‘Ho comprato una nuova televisione, e ne sono terrorizzato’

Michael Price ha paura ad accenderla, da quando leggendo il manuale ha scoperto il numero di informazioni che questa trasmette per abilitare le funzionalità smart:

The amount of data this thing collects is staggering. It logs where, when, how, and for how long you use the TV. It sets tracking cookies and beacons designed to detect “when you have viewed particular content or a particular email message.” It records “the apps you use, the websites you visit, and how you interact with content.” It ignores “do-not-track” requests as a considered matter of policy. [...]

More troubling is the microphone. The TV boasts a “voice recognition” feature that allows viewers to control the screen with voice commands. But the service comes with a rather ominous warning: “Please be aware that if your spoken words include personal or other sensitive information, that information will be among the data captured and transmitted to a third party.” Got that? Don’t say personal or sensitive stuff in front of the TV.

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Scritti un anno fa: non ci sono articoli, per questa data

Dimensione dello schermo non equivale a dimensione del dispositivo

Gizmodo nota come diversi smartphone abbiano uno schermo pari a quello dell’iPhone ma riescano al contempo ad essere più piccoli — di conseguenza, più comodi da tenere in mano — avendo lasciato meno spazio sopra e sotto il dispositivo.

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Il coming out di Tim Cook

Tim Cook, su Business Week:

If hearing that the CEO of Apple is gay can help someone struggling to come to terms with who he or she is, or bring comfort to anyone who feels alone, or inspire people to insist on their equality, then it’s worth the trade-off with my own privacy. [...] . Part of social progress is understanding that a person is not defined only by one’s sexuality, race, or gender. I’m an engineer, an uncle, a nature lover, a fitness nut, a son of the South, a sports fanatic, and many other things. I hope that people will respect my desire to focus on the things I’m best suited for and the work that brings me joy.

Andate a leggere la lettera per intero.

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Ricevi le notizie del giorno nella tua inbox

Ogni mattina: 5 link selezionati con cura + le notizie del giorno ?

‘Mobile is Eating the World’

Assolutamente da guardare: le slide di Benedict Evans, su come la tecnologia si stia diffondendo in ogni settore e di conseguenza diventi superflua la distinzione fra azienda tecnologica e non. Come giustamente riporta la slide numero 41, “When tech is fully adopted, it disappears“.

È corretto considerare Amazon come un’azienda tecnologica, o andrebbe ritenuta un’azienda che piuttosto sfrutta la tecnologia? (nello stesso modo in cui McDonald’s si basa su camion, congelatori e spostamento rapido di merci).

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Quanto durerà Google Fonts?

Jeremiah Shoaf di Typewolf si pone una domanda interessante: e se Google chiudesse Google Fonts? Non ci sono ragioni solide (Jeremiah ne esplora alcune, nel suo articolo) per cui il servizio debba esistere, e Google è la stessa azienda che non si è fatta problemi a chiudere Google Reader, seppur utilizzato costantemente da una nicchia affezionata di utenti.

But all of this begs the question: why is Google in the fonts game? What do they have to gain by hosting fonts for millions of websites for free? It can’t be cheap to serve fonts on this kind of scale. To date there have been over 2.6 trillion pageviews using Google Fonts. Sure, the fonts are oftentimes cached in the user’s browser but that is still a lot of requests and a lot of data being transferred. A trillion is a big number, even for a company like Google.

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Se l’iPhone fosse come l’Apple Watch

Video: Se l’iPhone fosse come l’Apple Watch

Un utente ha provato a trasferire sull’iPhone l’interfaccia dell’Apple Watch — realizzando un prototipo funzionante. Il risultato non è pessimo.

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28 Ottobre 2014

Giorno in cui il sottoscritto nolentemente viola uno dei suoi precetti e decide di applicare una cover all’iPhone, nello specifico quella nera in silicone prodotta da Apple stessa. La cover aggiunge uno spessore notevole, più di quanto non si sospetterebbe, e ha il tipico a malapena accettabile costo (35 euro) degli accessori Apple.

