Il futuro delle università, in rete

Il numero del New Yorker in edicola ha un lungo articolo sui MOOC e il futuro delle università, in rete.

In the mid-nineteen-sixties, two economists, William J. Baumol and William G. Bowen, diagnosed a “cost disease” in industries like education, and the theory continues to inform thinking about pressure in the system. Usually, as wages rise within an industry, productivity does, too. But a Harvard lecture hall still holds about the same number of students it held a century ago, and the usual means of increasing efficiency—implementing advances in technology, speeding the process up, doing more at once—haven’t seemed to apply when the goal is turning callow eighteen-year-olds into educated men and women. [...]

Bowen spent much of the seventies and eighties as the president of Princeton, after which he joined the Mellon Foundation. In a lecture series at Stanford last year, he argued that online education may provide a cure for the disease he diagnosed almost half a century ago.

Per approfondire, suggerisco di leggere le riflessioni di Clay Shirky sul tema.

La triste, dura e meravigliosa realtà: ci perderemo quasi tutto

Un articolo pubblicato da Monkey See, un blog della NPR, sull’ansia del consumo — di articoli, informazioni, libri, tutto quanto insomma. Da leggere quando ci sentiamo in colpa perché ignoriamo la timeline di Twitter, lasciamo che il lettore di feed RSS accumuli articoli o posticipiamo la lettura di un pezzo a Instapaper. Internet è piena di cose magnifiche, e finiremo per perdercele quasi tutte. La soluzione sta nell’accettare questo fatto, selezionando con cura, evitando di arrendersi alla mole:

It’s an effort, I think, to make the world smaller and easier to manage, to make the awareness of what we’re missing less painful. There are people who choose not to watch television – and plenty of people don’t, and good for them – who find it easier to declare that they don’t watch television because there is no good television than to say they choose to do other things, but acknowledge that they’re missing out on Mad Men — which is surrender1. [...] If “well-read” means “not missing anything,” then nobody has a chance. If “well-read” means “making a genuine effort to explore thoughtfully,” then yes, we can all be well-read. But what we’ve seen is always going to be a very small cup dipped out of a very big ocean, and turning your back on the ocean to stare into the cup can’t change that.

  1. Più tecnicamente definito l’approccio alla Paul Miller al problema

HTML & CSS: un manuale che non sembra un manuale

A book about code that doesn’t read like a 1980s VCR manual

Il manuale di HTML & CSS di Jon Duckett sembra un libro d’arte, per come è impostato. È perlopiù visuale, e fa di tutto per non spaventare il lettore. Per 17 euro su Amazon.it, viene voglia di prenderlo anche se le cose al suo interno già si conoscono. Solo per sfogliarlo e averlo nella libreria.

Scordarsi della carta

Matt Gemmel ha scritto un articolo dei più intelligenti che abbia letto sul design degli oggetti digitali, con particolare attenzione ad iOS. È una critica allo skeumorfismo, più sensata di tante lette fino ad oggi. È sbagliato avere come riferimento assoluto, nel disegnare un’interfaccia, la versione analogica di quello che si sta proponendo; si tratti di un calendario, una rubrica, un libro. Parlando di libri di carta e ebook noi dovremmo tenere a mente che sono entrambi design per un contenuto, rappresentazioni della stessa cosa e, di conseguenza, strutturare i secondi scordandoci dei primi; che sono sì venuti — da un punto di vista temporale — prima, ma non per questo devono influenzare la struttura degli ebook.

We forget that physical objects are also just specific embodiments – or presentations – of their content and function. A paperback book and an ebook file are two embodiments of the text they each contain; the ebook isn’t descended from the paperback. They’re siblings, from different media spheres, one of which happens to have been invented more recently. The biggest intellectual stumbling-block we’re facing is the fallacy that just because physical embodiments came first, they’re also somehow canonical. The publishing industry is choking itself to death with that assumption, despite readily available examples of innovative, digitally-native approaches

Semplifico: ciò che conta è il contenuto, e realizzare una struttura che sia quanto più fedele ad esso. Non è detto che ciò che funziona ed è intuitivo nel mondo di atomi, continui ad esserlo se portato su iOS:

The reality is that skeuomorphism enshrines and validates a failure of vision, and even worse, a failure to capitalise on the medium.

