IKEA JYSSEN

Una nuova linea di IKEA, con arredamento dotato di wireless charging, ovvero in grado di ricaricare i nostri smartphone, tablet, smartwatch e quant’altro senza fili, appoggiandoli.

Oltre a semplici, ma molto belli, dock per la ricarica senza fili da appoggiare sulla scrivania e in giro per la casa, venderanno un “modulo” per aggiungere questa funzionalità a qualsiasi oggetto. Con JYSSEN si dovrebbe riuscire, facilmente, a aggiungere una postazione di ricarica wireless a qualsiasi mobile o superficie.

L’idea è buona, con ciascun JYSSEN venduto a soli $30. La ricarica wireless, forse, diventa più conveniente dell’andare a cercare il cavetto proprio quando i dock sono molti e sparsi per la casa: quando basta appoggiare lo smartphone momentaneamente sul ripiano della cucina perché questo si ricarichi un pochettino.

(Ovviamente, purtroppo, servirà mettere un orribile cover per utilizzarli con iPhone)

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L’iPhone che sostituisce cose

Immagine

L’iPhone che sostituisce cose

Bellissimo confronto fra un oggetto e l’iPhone, che rimpiazza senza problemi quell’oggetto con un’app. Vengono da Things do Jobs, un tumblr, una galleria fotografica fra analogico e digitale, di Hannes Jentsch e Martin Jordan.

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Cosa fa Google?

CIT.

Google has gone from a world of almost perfect clarity – a text search box, a web-link index, a middle-class family’s home – to one of perfect complexity – every possible kind of user, device, access and data type. It’s gone from a firehose to a rain storm. But on the other hand, no-one knows water like Google. No-one else has the same lead in building understanding of how to deal with this. Hence, I think, one should think of every app, service, drive and platform from Google not so much as channels that might conflict but as varying end-points to a unified underlying strategy, which one might characterize as ‘know a lot about how to know a lot’. — Benedict Evans, What does Google need on mobile?

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L’evoluzione del web

Evoluzione del web — Timeline browser e tecnologie web

Una timeline interattiva che mostra l’evoluzione dei browser e delle tecnologie web che hanno permesso di arrivare al web di oggi.

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1Password, Due e Workflow arriveranno su Apple Watch

Altre tre applicazioni — appena annunciate — che mi rendono l’Apple Watch un prodotto più appetibile:

  • 1Password. Per i login di siti/applicazioni non fondamentale, ma per tutte le altre password e codici (bancomat, palestra, etc.), oltre ai codici temporanei d’accesso, sicuramente utilissima (utilizzavo un password manager su Pebble, prima che mi perdesse tutti i dati).
  • Due, app eccellente su iPhone, permetterà di aggiungere nuovi timer e avvisi da Apple Watch, con dettatura vocale.
  • Workflow, che apre una marea di possibilità con azioni personalizzate. Una fra quelle promosse sul loro sito: traduzione di testo (con dettatura vocale).

Aggiungete queste app al già annunciato Citymapper e Things e la cosa si fa interessante.

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Supporta Bicycle Mind — se ti piace, ovvio, eh — così: acquistando su Amazon (partendo da qua), abbonandoti alla membership o con una donazione. Leggi di più

Netflix, ovvero l’arte dell’imbucarsi alle feste

Francesco Costa racconta la vita dell’utente abusivo di Netflix dall’Italia:

Il 3 gennaio dovevo prendere due aerei. Il primo è partito con cinque ore di ritardo e ho perso la mia coincidenza. Non ho trovato alternative praticabili al secondo volo allora ho noleggiato una macchina, ho guidato per 600 chilometri, sono arrivato a casa e stremato sono andato a dormire. La mattina dopo mi ha svegliato un SMS di un amico: anzi, di un complice. Voleva avvertirmi che una delle più grandi case di produzione cinematografica al mondo aveva un problema con noi. Per essere più precisi, aveva un problema col nostro modo di guardare la tv.

