Il master plan di Tesla, parte seconda

Elon Musk ha aggiornato il master plan di Tesla, dato che quello precedente, quasi completato, risale a 10 anni fa:

  1. Creare un’automobile elettrica, necessariamente costosa (Roadster)
  2. Usare i guadagni per creare un’automobile più grande, ad un prezzo più competitivo (Model S)
  3. Usare i guadagni per creare un SUV, venduto ad un prezzo accessibile (Model X)
  4. Fornire energia solare (Solar City)

Il nuovo piano — da leggere tenendo presente la missione di Tesla, “to accelerate the world’s transition to sustainable transport” — prevede:

  1. La creazione di un sistema integrato di produzione e conservazione dell’energia. Con Powerwall e Solar City, l’idea è di creare dei pannelli solari e delle batterie che siano belle e che funzionino bene (su questo blog ce lo domandavamo tempo fa: Tesla fa macchine o batterie?)
  2. Riuscire a coprire la maggior parte delle forme di trasporto terrestre. Oltre a migliorare e rendere più efficiente il sistema di produzione in sé (Musk scrive, nel post, che la fabbrica stessa di Tesla è un prodotto), ci sono due categorie di prodotti su cui Tesla sta lavorando: un sistema per spostare merci, e un sistema di trasporto che sia adatto all’ambiente urbano, ad alta densità di popolazione
  3. Sviluppare una macchina che si guida da sola che sia 10 volte più sicura della guida manuale. Tesla sta lavorando a rendere autonome le proprie macchine, ma ci vorrà tempo: ci vorrà tempo perché una macchina che si guida da sola venga accettata dal punto di vista legislativo, e ci vorrà tempo affinché il software, più che l’hardware, raggiunga uno stadio accettabile
  4. Condivisione. Una volta che le macchine saranno in grado di guidarsi da sole, non solo sarà possibile chiamare la propria auto a distanza, ma sarà possibile — dall’applicazione dell’automobile — affittare la propria auto, ricavandoci qualcosa ed evitando di lasciarla in sosta e inutilizzata per ore e ore

Il piano è pubblico, scritto da Elon Musk, e si può leggere per intero sul blog di Tesla:

By definition, we must at some point achieve a sustainable energy economy or we will run out of fossil fuels to burn and civilization will collapse. Given that we must get off fossil fuels anyway and that virtually all scientists agree that dramatically increasing atmospheric and oceanic carbon levels is insane, the faster we achieve sustainability, the better.

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Steve Jobs e le pagine dinamiche

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Steve Jobs e le pagine dinamiche

Un keynote di 20 anni fa (titolo: Webmania), durante il quale Steve Jobs introduce NeXT WebObjects, spiega cos’è il web e si entusiasma per le pagine dinamiche.

(via The Loop)

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Perché il leak di dati di LinkedIn riguarda tutti noi

Verso inizio giugno sono apparsi sul dark web i dati — inclusa password e email — di 117 milioni di account creati su LinkedIn, ottenuti durante l’attacco che LinkedIn subì nel 2012 (potete controllare se anche il vostro account venne compromesso su haveibeenpwned.com).

Come spiega Arstechnica, ogni volta che c’è un leak di queste dimensioni e entità (recentemente: Ashley Madison) gli hacker diventano un po’ più bravi a indovinare le nostre password su altri siti — dato che possono fare affidamento ai dati già collezionati (sia su noi stessi, preferenze e dettagli, sia sulle password), compilando così lunghissime liste di potenziali combinazioni e password:

Back in the early days of password cracking, we didn’t have much insight into the way people created passwords on a macro scale. Sure, we knew about passwords like 123456, password, secret, letmein, monkey, etc., but for the most part we were attacking password hashes with rather barbaric techniques—using literal dictionaries and stupid wordlists like klingon_words.txt. Our knowledge of the top 1,000 passwords was at least two decades old. We were damn lucky to find a password database with only a few thousand users, and when you consider the billions of accounts in existence even back then, our window into the way users created passwords was little more than a pinhole. […]

When you take both RockYou and LinkedIn and combine them with eHarmony, Stratfor, Gawker, Gamigo, Ashley Madison, and dozens of other smaller public password breaches, hackers will simply be more prepared than ever for the next big breach.

