Come eliminare il DRM degli ebooks in pochi istanti

Succedono cose belle, per esempio si scopre che con un click è possibile rimuovere il DRM di Mondadori, Feltrinelli, Einaudi e di tutte le altre case editrici. Avevo due volumi acquistati su Bookrepublic coperti da DRM e in pochi attimi sono riuscito ad eliminarlo. L’ho scoperto solo ieri, questo “metodo”, eppure è da tanto che esiste, da Novembre. Me tapino che ne son rimasto all’oscuro per così tanto tempo.

La motivazione

Perché eliminare il DRM? Perché in tal modo è possibile leggere gli ebook acquistati dovunque si voglia: io per esempio li ho messi sul Kindle ma volendo potete anche metterli in iBooks o in qualsiasi altro posto ne sentiate l’esigenza, dentro qualsiasi lettore e qualsiasi applicazione. E’ illegale, ok, ma non mi sento un mostro per averlo fatto: ho pagato per quei libri, ho pure pagato un prezzo non troppo vantaggioso, un prezzo molto simile alla loro versione cartacea, un prezzo che sinceramente per una versione digitale di un libro a me pare un po’ alto. Quindi l’ho fatto, ne vado fiero e finalmente posso utilizzare il mio libro come ne avrei sempre avuto diritto: dove voglio, dove scelgo io, dove preferisco, dove più mi aggrada. Non dove l’editore ha deciso al posto mio.

La parte tecnica

Non si è mai vista una cosa più semplice: basta andare su questo sito e scaricare l’Apple Script (link diretto per il download). Una volta fatto questo si cerca, fra gli altri file contenuti nel pacchetto scaricato, l’Apple Script, lo si apre, si sceglie il libro che si vuole liberare, ed ecco fatto, l’.epub senza DRM è pronto.

Appendice

Se il libro lo vuoi mettere in iBooks è già pronto, se invece lo vuoi trasferire nel Kindle ti ci vuole un altro passaggio, ovvero la conversione dal formato .epub al .mobi — purtroppo una cosa molto odiosa del Kindle è la non compatibilità con quello che sta oramai diventato lo standard, l’.epub. Per fare questo puoi utilizzare Calibre: è un programma orrendo, proprio brutto, graficamente tremendo, ma funziona e, ahimè, per ora non ci sono alternative.

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Steve Jobs questa volta potrebbe non tornare

Steve Jobs, lo sanno tutti oramai, si è preso una pausa da Apple. Come le volte scorse ancora non sappiamo per quale ragione: quando nel 2004 lasciò Apple a causa di un tumore al pancreas scoprimmo solamente a tumore curato la ragione dell’assenza e lo stesso avvenne nel 2009, quando comunicò di avere uno scompenso ormonale. Tornò in azienda molti mesi più tardi, dopo aver subito un trapianto di fegato.

La differenza fra questa volta e le precedenti non è dunque la non conoscenza di quel che affligge il CEO, la differenza fra questa pausa e quelle passate è che questa volta non c’è il minimo accenno nella lettera inviata al tempo necessario per la guarigione, alla durata della pausa. Secondo Slate, guarisca o no, Steve Jobs non tornerà più in azienda, definitivamente.

Questo perché l’obbiettivo di Steve Jobs è stato, per una vita, cercare di rendere i computer facili da utilizzare come un qualsiasi altro elettrodomestico, intuitivi e immediati, come può esserlo un tostapane. Oggi lo scenario del mondo informatico è molto simile a quello che Jobs aveva immaginato, a quello per cui Steve Jobs ha a lungo lavorato. Scrive Slate:

Jobs has pushed the company to achieve one of his long-held goals—to turn computers into mainstream appliances as ubiquitous and easy-to-use as televisions, toasters, and food processors. He has been stunningly successful in achieving that vision. And now he’s probably done. The tech world, today, looks more or less exactly like what Steve Jobs has always said the tech world should look like, and Apple is one of the most valuable companies in that universe.

