Google ha un nuovo logo

Lo spiegano su Google Design. Assieme al logo hanno una nuova typeface, Product Sans, creata di proposito per i nomi dei prodotti (il “Maps” di Google Maps, ad esempio).

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Google OnHub, il router da $200 di Google

ArsTechnica:

Google’s OnHub is a bit of a mystery. Google shipped us this box—well, this cylinder—but it won’t really talk about what’s in it or why it exists. Today, it’s a Wi-Fi router from Google; tomorrow it might be something totally different. But it’s also a funny glowing cylinder with way too much processing power for its own good, a boatload of antennas, and an ever-present cloud connection to a Google update server so that it can evolve at will. OnHub is a tiny bundle of potential and no one really knows what it will turn into.

Un router da $200, piuttosto brutto (nonostante lo presentino come bello) e che come spesso accade con le cose di Google ha un grande potenziale, ma nascosto al momento.

Arstechnica, dati alcuni componenti interni e altri indizi, specula che possa diventare una cosa simile a Amazon Echo (un assistente sempre presente in casa), se non addirittura l’hub della smart home di Google.

Nel frattempo, però, fa poco. È brutto. E costa $200, in un mondo in cui i router arrivano gratis dal provider. Auguri.

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Wabi-sabi

100 Shapes:

The future would be to create technology that didn’t have planned obsolescence built into its design. Something a bit like this ingenious idea. Imagine applying that level of customisation and upgradability to every bit of technology you owned…? Yet, I feel we’re still missing something important here.

Maybe the sentiment which has led me to keep all my phones is the very sentiment we should also be applying to design. This is the idea behind emotionally durable design: how can technology be designed so we want to keep it long past its death?

Secondo me un buon design è duraturo, invecchia bene. Fintantoché l’iPhone dell’anno scorso diventerà obsoleto nel giro di un anno e apparirà — anche esteticamente — meno appetibile del modello nuovo il suo design non sarà perfetto. Non si può evitare che i componenti interni diventino obsoleti, ma si può fare di più affinché il design duri a lungo (un po’ come i MacBook oggi: esteticamente, variano molto leggermente).

In questo caso il primo iPhone è un esempio da seguire: i graffi sul retro dovuti all’usura non ne disturbavano l’estetica, ma aggiungevano qualcosa di personale e unico a ogni singolo iPhone. Questo discorso vale con l’Apple Watch più che con qualsiasi altro prodotto, dato che viene presentato non come un device ma come un orologio, un accessorio — desiderabile non solo per la tecnologia (sono tuttora convinto che Apple farebbe un grosso errore se scegliesse di aggiornare l’Apple Watch a cadenza annuale).

L’Apple Watch deve aspirare al wabi-sabi:

Wabi identifica oggi la semplicità rustica, la freschezza o il silenzio, e può essere applicata sia a oggetti naturali che artificiali, o anche l’eleganza non ostentata. Può anche riferirsi a stranezze o difetti generatisi nel processo di costruzione, che aggiungono unicità ed eleganza all’oggetto. Sabi è la bellezza o la serenità che accompagna l’avanzare dell’età, quando la vita degli oggetti e la sua impermanenza sono evidenziati dalla patina e dall’usura o da eventuali visibili riparazioni.

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Lavorare in una startup a San Francisco

Padlet ne racconta l’ambiente, in maniera ironica:

Alex: I have a startup. We are Yelp for contractors.
Ben: I have a startup too. We are contractors for Yelp.
[Pause]
Together: Business model … yada yada yada Paul Graham … Series A … lorem ipsum Google sucks.

This, in itself, is not a problem; I enjoy these conversations. The problem is that they often render you incapable of any other forms of communication. E.g.:

Girlfriend’s dad: Great weather today.
Ben: Yeah. It’s beautiful.
[Pause]
[Longer pause]
Ben: So I see you use an iPhone. Android sucks, huh?

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Come distanziare le lettere

John Djameson ha scritto una utilissima guida su come distanziare i caratteri. Spesso, nell’impostare la tipografia di un testo sul web la proprietà letter-spacing viene dimenticata e ignorata — forse perché richiede un po’ di abilità e conoscenza, per evitare pasticci.

