Le notizie del giorno, nella tua inbox

Da un paio di settimane Bicycle Mind vi invia — se volete, se vi iscrivete, se mettete la vostra mail qua — una newsletter giornaliera contenete tutte le notizie del giorno. Significa: dei link selezionati a mano e con cura dal sottoscritto (possono essere applicazioni, o notizie, o articoli di approfondimento) + un elenco di tutte le notizie pubblicate su alcune fonti selezionate e, generalmente, molto valide. Per sapere tutto quello che c’è da sapere.

In altre parole si tratta dal News River che trovate a questo indirizzo, ogni mattina nella vostra inbox. Fate una prova, iscrivetevi.

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Git per i dati

Dat è un progetto che ha come obiettivo quello di creare un sistema di version control per i dati. Un git per i dati, così che sia possibile tenere traccia di tutti i cambiamenti e sincronizzare gli stessi fra diversi database. Mi sembra un’idea ottima, che potrebbe avere un ampio utilizzo con gli open data:

Ogden’s original inspiration for DataCouch was GitHub, the popular code-hosting and collaboration service. Using GitHub, developers can copy open-source projects so that they can make their own versions, known as forks, and submit those changes for approval by the original developers. He wanted to inspire a similar spirit in data, enabling developers to copy and modify data sets, and submit changes back to the government. But he realized that he was missing a big part of what makes GitHub work: Git itself.

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Un ‘CMD + I’ migliore

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CMD + i

La finestra informativa del Mac, quella che appare facendo CMD + I su un file selezionato, è densa di informazioni che potrebbero venire presentate all’utente in maniera migliore, dando più importanza a quelle principali e visualizzandole in maniera meno tecnica, in modo da renderle più familiari (e meno ostili) all’utente.

Su Behance c’è chi ha provato a suggerirne una possibile alternativa, che personalmente preferisco alla via adottata da Apple.

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Lode a Citymapper

Da quando ho installato Citymapper sul mio iPhone, Google Maps (e, per quel che vale, Apple Maps) ha iniziato a prendere polvere. Se non altro, per spostarsi in città. Citymapper integra sotto un unico tetto tutti i possibili mezzi di spostamento — autobus, metropolitana, bici pubbliche, Uber e qualsiasi altra opzione a disposizione, a seconda della città in questione. Trova le fermate vicino all’utente, fornisce il tempo d’attesa per il prossimo mezzo ed è rapida da utilizzare perché comprende alla perfezione in che modo un’applicazione di questo genere deve funzionare — in che modo, in situazioni di questo tipo, le informazioni devono venire presentate all’utente.

Google Maps, a confronto, sembra sbagliare in ogni occasione. È lenta, poco integrata con i mezzi pubblici, e non così intelligente: dove Citymapper fornisce varie opzioni per ogni percorso, con tutte le possibili varianti — autobus, metro, taxi, etc. — Google Maps ne dà una, e non sempre la migliore. Citymapper è più integrata con l’ambiente circostante, e di conseguenza offre indicazioni più accurate.

Se non l’avete mai provata (dato che funziona solo in alcune città; supporta Londra, Barcellona, Parigi, Berlino e Madrid in Europa) Zach Hamed ne ha scritto su Medium una lunga lode con confronto con Google Maps in varie situazioni. Citymapper vince, e giustamente. Casi diversi necessitano applicazioni diverse, e mentre Google Maps continua ad essere okay per le indicazioni stradali in auto, in città non sceglierei altro.

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Una funzione

Quando provò ad acquistarli, Steve Jobs li avvertì: siete una funzione, non un prodotto. L’altro giorno Dropbox ha abbassato i prezzi di storage, per  adeguarsi alla concorrenza, e seppure la notizia sia ottima per noi, per Dropbox stessa il cambiamento potrebbe rivelarsi un po’ meno positivo. Google, Apple e Microsoft possono ridurre drasticamente i costi di storage perché questo rappresenta solo una funzione, legata ai loro prodotti. Nel caso di Dropbox, al contrario, lo storage è il loro prodotto. Commenta Ben Brooks:

Dropbox very much has to make money, which is a problem when it comes down to competing on price. Because if you can afford to ‘sell’ a feature at a loss, then pricing doesn’t matter to you, but when that feature is your business you simply must make money. And that feature in this case, very much is Dropbox’s business.

