Come sta andando Project Loon

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Come sta andando Project Loon

Utile (e affascinante) video in cui The Verge fa il punto della situazione su Project Loon:

One of the great benefits of being in the stratosphere is that it’s above the weather,” says Cassidy, when I ask him about the potential for flights over more of the developed world. “If there is a hurricane or a typhoon that knocks out power or internet connectivity to people on the ground, the balloons provide very exciting ways to allow people to have immediate connectivity. As long as they have a battery powered phone in their pocket, people will be able to instantly get access to the balloon network.

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L’unità fondamentale del blog non è l’articolo. L’unità fondamentale del blog è lo stream

In occasione del 15esimo anniversario del suo blog, Anil Dash scriveva:

Lo scroll è tuo amico. Se hai pubblicato un post brutto o qualcosa che non ti piace, semplicemente scrivi qualcosa di nuovo. Se hai pubblicato qualcosa di cui sei particolarmente orgoglioso e nessuno se la fila, semplicemente scrivine di nuovo. Un passo dopo l’altro, una parola dopo l’altra, è l’unico fattore comune che ho trovato a questo blog di cui sono orgoglioso. I post scendono nella pagina, e il buono e il brutto semplicemente scorrono via.

È una descrizione perfetta di un blog. Non è il singolo articolo a renderlo interessante, ma l’insieme degli articoli che si susseguono. Articoli magari inconcludenti, ma il cui insieme dà forma a qualcosa di interessante. E se un articolo non funziona se ne scrive uno nuovo, o se un’idea non è stata ben espressa la si esprime di nuovo. Lo stream si porta via tutto. Come sollinea Michael Sippey su Medium, “l’unità fondamentale del blog non è il post. L’unità fondamentale del blog è lo stream”. Il valore di un post è derivato (spesso) dal blog di provenienza e dall’autore/blogger.

L’ultimo aggiornamento di Medium, che agevola contenuti brevi, è un ritorno in quella direzione, verso lo stream. Mentre il vecchio Medium cancellava l’autore (Joshua Benton: “La cosa più radicale di Medium è che cancella l’autore […], lo degrada, lo rende secondario“) per sostituirsi fra il pezzo e il lettore — provando a instaurare l’idea che Medium = qualità — il nuovo Medium rimette l’autore (e lo stream) al centro.

La domanda è: qual è il modello più corretto oggi? Organizzare il materiale per collezioni, oppure per autore? L’autore ha ancora uno spazio, oppure il web di oggi (con lettori guidati dai social network) agevola contenuti atomistici — cancellando l’autore e di conseguenza la costruzione di uno stream/audience? Domande che il The Atlantic si è posto in “What Blogging Has Become“:

Cos’è la scrittura su web nel 2015? Ruota ancora attorno all’autore? E se ti piace osservare un autore nel corso del tempo (o ti piace avere questa libertà come autore), c’è ancora un modo di farlo? Oppure i contenuti sono diventati atomistici [a sé stanti] e non è più possibile raccogliere attorno a una voce un audience? Il nuovo Medium è una scommessa che è rimasto qualcosa di valido nel modello che ruota attorno all’autore.

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Perché non prenderò un Pebble Time

Jason Snell:

Non è che in questi due anni il Pebble non mi sia piaciuto. E non è nemmeno che non mi piaccia la nuova UI del Pebble Time — anzi, credo sia piuttosto bella. No, non comprerò un Pebble perché ho un iPhone.

Al contrario degli altri smartwatch basati su Android Wear, il Pebble ha sempre dichiarato compatibilità con iOS — e questo varrà anche per il Pebble Time. Ma negli ultimi due anni come utente Pebble, una cosa mi è risultata decisamente chiara: la relazione fra Pebble e iOS è irta di difficoltà. Ho dovuto smanettare infinite volte nel Notification Center perché le notifiche giuste arrivassero sullo smartwatch, e dal rilascio di iOS 8 mi accorgo che spesso il mio Pebble perde silenziosamente la connessione con l’iPhone — anche se l’applicazione dice che è connesso, in realtà non mi arriva alcuna notifica.