Djameson la fa molto breve:

  • è cosa buona (in genere) aumentare la distanza fra le lettere in un testo tutto in maiuscolo (0.2–0.25 em per i titoli)
  • il carattere del testo principale (body) dovrebbe mantere la distanza originaria
  • più il testo è piccolo più la distanza fra caratteri dovrebbe aumentare
  • mentre per quanto riguarda la pesantezza del carattere: più questa aumenta, più la distanza fra caratteri dovrebbe decrescere

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Tutti i siti si somigliano

Sarà l’uso di framework, ma tutti i siti oramai si somigliano. Hanno immagini enormi d’apertura, con lieve sfocatura affinché la headline gigante che le copre risulti leggibile. A lamentarsene è Dave Ellis:

Scroll down a little and you’ll be greeted with either another full width panel, this time a solid colour with centred text sat in it, or a bank of 3 columns with icons sat above them. Websites are all blending into one.

Ma c’ha ragione. Guardate questa immagine (rubata da Louder Than Ten, che ha scritto un ottimo articolo sul tema) e provate a riconoscere a chi appartiene ciascuno screenshot, senza fare affidamento al testo o al logo dell’azienda:

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Intervista a Alan Adler, inventore della Aeropress

Video

Intervista a Alan Adler, inventore della Aeropress

Adam Adler è già apparso svariate volte in questo blog – è del resto l’inventore della macchinetta che (quasi) ogni mattina uso per prepararmi una tazza di caffè (è anche l’inventore di un frisbee molto efficiente).

Questa intervista (video) è da non perdere.

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Fake Update

Un sito che contiene finte schermate di aggiornamento. Mettete quella appropriata sul laptop di un vostro amico quando distratto, e sicuramente si spaventerà un pochettino al ritorno.

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Il tempo di caricamento dei siti di news, prima e dopo i content blockers

Dean Murphy sta lavorando a un’applicazione per sfruttare i nuovi content blockers di Safari. Crystal, tale applicazione, uscirà appena iOS 9 sarà disponibile ma Murphy nel frattempo la sta testando su vari siti di news, per vedere quali sono i guadagni per l’utente in termini di performance.

I risultati parlano da sé:

On average, pages loaded 74% faster with Crystal and used 53% less bandwidth. Just by having Crystal installed, I saved a total of 70 seconds and 35MB of data on these 10 pages.

10 siti di news (come The Verge, Vice e Wired), 35MB di traffico dati risparmiati. Chi crede che gli utenti non sfrutteranno questa nuova opportunità, perché è sbagliato farlo, si illude (oltretutto, è altrettanto sbagliato far sprecare ai propri visitatori tempo e dati).

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Perché non è immorale bloccare la pubblicità sul web

A Settembre uscirà iOS 9, che introdurrà i “content blockers”: gli sviluppatori potranno scrivere estensioni per Safari per bloccare un determinato contenuto. In altre parole, all’improvviso a Settembre sarà possibile, su iPhone e iPad, bloccare la pubblicità su Safari, e gli effetti di strumenti come AdBlock si moltiplicheranno. Agli utenti sarà sufficiente installare un’estensione per liberarsi in poco tempo di tutti i fastidi del web: pubblicità invasiva e sovrapposta al contenuto, video con autoplay e porcate varie avranno un brutto tempo. All’improvviso milioni di utenti realizzeranno quanto un web senza pubblicità sia più veloce e comporti più privacy (i content blocker potranno bloccare anche i vari strumenti di tracking, di cui i grandi editori abusano). Come ben scrive Charles Arthur, “mobile is the biggest platform. Adblocking is coming to a key mobile platform in September“.

La situazione sarà interessante. Come riporta il New York Times, già adesso l’uso di ad-blocker sta costando agli editori parecchi soldi:

In a report last week, Adobe and PageFair, an Irish start-up that tracks ad-blocking, estimated that blockers will cost publishers nearly $22 billion in revenue this year. Nearly 200 million people worldwide regularly block ads, the report said, and the number is growing fast, increasing 41 percent globally in the last year.

