TUAW, e il declino dei grandi siti dedicati a Apple

John Moltz ha postato un tweet interessante:

 I’m not exactly sure why Apple’s success is having an inverse effect on the corporate-owned Apple sites.

È una risposta all’annunciata chiusura di TUAW, “The Unofficial Apple Blog” (esiste dal 2003, e dal 2005 appartiene a AOL). C’è stato un tempo in cui lo ricevevo via rss, e in cui TUAW era una fonte frequentemente menzionata nella blogosfera — sì, si parla di quando si usava il termine blogosfera. Ma il successo di Apple sembra stare avendo un effetto opposto ai “grandi siti” stile TUAW, appartenenti a un network più grande e generico.

La storia raccontata dalla controparte italiana è simile — ne dico tre che un tempo furono interessanti, ma oramai non visito da anni: Melablog, Macworld e Macitynet 1. La qualità delle notizie di TUAW & simili è molto scarsa: comunicati stampa, rumors, recensioni apatiche 2 di prodotti e applicazioni poco interessanti, roba “esclusiva” che non lo è, etc.; tutto materiale scontato e disponibile ovunque in mille altre declinazioni. O forse eravamo tutti così anni fa, e semplicemente loro hanno mantenuto con la stessa linea: nuovo aggiornamento per OS X, nuovo rumors su iPhone, nuovo brevetto registrato da Cupertino, altro rumors più due nuove applicazioni di dubbia qualità.

Il problema è che la copertura di TUAW & simili non approfondisce, non più se non altro, né aggiunge nulla; ad approfondire sono i blog più piccoli. I contenuti di TUAW e degli altri grandi aggregatori semplicemente non interessano quando i blog più piccoli, indipendenti, curati da una sola persona (o comunque di piccole dimensioni, come MacStories), offrono una selezione più interessante di notizie, e degli articoli costruiti con più cura. Recensioni personali. Separazione chiara fra contenuto e pubblicità (senza comunicati stampa mischiati ovunque).

Considerate questi, assieme alla valida copertura data da The Verge (Re/code, e simili) alle notizie che riguardano Apple. Ora visitate TUAW, o altri fra i siti menzionati sopra, e chiedetevi: c’è qualcosa che già non so? C’è una notizia interessante che non avevo letto altrove? La selezione è valida?

La risposta raramente è sì.

  1. Quelli che mai furono validi, oggi godono sorte anche peggiore
  2. Spesso costruite attorno alle specifiche tecniche, e a una lista di features

PERMALINK COMMENTA TWEET

Linklog. Notizie da altri luoghi, e segnalazioni rapide.

+ Visita l'archivio, con descrizione dei link. Oppure, ricevi i link ogni settimana abbonandoti alla newsletter.

+ Vai allo stream automatico, con notizie da fonti selezionate.

Apple ha successo perché sono tutti tonti

Ben Thompson ha commentato gli incredibili risultati dell’ultimo trimestre fiscale di Apple. Per capire l’enormità basta pensare a questo: Apple ha perso più soldi a causa delle fluttuazioni di valuta che Google ne ha fatti in un trimestre. Un utile di 18,2 miliardi di dollari in un trimestre: un profitto di circa 8,3 milioni di dollari all’ora. Appunto, assurdo.

Eppure, per qualche ragione, è Apple che è sempre sull’orlo di fallire, il cui “impero” è sotto attacco, e che deve preoccuparsi e temere ogni tecnologia e azienda emergente. Ed è Apple, di nuovo, l’azienda che ha successo solo perché siamo tutti stupidi, imbevuti dal marketing e incapaci di scegliere le miriadi di alternative migliori e più a buon mercato che ci vengono offerte. Scegliamo Apple, e paghiamo di più, perché siamo tonti insomma: senza ricavarci nulla.

Il prezzo di Ben Thompson affronta anche questa accusa, spiegando cosa includa il prezzo “premium” dei prodotti Apple: da una rete (gli Apple Store) sempre pronta a fornire assistenza — da non sottovalutare —, a un’esperienza d’uso che, seppur limitante per un geek, va incontro all’utente comune.

Apple ha successo per il design: la lunga e ponderata progettazione e riflessione che sta dietro ogni singolo aspetto dei suoi prodotti (ed è per questo che il declino nella qualità del software è preoccupante).

