Il mio anno a derubare il web assieme al Daily Mail

James King è stato un giornalista del Daily Mail per circa un anno, prima di abbandonarlo esasperato dalle pratiche giornalistiche (scorrette) del quotidiano che ha raccontato nel dettaglio su Gawker, in un pezzo intitolato “Il mio anno a derubare il web assieme al Daily Mail”.

Una tipica giornata lavorativa, per James, funzionava così:

Quando sei libero di scrivere una storia, semplicemente gridi “sono libero” e l’editore ti assegna un link da un’articolo in lista. In molti casi, il link è accompagnato da un titolo ad effetto che il giornalista deve adottare — e che può o non può essere accurato.

Durante un turno di 10 ore lavorative in media mi venivano assegnati quattro o sette articoli di questo tipo. Al contrario delle altre testate per cui ho lavorato, ai giornalisti non veniva richiesto di sviluppare narrative proprie, né di citare le fonti. Ci venivano assegnate storie scritte da altre testate e essenzialmente ci veniva richiesto di riscriverle.

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Come il New York Times evita di mostrare pubblicità negli articoli relativi a tragedie

Interessante, con un solo tag meta:

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Siamo pronti per aerei che si guidano da soli?

Non è che siamo pronti: più o meno ce li abbiamo di già. Gli aerei su cui viaggiamo oggi sono perlopiù automatizzati; uno studio (segnalato da Vice) riporta che in media un pilota spende 7 minuti del volo a “pilotare” l’aereo. Non è neppure che la scelta sia o completa automatizzazione o nulla: l’idea è che vi sia un pilota in cabina (se non altro sugli aerei di linea) e un co-pilota — un robot (o un gruppo di piloti) — a terra.

Scrive Vice:

It doesn’t have to be an either/or proposition. A purely auto piloted plane would probably crash from time to time, but leaving complete control of the plane to those on board, 100 percent of the time, hasn’t worked either.

So Cummings and others have looked into a system in which one pilot is in the cockpit, and the other is a robot—or at the very least, a group of humans—on the ground. For one, it would eventually save a massive amount of money for airlines in terms of pilots’ salaries, which is why it’s attractive to airlines (whether we want to automate pilots out of existence is another question). But, secondly, it could prevent disasters like this week from occurring.

Come rivelano alcuni brevetti, Boeing sta lavorando a un sistema che permetterebbe di comandare l’aereo da terra — e in caso di problemi, di assumerne il controllo.

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Text-Shots con Instapaper

Con l’ultimo aggiornamento dell’app per iOS Instapaper ha introdotto i text-shots, aka screenshot del testo. Io, che già utilizzavo Instapaper per fabbricarli in maniera rudimentale, sono felicissimo.

(Mentre la cosa dello speed-reading continuo a non capirla)

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16 smartphone che avrebbero dovuto uccidere l’iPhone

Divertentissima galleria. Il Palm Pre! Chi si ricordava che fosse mai esistito? (titolo alternativo: 16 smartphone di cui a malapena ricordo il nome).

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Sul display OLED dell’Apple Watch

Il display dell’Apple Watch sarà OLED, contrariamente a tutti i display Retina prodotti da Apple fino ad oggi, basati su tecnologia LCD. OLED, spiegato da Wikipedia:

Tecnologia che permette di realizzare display a colori con la capacità di emettere luce propria: a differenza dei display a cristalli liquidi, i display OLED non richiedono componenti aggiuntivi per essere illuminati (i display a cristalli liquidi vengono illuminati da una fonte di luce esterna), ma producono luce propria; questo permette di realizzare display molto più sottili e addirittura pieghevoli e arrotolabili, e che richiedono minori quantità di energia per funzionare

Un display OLED non è retroilluminato, ma ha uno strato di materiale organico che emette luce quando viene sottoposto a corrente elettrica. Questo fa sì che un display OLED sia più sottile rispetto a un display LCD (che richiede retroilluminazione). Di negativo, c’è che il materiale organico si consuma, limitando la vita di un display OLED.