Tale atto empio e deprecabile, da sempre contestato (a testimonianza rimando a un articolo del 2011), che cela l’elegante design dell’iPhone — che a questo punto per quel che mi concerne poteva essere rosa e illuminare nel buio dato che mai lo vedrò — è stato reso necessario dal design dell’oggetto in questione. Date le dimensioni esagerate risulta una sofferenza da tenere in una mano sola, ma soprattutto — di nuovo: saranno le dimensioni, saranno i bordi arrotondati, o sarò io — risulta estremamente scivoloso. La cover fornisce quell’attrito necessario, e fino all’iPhone 5S offerto di default dal design dell’iPhone stesso, affinché il device non si proietti verso il suolo e la mia presa su di esso risulti efficace. (La cosa peggiore, aggiungo, è che oramai mi sono abituato allo schermo dell’iPhone 6: quando vedo un iPhone 5S mi dà l’impressione di essere estremamente piccolo, nonostante contemporaneamente provi frustrazione ogni volta che uso il 6 in movimento.)

Design è come funziona — ci ha detto più volte Apple. Non è solo l’estetica appagante di un oggetto, ma quanto usabile risulta. Se per farlo funzionare devo ricorrere a due mani e aggiungerci una cover allora, ne deduco, potrebbe funzionare meglio.

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Key-to-go: la tastiera portatile per iPad di Logitech

È impermeabile e colorata, la nuova tastiera di Logitech per iPad (71 euro). È stata studiata per essere perfetta in movimento, piccola quanto basta per essere trasportata senza fastidio e resistente ai pericoli a cui potrebbe andare incontro. È davvero bella.

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Il monopolio del porno

Probabile non abbiate mai sentito parlare di MindGeek, strano perché ha più di 100 milioni di visitatori al giorno ed è fra i siti che consumano più banda al mondo. Si posiziona nei primi dieci posti, assieme a Netflix — e ne consuma più di Twitter o Facebook. Il loro sito non aiuta a capire di cosa si occupino, accogliendo invece il visitatore con una tagline molto vaga e pomposa, “pioneering the future of online traffic“.

MindGeek è un provider del porno, ed è l’azienda dietro ai siti più conosciuti e popolari (PornHub e YouPorn, per dirne due) ed è un caso di cosa può succedere se il produttore di contenuti ne diventa anche il principale distributore. MindGeek possiede canali che dipendono da contenuti pirata, ma è al contempo in una posizione dominante e di forza rispetto ai produttori di contenuti.

Ne scrive David Auerbach su Slate:

As content-provider companies like Netflix and Amazon move into the content-production business, MindGeek provides a glimpse of how the alignment of incentives can change. The distributor doesn’t necessarily need to make content that generates adequate money for the content producers, as long as it generates money somehow. None of these other companies will shift to the free ad-based model that MindGeek’s tube sites use, but a company like Netflix may end up in a position of far greater strength if it comes to control a primary means of distribution—especially if it’s one cheaper than cable—and movie studios and networks may end up having to cut deals with Netflix rather than the other way around.

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La prima iterazione di un prodotto

CIT.

On the very first iteration the design possibilities are wide open. The designer defines some screens and workflows and then the programmer builds those. On the next iteration, it’s not wide open anymore. The new design has to fit into the existing design, and the new code needs to fit into the existing code. Old code can be changed, but you don’t want to scrap everything. There is a pressure to keep moving with what is already there. Our early design decisions are like bets whose outcome we will have to live with iteration after iteration. Since that’s the case, there is a strong incentive to be sure about our early bets. In other words, we want to reduce uncertainty on the first iterations. Ryan Singer

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Perché dovresti fare una donazione a Wikipedia

Più volte nel corso dell’anno, una visita a Wikipedia comporta la visione del faccione di Jimmy Wales, che da un banner in alto alla pagina ci scruta, un po’ tristemente, cercando di convincerci a una donazione che aiuti a coprire i costi necessari a tenere in piedi Wikipedia (alcuni anni fa lo adottai per promuovere la membership)

Non ci convince. È probabile che la maggior parte di noi abbia sempre ignorato la richiesta. È probabile che forse pensiamo che dovremmo, e lo vogliamo fare, ma possiamo sempre farlo il prossimo anno. Emily Dreifus, su Wired, racconta di come le abbia anzi sempre fatto provare una sorta di irrazionale fastidio — lo stesso che proviamo ogni volta che qualcosa su internet si rivela non essere gratuita.