Analog per iPhone

Analog è un bellissimo software per applicare filtri fotografici stile Instagr.am alle proprie foto, dal Mac. Presto arriverà su iPhone. Sapendo che è prodotto dalla RealMac, ovvero dagli sviluppatori di Clear, avrei delle ottime aspettative-

Quando le cose vanno a pezzi

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“Things Come Apart” è un progetto fotografico di Todd McLellan, che ha deciso di smontare gli oggetti del passato; vecchi telefoni, macchine da scrivere, orologi e, in questo caso, un Mac. Ogni componente viene poi disposta in maniera meticolosa a seconda di un criterio, che sia le dimensioni, la funzione o tipologia.

Un po’ quello che fa anche iFixit, ma in maniera più artistica. Le fotografie scattate sono raccolte in un volume, dal medesimo titolo. (*)

Quasi piatto

Partendo dall’osservazione della UI delle applicazioni più popolari su iOS, Tim Green delinea su Medium come potrebbe cambiare la grafica di iOS nel breve tempo; ottenendo un risultato più convincente (e meno straniante) di certi concept.

La caotica gestione delle foto su iPhone

Ecco una cosa che iOS 7 dovrebbe sistemare: la gestione caotica e ben poco intuitiva delle foto. Ne ha scritto Peter Nixey nel suo ultimo post; Apple non ha trovato soluzioni intelligenti come Everpix (che riconosce e raggruppa gli scatti simili, che offre un backup illimitato della propria libreria) per facilitarne la gestione e venire incontro all’utente, il trasferimento ad iPhoto (su Mac) è tuttora poco piacevole e dai risultati inaspettati e, se già non bastasse, è persino riuscita a complicare il tutto creando due librerie distinte (senza un perché): una locale e lo streaming foto. Una soluzione che avrebbe dovuto semplificare l’organizzazione delle foto, ha finito con il complicarla.

Un iOS 7 completamente piatto

Il dettagliato concept di Simply Zesty mostra un iOS 7 appiattito, liberato da ogni ombra e elemento 3D. È bello a vedersi, ma ovviamente non si va oltre questo. Il problema non è lo skeumorfismo in sé, ma l’uso inappropriato dello stesso: Apple non lo eliminerà totalmente, e fa bene. Inoltre i concept ignorano sempre il mondo reale e i problemi che potrebbero presentarsi nell’implementare ciò che propongono.

Apple ha bisogno di cambiare iOS, ma non lo cambierà mai così radicalmente ripensando i paradigmi consolidati in sei anni. Craig Hockenberry ha giustamente ricordato che Apple funziona bene per miglioramenti incrementali, anno per anno, minimi e (quasi) invisibili. Però un eccessivo atteggiamento in questa direzione comporta anche che le persone inizino a annoiarsi, a credere che iOS sia in una fase di stallo 1.

Nessuno vuole davvero che Apple ricominci da zero (come il concept propone), ma che faccia qualcosa in più dello scorso anno, qualcosa che dia all’utente l’impressione che anche la UI sia in evoluzione.

  1. Ho sentito di persona, diverse volte, nell’ultimo anno, possessori di iPhone affermare che iOS è diventato noioso, e che a fine contratto considereranno l’acquisto di un Android che al contrario nella UI ha fatto passi enormi

Thinglist

APP: Thinglist

Invece della solita applicazione per gestire la lista delle cose da fare, Thinglist permette di gestire una lista delle cose che si vogliono fare (e trovare a queste un posto migliore rispetto a una lunga nota all’interno di Note.app). Serve, ad esempio, a segnarsi i posti che si vogliono visitare, i libri da leggere e i ristoranti da provare. È una to-do list, ma solo per le cose piacevoli.

È veloce da utilizzare e ben fatta, ad ogni elemento è associata una categoria e una breve descrizione. Nelle future versioni, sarebbe comodo aggiungessero i tag e, magari, supportassero Foursquare (localizzazione dei posti e informazioni di base).

Perché ‘Il grande Gatsby’ non è di pubblico dominio negli USA

Dal sito della Electronic Frontier Foundation:

Even though F. Scott Fitzgerald died 73 years ago (and is therefore unlikely to be incentivized to produce more work), The Great Gatsby is still restricted by copyright. In fact, it won’t be truly free to the American public until January 1, 2021 — and even then only if copyright terms aren’t extended again.

Un post pubblicato sul blog della biblioteca della Duke University spiega come sia possibile.