The old hoary chestnut that “Apple only wins because its advertising tricks people into paying too much” was raised in my Twitter feed last night, and while the holders of such an opinion are implicitly saying others are stupid, my take runs in the opposite direction: it’s not that people are irrational, it’s that human rationality is about more than what can be reduced to a number. Delight is a real thing, as is annoyance; not feeling stupid is worth so much more than theoretical capability. Knowing there is someone you can ask for help is just as important as never needing help in the first place.

Apple spends an inordinate amount of time and resources on exactly these aspects of their products. Everything is considered, from the purchase to the unboxing to the way a webpage scrolls. Things are locked down and sandboxed, to the consternation of many geeks, but to the relief of someone who has long been conditioned to never install anything for fear of bad actors. Stores – with free support – are just a few miles away (at least in the US), a comfort blanket that you ideally never need. All of this is valuable, even though much of it is priceless, only glimpsed in an average selling price nearly triple the industry average.

A molti qua fuori interessa anche la velocità di un prodotto, la quantità di RAM e tutti i numeri che si riescono a inserire in un’affollata tabella, su carta. Le specifiche tecniche. Ma appunto: sono numeri, e dicono poco su come il prodotto funzionerà realmente, su come le varie parti si integreranno fra di loro.

Pochi comprano un prodotto in base a dei numeri. “Apple ha successo” non per qualche fattore irrazionale, ma per l’esperienza utente. Comprano tutti Apple non perché sono tonti, ma per la ragione opposta: per non sentirsi tonti, grazie a dei prodotti facili da usare — e un’assistenza clienti superiore a ogni altro produttore.

PERMALINK 1 COMMENTO TWEET

SelfieApp: un selfie ogni volta che apri il Mac

Applicazione

SelfieApp: un selfie ogni volta che apri il Mac

SelfieApp scatta una foto ogni volta che lo schermo del Mac si accende — all’avvio, durante il login, o quando il Mac viene risvegliato dopo un periodo di inattività. È divertente perché vi permette di catturare senza fatica dei selfie di voi stessi con cui creare, volendo, a distanza di mesi, uno di quegli inutili timelapse che rivelano l’inesorabile processo di deterioramento — un po’ come Everyday, ma ancora più semplice e immediata da usare.

SelfieApp, però, è anche utile: perché vi permette di immortalare chi ha avuto accesso al vostro Mac (o ha tentato di accedervi), trasformandosi così in un sistema di protezione. Le foto vengono salvate in una cartella: per sicurezza, mettetela in Dropbox (se un ladro vi ruba il Mac, magari avete la fortuna di immortalarlo più volte).

PERMALINK COMMENTA TWEET

L’Apple Watch arriverà ad Aprile

L’ha rivelato Tim Cook durante la presentazione dell’ultimo trimestre fiscale. (Quindi: ho tempo fino ad Aprile per decidere se tenere il Pebble o meno.)

PERMALINK 5 COMMENTI TWEET

Iscriviti alla newsletter settimanale

Le notizie della settimana + link inediti + altre varie cose inutili

+ Maggiori informazioni +

Perché il Wi-Fi sui treni funziona male

Lo spiega Davide De Luca su Il Post. Ha a che fare, soprattutto, con la velocità stessa del treno:

È legato direttamente alla velocità del treno. Continuando a semplificare possiamo dire che l’area coperta dal segnale di uno dei ripetitori si chiama “cella”. Luca D’Antonio è responsabile dello sviluppo di tecnologie wireless per Telecom e spiega che tra Torino e Napoli, il principale asse dell’alta velocità, ci sono «circa 600 di queste celle. Significa un ripetitore ogni circa 1,5 chilometri. Considerando che un treno viaggia fino a 300 chilometri significa che tre volte al minuto l’antenna del treno deve cambiare la cella alla quale si aggancia». Senza contare che spesso un treno lungo 500 metri si trova con una carrozza all’interno di una cella e una carrozza ancora in un’altra. Nel momento di passaggio tutte le connessioni (ma anche le chiamate e i trasferimenti dati che stiamo facendo sul nostro telefonino), devono essere spostati da una cella all’altra (in gergo è il cosiddetto “handover”) e può accadere che in questo passaggio qualcosa vada storto e la connessione salti.