Per le medesime ragioni di Jason, non ho finanziato la campagna su Kickstarter per il nuovo Pebble Time, né penso di acquistarlo in futuro. Sono utente Pebble da poco più di un anno, e per quanto ne apprezzi molti degli aspetti — mi piace il display e-paper, soprattutto mi piacerebbe quello nuovo a colori; la durata della batteria e pure l’aspetto geek e economico — il modo in cui comunica con il mio iPhone lascia a desiderare. La situazione descritta da Jason corrisponde esattamente alla mia, e temo a quella di qualsiasi altro utente Pebble + iOS.

Molte delle volte semplicemente non è connesso all’iPhone. Smette di ricevere notifiche, o le applicazioni smettono di essere in grado di prendere dati dalla rete. Ricorrevo al Pebble per controllare il tempo d’attesa del bus alla fermata, ma è un uso che ho mantenuto per poco: una mattina su tre, prima di ottenere l’informazione, dovevo ri-estrarre l’iPhone dalla tasca e riconnettere i due assieme. A quel punto facevo prima ad aprire direttamente Citymapper su iPhone.

Questa situazione non è colpa di Pebble ma dei limiti imposti da iOS, che l’Apple Watch ovviamente potrà aggirare. Pebble non riuscirà mai ad avere la stessa integrazione con iOS, né a livello di sistema né — altrettanto importante e necessario — con le applicazioni installate su iPhone. Al contrario, le applicazioni dell’Apple Watch saranno in grado di attingere senza problemi dal loro corrispettivo per iPhone. In queste ore è uscita la notizia che Launch Center Pro arriverà su Apple Watch. Solamente quello, e tramite esso la possibilità di avviare azioni sull’iPhone dall’Apple Watch, mi renderebbero l’Apple Watch più utile di quanto il Pebble non mi sia mai stato.

Non che il Pebble faccia schifo — come dicevo all’inizio, ne sono un utente soddisfatto. È un’alternativa valida e a buon mercato, ma — se non altro su iPhone, a causa di iOS e Apple – non particolarmente smart, limitata nelle possibilità da iOS che lo rende sia non particolarmente affidabile, sia ne rende le applicazioni meno interessanti.

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‘Becoming Steve Jobs’

‘Becoming Steve Jobs’ è un nuovo libro sulla vita di Steve Jobs scritto da Brent Schlender (giornalista che ha avuto modo di intervistare Steve Jobs più volte per il Wall Street Journal e Fortune) e Rick Tetzeli.

John Gruber, che l’ha letto in anteprima, l’ha definito “remarkable”:

The book is smart, accurate, informative, insightful, and at times, utterly heartbreaking. Schlender and Tetzeli paint a vivid picture of Jobs the man, and also clearly understand the industry in which he worked. They also got an astonishing amount of cooperation from the people who knew Jobs best: colleagues past and present from Apple and Pixar — particularly Tim Cook — and his widow, Laurene Powell Jobs.

The book is an accurate, engaging retelling of the known history of Jobs’s life and career, but also contains a significant amount of new reporting. There are stories in this book that are going to be sensational.

Solo sulla base di questa recensione, vale la pena pre-ordinarne una copia per quando uscirà.

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Low Volume, n°7

Un promemoria per ricordare che questo blog ha una newsletter settimanale (Low Volume), in arrivo ogni domenica in teoria, in pratica prima o poi nel corso della settimana.

La newsletter settimanale contiene link aggiuntivi (quelli che trovate nel linklog in homepage) e un riassunto dei post pubblicati sul blog nel corso della settimana.

Qui c’è l’ultimo numero, il 7. Se vi piace, vi iscrivete qua.

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Text Shots — gli screenshot del testo

Un po’ di tempo fa ho iniziato ad allegare ai link condivisi su Twitter (sia sul mio account, che su quello del blog) uno screenshot (di parte) del testo contenuto in essi; un espediente per includere un estratto, e far rientrare nei limiti del tweet un paragrafo per me interessante.

