Origami Robot

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Origami Robot

Un robot piccolissimo, inizialmente piatto, capace di piegarsi come un origami. È poi in grado di camminare, nuotare e eventualmente dissolversi.

(Via IEEE Spectrum)

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Notizie da altri luoghi, e segnalazioni rapide.

An interview with a Google Street View driver. Un'intervista a un'autista di Street View.

The Future Is A Confidence Trick. Warren Ellis sulle previsioni del futuro.

Mobile Isn’t Killing the Desktop Internet. «According to Mr. Haile, mobile devices are actually “unlocking” new Web time in the morning and the evening, while desktop traffic remains dominant during weekdays.»

The Web of Alexandria. «We, as a species, are currently putting together a universal repository of knowledge and ideas, unprecedented in scope and scale. Which information-handling technology should we model it on? The one that's worked for 4 billion years and is responsible for our existence? Or the one that's led to the greatest intellectual tragedies in history?»

Web vs. native: let’s concede defeat. «I feel we’ve gone too far in emulating native apps. Conceding defeat will force us to rethink the web’s purpose and unique strengths — and that’s long overdue.»

Streaming Unicorns.. Tipo Periscope, ma per lo schermo dell'iPhone (ovvero un'app per fare livestreaming *solo* di quello)

Screentendo. Trasforma qualsiasi sezione dello schermo in un'area di gioco di Super Mario.

Google Photos: Gmail per le foto

Con Google Photos (disponibile anche per iPhone), presentato ieri al Google I/O, Google vorrebbe fare alle foto ciò che ha fatto alle mail con Gmail: liberarci dall’ansia di stare finendo lo spazio, fornire un servizio che organizzi autonomamente la nostra collezione fotografica e ci aiuti a districarci in essa senza buttare via ore.

Il paragone con Gmail è di Bradley Horowitz, vice presidente di “Streams, Photos, e Sharing” a Google, ovvero a capo del nuovo Google Photos:

We aspire to do for photo management what Gmail did for email management. Gmail wasn’t the first email service. But it offered a different paradigm of how one managed one’s inbox. We want to do that for photo management: To give you enough storage so you can relax and not worry about how much photo bandwidth you’re consuming, and enough organizing power so you don’t have to think about the tedium of managing your digital gallery. It will happen for you transparently, in the background. I don’t think there’s another company on earth that can make that claim.

Google promette di archiviare e conservare qualsiasi foto, senza imporre limiti di spazio; al contrario la iCloud Photo Library offre solamente 5GB di spazio gratuito, una scelta abbastanza deludente dato che l’uso di iCloud è oramai essenziale per trarre pieno vantaggio da iOS. Essendo piuttosto scontento di qualsiasi soluzione abbia ad oggi provato (Carousel di Dropbox e iCloud Photo Library sono le due più recenti) penso darò a Google Photos una chance.

Oltretutto, Google Photos sfrutta machine learning per migliorare la libreria fotografica. Assistant suggerisce edit autonomamente, e possibili modi di organizzare le foto dell’ultimo viaggio. Negli ultimi anni, a causa dell’iPhone, la mia libreria si è appesantita di foto scattate senza pensarci, senza alcuna pretesa artistica ma con il solo scopo di immortalare il momento: organizzarle è un disastro, e se questa cosa di Google funziona potrebbe essere la soluzione che da tempo attendo. Google dovrebbe essere in grado di riconoscere il soggetto nelle foto, permettendo così di ricercarle rapidamente. Un po’ come Gmail ci ha liberato dalle cartelle, Google Photos potrebbe liberarci dagli album fotografici consegnandoci una libreria fotografica automaticamente organizzata.

Certo, c’è il solito problema della privacy — soprattutto dato che si tratta di Google. Steven Levy, che ha intervistato Horowitz in occasione del lancio, gli ha chiesto se proveranno ad utilizzare le informazioni raccolte in altri prodotti — o se Google Photos è un silos staccato dal resto. Al momento non c’è alcuna integrazione con altri servizi di Google, ma Horowitz non esclude la possibilità che in futuro questi dati possano venire sfruttati:

The information gleaned from analyzing these photos does not travel outside of this product — not today. But if I thought we could return immense value to the users based on this data I’m sure we would consider doing that. For instance, if it were possible for Google Photos to figure out that I have a Tesla, and Tesla wanted to alert me to a recall, that would be a service that we would consider offering, with appropriate controls and disclosure to the user. Google Now is a great example. When I’m late for a flight and I get a Google Now notification that my flight has been delayed I can chill out and take an extra hour, breathe deep.