PERMALINK 3 COMMENTI TWEET

Supporta queste bellissime pagine

Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Oppure, più facile ancora: condividendolo :)

Addio alle cartelle

Matt Gemmel:

I don’t really think in terms of folders and hierarchies anymore. I still putthings there, but only as a kind of future archeological clue, if everything goes to hell and I’m left digging through the dirt, trying to rebuild.

These days, I expect the machine to accept my query, and throw the relevant set of my stuff back at me. Browsing through directory windows seems anachronistic now, and – interestingly – it also feels artificial.

Sono d’accordo che Alfred/Spotlight abbiano tolto centralitrà al Finder — e spesso recuperò ciò di cui ho bisogno evitandolo — però sono ancora molto legato alle cartelle su Mac. Un’applicazione come iPhoto — che maschera le cartelle in favore della sua interfaccia — mi da un po’ fastidio: la uso, in mancanza di alternative migliori, ma soffro vedendo come mi sta organizzando i file dietro le quinte.

(Anche se — come Gemmel — penso in termini di cartelle e file “per il futuro”, nel caso possa tornare utile fra anni, perché nell’immediato ricorro sempre a Spotlight.)

PERMALINK 2 COMMENTI TWEET

Una lettera onesta dal tuo dipartimento I.T.

McSweeney’s:

Hello,

You’re receiving this message because the I.T. Department is upgrading the software you most use and upon which your productivity entirely depends.

Although we refer to this as an upgrade, it is, at best, a lateral move. The software does the same things as before, except your favorite features have been moved to a place where you will never find them again. The features you never use, on the other hand, have been assigned keyboard shortcuts that are maddeningly easy to type. For example, “Hide All Menus” (Shift+E) or “Quit Without Saving” (Spacebar).

Here is a list of emboldened words, which may or may not apply to the upgrade:

  • Reliable. The software used to crash only sometimes. We’ve fixed that.
  • Secure. Mo’ passwords, mo’ fun.
  • Cloud. Cloud cloud cloud cloud cloud.

PERMALINK 2 COMMENTI TWEET

Perché gli annunci di Microsoft mi lasciano sempre confuso

Quando Microsoft annuncia una tecnologia straordinaria e rivoluzionaria, io ritardo e modero la mia reazione. La posticipo, e solo a distanza di ore inizio a capire se posso effettivamente entusiasmarmi o se era tutta fuffa.

Scrive Guss Mueller:

L’annuncio di HoloLens mi ha dato molto da pensare nelle ultime 12 ore. Perché Microsoft sta facendo, e mostrando a persone, promesse che non potrà mantenere? O che se non altro non riuscirà a mantenere per i prossimi cinque anni? Perché mi rendono le persone tutte così eccitate? È un bellissimo futuro quello che avete immaginato lì, ma abbiamo visto quel futuro in passato. Microsoft dovrebbe smetterla con questo comportamento, perché non aiuta.

Quindi, questa è la ragione per cui quando guardiamo un keynote di Microsoft non ci eccitiamo troppo. Abbiamo imparato dai precedenti comportamenti dell’azienda a non credere fino in fondo a quello che ci sta vendendo. E questa è anche la ragione per cui così tante persone adorato quello che Apple “promette”. Quando Apple dà una demo dei suoi prodotti, non tira in ballo la grafica computerizzata per mostrare come spera un giorno le cose funzioneranno. Invece, mostra cosa è pronto, finito. Come può essere utilizzato ieri. Sono queste possibilità a renderci eccitati. E Apple riesce a inquadrarle benissimo.

Come scrive Guss, è probabilmente una delle differenze principali fra Apple e Microsoft: Apple sa quando è il momento di mostrare quello su cui sta lavorando; Microsoft lo mostra anni prima quando le possibilità sono appunto solo tali: possibilità, ancora da realizzare.

Ed è la ragione per cui di HoloLens non ho ancora scritto: sembra fantastico, ma mi piacerebbe capire meglio di cosa è capace effettivamente — e quali invece sono solo speranze per il futuro. Anche Polygon consiglia di andarci cauti, ricordando il fato del Kinect e altre visioni del futuro, immaginato da Microsoft, che non sono mai andate oltre il video promozionale.

PERMALINK COMMENTA TWEET

Il linklog di Kottke.org

Kottke ha aggiunto al suo blog una sezione composta da soli link, in modo che possa inserire e segnalare velocemente ai lettori quelle cose che ha trovato in rete che gli sono piaciute, e che ha trovato interessanti, ma di cui per qualche ragione non ha parlato.