I saw co-founder Jimmy Wales’ face staring at me from the top of every. Single. Article. It was 2011. Jesus, I thought. Enough! I get it! You need money! Stop following me to articles about the island of Socotra or the demographics of Idaho! I don’t need your hungry eyes glaring at me as I’m reading up on 17th century body snatchers!

“Give me money, Emily,” Wales begged, “then go back to researching Beyonce lyrics.”

“Excuse me, Jimmy,” I wanted to say, “I don’t appreciate being watched as I read about how her song “Baby Boy” includes a lyrical interpolation of “No Fear” by O.G.C.”

Later, Wikipedia replaced Wales with other employees of the Wikimedia Foundation, which maintains Wikipedia with grants and donations. They moved me about as much as Wales did, which is to say not at all.

Fino a quando non ci ha riflettuto, sul valore che Wikipedia ha per il suo lavoro di giornalista, e per il numero di volte a cui vi ricorre al giorno per i suoi interessi privati, e ha finito col sottoscrivere una donazione mensile di 6 dollari al mese. Un donazione che probabilmente dovremmo fare tutti, ma appunto: la faremo. Più in seguito.

Trovo più efficace, o comunque molto valida, la proposta di Kottke di trattare Wikipedia come una spesa di lavoro — un po’ come paghiamo l’hosting, o l’accesso a internet. Più che da parte di blogger e giornalisti singoli, da parte di entità come il New York Times, Wired, Il Post, Repubblica o il Corriere della Sera. Tutte, sicuramente, vi si affidano ogni giorno:

I consider it a subscription fee to an indispensable and irreplaceable resource I use dozens of times weekly while producing kottke.org. It’s a business expense. [...] Even $500/month is a drop in the bucket compared to your monthly animated GIF hosting bill and I know your writers use Wikipedia as much as I do. Come on, grab that company credit card and subscribe.

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Cose da fare subito dopo l’aggiornamento a OS X Yosemite

Sono in ritardo ad installare OS X Yosemite, che a parte cose orribili come un’icona del volume con bordi neri, e l’ancora peggiore constatazione che aprendo un link a un’immagine in Safari, questo me la centra in mezzo alla finestra, sembra funzionare sul mio MacBook Air. Funziona, con le dovute modifiche:

  • Preferenze di Sistema > Accessibilità > Riduci trasparenza, per rimuovere l’effetto LSD, traslucido e brillante
  • Preferenze di Sistema > Mission Control, per sovrapporre (come facevamo ai bei tempi di Tiger) la dashboard al desktop, invece di averla in uno spazio dedicato
  • Preferenze di Sistema > Suono > Effetti, per riattivare l’effetto sonoro del cambio del volume (altrimenti muto)

Per il resto, l’elenco di novità, trucchi e dettagli su Yosemite stilato da Macstories è probabilmente il pezzo più utile che ho letto per ambientarmi. La mia funzione preferita è la possibilità di rinominare contemporaneamente più elementi del Finder (con regole):

A batch renaming option has been added to the Finder in Yosemite: if you need to rename multiple files at once, select them, then choose “Rename [x] Items…” from the contextual menu. This will open a modal dialog with three options to batch rename files: Replace Text, Add Text, and Format. The first two are rather self-explanatory: one replaces a string of text found in the filename and the other can append or prepend text to the filename. Format is more advanced, as it lets you pick a format name with index, date, or counter to be placed before or after the filename with an option for a custom format as well.

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15 passi per risultare intelligenti nelle email

Se vi trovate sopraffatti dalle email, Sarah Cooper vi suggerisce 15 trucchi per apparire intelligenti e, soprattutto, tenere la vostra casella di posta sotto controllo. Per prima cosa, rispondete sempre:

Feature launched? Respond: W00t way to go! Baby on the way? Respond: Mazel tov! Peanut brittle on Brian’s desk? Respond: This is delicious! Whenever something good happens, always be the first to respond and always reply all. This will make you seem like a highly engaged team player.

In addition, when you constantly point out how awesome everyone’s doing, you leave them feeling great and ignoring the fact that you haven’t done any real work in over a year.