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‘Tutto quello che ho fatto sarà obsoleto fra 10 anni’

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‘Tutto quello che ho fatto sarà obsoleto fra 10 anni’

(via 512pixels)

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La storia di ‘questo sito è ben fatto’

Ci sono segnali, cose, aspetti di un sito che uno sviluppatore web va a cercare per stabilire la qualità del sito in questione. Un po’ di tempo fa, ridimensionavo ossessivamente la finestra del browser a tutti i siti nuovi che incrociavo.

Adrian Holovaty nota come questi aspetti cambino nel tempo; com’è cambiato ciò ci aspettiamo da un sito:

In 18 years as a web developer, I’ve come to love these subtle hints: Oooh, nice URLs on this site. Or: Lovely job making the site responsive on smaller screens. If you’re a web developer or designer, how many times have you resized your browser window while looking at a site you didn’t make, just to admire the responsiveness?

Over time, technology stabilizes and the techniques become expected. 10+ years ago, in the era of .cgi and .asp, I remember geeking out with Simon Willison about beautiful URL structures we’d seen. No file extensions! Readable! Hackable!

To us, they were signals that a web development team sweated the small stuff. It’s like the famous Steve Jobs story about making the inside of the hardware look just as nice as the outside, even if nobody ever sees it, because you have pride in your work.

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Cuffie, cuffie dappertutto

Il New Yorker si chiede se la diffusione delle cuffie — della musica ascoltata in mezzo agli altri, ma in solitudine — abbia influenzato il tipo di musica che viene prodotto:

As more and more people choose to listen to music on headphones—and we are now nearly forty years deep into portable audio; I have a friend who claims he only listens to music on headphones—it seems silly not to wonder how that technology might be beginning to dictate content. If headphones allow for more introspection, do headphone users favor introspective sounds? […]

Ambling down a city street with headphones on—you know, maybe it’s dusk, maybe it’s midsummer, maybe you had a really nice day—is, without a doubt, one of life’s simplest and most perfect joys. Humans have long enjoyed secret communions with sound, and headphones allow for the development of a particularly private and tender relationship. How headphones’ sudden omnipresence might affect the ways in which musicians attempt to communicate with their audiences—how it might dictate what people require of or appreciate about songs; how it will change the way records are made and produced—is, of course, still being sorted out. It seems possible, though, that we are slowly reconfiguring music as a private pleasure—that, in fact, all pleasures, soon, may be private. We are all the lone stars of secret films, narrated by and in our own minds, and we seek out music that validates that position: separate, but forever plugged in.

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La risposta di Audible ai podcast

Audible (di Amazon) ha introdotto dei canali tematici, curati da enti come la PBS, sia fatti di materiale originale — ovvero, si tratta di podcast — che di articoli longform tratti da varie testate, nati in forma testuale e trasformati in racconti audio:

Audible has, to some extent, already won the battle to become the “Netflix for podcasts,” or “spoken audio,” or whatever it is you want to call non-music audio programming. After all, the company long ago beat the fundamental barrier to entry for any subscription content business: a critical mass of paid customers, which it cultivated and solidified through its years outmaneuvering and outpacing its relatively technologically flat-footed competitors in the book publishing business before sidestepping into podcasts and non-music audio content more broadly. By expanding its understanding of the product it serves and reducing audiobooks into one of many product categories that it will deal with, Audible instantly holds a tremendous structural advantage over any newcomers.

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Come funziona una Tesla in modalità Autopilot

Marco Arment, che possiede una Tesla Model S, spiega cosa è in grado di fare una Tesla ora come ora. Mentre per via dell’hype a volta se ne parla come di un’auto che si guida da sola, la realtà è ben diversa: secondo Arment è proprio questo hype che potrebbe causare i danni maggiori, inducendo i guidatori a distrarsi e ad affidarsi con troppo entusiasmo a una funzionalità ancora in beta e poco sicura.