L’ha motivata così, sul suo blog:

Il web è cambiato. Siti come Reddit, Digg, Hacker News e servizi come Facebook e Twitter sono molto più veloci di un singolo blogger… Quindi, ho scambiato quella velocità in favore della qualità. Non posto più 10 o 12 cose al giorno. Ne posto invece 4 o 6, le più interessanti che posso condividere.

Ma questo significa che un sacco di altra roba interessante (ma per qualche ragione che non conosco da me ritenuta non abbastanza interessante al punto da farci un post) va persa. E questa cosa mi ha dato fastidio di recente.

Che è esattamente la stessa ragione per cui questo blog ha un linklog, e una newsletter: entrambi contengono cose che ho giudicato interessanti, ma che non ce l’hanno fatta a diventare post su Bicycle Mind. Entrambi mi servono a segnalare velocemente, con un click, quelle cose di cui non ho tempo di scrivere.

(Ho deciso di ri-spostare il linklog in prima pagina, sotto il primo post del blog — come Kottke)

PERMALINK COMMENTA TWEET

The Internet Show (1995)

Video

The Internet Show (1995)

Andy Baio ha messo su YouTube una vecchia videocassetta della PBS, contenente un programma del 1995 dedicato a internet: The Internet Show. I due presentatori spiegano cos’è Internet, stando attenti a non utilizzare un linguaggio da nerd (nel corso del programma appaiono frequenti “nerd alert”, seguiti da un rumore fastidiosissimo) e invitando gli ascoltatori a provare questa nuova cosa che, dicono, potrebbe diventare grande.

Guardarlo oggi è un’esperienza surreale. Ad esempio del web parlano solamente a fine dell’episodio — lo menzionano rapidamente, un po’ come si parla di un esperimento che forse potrebbe avere successo. Di Gopher invece sono più entusiasti.

Bellissimo.

PERMALINK COMMENTA TWEET

Possiamo archiviare Internet?

Un po’ di tempo fa un utente di Pinboard aveva provato a importare sul servizio la sua collezione di bookmark risalente al 1995–1997: dopo 17 anni il 91% degli indirizzi non risultava più raggiungibile. L’entità più grossa che sta provando a trovare una soluzione a questo problema è l’Internet Archive, il cui tentativo di preservare il web per il futuro è stato recentemente raccontato dal New Yorker.

L’articolo è pieno di spunti interessanti (ad esempio, sarebbe utile aggiungere una terza dimensione, temporale, al browser? Introducendo così una sorta di version control), ma siccome qui non siamo seri riporto il passaggio più simpatico — ovvero di quando Kahle (il fondatore dell’Internet Archive) mise il web in un container, per misurarlo:

I was on a panel with Kahle a few years ago, discussing the relationship between material and digital archives. When I met him, I was struck by a story he told about how he once put the entire World Wide Web into a shipping container. He just wanted to see if it would fit. How big is the Web? It turns out, he said, that it’s twenty feet by eight feet by eight feet, or, at least, it was on the day he measured it. How much did it weigh? Twenty-six thousand pounds. He thought that meant something. He thought people needed to know that.

PERMALINK COMMENTA TWEET

Il computer dentro il mouse

È quello che vuole fare mouse box, per ora un prototipo.

PERMALINK 1 COMMENTO TWEET

Come il Regno Unito immagina le biblioteche del futuro

Un rapporto sulle biblioteche pubbliche del ministero della Cultura, dei media e dello sport del Regno Unito ha provato a immaginare come queste dovranno essere, e le trasformazioni che dovranno subire, per il futuro. Riassumendo il risultato in una riga: un po’ più simili a dei coffee shop, con spazi più confortevoli, con bevande e divani, e ovviamente WiFi.

Ma la domanda che alcuni si chiedono è: ne abbiamo ancora bisogno? Sì, dice il rapporto1, e spiega il perché a pagina sei:

The library does more than simply loan books. It underpins every community. It is not just a place for self-improvement, but the supplier of an infrastructure for life and learning, from babies to old age, offering support, help, education, and encouraging a love of reading. Whether you wish to apply for a job, or seek housing benefit, or understand your pension rights or the health solutions available to you, or learn to read, the library can assist. […]

There is still a clear need and demand within communities for modern, safe, non-judgemental, flexible spaces.