Con una qualche incoscienza, mi autodenuncio: sono un utente abusivo di Netflix, il famoso servizio di servizio di streaming on demand per cui paghi un piccolo abbonamento – 9 dollari al mese negli Stati Uniti – e hai accesso a un catalogo sterminato di film, serie tv, documentari, programmi televisivi, da vedere dove ti pare, in HD sul 42 pollici di casa o sull’iPhone mentre aspetti la metropolitana.

Netflix oggi è attivo in circa 50 paesi. Se si visita la sua homepage da una nazione in cui il servizio non è attivo, come l’Italia, si viene accolti da un’immagine piuttosto crudele: una famiglia seduta sul divano se la spassa guardando la tv dietro una grande scritta – «Watch TV shows & movies anytime, anywhere» – sotto cui ce n’è però una più piccola: «Sorry, Netflix is not available in your country yet». Tradotto: stasera c’è una festa a cui tu non sei stato invitato.

(Come iscriversi a Netflix dall’Italia)

Io mi trovo nella fortunata posizione di poter usare Netflix UK, dall’UK, ma nonostante ciò ricorro a VPN per collegarmi al Netflix americano.

Relativo: Cosa ne sarà della televisione, secondo Netflix.

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Unclutter: il cassetto delle cianfrusaglie per il Mac

Applicazione

Unclutter: il cassetto delle cianfrusaglie per il Mac

Grosso aggiornamento ad Unclutter, piccola applicazione che aggiunge una specie di cassetto in alto al desktop Mac, sopra la menù bar, adibito ad accogliere tutte le cose che ancora non sapete dove mettere — una sorta di limbo dei file. Trattatelo come quel cassetto della scrivania in cui gettate un po’ di tutto, senza pensarci, per fare ordine altrove.

Unclutter — che uso da anni, e finalmente con questo aggiornamento ha abbandonato l’UI skeumorfica — si raggiunge con uno swipe verso il basso dalla barra dei menù del Mac. Si raggiunge indipendentemente dall’applicazione in cui vi trovate, e questo è ciò che lo rende particolarmente utile: è sempre lì, pronto ad essere usato, disponibile ad accogliere momentaneamente qualsiasi file o appunto si abbia bisogno di salvare.

La finestra di Unclutter è divisa in tre sezioni: una prima in cui gettare file di qualsiasi tipo (è praticamente una cartella), una seconda funziona come blocco degli appunti e una terza offre un clipboard manager.

Il clipboard manager salva in automatico qualsiasi cmd + c, mantenendo una cronologia dei 10 copia più recenti1. Se copiate una cosa e sapete che questa vi servirà fra un paio d’ore potete aggiungerla ai preferiti — evitando che sparisca dalla cronologia.

Il “blocco note” e il pannello dei file, invece, fanno quello che uno ci si aspetterebbe. In entrambi i casi, il loro contenuto può essere salvato su Dropbox, per sincronizzazione e backup.

Nel mio caso l’uso di Unclutter persiste da anni, nonostante fino all’aggiornamento di oggi esteticamente lasciasse abbastanza a desiderare. È utile per appuntarmi cose che, dopo pochi minuti, già non mi serviranno più, o per accogliere file che altrimenti risiederebbero per mesi nel desktop. Ed è sempre lì, pronto, senza che io debba pensarci.

  1. Di default, ma se volete può memorizzarne fino a 50

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Batterie d’alluminio, che si ricaricano in un minuto

A Stanford hanno sviluppato le prime batterie agli ioni di alluminio ad alta performance, durature ed economiche. Io non è che ci capisca molto, ma queste batterie:

  • Si ricaricano in meno di un minuto.
  • Sono flessibili: si possono piegare.
  • Sono più sicure (non prendono fuoco — nel video ne trapanano una e quella continua a funzionare).
  • Tengono la carica per 7,500 cicli. Le batterie agli ioni di alluminio sviluppate fino ad oggi mantenevano la carica per 100 cicli.

