tale numero grazie alla ricerca di un professore di Psicologia Evoluzionaria (Evolutionary Psychology) della Oxford University, Robin Dunbar, secondo cui 150 è il numero massimo di interazioni sociali che che la nostra mente può gestire contemporaneamente: riducendo questo numero di un terzo, otteniamo il quantitativo di amici che risultano avere un qualche valore per noi.

Le ricerche di Dunbar hanno mostrato che le relazioni personali tendono ad espandersi di un fattore di circa 3. Quindi mentre potremmo avere 5 persone che consideriamo amici davvero intimi, e 20 con cui manteniamo rapporti regolari, 50 è grossomodo il confine estremo della nostra rete personale.

Le funzioni di Path sono quelli di un social network classico, quale facebook o twitter. Potete dire cosa state facendo, dove vi trovate, pubblicare una foto o una canzone. Ma esattamente come twitter, è il limite imposto che rende questo questo social network diverso dagli altri: è solo per le persone a cui tenete veramente, non per tutti.

Prendete quindi Path come un social network strettamente personale, un diario chiuso fra amici, con cui comunicare con la famiglia e i vostri amici più intimi. Dove dovreste sempre trovare qualcosa che vi interessa, perché le persone che lo scrivono vi interessano.

Path è un social network nello stesso modo in cui lo è Instagr.am, o più recentemente Stamped: è legato ad un’applicazione – dalla quale si fa tutto – e non offre nessun sito web da cui gestire i contenuti. L’ultima versione è uscita oggi e non credo di esagerare dicendo che è la più bella applicazione per iPhone che abbia provato fino ad oggi. Esteticamente, non ha eguali.

Il paragone con facebook sorge spontaneo: quand’è che prenderanno sul serio anche loro il settore mobile? Quand’è che sistemeranno l’applicazione? Oramai funziona male da diversi mesi e, diciamocelo, non è che abbia mai eccelso. Come fa notare Frommers, con queste carenze Facebook si sta facendo sfuggire diverse opportunità. Come lo sharing della fotografia dal telefono, lasciato in mano a Instagr.am.

Path invece viene voglia di usarlo, da quanto è bello, nonostante la carenza di persone iscritte. E questo, purtroppo, è il vero problema.

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Scritti un anno fa Nulla, a quanto pare.

Little Printer

È una piccola stampante dall’aria molto simpatica collegata ad internet e controllabile attraverso un’apposita app per iPhone (o Android) che ogni mattina stampa un piccolo giornale personalizzato – mi pare di capire delle dimensioni di uno scontrino – che può includere dei giochi tipo il sudoku, le headline principali dei quotidiani, l’agenda giornaliera e la lista delle cose da fare.

Queste alcune delle cose, le principali; poi la si può espandere aggiungendone altre anche grazie ai partner che i creatori di Little Printer hanno raccolto fra cui figurano foursquare, Google, the Guardian e Nike.

Non sarà disponibile prima del 2012. BERG, l’azienda che l’ha ideata, ha messo in rete un video in cui la mostra in funzione. Inutile, senza dubbio. Bella, sempre senza alcun dubbio. Dipende tutto da quanto costerà: se abbastanza poco, potrebbe anche avere un discreto successo.

Via | Kottke.org

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Quello che succede in dieci anni

Foto | m-s-y

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Avvia la mia auto

Video

Avvia la mia auto

The Verge mostra i video di una persona che avvia la propria macchina con Siri dicendo “start my car” e di un’altra che controlla la TV alla stessa maniera, vocalmente.

Alcune delle cose che potremmo fare se – ma direi sia più una questione di quando – Apple rilascerà delle API pubbliche di Siri permettendo agli sviluppatori di ampliarne le possibilità. Che sono davvero tante ed eccitanti.

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‘Dei tre maggiori sistemi operativi per smartphone, Android è tuttora il più confuso’

Farhad Manjoo ha recensito per Slate l’ultima versione di Android, Ice-cream sandwich:

C’è poco di divertente ed amorevole, emozionalmente coinvolgente al cuore di Android. L’OS di Google non ha un cuore, e apparentemente nemmeno un tema. Un sistema operativo dovrebbe essere il volto di una macchina – il suo scopo è di dipingerla amichevole, rendere facile da usare un device altrimenti incomprensibile. In ice-cream sandwich, i designer di Goole hanno lavorato molto duramente per dare ad Android un nuovo look. Hanno fatto del buon lavoro, ma Android continua a non essere né accogliente né coerente. […]

Dei tre maggiori sistemi operativi per smartphone, Android è tuttora il più confuso. È anche quello meno in grado di ispirare gioia.