Funzionare meglio non sarà sufficiente a sopravvivere. Sia perché le differenze fra Dropbox e la concorrenza si assottigliano, sia perché chi possiede la piattaforma o il prodotto può offrire un servizio migliore in quanto, appunto, proprietario. Si pensi a Apple con Continuity: chi l’ha provato sostiene funzioni alla perfezione, ed è esattamente una delle innovazioni e feature che potrebbero differenziare Dropbox dalle alternative. Peccato l’abbia fatto Apple, in anticipo.

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I limiti di internet che ci hanno portato a Facebook

Mike Caulfield, in un commento a questo post:

You look in 1993 and see Guido Van Rossum and Berners-Lee arguing that instead of an IMG tag there should be a general “include”, that would allow you to pull together pieces of multiple sites together from multiple MIME types. Twenty years later, there’s still no include.

You see Shirky and Weinberger talking in 2003 about how the web was designed to connect pages, not people, and the groups forming were essentially hacks on top of that. But that power to connect people doesn’t get built into the protocols, or the browser, or HTML. It gets built on servers.

It’s almost like the web’s inability to connect people, places, and things was the ultimate carve-out for corporations. [I]f the connections have to live on a single server (or server cluster) then the company who controls that server wins.

Come sottolinea Frank Chimero, l’assenza di un protocollo per connettere le persone ha permesso la nascita di Facebook, la difficoltà d’uso degli RSS hanno facilitato l’ascesa di Twitter e l’inesistenza del tag <include> nell’HTML ha portato alla creazione di Pinterest: ogni azienda che è riuscita a monopolizzare un settore di internet è stata in grado di farlo per una mancanza nel protocollo, nelle specifiche o nell’interfaccia.

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Un’app per affidare i propri messaggi a sconosciuti

Video: Un’app per affidare i propri messaggi a sconosciuti

Miranda July — regista di film un po’, diciamo, bizzarri — ha lanciato un’applicazione per la quale ha girato un corto di 10 minuti. L’applicazione è un WhatsApp di altri tempi: consegna messaggi, ma non via internet: di persona. Quello che fa l’applicazione, che è anche alla base del corto (e viene utilizzata nello stesso), è prima informarci su quali utenti del servizio si trovano in prossimità del destinatario del messaggio, poi affidare il messaggio in questione all’utente da noi selezionato; il quale dovrà recapitarlo al destinatario originale, riportandoglielo a voce (e magari metterci l’enfasi necessaria).

Funziona ovviamente quando in molti in uno stesso luogo la stanno utilizzando (sul sito web c’è un elenco dei luoghi che ne sponsorizzano l’uso). Oppure in un corto: le situazioni risultanti sono abbastanza divertenti e surreali.

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Il prossimo iPhone potrebbe integrare la tecnologia NFC

Alcune fonti lo hanno rivelato a WIRED:

The company’s next iPhone will feature its own payment platform, sources familiar with the matter told WIRED. In fact, that platform will be one of the hallmark features of the device when it’s unveiled on September 9. We’re told the solution will involve NFC.

Sono minimo due anni che si attente l’arrivo dell’NFC sull’iPhone; quando uscì l’iPhone 5, in molti si domandarono come mai Apple non avesse ne avesse inserito il supporto. Finalmente (forse) ci siamo.

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Abbigliamento

Il settore che più potrebbe risentire dei “device indossabili” — e le loro varie derivazioni — potrebbe essere quello dell’abbigliamento:

It’s obvious that as a computer becomes wearable it will affect the industry that currently is hired to also be worn: apparel.

Apparel is the word describing every garment, shoe and accessory product sold and amounts to about $1.2 trillion/yr. This amount of money is not spent only to protect the wearer from the elements–any more than the money spent on telecommunications is spent to convey vital information. Most of the value in apparel, perhaps 80%, is spent on solving psychological needs.