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Il laptop del futuro non è pronto per il presente

Joanna Stern ha sintetizzato nel titolo della propria recensione del nuovo MacBook il mio pensiero attorno al nuovo MacBook, che sarà bellissimo nel futuro, ma nel presente risulta limitato:

It’s nearly impossible not to be seduced by this MacBook’s beauty, its dazzling screen and perfect trackpad. But don’t give in. Like the original MacBook Air, introduced in 2008, there are too many key compromises—in battery life, speed and port access—for the early-adopter price.

I expect the new MacBook to follow the same path as the Air. Over the next few years, it will improve, and become an affordable, indispensable tool for life in the future. But here, now, in the present day, there are more practical slim, everyday laptop choices.

Un po’ come il primo MacBook Air, il nuovo MacBook mostra qual è il futuro dei MacBook — ma per il momento è meglio restare nel passato. A meno che quello che vogliate sia più un tablet, che un portatile.

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r/thebutton

(Lo ammetto subito, sconfitto: io il bottone l’ho premuto dopo 2 secondi. Per discolparmi: era il 1 Aprile, e non avevo idea avrebbe significato così tanto.)

Il primo d’Aprile è comparso su Reddit un nuovo subreddit, r/thebutton, con un bottone. Il bottone è accompagnato da un countdown di 60 secondi che si resetta (torna a 60) ogni volta che un utente preme il suddetto bottone. Nessuno sa cosa succeda quando il countdown raggiunge zero, perché ad oggi l’impegno collettivo di diverse persone confuse — con i loro click casuali — ha impedito che scendesse sotto i 29 secondi.

Ciascun utente può premere il bottone solo una volta, e poi mai più, resettandolo di conseguenza. Solo chi ha creato il proprio account prima del primo d’Aprile può farlo, e a pressione avvenuta ci guadagna un badge a fianco del proprio username — di colore diverso a secondo dello stato in cui si trovava il countdown quanto si è premuto il bottone. Se rimangono 50 secondi, e premete il bottone, non valete molto. Se il countdown è sotto i 40 invece valete un po’ di più, e vi guadagnate un badge verde. Volendo potete anche non premere: c’è una fazione di non presser pronta ad accogliervi. Pare che più aspettate più siete virtuosi. Ovviamente, è difficile ottenere un numero basso: altri utenti connessi al subreddit mirano allo stesso obiettivo e potrebbero premere il bottone prima di voi (accontentandosi di un 40s), azzerando nuovamente il countdown.

Ma, appunto, a distanza di 10 giorni il countdown non si è ancora azzerato una volta. VOX ha riassunto tutto questo nonsense, spiegandolo (beh, non del tutto: l’intera cosa non ha comunque un senso):

The button is powered by two of the most powerful forces in human societies: status competition and boredom.

When users post messages on the /r/thebutton subreddit, a colored badge (called “flair” in Reddit-land) shows whether the user has pressed the button and if so, what time the counter showed at the time that user pressed it. If you’ve never pressed the button, you get a gray “non-presser” badge that looks like this:

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Welcome to Macintosh

Welcome to Macintosh è un podcast godibilissimo, ben costruito, sulla storia di Apple — curiosità attorno ai suoi prodotti, e genesi degli stessi. È anche uno dei pochi podcast che riesco a seguire, con episodi tutti sotto i 30 minuti e davvero informativi.

(Anche Gruber lo consiglia)

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L’Apple Watch e le notifiche come forma di comunicazione

Jason Kottke, nel 2005:

Pings would be perfect for situations when texting or a phone call is too time consuming, distracting, or takes you out of the flow of your present experience. If you call your husband on the way home from work every night and say the same thing each time, perhaps a ping would be better…you wouldn’t have to call and your husband wouldn’t have to stop what he was doing to answer the phone. You could even call it the “sweetheart ping” or “sweethearting”…in the absence of a prearranged “ping me when you’re leaving”, you could ping someone to let them know you’re thinking about them.