Ma soprattutto — per Apple, e per noi — un display OLED risparmia batteria: non richiedendo retroilluminazione, solo i pixel necessari si illuminano e emettono luce. È insomma possibile accendere parti dello schermo, e lasciarne altre spente. Per questa ragione, il nero su OLED è a consumo zero — oltre a essere più fedele.

È un caso, dunque, che il nero sia prevalente nella UI delll’Apple Watch? No, secondo Craig Hockenberry:

One of my first impressions of the Apple Watch user interface was that it used a lot of black. This makes the face of the device feel more expansive because you can’t see the edges. But more importantly, those black pixels are saving power and extending the life of the display. It’s rare that engineering and design goals can align so perfectly.

And from what we’ve seen so far of the watch, that black is really really black. We’ve become accustomed to blacks on LCD displays that aren’t really dark: that’s because the crystals that are blocking light let a small amount pass through. Total darkness lets the edgeless illusion work.

Insomma, il display OLED contribuisce sia a eliminare i confini dello schermo (con un nero che è più nero), e a risparmiare batteria. Probabilmente arriverà anche su iPhone: nell’intervista uscita sul New Yorker un mese fa, Jonathan Ive sottolineava quanto trovasse strano che lo schermo dell’iPhone debba accendersi per intero, anche quando non necessario:

He picked up his iPhone 6 and pressed the home button. “The whole of the display comes on,” he said. “That, to me, feels very, very old.” (The iPhone 6 reached stores two weeks later.) He went on to explain that an Apple Watch uses a new display technology whose blacks are blacker than those in an iPhone’s L.E.D. display. This makes it easier to mask the point where, beneath a glass surface, a display ends and its frame begins. An Apple Watch jellyfish swims in deep space, and becomes, Ive said, as much an attribute of the watch as an image. On a current iPhone screen, a jellyfish would be pinned against dark gray, and framed in black, and, Ive said, have “much less magic.”

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Facebook inizierà a ospitare sulle sue pagine i contenuti di alcune testate

Fra alcuni mesi Facebook avvierà un esperimento (a cui hanno già aderito il The New York Times, BuzzFeed e il National Geographic) per ospitare i pezzi di alcune testate direttamente nelle sue pagine:

Facebook has said publicly that it wants to make the experience of consuming content online more seamless. News articles on Facebook are currently linked to the publisher’s own website, and open in a web browser, typically taking about eight seconds to load. Facebook thinks that this is too much time, especially on a mobile device, and that when it comes to catching the roving eyeballs of readers, milliseconds matter.

Che meraviglia, eh? Purtroppo è più o meno la situazione di cui parlava Matt Buchanan in Content Distributed — che ricorda molto i canali televisivi, e (molto) poco internet:

When all content lives wholly and completely on Facebook (or Yo or Tumblr or Push for Pizza) who cares where it comes from? […]

What we’ll have, at best maybe, are channels in a single viewfinder, probably one owned by Facebook, sort of like the screen on the back of an airplane seat: Maybe you’ll watch the BuzzFeed comedy channel, then be shown the New Yorker reporting channel when an algorithm detects you’re feeling Ambitious or Smart, until it sees that you’re not all that engaged with the Dexter Filkins’ account of the latest skirmish in Iraq (you didn’t even look at the share buttons), so then maybe you’d like to peek the NBC Universal reality channel (you did Like Top Chef the other day) or the Vice Noisey channel for some music to perk you up since you were listening to some weird dance stuff through Spotify the other day. The future may be unevenly distributed, particularly for producers, but not for their content: it will be smoothly, cleanly, perfectly so.

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Everyday — come si evolve il tuo volto

Applicazione

Everyday — come si evolve il tuo volto

Hanno aggiornato Everyday (gratuita, per iPhone), applicazione per scattarsi una foto al giorno per così ricavarci (dopo mesi, o anni) un time-lapse di sé stessi (esempio).