(Via | The Backseat Companion)

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Com’è essere uno sviluppatore web in Cina

Su Tuts+, Kendra Schaefer racconta i problemi a noi sconosciuti che qualsiasi sviluppatore web incontra in Cina. Qualsiasi API di Google non funziona, obbligando lo sviluppatore ad utilizzare soluzioni alternative (non sempre altrettanto valide, o a volte senza API pubbliche) come Open Street Maps al posto di Google Maps. Il “Great Firewall of China” rompe persino i webfont ospitati su Google Fonts e tutti i video di YouTube o Vimeo inseriti in un sito.

Chinese language webfonts can be embedded with @font-face, just like any other font. The problem is that because the language is so huge and contains so many characters, the font file sizes are enormous—think 3–7Mb per font weight. Forcing a full download of the font file on load is impractical at best

(“Perché i siti giapponesi sono un disastro“)

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Il font della Svezia

La Svezia ha un font ufficialeSweden Sans:

Sans is meant to encapsulate fuzzy Scandinavian concepts — progressivism, authenticity, lagom (Swedish for “just the right amount”). So how does it do it? “It’s a pretty open typeface. They’re simple shapes,” Hattenbach says over the phone. “We’ve worked on the spaces between the letters to try to keep it light and airy.” Wide holes inside of an enclosed “p” or “o” might have the same effect. To a type nerd, things get technical, and fast.

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La macchina che si guida da sola è ancora fantascienza

La macchina che si guida da sola, quella che già da ora sta guidando in certe strade, la stessa che Google ha fatto provare a un gruppo di utenti, potrebbe essere meno imminente di quanto non sembri. Lee Gomes, su Slate, ne spiega le ragioni: il prototipo — perché di questo si tratta: di un prototipo — potrebbe sembrare più intelligente di quanto non sia, affidandosi invece a sistemi impossibili da applicare su larga scala.

Il problema principale è il sistema di mappatura che permette alla macchina di muoversi per le strade. Senza di esso, la macchina non è in grado di muoversi di un centimetro. Si tratta di una specie di Google Maps, ma molto più complesso, dettagliato e — come Google stessa rivela — inefficiente. Le mappe forniscono alla macchina la posizione precisa di ogni oggetto circostante; segnale, semaforo, scritta, etc.: tutto quello che può servirgli per guidare. In tale modo, più memoria e capacità di calcolo può essere dedicata a rilevare gli oggetti in movimento, quali persone o veicoli circostanti. Gomes riporta il laborioso processo necessario a produrre queste mappe:

A dedicated vehicle outfitted with a bank of sensors first makes repeated passes scanning the roadway to be mapped. The data is then downloaded, with every square foot of the landscape pored over by both humans and computers to make sure that all-important real-world objects have been captured. This complete map gets loaded into the car’s memory before a journey, and because it knows from the map about the location of many stationary objects, its computer—essentially a generic PC running Ubuntu Linux—can devote more of its energies to tracking moving objects, like other cars.

L’immagine che a me è venuta in mente, leggendo, è quella di un tram. Anche se queste macchine apparentemente sembrano muoversi senza vincoli in realtà fanno stretto affidamento a una mappa virtuale che utilizzano come sorta di rotaia per sapere come muoversi e dove andare. Oltretutto, una mappa non è mai conclusa: se il processo di creazione è laborioso, quello di aggiornamento è ancora più difficoltoso. Se un segnale stradale viene cambiato, o un semaforo aggiunto, affinché la macchina se ne accorga è necessario che la mappa a cui fa affidamento sia stata aggiornata. Altrimenti potrebbe andare dritta, ignorandolo. Il problema non è minore: le strade vengono cambiate all’improvviso, deviazioni o cartelli aggiunti dal mattino alla sera: è impossibile per Google riuscire a tenere traccia di tutto ciò in tempi ragionevoli e sicuri. A meno che non immaginiamo un futuro imminente in cui le strade vengano ridisegnate e adattate ai veicoli autonomi (oramai la norma) e in cui un cartello stradale è prima segnalato online e poi in strada.