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‘Serve una consapevolezza collettiva’

Mantellini, per una politica delle reti che porti innanzitutto tutti a riconoscere l’importanza delle reti (una cosa scontata altrove):

La politica delle reti non si fa nei convegni. Non si fa raccontando sui giornali i casi di eccellenza. Non si fa aggiungendo aggettivi agli articoli della Costituzione. Non si fa ripetendoci fra noi quanto il digitale sia sexy. Non si fa con le startup. Non si fa con le stampanti 3D. Non si fa su Twitter. La politica delle reti non è mobile first, al contrario andrebbe ancorata da qualche parte. Possibilmente dentro le nostre teste.

La politica delle reti inizia riconoscendo un abisso. Che è quello dell’arretratezza digitale complessiva di questo Paese rispetto alle altre Nazioni europee. Un abisso che andrebbe meglio studiato e che negli ultimi anni è perfino peggiorato. Peggio di noi in Europa oggi solo la Grecia e la Bulgaria. […]

Oggi 5 italiani su 10 dicono che a loro Internet non interessa. Che non gli serve, che non sanno che farsene. In questa affermazione risiede il ritardo principale dell’Italia.

Il divario digitale italiano è, soprattutto, un divario culturale.

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Stai prendendo il caffè nel momento sbagliato

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Stai prendendo il caffè nel momento sbagliato

Il momento migliore per bere il caffè non è appena alzati.

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‘Perché non uso Helvetica’

Suggerisce delle buone alternative (purtroppo tutte costose!):

I’d try Akzidenz Grotesk, which was the original favourite of the Swiss Style pioneers and is the typeface that Helvetica was largely based upon. It’s twice as old as Helvetica which obviously makes it twice as cool.

Or maybe I’d use Neue Haas Grotesk, which bears Helvetica’s original name and is intended to be far closer to it’s original 1957 design than modern digitised interpretations. It just looks a bit nicer.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Jonathan Ive lascerà Apple?

Stephen Fry ha chiaccherato con Ive, sulla promozione a Chief Design Officer — un nuovo ruolo ad Apple, appositamente creato:

When I catch up with Ive alone, I ask him why he has seemingly relinquished the two departments that had been so successfully under his control. “Well, I’m still in charge of both,” he says, “I am called Chief Design Officer. Having Alan and Richard in place frees me up from some of the administrative and management work which isn’t … which isn’t …”

“Which isn’t what you were put on this planet to do?”

“Exactly. Those two are as good as it gets. Richard was lead on the iPhone from the start. He saw it all the way through from prototypes to the first model we released. Alan has a genius for human interface design. So much of the Apple Watch’s operating system came from him. With those two in place I can …”

I could feel him avoiding the phrase “blue sky thinking”… think more freely?”

“Yes!”

Secondo Ben Thompson è l’inizio del distacco di Ive da Apple. Abbandonare una posizione di management giornaliero per “pensare più liberamente” è un indizio; ammettere di volere “viaggiare di più” è un altro. Questo articolo, così come quello apparso a Febbraio sul New Yorker e quello più recente dell’Aprile scorso su Wired, serve anche ad introdurre e familiarizarci con le due persone che (fra due anni?) potrebbero sostituirlo, Alan Dye e Richard Howarth.

Il momento non potrebbe essere più opportuno, a Apple Watch appena uscito è probabile che almeno per i prossimi due anni non ci sia alcun grosso prodotto in vista per Apple. Secondo Thompson, Apple sta pianificando l’uscita di Ive da tempo, e la sta orchestrando in modo da evitare i fiumi di articoli (sull’imminente fallimento) che in molti scrissero quando Tim Cook prese il posto di Steve Jobs.

Scrive Joe Cieplinski (che è dello stesso parere di Ben):

A person such as Jony Ive can’t just retire from Apple one day. He or she must transition, over the course of a year or more, so as to cushion the impact on the stock price, public perception, etc.

Start by making it look like a “promotion.” Then spend the next several months talking up the accomplishments of his replacements. (I wouldn’t be surprised if we started seeing Howarth and Dye featured in upcoming design videos and/or appearing on stage at Apple keynotes.)