Autosteer è la funzionalità che ha fatto discutere di recente, a causa di un incidente mortale — ed è probabilmente ciò a cui tutti si riferiscono quando parlano di Autopilot. Grazie a Autosteer l’auto è in grado di riconoscere i segnali stradali e di posizionarsi automaticamente al centro delle corsie — la macchina procede insomma da sola, seppur Tesla richieda che il guidatore mantenga le mani sul volante.

Secondo Arment, dato come funziona per il momento, è quasi sorprendente che Autosteer sia legale:

Autosteer is a strange feeling in practice. It literally turns the steering wheel for you, but if you take your hands off for more than a few minutes, it slows down and yells at you until you put your hands back on the wheel. It’s an odd sensation: You’ve given up control of the vehicle, but you can’t stop mimicking control, and while your attention is barely needed, you can’t safely stop paying attention.

It’s automated enough that people will stop paying attention, but it’s not good enough that they can. You could say the same about cruise control, but cruise control feels like an acceptable balance to me, whereas Autosteer feels like it’s just over the line. History will probably prove me wrong on that, but it feels a bit wrong today. […]

While I like using Autosteer on long highway trips, frankly, I’m amazed that it’s legal. I don’t think it’s a big enough advance over adaptive cruise control to be worth the risks in its current implementation. I’m scared for what will happen to Tesla and the progress of autonomous driving as more people use Autosteer in situations it’s not good at, or as a complete replacement for paying attention.

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WatchWeb: un browser per Apple Watch

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WatchWeb: un browser per Apple Watch

Qualcuno ha portato il web sull’Apple Watch. Non l’ho provato; probabilmente l’esperienza d’uso è frustrante e la necessità piccola, ma se volete farvi del male con WatchWeb potete digitare indirizzi web e visitarli (una versione ridotta, senza layout, solo testuale) dal vostro polso.

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Il settore tecnologico è responsabile della sorveglianza di massa futura

Maciej Ceglowski sul perché il settore tecnologico dovrebbe smetterla di collezionare quanti più dati possibili sui suoi utenti — evitando così che, per paura e terrore, in un futuro un governo possa richiedere di farne pessimo uso.

We tend to imagine dystopian scenarios as one where a repressive government uses technology against its people. But what scares me in these scenarios is that each one would have broad social support, possibly majority support. Democratic societies sometimes adopt terrible policies.

When we talk about the moral economy of tech, we must confront the fact that we have created a powerful tool of social control. Those who run the surveillance apparatus understand its capabilities in a way the average citizen does not. My greatest fear is seeing the full might of the surveillance apparatus unleashed against a despised minority, in a democratic country. […]

We have to stop treating computer technology as something unprecedented in human history. Not every year is Year Zero. This is not the first time an enthusiastic group of nerds has decided to treat the rest of the world as a science experiment. Earlier attempts to create a rationalist Utopia failed for interesting reasons, and since we bought those lessons at a great price, it would be a shame not to learn them.

There is also prior art in attempts at achieving immortality, limitless wealth, and Galactic domination. We even know what happens if you try to keep dossiers on an entire country.

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Shenzhen: la Silicon Valley dell’hardware

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Shenzhen: la Silicon Valley dell’hardware

Un documentario di WIRED su Shenzhen, per questa domenica (merita, guardatelo).

We examine the unique manufacturing ecosystem that has emerged, gaining access to the world’s leading hardware-prototyping culture whilst challenging misconceptions from the west. The film looks at how the evolution of “Shanzhai” – or copycat manufacturing – has transformed traditional models of business, distribution and innovation, and asks what the rest of the world can learn from this so-called “Silicon Valley of hardware”.

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Come funzionano i filtri di Snapchat

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Come funzionano i filtri di Snapchat

La tecnologia e la fatica che si cela dietro la coroncina di fiori che vi piace tanto.