Il punto è, è immorale questa cosa? Secondo alcuni è ingiusto che i lettori decidano di bloccare la pubblicità, dato che è l’unico modo per certi siti di generare un guadagno e sopravvivere. Dal mio punto di vista, c’è pubblicità e pubblicità. I content blockers non sono altro che la risposta ai pop-up moderni: così com’è stato giusto, anni fa, offrire agli utenti la possibilità di bloccare gli abusati pop-up, è oggi giusto spiegare a quei siti che fanno uso di pratiche altrettanto indecenti che non siamo costretti a subire qualsiasi stronzata decidano di infilare nelle loro pagine. Un conto è un banner, tutto un altro conto è un banner che rimbalza sullo schermo, si chiude a fatica, inizia a riprodurre un video e mi blocca il contenuto che stavo tentando di leggere mentre nel frattempo mi scheda e inserisce in un database.

Questi siti la cui strategia è infastidire il lettore infestando le loro pagine con pubblicità invasiva, e raccogliere quante più informazioni sul lettore (ignaro), probabilmente avranno seri problemi a partire da Settembre. Ma è un problema mio o nostro? È un problema di Apple? Apple punta a offrire la migliore esperienza utente possibile, e questi metodi stanno davvero rovinando il web e la navigazione da Safari: il web è più lento, meno piacevole, e ricco di rischi a causa di queste pratiche. Le pubblicità spesso non sono semplici pubblicità ma pezzi di software, per non dire una specie di malware che raccoglie senza alcun consenso quanti più dati possibili sul visitatore. E questi malware costano traffico dati e privacy.

Per rubare le parole a Marco Arment:

Publishers, advertisers, and browser vendors are all partly responsible for the situation we’re all in. Nobody could blame the users of yesteryear for killing pop-up ad rates, and nobody should blame the users of 2015 for blocking abusive, intrusive, misleading, and privacy-stealing ads and trackers, even if it’s inconvenient for publishers and web developers. […]

Modern web ads and trackers are far over the line for many people today, and they’ve finally crossed the line for me, too. Just as when pop-ups crossed the line fifteen years ago, technical countermeasures are warranted.

Web publishers and advertisers cannot be trusted with the amount of access that today’s browsers give them by default, and people are not obligated to permit their web browsers to load all resources or execute all code that they’re given.

Ho resistito alla tentazione di bloccare la pubblicità a lungo, ma pochi mesi fa ho cambiato idea (sul Mac uso Ghostery). Credo non sia un dovere del lettore accettare qualsiasi cosa l’editore imponga, spesso in maniera poco trasparente. I content blocker permetteranno ai lettori di sapere cosa succede dietro le quinte e di intervenire se necessario. Ed è giusto così.

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La prossima tastiera di Apple

È dal 2007 che Apple non aggiorna in maniera significativa la propria tastiera bluetooth esterna, da quando l’iPhone era una novità. Nel frattempo nonostante nessuno dei nuovi Mac venga venduto con unità ottica, la tastiera ancora presenta il testo ‘espelli’.

Fortunatamente, pare pare Apple sia in procinto di aggiornarla. 9to5mac ha immaginato come sarà, partendo dai dettagli che conosciamo. Dovrebbe venire così:

La nuova tastiera avrebbe batteria litio integrata; quindi non dovendo più accomodare le pile potrebbe essere piatta. Avrà i tasti in San Francisco e probabilmente sarà disponibile in più colori — Space Grey e oro inclusi, dato che pervadono ogni prodotto Apple.

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È uscito WordPress 4.3, con lieve supporto a markdown

Potete scrivere nell’editor utilizzando alcune delle convenzioni di markdown (una versione molto striminzita di markdown: no link, ad esempio), che verrà subito convertito in HTML (quindi il post conterrà HTML, non markdown). WordPress le chiama infatti “scorciatoie di formattazione”.

Comodissime, comunque, da mobile.

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MagSafe per iPhone

Con l’Apple Watch mi sono accorto di quanto sia comodo — una comodità minore, ma pur sempre rilevabile — ricaricare un device semplicemente appoggiandolo su una superficie, invece che doverlo collegare a un cavo. Data l’assenza di ricarica wireless su iPhone, ZNAPS potrebbe rappresentare una soluzione alternativa: è praticamente un cavo MagSafe per iPhone, quindi ad attacco magnetico. Evita così che possa cadere per errore dal tavolo, e ne rende l’attacco immediato.