Everyday esiste dal 2011 (con vari buchi — anche ampi — la uso da allora), più o meno sotto lo stesso aspetto e forma. Improvvisamente oggi l’hanno aggiornata: non è cambiata molto, a parte UI più bellina, e se non per la possibilità di gestire più timeline. Quest’ultima è forse l’aggiunta più rilevante, che si attiva con acquisto in-app a €1,99 — una volta attiva, Everyday potrà gestire gallerie fotografiche multiple, e creare per ciascuna un time-lapse.

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⌘ + ⇧ + 4: una guida agli screenshot su Mac

cmd (⌘) + shift (⇧) + 4 equivale a uno screenshot, su Mac. Quello che non sapevo (e che ho scoperto grazie a un ottimo post di Useful Mac) è che il Mac offre ulteriori opzioni per controllare la dimensione e posizione della sezione da fotografare. Tutto quello che bisogna fare è, dopo la sequenza per scattare uno screenshot (⌘ + ⇧ + 4, appunto), premere un altro fra i seguenti tasti:

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Cosa resta di Kodak

Video

Cosa resta di Kodak

Video (più articolo) del New York Times sullo stato di Kodak, piuttosto triste seppur in cantiere (dicono) abbiano idee e progetti che potrebbero risollevarla — come un nuovo tipo di schermo, flessibile.

Al momento, però, sopravvivono grazie ai brevetti (solo nel 2013 ne hanno venduti 1.100 a 12 aziende, fra cui Apple, per $527 milioni) e dei 200 edifici di una volta 80 sono stati demoliti, mentre 59 sono subaffittati ad aziende esterne — in uno ci producono (e confezionano) passata di pomodoro, come si vede nel video.

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FeedPress

È da più di un anno che gestisco il feed rss di questo blog con FeedPress e non potrei che esserne più soddisfatto. FeedPress offre ottime statistiche (che senza farmene nulla — come sempre con questi dati — mi diverto a guardare) sul numero di abbonati al feed, sui feed reader utilizzati dai lettori e sulla lettura e apertura di ogni singolo articolo. L’interfaccia per la gestione è piacevole e facile da navigare, sicuramente superiore a quella del morente Feedburner (dal quale si possono importare i feed).

Non è gratuito, ma è anche l’unica alternativa valida a Feedburner.

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Pulizie

Ho sistemato il tema, almeno suppongo.

È più grigio.

Ho cambiato lo stile dei commenti — più leggibili.

Il rimando a post precedente e successivo alla fine di ogni articolo è meno enorme, perché mi aveva stufato.

Il linklog in homepage si vede meglio da mobile.

Il font dei titoli è museo sans, in ogni situazione. Prima no, e faceva casino.

C’erano degli errori, non ci sono più.

La membership include l’accesso a un linklog “extra”: i link sono corredati di commento (lo stesso che poi va a finire nella newsletter, ma in anteprima).

Ho dato più visibilità ai tag a fine di ogni articolo (ho anche iniziato a inserirli meticolosamente in ogni articolo nuovo).

(Effetto collaterale: a volte un tag porta a un articolo di cinque o più anni fa che leggerlo è una pena. Prima era più difficile trovarli. Non andate a trovarli.)

Ho tolto l’header con la scritta grande dall’homepage perché era troppo grande. Però così è sparito anche il menù con categorie — che in qualche modo e in qualche forma dovrà tornare.

(Tutti questi cambiamenti comunque sono online da un paio di settimane.)

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La traduzione italiana di ‘Becoming Steve Jobs’ uscirà il 7 Aprile

La traduzione in italiano di Becoming Steve Jobs si intitolerà Steve Jobs Confidencial, uscirà il 7 Aprile ed è già preordinabile su Amazon. Becoming Steve Jobs è una nuova biografia su Steve Jobs che sembra promettere bene e che, forse, potrebbe riuscire a risollevarci dalla delusione di quella originale.