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Il robot che ci porterà la cena

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Il robot che ci porterà la cena

Just Eat inizierà a testare a Londra sei di questi simpatici robottini per la consegna del cibo:

When they’re deployed by Just Eat and Pronto, the 4mph robots will operate as a “last-mile” solution, delivering food to customers within a 2-3 mile radius with help from its on-board GPS system and various sensors. When a robot arrives at its destination, customers simply need to type in a code that has been sent to them via the mobile app to open the lid and collect their food.

Se dovessi incrociarne uno per strada, probabilmente avrei una reazione simile a quella di Moss.

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La vita di Snowden come robot

Il New York Magazine racconta la strana vita di Snowden come robot. Seppur per Snowden non sia tuttora possibile mettere piede negli negli Stati Uniti (a meno di non voler finire subito arrestato), ha trovato il modo di partecipare a conferenze — o addirittura di essere presente all’inaugurazione di una mostra sullo spionaggio al Whitney di New York — tramite BeamPro, un monitor che sta in cima a due gambe metalliche, rigide, telecomandato a distanza da Snowden stesso.

Con BeamPro Snowden può — senza spostarsi da Mosca — aggirarsi per i corridoi di un museo, vedere chi gli sta attorno e comunicare con queste persone un po’ come se si trovasse per davvero davanti a loro:

The idea that Snowden is still walking the American streets, virtually or otherwise, is infuriating to his former employers in the U.S.-intelligence community.

Snowden’s case is a study in the boundless freedoms the internet enables. It has allowed him to become a champion of civil liberties and an adviser to the tech community — which has lately become radicalized against surveillance — and, in the process, the world’s most famous privacy advocate. After he appeared on Twitter last September — his first message was “Can you hear me now?” — he quickly amassed some two million followers.

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I linguaggi che avrebbero potuto prendere il posto del CSS

Zack Bloom ha riassunto le vicende attorno alla nascita del CSS, la cui prima specifica venne pubblicata nel Dicembre del 1996. Nei quattro/cinque anni precedenti, tuttavia, ci furono delle proposte alternative — che Zack presenta nel post, e che probabilmente a noi oggi appaiono astruse e innaturali:

When HTML was announced by Tim Berners-Lee in 1991 there was no method of styling pages. How given HTML tags were rendered was determined by the browser, often with significant input from the user’s preferences. It seemed, however, like a good idea to create a standard way for pages to ‘suggest’ how they might prefer to be rendered stylistically.

But CSS wouldn’t be introduced for five years, and wouldn’t be fully implemented for ten. This was a period of intense work and innovation which resulted in more than a few competing styling methods which just as easily could have become the standard.

While these languages are obviously not in common use today, I find it fascinating to think about the world that might have been. Even more surprisingly, it happens that many of these other options include features which developers would love to see appear in CSS even today.

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Amazon ha migliorato la navigazione degli ebook su Kindle

Uno dei difetti dei libri digitali è che rendono difficile saltare da una pagina all’altra: mentre è piuttosto semplice, per via anche della fisicità stessa del libro, spostarsi all’interno di un libro di carta, su ebook è sempre stato abbastanza poco immediato tenere sott’occhio, contemporaneamente, sezioni diverse dello stesso volume.

Il problema ovviamente non è intrinseco agli ebook, ma dovuto piuttosto a una cattiva interfaccia e poca sperimentazione. A dimostrazione che l’usabilità degli ebook può (deve!) essere migliorata, con un aggiornamento a Kindle (sia e-reader che app per smartphone) Amazon ha introdotto Page Flip, una funzionalità che sembra risolvere il problema:

Want to reference a chart or map on another page while you’re reading? Page Flip “pins” your current page to the side of the screen when you swipe away from it to explore other parts of the book. Tap your pinned page to instantly jump back to it.