Saluti da un luddista, quindi

Da Business Insider:

Nobody wants to be the person that was wrong about the future. The tech elite have decided that Glass is the future, dammit. If you say otherwise you’re a short-sighted Luddite who can’t accept how the world is about to change. You will be ridiculed in five years when everyone and their grandmother is walking the streets with creepy pieces of glass floating over their right eyes.

(In tema: Non siamo costretti ad abituarci ai Google Glass)

Le applicazioni per iOS costano troppo poco

Una delle ragioni, dice Dave Addey, è l’assenza di un sistema che permetta di provarle prima dell’acquisto: c’è una sorta di scommessa al momento del download che funziona soprattutto con cifre basse, e la conseguente tentazione a farsi andare bene anche un’applicazione mediocre, dato che oramai la si è pagata. L’altra (principale) ragione è che a Apple torna comodo che le cose siano così:

Is in Apple’s interest for the hardware to be as expensive as possible, and for the apps to be as cheap as possible. Apple doesn’t make much of its revenue from app sales; it makes the vast amount of its money from the device. An expensive device is much more valuable to customers if they can fill it with great apps for as little as possible – and the less they need to spend on apps, the more willing they are to spend their money on the device.

E adesso, che ci faccio con i km percorsi?

The Verge ha recensito il nuovo Fitbit Flex (simile al Jawbone UP), e alla fine è arrivato alla stessa conclusione che ero arrivato io recensendo il Fitbit One: questi strumenti devono analizzare più a fondo i dati, inserirli in un contesto, interpretarli; non limitarsi a raccoglierli.

The next step for Fitbit and others is to answer that “so what?” question, and tell me things like, “Hey dude, drink less coffee at night and you’ll sleep better,” or “You never walk around between 10 and four, maybe you should take a break.”

Che noia le macchine volanti

Il periodo che stiamo vivendo è pieno di innovazioni straordinarie che spesso manchiamo di riconoscere come tali; un post divenuto popolare su Medium il mese scorso, 2000, the Year Formerly Known as the Future, delineava un quadro accurato degli oggetti e servizi con i quali ci siamo abituati a convivere e che solo dieci anni fa erano impensabili — nonostante raramente ce lo ricordiamo. Il problema è che spesso manchiamo di riconoscere la loro straordinarietà, soprattutto quando li paragoniamo alle aspettative futuristiche che avevamo; aspettative che erano più appariscenti, ma solo ad uno sguardo superficiale: il presente è altrettanto degno di entusiasmo.

A chi dice che il presente è noioso, vien da dire che ad esserlo sono invece le macchine volanti e poi, subito dopo, piazzargli l’iPhone a due palmi dal naso: “the most basic mobile phone is in fact a communications devices that shames all of science fiction, all the wrist radios and handheld communicators”, diceva Warren Ellis il Settembre scorso, a una conferenza. Bill Gates ha espresso, in un’intervista a WIRED, un concetto simile partendo di Twitter:

Wired: Peter Thiel, expressing his dissatisfaction with technology’s progress, recently noted, “We wanted flying cars, instead we got 140 characters.” Do you agree with him?

Bill Gates: I feel sorry for Peter Thiel. Did he really want flying cars? Flying cars are not a very efficient way to move things from one point to another. On the other hand, 20 years ago we had the idea that information could become available at your fingertips. We got that done. Now everyone takes it for granted that you can look up movie reviews, track locations, and order stuff online. I wish there was a way we could take it away from people for a day so they could remember what it was like without it.

(Via | Elezea)

Una storia animata della tipografia

VIDEO: Una storia animata della tipografia

In un video di Ben Barrett-Forrest di soli cinque minuti, una breve storia della tipografia. (via Shawn Blanc)

A rischio sbadiglio

Massimo Mantellini, su Paul Miller e quelli che lasciano Internet:

Molte di queste discussioni sono da tempo inutili e a rischio sbadiglio: in alcune occasioni perfino un po’ capziose. Non occorre mandare un volonteroso hacker 25enne fuori da Internet per un anno a leggersi i Miserabili per scoprire che Internet in fondo serve, così come non sarebbe stato necessario scollegarlo bruscamente per comprendere che se abbiamo 100 pagine da leggere senza Twitter le leggeremo meglio e più in fretta.