FastCompany ne ha pubblicati diversi estratti, durante la settimana. Ne segnalo due: quello in cui si parla di uno Steve Jobs più empatico (rispetto a quanto la narrazione comune racconti), e “The Evolution of Steve Jobs“:

Steve was always changing. Thinking of him this way casts him in a very different light from the more common view of him as a stubborn force of nature. It reframes what those of us fascinated by and engaged in business can draw from his example. If you search for “Steve Jobs” books on Amazon, you’ll find that most carry such titles as Steve Jobs: Ten Lessons in Leadership or The 66 Secrets of Steve Jobs: The Most Complete Step-by-Step Guide Ever Written on Becoming the Next Steve Jobs. Book publishers clearly believe that readers are dying to mimic a magical “Steve Jobs Recipe for Success.” (One possible exception: Steve Jobs Returns With His Secrets, which is, according to its jacket copy, a “spiritual interview with Steve Jobs, conducted just three months after his death.”)

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La migliore interfaccia è l’assenza di interfaccia

The Verge ha pubblicato un estratto di The Best Interface Is No Interface, un libro sulla nostra ossessione per interfacce e schermi. “There’s an app for that”, ma non significa che un’app sia la via più semplice per risolvere le cose, anzi — a volte un’interfaccia è una complicazione aggiuntiva, che aggiungiamo solo per ossessione:

Avoiding a digital interface means you don’t waste time learning, troubleshooting, and using a screen you don’t need to be using anyway. That’s good design thinking, especially when designing around common tasks.

È in reading list.

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Il futuro delle macchine che si guidano da sole, secondo Elon Musk

Video

Il futuro delle macchine che si guidano da sole, secondo Elon Musk

Una conversazione recente fra il CEO di NVIDIA e Elon Musk.

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I 10 anni di Melamorsicata

Oggi Melamorsicata compie dieci anni. Sono dieci anni che Kiro — che seguo (e apprezzo) da allora — ci scrive tutti i giorni, con una media di 6 articoli al giorno (si è affaticato non poco!):

A 10 anni di distanza da quel giorno sono ancora qua. Con la differenza di oltre 21.200 articoli scritti sull’argomento. Una palestra quotidiana che non si è fermata mai. Non c’è stata febbre, festa, laurea, Natale, vacanza estiva che mi abbi fermato. Ogni giorno, tutti i giorni degli ultimi 10 anni, è apparso almeno un articolo al giorno sull’argomento.

Non che sia andata sempre tutto bene. L’inesperienza dei primi tempi e la fretta di raccontare mi hanno spinto a non fare sempre un buon lavoro. Ma la voglia c’era sempre ed è cresciuta nel tempo. […]

Ho iniziato questo blog perché volevo costruirne uno che a me sarebbe piaciuto leggere. Non sono mai riuscito a convincermi a pianificare una strategia ben precisa e attenermi a quella. Ho sempre dato voce solo alla passione. Questo mi ha portato dove sono ora. Qui, forse da nessuna parte, forse più in alto di quanto meritassi.

A pensare che, fra non molto, questo blog avrà dieci anni a sua volta un po’ mi inquieto.

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Come Alan Adler inventò la AeroPress

Steven Levy ha intervistato Alan Adler, l’inventore della AeroPress, oggetto venerabile che produce caffè venerabile.

How did you start?
I began just by tasting the coffee, and I found that 175 degree water made the best-tasting coffee with a pour over, which is well below boiling. But I was troubled by the fact that the drip-through took about four or five minutes. I believe that if lower temperature makes the coffee sweeter, a shorter time will as well. I tried pushing with various instruments down on this slurry of coffee in the cone, and it did absolutely nothing. Pressing on it didn’t shorten the time at all. I realized that I had to contain it somehow in an airtight chamber so I could apply pressure to shorten the time. So I drew a sketch and I made something in my shop. And it just tasted delicious. It tasted so much less bitter than regular drip coffee.