L’Apple Watch, e la Haptic Engine, promettono bene sotto questo punto di vista. Come si scriveva settimane fa, l’Apple Watch potrebbe trasformare le notifiche, da portatrici di messaggio a messaggio stesso, sfruttate come una sorta di codice morse privato.

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Preservare i videogame è hacking, quindi illegale (ci dicono)

La Entertainment Software Association (abbreviata ESA, che ha fra i membri: Nintendo, Disney Interactive Studios, Microsoft e Electronic Arts) non vuole che i vecchi videogame vengano modificati in modo da mantenerli funzionanti — impedendone quindi anche la preservazione.

Dalla Electronic Frontier Foundation:

They say that modifying games to connect to a new server (or to avoid contacting a server at all) after publisher support ends—letting people continue to play the games they paid for—will destroy the video game industry. They say it would “undermine the fundamental copyright principles on which our copyright laws are based.” […]

It’s a serious problem for archives like the Internet Archive, museums like Oakland, California’s Museum of Art and Digital Entertainment, and researchers who study video games as a cultural and historical medium. Thanks to server shutdowns, and legal uncertainty created by Section 1201, their objects of study and preservation may be reduced to the digital equivalent of crumbling papyrus in as little as a year. That’s why an exemption from the Copyright Office is needed.

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L’iPhone 6 dovrebbe essere più spesso

Marco (Arment) ha provato un iPhone 6 Plus per alcune settimane. A suo dire, né il 6 né il 6 Plus sono perfetti — entrambi sono troppo grandi — ma mentre il 6 Plus bilancia i difetti con una batteria più duratura, fotocamera migliore e esperienza di scrittura superiore, il 6 ripropone solo i difetti del 6 Plus (= scomodità nel tenerlo in mano), senza alcun plus.

Having used an iPhone 6 full-time from its launch until these 6 Plus experiments over the last few weeks, I can confidently say that neither phone is extremely well-designed. Both have nontrivial and completely avoidable flaws. But the 6 Plus has bigger advantages over the other phones, while the 6 seems to sit in a mediocre middle ground.

Un peccato, dato che i due problemi principali del 6, ovvero la scivolosità e la durata della batteria, potevano essere risolti disegnando uno smartphone leggermente più spesso. L’ossessione di Apple nell’assottigliare i nostri device è, appunto, un’ossessione che nel caso dell’iPhone 6 ha creato solo problemi:

Apple’s obsession with thinness as the top design priority, spending most of the technical progress that accumulates over time on size reduction rather than increased battery life, is also likely to blame for the iPhone 6 and 6 Plus’ worst design flaw: their slippery sides, which exacerbate their unsuitability for one-handed use. (The tolerable but unfortunate camera bulge is another victim of thinness-above-all-else design priorities.)

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La recensione di The Verge dell’Apple Watch

Nilay Patel:

Let’s just get this out of the way: the Apple Watch, as I reviewed it for the past week and a half, is kind of slow. There’s no getting around it, no way to talk about all of its interface ideas and obvious potential and hints of genius without noting that sometimes it stutters loading notifications. Sometimes pulling location information and data from your iPhone over Bluetooth and WiFi takes a long time. Sometimes apps take forever to load, and sometimes third-party apps never really load at all. Sometimes it’s just unresponsive for a few seconds while it thinks and then it comes back.

If the Watch is slow, I’m going to pull out my phone. But if I keep pulling out my phone, I’ll never use the Watch. So I have resolved to wait it out.