Le biblioteche non devono essere percepite solo come una collezione di libri da cui attingere, ma un luogo tranquillo in cui accedere all’informazione (selezionata e) importante per una comunità, gratuitamente e senza barriere d’ingresso (nel rapporto ricordano che diversi cittadini inglesi tuttora non hanno accesso a internet da casa; qua si ricorda che in Italia la situazione è ben peggiore). Uno spazio non solo per studiare, o per chi ha bisogno di libri, ma aperto a tutti. Devono diventare, riporta il documento, un “community hub”.

Mi è tornato in mente un discorso tenuto da Nel Gaiman al Barbican Centre (Londra), un anno fa. Disse una cosa simile in difesa delle biblioteche:

I worry that here in the 21st century people misunderstand what libraries are and the purpose of them. If you perceive a library as a shelf of books, it may seem antiquated or outdated in a world in which most books in print exist digitally. But that is to miss the point fundamentally. I think it has to do with nature of information. Information has value, and the right information has enormous value. […] A library is a place that is a repository of information and gives every citizen equal access to it. That includes health information. And mental health information. It’s a community space. It’s a place of safety, a haven from the world. It’s a place with librarians in it. What the libraries of the future will be like is something we should be imagining now.

Literacy is more important than ever it was, in this world of text and email, a world of written information. We need to read and write, we need global citizens who can read comfortably, comprehend what they are reading, understand nuance, and make themselves understood.

(Via Il Post)

  1. Io in biblioteca ci vado più volte a settimana, anche nei periodi in cui non devo studiare. Quando stavo a Pisa la biblioteca di scelta era la SMS Biblio, aperta nel 2013: molte di queste “richieste” le rispettava.

PERMALINK COMMENTA TWEET

Low Volume: primo numero

Come avevo accennato, oggi è arrivato (a chi si era iscritto) il primo numero della nuova newsletter di Bicycle Mind, Low Volume. Per gli incerti, che ancora non si sono abbonati: lo potete leggere qua, e decidere se vi piace o meno. Il prossimo numero arriva domenica prossima, e come al solito: ci si iscrive qua.

PERMALINK COMMENTA TWEET

Facebook non è nemico della tua pace interiore

Scrive il New York Times, in merito a una ricerca del Pew Research Centre, secondo cui la tecnologia — e i social network — non ci rendono più stressati:

Frequent Internet and social media users do not have higher stress levels than those who use technology less often. And for women, using certain digital tools decreases stress. “The fear of missing out and jealousy of high-living friends with better vacations and happier kids than everybody else turned out to be not true,” said Lee Rainie, director of Internet, science and technology research at Pew and an author of the study. […]

Just as the telephone made it easier to maintain in-person relationships but neither replaced nor ruined them, this recent research suggests that digital technology can become a tool to augment the relationships humans already have.

Ohibò! Ma come? Internet ci rende tutti gelosi, frenetici, ansiosi!!!!!! No.

La ricerca rivela che ci sono situazioni in cui la tecnologia può rovinare la nostra pace interiore, in cui Facebook può disturbare il nostro quieto vivere, ma non sono causate da internet: sono dovute al fatto che grazie a internet siamo sempre a contatto con chi ci è caro — anche quando siamo lontani. Ciò significa poter ricevere, e restare informati, sulle situazioni spiacevoli dei nostri conoscenti — e provare di conseguenza più empatia e coinvolgimento.

In altre parole, “la relazione fra i livelli di stress e l’uso dei social media è indiretta. È l’uso sociale della tecnologia digitale, e il modo in cui questa migliora la nostra conoscenza degli eventi dolorosi nelle vite altrui, che spiega perché l’uso dei social media può, a volte, causare stress“. Proseguono:

Immagina un utente tipico di Facebook. È probabile che lui o lei usi anche altre tecnologie, come email e sms. Tutte queste tecnologie gli/le permettono di condividere informazioni con amici e parenti — sotto forma di foto, o brevi messaggi. Come risultato di questa comunicazione, sarà più coinvolto/a e consapevole delle attività in corso nella vita dei propri amici e famiglia.