È una pratica molto in uso su Twitter, soprattutto nell’ultimo periodo, al punto che Medium — che ha battezzato questi screenshot testuali text-shotsha costruito un tool apposito per “scattarli” ai suoi articoli.

OneShot è un’applicazione per iOS che permette di fare la stessa cosa su qualunque articolo: prima si scatta uno screenshot dell’articolo, poi si apre OneShot per evidenziare la parte da sottolineare e generare uno screenshot per la condivisione.

Il risultato finale non mi entusiasma, però. Le alternative danno risultati simili: riconfezionano il testo in una maniera che sembra gridare leggimi. Le decorazioni — come i bordi smangiucchiati che OneShot aggiunge — a me non interessano (anzi, proprio non piacciono). Quello che vorrei io è giusto il testo con i metadata principali (autore, url e titolo). Al momento ottengo una cosa simile manualmente, importando gli articoli in Instapaper e poi scattando uno screenshot.

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Better Motherfucking Website

Una risposta a motherfuckingwebsite.com, un anno dopo. Un elenco — scritto in toni molto duri! — del minimo indispensabile da fare per rendere leggibile un testo sul web:

If your text hits the side of the browser, fuck off forever. You ever see a book like that? Yes? What a shitty book.

Black on white? How often do you see that kind of contrast in real life? Tone it down a bit, asshole. I would’ve even made this site’s background a nice #EEEEEE if I wasn’t so focused on keeping declarations to a lean 7 fucking lines.

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Homo Pluralis

È uscito per Codice Edizioni Homo Pluralis, il nuovo libro di Luca De Biase su come sono e saranno gli esseri umani cambiati dall’evoluzione tecnologica recente e prossima — intelligenza artificiale, robot e droni, big data.

Il Post ne ha riportato un pezzo, di cui a mia volta riporto il paragrafo dedicato alla privacy e all’argomento “ma io non ho nulla da nascondere“:

In realtà, le persone vogliono uno spazio in cui essere lasciate al riparo dal giudizio degli altri. Perché quel giudizio di per sé le limita. Per non temere le invasioni della privacy occorrerebbe essere o sentirsi talmente poco interessanti e così conformisti e omogenei da non avere nessuna diversità da proteggere da nessun punto di vista. E del resto, come diceva Bentham, sentirsi osservati costantemente produce un comportamento autocontrollato, conforme a ciò che si immagina che gli altri si aspettino. Questo però riduce la creatività, il dissenso, la critica, l’opposizione, l’invenzione, lo stupore e molte delle qualità umane che fanno avanzare la cultura e la società. Le piattaforme online che costruiscono una socialità trasparente e una vita esposta sotto gli occhi di tutti conducono al conformismo, suggerisce Alessandro Acquisti, ricercatore alla Carnegie Mellon University. Occorre una diversa narrazione per mantenere viva la possibilità di riprogettare continuamente le piattaforme e difendere la diversità culturale e umana dalla circolazione indifferenziata di informazioni. Una narrazione basata sulla pluralità delle dimensioni della vita degli esseri umani.

(Conto di leggerlo)

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Il seno nei videogame

Da un articolo dedicato alla “breast physics”, a.k.a a come fare muovere adeguatamente il seno nei videogame:

“I don’t [think] breasts need to be realistic in games, unless that’s what [developers] are going for…but [developers] should be aware that if the breasts are moving in a weird way, then it just becomes the uncanny valley for women.”

With these things in mind, maybe games can get better at depicting breasts. And when that happens, maybe the game industry can move on to figuring out the mystery that is…dick physics.

“If I were animating a naked man walking, I really honestly have no idea how balls move,” Alex joked. “I don’t!”

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Ordinare un caffè a San Francisco

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Ordinare un caffè a San Francisco

Un video che prende in giro la third coffee wave, ovvero quei locali (simili a Blue Bottle, considerati un po’ degli Starbucks 2.0) molto curati e hipster, in cui il caffè viene trattato con misticismo, la temperatura dell’acqua meticolosamente misurata e i chicchi — rigorosamente di origine singola, e sempre di tostatura chiara — coccolati prima di venire macinati. Chi ci ha avuto a che fare capisce di cosa parlo, e il cruccio1.