Questo è un problema, e pure grosso secondo me. Una delle ragioni per cui uso poco il Pebble è che impiega molto tempo a prendere i dati dall’iPhone — soprattutto quando è richiesta la geolocalizzazione. Se devo aspettare anche solo 10 secondi per vedere quali bus stanno per arrivare, faccio prima a tirare l’iPhone fuori dalla tasca. Sono impaziente, perché il punto di uno smartwatch è essere più veloce di uno smartphone: se fallisce in quello, fallisce e basta.

Stando a The Verge l’Apple Watch si trova in una situazione simile. I Glances non sono immediati (non si aggiornano in background) e il tempo d’attesa prima che le applicazioni si avviino/prendano i dati dall’iPhone è notevole. Si spera questi problemi di performance vengano risolti quando arriveranno applicazioni vere e proprie (più tardi, quest’anno) e con aggiornamenti software, ma al momento la situazione è questa.

In conclusione, perché la condivido, la regola per il successo di un wearable device secondo The Verge:

In order to be successful, any given piece of wearable technology has to be useful the entire time it’s on your body. Prescription glasses sit on your face, but improve your vision all the time, so they’re successful. Sunglasses sit on your face and make you look cooler all the time, so they’re successful. Google Glass sits on your face, but mostly does nothing, so it’s a failure. It’s a simple formula.

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John Oliver intervista Edward Snowden

Video

John Oliver intervista Edward Snowden

John Oliver è riuscito a spiegare (con l’aiuto di Snowden) privacy, NSA e altri programmi di sorveglianza del governo americano sui cittadini in un video leggero e divertente, ma soprattutto efficace nel comunicare agli spettatori l’enormità del problema.

(Il video si vede solo negli USA, vi serve qualcosa come Unlocator o Cloak per vederlo dall’Italia)

Ho la sensazione che appena si senta parlare di privacy l’attenzione cali un pochettino, sia perché la parola privacy ha finito con l’assumere una connotazione quasi negativa (hai qualcosa da nascondere?), sia perché seguono, nella spiegazione, termini tecnici. Per capire fino in fondo le implicazioni dei programmi di sorveglianza serve anche, un po’, capire come funziona la rete — e quanti dati lasciamo, in rete. Oliver è riuscito a semplificare il problema, e per farlo è ricorso a foto delle nostre parti intime.

Approfondisci: tutti gli articoli sull’argomento sono raccolti sotto il tag #privacy.

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Nuovo libro

Becoming Steve Jobs

La traduzione in italiano della nuova biografia su Steve Jobs, titolo originale Becoming Steve Jobs, è da oggi in vendita. S’intitola Steve Jobs Confidential.

Io l’ho già acquistata (in inglese). Se non ne siete ancora convinti, oltre a guardare l’incontro/intervista all’Apple Store di SoHo con John Gruber e gli autori del libro, consiglio di leggere la recensione di TidBITS, The Book of Jobs.

Becoming Steve Jobs complementa la biografia ufficiale, di Isaacson. Quella era un resoconto dettagliato della vita di Jobs, con accesso diretto a Jobs, senza un particolare obiettivo se non ritrarre in maniera quanto più oggettiva la figura di Steve Jobs — e che per questo falliva nel costruire una narrativa; Becoming Steve Jobs, invece, si pone come obiettivo quello di spiegare Steve Jobs, come già il sottotitolo (The Evolution of a Reckless Upstart into a Visionary Leader) dovrebbe lasciare intendere.

Scrive TidBITS:

Theirs [gli autori] is a somewhat novelistic account and it comes with an explicit agenda: to explain how Steve Jobs “turned around his life and became the greatest visionary leader of our time.” If it were an actual novel, it would be a Bildungsroman, a novel about the coming of age and the education and character development of its protagonist.

Amazon: Steve Jobs Confidential

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L’illusione che tutto sia gratuito

A List Apart:

What about people outside the bubble, who aren’t as well-informed when it comes to the consequences of using services that exploit our data? The everyday consumer will choose a product based on free and fantastic user experiences. They don’t know about the cost of running, and the data required to sustain, such businesses.