Riuscire a creare degli oggetti che trasmettano qualcosa è uno dei compiti più difficili da affrontare e, forse, quasi impossibile da raggiungere senza un’integrazione fra il software e l’hardware. In ‘We Believe‘ – una pubblicità dell’iPad – Apple aveva spiegato abbastanza bene quali erano i fattori che portavano alla costruzione di un device “che fa cantare i nostri cuori” (cit.)

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‘Bravissimi e lentissimi’

Scrive Diego:

iTunes ai fini della classifica (e promozionali) non tiene conto dei download di un podcast ma soltanto delle valutazioni e delle recensioni ricevute, quindi se spendete due minuti per scrivere una recensione del tipo “Oltre a essere bellissimi sono anche bravissimi” vi saremo debitori per sempre.

Debitori per sempre, ecco. Quindi se avete avuto la pazienza, la voglia, il tempo e la capacità di ascoltarci per più di due minuti: complimenti. E poi andate su iTunes e mettete un voto ed una rapida recensione a Brevi accenni.

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Inizia a fare freddo, no?

Muji ha fatto dei guanti che permettono l’uso di dispositivi Multi Touch. Molto semplici, come ogni altro prodotto di Muji. Costano 20 euro. Unica nota negativa (per noi, non per loro): vanno a ruba. Su internet non li vendono mentre nei negozi in cui sono stato li hanno esauriti subito.

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Perché non ho giochi sull’iPhone

Ne abbiamo parlato assieme a Diego nell’ultima puntata di Brevi accenni (vi siete abbonati, vero?), ed ho pensato che l’argomento meritava non tanto di essere approfondito quanto piuttosto di ottenere la maggior diffusione possibile. Perché sempre più persone mi appaiono dipendenti dai giochi che hanno installato sul loro iPhone , ricorrendovi in ogni momento libero. Utilizzandoli sempre più di frequente con questo scopo: uccidere la noia.

Eppure, la noia serve. Steve Jobs, che era un grande fan della noia, condensa bene in poche parole la sua utilità:

“La noia permette di indulgere nella curiosità, e dalla curiosità viene fuori tutto. Tutte le cose [tecnologiche] sono fantastiche, ma non avere nulla da fare può esserlo altrettanto.”

Chiariamoci: quello che contesto non è giocare occasionalmente ad un gioco sull’iPhone. Quello che contesto è giocarci sistematicamente, ogni volta che se ne riscontri l’occasione, in treno o in coda. Fra una lezione universitaria e l’altra. In ogni momento di noia estrarre l’iPhone per immergersi in Angry Birds. In ogni istante vuoto, libero: riempirlo in maniera insulsa, pur di non dover affrontare la noia.

È ritenere che sia sempre meglio lanciare uccelli contro dei maiali piuttosto che annoiarsi, quello che trovo davvero assurdo. Ho già molti, troppi, modi di riempire un momento vuoto – leggendo un articolo che ho in precedenza salvato su Instapaper, tenendomi aggiornato con il flusso RSS dei blog che ho sottoscritto, sfogliando una delle riviste a cui sono abbonato, terminando il libro che sto leggendo.

Non che leggere sia sbagliato, figuriamoci, ma a volte sarebbe bene riflettere su quello che si è letto o quanto si è appreso. A volte, sarebbe bene smettere di apprendere nozioni, di riceverne, per riflettere su quelle che già si ha. A volte, sarebbe bene non fare nulla e pensare. Perché è in quei momenti, che le idee migliori vengono.

L’iPhone, così come l’iPad, è sempre a nostra disposizione per riempire un qualsiasi momento vuoto e permetterci di ‘scacciare la noia’. Quando, invece, sarebbe meglio semplicemente annoiarsi e, annoiandosi, pensare. Quel che sto dicendo è che i momenti di noia sono preziosi: ci consentono di ragionare e costringono a riflettere. Sprecarli sistematicamente con Angry Birds è triste. Come Stephen M. Hackett, penso che “la noia non sia una cosa negativa. Ma ucciderla con Angry Birds probabilmente lo è.”

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Dedicato a quelli con l’auricolare

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Dedicato a quelli con l’auricolare

Ma in generale a tutti coloro che sento l’esigenza di parlare al cellulare a pranzo. Epica scena di Curb Your Enthusiasm (tradotto: frena il tuo entusiasmo), serie televisiva statunitense con Larry David.