(Queste righe sono scritte da uno che macina i chicchi ogni mattina con la Porlex, che non è elettrica; e poi ha pure una AeroPress — come ben tutti sanno — e una Hario Buono. Diciamo che sono solo un pochettino meglio del tipo nel video.)

  1. Londra è un’altra città che ne è piena

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Netstalgia

Il New York Times ha dedicato un articolo a Animated Text, il blog nostalgico di una web designer ricco di gif animate, <blink> e scritte multicolori terribili (nel resto del suo tempo fa siti responsive, e al passo con i tempi). Il web di molti anni fa, quello Geocities, insomma.

Più che il contenuto dell’articolo, è bellissima la presentazione:

Geocities

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BuzzFeed e il vestito

Vi ricordate di Snow Fall? L’articolo interattivo — ricco di infografiche (spesso in d3.js), con una storia sviluppata tanto in forma testuale quanto multimediale, sfruttando le tecnologie offerte dal web. Nei mesi successi molti provarono a replicarne il successo — spesso riproponendone gli effetti senza i contenuti, o gli effetti senza una riflessione dietro sull’effettiva (in)utilità degli stessi.

La potenza di Snow Fall risiede nella perfetta sinergia tra il testo e gli elementi interattivi, studiati appositamente per uno specifico contenuto o informazione. Molti hanno provato a standardizzarli, semplificando la creazione di “storytelling interattivi”, il tutto semplicemente riproponendo l’effetto di scrolling ritardato (una specie di parallax scrolling all’acqua di rose) o altri meramente grafici; senza grande successo insomma.

Oltre a ciò, Paul Ford crede per replicare Snow Fall occorra replicare il New York Times, un’organizzazione organizzata per costruire quel genere di cose1:

The thing about “Snow Fall” is that it went way off the grid—not the visual grid, but the technological grid. It was its own weird thing, with its own weird code, created by a completely weird digital department that was connected to the much larger, slightly-less-weird digital department, all of it inside one of the world’s weirdest news organizations—that was flexing its muscles in a very specific way. (If you don’t like “weird” think “unique.”) In any case no one but the Times could have created something like that andgathered the attention that it gathered. My proof is that no one had done so before. 620 8th Ave, where the Times is headquartered, is custom-built for things like that.

Tutta questa premessa per arrivare a BuzzFeed. Qual è invece il ruolo di BuzzFeed? Ahimé, bisogna tirare in ballo il vestito che ieri ci ha terrorizzati, o meglio: una conseguenza del vestito. Questa: le 25 mila visite che BuzzFeed ci ha ricavato.

Il ruolo di BuzzFeed è catturare quelle visite, e per farlo hanno costruito un’organizzazione unica dietro che da anni ne perfeziona l’arte:

La ragione per cui BuzzFeed esiste — la vera, attuale, ragione — è quella di raccontare, in maniera completa, tutte le cose ridicoli e folli che si diffondono su Internet. Dalla sua fondazione (2006) è diventato una “platform company”, con un team tecnico molto ampio, un team editoriale enorme, un team dedicato ai soli contenuti audiovisivi, un’agenzia pubblicitaria, molti giornalisti e tantissimi soldi dalla California.

Quello a cui ho assistito, quando ieri ho dato uno sguardo alla consistente copertura che BuzzFeed stava dedicando al vestito, è la pratica di un’arte che BuzzFeed sta affinando dal 2006. Sono maestri in quella forma. Se credete che si tratti di sole cazzate, va bene — anche io credo si tratti perlopiù di cazzate. Ma non hanno creato un’organizzazione che andasse solamente a trovare, e a parlare, del vestito, ne hanno creata una che lo identificasse, documentasse e ne catturasse il traffico [25 milioni di visite!].

  1. Popular Mechanics ne ha scritto nel dettaglio poche settimane fa, su come funziona ed è organizzato dentro il New York Times

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Robear

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Robear

Robear è un orso robot (perché???), si prende cura degli anziani in Giappone.