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Sulle cuffie bluetooth

Alcuni mesi fa sono passato a delle cuffie bluetooth, perché:

  • Ho cambiato le ultime tre paia di cuffie per colpa del cavo. Tolto il cavo, erano perfettamente funzionanti.
  • Sono semplicemente più comode — non solo in palestra o mentre si corre, ma anche solo mentre si cammina o si sta statici davanti al computer. E i cavi sono sempre fastidiosi: meno ce ne sono da snodare meglio è.
  • Non sono un audiofilo; la qualità dell’audio mi sembra — per le necessità che ho io — sufficiente. A dire il vero, non ho notato un cambiamento.

Ma non è tutto così bello come potrebbe sembrare, ci sono aspetti che rimpiango delle cuffie con cavo:

  • La facilità di connessione. Per passare dal Mac all’iPhone (o viceversa) devo tenere premuto un bottone sul lato sinistro della cuffia per alcuni secondi, per poi abbinarle manualmente al device desiderato. A volte il device non le trova, e si perdono minuti per un’azione che richiede istanti con le cuffie con cavo.
  • L’assenza di una batteria. Mi è successo di dimenticare di controllare lo stato della batteria, e ritrovarmi così senza cuffie. Le cuffie bluetooth sono un’altra cosa che bisogna ricordarsi di ricaricare 1.

Pare che il prossimo iPhone non avrà il connettore jack, richiedendo così o delle cuffie bluetooth o dotate di un’uscita speciale, lightning (un’opzione che mi pare molto inelegante: manterrebbero il cavo e sarebbero incompatibili con il Mac, se non con adattatore). Ovviamente Apple avrà considerato i problemi da me sopra elencati (più molti altri), e confido abbiano trovato una soluzione — soprattutto nel rendere più immediato e facile abbinare delle cuffie bluetooth ad iOS, e spostarsi da un device all’altro.

Per quanto riguarda la motivazione dietro la rimozione del connettore jack — Jason Snell ha provato a trovarne alcune, ma nessuna al momento, né individuata da lui, né da altri, sembra sufficientemente valida:

It’s a very old standard, so it’s time to kill it. What is this, “Logan’s Run”? The age of something isn’t reason enough to kill it. A lot of aging standards are way past their sell-by date, and they deserve to be eliminated or replaced. But others stand the test of time and aren’t replaced because there’s no benefit in replacing them. The headphone jack seems to fall in the latter category.

Eventually the pain of transition will go away. That’s the great thing about transitions—they tend to end. This, too, shall pass. The problem is, the headphone jack doesn’t seem to be going away from any other part of the world. If Apple makes this change, people who have to connect to those other devices will probably not be making a transition—they’ll just be carrying an adapter with them for the foreseeable future.

Or to put it another way, Apple sells a Lightning to VGA adapter and a USB-C to VGA adapter. VGA! Still out there! Can’t be killed! I don’t miss the VGA port on my Mac, but anytime a worldwide connection standard is eliminated without a new standard coming right behind to replace it, you’re left carrying an adapter in your pocket forever.

  1. Le apprezzerei molto di più se si ricaricassero wireless

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Apple ancora non ha capito come usiamo la fotocamera dell’iPhone

Le novità annunciate al WWDC relative alla gestione delle foto su iOS sono apprezzabili ma, come scrive The Next Web, non risolvono il problema che molti di noi hanno nella gestione della nostra libreria fotografica. Apple ancora la tratta come una collezione di momenti memorabili, unici, speciali e belli da rivivere, ma la realtà è che per molti di noi questi (rari) momenti sono sommersi dall’uso quotidiano che facciamo della fotocamera: per prendere un appunto, per ricordarci di un oggetto che abbiamo visto in un negozio, per salvare uno scontrino, etc.

Usiamo la fotocamera non solo per catturare un episodio da ricordare ma anche per catturare informazioni — perché se è vero che ci sono app specifiche che ci aiutano a farlo, la fotocamera è il modo più immediato di appuntarsi qualcosa.