Ci sono dei benefici da questo “contatto”. Secondo una precedente ricerca di Pew, questa persona — in confronto a un individuo non molto attivo su Facebook, o che non fa uso di social media — è più portata ad avere amici intimi; ha più fiducia nelle persone; si sente più supportata; è più coinvolta nella vita politica. Mentre qualcuno potrebbe assumere che il tipico utente di Facebook (e altre tecnologie) finisca col partecipare sotto la pressione dei propri coetanei, e per una sorta di paura di restarne fuori (fear of missing out), se tale pressione esiste il nostro tipico utente non è più stressato di altri, e il beneficio che ne deriva dall’uso di queste tecnologie ne cancella il costo. È raro che sia più stressato di coloro che non sono sui social media, o di coloro che ne fanno un uso modesto.

PERMALINK COMMENTA TWEET

Design Ah! (デザインあ)

Video

Design Ah! (デザインあ)

In Giappone hanno una serie televisiva sul design destinata ai ragazzi (altri video nel link). Si chiama デザインあ (“Design Ah!”, in inglese). Il programma è fantastico; molto minimalista.

PERMALINK COMMENTA TWEET

Le pratiche digitali del Corriere

Mi ero perso questo: il Corriere ha fatto un libricino con vignette relative a Je Suis Charlie, che ha poi messo in vendita (senza tenersi alcun ricavo, ma devolvendolo alle vittime). Il problema? Hanno preso le vignette da internet, e le hanno impaginate, senza prima chiedere il permesso agli autori.

Leo Ortolani riassume la questione in maniera più divertente (qua invece il riassunto di un altro autore):

Sai cosa ho fatto di recente? Ho scoperto che IL CORRIERE DELLA SERA ha preso le vignette che tanti autori italiani hanno pubblicato per solidarietà ai colleghi francesi e ci si è fatto un bel libretto da vendere a euro 4,90. E quando dico che le ha prese, intendo dire che le ha prese senza chiedere niente a nessuno. Tipo che avete un motorino, vi girate, non c’è più. Ve lo ha preso il Corriere della Sera per farci un giro. A scopo di beneficenza, eh? Il motorino è sempre vostro.

Ora. Io sarò anche un povero geologo che fatica a stare al mondo, ma qui si comincia a perdere il senso delle cose. Chiedimelo. Magari ti dico di sì. Luca Bertuzzi di WOW, lo Spazio Fumetto di Milano me lo ha chiesto, se poteva usarla per esporla, gli ho detto di sì. Lo vedi, come è semplice, quando si è tra persone educate? Ma tu, Corriere della Sera sei venuto qui, hai preso una foto (UNA FOTO!!) di un disegno che ho messo in rete fotografandolo con il cellulare, perchè non ho lo scanner attaccato al sedere e a volte si fanno dei disegni sulla spinta emotiva, come quello, e si pubblicano in qualche modo, per fare sapere che quello che è successo ti ha colpito e molto, e tu, dicevo, Corriere dei Piccoli, vieni qui e te la prendi. Una foto. E te la stampi. A bassa risoluzione, ovvio. Che oltretutto non è che mi fai un favore, pubblicando una foto di un mio disegno, a bassa risoluzione. Nemmeno la decenza del controllo artistico. Nemmeno quella. Che Luca Bertuzzi mi ha chiesto la cortesia di un file ad alta risoluzione. E gliel’ho mandato.

Una faccenda imbarazzante, come scrive Sofri c’è da chiedersi “come sia successo a un gruppo di così longeva e robusta esperienza editoriale, di adottare una pratica tanto dilettantesca e sbrigativa.” Pratiche — legate alla rete — che il Corriere in realtà da anni applica senza timore.

La logica dietro è la solita, la stessa adottata con le foto della ragazza: che quello che sta su internet è di tutti — loro, soprattutto — e possono prenderlo e farne quel che vogliono. Scrive Mantellini:

Le peggiori pratiche del Corriere se ne fregano dei rapporti fra pari (che non a caso sono il cardine delle relazioni digitali), ignorano le consuetudini di rete (perché nelle teste di costoro Internet è una cosa differente da quella che è nelle nostre), sfidano la contrapposizione netta perché pensano non solo di essere nel giusto ma anche che il proprio bacino di riferimento sia più ampio e meno problematico di quello dei molti che oggi li attaccano.