Per funzionare si inserisce un piccolo adattatore magnetico (che non sembra dare il minimo fastidio) sia nella porta lightning dell’iPhone, sia nell’estremità del cavo stesso. Il tutto per $10.

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Si legge sempre più con lo smartphone

Wall Street Journal:

Ever since the first hand-held e-readers were introduced in the 1990s, the digital-reading revolution has turned the publishing world upside down. But contrary to early predictions, it’s not the e-reader that will be driving future book sales, but the phone. …

But what has captured publishers’ attention is the increase in the number of people reading their phones. In a Nielsen survey of 2,000 people this past December, about 54% of e-book buyers said they used smartphones to read their books at least some of the time. That’s up from 24% in 2012, according to a separate study commissioned by Nielsen.

Si legge sempre di più con lo smartphone, e sempre meno su device dedicati — una tendenza in cui mi ci ritrovo anche io. È meno ideale di un ebook reader, ma l’iPhone è sempre con me e facile da usare con una mano sola. Questo significa che — come in effetti faccio — posso comodamente leggere un romanzo stando in piedi nel chaos della metropolitana, o averlo a disposizione e sempre con me in ogni momento libero. Deve essersene accorta anche Penguin, che questa estate ha lanciato un sito accessibile gratuitamente dal WiFi della metropolitana di Londra, Summer of Penguin, con estratti di ebook, interviste ad autori e vario materiale da leggere dallo smartphone.

Dovrebbero rifletterci sopra anche quelli traggono conclusioni affrettate osservando quelli-che-fissano-gli-schermi: può darsi che stiamo leggendo un libro, invece che giocando a Angry Birds.

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Privacy in ritardo

The Awl nota ci sarebbe bisogno di un’opzione per la privacy “ritardata”: che faccia in modo che i post che oggi sono pubblici fra un anno siano privati. È un suggerimento a seguito dell’idea di Twitter di aprire l’accesso via API a tutti i tweet pubblicati sulla piattaforma dal 2006.

Twitter is a massive rolling context experiment, its conversations and subjects and audiences materializing and disintegrating constantly; a single user’s Twitter archive is a series of permanent and public contributions to discussions that have long since ended. A user’s posts referencing the Oscars also reference other users’ posts from the same time, and are experienced first in full transcript. In the archives, however, each speaker is isolated to the point of incoherence.

In effetti a volte capito su frammenti scritti anni e anni fa dei quali neppure io capisco più il senso.

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Perché Twitter sta morendo lentamente

Twitter non cresce, e la cosa non mi stupisce. Come ho più volte lamentato, il Twitter di oggi è molto diverso da quello a cui mi iscrissi nel 2006 — spesso sembra di parlare da soli, e credo ciò sia dovuto alla disconnessione fra quello che io, utente con una piccola cerchia di followers, voglio e quello che Twitter fa e ha fatto per accontentare media e celebrità.

Luca Alagna:

Invece di dare nuovi strumenti ai propri piccoli e medi curatori (quelli che avevano fornito il carburante del suo successo) per curare le proprie nuove community online, ha tagliato i ponti con gli sviluppatori indipendenti assegnando di fatto due ruoli: pubblico indistinto o personaggio da mass-media. […]

Twitter ha dimenticato una delle regole principali della Rete: senza vantaggio per la Rete, non si può contare su di essa. La Rete non è una risorsa da sfruttare ma un ambiente da costruire insieme. […]

Perché gli utenti dovrebbero iscriversi in massa a Twitter oggi? Per fare da spettatori ai vari personaggi che già vedono in tv e sulla stampa? O per ‘televotare’ in una trasmissione? O per seguire le gesta del proprio personaggio preferito?

Twitter è passato da social network a news network, e come conseguenza sembra essere sempre più difficile per un utente qualsiasi venire ascoltato. La possibilità di entrare a contatto con persone a caso, e per queste di inserirsi nelle conversazioni altrui, era la vera forza del social network, ed è ciò che Twitter ha perduto scegliendo di essere più elitario.

Twitter permetteva di instaurare conversazioni casuali con estranei — purtroppo, è sempre più difficile farlo.