La “battaglia” vinta da Jobs non riguarda solo i devices, riguarda – lo abbiamo detto tante volte – l’intero ecosistema che ruota intorno ad essi. La strategia “facciamo tutto noi”, hardware e software, sembra oggi essersi rivelata più vincente di quella adottata da Microsoft, “io mi occupo del software e l’hardware lo affido ad aziende terze”. Gli Apple Store, nati per la prima volta nel 2001, sono oramai una realtà affermata, alcuni dei negozi più redditizi del mondo. L’iTunes Store alla fine sembra aver avuto la meglio sulla pirateria. Sembrava assurdo che la gente accettasse di pagare per qualcosa che poteva avere gratis eppure ha funzionato. A quanto pare c’è una cosa che può competere con il gratis, sottolineava il Time ad inizio Dicembre: la facilità d’uso.

E la facilità d’uso, il minimalismo, l’eleganza, sono probabilmente le principali chiavi di lettura attraverso cui comprendere il successo di Apple negli ultimi anni. La gente comune sceglie un iPhone al posto di Android perché è facile da utilizzare, poco interessa che sia chiuso e controllato. L’App Store funziona e bene, senza troppi intoppi. Può non piacervi questa visione del mondo, può non piacervi il fatto che le applicazioni siano controllate da Apple e vendute solo da lei, potete preferire e scegliere il modello aperto e frammentato di Android, resta comunque il fatto che Steve Jobs ha avuto la meglio e che fra le due visioni la sua si è rivelata essere quella vincente.

Apple è un’azienda solida, che a quanto pare funziona bene anche senza Steve Jobs. Ovvio, come scrive Gruber non sarà uguale, tuttavia se c’è una cosa che la sua assenza in passato ci ha insegnato è che l’azienda può funzionare benissimo anche senza il suo CEO storico.

Potremmo forse non essere noi preparati ad un suo eventuale abbandono ma Apple lo è ora più che mai: ieri i risultati fiscali hanno dimostrato una crescita di cui poche altre aziende possono vantare. Un aumento del fatturato del 71%, un utile netto di 6 miliardi di dollari, vendite dell’iPhone aumentate dell’86%. Temevamo che questa notizia avrebbe causato una perdita in borsa al titolo APPL e un calo infatti c’è stato, ma ridicolo. Scriveva ieri un economista: “AAPL is often considered to be among the most exciting and high flying stocks in the market, but the reality is that it could be considered among the more “boring” stocks in the S&P 500″

Se Steve Jobs lasciasse Apple la situazione attuale non muterebbe drasticamente: le altre figure importanti all’interno dell’azienda di cui Jobs si è circondato condividono tutte una visione simile alla sua. Tim Cook, Phil Schiller, Jonathan Ive e altri vertici di Apple non hanno idee molto diverse da quelle di Jobs. Non sarà uguale, i keynote saranno più noiosi (Tim Cook e Phil Schiller si perdono nei dettagli e sono sicuramente meno carismatici di Jobs) e meno ricchi di interiezioni, ma probabilmente tutto funzionerà bene lo stesso.

There is a story that Andy Hertzfeld, one of the engineers on the Apple team that developed the first Mac, tells in his book Revolution in the Valley. Back when they were coming up with the design of the computer, Jobs kept pestering engineers with ever-more-outlandish ideas. First he wanted the Mac to look like a Porsche. Another time, he went to Macy’s and spotted a beautiful Cuisinart, and that became the new template for the Mac—now it had to look like a food processor, he told his team. That idea didn’t pan out, but everyone knew what Jobs was going for. “It’s got to be different, different from everything else,” Jobs kept saying. Now, nearly 30 years later, Jobs has made good on that vision. His machines are just as popular and easy to use as high-end appliances and fast cars. If Jobs is looking to go out on a high note, this would be a pretty good time to do it. (*)

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Una cosa triste

La lettera che ha inviato questa mattina Steve Jobs ai dipendenti Apple. Una lettera che giunge inaspettata: sembrava infatti non vi fossero all’orizzonte problemi di salute e tutto pareva, almeno agli occhi della stampa e di tutti noi, concluso.