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L’iWatch non sarà un orologio

AAPL Orchard:

It is possible Apple will initially sell a wearable device similar to a fitness band, but focused on the much broader and mainstream subject of health, only to expand the lineup in subsequent years with various editions, price points, and styles. I have a growing suspicion that Apple’s wearables category will not be comprised of just one or two models but an array of devices as wearables will usher the era of fashion into personal technology. Apple’s recent retail hires support my thesis that a new way of thinking is required to sell a range (maybe up to dozens?) of wrist devices.

Come altri, le ipotesi sull’ipotetico iWatch è che: non sia un iWatch, quanto piuttosto un accessorio indossabile stile Jawbone UP. Come vari rumors confermano, potrebbe venire presentato fra due settimane — l’effettiva data di lancio sul mercato, però, potrebbe essere più distante.

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Cose che restano

CIT.

My blog’s older than Twitter and Facebook, and it will outlive them. It has seen Flickr explode and then fade. It’s seen Google Wave and Google Reader come and go, and it’ll still be here as Google Plus fades. When Medium and Tumblr are gone, my blog will be here.

The things that will last on the internet are not owned. Plain old websites, blogs, RSS, irc, email. — Brent Simmons, Waffle on Social Media

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Cosa aspettarsi da Apple, secondo Horace Dediu

Horace Dediu (aka Asymco) ha rilasciato a Forbes un’intervista. Fra le altre cose, si specula sull’iWatch:

When the iPad was imminent the great debate was over whether it would run iOS or OS X. Many imagined a touch-based Mac rather than the “big screen iPod touch”. It was a tough call and one which Microsoft could not and still does not make. Therefore, the interesting question for me with respect to iWatch is: What OS it will run? I will be shocked to the core if it does not run iOS. It is my opinion that making iOS work on it is the entire reason Apple is sweating this segment. They are in it because they are trying to make a platform product with a novel user experience and all the power of an ecosystem run on a wrist. It’s as big a problem as getting a phone-sized device to run a touch UI was in 2007. That is the crucial contribution that Apple is making to this next generation of computing. Now you might ask what users are asking for in this segment. The answer is nothing. Nobody is asking for this. As nobody asked for the iPhone (or the Mac or the iPad). It’s a new computer form factor and how it will be used will be determined by the apps written for it. But it will work and be magical out of the box in version 1. This is in contrast to the single purpose or accessory model of wearables we see to date.

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Dalla veranda alla strada

Come molti avranno notato, il mio uso di twitter è diminuito drasticamente negli ultimi due anni. Soprattutto: lo uso sempre meno per pensieri legati alla mia vita, e sempre più per condividere link, immagini e materiale impersonale. La ragione è che il modo in cui percepisco Twitter — da spazio semi-privato popolato da gente che conosco, a luogo molto trafficato e pubblico — è variato negli anni.

O come scrive Frank Chimero, da un portico Twitter è diventato una strada:

Have you heard of evaporative social cooling? It says the people who provide the most value to a social group or organization eventually burn out and leave, undermining the stability and progress of the group. Most of my internet friends have been on Twitter since 2008, so they probably fall into this group. How much more is there left to say? We concede that there is some value to Twitter, but the social musing we did early on no longer fits. [...]

Here’s the frustration: if you’ve been on Twitter a while, it’s changed out from under you. Christopher Alexander made a great diagram, a spectrum of privacy: street to sidewalk to porch to living room to bedroom. I think for many of us Twitter started as the porch—our space, our friends, with the occassional neighborhood passer-by. As the service grew and we gained followers, we slid across the spectrum of privacy into the street.

(Bicycle Mind, al contrario, si adatta bene al Twitter di oggi)

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Il nuovo Dropbox Pro

Dropbox si è accorta che siamo nel 2014, e ha di conseguenza — finalmente! — aggiornato la propria offerta “premium”. Mentre fino a ieri era necessario pagare $50 al mese per usufruire di 500GB di spazio, da oggi con soli $9,99 si ottiene 1TB di spazio.

Sono un utente di Dropbox Pro da anni — la mia libreria iPhoto, iTunes e vari file importanti risiedono su di esso. Il nuovo piano non offre solo più spazio, ma registra i cambiamenti effettuati a ogni documento per 30 giorni, offrendo una cronologia dello stesso (pensate a Time Machine).