I love that the AeroPress is self-cleaning. Was that a design goal from the beginning?
Total good luck. It was what I call serendipity.

What is the most common mistake people make with the AeroPress?
They press too hard. I tell people to press gently and it shortens the wet time to press gently because it doesn’t compress the puck. And the shorter wet time makes a sweeter cup.

(Tre fa scrissi una recensione della AeroPress: da allora la uso praticamente tutti i giorni.)

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La nuova dittatura delle ricevute di lettura

Fra le cose più stupide che sono successe negli ultimi anni io ci metto le ricevute di lettura. Mentre prima erano un’opzione, oggi vengono inflitte senza possibilità di opt-out su Facebook e simili. Sarebbe bello (se non altro) se fosse possibile abilitarle solo per certi contatti, e soprattutto sarebbe giusto che la scelta — di abilitarle o meno — ricadesse su me. Invece nel caso di iMessage sono abilitate o per nessuno o per tutti, e nel caso di Facebook la scelta nemmeno esiste.

Capisco l’intenzione, buona (Es. “Ricordati il latte” non ha bisogno di una risposta, ma solo di una lettura), ma sono diventate uno strumento per spingere le persone a sentirsi in difetto se non rispondono entro pochi minuti dalla lettura, e servono solamente a soddisfare l’ego del mittente. Credo sia anche per questo che abbiamo finito con l’accettarle: non ci piacciono da destinatari, ma nella posizione di mittente ci tornano comode, ansiosi come siamo che tutti rispondano quanto prima.

Eppure, il fatto che io abbia avuto modo e tempo di leggere un messaggio non significa che debba anche occuparmi della risposta ora, non significa che debba interrompere ulteriormente la mia attività (qualsiasi essa sia, anche stessi solamente fissando il soffitto da ore) per rispondere. Invece, con le ricevute di lettura, tutti si aspettano che tutti siano sempre connessi. È come essere in chat, e avere il proprio stato su online alla mercé di tutti. La linea di ragionamento è questa: X ha visto il messaggio? E allora è davanti a un computer, o ha uno smartphone/tablet con sè, e deve e può rispondermi.

Le ricevute di lettura, come scrive Garret Murray, eliminano la distinzione fra offline e online facendo credere all’interlocutore che tutti siano immediatamente disponibili e sempre connessi:

Sending read receipts completely removes the feeling of being offline. When you don’t send receipts, people can send you as many messages as they’d like but until (if ever) you respond they have no idea if you received the message at all and they can make the safe assumption you might be unavailable at the moment. I like this. I miss this. With read receipts enabled, you’re always online. People know the minute you glance at their message. Sometimes I’m in the middle of feeding my kids but I glance at the phone. Now for the next hour this person knows I’ve read but haven’t responded. Why do I need this stress?

È una situazione davvero stressante, e siccome oramai sono inflitte senza scelta è necessaria una serie di accorgimenti non sempre efficaci per evitare di inviarne una. Apro iMessage con la paura che questo invii una ricevuta di lettura (aprendosi in automatico su una conversazione), sblocco l’iPhone stando attento a non scorrere sopra una notifica, visito Facebook ignorando le icone rosse che segnalano messaggi — perché oramai non mi è più possibile leggerli senza dover rispondere pochi attimi dopo. Un po’ come succede a Garret, dalla lettura di un messaggio parte nella mia mente una specie di cronometro — più passa il tempo più mi sento in difetto, più la persona dall’altra parte probabilmente si sente in diritto di ricevere una risposta quanto prima.

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CSS Sans

Un font sans-serif in CSS. Ogni lettera è un div con una class corrispondente alla lettera da rappresentare. Se l’approccio è terribile dal punto di vista dell’accessibilità, permette però di animare le varie parti di una lettera, o colorarle in maniera differente, o applicarvi qualsiasi animazione CSS vogliate.

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Non ne hai avuto abbastanza?

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