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L’Intelligenza Artificiale va in sala giochi

Circa un anno fa, Demis Hassabis (co-fondatore di DeepMind) presentò a “First Day of Tomorrow”, una conferenza su tecnologie “disruptive”, un programma capace di imparare da solo a giocare a Breakout (un videogioco di Atari del 1976) e altri videogiochi:

Dopo un’ora di gioco, il programma è più o meno abile quanto me, il che significa che non è granché — ma sta scoprendo i rudimenti del gioco. Dopo altri 30 minuti, e 200 round, l’A.I. è diventato talentuoso: perde la palla solamente ogni tre o quattro round. Il pubblico ride; simpatico, no?

Poi succede qualcosa. Al 300esimo gioco, l’A.I. inizia a smettere di perdere la palla. Il pubblico inizia a mormorare.

Quello che succede poi? Il programma inizia a fare uso di una mossa che nessuno — nemmeno i creatori del videogame — aveva mai immaginato. Ore dopo aver incontrato il suo primo videogame il programma ha imparato a giocarci meglio di qualsiasi membro del pubblico, senza il minimo aiuto di un umano, senza alcuna istruzione su come vincere o muoversi nel gioco.

(Qui c’è il paper pubblicato su Nature)

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Il problema dell’obsolescenza dell’Apple Watch Edition

La questione di come Apple gestirà l’obsolescenza dell’Apple Watch Edition  — il cui prezzo di partenza si suppone attorno ai 10.000 dollari — è ancora irrisolta. I Rolex durano una vita — come può l’Apple Watch, un computer, mantenere una promessa anche remotamente simile? L’ipotesi più “popolare” è che Apple fornisca agli acquirenti dell’Apple Watch Edition un programma per aggiornare i componenti interni — l’S1 (che Apple definisce “un computer in un chip“) ma anche i sensori, e già la cosa si fa più complessa e meno realistica.

Su iMore, però, si chiedono semplicemente se Apple non ignorerà il problema, non facendo alcuna promessa del genere — del resto, si parla di una fascia di mercato che non ha problemi a spendere fra i $10.000 e i $20.000 per un orologio:

Apple could solely go after the high-end fashion market, say “These customers have no qualms about paying $15,000 every two years,” and be done with it. Or the company could invest in some sort of long-term support for its Edition customers. And even after writing all this, I’m still no closer to figuring out which one the company will pick. The former model favors Apple’s traditional business model, just at a much higher income bracket. The latter feels more like an Apple move, to support its customers and give them the best experience possible.

(Certo, secondo me un prodotto del genere che non dura perde un po’ la sua aurea magica. Un Rolex, per quanto bello, che durasse solo due anni non sarebbe l’oggetto che è diventato — né verrebbe regalato in tante occasioni proprio perché dura una vita.)

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I nativi digitali preferiscono leggere su carta?

Un articolo del Washington Post dice di sì:

“You just get so distracted,” one student said. “It’s like if I finish a paragraph, I’ll go on Tumblr, and then three hours later you’re still not done with reading.”

There are quirky, possibly lazy reasons many college students prefer print, too: They like renting textbooks that are already highlighted and have notes in the margins.

Il fatto che li preferiscano non implica una necessaria superiorità dei libri di carta; molte delle motivazioni — elencate nell’articolo — sono il classico e ben noto “odore della carta” e il fruscio delle pagine.

(Il futuro dei libri è nel browser?)

Negli anni ho provato a convincere tanti amici coetanei (20 — 25 anni) a usare un Kindle, e il successo è sempre stato discreto fuori dal mio circolo di geek di twitter (quelli che ho convinto l’hanno abbandonato — finendo con il tornare sui cartacei). Vivo con altri sei universitari (non luddisti, eh: hanno tutti un Mac e un iPhone) e solo uno di loro ha Kindle da un paio di mesi — e l’ha già abbandonato. Forse è un falso problema; i libri di carta non sono meglio degli ebook, ma non credo esista ancora un ebook che eguagli l’esperienza di lettura su carta sotto ogni aspetto. Non solo l’esperienza di lettura, ma anche di presentazione. Più che dimostrare la superiorità dei libri su carta, ciò che questa “preferenza” dimostra è che c’è ancora molto da fare e migliorare nell’esperienza d’uso degli eBook per renderli appetibili a tutti.