PERMALINK COMMENTA TWEET

La vera storia dietro lo smartphone di Amazon

Il Fire Phone è stato un flop: per la prima volta Amazon non ha creato un prodotto competitivo nel prezzo, ma ha tradito la propria natura progettando uno smartphone che andasse più in competizione con l’iPhone che con la fascia bassa, economica e conveniente, del mercato. Di come è nato, soprattutto per volontà di Jeff Bezos, ne ha scritto Austin Carr su Fast Company. È anche stato un tentativo di riposizionare Amazon: da qualcosa di conveniente e necessario a un brand percepito come “cool”, quale Apple:

Bezos had profound reasons for preferring a top-of-the-line smartphone. Multiple sources indicate that the premium phone represented a “repositioning of the brand away from being so utilitarian and toward becoming more of a lifestyle brand like Apple”. Bezos expressed some of these sentiments himself in a memo he wrote years ago, entitled “Amazon.love.” In the memo, first revealed by journalist Brad Stone in , Bezos describes his vision to transform Amazon into a brand such as Apple, Nike, or Disney, which are “widely loved by their customers, and are even perceived as cool.” Brands like Walmart and Microsoft, he noted, are “unloved” and suffer as a result. He then listed the attributes that distinguished each set of companies: “Risk taking is cool. Thinking big is cool. The unexpected is cool. Close-following is not cool.”

Nel tentativo di creare un prodotto che stupisse — innovativo, non una copia economica dell’iPhone ma una alternativa in competizione con lo stesso — hanno aggiunto funzioni che persino il team di sviluppo ha ritenuto inutili, durante la progettazione. Dynamic Perspective (l’effetto 3D) è una di queste:

And team members simply could not imagine truly useful applications for Dynamic Perspective. As far as anyone could tell, Bezos was in search of the Fire Phone’s version of Siri, a signature feature that could make the device a blockbuster. But what was the point, they wondered, beyond some fun gaming interactions and flashy 3-D lock screens. “In meetings, all Jeff talked about was, ‘3-D, 3-D, 3-D!’ He had this childlike excitement about the feature and no one could understand why,” recalls a former engineering head who worked solely on Dynamic Perspective for years. “We poured surreal amounts of money into it, yet we all thought it had no value for the customer, which was the biggest irony. Whenever anyone asked why we were doing this, the answer was, ‘Because Jeff wants it.’ No one thought the feature justified the cost to the project. No one. Absolutely no one.”

PERMALINK COMMENTA TWEET

Newsletter settimanale

Domenica arriva una nuova newsletter settimanale, che unifica e raccoglie il contenuto della precedente newsletter settimanale (quella con il riassunto dei post pubblicati sul blog) e newsletter giornaliera (con link a materiale inedito). Entrambe non esistono più, e sono sostituite da quella nuova, che quindi:

  • Riassume le notizie della settimana su Bicycle Mind
  • Include link a materiale esterno (il linklog, con una breve riga di commento inclusa)
  • Include qualsiasi aggiunta voglia e mi venga in mente

Siccome poi si basa su Tinyletter dovrebbe (finalmente) risultare leggibile anche da iPhone. Se volete iscrivervi in tempo per il primo numero, lo fate qua.

(Se eravate iscritti alle vecchie newsletter vi ho già migrato sulla nuova lista — controllate nello spam questa Domenica perché essendo basata su un nuovo sistema potrebbe finire lì)

PERMALINK COMMENTA TWEET

Come sta andando Project Ara

Video

Come sta andando Project Ara

Project Ara (di Google) esiste e va avanti. E già la cosa mi stupisce (ogni volta che ne leggo, ogni volta che lo vedo menzionato, mi stupisco). Dal video (sopra) e dalla galleria fotografica di The Verge constato pure che lo smartphone che ne hanno tratto da questa idea — alquanto bislacca — è venuto fuori pure accettabile. Nel senso: a me l’idea di costruire uno smartphone a pezzi, una sorta di smartphone fatto coi lego, con componenti rimovibili e singolarmente sostituibili, mi (minimizzo molto) perplime. Però, loro l’hanno fatto comunque (e io mi stupisco). E tutto sommato sembra carino (a parte che i pezzi sembrano molto poco “fissi” al loro posto).

Andando verso la personalizzazione più estrema, ogni singolo componente può essere personalizzato con colori e pattern a scelta dall’utente (il video le racconta tutte queste ideone).

PERMALINK 6 COMMENTI TWEET

Non ne hai avuto abbastanza?

Leggi altri post