Team,

At my request, the board of directors has granted me a medical leave of absence so I can focus on my health. I will continue as CEO and be involved in major strategic decisions for the company.

I have asked Tim Cook to be responsible for all of Apple’s day to day operations. I have great confidence that Tim and the rest of the executive management team will do a terrific job executing the exciting plans we have in place for 2011.

I love Apple so much and hope to be back as soon as I can. In the meantime, my family and I would deeply appreciate respect for our privacy.

Steve

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“Lo stai tenendo in maniera scorretta”

E altre nove cose che Steve Jobs potrebbe dirvi a letto raccolte e organizzate in una infografica. Se così la vogliamo definire. (*)

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Un nuovo iPhone all’anno è più che sufficiente

Un nuovo iPhone all’anno, considerata la velocità con cui attualmente il settore della telefonia si evolve, non è troppo poco? Se lo chiedeva a inizio anno Kiro, di Melamorsicata, proprio mentre io, passate alcune settimane dall’acquisto dell’iPhone 4, mi ponevo una domanda simile, giungendo però a conclusioni differenti, ovvero se fosse davvero il caso, se vi fosse la reale necessità, di far uscire un nuovo iPhone all’anno.

Secondo Kiro sì, infatti l’idea che sta dietro la sua domanda è che nel corso di un anno gli sviluppi nel campo della telefonia siano così ampi da far correre il rischio ad Apple di ritrovarsi a vendere un prodotto obsoleto. Infatti, come lui scrive:

Assistiamo alla diffusione della tecnologia NFC da parte di Samsung con il Nexus S, tecnologia su cui Apple ha investito molti brevetti. Assistiamo alla presentazione di processori a doppio nucleo, a schermi con supporto nativo al 3D e molto altro. Tecnologia lanciate durante l’anno ma da cui l’iPhone può attingere solo una volta in 12 mesi. Gli iPhone 4 di gennaio saranno obsoleti mentre saranno prodotti.

Io, al contrario, credo che un iPhone nuovo all’anno non solo sia più che sufficiente, ma che anzi sia forse troppo. Di una cosa infatti sono sicuro: a rendere obsoleto il mio vecchio iPhone 3GS non è stata la tecnologia sviluppata da Samsung, non è stato il Nexus S o l’ultimo LG, non è stata nessuna miglioria significativa avvenuta negli smartphone Android o nei Blackberry: a rendere obsoleto il mio iPhone 3GS è stata Apple stessa. Se non esistesse un iPhone 4 l’oramai definito vecchio 3GS vi sembrerebbe tale? Lo considerereste realmente datato rispetto agli altri modelli in circolazione? Non credo.

Se c’è una cosa che non apprezzo negli iPhone e negli iPad è infatti il loro ridicolo e quanto mai effimero ciclo di vita, ovvero il fatto che nel giro di un anno diventino vecchi. Non sto chiedendo ad Apple di non aggiornarli, quello che sto chiedendo è di non rivoluzionarli.

In questo momento sto scrivendo da un MacBook Pro acquistato quattro anni fa: nel corso di questi anni Apple ha aggiornato il computer che utilizzo diverse volte, rendendolo più potente, rendendolo migliore, cambiandogli l’aspetto esterno. Tuttavia io posso fare con il mio MacBook Pro di quattro anni fa tutte quante le cose, nessuna esclusa, che possono essere fatte da un possessore del modello più recente di questo Mac. Al contrario, posso già sin d’ora affermare con sicurezza che quando uscirà l’iPad 2, così come quando l’iPhone 5 vedrà la luce, ci saranno delle funzioni che a me saranno precluse, delle applicazioni che io non potrò usare. Così, nel giro di un anno, mi ritroverò con un iPhone ed un iPad, contemporaneamente nuovi ed obsoleti.

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L’iPhone non farà la fine del Mac

First, shall we agree that Microsoft “open” model is the exception rather than the rule? How many other examples of the Microsoft platform licensing model, with its caveats, prohibitions, and insistence on fealty, do we see? Have we forgotten that Microsoft’s methods led to a conviction of being a monopolist?