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Dettagli tipografici

L’autore di typedetail.com cercherà di “annotare” un font diverso al giorno, evidenziandone le particolarità. È un progetto molto bello, che ne ricorda uno recente, e simile: 100 giorni di font.

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La fine della privacy

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La fine della privacy

Un breve video sulla storia della privacy, con Snowden, Marc Goodman e Vint Cerf.

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Quartz è una API

Quartz si definisce una API: va dove sono i lettori, e nella forma più appropriata al mezzo. Al centro di tutto questo non c’è il sito, un indirizzo specifico a cui raggiungerli, ma il brand — che ciascun lettore conosce in maniera diversa (i lettori della newsletter in un modo i visitatori del sito in un altro):

So when we say Quartz is an API, we don’t mean publish once and send it everywhere. We mean Quartz can go anywhere our readers are, in whatever form is appropriate. What’s most striking about that is what sits in the middle: our brand. In this environment, it’s the most important thing: We are a guide to the new global economy for smart, worldly people. That drives our editorial mission, our product vision, and our commercial business. And the specific forms that takes is the challenge we’re all here to tackle. Most of all, this will require us to be excellent at what’s in the center, what we call Quartz and all that it stands for: insisting on bold and creative decisions, a user-first approach, being excited by change, and serving an audience of global business professionals.

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Facebook è per le notizie?

Baekdal ha ben riassunto i miei dubbi con gli Instant Articles di Facebook:

What many publishers don’t seem to understand is that Facebook is incredibly limited in terms of the behavior its audience has. People don’t go to Facebook for news. Instead, people primarily only use Facebook when they are having a quick break. That means that the audience is coming to Facebook without a specific intent. And because there is no specific intent, there is also almost no loyalty.

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Medium è un social network

Il passaggio da strumento di scrittura, con focus su contenuti longform al punto dal portare all’acquisto di Matter e assemblare una redazione, a social network è stato annunciato da Ev Williams pochi giorni fa. Medium sarebbe soprattutto la rete sociale — i commenti, le interazioni e condivisioni, un luogo che permette a dei contenuti di trovare dei lettori.

Scrive Ev:

In the last few months, we’ve shifted more of our attention on the product side from creating tool value to creating network value. What does this mean? Obviously, one form of that value is distribution. And there’s no doubt that something published on Medium has a higher likelihood to find an audience than the same thing published on an untrafficked island on the web. […]

That’s why I say Medium is not a publishing tool. It’s a network. A network of ideas that build off each other. And people.

La facilità di scrittura e pubblicazione (che Medium può sì vantare, ma che anche Tumblr e molte altre alternative offrono) non è il punto di forza principale — la ragione per cui tanti scelgono Medium è invece il social network Medium, il fatto che un contenuto su Medium ha più possibilità di venire letto e diventare popolare che uno ospitato su un blog personale sconosciuto. Medium è sempre stato, soprattutto, uno strumento per promuovere un contenuto.

Dopo questo annuncio l’attenzione data da Medium all’aspetto sociale aumenterà; secondo le fonti di BuzzFeed già ci sarebbero stati dei cambiamenti per Matter e altre pubblicazioni che Medium possiede, soprattutto una spinta maggiore verso la produzione di contenuti che portino facilmente a condivisioni (come quiz).

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La storia della caduta di BlackBerry

Il Wall Street Journal ha pubblicato un interessante estratto di “Losing the Signal“, un nuovo libro dedicato alla caduta di BlackBerry a seguito dell’arrivo dell’iPhone.

In questi paragrafi, la reazione dell’allora CEO di BlackBerry al keynote del 2007, quello in cui Steve Jobs presentò l’iPhone:

Mike Lazaridis was home on his treadmill when he saw the televised report about Apple Inc.’s newest product. Research In Motion’s founder soon forgot about exercise that day in January 2007. There was Steve Jobs on a San Francisco stage waving a small glass object, downloading music, videos and maps from the Internet onto a device he called the iPhone.

“How did they do that?” Mr. Lazaridis wondered. His curiosity turned to disbelief when Stanley Sigman, the chief executive of Cingular Wireless joined Mr. Jobs to announce a multiyear contract with Apple to sell iPhones. What was Cingular’s parent AT&T Inc. thinking? “It’s going to collapse the network,” Mr. Lazaridis thought.

The next day Mr. Lazaridis grabbed his co-CEO Jim Balsillie at the office and pulled him in front of a computer.