La realtà è che sembrerebbe Google voglia che la macchina che si guida da sola ci sembri più reale di quanto non sia. Un altro di quei suoi prodotti innovativi e quasi impossibili (e di fatto tali, per lungo tempo ancora) usciti da Google X, che si rivelano poi per quello che sono: prototipi. In questa categoria inserisco anche i Google Glass, che ultimamente sembrano abbastanza ignorati da Google stessa, più focalizzata su Android Wear. E che resteranno ancora per lungo tempo un prototipo. O se ci piace di più come dicono loro, “beta”.

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Quelli che di lavoro devono guardare il porno

Facebook (e tutti i social network principali di cui facciamo uso) hanno una schiera di moderatori che si preoccupano di tenere l’ambiente pulito per noi. Non se ne parla molto, perché ci piace pensare che il processo sia automatico, ma è un numero impressionante di persone che di lavoro passano la giornata a guardare immagini porno, video di decapitazioni e tutti quei contenuti che noi preferiremmo evitare (e che di fatto, grazie a loro, raramente dobbiamo subire).

Adrian Chen narra, su Wired, la storia di queste persone:

So companies like Facebook and Twitter rely on an army of workers employed to soak up the worst of humanity in order to protect the rest of us. And there are legions of them—a vast, invisible pool of human labor. Hemanshu Nigam, the former chief security officer of MySpace who now runs online safety consultancy SSP Blue, estimates that the number of content moderators scrubbing the world’s social media sites, mobile apps, and cloud storage services runs to “well over 100,000”—that is, about twice the total head count of Google and nearly 14 times that of Facebook.

È un processo meno automatico di quello che potremmo pensare, che richiede in certe situazioni una buona conoscenza della cultura del Paese di riferimento, e di cosa possa risultare offensivo o meno.

(Internet è di tutti?)

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Lo smartwatch di Microsoft

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Un’ipotesi su come potrebbe essere lo smartwatch di Microsoft (sì, pare ne stiano progettando uno).

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Trent’anni di differenza

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Things of Interest ha sovrapposto lo schermo del primo Macintosh a quello del nuovo iMac con Retina Display. Guardate l’immagine a schermo intero, e zoommate fino all’angolo in basso a sinistra dove, finalmente, piccolo piccolo, trovate lo schermo del primo Macintosh.

When first released in 1984, the Apple Macintosh shipped with a black-and-white 512 x 342 display. Fast forward 30 years to the release of the iMac with Retina 5K display, which ships with a 5,120 x 2,880 display with support for millions of colours. That’s an increase from 175,000 pixels to more than 14.7 million – an 8,400% increase. 80 of the original Macintosh displays fit within a single Retina 5K display1.

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Di nuovo su quell’iPhone da 16GB

Più volte ho scritto di quanto sia abbastanza deludente che Apple abbia lasciato l’iPhone da 16GB. Avrebbero dovuto aumentare il modello base a 32GB, eliminando il taglio da 16. Come strategia per vendere il taglio da 64GB ha funzionato: è la prima volta che questo si rivela essere il modello più difficile da reperire, negli Apple Store, e con l’attesa più lunga, online. Per molti, $100 per quattro volte lo storage (del modello inferiore) sono accettabili.

Il problema è che questa scelta va contro la relazione di fiducia che da anni Apple ha costruito con i consumatori, ovvero di offrire sempre e comunque un prodotto ottimo. L’iPhone da 16GB non è ottimo — è accettabile, se proprio devi comprarlo. Non lo raccomanderesti. Come scrive Gruber:

I also understand the product marketing angle. That there are a lot of people who will look at the 16 GB models, see that they can get four times the storage for just $100 more, and buy the 64 GB model instead — when they would’ve bought the base model if it were 32 GB. I get it. There’s no doubt in my mind it’s good short-term business sense to go with a 16/64/128 lineup instead of 32/64/128. But Apple is not a short-term business. They’re a long-term business, built on a relationship of trust with repeat customers. 16 GB iPads work against the foundation of Apple’s brand, which is that they only make good products.

Apple has long used three-tier pricing structures within individual product categories. They often used to label them “Good”, “Better”, and “Best”. Now, with these 16 GB entry-level devices, it’s more like “Are you sure?”, “Better”, and “Best”. Fine, keep the 16 GB models around for expert business and education buyers who know that they really don’t need more storage space. But don’t put devices on the tables in Apple retail stores that you wouldn’t recommend as a good product and good value to typical customers.

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