Su Monday note ci si domanda, attraverso un interessante articolo, se la via percorsa da Microsoft con Windows non sia l’eccezione piuttosto che la regola. Microsoft, come tutti sanno, vende il suo sistema operativo in licenza ad altre aziende, produttrici di hardware, il che gli ha permesso di ottenere un mercato frammentato ma amplissimo, Apple invece ha scelto di occuparsi sia dell’hardware che del software, il che l’ha portata ad avere un ottimo prodotto utilizzato però dal 2% del mercato.

Molti credono che la stessa cosa avverrà in breve tempo anche con l’iPhone: la rivista Fortune, attraverso le parole di un suo columnist (“2011 will be the year Android explodes”), ha scelto il 2011 come anno in cui Android avrà la meglio su iOS. Questi dubbi sorgono perché il Mac era tanto promettente quanto l’iPhone, tanto innovativo quanto l’iPhone, superiore rispetto alla concorrenza in ugual modo, ma questo non ha impedito che una scelta simile – quella di non fornire il sistema operativo in licenza – lo relegasse ad un mercato molto marginale.

I punti su cui l’articolo si sofferma, e i dati che mette in evidenza, segnalano come questo scenario in realtà sia lontano dal realizzarsi:

  • L’utilizzo del Mac da una fetta ristretta del mercato non è avvenuto nel tempo ma dal primo giorno, dal lancio. Al contrario l’iPhone può contare su una rete diffusa sul territorio nazionale (gli Apple Store e i carrier di telefonia) e un look accattivante che ai primi Mac mancava, in definitiva può far fede su un supporto prima inesistente che ha fatto sì che almeno sino ad ora l’oggetto abbia goduto di un successo indiscusso.
  • I margini di ricavo di Apple sono molto alti. HP – leader per quanto concerne il mercato dei PC – ha un ricavo pari al 5%, Apple, che vende solo un terzo dei computer venduti da HP, ha un margine che oscilla dal 30% al 35%. La strada per l’iPhone può esser questa: “smaller market share, bigger profits”.
  • Il Mac ha subito una rinascita negli ultimi anni. Lo scorso anno ha raggiunto una quota di diffusione del 10% nel mercato americano. Inoltre la sua crescita è molto superiore rispetto a quella dei PC.

Il paragone con il passato potrebbe dunque non funzionare. Come poi ha sottolineato Marco Arment, scegliere Android al posto di iOS non comporta scegliere solo un sistema operativo al posto di un altro ma decidere di ignorare le tante applicazioni esistenti per iPhone e l’intero ecosistema che gli ruota intorno a favore di qualcosa che sarà pure più aperto ma è meno integrato del primo: una decisione che può essere presa dagli utenti esperti ma che i normali consumatori difficilmente intraprenderanno.

The software side of a modern computing platform is far more difficult and expensive to create and maintain than the hardware. Anyone can cobble together the same processors, DRAM, flash, and radios as Apple, put them into a plastic case, and run a commodity OS on them with slight front-end customizations. But not everyone can create an entire software platform. (*)

Il sistema di Apple, quello di occuparsi di tutto, hardware e software, sembra dunque funzionare sotto molti aspetti. Tenendo presente, come sempre Arment sottolinea, che Apple crea l’hardware per necessità, per sopperire a una necessità dovuta al software che produce. Apple resta dunque, in primis, una software company.

Tale scelta, di occuparsi internamente di tutto, ha permesso la creazione del già sopra menzionato ecosistema consistente in una sincronizzazione senza problemi dell’iPhone (o iPad) con Windows e Mac, un’integrazione con i servizi web più popolari, un sistema di pagamenti che gli utenti hanno accettato di utilizzare, uno store creato per la vendita di contenuti audio e video, tantissime applicazioni e giochi sviluppati da terzi e moltissimi accessori creati da aziende esterne. Tutte cose che la frammentazione dell’hardware non avrebbe consentito, tutte cose che per Android, a causa della strada intrapresa da Google, sarà difficile replicare.

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Ai miei tempi

Peccato non ne esista la maglietta, perché sicuramente l’acquisterei (*)

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