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Aeropress e Siri

È online, vostro malgrado, la prima puntata del podcast settimanale, “Brevi accenni”, introdotto la settimana scorsa e registrata subito dopo la puntata numero zero, dato che io – in questo momento – sono a Helsinki.

  • Iniziamo parlando della Aeropress, la cosa che io uso per preparare il caffè americano che beviamo mentre vi parliamo.
  • Discutiamo delle ‘interfacce rivoluzionarie’. Quali mouse, multi touch e Siri.
  • Diego ci annoia parlando di Minecraft, un gioco che lui adora. Molto impopolarmente, io, me la prendo con la gente che gioca ad Angry Birds.

La trovate su iTunes. Oppure sul sito del podcast.

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Una lamentela sul web mobile

C’è una cosa che mi fa impazzire che prima succedeva con l’iPhone, e che odiavo, e che ora succede sempre più di frequente anche con l’iPad. Accade mentre sto navigando in rete, e succede questo: che un sito che visito abbia avuto la (a suo dire) brillante trovata di creare un layout apposito per i dispositivi mobili, un layout che offre un sito castrato rispetto all’originale, con circa il 50% dei contenuti.

La cosa che più detesto è che molti di questi siti nemmeno offrono un’opzione per tornare alla versione originale, e loro stessi decidono al posto mio che è meglio che mi sorbisca la loro versione ‘mobile’.

Occorre che lo si spieghi, chiaramente: un conto è ottimizzare un sito, un altro è cambiarlo radicalmente. A meno che voi non siate un servizio web, il vostro sito non ha bisogno di una web app: ha bisogno di un’ottimizzazione, punto.

Ha bisogno di un layout che si adatti allo schermo, di un font che cambi a seconda delle dimensioni dello stesso e di piccoli lievi accorgimenti, quasi inavvertibili dall’utente finale, che rendano la lettura e navigazione piacevole senza stravolgerla. L’esperienza d’uso di un sito deve essere continua e non cambiare radicalmente a seconda del dispositivo che prendo in mano.

Mi pare ci sia un po’ di confusione per quanto riguarda il web ‘mobile’, mi pare soprattutto che molti si buttino nella creazione di web app solo perché è di moda, senza aumentare l’usabilità (dovrebbe essere questo, lo scopo) ma ottenendo l’effetto contrario. Le web app, ripeto, sono ‘app’. Non sono siti, non vanno bene se il vostro è un blog, un giornale, o uno store. Vanno bene se è un servizio.

Non meno rilevante, che senso ha offrire un quantitativo drasticamente ridotto dei contenuti che trovo sul sito originale? Che senso ha la versione mobile di Amazon, molto meno ricca dello store normale? O quella del Corriere, oltretutto a pagamento? (non sono contrario a far pagare i quotidiani, mi sembra però quantomeno stupido far pagare un giornale solo se consultato attraverso lo smartphone). C’è una ragione, io credo, se Apple non ha cambiato il layout del suo sito, e nemmeno giornali quali New York Times o New Yorker l’hanno fatto.

Se questa cosa posso anche tollerarla dall’iPhone, vi prego almeno di trattenervi dall’applicarla all’iPad: l’iPad non è uno smartphone, l’iPad va trattato come un latop, il suo browser fa tutto quello che fa il browser di un normale computer, è sufficientemente grande da gestire qualsiasi layout. Come di recente ha detto Dave Winer:

I designer hanno bisogno di sentire quanto segue, forte e chiaro: il browser dell’iPad ha piena capacità. Non ha bisogno di essere trattato differentemente. Semplicemente mantenete quello che funziona sui desktop.

La vostra web app non mi è utile e non mi spinge ad ammirarvi. Mi ricorda invece quei webmaster che mettevano flash nei siti solo per fare vedere quanto erano bravi, o l’uso eccessivo e senza alcun senso di ajax solo per dimostrare quello che si è in grado di fare, solo per colpire l’utente con effetti stravaganti che non servono a nulla. Se non a farlo andare via, l’utente.

Non siamo più negli anni ’90, gli smartphone hanno un browser valido come quello dei computer. Iniziate a trattarli seriamente e smettetela di giocarci.

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Torno presto

Vado a Helsinki fino a Sabato. Ci sono un po’ di post programmati che dovrebbero da soli per magia autopubblicarsi su questo blog. C’è anche una nuova puntata di Brevi accenni, che uscirà come programmato di Giovedì. Insomma, nonostante io sia lontano dovrei comunque essere in grado di tormentarvi con i miei articoli.