Come suggerisce The Next Web, sarebbe bello se Apple ci aiutasse a organizzare questa collezione disordinata di appunti che si mischia assieme alle foto — categorizzandoli (così come offre il riconoscimento facciale, perché non offrire un riconoscimento delle ricevute, dei biglietti da visita, di fogli e post-it, etc.) o aiutandoci a cancellarli dopo un certo tempo:

I’d like it if Apple would add some actual intelligence to how it handles photos. All optional, of course. As soon as you take a photo the camera could detect what kind of photo it is and label it as ‘Receipts’, ‘Notes’ or ‘Expire after 7 days’. This could be a pop-up that would float there over the photo you just took. With one finger you can confirm or change a label, or just ignore it when it is right.

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Real Life: un magazine per spiegare il nostro rapporto con la tecnologia, senza allarmismi

Real Life è un nuovo magazine (sponsorizzato da Snapchat) curato da Nathan Jurgenson, uno di quelli che da tempo spiega in maniera più efficiente e intelligente come la rete stia influenzano il nostro modo di comunicare e stare assieme, contestando l’idea molto diffusa che i rapporti che intessiamo online — le nostre interazioni “virtuali” — abbiano meno valore di quelli che intratteniamo fuori dalla rete, solo perché non avvengono un uno spazio fisico ma su internet.

Nathan contesta soprattutto la distinzione fra offline e online, fra reale e virtuale, definendola un “dualismo digitale“. Spiegato, da un articolo di Bicycle Mind di un paio di anni fa, così:

Il mondo puro e naturale come alcuni lo immaginano non esiste, ma è profondamente mediato da una serie di variabili che potremmo anche definire “cultura”. Gli umani sono sempre stati tecnologici: non ha riscontro nella realtà quest’idea di un rapporto umano puro, naturale. Abbiamo avuto tecnologie invadenti per tanto tempo, alcune non le consideriamo più tali semplicemente perché sono recesse allo stato di natura. I nostri rapporti e le connessioni che stabiliamo con gli altri individui sono mediati dall’architettura del luogo in cui ci troviamo, dal modo in cui siamo vestiti, da tutto ciò che ci circonda: internet, la rete, è solo una delle tanti variabili che si è di recente aggiunta. Pretendere di avere accesso a una versione più pura di noi stessi e del mondo facendone a meno è illudersi.

I primi articoli di Real Life sono usciti ieri. L’obiettivo della rivista, come scrive Nathan, è proprio quello di descrivere come viviamo con la tecnologia senza lasciarsi andare ai soliti articoli allarmanti del tipo “internet ci sta rendendo stupidi?”:

Real Life will publish essays, arguments, and narratives about living with technology. It won’t be a news site with gadget reviews or industry gossip. It will be about how we live today and how our lives are mediated by devices. We plan to publish one piece of writing every weekday, though we may eventually expand to other mediums and formats as well. […]

Popular discourse on technology has sustained the idea that there is a digital space apart from the social world rather than intrinsic to it, while popular tech writing is often limited to explaining gadgets and services as if they’re alien, as well as reporting on the companies that provide them. This work is crucial, but writing about technology is too often relegated to the business section. On this site, it will be the main event. We’re not a news or reviews site, but we will describe the tech world—specifically how that industry shapes the world we live in today. To that end, we aim to address the political uses of technology, including some of the worst practices both inside and outside the tech industry itself.

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Space Mono, una nuova font disponibile via Google Fonts

Colophon Fundry:

Most monospaced typefaces are dictated by text-intensive usage at very small point sizes, but we were captivated by the possibility of a monospace writ large, as it is in our collective mind’s eye: a few words projected on a large display, rendered in overly simplified, appealingly vague pieces of warning or counsel that only a trained operator understands, all witnessed via screen-within-imaginary-screen, aboard interplanetary vessels and hovering automobiles. Our evergreen touchstone for this notion, despite its proportional construction, is Aldo Novarese’s Microgramma, 1952 (and later Eurostile, 1962), its distinctive uppercase ‘R’ leading the way and subsequently echoed in our own drawing.

Molto bella.

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