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L’inusabile icona hamburger

L’icona hamburger è ampiamente abusata, soprattutto su mobile, per nascondere un intero menù al suo interno. Invece di riflettere su cosa sia importante e cosa trascurabile, è più facile ficcare tutto dentro un cassetto accessibile da un’icona. Purtroppo framework come Bootstrap ne hanno standardizzato e legittimato l’uso, con la scusa della sua popolarità: se ogni sito la adotta prima o poi l’utente imparerà ad usarla, no? (ma quale buona pratica di design richiede anni d’attesa prima di essere usabile?)

Perché il problema di questa icona è che, in realtà, non è molto chiara: Facebook ad esempio l’ha rimossa dalla sua applicazione mobile, dopo aver registrato un calo d’uso all’adozione, come Luke Wroblewski, product manager di Google, spiega. Può funzionare sui menù secondari, ma per le voci primarie una tab bar si rivela migliore.

La ragione della scarsa performance è l’information scent: i piccoli indizi che una pagina web dà a un visitatore alla sua prima visita, su dove possa trovarsi quello che sta cercando. Se è tutto nascosto dentro un cassetto, è impossibile per tale visitatore sapere in anticipo cosa ci sarà dentro, o immaginare che quello che sta cercando — per quanto ovvio — si trovi lì dentro.

Scrive James Archer:

When a user is looking for pricing on a website, they’ll look for words like “cost,” “price,” “rates,” “fees,” etc. They’ll scroll down the page looking for these words, then scroll back up. If they can’t find anything, they revert to plan B: look for words that might be a superset of pricing, like “sign up,” “product details,” “learn more,” etc. They’ll continue to expand the concepts they’re searching for until they either find something that looks promising, or they give up entirely.

You know what never looks anything even close to what the user actually wants? A small three-bar icon tucked in the corner of a website. It has no information scent. Even after the user has exhausted every other option, it still might not occur to them that the answers they seek are hiding behind those three bars. Users generally aren’t inclined to click it.

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Ritorno agli inizi

Immagine

Ritorno agli inizi

L’evoluzione dei bottoni di Mac OS (via Jordan Kay).

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Sundar Pichai è il nuovo CEO di Google, e Google farà parte di Alphabet

Sergey Brin e Larry Page hanno creato una nuova azienda, Alphabet, di cui Google farà parte. Per stessa descrizione di Page, Alphabet non sarà un brand per consumatori, ma una collezione di aziende — questa mossa permetterà di dare spazio e autonomia a progetti ambiziosi portati prima avanti sotto Google (Alphabet includerà anche Nest, Google X e avrà un ingente capitale da investire su nuove aziende).

La motivazione di Sergey:

As Sergey and I wrote in the original founders letter 11 years ago, “Google is not a conventional company. We do not intend to become one.” As part of that, we also said that you could expect us to make “smaller bets in areas that might seem very speculative or even strange when compared to our current businesses.” From the start, we’ve always strived to do more, and to do important and meaningful things with the resources we have.

https://abc.xyz è il sito di questa inattesa creatura.

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WalkCar

Alcuni giorni fa notavo, con invidia, dall’alto del bus, un tizio spostarsi con leggiadria per il marciapiede su un monorover — una specie di Segway meno ingombrante, un affare con due rotelle, elettrico, che si autobilancia (qua la divertente recensione di Casey Nestat). Una cosa bellissima, perché mi avrebbe potuto evitare il bus, lento e imbottigliato nel traffico.

Ieri ha fatto la comparsa un aggeggio anche più bello e portatile, WalkCar, che ricorda il retro di un MacBook1. Immaginate di avere nella tracolla oltre il MacBook un altro MacBook, che vi porta da punto A a B comodamente, standogli sopra in piedi.

Riporta Reuters:

The lightweight aluminum board is stronger than it looks, and can take loads of up to 120kg (265 pounds). It reaches top speeds of 10 kilometers per hour (6.2 miles per hour), for distances of up to 12 kilometers (7.4 miles) after three hours of charging.

Its developer says it’s also extremely simple to ride. Once the rider stands on it the WalkCar starts automatically, while simply stepping off stops the vehicle. To change direction, the user just shifts their weight.

Per favore, facciamo che invece di puntare il dito e deridere chi usa questi oggetti tutti quanti li ammiriamo e decidiamo che sono fantastici, perché lo sono. E perché, suvvia, chi non vorrebbe essere il tizio della gif.

  1. Arriverà su Kickstarter in autunno

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