Ci sono cose utili che gli ebook non sanno fare bene (come permettere appunti a margine), problemi legati ai device di lettura (il Kindle è buono ma non “eccellente” — la tipografia ad esempio fa schifo. Punto.) e cose apparentemente secondarie — la forma e la presentazione — che, pur se importantissime per un lettore, gli ebook quasi ignorano. Gli ebook avrebbero bisogno della stessa cura — nella copertina e sotto ogni altro aspetto — che i cartacei ricevono. L’esperienza d’uso potrebbe, insomma, essere migliore.

Per dire che io me ne strafrego dell’odore della carta e pure delle pagine che frusciano. La “fisicità” del libro di carta è scomoda sul bus e mi occupa un discreto spazio nella tracolla. Eppure, nell’ultimo anno, ho comprato solo romanzi di carta. Non che vi sappia spiegare il perché di questa cosa (se non che poi stanno bene sulla mensola)

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La Cina userà i big data come strumento di controllo?

Il 5 Luglio del 2009, nella provincia cinese Xinjiang, improvvisamente Internet smise di funzionare. Il governo decise di “spegnerlo” nel tentativo di disperdere una serie di proteste, finendo così col tenere i cittadini offline per 10 mesi. Un funzionario descrive oggi quella scelta come “un serio errore… Ora siamo anni indietro nel tracciare i terroristi in quell’area“.

(La censura online, in Cina, potrebbe essere più selettiva di quanto in precedenza ipotizzato)

Aeon Magazine ha dedicato un articolo su quello che sta facendo — o vorrebbe fare — il governo cinese per sfruttare i dati raccolti tramite social network e internet per conoscere i propri cittadini:

Ren (uno pseudonimo), un nativo di Beijing, ha speso i suoi anni del college in Occidente difendendo ferventemente la Cina online. Al contrario, adesso dichiara: “Ho capito che non sapevo cosa stava succedendo, ci sono così tanti problemi ovunque“. Ora è tornato in Cina, e lavora per il governo. Sostiene che monitorare i social media sia la maniera migliore per il governo di conoscere i cittadini e di rispondere all’opinione pubblica, permettendo così un totalitarismo “responsabile”. Gli ufficiali corrotti possono essere identificati, i problemi locali portati all’attenzione dei livelli più alti, e l’opinione pubblica può essere ascoltata. Allo stesso tempo, i dati possono essere analizzati per identificare la formazione di gruppi pericolosi in certe aree, e per prevedere certi incidenti (proteste) prima che avvengano.

Ora che ci siamo liberati dei “grandi Vs“, dice Ren, “dovremmo preoccuparci di quello che dicono le persone normali“. I “big Vs” sono gli utenti più seguiti, e verificati, di Weibo e altri social network, personaggi famosi, ma anche “intellettuali” che sono stati sistematicamente eliminati negli ultimi tre anni. Avendo eliminato gli opinion leader e le ideologie alternative, il governo può finalmente utilizzare le lamentele del pubblico come fonte di informazione, invece che come sfida a se stesso.

(Leggendolo, mi è venuto in mente un talk di Maciej Cegłowski, di Pinboard)

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Difendere la privacy

Gabriel Weinberg, fondatore e CEO di DuckDuckGo:

Abbiamo imposto limiti alla finanza, all’industria farmaceutica, a quella dei trasporti e alle telecomunicazioni. Perché non metterli anche all’online tracking? Dovrebbero esserci del limiti, specialmente ora che la tecnologia digitale si sta lentamente inserendo in più parti della nostra vita, e i dati raccolti diventano più e più importanti.