Statemi bene. Se vi va, mi trovate su Instagr.am (nick: philapple) e twitter.

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Cosa mi consigli?

Da ieri provo Stamped, applicazione celebrata fin dal lancio dalla maggior parte della blogofera americana (quella italiana ancora la ignora). L’idea – molto semplice ma molto ben realizzata – è quella di segnalare ai nostri amici quello che ci piace. Scrivono i creatori sul loro blog:

Le persone si rivolgono ai loro amici per i consigli, perché sanno che possono fidarsi di loro. Sanno chi sono i loro amici e sanno che i loro consigli hanno un senso. Un amico appassionato di cibo consiglierà un ottimo ristorante, al contrario un amico col pallino del cinema consiglierà un ottimo film.

Stamped, dicono loro, dovrebbe risolvere un problema di ‘information overload’, ovvero il fatto che su internet troviamo le opinioni di tutti senza sapere se di quelle opinioni possiamo fidarci o meno. Su Stamped non si scrivono recensioni, né si danno votazioni: si mette uno stampino su quello che si apprezza, per segnalarlo agli amici. Del resto, spesso mi sono domandato quale fosse la reale differenza fra tre stelle e due, e l’arbitrarietà dell’assegnazione delle stesse.

Abbiamo letto un libro davvero bello, guardato un film che secondo noi gli altri meritano di conoscere, visitato una bella mostra d’arte? Stamped serve a segnalare queste cose, a dare consigli ai nostri amici. Stamped è gratuita, si scarica dall’App Store. Come realizzazione è molto simile a Instagr.am: un intero social network per ora limitato al solo iPhone, e alla sola applicazione. Nessuna web app, nessun sito.

Se ancora avete dubbi, un video vi esplicativo dovrebbe fugarveli.

P.S. Il mio nickname è, as usual, philapple

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Come Sony ha perso la sua strada

Il giornalista Dan Frommers ha identificato nel software la causa del declino di Sony, che ha sempre prodotto degli hardware di ottima qualità dimenticandosi del software al loro interno, o dei servizi ad essi legati:

Mentre il mondo veniva catturato dagli mp3, Sony continuava a spingere per il suo formato chiamato ATRAC e un software terribile per gestire la libreria musicale e i device. Nel frattempo, Apple aveva appena introdotto l’iPod e l’ecosistema iTunes, che alla fine prese piede.

Una decina di anni dopo si dà credito del successo dell’iPod alla sua scroll wheel, al design iconico, al nome e alla pubblicità dietro. Ma io credo che il software, gratuito e semplice, iTunes fosse ugualmente importante: potevi facilmente copiare CD, organizzare mp3, e sincronizzarli con l’iPod. Era abbastanza elegante da permettere a tutti di utilizzarlo, e Sony e nessun altro aveva qualcosa che somigliasse.

Ho sempre pensato che l’iPod ha avuto successo grazie ad iTunes. I software di Sony (e penso anche quelli di Creative e concorrenti) non hanno mai uguagliato la bellezza e semplicità di iTunes. Con una certa miopia, hanno pensato che a battere l’iPod bastasse un buon hardware quando l’hardware era, invece, solo una delle due parti di un binomio vincente.

In un periodo in cui il software è diventato importante tanto quanto l’hardware, sicuramente è arrivato il momento di investire maggiormente in questo settore. La Sony non ha mai disegnato il software bene tanto quanto il suo hardware, scrive Frommers: è arrivato il momento di reinventarsi.

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Non mettetemi in mezzo!

Video

Non mettetemi in mezzo!

Povera Siri, che messa nel mezzo di una disputa fra marito e moglie tenta di salvare la situazione, fallendo. Un video di College Humor.

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Una svantaggiosa biodiversità

Minimally Minimal ha riassunto in un’immagine rivelatrice il numero di iPhone attualmente in commercio, confrontandolo con il numero degli smartphone Samsung (Android) reperibili. Il numero degli iPhone in commercio è quattro, il numero dei Samsung non lo so, ma accontentatevi di questo: è troppo alto.

Il design di Apple è riconoscibile e identificabile, perché è quello e viene modificato solo quando strettamente necessario. Apple è insolita modificare frequentemente il design dei propri prodotti mantenendolo invece invariato per anni. Il design di Samsung non è iconico perché ha un centinaio di differenti espressioni, coesistenti.