Problema enfatizzato presentando internet come una “cloud”, invece che un insieme di data center e cavi. La maggior parte delle persone si stupirebbe — si stupisce! — nel vedere la materialità di internet.

L’articolo continua sottolineando come gli strumenti che scegliamo influenzino la privacy altrui. Una delle ragioni per cui uso Gmail — invece di investire in Fastmail — è che tanto i miei contatti usano (quasi) tutti Gmail: Google, quindi, ha comunque accesso alle mie conversazioni, che io lo scelga o meno.


Relativo: Google ha le mie email perché ha le tue.

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Sui redesign

CIT.

The biggest problem with redesigns, however, is their removal of context. Design is compromise. Anyone who’s ever designed a logo, made a movie, or built a house, knows that the final product reflects a series of mostly hidden goals and constraints. To redesign without knowing these constraints — the client insisted on pink! the lead actor broke his ankle! the zoning board was insane! — is, in some sense, unfair. — Fernanda Viégas & Martin Wattenberg, Design and Redesign in Data Visualization

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Perché l’esperienza d’uso di iOS 8 è inferiore a quella di iOS 7

L’esperienza d’uso di iOS 8 è peggiore rispetto a quella iOS 7, secondo Dmitry Kovalenko (Lead Designer di Readdle), e questo perché è cambiata la dimensione del dispositivo — iPhone 6 e iPhone 6 Plus sono notevolmente più grandi dell’iPhone originale — mentre l’interfaccia non è stata ripensata in modo da accomodare questo cambiamento.

Il cambiamento nelle dimensioni del device porta, inevitabilmente, a un cambiamento nel modo in cui lo teniamo in mano, e di conseguenza usiamo. I modelli di comportamento instaurati con le precedenti versioni di iOS non funzionano più dall’iPhone 5 in poi.

Secondo una ricerca di Steve Hoober, l’85% degli utenti usa lo smartphone con una mano sola:

Questo significa che, nella maggior parte dei casi, iOS 8 non è comodo, né ideale, da usare. Per provare il suo punto, Dmitry mostra come le aree dell’interfaccia con i bottoni più importanti di un’applicazione (il menù in alto, ad esempio, con le opzioni più comuni, come Salva, Chiudi, Conferma, Indietro, etc.) rientrino nell’area dello schermo difficile da raggiungere. L’utente, come conseguenza, si ritrova di continuo a riposizionare il device in mano — un device fra l’altro molto scivoloso.

Alcuni sviluppatori hanno risolto spostando gli elementi importanti in basso (una soluzione, secondo Dmitry, oltre menù di navigazioni alternativi rispetto a quello suggerito da Apple, potrebbe arrivare con Force Touch), ma resta che il pattern promosso da Apple (in Mail, ad esempio) e legato a precedenti versioni di iOS e iterazioni dell’iPhone non è più adatto (o se non altro ideale), viste le dimensioni dello schermo.

Più l’iPhone diventa grande, più quei bottoni diventano arduii da pigiare con il dito: purtroppo, come mostra l’immagine, il tipico menù di navigazione dopo iPhone 5 è posizionato nell’area rossa (l’esempio che segue, di Scott Hurff, è con Mailbox).

Apple, sottolinea Dmitry, non ha adattato l’interfaccia ai nuovi schermi (più grandi), ma ha applicato due pezze (una okay, l’altra scomoda):

  • swipe verso destra dal bordo sinistro, per tornare indietro (in mail, ad esempio)
  • doppio tap sull’Home Button per abbassare l’intera UI in modo da rendere quei bottoni più raggiungibili

La seconda, che dimostra come Apple sia consapevole del problema, è bizzarra e non tanto rapida da usare (a quel punto mi sposto in su con l’intera mano). È una pezza: invece di ripensare e adattare l’UI ci hanno dato un modo per abbassare quella vecchia, inadatta e scomoda nell’85% dei casi d’uso.

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