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Sviluppa per iOS all’inizio. Per Android dopo, molto dopo

Semil Shah, uno sviluppatore, sul perché le startup farebbero meglio (potrei togliere il condizionale, perché di fatto lo fanno) a sviluppare solamente pr iOS all’inizio, e creare una versione per Android della propria applicazione in seguito, dopo un bel po’ di tempo:

The most common trap here is the early iOS app which gets some buzz. All of a sudden, the founders hear “When are you building for Android?” The natural, enthusiastic response to sincere requests of the Android chorus is to go ahead and build for Android and seek more downloads, more growth, more revenue. I have a different view though. The proper response is: “No. Buy an iPhone.”

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Scrivere di Apple

Sono 15 anni che John Siracusa scrive di Apple (recensioni chilometriche dell’ultima versione di Mac OS su Arstechnica) e tecnologia. Per l’occasione, ha rilasciato un’intervista alla Columbia Journalism Review sull’argomento:

You can’t cover Apple or write about Apple as if it’s the scrappy upstart competitor fighting against the Windows monopoly.

That is what I think is the modern ailment of coverage of Apple: people who remember it back from the day when it was a small underdog and have not adjusted the way they view it to account for the reality of today’s Apple. They are now big enough and powerful enough that you have to watch for their use of that power and that money much more closely.

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Cambio di schermo

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La mia giornata negli ultimi giorni, riassunta in 229×320 pixel da xkcd.

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HealthKit e l’ipotetico iWatch

Secondo Tim Bajarin il device indossabile di Apple non sarà un iWatch (primariamente, se non altro), ma un braccialetto costruito attorno a HealthKit — e con come obiettivo principale la raccolta di dati personali sulla propria salute e il proprio corpo.

For those of us who have followed the life of Steve Jobs, we know most of the products he brought to market were ones he wanted to use himself. They came out of his personal life experiences. The iPod came out of his love of music and his frustrations with not being able to access what he wanted and play it back at will. The iPhone came out because he thought early smartphones were not great and he designed it around what he would want in a smartphone. The iPad was his version of making a Mac as portable as possible and replicating a computing experience, tied with new forms of content and apps, in a very convenient manner.

I believe Apple’s next big thing comes out of his experience in the health care system and his immense frustration with gaining access to his own personal records, in not being able to monitor his health in real time and in studying the bureaucratic world of health care — where data is not portable and effectively sharing data between doctors and other members of his health care team was near to impossible. [...]

I believe [Apple's new wearable] is more likely to be a health related wearable tied to this back end health data system. Yes, it can tell time, but instead of trying to be a generic smartwatch, I think Apple will narrow its focus and make their wearable entry closer to what we see in the Nike Fuelband but on steroids.

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Come vanno le cose per Square

Non troppo bene. Il core business dell’azienda si è rivelato meno redditizio di quanto ipotizzato: secondo le previsioni, nel 2013 gestirà pagamenti per un valore di 30 miliardi di dollari. Square applica un 2,75% di commissioni, il che significa che dovrebbe ricavare 825 milioni. A questi, però, Square dovrà sottrarre le commissioni applicate da Visa e Mastercard e altri intermediari.

La cifra finale è più vicina ai 280 milioni — dai quali dovrà ulteriormente sottrarre tasse e spese.

Making money from payments processing is a bit like building a business by selling soda simply for the bottle deposit: It takes a lot of effort just to convert a $1 bottle of Coke into a nickel return, and only in extreme bulk can those nickels start to add up. More troubling, with Square’s business, the majority of those nickels go to the financial intermediaries it works with. At every swipe, Square takes its small cut of the transaction price, but 70% (or more) of that fee often goes to Visa, MasterCard, and other institutions that handle risk and fraud detection, as well as card-member rewards and services. With higher-end American Express cards, Square even loses money on charges.

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Sovraccaricati di informazioni

CIT.

According to a 2011 study, on a typical day, we take in the equivalent of about 174 newspapers’ worth of information, five times as much as we did in 1986. — New York Times, Hit the Reset Button in Your Brain

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