“Jim, I want you to watch this,” he said, pointing to a webcast of the iPhone unveiling. “They put a full Web browser on that thing. The carriers aren’t letting us put a full browser on our products.”

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Emoji che saranno

Unicode ha presentato le 38 emoji candidate a diventare parte dello standard Unicode 9.0, che dovrebbe arrivare a metà del 2016. Ci guadagniamo un’emoji per i selfie, una per pinocchio e un gufo.

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Non buttare le foto sfuocate

Ultimamente ho un po’ perso interesse nelle varie applicazioni per editare foto e appiccicarci filtri sopra, per renderle magicamente e solo apparentemente migliori. Credo sia una conseguenza dell’aver ridotto l’uso di Instagr.am: se le foto non vanno online, ma esistono solo per me, allora migliorarle con il filtro giusto sembra improvvisamente non necessario1.

Mi interessa invece che mi ricordino un momento, e per farlo una foto senza filtro è migliore di una con filtro, e forse una sfuocata e scattata senza pensarci è addirittura preferibile e più genuina di una premeditata.

Su Wired, Joe Brown è dello stesso parere:

These unpublished images are every flavor of bad: blurry, poorly framed, unflattering, uninteresting. But they are an honest record of my life—because that camera in my pocket is with me and paying attention almost all the time.

So after that awful/wonderful evening, I made a pact with myself: I don’t delete photos anymore. I got the largest-capacity iPhone, upgraded my Dropbox account, and uploaded every pic I could find. I use the Carousel app to organize them—it batches images by date and captures location.

  1.  Credo sia successo anche perché ho comprato un iPhone da 64GB, e all’improvviso non ho più dovuto scegliere quale foto tenere, e quale cancellare

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Edward Snowden sul “ma tanto io non ho nulla da nascondere”

CIT.

Arguing that you don’t care about the right to privacy because you have nothing to hide is no different than saying you don’t care about free speech because you have nothing to say. — Edward Snowden, in un AMA su Reddit poche ore fa.

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Apple agli inizi

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Apple agli inizi

Un bellissimo video, per i nostalgici, che racconta i primi anni di Apple, con immagini accompagnate dalla voce di Steve Wozniak e Steve Jobs.

(Via The Loop)

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L’Apple Watch arriverà negli Apple Store a Giugno

L’ha confermato Tim Cook ieri, durante un incontro in Cina. Però non si capisce quando a Giugno, né cosa succeda a chi l’ha preordinato ed ha come data di spedizione fine Giugno/Luglio.

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Internet.org non è neutrale, non è sicuro e — soprattutto — non è Internet

La Electronic Frontier Foundation finalmente ha affrontato la questione di Internet.org, l’internet non neutrale che Facebook sta promuovendo nei Paesi che vorrebbe aiutare:

We completely agree that the global digital divide should be closed. However, we question whether this is the right way to do it. As we and others have noted, there’s a real risk that the few websites that Facebook and its partners select for Internet.org (including, of course, Facebook itself) could end up becoming a ghetto for poor users instead of a stepping stone to the larger Internet. […]

We agree that some Internet access is better than none, and if that is what Internet.org actually provided—for example, through a uniformly rate-limited or data-capped free service—then it would have our full support. But it doesn’t. Instead, it continues to impose conditions and restraints that not only make it something less than a true Internet service, but also endanger people’s privacy and security.

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Come Stallman naviga su Internet

Stallman, sul suo sito personale, racconta come visita i siti — seguendo per ciascuna visita un procedimento abbastanza tedioso e sofferente:

I am careful in how I use the Internet.

I generally do not connect to web sites from my own machine, aside from a few sites I have some special relationship with. I usually fetch web pages from other sites by sending mail to a program (see git://git.gnu.org/womb/hacks.git) that fetches them, much like wget, and then mails them back to me. Then I look at them using a web browser, unless it is easy to see the text in the HTML page directly. I usually try lynx first, then a graphical browser if the page needs it (using konqueror, which won’t fetch from other sites in such a situation).

I occasionally also browse using IceCat via Tor. I think that is enough to prevent my browsing from being connected with me, since I don’t identify myself to the sites I visit.

I never pay for anything on the Web. Anything on the net that requires payment, I don’t do. (I made an exception for the fees for the stallman.org domain, since that is connected with me anyway.)

(Via Boing Boing)

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