Le discussioni sul dualismo Internet grande occasione/Internet grande rischio sono tutte, perfino quelle più brillanti, destituite di fondamento se il tema sul tavolo è quello di una ipotetica decisione da prendere al riguardo: ciascuno di noi, pensosamente solo, di fronte al grande dilemma, chiuso nella propria cameretta. Non ci sono decisioni da prendere, né dilemmi da sciogliere, solo prassi da consolidare e nuove usanze da codificare e migliorare.

Leggo diversi commenti su quanto sia interessante l’esperimento di Miller. Ho espresso ripetutamente i miei dubbi, in breve io credo non solo che abbandonare la rete per un anno non giovi granché ai problemi che uno ha con Internet (è una soluzione solo in parte, ed è la peggiore e più drastica), ma che la cosa di per sé sia una trovata non tanto originale e, per chi guarda, pallosa — un esperimento non dei più necessari, se vogliamo. Dietro poi c’è l’idea un po’ superba che forse tutti stanno sbagliando, e io senza rete posso farcela meglio del resto del globo che ha deciso di esserne schiavo. Ritrovare se stessi facendo a meno di uno strumento. Invece poi si scopre che il resto dell’umanità non è scema, e che un po’ come la corrente elettrica e gli altri progressi tecnologici, Internet serve (che è diverso da fondamentale per la vita, ma comunque torna in molti casi utile). Lo ha scritto Miller stesso l’altro ieri, nel suo primo post da quanto è tornato su Internet, “I thought the internet might be an unnatural state for us humans, or at least for me.” Into The Wild, reloaded.

C’è la solita dicotomia, offline e online, uno è finzione e l’altro e realtà, virtuale verso vita vera e pura, rapporti fittizi contro rapporti veri. Forse il commento più interessante su questa infinita discussione sulla relazione fra mondo “reale” e Internet viene da Nathan Jurgenson:

There’s a lot of “reality” in the virtual, and a lot of “virtual” in our reality. When we use a phone or a computer we’re still flesh-and-blood humans, occupying time and space.

Ci sono molte cose da cui noi umani siamo diventati dipendenti, e non per forza dobbiamo vergognarcene. Dobbiamo utilizzarle intelligentemente, questo sì. Dobbiamo migliorarle e migliorarne l’uso che ne facciamo. Forse sono io, ma leggendo Miller durante l’anno raramente ho trovato riflessioni che mi hanno fatto pensare ne sia valsa la pena, e molte delle conclusioni e scoperte potevano essere raggiunte e immaginate senza cimentarsi nell’impresa.

L’esperimento è stato interessante? Yawn. Sapete cosa è interessante? Utilizzare Internet in maniera proficua per migliorarla e migliorare quello che ci sta attorno. Non fare un passo indietro, spaventati.

La melanconia dei mezzi di comunicazione

CIT.

Every object, at least in our perception of it, carries its antithesis. Behind the plenitude symbolized by the vase we sense an emptiness: the wilted bouquet rotting in a landfill. And so it is with the tools of communication. When we look at them we sense not only the possibility of connection but also, as a shadow, the inevitability of loneliness. An empty mailbox. A sheet of postage stamps. A telephone in its cradle. The dial of a radio. The dark screen of a television in the corner of a room.[...] Home and Away are the poles of our being. When we’re Home, we dream of Away, and when we’re Away, we dream of Home. Communication tools have always entailed a blurring of Home and Away. Newspaper, phonograph, radio, and TV pulled a little of Away into Home, while the telephone, and before it the mail, granted us a little Home when we were Away. Some blurring is fine, but we don’t want too much of it. We don’t want the two poles to become one pole, the magnetic forces to cancel each other out. Nicholas Carr

Classic Note

APP: Classic Note

Per nostalgici, Classic Note è un’app per prendere note sull’iPhone, se questo fosse esistito ai tempi del primo Macintosh. Ha anche alcuni easter egg, come una calcolatrice e Clarus.

La macchina di Google che si guida da sola colleziona 1 GB di dati al secondo

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Google Self Driving Car

La macchina che si guida da sola di Google colleziona un totale di 1 GB di dati al secondo. Bill Gross ha pubblicato su Twitter un’immagine di cosa vede al momento di effettuare una svolta a sinistra.

Per approfondire, un articolo su Yahoo! Finance sui problemi che Google sta incontrando nel costruire un sistema che sia affidabile in tutte le situazioni.