La question del dibattito dovrebbe essere: quali limiti? L’idea di raccoglierne quanti più possibili e rivelarne pochi deve sparire, c’è una via di mezzo fra “la massima collezione possibile di dati” e “il minimo necessario”. Ecco alcune cose che potremmo fare. Le aziende (e i governi) dovranno esplicitamente dichiarare e dirvi cosa ne faranno delle vostre informazioni personali. Devono permettere opt-out. Potrebbero anche fornire all’utenza un controllo granulare sui propri dati. Potrebbero persino dirvi cosa ci guadagnate in cambio di un certo pezzo di informazione. Ci sono molte opzioni.

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Medium è anche per le cose corte

Ieri Medium ha introdotto un cambiamento piuttosto significativo (e altri, che ritrovate nell’annuncio ufficiale): la possibilità di creare rapidamente un post direttamente dall’homepage. Pubblicazione e scrittura immediata che agevolano dei post più corti. Ev Williams spera ciò permetta a Medium di diventare un luogo adatto sia ad articoli long-form — tradizionali di un magazine, a cui frequentemente Medium si è paragonato — sia ad articoli/pensieri che ricordino piuttosto i post di un blog:

It was not our intention to create a platform just for long-form content or where people feel intimidated to publish if they’re not a professional writer or a famous person (something we’ve heard many times). We know that length is not a measure of thoughtfulness.

Williams ha specificato che al contrario di Twitter, a cui Medium si avvicina con questo aggiornamento, Medium non è per aggiornamenti di stato, o per parlare fra amici, quanto piuttosto per idee e storie. Mentre l’attenzione di Twitter è sul “cosa sta succedendo adesso“, Medium vuole proporsi come luogo sul quale poter condividere facilmente le proprie idee (hanno semplificato le cose togliendo i “titoli” ai post brevi, spesso d’impiccio1).

Un blog, insomma (internamente, queste release è stata appellata “bloggy Medium“), senza barriere d’ingresso.

* * *

Riguardo all’articolo “Medium è superfluo“: Medium, come Blogger prima (per citare un altra creazione di Ev Williams), vuole facilitare la creazione dei contenuti, rimuovendo qualsiasi frizione vi possa essere fra la scrittura e il bottone pubblica.

Tuttavia, sostenere che le funzioni offerte da Medium per la pubblicazione di un testo siano “superiori” alla concorrenza per facilità d’uso è opinabile. È Medium più facile da usare di Tumblr? Boh. È più veloce? Boh, di nuovo. Medium è sicuramente più bello — tipograficamente, e sotto ogni aspetto partendo dalla presentazione dei testi.

Medium rientra nella numerosissima categoria di strumenti con cui pubblicare un testo online, e al contrario di molti di questi (di nuovo, Tumblr) priva l’utente di molte opzioni — e del controllo dei propri testi.

Comunque, dopo tutta questa cosa — e dopo averne parlato male a lungo: se volete aggiungermi su Medium questo è il mio account (normalmente non scrivo, ma condivido gli articoli che apprezzo).

  1. Confermo.

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Cos’è Il Post

Anna Momigliano di Rivista Studio ha passato una mattina nella redazione de Il Post, per poi raccontare come funziona:

Il Post – primo punto – spiega. Ogni suo pezzo articola, o se non altro si sforza di farlo, fatti e interpretazioni in modo fruibile e puntuale. Tutto è molto chiaro, le opinioni sono separate dagli eventi, c’è sempre un riassunto delle puntate precedenti. Gli “spiegoni del Post” sono diventati un genere giornalistico a sé stante, al punto che si trova in giro pure qualche parodia. Una formula Google-friendly, che sembra fatta apposta per intercettare le domande sui motori di ricerca da parte di chi vuole capirci qualcosa, e che ha il pregio di saper tenere informato su quello che succede in Italia e nel mondo anche chi non si informa regolarmente («dai giornali non si capisce mai di cosa si parla, se non hai già seguito la vicenda» è una delle lamentele che sento più spesso da alcuni conoscenti disinnamorati della stampa, persone istruite e non necessariamente under-40. Ecco, a questo problema Il Post offre una soluzione).

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Non ne hai avuto abbastanza?

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