Quello che a me viene da pensare è che non siano riusciti a trovare un design vincente, creandone quindi tanti mediocri. Da qui il grande numero di differenti modelli in vendita. E stiamo parlando solo di Samsung: pensate a quanti altri produttori di smartphone Android restano e immaginate che inquietante immagine verrebbe fuori a raccogliere tutti i loro device in una pagina.

Ma una tanto prolifica produzione giova alle vendite? Questo modello di business – che punta tutto sulla quantità e pochissimo sulla qualità – effettivamente fa sì che la quota di mercato di Android sia al 52% mentre quella di iOS si attesti ad un ben più inferiore 15%. Tuttavia – come mostrano dei grafici di Oppenheimer – la maggior parte dei profitti del settore mobile continua ad andare Apple che con il suo 15% genera guadagni più alti di coloro che detengono il 52% del mercato.

Ma allora, una tale frammentazione e differenziazione fa bene all’utente finale? Il mio parere è no. Il mio parere è che serva solo a generare confusione nella testa del consumatore. La strategia di Apple è chiara: ci sono questi quattro modelli, vi consigliamo questi quattro modelli. Questo è l’iPhone, ben definito e delineato. Quando parlate dell’iPhone sapete di cosa state parlando, avete in mente un device ben preciso.

Ma per quanto concerne Samsung, invece? Quale scegliere fra i 50 modelli esistenti? Su quale investire i propri soldi, quale acquistare? Qual è quello su cui realmente Samsung punta ed ha intenzione di supportare e tenere in vita non solo nei mesi seguenti l’acquisto, ma negli anni?

Perché è qui che si va a finire, di nuovo. Ovvero sulla difficoltà (se non impossibilità) per Samsung di aggiornare e fornire servizi per così tanti dispositivi. Dell’enorme costo che Samsung dovrebbe affrontare se decidesse di tenerli tutti aggiornati. E quindi, così, un po’ per obbligo si arriva alla temuta conclusione: la vendita di uno smartphone che a meno di un anno dall’acquisto non sarà più supportato dall’azienda.

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È o non è un MacBook Pro?

Avete visto il nuovo HP Envy? Dopo il MacBook Air di Asus, abbiamo finalmente anche un MacBook Pro della HP. È quasi commovente.

UPDATE: Luca nei commenti segnala questo video – anch’esso in stile Apple – in cui le menti dietro all’Envy spiegano come ci sono arrivati a crearlo, da cosa è nato e l’idea che sta dietro. Tante parole, quando sarebbe bastato inquadrare un MacBook Pro ed esclamare “ci piaceva, ci siamo detti: e se lo copiassimo?”.

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Brevi Accenni: una puntata di prova

Insomma, facciamo un podcast. Lo facciamo assieme a Diego Petrucci di Idealistic e si chiama “Brevi Accenni“. È un podcast settimanale, dedicato ad Apple, tecnologia, minimalismo e più in generale a tutte quelle cose che avremmo dovuto scrivere nel corso della settimana sui nostri blog ma che alla fine, rimandando di giorno in giorno, abbiamo finito col trascurare.

C’è già online una puntata, una puntata beta, se non addirittura alpha, una puntata zero che ci è servita più che altro ad iniziare. Le prossime, se questa vi fa orrore, promettiamo saranno meglio. Migliorerà non solo l’audio, ma anche i contenuti. In questa, parliamo un po’ di Google X, l’Internet degli oggetti, Jawbone UP, il nuovo Kindle Fire di Amazon e il Lumia 800.

Abbiamo un feed rss, che potete aggiungere ad iTunes. E sì, quello che parla a voce bassa sono io.

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‘Saremo sempre nell’era di Windows’

“Siamo nell’era di Windows – ci eravamo dentro, lo siamo ora e ci saremo sempre.”

Ballmer (lui, sempre lui) continua imperterrito con la sua strategia di protezione esasperata e disastrosa di Windows – poco importa se va contro l’evoluzione che il settore sta subendo – rispondendo in questo modo alla domanda di un’azionista: “siamo entrati nell’era post-PC?”

Per Ballmer, evidentemente, no. Né mai ci entreremo.

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Controcorrente

Molta agitazione ieri quando sono uscite le foto del Blackberry London, il nuovo smartphone di RIM – peraltro piuttosto bruttino, se volete la mia opinione – che dovrebbe uscire in estate: era tutto schermo. Oggi RIM tranquillizza i suoi fedeli utenti:

“Siamo devoti alla tastiera.”

Io direi che per andare in totale controtendenza e differenziarsi, sarebbe bene esternare un atto d’amore anche verso la stylus.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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